Archivi del mese: aprile 2013

Aiuti alle famiglie e contratto con l’Ue – Le priorità del nuovo governo

Maurizio Ferrera

Secondo gli indicatori Ue, l’impatto sociale della crisi è stato in Italia un po’ meno forte che negli altri Paesi ad alto debito. Rispetto a Grecia e Portogallo, è stato anche meno regressivo: tutte le fasce di reddito hanno sofferto, non solo (o soprattutto) quelle più basse. Vi è però un’eccezione, costituita dalle famiglie povere con figli a carico e con persona di riferimento disoccupata. E’ su questi nuclei che la scure ha colpito con particolare intensità, relegando il nostro Paese agli ultimissimi posti nelle graduatorie Ue, vicino a Bulgaria e Romania.

Questa vera e propria emergenza dovrà costituire la priorità sociale numero uno del nuovo governo.L’agenda predisposta dai saggi nominati da Napolitano riconosce il problema della povertà, ma resta sorprendentemente timida e conservatrice in merito alle possibili soluzioni. I suoi piatti forti per sostenere il reddito delle famiglie sono il rifinanziamento degli ammortizzatori in deroga e la salvaguardia dei cosiddetti esodati. Siamo sicuri che convenga congelare l’occupazione esistente tramite deroghe automatiche, anche quando le imprese interessate non hanno alcuna possibilità di riprendersi?

La tutela del reddito potrebbe essere affidata alla nuova Assicurazione per l’impiego (Aspi) introdotta dalla riforma Fornero: è con questo tipo di schemi che gli altri Paesi stanno fronteggiando la crisi occupazionale. Si eviterebbero erogazioni a perdere, da un lato, e si allargherebbe la platea dei potenziali beneficiari, dall’altro lato. Per quanto riguarda gli esodati, fatto salvo il principio generale che non si lascia nessun dipendente senza reddito e senza pensione, non sarebbe meglio astenersi da sanatorie automatiche (tutti in pensione con le vecchie regole) e procedere invece con salvaguardie incrementali e calibrate sulle situazioni concrete di «esodo»? Il rischio da evitare è quello di sempre: aiutare solo gli insider e abbandonare a se stessi tutti gli outsider, in particolare i minori in povertà.

Il Movimento Cinque Stelle vorrebbe, come è noto, il reddito di cittadinanza. Diamo per scontato che la proposta sia quella di un trasferimento minimo garantito, in base a una valutazione delle condizioni di bisogno economico e alla disponibilità all’impiego (o ad altre forme di “attivazione”). La Commissione dei saggi riconosce che schemi di questo genere hanno dato buona prova di sé in molti Paesi. Aggiunge però subito che nelle attuali condizioni di bilancio il reddito minimo è irrealizzabile, a meno di una «decisa redistribuzione delle risorse disponibili». Perché arrendersi così in fretta? Innanzitutto, limitando inizialmente la misura ai nuclei con minori, i costi non sarebbero così proibitivi: poco più dello 0,25% del Pil, quanto si spende per le pensioni sociali.

In secondo luogo, l’obiettivo di una decisa redistribuzione delle risorse disponibili a favore di chi ha veramente bisogno non è più rinviabile. Se ne parla dai tempi della Commissione Onofri (era il 1997); è stato esplicitamente indicato dalla riforma dell’assistenza varata nel 2000; sono state fatte e rifatte varie sperimentazioni; importanti istituti per le ricerche sociali come l’Irs hanno elaborato progetti molto articolati. Possibile che non si possa chiedere a un governo «di larghe intese» di passare dalle parole ai fatti? Anche molti Paesi dell’America Latina ormai dispongono di schemi nazionali di reddito minimo: volendo si può fare anche in Italia. Naturalmente la precondizione è che funzioni uno strumento affidabile di verifica dei redditi. Il varo del nuovo Isee (Indicatore della situazione economica equivalente), lasciato in sospeso dal governo Monti per l’opposizione della regione Lombardia, va dunque anch’esso inserito nel paniere delle priorità (anche i saggi qui concordano).

Come raccomandato dall’Unione europea, le politiche di contrasto alla povertà non devono poggiare soltanto sui trasferimenti, ma anche su servizi: formazione, tirocini, sostegno al reinserimento lavorativo e sociale. È quella logica di «inclusione attiva» che ispira la strategia Europa 2020. Dove trovare le risorse per tutto questo? Un Isee più mirato ed esteso a tutte le prestazioni collegate al reddito genererebbe da solo un notevole flusso di risparmi, a cui potrebbero aggiungersi una parte di quelli provenienti dalla revisione delle detrazioni e deduzioni fiscali. Almeno per la componente servizi, bisogna inoltre sfruttare i margini che si stanno aprendo a livello europeo.

L’Italia potrebbe essere fra i primi Paesi a chiedere e ottenere un «accordo contrattuale» con Bruxelles, che consenta di allentare temporaneamente i vincoli sul deficit e/o di ricevere maggiori risorse dal bilancio Ue. Se si vuole seguire questa strada, è però necessario un progetto serio, presentato da un governo serio. In questo Paese, purtroppo, di questi tempi né l’uno né l’altro possono essere dati per scontati.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 23 Aprile 2013

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Per una nuova filantropia delle aziende

Maurizio Ferrera

Aiutare chi è più colpito dalla crisi dovrebbe essere compito anche degli imprenditori. Diverse imprese italiane (come Vodafone, Unicredit, Eni e molte altre) fanno da tempo (e bene) filantropia: secondo alcune stime l´insieme delle loro donazioni supera i duecento milioni annui. Altre aziende hanno avviato programmi di sostegno ai lavoratori con premi (l’ultimo in ordine di tempo è quello notevole della Ferrari). O, come per la Luxottica, sono stati avviati programmi di affiancamento al welfare pubblico. Ma vi è sicuramente spazio per sforzi aggiuntivi, in particolare da parte dei «grandi». Le statistiche internazionali indicano infatti che in altri paesi il mondo imprenditoriale fa di più.

Diego Della Valle ha esortato le aziende a destinare (su base volontaria) l´1% dei profitti per sostenere i bisogni sociali dei propri territori e inizierà la Tod’s mettendo sul tavolo circa un milione e mezzo di euro. La regola dell´1% vale già in Canada, Australia e Nuova Zelanda. Il corporate giving (ossia le donazioni filantropiche aziendali) è una pratica consolidata, valorizzata anche simbolicamente sui siti delle imprese e dalle loro associazioni.

Ma per essere davvero efficaci, gli aiuti delle imprese non debbono essere beneficenza occasionale. Ci vuole una strategia che (fatti salvi i casi di emergenza) aiuti i destinatari a recuperare autonomia, capacità di reddito e di lavoro, magari orientando le erogazioni verso consumi «meritevoli» (istruzione, salute, formazione). La stessa cosa vale per le erogazioni ad enti pubblici o associazioni del territorio.

Nel mondo anglosassone il corporate giving non è solo denaro speso in sussidi o servizi diretti. È anche consulenza gratuita e dedicata da parte di manager delle aziende, compresi gli amministratori delegati. Le persone economicamente più vulnerabili sono prive di contatti, informazioni, competenze: non «sanno più come fare» per risolvere i problemi quotidiani.

A loro volta, le amministrazioni locali mancano non solo di risorse finanziarie, ma anche di know-howprogettuale e gestionale. I tesori di competenze delle nostre imprese possono essere mobilitati per consigliare, stimolare, dare idee, fare sistema. Questo tipo di aiuto può peraltro essere fornito dagli imprenditori anche quando non possono permettersi di donare (tanti) soldi.

Dotarsi di una strategia filantropica aziendale significa poi impegnarsi nel monitoraggio e nella valutazione di ciò che si fa. Cosa funziona e cosa non funziona? Nel nostro sistema-Paese si tende a sottovalutare molto i momenti successivi alla decisione, a lasciare che le cose seguano il loro corso (il che a volte significa, purtroppo, nessun corso o un corso inefficace).

Di nuovo, le imprese sanno come monitorare e valutare le proprie attività commerciali: non devono dimenticarsene quando s’impegnano nel sociale, soprattutto se non l’hanno mai fatto prima. Peraltro ci sono in Italia già molte buone esperienze concrete da valorizzare ed imitare (come la Fondazione Sodalitas a Milano).

Infine, ci vogliono coordinamento e «massa critica». La proposta dell’1% avrà successo se non rimarrà un’iniziativa isolata ed estemporanea, ma darà vita ad un processo, ad un effetto domino. Negli Stati Uniti una delle esperienze più note e rilevanti su questo fronte è stata l’istituzione, quindici anni fa, del Committee for Encouraging Corporate Philanthropy(comitato per incentivare la filantropia aziendale), su iniziativa di Paul Newman (l’attore), David Rockefeller e altri grandi imprenditori.

Oggi le imprese partecipanti sono più di duecento(almeno metà incluse nella classifica Top 500 di Fortune ). Nel 2011 l’investimento mediano è stato di 24 milioni, per un totale di 16 miliardi di dollari. Sul sito CECP si trovano esempi molto innovativi (è inclusa anche l’iniziativa Dynamo per bambini disabili, sostenuta dall’italiana KME), e soprattutto si descrive il metodo che rende l’impegno sociale delle aziende uno strumento per fare davvero la differenza.

In un momento di crisi dura come questa ogni segnale di movimento è benvenuto. Fare passi rapidi sul sentiero della filantropia aziendale sarebbe senz’altro un buon segnale. Purché si lancino progetti seri e concreti, e non solo sterili ballon d’essai.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 12 Aprile 2013

 

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