Archivi del mese: gennaio 2013

Non è facile dire crescita

Maurizio Ferrera

A distanza di pochi giorni l’una dall’altra, Confindustria e Cgil sono entrate ufficialmente nel dibattito elettorale presentando le loro «agende» su crescita e occupazione. Si tratta di una buona notizia, per almeno due ragioni. Innanzitutto perché con questo gesto le parti sociali danno un segnale di serietà e concretezza proprio nel momento di massima fibrillazione della campagna elettorale. In secondo luogo perché i due documenti contengono proposte dettagliate, con tanto di cifre su impieghi e risorse. È forse la prima volta che le due principali organizzazioni del mondo del lavoro si confrontano condividendo una cornice di pragmatismo metodologico e di rispetto dei vincoli di bilancio.

Entrambi i progetti concordano sul fatto che il rilancio di crescita e occupazione richiede sforzi massicci sul piano finanziario: circa 150 miliardi in tre anni per la Cgil, 180 in cinque anni per Confindustria. Per fare cosa? Qui i sentieri si divaricano, quasi specularmente. Confindustria punta tutto sulla competitività delle imprese e propone tagli al costo del lavoro, detassazione permanente dei premi di produttività, incentivi per l’assunzione di giovani e donne, sostegno agli investimenti, promozione di ricerca e innovazione. Il potenziale d’urto della ricetta di Confindustria non sta tanto nei contenuti (piuttosto scontati), ma nell’entità finanziaria degli interventi, che in breve tempo dovrebbero riportare il tasso di crescita almeno al 2%. I 180 miliardi necessari proverrebbero per metà da tagli di spesa, per l’altra da maggiori entrate. Questa è forse la parte meno convincente del progetto: da Confindustria ci saremmo aspettati maggiore coraggio sulle riduzioni di spesa, con proposte più specifiche e incisive (anche sul fronte dei contributi alle imprese).

Le proposte della Cgil sono tutte imperniate sul rilancio e l’espansione dell’intervento pubblico. Il piatto forte è un piano straordinario per la creazione d’impiego da parte dello Stato: circa 180 mila assunzioni nel primo anno, soprattutto giovani e donne. Le risorse? Riduzione dei costi della politica e degli «sprechi», ma soprattutto più tasse, a cominciare da una nuova Imposta sulle Grandi Ricchezze in sostituzione dell’Imu, che vale circa 24 miliardi. Nel documento della Cgil (così come nel discorso tenuto ieri da Susanna Camusso nella Conferenza programmatica di Roma) si percepisce una forte e condivisibile preoccupazione per la nuova «questione sociale» che affligge il nostro Paese e per le condizioni di crescente insicurezza in cui si trovano lavoratori e famiglie. L’impostazione programmatica suscita tuttavia forti perplessità.

A tratti sembra di rileggere diagnosi e proposte degli anni Settanta: ad esempio quando si prospetta un concorsone straordinario, con tanto di graduatorie privilegiate per i precari. Ma davvero il più grande sindacato italiano pensa che la soluzione al declino possa essere un incremento «strutturale» di spesa e di tasse pari al 3 o 4% di Pil? Con il debito pubblico che abbiamo? Con l’apparato statale che ci ritroviamo? Dopo i tanti fallimenti già sperimentati nell’uso dell’impiego pubblico come ammortizzatore sociale, soprattutto al Sud? Il futuro delle economie europee è incerto e nessuno può vantarsi di conoscere la soluzione vincente. C’è però almeno una cosa su cui possiamo trovare un accordo: non ripetere gli errori già commessi. Nel nostro Paese la spesa pubblica è il problema, non la soluzione. Su questo è auspicabile che la Cgil (e più in generale il centrosinistra) s’impegnino in un supplemento di riflessione.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 26 Gennaio 2013

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Investimenti sociali e piani credibili contro le nuove diseguaglianze

Maurizio Ferrera

Dopo un anno di crisi durissima, l’enfasi posta dal nostro Presidente sul disagio di famiglie e lavoratori era facilmente prevedibile. Il messaggio agli italiani di lunedì sera ha svolto tuttavia un ragionamento articolato e innovativo, molto utile in vista della campagna elettorale appena iniziata.

Il primo punto su cui ha insistito Napolitano è la crescente incidenza della povertà, in particolare fra le famiglie numerose. Insufficienza di reddito ed esclusione sociale riguardavano nel passato soprattutto gli anziani, oggi colpiscono in misura preponderante i bambini e i giovani. I dati pubblicati nel corso del 2012 danno l’impressione di un vero e proprio bollettino di guerra (si veda, da ultimo, il Rapporto 2012 della Fondazione Zancan). I minori in condizioni di povertà sono più di due milioni, 70% dei quali al Sud. È sicuramente colpa della recessione e solo la ripresa potrà restituire sicurezza economica duratura. Ma a una questione sociale di queste proporzioni occorre dare segnali «sin da ora». Come? Essenzialmente in tre modi, fra loro complementari.

Innanzitutto ripartendo in modo più equilibrato i sacrifici necessari, attraverso politiche fiscali e sociali più mirate. È da almeno un quindicennio che si parla di «universalismo selettivo»: accesso alle prestazioni garantito a tutti, ma filtrato in base alla situazione economica familiare. I progressi su questa strada sono stati però scarsissimi. Il governo Monti ha cercato di riscrivere le regole del cosiddetto Isee (Indicatore della situazione economica equivalente), per disporre di un indicatore del reddito più affidabile. Ma il decreto attuativo non è stato firmato. Mentre in altri Paesi si sono realizzate reti di sicurezza integrate (sussidi, crediti d’imposta, servizi di accompagnamento) noi stiamo ancora interrogandoci se sia opportuno o no introdurre uno schema di reddito minimo, assegni universali ai figli, qualche forma di compensazione ai cosiddetti «incapienti», ossia i tanti lavoratori poveri che non possono usufruire di detrazioni fiscali. L’agenda Monti accenna alla possibilità di un reddito minimo di «sostentamento». È un segnale importante, ma l’espressione richiama la vecchia cultura di assistenza passiva: l’approccio europeo è oggi tutto orientato verso l’attivazione, l’integrazione fra misure diverse, la combinazione fra trasferimenti monetari e servizi.

La seconda strada per affrontare disagio e vulnerabilità è quella degli investimenti sociali. Il Presidente non ha usato esplicitamente questa espressione, ormai entrata nel lessico della Ue, ma ha sottolineato l’urgenza di destinare più risorse a scuola e formazione, in modo da rafforzare il capitale umano e offrire prospettive ai giovani, in particolare a quelli più svantaggiati (compresi i 420 mila figli di immigrati ai quali è negato persino il diritto alla cittadinanza). L’Italia è diventata un campionario di diseguaglianze. Come ha osservato anche l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), si tratta di una situazione insostenibile non solo dal punto di vista sociale ma anche economico: troppe disparità di risorse, unite a scarsa mobilità, frenano la crescita. L’«eguaglianza di opportunità» non è mai stata presa veramente sul serio nel nostro Paese, per un grave deficit di liberalismo sia a destra sia a sinistra. Il linguaggio dei diritti sociali ha privilegiato i temi della redistribuzione di reddito (spesso intermediata da partiti e sindacati e oggetto di scambi clientelari o corrotti) a scapito dell’apertura di opzioni e della promozione di autonomia. Buoni asili, scuole, programmi di formazione e apprendimento lungo l’arco della vita: questi gli strumenti per offrire chance «a quanti hanno consapevolezza e voglia di camminare con le proprie gambe», come ha ben detto il Presidente.

L’insieme di risposte alla nuova questione sociale deve rispettare i vincoli di bilancio. Sarà bene prestare la massima attenzione a come i partiti proporranno di finanziare gli interventi contro la povertà e quelli per l’istruzione. Tutti ne parleranno. Il rischio è però che, passate le elezioni, l’agenda sociale si concentri di nuovo principalmente sulle pensioni (indebolendo la riforma Fornero), la cassa integrazione e l’articolo 18.

Il terzo fronte su cui agire è infine quello europeo. Napolitano ha ricordato che l’Italia ha titolo per spingere l’Ue a diventare più sensibile ai temi dello sviluppo, del lavoro e della giustizia sociale. Monti ha già ottenuto qualche successo sul piano della crescita, ma bisogna insistere anche sul welfare. La Commissione europea ha recentemente proposto un vero e proprio pacchetto di misure per l’investimento sociale, che include fra l’altro l’istituzione di un nuovo fondo anti-povertà. I Paesi nordeuropei sono tiepidi e quelli del Sud non si stanno dando abbastanza da fare. Elsa Fornero ha avviato un’iniziativa di sostegno alla Commissione, ma non basta. Il 2013 sarà un anno cruciale per definire la nuova architettura europea e la collocazione, al suo interno, della dimensione sociale. L’agenda Monti è troppo cauta sul punto, la cosiddetta «agenda Fassina» è invece troppo ambiziosa. Per contare a Bruxelles occorrono realismo, abilità politico-diplomatica e cognizione di causa. E soprattutto ci vuole credibilità. L’Ue potrà eventualmente sostenere gli sforzi nazionali, ma le scelte di «investimento sociale» vanno fatte a Roma. Fino ad ora, nessuno ha dimostrato interesse fattivo. Diseguaglianze, esclusione dei giovani e povertà sono colpe nostre, soprattutto di chi ha governato: ricordiamocelo quando andremo a votare.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 3 Gennaio 2013

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