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Gli effetti (veri) del jobs act

Sul Jobs Act è in atto un vero e proprio tiro al piccione.  Eccettuati (alcuni) esperti, gli unici a parlarne bene sono ormai i commentatori stranieri. Dal dibattito politico nazionale solo critiche. In parte si tratta di mosse tattiche in vista delle scadenze elettorali. Ma questa spirale di rimproveri riflette anche un tratto profondo della cultura politica nazionale: l’eccesso di aspettative nei confronti delle norme di legge, l’intolleranza dei limiti che la realtà inevitabilmente impone, il conseguenze disfattismo, secondo cui ci sarebbe voluto “ben altro” per risolvere i problemi. Una sindrome auto-lesionista, che non ci consente di cogliere i progressi lenti e graduali, svaluta il pragmatismo e alimenta la sfiducia dei cittadini.

Il Jobs Act merita invece una discussione seria. Valutarlo non è facile: i suoi effetti si dispiegano lentamente nel tempo. Per catturarli bisogna avere dati precisi e utilizzare metodi controfattuali: che cosa sarebbe successo se non fossero cambiate le regole? Prima ancora di procedere su questa strada, è bene però  riflettere sul provvedimento in sé: i suoi obiettivi generali erano in linea con le sfide sul tappeto?

Negli ultimi due decenni, la maggior parte dei paesi europei ha riorientato le politiche del lavoro verso la cosiddetta flexicurity, un modello sviluppato dai paesi nordici e basato su regole flessibili per assunzioni e licenziamenti e tutele robuste (compresi i servizi) in caso di disoccupazione.

Il Jobs Act può essere considerato la “via italiana“ verso quel modello. Un percorso di cui si iniziò a parlare già negli anni Novanta, ma mai seriamente imboccato. Con il risultato che il mercato occupazionale italiano è diventato uno fra più segmentati della UE: posti di lavoro permanenti con ammortizzatori molto generosi, da un lato, e contratti a termine o “atipici” (come i co.co.co.) praticamente privi di protezioni, dall’altro. A seguito di un’enorme espansione dei secondi, soprattutto per i giovani, il nostro paese aveva inaugurato un modello perverso che Stefano Sacchi e Fabio Berton hanno definito flex-insecurity:  precarietà senza tutele.

Su questo sfondo, il Jobs Act si è posto due obiettivi:  ridurre rigidità e dualismi, offrendo più opportunità di occupazione stabile e al tempo stesso maggiore flessibilità alle imprese;  superare la polarizzazione fra garantiti e non garantiti in termini di protezione sociale. I vari strumenti della riforma potevano essere disegnati meglio? Certamente, soprattutto col senno di poi.  Lo stile comunicativo di Renzi ha alimentato l’eccesso di aspettative?  D’accordo, nessuno è senza colpe. Ma il Jobs Act va contato fra le non molte riforme strutturali che il nostro paese è riuscito a produrre nell’ultimo venticinquennio, nel tentativo di avvicinarsi agli standard europei sul piano dell’efficienza e dell’equità.

Cosa si può dire degli effetti concreti? Le valutazioni più affidabili segnalano che il Jobs Act ha inciso positivamente sull’occupazione stabile: dopo la sua introduzione vi è stato un significativo aumento dei contratti a tempo indeterminato, sia rispetto al passato (tab. 3) sia rispetto ad altri paesi, come Spagna o Francia (tab. x). In base a dati provvisori, sembra che la tendenza sia continuata anche nel 2016. I critici sostengono che si sia trattato di un incremento “drogato” dalla decontribuzione, ma trascurano due aspetti. Tutti i paesi UE hanno investito grosse somme in sussidi alle nuove assunzioni nell’ultimo triennio. Inoltre, all’estero gli oneri sociali sono strutturalmente più bassi. L’esperimento della decontribuzione conferma che il nostro costo del lavoro è troppo alto e disincentiva le assunzioni. Occorre riflettere su come redistribuire il finanziamento del welfare fra i vari tipi di reddito.

Il Jobs Act ha avuto effetti positivi anche sulla sicurezza economica di chi perde il lavoro. Alla NASPI possono oggi accedere praticamente tutti i lavoratori dipendenti, compresi gli “atipici” (tab. 1 e 2), con importi e durate fra le più alte in Europa. Rispetto agli altri paesi, il welfare italiano ha sempre avuto buchi enormi in questo settore. Nessuno lo sottolinea, mai il Jobs Act ci ha fatto fare un salto di qualità in termini di cittadinanza sociale: le nuove prestazioni sono infatti diritti soggettivi, che non dipendono più da mediazioni politico-sindacali. La Cassa integrazione è stata finalmente ricondotta alla sua funzione fisiologica di risposta alle crisi temporanee.

L’aspetto più problematico del Jobs Act riguarda le politiche attive. L’attuazione di questa parte della riforma è in grave ritardo. Qui scontiamo debolezze davvero storiche, che riguardano in generale l’efficienza e la mentalità della nostra pubblica amministrazione, nonché la frammentazione regionale. Ma il governo avrebbe potuto fare di più. I servizi per l’impiego sono l’architrave della flexicurity. Su questo aspetto, le critiche colgono nel segno. Il Jobs Act non è riuscito a dispiegare il suo potenziale per incidere non solo sulle forme, ma anche sui livelli e la qualità dell’occupazione, soprattutto giovanile. Il lavoro dei giovani resta purtroppo un’emergenza nazionale. Ricordiamo però due cose. L’Italia ha un’incapacità strutturale di creare posti di lavoro che si porta dietro dagli anni Cinquanta e che è stata esacerbata dalla grande recessione. Inoltre, i livelli occupazionali dipendono da moltissimi fattori (autonome decisioni delle imprese, congiuntura, investimenti, capitale umano e così via), solo in parte controllabili per via legislativa. Dall’estate 2014 alla fine del 2016 gli occupati sono comunque aumentati di circa 700 mila unità (Istat).

Con le luci e le ombre che sempre accompagnano ogni riforma, il Jobs Act ha segnato una svolta positiva. Fermiamo il tiro al piccione e avviamo una pacata discussione su come colmarne le lacune e potenziarne gli effetti positivi.  Elaborando nuove proposte per le tante sfide che esulano dal perimetro di attenzione e di azione del Jobs Act e che richiedono ulteriori e incisivi provvedimenti.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 13 febbraio 2017

 

 

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La riforma costituzionale e la partita europea

Una dei pochi tratti costanti della politica italiana è stata, sin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, l’”àncora” europea. Nel suo piccolo (rispetto a Francia e Germania), il nostro paese è sempre stato aperto all’integrazione e si è sforzato di promuoverla anche nei momenti di stallo. Nel lungo periodo, questa scelta ci ha ripagato in termini di sicurezza, prosperità, modernizzazione istituzionale.

Stanno ora emergendo allarmanti segnali di “disancoramento”. Internamente, sono emerse o cresciute forze politiche ostili all’Europa e alla moneta unica: Lega, Fratelli d’Italia, i Cinque Stelle, la stessa Forza Italia. Esternamente, le acque della UE si sono fatte più tempestose e le istituzioni di Bruxelles hanno perso la capacità di fare sintesi tra esigenze, interessi,culture del Nord, del Sud e dell’Est.

In questo clima, il rischio di perdere l’àncora è alto. Nei circoli che contano, le valutazioni sul nostro paese sono sempre più negative. Gli sforzi compiuti dal governo Monti a oggi vengono sminuiti o disconosciuti e circolano scenari di uscita (espulsione?)dell’Italia dall’euro. Per molti osservatori restiamo una mina vagante. Senza tanti complimenti, ce l’ha ricordato un articolo dell’ultimo Economist. Nel nostro provincialismo, di quel supponente editoriale abbiamo colto solo l’invito a votare no al referendum. I messaggi più importanti erano però altri due: l’Italia costituisce la principale minaccia per la sopravvivenza dell’Unione europea (sic); se il referendum fallisce, la miglior soluzione sarebbe un governo tecnico.

I problemi economici dell’Italia non possono certo essere sottovalutati. In larga misura, essi sono l’effetto di improvvide politiche del passato, di errori e incapacità di tutta la classe dirigente, imprenditori e sindacati compresi. Ma va detto con altrettanta franchezza che l’Unione economica e monetaria, così come funziona oggi, non ci è (più) di aiuto per uscire dalla crisi: vincoli fiscali troppo rigidi, poche opportunità e sostegni per la crescita.

La risposta non può essere quella di abbandonare l’àncora. Il paese è troppo fragile per navigare da solo nel mare della globalizzazione. Dobbiamo al contrario rinsaldare gli ormeggi, facendo in modo che tornino a essere per noi vantaggiosi.

Come? In primo luogo, impegnandoci per riformare le regole e ridefinire la stessa missione dell’Unione economica e monetaria. E’ un compito difficile, perché significa sfidare l’egemonia tedesca. Una sfida pacata, per carità, ma che non può essere evitata.Berlino ha lanciato un’offensiva contro la flessibilità e vorrebbe trasferire il controllo dei bilanci nazionali a una agenzia indipendente, in modo da ripristinare il paradigma dell’austerità. Inoltre la Germania controlla ormai tutte le posizioni chiave a Bruxelles. Il portafoglio del bilancio e le risorse umane (che comporta anche il titolo di Vicepresidente) sta per passare dalla bulgara Georgeva al tedesco Oettinger, figura peraltro molto discussa.

In secondo luogo, va rilanciata con forza l’agenda delle riforme interne per rimuovere i tanti ostacoli endogeni alla crescita. La nostra credibilità dipende dai segnali di cambiamento che sapremo fornire. E per questo occorrono stabilità politica e capacità di decisione.

Qui arriviamo al tema del referendum costituzionale. Il 4 dicembre ciascuno di noi dovrà ovviamente decidere sul merito, con una valutazione di sintesi: nel suo complesso, la riforma approvata dal Parlamento è un passo avanti oppure no rispetto alla situazione attuale, soprattutto sul piano dell’efficacia decisionale?

Non possiamo però far finta che il voto non abbia implicazioni politiche,anche immediate. Se vince il no, per la prima volta prevarrebbe in Italia (fatte salve alcune voci autorevoli ma isolate e perciò ininfluenti) un fronte dichiaratamente euro-scettico. Se Renzi dovesse dimettersi,l’ipotesi più probabile è un governo di transizione, mentre si aprono “tavoli”tra forze eterogenee e litigiose. Un esecutivo per mantenere un po’ d’ordine, insomma, oppure per gestire una possibile crisi finanziaria. E’ quello che si augurano in molti a Bruxelles e in altre capitali. Ma converrebbe anche a noi italiani?

Di fronte ai bivi della storia, è bene riflettere su tutti i possibili scenari. Fra questi, per il dopo voto ce ne sono due che dovrebbero preoccuparci molto. Da un lato, il completo disancoramento dell’Italia dalla UE e l’inizio di una navigazione senza bussola, fuori dall’euro. Dall’altro lato, un commissariamento esterno da parte della Troika. Invece di un’àncora, Bruxelles diventerebbe il nostro guardiano, nella convinzione che l’Italia sia un paese irrimediabilmente discombobulated. E’ l’aggettivo che ha usato l’Economist, per ora solo in riferimento ai Cinque stelle. Vuol dire confuso, inaffidabile, mentalmente instabile. Noi non siamo così: il percorso di riforme che abbiamo saputo intraprendere dal 2011 è lì a dimostrarlo.Il PIL è tornato a crescere, seppur debolmente, così come l’occupazione, e forse s’intravede una luce in fondo al tunnel. Riflettiamo bene, dunque, su quale sia la scelta migliore per riprendere speditamente il cammino. Se possibile, già a partire dal cinque dicembre.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 28 novembre 2016, p. 35.

 

 

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Welfare, le famiglie (e i giovani) invisibili

Sulle questioni di principio (come il matrimonio o le scelte riproduttive) il tema della famiglia suscita scontri ideologici da cappa e spada. Sul piano pratico è invece un non-tema, l’invisibile Cenerentola del welfare. L’Unione Europea colloca il modello d’intervento dell’Italia nel cosiddetto Gruppo 4 (su quattro: il più arretrato), insieme a Bulgaria, Estonia, Croazia, Grecia e Spagna. Nel Gruppo 1 sta la Scandinavia, con il Belgio e il Regno Unito. Questi paesi sono caratterizzati da una politica familiare “capacitante”, che aiuta i giovani a formare unioni autonome e stabili, a fare figli, a partecipare al mercato del lavoro e ad avere un reddito adeguato. Nel Gruppo 4 tutte queste cose sono difficili, per molte fasce sociali enormemente difficili. La UE definisce la politica familiare di questo insieme di paesi “limitata”. Sarebbe più appropriato chiamarla limitante. Le sue debolezze pesano infatti come un macigno sulle opportunità dei giovani, dei genitori e in particolare delle madri italiane.

Sul ritardo anagrafico con cui si comincia un’autonoma vita di coppia e sul tasso di fertilità stendiamo un velo pietoso. Una anomalia meno dibattuta riguarda il lavoro. Il 42% delle famiglie con figli è monoreddito: ad essere occupato è solo il padre. Nel Gruppo 1 la percentuale è sotto il 30%, la norma è il doppio reddito, con o senza part-time. Siccome anche in Italia sta crescendo il numero di working poor (occupati che pur lavorando restano in condizioni di indigenza) non possiamo certo stupirci se abbiamo il tasso di povertà minorile più alto della UE.

Nel modello “capacitante” lo stato assicura che la presenza dei figli non generi impoverimento. Gli assegni familiari sono universali e il fisco agevola, soprattutto se la madre lavora (in Italia il 25% delle madri lascia o perde il lavoro dopo la gravidanza). Per i redditi più bassi sono previsti crediti d’imposta: denaro che si aggiunge alla retribuzione. Le capacità non dipendono però solo dai soldi, ma anche dalla disponibilità di servizi, a cominciare dai nidi. Su questo fronte l’Italia ha fatto recentemente qualche progresso, ma unicamente al Centro-Nord. Nel Mezzogiorno siamo addirittura fuori dal perimetro del Gruppo 4.

La conciliazione resta un dramma: lo confermano le lettere e i dibattiti pubblicati sul sito La 27ma ora. L’organizzazione del lavoro è troppo rigida, mancano i servizi (o costano troppo), i carichi domestici gravano ancora principalmente sulle donne: il 63% delle occupate dichiara di non ricevere nessun aiuto dal partner.

Per uscire dal modello limitante dobbiamo metterci a correre. Dopo un inizio promettente, il governo Renzi è tornato alla cattiva abitudine dei provvedimenti frammentati e temporanei: bonus, sconti, micro-agevolazioni, detrazioni. Senza una logica riconoscibile che non sia quella del consenso (con benefici, peraltro, tutti da verificare). Alle politiche capacitanti non si arriva improvvisando, mettendo e togliendo. Servono interventi coordinati sul fronte dei trasferimenti, del fisco, dei servizi, dei congedi parentali, dell’abitazione, dell’accesso al credito. E naturalmente occorrono risorse. Per la famiglia il nostro paese spende meno di 310 euro pro capite all’anno, la metà della media UE, un terzo rispetto a Francia e Germania (dati 2012). Per le pensioni di vecchiaia spendiamo invece più di 3700 euro, il valore più alto di tutta la UE, paesi scandinavi inclusi.

Il governo si è impegnato (anche con Bruxelles) a redigere un Piano nazionale contro la povertà. Il piatto forte dovrebbe essere l’introduzione di una misura nazionale di garanzia del reddito, pilastro fondamentale del modello capacitante. Sarebbe stato auspicabile concentrare su questo fronte le risorse “sociali” della Legge di Stabilità. Invece si è scelto di dare la priorità alle pensioni. Di nuovo un’occasione sprecata, l’ultima di una interminabile serie.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 15 ottobre 2016.

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L’Italia e i sospetti europei

Sulla scia del drammatico terremoto in Italia centrale, Matteo Renzi ha riaperto la questione della cosiddetta flessibilità, chiedendo a Bruxelles un consistente sconto sul deficit pubblico del 2017. Sarebbe la terza volta dal 2015. A questo punto è chiaro che non si tratta solo di iniziative giustificate da eventi imprevisti, quanto piuttosto del tentativo di rinegoziare quel “vincolo esterno” sul bilancio pubblico che negli anni è diventato sempre più stretto. E che compromette i margini di manovra considerati essenziali per il governo dell’economia.

Dal punto di vista interno, l’obiettivo appare comprensibile e legittimo. Lo stesso si può dire, però, dei dubbi e delle resistenze dei nostri partner, a cominciare dalla Germania. Osservato dall’esterno, il sistema-Italia continua infatti a produrre segnali contrastanti. Al dinamismo di alcuni settori produttivi si contrappone un preoccupante ristagno dell’economia nel suo complesso, recentemente confermato dall’Istat. I turisti che viaggiano per il nostro paese colgono gli indizi di una società prospera. E le statistiche confermano che la ricchezza privata degli italiani è fra le più elevate d’Europa. Eppure abbiamo un debito pubblico enorme e tuttora in crescita, livelli di povertà (soprattutto minorile) da Terzo Mondo, servizi pubblici scadenti. Persino dal terremoto, con il suo terribile fardello di vittime e distruzione, sono emersi messaggi ambigui. Da un lato, una grande mobilitazione di solidarietà spontanea, testimonianza di un robusto e diffuso capitale sociale. Dall’altro, la persistente diffusione di indegni fenomeni di inefficienza, corruzione e frodi nell’uso delle risorse pubbliche, in occasione del precedente terremoto.

Verso l’Europa Matteo Renzi ha adottato un discorso nuovo, tutto incentrato sulla rottura con il passato e sulle riforme. Il 31 agosto il Presidente del Consiglio ha riassunto in trenta slides altrettanti successi del proprio governo: dall’occupazione alle tasse, dagli interessi sul debito alla giustizia. Un esercizio utile, per carità. Ma chi ci osserva dall’esterno, per quanta simpatia possa avere per il nostro premier, sa bene che si potrebbero compilare altrettante slides sui vizi persistenti del sistema-Italia, nonché sulle questioni che sono rimaste ai margini dell’agenda governativa: lavoro femminile (siamo ancora il fanalino UE), ricerca e sviluppo, economia sommersa e illegale e soprattutto il drammatico e crescente divario del Mezzogiorno dal resto del paese.

E’ in questa cornice che vanno inquadrate le perplessità europee a concedere quel credito (anche finanziario) che il governo rivendica. Il paradigma dell’austerità, caro a molti commissari UE e ministri dell’Eurogruppo, spiega una parte non secondaria di queste perplessità. Ma il resto è colpa nostra. Della “politica”, in primo luogo. In buona parte, però, anche di quei corpi intermedi (sindacati, associazioni imprenditoriali, corporazioni varie) che oggi chiedono a gran voce più coinvolgimento nei processi decisionali.

Non possiamo stupirci se a Bruxelles il tentativo di rinegoziare il vincolo esterno possa sembrare una tattica opportunista, volta a comprare tempo e risorse che poi verranno utilizzate in modi non virtuosi. La credibilità internazionale è un bene difficile da conquistare. Renzi non ha torto quando dice che le riforme richiedono tempi lunghi per dispiegare i propri effetti. Siamo tuttavia sicuri che l’agenda del governo sia sufficientemente ambiziosa, basata su una diagnosi articolata e coerente di tutte le ombre? Ammesso (ma, francamente, non concesso) che lo sia, quali sono esattamente gli strumenti con cui realizzarla con tempi non biblici? Dov’è quella “squadra” di esperti, da tempo promessa, che dovrebbe progettare, monitorare, valutare le politiche pubbliche? E infine: in che misura i famosi corpi intermedi concordano sulla diagnosi di base e sulle linee strategiche per il cambiamento?

Senza risposte chiare a questi interrogativi, è difficile dissipare i sospetti. E invece di essere (se usata bene) una soluzione per far ripartire la crescita, la riduzione del vincolo esterno rischia di alimentare molti dei vecchi vizi, relegandoci in una lunga eclisse di ristagno economico e sociale.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 8 settembre 2016.

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Le sfide da affrontare per riordinare l’assistenza

L’INPS non si occupa solo di pensioni e ammortizzatori sociali. Gestisce anche le prestazioni per la non autosufficienza, che interessano più di due milioni di beneficiari, in prevalenza anziani. Il settore ha registrato una forte crescita nell’ultimo quindicennio. Si stima che nel 2060 gli ultraottantacinquenni (la fascia più a rischio) passerà da 1,7 a più di 6 milioni. Bene ha fatto il Rapporto INPS di quest’anno a dedicare ampio spazio al tema e alle sfide che dovremo affrontare.

Il principale sostegno ai non autosufficienti è oggi l’indennità di accompagnamento: un assegno di 512 euro per 12 mesi, per un costo totale di 12 miliardi l’anno. L’indennità è pienamente “universalistica”: può ottenerla qualsiasi persona residente in Italia (al di sopra di una data soglia di disabilità)e l’importo è uguale per tutti. Il fatto è, però, che i disabili non sono tutti uguali. Alcuni hanno bisogni sanitari più acuti di altri. Le loro esigenze pratiche dipendono dal contesto familiare e territoriale. Soprattutto, alcuni sono “ricchi” (di reddito e patrimonio), altri sono “poveri”. E’ davvero equo trattare in modo eguale persone che si trovano in condizioni diseguali? In molti paesi UE il sostegno pubblico alla non auto-sufficienza è calibrato in base al grado di disabilità e alla condizione economica del singolo beneficiario.

Il Rapporto INPS solleva un altro problema: la scarsa disponibilità di servizi, in particolare per l’assistenza residenziale. I non autosufficienti  ricevono un sussidio, poi devono cavarsela da soli. Come sappiamo, la pratica più diffusa è il ricorso alle badanti, spesso in nero. Il peso maggiore grava su mogli, figlie, nuore, insomma sulle donne. Il “familismo” è accentuato dalle norme sui permessi lavorativi (quelli previsti dalla legge 104), le quali consentono ai dipendenti di assentarsi per assistere in casa i parenti disabili.

Nel settore della non autosufficienza si registrano altre particolarità tipiche del welfare all’italiana: abusi, frodi, catture clientelari dei benefici. Il Rapporto INPS contiene dati inequivocabili a riguardo. Prendiamo l’incidenza delle indennità sulla popolazione residente. In molte province del Sud (ma anche nelle Marche o in Umbria) il numero di prestazioni è quasi doppio rispetto alle province del Nord, pur tenendo conto della diverse caratteristiche demografiche ed epidemiologiche. Evidentemente, la verifica dei requisiti ha maglie molto più larghe in alcune zone del Paese.Un altro dato clamoroso messo in luce dal INPS riguarda i permessi retribuiti. I giorni fruiti dai dipendenti pubblici per assistere familiari disabili sono quattro volte superiori a quelli dei dipendenti privati e costano circa un miliardo e mezzo.

Che fare? Guardando alle migliori esperienze europee, il Rapporto elenca varie soluzioni. Le più ambiziose sono due. Innanzitutto, passare dall’universalismo incondizionato (un sussidio modesto a tutti) all’universalismo selettivo: prestazioni modulate in base alla situazione economica dei beneficiari e al grado effettivo di disabilità. In secondo luogo, introdurre un nuovo contributo obbligatorio (ad esempio pari a 0,35%) su tutti i redditi, per generare le risorse necessarie ad espandere i servizi. Vi sono però anche soluzioni, che non prevedono innovazioni legislative: ad esempio verifiche più severe (e accentrate in capo all’INPS) sui requisiti di accesso alle indennità e sull’utilizzo dei permessi.Non dimentichiamo poi che, oltre alle soluzioni pubbliche, nel settore della non autosufficienza sono immaginabili (e in parte già in via di sperimentazione) soluzioni di “secondo welfare”, anche attraverso il sistema assicurativo.

E’ attualmente in esame al Parlamento la legge delega sul riordino dell’assistenza. Auguriamoci che deputati e sanatori leggano bene il Rapporto INPS e abbiano il coraggio di intervenire sullo status quo. Non per “far cassa”, ma per offrire risposte più eque ed efficaci a chi ha veramente bisogno d’aiuto.

 

Quest articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 8 luglio 2016.

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I fossati culturali in Europa stanno diventando pericolosi

L’euroscetticismo è un nemico agguerrito e insidioso, la battaglia sarà lunga. Il primo fronte su cui i leader filoeuropei devono combattere è quello del discorso pubblico. Impegnandosi all’interno di ciascun Paese, ma con l’obiettivo di salvaguardare l’Ue.

La prima settimana post-Brexit si conclude con segnali non certo rassicuranti. Sui tempi e le modalità di uscita del Regno Unito dalla UE regna una grande incertezza. In Spagna per la seconda volta le elezioni non sono riuscite a produrre un governo. In Austria si tornerà presto a votare per il Presidente della Repubblica. Nel loro incontro di Berlino, Merkel, Hollande e Renzi (il «nuovo direttorio») si sono sforzati di rassicurare opinioni pubbliche e mercati, ma hanno anche mostrato di non avere una strategia condivisa su come tenere insieme la UE e rispondere all’ondata euroscettica. La Cancelliera ha riproposto l’immagine di un’ «Europa dei risultati», capace di portare benefici tangibili ai cittadini (soprattutto ai giovani). Ha però ribadito che bisogna rispettare i patti e le regole vigenti. Ancora «compiti a casa», dunque: niente concessioni. Hollande e Renzi hanno rilanciato l’immagine di un’Europa «sociale» .

Il Presidente francese ha chiesto un bilancio comune dell’Euro-zona, sostegni agli investimenti pubblici e privati, armonizzazione fiscale e sociale. Renzi ha difeso la UE come “casa comune”, ma dicendo che occorre renderla più «umana» e più equilibrata nei rapporti fra paesi creditori e debitori. Persistono dunque forti divergenze fra la visione germanica della UE e quella latina. La prudenza tedesca è comprensibile. Merkel è sotto attacco da parte degli euroscettici di casa propria, strenui oppositori di ogni forma di redistribuzione fra paesi. La Cancelliera è anche mossa da una preoccupazione autenticamente paneuropea. Se salta la «cultura della stabilità», i mercati internazionali si spaventano e l’euro rischia di crollare.

Altrettanto comprensibili sono gli appelli di Hollande e Renzi. Nei Paesi latini l’euroscetticismo è alimentato non solo dall’immigrazione (come nel Regno Unito, in Olanda o in Austria), ma anche dall’austerità.

Molti elettori sono ormai convinti — a torto o a ragione — che a Bruxelles interessino solo il mercato e il pareggio di bilancio, senza riguardo per il welfare, la povertà, le diseguaglianze. Se l’Europa tradisce la «cultura della solidarietà», sono i cittadini a spaventarsi. Anche in questo caso l’euro rischia di crollare, aprendo la porta ad una spirale di possibili exit.

Da questa infernale tenaglia si può uscire solo in un modo: riconciliando stabilità e solidarietà entro un quadro simbolico (e poi istituzionale) che le contenga entrambe e sappia così parlare sia ai mercati sia agli elettori.

Stabilità significa capacità di durare nel tempo. Oggi le norme Ue si concentrano troppo sugli equilibri finanziari di corto periodo e poco sulle risorse necessarie per prosperare nel lungo periodo. Prendiamo il caso della Grecia: persino il Fondo monetario internazionale riconosce che questo Paese non ha nessuna possibilità di tornare a crescere «stabilmente» (appunto) alle condizioni imposte dalla Troika, prevalentemente incentrate sui saldi di bilancio.

Solidarietà significa condivisione dei rischi comuni e aiuto reciproco in caso di avversità «immeritate». Non è un principio alieno al processo di integrazione. È stato uno dei criteri guida dei Padri fondatori e ha ispirato nel tempo le politiche di coesione. Alcuni Paesi ne hanno approfittato e oggi l’Europa germanica teme che la solidarietà incoraggi l’opportunismo, premiando le cicale a scapito delle formiche. Senza responsabilità da parte di chi riceve aiuto, la condivisione genera risentimento.

È soprattutto ai leader dei tre Paesi più grandi che tocca oggi il compito di ricomporre la cornice europea di valori e obiettivi. In essa devono trovare spazio anche i problemi dell’immigrazione e della sicurezza. Ma i temi cruciali sono quelli economico-sociali, attraversati dal fossato culturale fra Nord germanico e Sud latino.

Dopo lo choc della Brexit, chi resta «dentro» deve riflettere bene sulla casa comune, sulla sua missione, sugli strumenti più adatti a proteggerla, a mantenerla prospera e coesa. L’euroscetticismo è un nemico agguerrito e insidioso, la battaglia sarà lunga. Il primo fronte su cui i leader filoeuropei devono combattere è quello del discorso pubblico. Impegnandosi all’interno di ciascun Paese, ma con l’obiettivo di salvaguardare l’intera Unione.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 1 luglio 2016

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Statali, il merito negato

I dipendenti pubblici sono tre milioni e trecentomila e i loro stipendi costano più di 10 punti di PIL. A prima vista, sembrano cifre enormi, ma tutto è relativo. In  confronto ad altri grandi paesi europei, siamo sotto le medie. Se però usiamo indicatori di rendimento, l’Italia scende verso il fondo delle graduatorie UE.

Pochi giorni fa, nella sua Relazione annuale, la Corte dei Conti ha puntato il dito contro le “perduranti criticità” del pubblico impiego, riassumibili in due parole: bassa efficienza e scarsa produttività. Le cause sono quelle note da decenni. Si va dall’assenza di controlli e incentivi alla “prevalenza di una cultura giuridica, a scapito di professionalità specifiche” (un giudizio importante, visto che è dato da una “Corte”); dai condizionamenti politici sull’attività gestionale alla diffusa corruzione; dall’eccessiva anzianità del personale ai suoi bassi livelli d’istruzione. E’ sempre sbagliato fare di ogni erba un fascio. Ma non si può neppure fare finta di niente.

Rispetto ai privati, i dipendenti pubblici sono in una botte di ferro per quanto riguarda il posto di lavoro. E’ di ieri una sentenza della Cassazione che conferma la non applicabilità della riforma Fornero e del Jobs act al settore statale. Una interpretazione forse non obbligata, ma oggettivamente in linea con il frastagliato quadro normativo vigente. La Corte sostiene che per estendere le nuove regole sul licenziamento ai dipendenti pubblici occorre un intervento di “armonizzazione normativa”. In altre parole: è il governo che deve muoversi. Nel settore statale i sindacati sono molto radicati e altrettanto agguerriti. E poi di mezzo ci sono milioni di voti. Questi due elementi spiegano perché nessuna delle tantissime “riforme” sia riuscita rendere la macchina pubblica più efficiente e produttiva. Il posto a vita è sempre stato un tabù che non si poteva neppure menzionare. Gli ostacoli al cambiamento sono ancora tutti lì. Ma è un segnale positivo che almeno oggi se ne discuta apertamente.

Ci sono almeno due fronti su cui è urgente passare subito dalle parole ai fatti. Il primo riguarda frodi e assenteismo. La sentenza della Cassazione riguardava il caso di un dipendente licenziato perché faceva il doppio lavoro. Il malcostume più diffuso è quello delle assenze abusive e delle vere e proprie frodi in materia di “cartellini”. Il governo si appresta a varare un decreto legislativo che dovrebbe accrescere l’effettività delle sanzioni e contrastare il diffuso lassismo di molti giudici del lavoro. Il vero test sarà il comportamento dei dirigenti, ai quali competono sia i controlli sia l’attivazione dei provvedimenti disciplinari.

Il secondo fronte riguarda gli incentivi alla produttività. Si tratta di una questione persino più importante della prima. Non solo per le sue ricadute sul piano del rendimento, ma anche perché una corretta valorizzazione del merito contrasterebbe l’omertà diffusa e attiverebbe un interesse “dal basso” a differenziare tra chi s’impegna e chi no. La prassi dei premi a pioggia deve finire, anzi essere espressamente sanzionata. Marianna Madia ha annunciato un intervento del governo per riordinare la questione del “salario accessorio”, legandolo a misurazioni puntuali dei risultati. Era ora. Nel solo comune di Roma sono stati accertai 350 milioni di premi a pioggia indebitamente erogati.

E’ vero che costa poco agli standard europei. Ma la nostra amministrazione pubblica non vale le risorse che assorbe e ha più che mai bisogno di una scossa. Per diventare più efficiente, facilitare la crescita e, non da ultimo, per recuperare la dignità perduta agli occhi dei cittadini.

 Questo editoriale è apparso anche su Il Corriere della Sera del 10 giugno 2016

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L’equità cheMerkel chiede vale anche per la Germania

Nella sua recente visita a Roma Angela Merkel ha parlato di immigrazione, governo dell’eurozona e politica estera. Sui contenuti è rimasta sulle generali, ma ha toccato alcune questioni di metodo fondamentali per il futuro dell’Unione.

Innanzitutto ha proposto di collegare i tre temi e di cercare un “grande compromesso” basato sul mutuo vantaggio. Nella sua ormai lunga storia, l’Europa è riuscita a superare molte crisi tramite ciò che gli esperti chiamano package deals, ossia accordi basati su ampi “pacchetti” di misure, in modo che ciascun paese membro possa guadagnare qualcosa. L’idea della Cancelliera non è quindi originale. Anzi,il Presidente della Commissione Juncker aveva già proposto qualcosa di simile nel Consiglio europeo dello scorso febbraio. Il suo piano era però clamorosamente fallito per la strenua opposizione dei paesi centro-orientali sul fronte dell’immigrazione. L’importante novità emersa dall’incontro romano è la disponibilità della Cancelliera ad esporsi in prima persona per definire il “pacchetto”.

La seconda questione di metodo riguarda il processo di integrazione in generale. Angela Merkel ha rilanciato l’ipotesi di creare un nucleo centrale di paesi (Italia inclusa) interessati a condividere la sovranità in aree cruciali come sicurezza e  controllo delle frontiere, fisco, politica estera. La cosiddetta integrazione differenziata è già un fatto in molti ambiti: dall’Unione monetaria a Schengen, dal controllo del crimine al diritto di famiglia. Ma con la Brexit rischia di trasformarsi in una gara al ribasso. Anche se prevalesse –come ci auguriamo- l’opzione remain (restare nell’Unione), il referendum inglese aprirà un lungo negoziato su deroghe e uscite selettive dalle regole vigenti e molti altri paesi si accoderanno. Il progetto di una Unione politica ristretta darebbe un segnale importante in direzione opposta: differenziazione al rialzo.

Sempre sul metodo, Merkel ha detto poi una terza cosa, passata un po’ inosservata. Per far avanzare l’Europa, “abbiamo bisogno di equità” nelle relazioni fra paesi. La Cancelliera ha fatto l’esempio dell’immigrazione: i paesi del Nord (a cominciare dall’Austria) non possono scaricare su quelli del Sud responsabilità e costi per controllare i flussi dal Nord Africa.  Si tratta infatti di un problema comune, che richiede criteri distributivi condivisi. Ben detto: ma l’equità deve valere anche per la gestione dell’Unione economica e monetaria. La recente offensiva della Bundesbank contro il debito italiano, la rigidità di Schäuble sul risanamento greco non vanno in questa direzione: attribuiscono meriti e colpe in base a parametri che privilegiano platealmente l’interesso tedesco. A Roma Merkel ha riconosciuto che anche la Germania ha il suo carico di “compiti a casa” da fare. Dovrebbe ripeterlo a Francoforte e Berlino. Mettendo in cima alle priorità la riduzione del surplus commerciale tedesco, che tarpa le ali all’intera economia dell’Eurozona.

Certo, una conferenza stampa a Roma può lasciare il tempo che trova. La Cancelliera è nota per una tattica politica che gli esperti chiamano “de-mobilitazione selettiva”: fingere di essere d’accordo con gli interlocutori per dar loro un contentino, senza però entrare nel merito dei temi controversi, in modo da tenersi le mani libere. In un articolo apparso qualche giorno fa sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, il politologo Wolfgang Streeck ha attaccato senza mezzi termini il “sistema Merkel”, basato su machiavellici opportunismi e sul disegno di imporre una stretta egemonia tedesca sulla UE e i suoi destini. Streeck spesso esagera, ma non è una voce isolata ed è ben possibile che nella sua diagnosi ci sia un grano di verità.

Le tre questioni di metodo sollevate a Roma dalla Cancelliera sono condivisibili, promettenti e in linea con gli interessi italiani. Il nostro governo farà bene però a non abbassare la guardia e a prepararsi in modo accurato sui contenuti, continuando a fare proposte. Il richiamo all’equità non va lasciato cadere. Purché si tratti di autentica “equità europea”, che vincoli la Germania a comportamenti responsabili verso tutta la UE e a condividere i rischi a fronte di tutte le sfide comuni.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 9 maggio 2016.

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Rovesciamo la clessidra del nostro welfare

Gli anziani con più di 65 anni sono più di tredici milioni, più di un quinto della popolazione. E’ comprensibile che le loro esigenze siano al centro del dibattito politico e che le pensioni e la sanità  assorbano la parte preponderante della spesa sociale. Si tratta del “welfare per la sicurezza e la cura”, rivolto a quei cittadini che hanno già dato il loro apporto alla collettività durante la vita attiva. Non un costo, dunque, ma un giusto ritorno per il lavoro svolto, l’impegno sociale, i contributi versati e le tasse –che peraltro continuano ad essere pagate anche durante il pensionamento.

Il problema delle risorse non può tuttavia essere ignorato. Ogni dato anno, pensioni, sanità, servizi per gli anziani devono essere finanziati dal gettito di quell’anno. Le imposte e i contributi del passato sono stati già spesi, non c’è alcuna “riserva” disponibile. Anzi, da decenni lo stato italiano spende più di quanto incassa.

Per alimentare il “welfare per la sicurezza” è indispensabile avere alti tassi di crescita e di occupazione. Su questo fronte l’Italia è messa male. La produttività è da anni in declino rispetto ai paesi concorrenti. La quota di lavoratori sulla popolazione adulta (18-65) è fra le più basse d’Europa. Fra le cause, vi è anche l’assenza di politiche pubbliche mirate ed efficaci. Abbiamo urgente bisogno di un “welfare per la crescita e la competitività”, che affianchi le persone – a cominciare dai giovani e dalle donne in generale- nei loro percorsi lavorativi, garantisca formazione permanente, consenta la conciliazione famiglia-lavoro, fornisca ammortizzatori sociali intelligenti, faciliti la mobilità e la flessibilità. Lo stato deve essere il regista del “welfare per la crescita”, ma molto può e deve essere fatto a livello decentrato, grazie alla collaborazione fra imprese e sindacati. E’ la strada imboccata, con grande successo, dalla Germania. Anche noi stiamo facendo i primi passi, prima col Jobs Act, ora con il ventaglio di misure a favore della contrattazione aziendale. Ma occorre procedere più speditamente e investire più risorse.

Serve infine un “welfare per l’inclusione attiva”, rivolto alle fasce più deboli. L’Italia ha da anni una preoccupante anomalia: i più deboli sono i minori che vivono in famiglie disagiate, con i genitori disoccupati o inattivi, collocati ai margini estremi del mercato del lavoro. Molti di questi bambini e adolescenti abbandonano la scuola e non riescono a inserirsi (i famosi Neet: circa un milione e mezzo). Il loro capitale umano è basso, in molti casi persino più misero di quello dei loro genitori. Nei confronti di questi giovani la società ha doveri di inclusione non inferiori ai doveri di protezione verso gli anziani. Non si tratta solo di equità, ma anche di efficienza. Senza robuste passerelle che immettano nel mercato del lavoro studenti motivati e competenti, il motore della crescita s’inceppa prima ancora di dar frutti sul piano della produttività e dell’occupazione. Sul versante dell’inclusione dobbiamo ribadire una scomoda verità: siamo sempre stati la cenerentola d’Europa e non stiamo facendo quasi niente. Il governo ha dato qualche segnale, prima con le misure di contrasto alla povertà (compresa quella educativa), ora con una legge delega sul riordino dell’assistenza. Ma sono, francamente, pannicelli caldi.

Da qualche settimana si è riacceso il dibattito sulle pensioni. A gran voce si propone di re-introdurre flessibilità in uscita (alcuni chiedono addirittura che ciò avvenga senza penalizzazioni) ed di estendere il bonus da 80 euro a chi ha prestazioni basse. Con un conto che può raggiungere i dieci miliardi di euro. Di crescita e inclusione nessuno si preoccupa.

E’ tempo di capovolgere il ragionamento. Il welfare per la competitività e quello per l’inclusione sono condizioni necessarie per continuare a finanziare il welfare per la sicurezza. Non si tratta di mettere in contrapposizione giovani, adulti e anziani. Ma di capire che senza investimento nei primi e nei secondi non può esservi protezione sostenibile per chi non lavora più. Abbassiamo dunque le luci sulle pensioni e accendiamole sulle politiche per il mercato del lavoro, per la formazione, l’istruzione, il contrasto alla povertà dei minori. Senza proclami e dogmatismi. E con l’impegno a introdurre misure concrete ed ambiziose nella prossima legge di Stabilità.

Questo editoriale è comparso anche su “Il Corriere della Sera” del 8 aprile 2016

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Quello spreco di talenti e il caso delle donne scoraggiate

La fotografia del mercato del lavoro diffusa ieri dall’Istat segnala una tendenza preoccupante: l’occupazione femminile è ferma. Anzi, nel mese di febbraio quasi cinquantamila donne sono diventate inattive per “scoraggiamento”. Difficile trovare un posto, ma ancor più complicato conciliare le esigenze familiari con un’eventuale lavoro. Le donne che restano intrappolate nella famiglia sono 2,3 milioni. Il 40% possiede un diploma superiore o una laurea: uno spreco enorme di abilità e talenti. Soprattutto al Sud, dove risiede quasi la metà delle scoraggiate.

Sui circoli virtuosi del lavoro femminile si discute ormai da un decennio. Banca d’Italia stima che se l’Italia avesse il tasso di occupazione medio UE il PIL farebbe un balzo in avanti di 7 punti. Eppure niente. E’ vero, abbiamo una struttura produttiva particolare: piccole imprese dove una maternità può creare seri problemi, un’economia dei servizi ancora poco sviluppata. I pregiudizi e gli stereotipi di genere, le pratiche discriminatorie sono ancora molto diffuse e radicate. Ma il vero, grande problema è la conciliazione. Mancano servizi che consentano a madri e figlie di “esternalizzare” almeno in parte il lavoro di cura. Ciò vale soprattutto per l’assistenza agli anziani, sempre più longevi ma spesso non più autosufficienti. Le famiglie che si prendono cura in modo diretto e continuativo di un parente anziano sono il doppio rispetto alla Svezia. Se ci sono anche i figli il carico aumenta esponenzialmente. Dopo la maternità, una donna su quattro rinuncia al lavoro. I padri (quelli giovani) hanno cominciato a collaborare, ma il tempo di cura delle donne è ancora più del doppio rispetto a quello dei loro partner.

Promuovere seriamente l’occupazione femminile ha un costo. Bisogna finanziare servizi sociali, congedi parentali (compresi quelli dei padri),incentivi fiscali e così via. Non deve fare tutto lo stato, può dare un contributo significativo anche il secondo welfare, capace di mobilitare risorse private. Ma non facciamoci illusioni, servono anche fondi pubblici, e soprattutto una regia da parte del governo.

A metà degli anni duemila alcune lungimiranti Ministre delinearono un’”agenda donne” che è poi diventata un fiume carsico. Ogni  tanto sparisce e anche quando c’è non riesce a dare frutti. Solo parole, neppure troppo entusiaste e sempre accompagnate dal solito ritornello, i vincoli di bilancio. Per altri scopi, non altrettanto virtuosi, le risorse si sono però trovate: svariati miliardi di euro per le famose deroghe pensionistiche e per tagliare le imposte sulla casa. Dal movimentismo renziano ci saremmo aspettati una qualche svolta, invece l’agenda donne è di nuovo sprofondata sotto terra. Una scelta sbagliata e incomprensibile, che contrasta non solo con le politiche da tempo attuate in altri paesi, ma con le stesse raccomandazioni UE.

Promuovere la conciliazione e, per il suo tramite, l’occupazione femminile è per l’Italia un enorme investimento sul futuro. Il lavoro delle donne accresce la prosperità e, col tempo, crea nuovi posti di lavoro. E’ inoltre dimostrato che la frequenza di asili nido e scuole materne di buona qualità consentirebbe ai nostri figlio e nipoti di realizzare, domani, tutto il loro potenziale. Ma l’investimento in servizi genera anche benefici immediati. Il reddito della famiglia aumenta, le donne riescono finalmente realizzare la loro doppia aspirazione: essere al tempo stesso madri e lavoratrici. Possibile che la politica non capisca e non si impegni?  E’ un caso abnorme, in Europa, di miopia collettiva, di irresponsabile autolesionismo. Che va al più superato.

Questo articolo è comparso anche su “Il Corriere della Sera” del 2 aprile 2016

 

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