Archivi del mese: luglio 2016

Brexit apre spazi a Bruxelles. Dobbiamo saperli sfruttare

Come cambieranno gli equilibri di potere nella UE dopo la Brexit? La domanda è forse prematura, visto che non si sa quando il Regno Unito abbandonerà formalmente l’Unione. Ma alcuni scenari circolano già. Fra i più recenti e plausibili c’è quello appena pubblicato su Votewatch.eu, un think tank inglese.

Le previsioni riguardano il Consiglio dei Ministri. Si tratta dell’arena decisiva per il policy making europeo, non tanto sui temi di alta strategia (quelli si dibattono fra primi ministri nel Consiglio Europeo) quanto piuttosto sulle diverse questioni di politica “ordinaria”: mercato interno, ambiente, affari sociali e così via.

Nelle votazioni in Consiglio i rappresentanti della Germania hanno un tasso di insuccesso sorprendentemente alto. Dal 2009 ad oggi, Berlino è stata messa in minoranza ben 42 volte, la Francia solo 3. Il nostro paese è stato battuto 11 volte, ma ai tempi di Berlusconi. Sotto Renzi, l’Italia ha sempre fatto parte della coalizione vincente. E dal 2009 ad oggi i rappresentanti di Roma hanno votato come i francesi nel 95% dei casi.

Votewatch predice dunque che saranno Francia e Italia a trarre maggiori benefici dalla Brexit in termini di potere decisionale. A perdere saranno l’Olanda, la Svezia e la Danimarca, tradizionali alleate di Londra su molte questioni.

E la Spagna? Madrid ha perso più spesso di Francia e Italia. Ma nel 90% dei casi ha votato con loro. Nonostante la differenza di colore politico fra governi, sembra già esistere nei fatti un asse latino, capace di aggregare consensi anche nell’Est (Romania e Ungheria).

Quale linea politica seguono Francia, Italia e Spagna? La tendenza più vistosa è quella di votare a favore delle soluzioni che comportano maggiore integrazione. I tre paesi rimangono insomma i più euro-entusiasti di tutti, situandosi al polo opposto rispetto al blocco anglo-scandinavo e a quello germanico.

La Brexit lascerà un vuoto enorme, soprattutto sui dossier che riguardano i temi del mercato interno. L’ uscita di Londra aprirà però spazi oggettivi al nostro paese. Speriamo di riuscire a sfruttarli, con una attenta politica di alleanze e buone proposte.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 20 luglio 2016.

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Le due solidarietà

Nella lunga intervista pubblicata sul Corriere del 9 luglio, Jürgen Habermas ha severamente rimproverato la politica europea della Germania, in particolare la incapacità progettuale, l’appiattimento sullo status quo (“un frenetico stare fermi”), l’ostinata difesa di una stabilità fiscale basata su regole rigide,  e soprattutto il perseguimento sempre più sfacciato degli interessi nazionali. In patria il grande filosofo è una voce poco ascoltata. Nel dibattito internazionale, sia europeo che americano, le sue tesi sono però largamente condivise. Quali fattori hanno spinto la Germania su questa strada, che rischia di minare l’intera costruzione europea?

Vi sono innanzitutto fattori oggettivi. La grande crisi dell’euro ha reso la Germania indispensabile per qualsiasi soluzione, consegnandole tutte le briscole del gioco sugli aiuti finanziari. Berlino non ha mai formalmente «imposto» il proprio volere agli altri, quasi tutte le decisioni sono state adottate entro i solchi procedurali previsti dai Trattati. Ma a tutti (e in particolare ai Paesi bisognosi di prestiti) era ben chiaro che un euro tedesco alle condizioni tedesche era comunque meglio di nessun euro. È forse la prima volta nella storia dell’Europa moderna che un Paese ha esercitato così tanto potere senza essere anche il più forte sul piano militare. In contesti altamente integrati sotto il profilo economico-monetario, oggi le risorse remunerative (quelle che consentono di erogare premi e sanzioni economiche) sono ormai più rilevanti di quelle coercitive. L’euro-crisi ha insomma ridato alla Germania il ruolo di grande potenza europea. Ai tempi dell’unificazione e del Trattato di Maastricht, Helmut Kohl aveva potuto sacrificare alcuni interessi nazionali  perché poteva contare su un radicato e persistente consenso permissivo da parte degli elettori, in parte un lascito dei complessi di colpa per il passato nazista. Gli effetti sempre più diffusi, incisivi e visibili dell’Uem hanno tuttavia indotto l’opinione pubblica tedesca a ritirare il consenso permissivo e a valutare le politiche europee dei propri governi in maniera meno emotiva e molto più strumentale. Il ricambio generazionale ha poi gradualmente annacquato i sensi di colpa e generato una crescente voglia di «normalità politica»,  persino qualche «fantasia di potere» (l’espressione è di Habermas) in direzione isolazionista o verso progetti di una Europa tedesca. In queste dinamiche hanno  giocato un ruolo anche le preoccupazioni che gli altri Paesi UE volessero scaricare i costi dei propri aggiustamenti fiscali sulle finanze tedesche e che dunque la Germania diventasse lo Zahlmeister d’Europa, il grande pagatore.

Oltre a questi elementi di contesto, hanno però giocato un ruolo molto importante anche gli orientamenti e le tattiche della leadership. Dall’inizio dell’euro-crisi in avanti, Angela Merkel ha svolto il ruolo di  paladina del paradigma dell’austerità. È stata una delle principali responsabili della svolta intergovernativa sul piano politico e ha costantemente levato gli scudi contro i tentativi di «socializzare» l’agenda Ue. La responsabilità (in negativo) della Cancelliera risale all’ottobre del 2008, quando ella rifiutò categoricamente la proposta della Francia, sostenuta dall’Italia e da altri Paesi, di costituire un fondo anti-crisi Ue. Prima di allora, Berlino aveva sempre assecondato la logica dell’integrazione: le divergenze fra gli interessi nazionali andavano ricomposti all’interno delle strutture sovranazionali. Il «no» dell’ottobre 2008 ribaltò questa impostazione. Invece di adottare una soluzione comune, la Germania optò per la (ri)nazionalizzazione delle responsabilità: ognuno per conto suo, con i compiti da fare in casa propria. Una posizione che poi è stata ribadita molte volte negli anni successivi. Forse nel 2008 la gravità della crisi e delle sue implicazioni non erano chiare, la logica pragmatica dei piccoli passi poteva sembrare come la più promettente. Ma il “frenetico stare fermi” della Merkel ha risposto in larga parte a motivazioni elettoralistiche. Nel 2009 c’erano le elezioni federali; nei due anni successivi, elezioni amministrative in alcuni Länder cruciali per la tenuta del governo; nel 2013 di nuovo le elezioni federali. Invece di guidare l’opinione pubblica, facendo leva sull’iniziale disponibilità (confermata dai sondaggi) degli elettori ad appoggiare interventi di solidarietà finanziaria verso gli altri paesi, la Cancelliera ha rincorso ella stessa lo spauracchio dello Zahlmeister –peraltro senza neutralizzare l’ascesa di Alternative für Deutschland.

Non si capirebbe appieno la strategia della Germania se –oltre ai fattori di contesto e alle convenienze politiche- non si tenesse conto di un terzo elemento: le dottrine ordoliberali, alle quali vanno imputatate la fissazione per le regole e soprattutto la resistenza di natura “morale” che Berlino oppone sistematicamente ad ogni proposta di condivisione dei rischi.  Il pensiero ordoliberale non contempla alcuna forma di solidarietà istituzionalizzata. O meglio: la solidarietà è surrettiziamente ricompresa nel concetto di responsabilità, si riduce nel fare il proprio dovere e così non danneggiare gli altri. “Chi decide, risponde delle proprie azioni” (decisions and liability) è il mantra ripetuto da Schäuble nei consessi europei. Se le conseguenze di queste azioni richiedono l’aiuto di altri  (le istituzioni sovranazionali o altri paesi membri), questi ultimi hanno il diritto di assumere il controllo (liability only with control).

Anche a prescindere da valutazioni etico-morali, il ragionamento ordoliberale ha un serio difetto. Non tiene conto che l’Unione monetaria è molto di più di una semplice somma di parti. Ha infatti creato una rete inestricabile di interdipendenze fra le economie dei paesi partecipanti. In molti settori è diventato difficilissimo stabilire il legame fra decisioni e conseguenze all’interno e all’esterno dei confini nazionali. Inoltre, molte decisioni di rilievo sono prese a Bruxelles ed hanno un impatto enorme (ma non omogeneo) sui vari paesi, le loro economie, le loro società, il loro welfare. Un impatto che non si può prevedere ex ante, né nei tempi né nei contenuti.

All’inizio del Novecento, un grandissimo pensatore tedesco -Max Weber- descrisse la natura e il funzionamento delle “comunità di vicinato”, caratterizzate da prossimità spaziale durevole e affinità storico-culturali (proprio come la UE). In caso di bisogno o emergenza, in tali comunità devono operare principi di “sobria fratellanza”, capaci di andare al di là della “mentalità da negoziante” che regola i rapporti fra estranei. E’ proprio la sobria fratellanza che ha ispirato alcuni dei momenti più nobili della storia europea, di cui hanno beneficiato nel tempo un po’ tutti i paesi, Germania inclusa.

La cultura tedesca è fra le più ricche e feconde d’Europa. Con Kant, ha piantato i semi fondamentali per lo sviluppo dell’universalismo e del cosmopolitismo liberali, i quali hanno oggi in Habermas il suo erede forse più insigne. In un incontro privato di qualche mese fa, nella sua bella casa su un lago bavarese, il grande filosofo mi ha confessato di provare sui tempi europei un grande senso di isolamento intellettuale nel dibattito nazionale, persino di accerchiamento. E’ un brutto segnale, per la Germania e per tutta l’Unione. La cultura della stabilità e delle regole non è certo un male in sé, ma da sola non basta, servono progetti e visioni, soprattutto dopo il Brexit. Per i fattori oggettivi sopra richiamati, Berlino è il primum movens delle dinamiche europee. Anche se nel 2017 ci sono nuove elezioni federali, Angela Merkel deve convincersi che “stare fermi” non è più un’opzione. A meno di non voler condannare la UE ad un coma prolungato e irreversibile.

Bibliografia

Michael Best and Maurizio Ferrera, “Family, neighbourhood community or a partnership among strangers? A conversation on the EU” in EuVisions 15/07/2016 (www.euvisions.eu)

Biebricher, Thomas (interviewed by William Callison). “Return or Revival: The Ordoliberal Legacy.” Near Futures Online 1 “Europe at a Crossroads” (March 2016).

What do Germans think about when they think about Europe? Jan-Werner Müller, The London Review of Books, Vol. 34 No. 3 · 9 February 2012

Habermas, J. Questa Europa è in crisi, Bari-Roma Laterza 2012

Hans Kundnani L’Europa secondo Berlino. Il paradosso della potenza tedesca, Milano, Mondadori, 2015

J.Stigliz,  The Euro: and its Threat to the Future of Europe, London Penguin (esce in Agosto 2016)

Offe, C. L’Europa in Trappola, Bologna, Il Mulino, 2013

 

Questo articolo è comparso anche su “La Lettura” del 16 luglio 2016

 

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Le sfide da affrontare per riordinare l’assistenza

L’INPS non si occupa solo di pensioni e ammortizzatori sociali. Gestisce anche le prestazioni per la non autosufficienza, che interessano più di due milioni di beneficiari, in prevalenza anziani. Il settore ha registrato una forte crescita nell’ultimo quindicennio. Si stima che nel 2060 gli ultraottantacinquenni (la fascia più a rischio) passerà da 1,7 a più di 6 milioni. Bene ha fatto il Rapporto INPS di quest’anno a dedicare ampio spazio al tema e alle sfide che dovremo affrontare.

Il principale sostegno ai non autosufficienti è oggi l’indennità di accompagnamento: un assegno di 512 euro per 12 mesi, per un costo totale di 12 miliardi l’anno. L’indennità è pienamente “universalistica”: può ottenerla qualsiasi persona residente in Italia (al di sopra di una data soglia di disabilità)e l’importo è uguale per tutti. Il fatto è, però, che i disabili non sono tutti uguali. Alcuni hanno bisogni sanitari più acuti di altri. Le loro esigenze pratiche dipendono dal contesto familiare e territoriale. Soprattutto, alcuni sono “ricchi” (di reddito e patrimonio), altri sono “poveri”. E’ davvero equo trattare in modo eguale persone che si trovano in condizioni diseguali? In molti paesi UE il sostegno pubblico alla non auto-sufficienza è calibrato in base al grado di disabilità e alla condizione economica del singolo beneficiario.

Il Rapporto INPS solleva un altro problema: la scarsa disponibilità di servizi, in particolare per l’assistenza residenziale. I non autosufficienti  ricevono un sussidio, poi devono cavarsela da soli. Come sappiamo, la pratica più diffusa è il ricorso alle badanti, spesso in nero. Il peso maggiore grava su mogli, figlie, nuore, insomma sulle donne. Il “familismo” è accentuato dalle norme sui permessi lavorativi (quelli previsti dalla legge 104), le quali consentono ai dipendenti di assentarsi per assistere in casa i parenti disabili.

Nel settore della non autosufficienza si registrano altre particolarità tipiche del welfare all’italiana: abusi, frodi, catture clientelari dei benefici. Il Rapporto INPS contiene dati inequivocabili a riguardo. Prendiamo l’incidenza delle indennità sulla popolazione residente. In molte province del Sud (ma anche nelle Marche o in Umbria) il numero di prestazioni è quasi doppio rispetto alle province del Nord, pur tenendo conto della diverse caratteristiche demografiche ed epidemiologiche. Evidentemente, la verifica dei requisiti ha maglie molto più larghe in alcune zone del Paese.Un altro dato clamoroso messo in luce dal INPS riguarda i permessi retribuiti. I giorni fruiti dai dipendenti pubblici per assistere familiari disabili sono quattro volte superiori a quelli dei dipendenti privati e costano circa un miliardo e mezzo.

Che fare? Guardando alle migliori esperienze europee, il Rapporto elenca varie soluzioni. Le più ambiziose sono due. Innanzitutto, passare dall’universalismo incondizionato (un sussidio modesto a tutti) all’universalismo selettivo: prestazioni modulate in base alla situazione economica dei beneficiari e al grado effettivo di disabilità. In secondo luogo, introdurre un nuovo contributo obbligatorio (ad esempio pari a 0,35%) su tutti i redditi, per generare le risorse necessarie ad espandere i servizi. Vi sono però anche soluzioni, che non prevedono innovazioni legislative: ad esempio verifiche più severe (e accentrate in capo all’INPS) sui requisiti di accesso alle indennità e sull’utilizzo dei permessi.Non dimentichiamo poi che, oltre alle soluzioni pubbliche, nel settore della non autosufficienza sono immaginabili (e in parte già in via di sperimentazione) soluzioni di “secondo welfare”, anche attraverso il sistema assicurativo.

E’ attualmente in esame al Parlamento la legge delega sul riordino dell’assistenza. Auguriamoci che deputati e sanatori leggano bene il Rapporto INPS e abbiano il coraggio di intervenire sullo status quo. Non per “far cassa”, ma per offrire risposte più eque ed efficaci a chi ha veramente bisogno d’aiuto.

 

Quest articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 8 luglio 2016.

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I fossati culturali in Europa stanno diventando pericolosi

L’euroscetticismo è un nemico agguerrito e insidioso, la battaglia sarà lunga. Il primo fronte su cui i leader filoeuropei devono combattere è quello del discorso pubblico. Impegnandosi all’interno di ciascun Paese, ma con l’obiettivo di salvaguardare l’Ue.

La prima settimana post-Brexit si conclude con segnali non certo rassicuranti. Sui tempi e le modalità di uscita del Regno Unito dalla UE regna una grande incertezza. In Spagna per la seconda volta le elezioni non sono riuscite a produrre un governo. In Austria si tornerà presto a votare per il Presidente della Repubblica. Nel loro incontro di Berlino, Merkel, Hollande e Renzi (il «nuovo direttorio») si sono sforzati di rassicurare opinioni pubbliche e mercati, ma hanno anche mostrato di non avere una strategia condivisa su come tenere insieme la UE e rispondere all’ondata euroscettica. La Cancelliera ha riproposto l’immagine di un’ «Europa dei risultati», capace di portare benefici tangibili ai cittadini (soprattutto ai giovani). Ha però ribadito che bisogna rispettare i patti e le regole vigenti. Ancora «compiti a casa», dunque: niente concessioni. Hollande e Renzi hanno rilanciato l’immagine di un’Europa «sociale» .

Il Presidente francese ha chiesto un bilancio comune dell’Euro-zona, sostegni agli investimenti pubblici e privati, armonizzazione fiscale e sociale. Renzi ha difeso la UE come “casa comune”, ma dicendo che occorre renderla più «umana» e più equilibrata nei rapporti fra paesi creditori e debitori. Persistono dunque forti divergenze fra la visione germanica della UE e quella latina. La prudenza tedesca è comprensibile. Merkel è sotto attacco da parte degli euroscettici di casa propria, strenui oppositori di ogni forma di redistribuzione fra paesi. La Cancelliera è anche mossa da una preoccupazione autenticamente paneuropea. Se salta la «cultura della stabilità», i mercati internazionali si spaventano e l’euro rischia di crollare.

Altrettanto comprensibili sono gli appelli di Hollande e Renzi. Nei Paesi latini l’euroscetticismo è alimentato non solo dall’immigrazione (come nel Regno Unito, in Olanda o in Austria), ma anche dall’austerità.

Molti elettori sono ormai convinti — a torto o a ragione — che a Bruxelles interessino solo il mercato e il pareggio di bilancio, senza riguardo per il welfare, la povertà, le diseguaglianze. Se l’Europa tradisce la «cultura della solidarietà», sono i cittadini a spaventarsi. Anche in questo caso l’euro rischia di crollare, aprendo la porta ad una spirale di possibili exit.

Da questa infernale tenaglia si può uscire solo in un modo: riconciliando stabilità e solidarietà entro un quadro simbolico (e poi istituzionale) che le contenga entrambe e sappia così parlare sia ai mercati sia agli elettori.

Stabilità significa capacità di durare nel tempo. Oggi le norme Ue si concentrano troppo sugli equilibri finanziari di corto periodo e poco sulle risorse necessarie per prosperare nel lungo periodo. Prendiamo il caso della Grecia: persino il Fondo monetario internazionale riconosce che questo Paese non ha nessuna possibilità di tornare a crescere «stabilmente» (appunto) alle condizioni imposte dalla Troika, prevalentemente incentrate sui saldi di bilancio.

Solidarietà significa condivisione dei rischi comuni e aiuto reciproco in caso di avversità «immeritate». Non è un principio alieno al processo di integrazione. È stato uno dei criteri guida dei Padri fondatori e ha ispirato nel tempo le politiche di coesione. Alcuni Paesi ne hanno approfittato e oggi l’Europa germanica teme che la solidarietà incoraggi l’opportunismo, premiando le cicale a scapito delle formiche. Senza responsabilità da parte di chi riceve aiuto, la condivisione genera risentimento.

È soprattutto ai leader dei tre Paesi più grandi che tocca oggi il compito di ricomporre la cornice europea di valori e obiettivi. In essa devono trovare spazio anche i problemi dell’immigrazione e della sicurezza. Ma i temi cruciali sono quelli economico-sociali, attraversati dal fossato culturale fra Nord germanico e Sud latino.

Dopo lo choc della Brexit, chi resta «dentro» deve riflettere bene sulla casa comune, sulla sua missione, sugli strumenti più adatti a proteggerla, a mantenerla prospera e coesa. L’euroscetticismo è un nemico agguerrito e insidioso, la battaglia sarà lunga. Il primo fronte su cui i leader filoeuropei devono combattere è quello del discorso pubblico. Impegnandosi all’interno di ciascun Paese, ma con l’obiettivo di salvaguardare l’intera Unione.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 1 luglio 2016

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