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Ha dato il lavoro ai tedeschi ora è il turno della Francia

Peter Hartz, l’uomo che ha permesso la piena occupazione in Germania, lancia un progetto in asse con Macron. L’idea di un maxi piano per favorire l’impiego dei giovani. Per ora limitato a Parigi e Berlino, ma da estendere

di Maurizio Ferrera e Alexander Damiano Ricci

“Non potrebbe esserci  un progetto migliore di Europatriates sul quale trovare un con il nuovo Presidente francese, Emmanuel Macron. Europatriates potrebbe diventare la scintilla di una nuova ondata di europeismo”. Sono le parole pronunciate un paio di settimane fa, a Berlino, da Peter Hartz, ex-dirigente Volkswagen, ma soprattutto ex-Presidente della Commissione sulle riforme del mercato del lavoro tedesco, che ispirò, agli inizi degli anni Duemila, il piano governativo “Agenda2010” dell’allora governo Schröder. Ma cos’è esattamente Europatriates? E perché Macron è un interlocutore di Hartz?

Il progetto riguarda il lavoro dei giovani  (vedi box), da promuovere attraverso nuovi strumenti e metodologie.  Le risorse necessarie si aggirerebbero intorno 40 mila euro a partecipante, tutto incluso. Una cifra consistente. Che però riflette e quantifica  lo svantaggio di cui soffrono oggi i giovani per i mancati investimenti nell’istruzione, nella formazione, nelle politiche attive.  Chi dovrebbe mettere a disposizione le risorse? In parte, la Commissione europea, alla quale, tra le altre cose, Hartz non risparmia una stoccata: “Ha il potere e gli strumenti necessari; ora ha a disposizione anche le idee”.

Al di là degli obiettivi e dei contenuti di Europatriates, l’intervento di Hartz indica anche che il rinvigorimento dell’asse Berlino-Parigi non passa soltanto dal canale intergovernativo.  Peter Hartz intrattiene da tempo legami con l’establishment francese. Nel novembre del 2014, l’ex Presidente Volkswagen  era stato ospite del think tank francese En temps réel, a Parigi, proprio per presentare Europatriates.  In quella occasione venne ricevuto da  Hollande e si vociferò addirittura di un suo potenziale coinvolgimento nella progettazione delle riforme francesi. Che poi però non si concretizzò.  Sempre al 2014 risale il legame tra Macron e Hartz. I due ebbero un incontro  poco dopo la nomina del primo a Ministro dell’Economia, in seguito alle dimissioni del “radicale”  Arnaud Montebourg. In una intervista successiva, Hartz confessò di essere rimasto impressionato dalla determinazione di Macron.

Il neo-Presidente francese non è stato l’unico interlocutore di Hartz.  Nel gennaio del 2015 vi fu infatti un incontro con  un esponente dell’Ump di Sarkozy (un partito che allora stava cambiando nome in Les Republicains).  Si trattava di Bruno Le Maire, attuale Ministro dell’Economia nel nuovo governo di Édouard Philippe.

Le cattive condizioni del mercato del lavoro sono uno dei principali handicap dell’economia francese.  Lo ha ribadito da poco la Commissione UE nelle sue Raccomandazioni specifiche per paese. Negli ultimi anni è stato fatto più di un tentativo di cambiamento, ma senza grande successo.  Macron intende riprovarci. E al tempo stesso vuole modificare varie cose dell’agenda e della governance UE.  Per questo tuttavia occorre il consenso della Germania. Molti politici tedeschi hanno storto il naso di fronte alle proposte di  Parigi – soprattutto i liberali e la destra dell’Unione cristiano sociale (Csu). Per aprire il dibattito sulle riforme Ue, la Germania chiede una cosa precisa al nuovo inquilino dell’Eliseo: credibilità nelle riforme interne.

Le Maire ha già cercato di rassicurare Wolfgang Schäuble . In un recente incontro a Berlino, i due hanno messo a punto un’agenda comune.  Il Ministro francese ha però espressamente dichiarato che la “Francia rispetterà tutti gli impegni presi, alla lettera”, a partire dai livelli di deficit pubblico.

Le parole di Le Maire bastano come garanzia? Forse. In caso contrario, potrebbe esserci posto per un garante tedesco di livello, Peter Hartz appunto. Del resto, lui si è già detto disponibile.  Sui temi del lavoro, la coppia Merkron (Merkel e Macron)  potrebbe trasformarsi in MacHartz.  Se a beneficarne fossero davvero i giovani (possibilmente di tutti i paesi),  questo menage a troi  sarebbe più che benvenuto.

 


L’idea: Europatriates

L’osservazione. Alcuni Paesi dell’Ue hanno una capacità di formazione professionale eccessiva. Altri, sperimentano una svalutazione del proprio capitale umano.

La soluzione win-win. Un apprendistato all’estero, mirato al mantenimento del capitale umano, al suo re-impiego, ma anche allo sviluppo di servizi nei mercati del lavoro di partenza. Inizialmente, l’iniziativa potrebbe riguardare 250 mila giovani francesi e mezzo milione di tedeschi.

Il percorso. Il partecipante re-definisce le proprie ambizioni (coaching e diagnosi dei talenti), monitora le caratteristiche dei mercati del lavoro tramite l’utilizzo di un software open source (radar occupazionale), dialoga i suoi colleghi (polylog) e fruisce di un corso di lingua.

Il network. Le metodologie sono condivise online per replicare le best practices altrove (scale-up), a fronte di una sottoscrizione (social franchising).

Il costo. 215 miliardi di euro per un piano UE calibrato sul numero dei giovani disoccupati europei

Copertura finanziaria. Un fondo pubblico-privato presso la Banca europea degli investimenti (Bei). Le transazioni (azienda-tirocinante) potrebbero essere gestite per mezzo di uno strumento finanziario flessibile: i certificati di apprendistato (European apprenticeship time asset). Imprese e tirocinanti potrebbero convertire le ore-tirocinio in liquidità, a seconda delle esigenze.

 Per maggiori dettagli si vedano i seguenti link: ww.europatriates.eu/en;  www.shsfoundation.de/en      

    www.euvisions.eu


 

Questo articolo è comparso anche su L’Economia del Corriere della Sera del 28 maggio 2017

 

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Serve un nuovo equilibrio tra nord e sud europa

La lunga crisi economico-finanziaria ha creato forti contrapposizioni fra gli stati europei. Quel poco di identità comune costruita nel corso dei decenni si è significativamente erosa e, con essa, la legittimità della UE come istituzione dotata di competenze e poteri sovranazionali. In un simile contesto, bene hanno fatto Esposito e Galli della Loggia (Corriere di lunedì) a richiamare l’attenzione sul tema dell’identità europea. Senza un senso di comune appartenenza, nessuna  istituzione di “governo” può funzionare e persino sopravvivere.

L’identità  è un contenitore di specifiche credenze (memorie storiche, valori, conoscenze e interpretazioni condivise). Ma le sue origini e il suo radicamento nelle coscienze individuali è una questione di processi: di interazioni, confronti, esperienze collettive. Come notano Esposito e Galli della Loggia, per forgiare identità stabili, fondare e consolidare nuove comunità territoriali le interazioni debbono anche riguardare questioni squisitamente politiche: chi decide cosa?  E, prima ancora, perché dobbiamo stare insieme e sottorporci ad un’autorità comune? Negli anni Cinquanta l’Europa nacque sulla scia di domande simili e, seppur fragile, il contenitore identitario si è formato. Ma oggi rischia di rompersi.

La proposta che Esposito e Galli formulano per affrontare la sfida è molto ambiziosa: l’elezione diretta, da parte dell’intero corpo elettorale europeo, di un Presidente UE e di due Vice-presidenti, uno per gli esteri e l’altro per la difesa. Un simile passo richiede naturalmente  una incisiva revisione dei Trattati, processo lungo e faticoso. Nell’attesa, conviene forse immaginare qualcosa di meno impegnativo ma pur sempre utile sul piano identitario.

I due fronti su cui lavorare sono essenzialmente due: rilanciare il principio dell’eguaglianza politica fra paesi membri; promuovere un nuovo equilibrio fra la cultura (germanica) della stabilità e la cultura (greco-latina) della solidarietà.

In base ai Trattati, i paesi membri sono tutti uguali. Progressivamente il loro peso decisionale è stato calibrato in base alla popolazione. Sulla scia delle riforme introdotte durante la crisi, gli attuali sistemi di voto tendono però oggettivamente a favorire le coalizioni fra paesi del Nord, imperniate sulla Germania. Inoltre, le pratiche informali del Consiglio sono, spesso, spudoratamente asimmetriche. Nei  negoziati sul bail out della Grecia, i rappresentanti eletti del popolo ellenico sono stati spesso trattati come zombie (l’espressione è di Habermas), alla mercé di improvvisati direttôri fra potenti, sempre presieduti da Merkel e/o Schäuble. Come stupirsi se poi gli elettori votano sulla base di interessi e identità esclusivamente nazionali?

Il secondo nodo riguarda il nesso fra responsabilità nazionali e solidarietà paneuropea. Durante la crisi, l’Europa si è trasformata in una Unione di “aggiustamenti fiscali” su base nazionale (i famosi compiti a casa), all’interno di un rigido quadro di regole e sanzioni disciplinari. Lo spirito della coesione sociale e territoriale, nato nei lontani anni Settanta, è andato quasi completamente smarrito. Un paradosso, visto che nel frattempo l’Unione economica e monetaria ha moltiplicato le interdipendenze fra paesi.

Il compito di affrontare le sfide dell’eguaglianza e della solidarietà spetta alle élite. Ciò che serve è un chiarimento politico-culturale serio, anche duro, fra i leader europei, soprattutto all’interno dell’eurozona. A metà degli anni Ottanta, al fine di lanciare il cosiddetto dialogo sociale europeo, Jacque Delors rinchiuse imprenditori e sindacati –che non facevano che litigare- nel castello di Val Duchesse in Belgio fino a quando non si accordarono. Oggi abbiamo bisogno di una nuova e ambiziosa Val Duchesse. Questa volta per lanciare un dialogo europeo su “responsabilità e solidarietà fra eguali”.

Naturalmente una simile iniziativa sarebbe inizialmente divisiva: il suo scopo dovrebbe proprio essere quello di alzare la polvere sotto i tappeti. Ma il percorso di formazione degli stati nazionali (soprattutto quelli multi-religiosi e/o multi-nazionali) è stato punteggiato di momenti di contrasto fra elite, seguiti da qualche accordo ‘consociativo’ volto proprio a  tenere assieme comunità territoriali fragili ed eterogenee e accompagnarle verso la piena democratizzazione. Certo, i Trattati andranno prima o poi cambiati. Senza un nuovo  patto politico-culturale fra chi oggi rappresenta e guida i popoli europei, nessun progresso istituzionale sarà tuttavia possibile. E il declino della Ue diventerà a questo punto irreversibile.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 12 aprile 2017

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Perché non ci conviene uscire dalla moneta unica

Un’eventuale Italexit non ci darebbe alcun vantaggio Ci ritroveremmo con gli stessi problemi, alla mercé della speculazione internazionale. Battiamoci piuttosto per rendere il governo dell’eurozona più congeniale alle nostre sfide

 

Intervistato ieri da Federico Fubini su questo giornale, un autorevole economista tedesco, Michael Fuest, ha evocato senza mezzi termini la possibilità di un’uscita dell’Italia dall’euro. Lo scenario è ormai apertamente discusso in Germania, e non solo nei circoli accademici.

L’ipotesi di una “Italexit” viene presentata in due varianti. La prima è “benevola”: dovete uscire perché vi conviene. Con una svalutazione esterna la vostra economia si aggiusterebbe rapidamente e non dovreste più fare i sacrifici legati alle riforme strutturali. La seconda variante è invece più “malevola”. Dovete uscire perché conviene a noi, cioé alla Germania. Il vostro debito pubblico è un rischio sistemico per tutta la zona euro, potremmo essere chiamati a prestarvi dei soldi per evitare la bancarotta. Siete un paese “unwilling to reform” (come ha scritto l’Economist): indisponibile alle riforme. E per giunta vi ritrovate con forze politiche anti-europee e inaffidabili come i Cinque Stelle e la Lega Nord.

Di fronte a valutazioni e raccomandazioni come queste non possiamo più fare finta di niente. E’ meglio discuterle apertamente, a ragion veduta e non a fini di opportunismo elettorale. Dunque: una  eventuale Italexit ci converrebbe oppure no? Per rispondere occorre considerare almeno tre aspetti.

Il primo riguarda il declino economico italiano dell’ultimo quindicennio e le sue cause. I vincoli dell’Unione economica e monetaria hanno ristretto i margini di manovra del governo, di imprese e sindacati: questo è innegabile. Il ristagno della produttività, gli alti costi del lavoro, i bassi investimenti esteri, l’inefficienza della pubblica amministrazione e di molti servizi privati, la criminalità organizzata: tutte queste debolezze del modello italiano (e si tratta solo di esempi, la lista è lunga) hanno radici profonde. L’euro ha amplificato i problemi, certo non li ha creati. Se tornassimo alla lira ce li ritroveremmo tali e quali. Una grande svalutazione potrebbe ridarci fiato per un po’. Ma come accadeva negli anni Settanta e Ottanta, l’affanno poi tornerebbe e a soffrirne sarebbero soprattutto i lavoratori.

Il secondo aspetto ha a che fare con la UE e in particolare con governance dell’Eurozona. Durante la crisi finanziaria, il Patto di Stabilità e Crescita è stato reso molto più rigido, introducendo una disciplina fiscale chiaramente “punitiva”. Sarebbe esagerato dire che la riforma sia stata fatta da e per la Germania. Ma le nuove regole non tengono conto delle asimmetrie fra paesi, amplificano la visibilità dei danni (reali o eventuali) che i paesi del Sud possono procurare ai paesi del Nord, mentre offuscano i danni che i secondi procurano ai primi. E sicuramente non facilitano il recupero di crescita e occupazione delle economie periferiche. Quando ci consigliano di abbandonare la moneta comune, gli amici tedeschi assumono che l’euro continui a funzionare con le regole attuali. E che il nostro paese non riesca, non possa, non debba sforzarsi di cambiarle. O si fa come vuole Schäuble, oppure si fa come vuole Schäuble: secundum non datur.

Il terzo aspetto è il più preoccupante. Chi ipotizza l’Italexit pensa a un percorso negoziato e ordinato. Ma si tratta di uno scenario plausibile? Come reagirebbero i mercati al solo accenno di un negoziato? Altro che ordine. La finanza internazionale si butterebbe a capofitto nella mischia per speculare e razziare. E’ difficile fare stime, ma non si tratterebbe certo di una passeggiata. Di quanto saremmo costretti a svalutare, quanto salirebbe l’inflazione, come farebbero i debitori italiani (compresi i privati) a onorare i loro debiti in euro? Le crisi valutarie e le ristrutturazioni dei debiti hanno effetti imprevedibili, quasi sempre più disastrosi di quelli immaginati. E soprattutto danno origine a forti redistribuzioni di reddito a svantaggio dei più deboli.

In sintesi, uscire dalla moneta unica non ci conviene affatto. Ci ritroveremmo con gli stessi problemi, più poveri, più soli, alla mercé della speculazione internazionale. Battiamoci piuttosto per rendere il governo dell’Eurozona più congeniale alle nostre sfide. E soprattutto continuiamo a rinnovarci, dimostrando a Cassandre e Soloni che siamo “willing to reform”. Senza bisogno di umilianti (e spesso interessati) richiami da parte di Bruxelles o della Germania.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 16 dicembre 2016

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L’accoglienza prudente

Volevamo lavoratori, sono arrivate delle persone. Pronunciata negli anni Sessanta, questa frase lapidaria dello scrittore Max Frisch ben riassume la questione migratoria che scoppiò all’epoca in Svizzera e Germania. A corto di manodopera, questi paesi avevano attirato moltissimi Gastarbeiter (lavoratori ospiti) dal Sud Europa e dalla Turchia. Ma dietro a ciascuna “unità di lavoro” c’erano appunto delle “persone”: con i loro costumi, idiomi, identità. E soprattutto con i propri bisogni, legami sociali e aspirazioni, a cominciare dai ricongiungimenti familiari. I paesi riceventi si trovarono così di fronte a problemi non previsti. I benefici aggregati per l’economia erano elevati, ma la “diversità” dei nuovi arrivati generava inediti conflitti.

L’espressione di Max Frisch resta così attuale che uno studioso di Harvard,  George Borjas, l’ha adottata come titolo del suo ultimo libro (We Wanted Workers). Da economista, Borjas è convinto che i flussi migratori producano saldi netti positivi. Ma ritiene anche che la prospettiva utilitarista (è bene massimizzare il benessere aggregato) sia inadeguata per gestire le tante sfaccettature di questo fenomeno. L’ondata xenofoba che ha investito gli Stati Uniti, il Regno Unito (Brexit) e molti altri paesi europei è sotto gli occhi di tutti. Pur non simpatizzando certo per Trump, l’economista di Harvard raccomanda prudenza: si tratta infatti di bilanciare i vantaggi economici dell’immigrazione con i vincoli di accettabilità sociale e politica.

Prudenza non significa opportunismo o, peggio, navigare a vista. Anche i realisti devono fare i conti con i principi: che cosa è giusto fare, filosoficamente parlando, di fronte a chi vuole varcare i nostri confini?  Dietro alle pressioni migratorie si nasconde uno spinoso dilemma normativo. Se i soggetti rilevanti sono persone, che meritano rispetto in base al principio (kantiano) di pari dignità,  quali diritti all’inclusione possono far valere coloro che la lotteria naturale ha fatto nascere nel Sud del mondo, in stati falliti, in società violente, in economie sottosviluppate?  E, corrispettivamente, quali ragioni possono giustificare la severità e il tipo di misure restrittive adottate dai paesi ricchi, dalla costruzione di muri lungo i confini alle espulsioni, dalle quote fisse ai limiti temporali?

Nel dibattito si confrontano due opposte scuole. Da un lato vi sono i sostenitori del cosmopolitismo, per i quali le frontiere fra stati sono arbitrari e violano un diritto fondamentale delle persone: la libera circolazione. L’obbligo di accogliere e di prestare aiuto ai migranti è assoluto e incondizionato, non possono esservi gradazioni che favoriscano i nazionali. Dall’altro lato vi sono i sostenitori del cosiddetto comunitarismo, per i quali gli obblighi di solidarietà valgono soltanto all’interno di cerchie di prossimità sociale e/o territoriale e perdono validità nei confronti degli stranieri. Fra questi due estremi si situano varie prospettive intermedie, fra cui quella di John Rawls. Nel libro La legge dei popoli il grande filosofo americano ha formulato la cosiddetta teoria del doppio standard. All’interno delle comunità nazionali, gli obblighi di giustizia sociale sono molto stringenti e si applicano ai singoli individui. A livello globale lo standard è più lasco e riguarda i popoli: vi è un dovere di aiuto umanitario, a condizione che lo stato beneficiario rispetti norme di “decenza liberale”. La teoria di Rawls non dice pressoché nulla, tuttavia, sul problema specifico delle migrazioni, dei movimenti transnazionali di persone. Il suo ragionamento poggia su quegli assunti “stato-centrici” che hanno dominato la filosofia politica moderna, da Hobbes in poi.

Cosmopoliti e comunitari hanno discusso spesso di frontiere, ma quasi sempre in riferimento al tema generale della giustizia internazionale. L’ultimo libro di David Miller (Strangers in our Midst), noto filosofo di Oxford, propone invece una originale teoria politica dell’immigrazione, interamente dedicata a discutere i dilemmi normativi che essa solleva. Riprendendo il titolo di un libro di Yael Tamir del 1993, Miller chiama la sua teoria “nazionalismo liberale”: due termini in tensione, ma non inconciliabili. I principi di base della teoria sono quattro.

Il primo è il “cosmopolitismo debole”. Tutti gli essere umani hanno pari dignità e meritano eguale rispetto. Le politiche migratorie non possono violare i diritti umani e in qualche caso debbono agire per proteggerli direttamente, ad esempio accogliendo e assistendo chi fugge da guerre e genocidi. Tuttavia, ciò che dà forma e significato alla nostra vita sono i legami privilegiati che intratteniamo con i nostri familiari, amici, concittadini, con i quali condividiamo memorie, tradizioni, progetti. E’ perciò legittimo per uno stato imporre restrizioni all’ingresso, purché esse siano chiare e normativamente difendibili.

Il secondo principio è l’autodeterminazione nazionale. L’immigrazione può disturbare e persino sfidare gli standard sociali e culturali del paese ricevente; in una democrazia i cittadini hanno diritto di decidere se queste sfide sono accettabili oppure no. Anche qui, però, esistono dei limiti: le motivazioni devono essere conformi ai principi liberali. Questa condizione discende dal terzo principio, che Miller chiama “equità”. Si può limitare l’accesso in base ai livelli di istruzione o alle qualifiche professionali, che sono capacità acquisite. Non si può discriminare in base al colore della pelle, frutto della lotteria naturale.

Il quarto principio è infine quello dell’integrazione. Che è cosa diversa sia dall’assimilazione (modello francese) sia dal multiculturalismo (modello inglese). Non si può imporre all’immigrato di rinunciare alla propria identità e cultura. Si può però chiedere l’apprendimento della lingua e degli standard di comportamento civico del paese di destinazione. Secondo Miller, un migrante mussulmano in Italia non può obiettare al crocifisso appeso nell’aula scolastica di sua figlia, simbolo di una lunga e radicata tradizione culturale. Ma la scuola non può vietare certi tipi di abbigliamento (velo compreso), purché compatibili con le leggi vigenti (il viso deve essere riconoscibile in pubblico). In nessun caso alle varie comunità etniche possono essere concesse deroghe (il turbante anziché il casco in motocicletta per i Sikh, come nel Regno Unito) o delegate funzioni di competenza pubblica (ad esempio la giurisdizione nel campo dei rapporti familiari).

La teoria di Miller ha suscitato molte reazioni, fra cui numerose  stroncature da parte dei sostenitori del cosmopolitismo “forte”. Alcuni si sono addirittura indignati per la parola “stranieri” contenuta nel titolo. Al di là delle polemiche e delle specifiche proposte, ciò che va a mio avviso apprezzato del libro è il suo approccio realista. Troppo spesso i filosofi politici costruiscono mondi ideali da cui poi derivano implausibili e impraticabili prescrizioni per il mondo reale. Miller parte invece da quest’ultimo (dai dati di fatto) per riflettere sulle bussole normative alle quali dovremmo ispirarci per decidere con giustizia. I realisti rischiano a volte di essere troppo condiscendenti nei confronti dello status quo. Ma non sono dei softy, dei filosofi senza spina dorsale. Se orientato da principi, il pragmatismo, il bilanciamento continuo tra obiettivi e valori contrastanti è una condotta esigente e faticosa. Per gestire correttamente la sfida dell’immigrazione, Miller indica un percorso accidentato. L’equilibrio fra apertura e chiusura va calibrato con cura, a seconda delle circostanze. Prendiamo il caso delle migrazioni intra UE. L’attuale regime di libero movimento, basato sul principio generale di non discriminazione, è oggi sotto crescente tensione. Dobbiamo tenerlo così com’è, anche a costo di provocare secessioni e minare la legittimità della UE in quanto tale? Oppure possiamo ricalibrarlo in direzione (leggermente) più restrittiva? Il dibattito è aperto. Il libro di Miller non ci esorta a fare gli eroi dal punto di vista morale, ma ad agire secondo ragione in un mondo pieno di imperfezioni, ma anche illimitatamente perfettibile.

 

 

Biblio

Comunitaristi:

MacIntyre, Alasdair, 1995, “Is Patriotism a Virtue?” in Theorizing Citizenship, Ronald Beiner (ed.), Albany: State University of New York Press, pp. 209–228.

Cosmopolitani:

Nussbaum, Martha C., 2006, Frontiers of Justice: Disability, Nationality, Species Membership, Cambridge: Belknap Press.

O’Neill, Onora, 2000, Bounds of Justice, Cambridge: Cambridge University Press.

Altri:

Tamir, Yael, 1993, Liberal Nationalism, Princeton: Princeton University Press.

Rawls, John, 1999, The Law of Peoples, Cambridge: Harvard University Press.

Borjas, George, We Wanted Workers, Norton, 2016

 

Questo articolo è comparso anche su La Lettura de Il Corriere della Sera del 20 novembre 2016, pp. 6-7.

 

 

 

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Il «pluralismo» europeo è nelle mani dei sindacati

Ieri la Confederazione europea dei sindacati (CES) ha organizzato un incontro sul futuro della UE, alla presenza di Juncker, Moscovici e del premier svedese. Anche a prescindere dai contenuti, si tratta di un segnale politico importante. Durante la crisi sono stati trasferiti enormi poteri decisionali alla Commissione, alla Banca centrale, al cosiddetto Eurogruppo (i ministri finanziari dell’Eurozona) e al Consiglio europeo.  Data l’emergenza, probabilmente non c’era altra strada per salvare la moneta unica. Ma il regime economico  che ne è uscito è chiaramente sbilanciato. La democrazia vive anche di pluralismo, di partecipazione e coinvolgimento delle varie associazioni e gruppi di interesse. Nell’Unione monetaria a decidere è una cerchia ristretta di funzionari ed esponenti degli esecutivi nazionali.  A volte i primi smarriscono addirittura il senso del limite: è successo proprio ieri a Juncker, a cui è scappato uno sgarbatissimo “me ne frego delle critiche italiane”. Il calo di legittimità di cui soffrono oggi le istituzioni europee riflette anche questi aspetti.

La grande recessione ha oggettivamente indebolito i sindacati, che hanno perduto i margini di manovra a livello nazionale. Ciò è vero soprattutto nei paesi sud-europei che hanno dovuto chiedere assistenza finanziaria. La Ue ha pagato il conto, ma ha anche imposto rigide condizioni in termini di contenimento del deficit e di riforme strutturali. E’ di colpo finita la concertazione ed è iniziata una fase basata sul motto “non ci sono alternative”, bisogna fare come dice Bruxelles. Vi sono stati, è vero, ripetuti tentativi di organizzare mobilitazioni trans-nazionali, come lo sciopero generale anti-austerità del 14 novembre 2012. Ma questa strategia ha ricevuto solo tiepidi sostegni da parte dei sindacati tedeschi.  La marginalizzazione delle parti sociali nel governo dell’Unione monetaria è anche il frutto  di divisioni interne, di interessi divergenti fra imprese e lavoratori dei paesi del Nord e del Sud. E’ questo che ha impedito la formazione di un fronte comune, lasciando mano libera ai leader di governo.  Un  episodio particolarmente emblematico merita di essere ricordato. Nel gennaio 2012 i sindacati spagnoli, timorosi di apparire troppo intransigenti agli occhi della Germania, incontrarono direttamente Angela Merkel per presentare le proprie proposte su pensioni e mercato del lavoro. Le chiesero anche di convincere Rajoy a riaprire la concertazione. Arrivò una telefonata, il primo ministro incontrò i sindacati, poi andò avanti per la sua strada.

Negli ultimi due anni le cose hanno iniziato a cambiare. Le divisioni fra Nord e Sud si sono attenuate, sindacati e datori hanno annodato un dialogo volto anche a rafforzare la propria voce istituzionale a Bruxelles. Nell’ultimo “Vertice sociale trilaterale” (una serie di incontri formali tra parti sociali e  istituzioni UE) sono state presentate ambiziose proposte su investimenti e politica industriale.  Ieri la CES ha discusso una articolata piattaforma di richieste volte a rafforzare la dimensione sociale dell’integrazione.

L’agenda è interessante perché intreccia due fili rivendicativi distinti. Il primo chiede più spazi per politiche nazionali di welfare. Il secondo chiede strumenti comuni UE per promuovere crescita e coesione.  Il tutto in un quadro di sostenibilità economica e finanziaria. Ciò che si intravede è insomma una conciliazione fra la cultura della stabilità e della responsabilità tipica del mondo germanico (parti sociali incluse) e la cultura della solidarietà e della redistribuzione tipica del mondo latino.

Se non vuole degenerare verso una “econocrazia” oligarchica, il sistema politico UE deve aprirsi al pluralismo. Le associazioni intermedie possono svolgere un ruolo cruciale nel comporre gli interessi fra settori, gruppi sociali, territori, Stati Membri nel loro complesso. L’Europa ha un futuro solo se riesce a intrecciare in modo virtuoso la cultura del Nord e quella del Sud.  Per i sindacati tedeschi, la sfida è soprattutto quella di farsi carico degli effetti negativi che le politiche di Berlino hanno  sulla crescita e l’occupazione dei paesi deboli. Per i sindacati sud-europei, si tratta invece di appoggiare le riforme ancora necessarie a recuperare competitività e risanare stato e finanze pubbliche. Ciò che serve è insomma una sintesi fra diverse tradizioni e interessi, che davvero consenta alla UE (come si legge nella Piattaforma CES) di competere nel mondo globale con un modello economico e sociale equo e sostenibile.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 8 novembre 2016.

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L’Italia e i sospetti europei

Sulla scia del drammatico terremoto in Italia centrale, Matteo Renzi ha riaperto la questione della cosiddetta flessibilità, chiedendo a Bruxelles un consistente sconto sul deficit pubblico del 2017. Sarebbe la terza volta dal 2015. A questo punto è chiaro che non si tratta solo di iniziative giustificate da eventi imprevisti, quanto piuttosto del tentativo di rinegoziare quel “vincolo esterno” sul bilancio pubblico che negli anni è diventato sempre più stretto. E che compromette i margini di manovra considerati essenziali per il governo dell’economia.

Dal punto di vista interno, l’obiettivo appare comprensibile e legittimo. Lo stesso si può dire, però, dei dubbi e delle resistenze dei nostri partner, a cominciare dalla Germania. Osservato dall’esterno, il sistema-Italia continua infatti a produrre segnali contrastanti. Al dinamismo di alcuni settori produttivi si contrappone un preoccupante ristagno dell’economia nel suo complesso, recentemente confermato dall’Istat. I turisti che viaggiano per il nostro paese colgono gli indizi di una società prospera. E le statistiche confermano che la ricchezza privata degli italiani è fra le più elevate d’Europa. Eppure abbiamo un debito pubblico enorme e tuttora in crescita, livelli di povertà (soprattutto minorile) da Terzo Mondo, servizi pubblici scadenti. Persino dal terremoto, con il suo terribile fardello di vittime e distruzione, sono emersi messaggi ambigui. Da un lato, una grande mobilitazione di solidarietà spontanea, testimonianza di un robusto e diffuso capitale sociale. Dall’altro, la persistente diffusione di indegni fenomeni di inefficienza, corruzione e frodi nell’uso delle risorse pubbliche, in occasione del precedente terremoto.

Verso l’Europa Matteo Renzi ha adottato un discorso nuovo, tutto incentrato sulla rottura con il passato e sulle riforme. Il 31 agosto il Presidente del Consiglio ha riassunto in trenta slides altrettanti successi del proprio governo: dall’occupazione alle tasse, dagli interessi sul debito alla giustizia. Un esercizio utile, per carità. Ma chi ci osserva dall’esterno, per quanta simpatia possa avere per il nostro premier, sa bene che si potrebbero compilare altrettante slides sui vizi persistenti del sistema-Italia, nonché sulle questioni che sono rimaste ai margini dell’agenda governativa: lavoro femminile (siamo ancora il fanalino UE), ricerca e sviluppo, economia sommersa e illegale e soprattutto il drammatico e crescente divario del Mezzogiorno dal resto del paese.

E’ in questa cornice che vanno inquadrate le perplessità europee a concedere quel credito (anche finanziario) che il governo rivendica. Il paradigma dell’austerità, caro a molti commissari UE e ministri dell’Eurogruppo, spiega una parte non secondaria di queste perplessità. Ma il resto è colpa nostra. Della “politica”, in primo luogo. In buona parte, però, anche di quei corpi intermedi (sindacati, associazioni imprenditoriali, corporazioni varie) che oggi chiedono a gran voce più coinvolgimento nei processi decisionali.

Non possiamo stupirci se a Bruxelles il tentativo di rinegoziare il vincolo esterno possa sembrare una tattica opportunista, volta a comprare tempo e risorse che poi verranno utilizzate in modi non virtuosi. La credibilità internazionale è un bene difficile da conquistare. Renzi non ha torto quando dice che le riforme richiedono tempi lunghi per dispiegare i propri effetti. Siamo tuttavia sicuri che l’agenda del governo sia sufficientemente ambiziosa, basata su una diagnosi articolata e coerente di tutte le ombre? Ammesso (ma, francamente, non concesso) che lo sia, quali sono esattamente gli strumenti con cui realizzarla con tempi non biblici? Dov’è quella “squadra” di esperti, da tempo promessa, che dovrebbe progettare, monitorare, valutare le politiche pubbliche? E infine: in che misura i famosi corpi intermedi concordano sulla diagnosi di base e sulle linee strategiche per il cambiamento?

Senza risposte chiare a questi interrogativi, è difficile dissipare i sospetti. E invece di essere (se usata bene) una soluzione per far ripartire la crescita, la riduzione del vincolo esterno rischia di alimentare molti dei vecchi vizi, relegandoci in una lunga eclisse di ristagno economico e sociale.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 8 settembre 2016.

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Brexit apre spazi a Bruxelles. Dobbiamo saperli sfruttare

Come cambieranno gli equilibri di potere nella UE dopo la Brexit? La domanda è forse prematura, visto che non si sa quando il Regno Unito abbandonerà formalmente l’Unione. Ma alcuni scenari circolano già. Fra i più recenti e plausibili c’è quello appena pubblicato su Votewatch.eu, un think tank inglese.

Le previsioni riguardano il Consiglio dei Ministri. Si tratta dell’arena decisiva per il policy making europeo, non tanto sui temi di alta strategia (quelli si dibattono fra primi ministri nel Consiglio Europeo) quanto piuttosto sulle diverse questioni di politica “ordinaria”: mercato interno, ambiente, affari sociali e così via.

Nelle votazioni in Consiglio i rappresentanti della Germania hanno un tasso di insuccesso sorprendentemente alto. Dal 2009 ad oggi, Berlino è stata messa in minoranza ben 42 volte, la Francia solo 3. Il nostro paese è stato battuto 11 volte, ma ai tempi di Berlusconi. Sotto Renzi, l’Italia ha sempre fatto parte della coalizione vincente. E dal 2009 ad oggi i rappresentanti di Roma hanno votato come i francesi nel 95% dei casi.

Votewatch predice dunque che saranno Francia e Italia a trarre maggiori benefici dalla Brexit in termini di potere decisionale. A perdere saranno l’Olanda, la Svezia e la Danimarca, tradizionali alleate di Londra su molte questioni.

E la Spagna? Madrid ha perso più spesso di Francia e Italia. Ma nel 90% dei casi ha votato con loro. Nonostante la differenza di colore politico fra governi, sembra già esistere nei fatti un asse latino, capace di aggregare consensi anche nell’Est (Romania e Ungheria).

Quale linea politica seguono Francia, Italia e Spagna? La tendenza più vistosa è quella di votare a favore delle soluzioni che comportano maggiore integrazione. I tre paesi rimangono insomma i più euro-entusiasti di tutti, situandosi al polo opposto rispetto al blocco anglo-scandinavo e a quello germanico.

La Brexit lascerà un vuoto enorme, soprattutto sui dossier che riguardano i temi del mercato interno. L’ uscita di Londra aprirà però spazi oggettivi al nostro paese. Speriamo di riuscire a sfruttarli, con una attenta politica di alleanze e buone proposte.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 20 luglio 2016.

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Le due solidarietà

Nella lunga intervista pubblicata sul Corriere del 9 luglio, Jürgen Habermas ha severamente rimproverato la politica europea della Germania, in particolare la incapacità progettuale, l’appiattimento sullo status quo (“un frenetico stare fermi”), l’ostinata difesa di una stabilità fiscale basata su regole rigide,  e soprattutto il perseguimento sempre più sfacciato degli interessi nazionali. In patria il grande filosofo è una voce poco ascoltata. Nel dibattito internazionale, sia europeo che americano, le sue tesi sono però largamente condivise. Quali fattori hanno spinto la Germania su questa strada, che rischia di minare l’intera costruzione europea?

Vi sono innanzitutto fattori oggettivi. La grande crisi dell’euro ha reso la Germania indispensabile per qualsiasi soluzione, consegnandole tutte le briscole del gioco sugli aiuti finanziari. Berlino non ha mai formalmente «imposto» il proprio volere agli altri, quasi tutte le decisioni sono state adottate entro i solchi procedurali previsti dai Trattati. Ma a tutti (e in particolare ai Paesi bisognosi di prestiti) era ben chiaro che un euro tedesco alle condizioni tedesche era comunque meglio di nessun euro. È forse la prima volta nella storia dell’Europa moderna che un Paese ha esercitato così tanto potere senza essere anche il più forte sul piano militare. In contesti altamente integrati sotto il profilo economico-monetario, oggi le risorse remunerative (quelle che consentono di erogare premi e sanzioni economiche) sono ormai più rilevanti di quelle coercitive. L’euro-crisi ha insomma ridato alla Germania il ruolo di grande potenza europea. Ai tempi dell’unificazione e del Trattato di Maastricht, Helmut Kohl aveva potuto sacrificare alcuni interessi nazionali  perché poteva contare su un radicato e persistente consenso permissivo da parte degli elettori, in parte un lascito dei complessi di colpa per il passato nazista. Gli effetti sempre più diffusi, incisivi e visibili dell’Uem hanno tuttavia indotto l’opinione pubblica tedesca a ritirare il consenso permissivo e a valutare le politiche europee dei propri governi in maniera meno emotiva e molto più strumentale. Il ricambio generazionale ha poi gradualmente annacquato i sensi di colpa e generato una crescente voglia di «normalità politica»,  persino qualche «fantasia di potere» (l’espressione è di Habermas) in direzione isolazionista o verso progetti di una Europa tedesca. In queste dinamiche hanno  giocato un ruolo anche le preoccupazioni che gli altri Paesi UE volessero scaricare i costi dei propri aggiustamenti fiscali sulle finanze tedesche e che dunque la Germania diventasse lo Zahlmeister d’Europa, il grande pagatore.

Oltre a questi elementi di contesto, hanno però giocato un ruolo molto importante anche gli orientamenti e le tattiche della leadership. Dall’inizio dell’euro-crisi in avanti, Angela Merkel ha svolto il ruolo di  paladina del paradigma dell’austerità. È stata una delle principali responsabili della svolta intergovernativa sul piano politico e ha costantemente levato gli scudi contro i tentativi di «socializzare» l’agenda Ue. La responsabilità (in negativo) della Cancelliera risale all’ottobre del 2008, quando ella rifiutò categoricamente la proposta della Francia, sostenuta dall’Italia e da altri Paesi, di costituire un fondo anti-crisi Ue. Prima di allora, Berlino aveva sempre assecondato la logica dell’integrazione: le divergenze fra gli interessi nazionali andavano ricomposti all’interno delle strutture sovranazionali. Il «no» dell’ottobre 2008 ribaltò questa impostazione. Invece di adottare una soluzione comune, la Germania optò per la (ri)nazionalizzazione delle responsabilità: ognuno per conto suo, con i compiti da fare in casa propria. Una posizione che poi è stata ribadita molte volte negli anni successivi. Forse nel 2008 la gravità della crisi e delle sue implicazioni non erano chiare, la logica pragmatica dei piccoli passi poteva sembrare come la più promettente. Ma il “frenetico stare fermi” della Merkel ha risposto in larga parte a motivazioni elettoralistiche. Nel 2009 c’erano le elezioni federali; nei due anni successivi, elezioni amministrative in alcuni Länder cruciali per la tenuta del governo; nel 2013 di nuovo le elezioni federali. Invece di guidare l’opinione pubblica, facendo leva sull’iniziale disponibilità (confermata dai sondaggi) degli elettori ad appoggiare interventi di solidarietà finanziaria verso gli altri paesi, la Cancelliera ha rincorso ella stessa lo spauracchio dello Zahlmeister –peraltro senza neutralizzare l’ascesa di Alternative für Deutschland.

Non si capirebbe appieno la strategia della Germania se –oltre ai fattori di contesto e alle convenienze politiche- non si tenesse conto di un terzo elemento: le dottrine ordoliberali, alle quali vanno imputatate la fissazione per le regole e soprattutto la resistenza di natura “morale” che Berlino oppone sistematicamente ad ogni proposta di condivisione dei rischi.  Il pensiero ordoliberale non contempla alcuna forma di solidarietà istituzionalizzata. O meglio: la solidarietà è surrettiziamente ricompresa nel concetto di responsabilità, si riduce nel fare il proprio dovere e così non danneggiare gli altri. “Chi decide, risponde delle proprie azioni” (decisions and liability) è il mantra ripetuto da Schäuble nei consessi europei. Se le conseguenze di queste azioni richiedono l’aiuto di altri  (le istituzioni sovranazionali o altri paesi membri), questi ultimi hanno il diritto di assumere il controllo (liability only with control).

Anche a prescindere da valutazioni etico-morali, il ragionamento ordoliberale ha un serio difetto. Non tiene conto che l’Unione monetaria è molto di più di una semplice somma di parti. Ha infatti creato una rete inestricabile di interdipendenze fra le economie dei paesi partecipanti. In molti settori è diventato difficilissimo stabilire il legame fra decisioni e conseguenze all’interno e all’esterno dei confini nazionali. Inoltre, molte decisioni di rilievo sono prese a Bruxelles ed hanno un impatto enorme (ma non omogeneo) sui vari paesi, le loro economie, le loro società, il loro welfare. Un impatto che non si può prevedere ex ante, né nei tempi né nei contenuti.

All’inizio del Novecento, un grandissimo pensatore tedesco -Max Weber- descrisse la natura e il funzionamento delle “comunità di vicinato”, caratterizzate da prossimità spaziale durevole e affinità storico-culturali (proprio come la UE). In caso di bisogno o emergenza, in tali comunità devono operare principi di “sobria fratellanza”, capaci di andare al di là della “mentalità da negoziante” che regola i rapporti fra estranei. E’ proprio la sobria fratellanza che ha ispirato alcuni dei momenti più nobili della storia europea, di cui hanno beneficiato nel tempo un po’ tutti i paesi, Germania inclusa.

La cultura tedesca è fra le più ricche e feconde d’Europa. Con Kant, ha piantato i semi fondamentali per lo sviluppo dell’universalismo e del cosmopolitismo liberali, i quali hanno oggi in Habermas il suo erede forse più insigne. In un incontro privato di qualche mese fa, nella sua bella casa su un lago bavarese, il grande filosofo mi ha confessato di provare sui tempi europei un grande senso di isolamento intellettuale nel dibattito nazionale, persino di accerchiamento. E’ un brutto segnale, per la Germania e per tutta l’Unione. La cultura della stabilità e delle regole non è certo un male in sé, ma da sola non basta, servono progetti e visioni, soprattutto dopo il Brexit. Per i fattori oggettivi sopra richiamati, Berlino è il primum movens delle dinamiche europee. Anche se nel 2017 ci sono nuove elezioni federali, Angela Merkel deve convincersi che “stare fermi” non è più un’opzione. A meno di non voler condannare la UE ad un coma prolungato e irreversibile.

Bibliografia

Michael Best and Maurizio Ferrera, “Family, neighbourhood community or a partnership among strangers? A conversation on the EU” in EuVisions 15/07/2016 (www.euvisions.eu)

Biebricher, Thomas (interviewed by William Callison). “Return or Revival: The Ordoliberal Legacy.” Near Futures Online 1 “Europe at a Crossroads” (March 2016).

What do Germans think about when they think about Europe? Jan-Werner Müller, The London Review of Books, Vol. 34 No. 3 · 9 February 2012

Habermas, J. Questa Europa è in crisi, Bari-Roma Laterza 2012

Hans Kundnani L’Europa secondo Berlino. Il paradosso della potenza tedesca, Milano, Mondadori, 2015

J.Stigliz,  The Euro: and its Threat to the Future of Europe, London Penguin (esce in Agosto 2016)

Offe, C. L’Europa in Trappola, Bologna, Il Mulino, 2013

 

Questo articolo è comparso anche su “La Lettura” del 16 luglio 2016

 

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I fossati culturali in Europa stanno diventando pericolosi

L’euroscetticismo è un nemico agguerrito e insidioso, la battaglia sarà lunga. Il primo fronte su cui i leader filoeuropei devono combattere è quello del discorso pubblico. Impegnandosi all’interno di ciascun Paese, ma con l’obiettivo di salvaguardare l’Ue.

La prima settimana post-Brexit si conclude con segnali non certo rassicuranti. Sui tempi e le modalità di uscita del Regno Unito dalla UE regna una grande incertezza. In Spagna per la seconda volta le elezioni non sono riuscite a produrre un governo. In Austria si tornerà presto a votare per il Presidente della Repubblica. Nel loro incontro di Berlino, Merkel, Hollande e Renzi (il «nuovo direttorio») si sono sforzati di rassicurare opinioni pubbliche e mercati, ma hanno anche mostrato di non avere una strategia condivisa su come tenere insieme la UE e rispondere all’ondata euroscettica. La Cancelliera ha riproposto l’immagine di un’ «Europa dei risultati», capace di portare benefici tangibili ai cittadini (soprattutto ai giovani). Ha però ribadito che bisogna rispettare i patti e le regole vigenti. Ancora «compiti a casa», dunque: niente concessioni. Hollande e Renzi hanno rilanciato l’immagine di un’Europa «sociale» .

Il Presidente francese ha chiesto un bilancio comune dell’Euro-zona, sostegni agli investimenti pubblici e privati, armonizzazione fiscale e sociale. Renzi ha difeso la UE come “casa comune”, ma dicendo che occorre renderla più «umana» e più equilibrata nei rapporti fra paesi creditori e debitori. Persistono dunque forti divergenze fra la visione germanica della UE e quella latina. La prudenza tedesca è comprensibile. Merkel è sotto attacco da parte degli euroscettici di casa propria, strenui oppositori di ogni forma di redistribuzione fra paesi. La Cancelliera è anche mossa da una preoccupazione autenticamente paneuropea. Se salta la «cultura della stabilità», i mercati internazionali si spaventano e l’euro rischia di crollare.

Altrettanto comprensibili sono gli appelli di Hollande e Renzi. Nei Paesi latini l’euroscetticismo è alimentato non solo dall’immigrazione (come nel Regno Unito, in Olanda o in Austria), ma anche dall’austerità.

Molti elettori sono ormai convinti — a torto o a ragione — che a Bruxelles interessino solo il mercato e il pareggio di bilancio, senza riguardo per il welfare, la povertà, le diseguaglianze. Se l’Europa tradisce la «cultura della solidarietà», sono i cittadini a spaventarsi. Anche in questo caso l’euro rischia di crollare, aprendo la porta ad una spirale di possibili exit.

Da questa infernale tenaglia si può uscire solo in un modo: riconciliando stabilità e solidarietà entro un quadro simbolico (e poi istituzionale) che le contenga entrambe e sappia così parlare sia ai mercati sia agli elettori.

Stabilità significa capacità di durare nel tempo. Oggi le norme Ue si concentrano troppo sugli equilibri finanziari di corto periodo e poco sulle risorse necessarie per prosperare nel lungo periodo. Prendiamo il caso della Grecia: persino il Fondo monetario internazionale riconosce che questo Paese non ha nessuna possibilità di tornare a crescere «stabilmente» (appunto) alle condizioni imposte dalla Troika, prevalentemente incentrate sui saldi di bilancio.

Solidarietà significa condivisione dei rischi comuni e aiuto reciproco in caso di avversità «immeritate». Non è un principio alieno al processo di integrazione. È stato uno dei criteri guida dei Padri fondatori e ha ispirato nel tempo le politiche di coesione. Alcuni Paesi ne hanno approfittato e oggi l’Europa germanica teme che la solidarietà incoraggi l’opportunismo, premiando le cicale a scapito delle formiche. Senza responsabilità da parte di chi riceve aiuto, la condivisione genera risentimento.

È soprattutto ai leader dei tre Paesi più grandi che tocca oggi il compito di ricomporre la cornice europea di valori e obiettivi. In essa devono trovare spazio anche i problemi dell’immigrazione e della sicurezza. Ma i temi cruciali sono quelli economico-sociali, attraversati dal fossato culturale fra Nord germanico e Sud latino.

Dopo lo choc della Brexit, chi resta «dentro» deve riflettere bene sulla casa comune, sulla sua missione, sugli strumenti più adatti a proteggerla, a mantenerla prospera e coesa. L’euroscetticismo è un nemico agguerrito e insidioso, la battaglia sarà lunga. Il primo fronte su cui i leader filoeuropei devono combattere è quello del discorso pubblico. Impegnandosi all’interno di ciascun Paese, ma con l’obiettivo di salvaguardare l’intera Unione.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 1 luglio 2016

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La germanizzazione dell’Europa

L’ossessione tedesca per la stabilità finanziaria è principalmente associata alle immagini di Wolfgang Schäuble, il potente ministro delle Finanze, e di Jens Weidman, il presidente della Bundesbank. In effetti sono loro i più ostinati guardiani dell’austerità. Negli ultimi anni, senza peli sulla lingua, questi due personaggi hanno spesso rimproverato i paesi sud-europei per il loro lassismo, esaltando le virtù germaniche. Da qualche mese, hanno iniziato a prendersela direttamente con Mario Draghi: il suo quantitative easing sarebbe inefficace, illegale e, soprattutto, dannoso per i risparmiatori e persino per la stabilità politica della Germania.

Angela Merkel ha un’immagine più rassicurante. Tutti sanno che è contraria agli eurobond e favorevole ai “compiti a casa”. Ma il suo linguaggio è più garbato, il suo stile meno diretto, a volte addirittura titubante. La nuova politica di accoglienza dei rifugiati l’ha fatta apparire umana ed ospitale. “Suvvia, possiamo farcela”, ha detto a Monaco lo scorso settembre, annunciando l’apertura delle frontiere ai siriani. Interpretando così il ruolo di una brava mamma –Mutti, in tedesco- ferma nell’educare i propri figli ma anche affettuosa nei momenti di bisogno.

Al di là di questi tratti, qual è la vera natura di Angela Merkel come leader politico? Non si governa per più di dieci anni un grande paese senza doti di comando, senza un’efficace strategia di conquista e mantenimento del potere. Qualche anno fa, in un breve libro che fece discutere, Ulrich Beck coniò il termine “Merkievelli”: Angela sarebbe un misto di opportunismo e ambizione. Un profilo simile è stato da poco tracciato da Wolfgang Streeck, un sociologo internazionalmente noto, per molto tempo direttore del prestigioso Istituto Max Planck per la ricerca sociale di Colonia. E anche un indiscusso maitre-à-pensé della sinistra, erede della scuola di Francoforte. In un saggio uscito ai primi di maggio sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, Streeck ha proposto una definizione ancora più  critica rispetto a quella di Beck. Merkel è un leader politico postmoderno, caratterizzata da un disprezzo premoderno sia per le “cause” (i valori) sia per il popolo: un pericolo per la democrazia in Germania e per i destini dell’Unione europea nel suo complesso.

All’interno della Germania, il “sistema Merkel” è imperniato sulla de-mobilitazione selettiva degli avversari. Se emerge una questione controversa, la Cancelliera dapprima tace, poi si finge d’accordo, badando bene di non alienarsi le simpatie dell’opinione pubblica. Non prende impegni precisi. Quando passa il polverone, Angela decide poi come vuole. Cambiando spesso idea (come sul nucleare). Oppure tornando sui propri passi, come sui rifugiati. Infatti quando si è accorta che, a fronte dei flussi inarrestabili provenienti dalla rotta balcanica, l’amministrazione pubblica “non poteva farcela”, che stava montando l’opposizione esplicita della Baviera e di altri Länder e, soprattutto, che l’appoggio degli elettori stava calando, la Cancelliera ha fatto marcia indietro, rimangiandosi l’impegno a non porre limiti agli accessi e cercando di scaricare il barile su altri paesi, “europeizzando” costi e responsabilità.

La crisi dei rifugiati ha messo a nudo anche un altro tratto del sistema Merkel: la spregiudicatezza istituzionale, che ha trasformato il Cancellierato in una sorta di “Presidenza personale”. Fra settembre e gennaio, Angela ha gestito la crisi  arrogandosi prerogative di cui non disponeva. Il Ministero degli Interni è stato escluso dalle principali decisioni, l’apertura delle frontiere non è stata preceduta da alcuna delibera parlamentare o del governo. Chi faceva domande sulla base legale della nuova Wilkommenspolitik veniva tacciato di “fare il gioco della destra”, una sanzione retorica potentissima nell’ambiente politico e intellettuale tedesco. Un’altra caratteristica del sistema Merkel, secondo Streeck, è proprio la scomunica di ogni espressione e forma di dissenso. Può entrare nelle grazie del sistema solo chi è pronto alla deferenza, al sacrificium intellectus.

Anche sul versante europeo esiste un riconoscibile sistema Maerkel. Il suo tratto principale è dare per scontato che l’interesse della UE debba coincidere con quello tedesco. Ma attenzione: non si tratta di una subordinazione del secondo al primo (la via della Germania europea, a suo tempo già auspicata da Thomas Mann e da molti altri intellettuali dopo di lui), bensì del suo contrario: la via di un’Europa sempre più tedesca. Ciò che è bene per la Germania è, per definizione, bene anche per tutti gli altri Paesi membri. Per sistema Merkel, dice Streeck, non c’è nulla di immorale in questa posizione. Anzi, essa è vista come la quintessenza della moralità. L’intellighenzia merkeliana identifica il controllo tedesco della UE come il trionfo del post-nazionalismo, o meglio di quell’anti-nazionalismo che sarebbe la grande lezione prodotta proprio dalla storia della Germania. Così, in parte senza neppure rendersene conto, l’interesse nazionale di Berlino viene assunto, quasi per auto-evidenza, come moralmente superiore a quello degli altri.

Anche in questo caso, Streeck si riallaccia alle tesi di Beck. Lo studioso bavarese (tristemente scomparso l’anno scorso) aveva infatti già osservato come durante la crisi fossero riemerse alcune caratteristiche non proprio commendevoli della tradizionale cultura tedesca: la pretesa di monopolizzare la conoscenza della “verità”, la difficoltà a guardare il mondo con l’occhio degli altri, a confrontarsi con punti di vista diversi, l’inclinazione al moralismo. Una diagnosi fatta propria, in alcune recenti interviste, anche da Habermas.

Il saggio di Streeck ha fatto discutere. Sulla stampa sono apparsi diversi commenti che, pur riconoscendo i grani di verità presenti nel discorso di questo studioso, ne hanno anche messo in luce i punti deboli. Il principale è stato sottolineato da Gustav Seibt, sulla Süddeutsche Zeitung: Streeck ragiona come se non esistesse alcun Draussen, ossia un contesto esterno alla Germania caratterizzato da altri attori e da rapide trasformazioni, all’interno del quale la Cancelliera si trova ogni giorno a decidere. Ciò che sembra “opportunismo” visto nell’ottica del sistema politico nazionale spesso è un inevitabile aggiustamento a improvvisi cambiamenti esterni: il Draussen, appunto.

La ricezione nel complesso tiepida delle posizioni di Streeck è anche dovuta al suo radicale pessimismo nei confronti dell’integrazione europea, da lui vista essenzialmente come cavallo di Troia del neo-capitalismo: la tesi espressa nel suo ultimo libro, Tempo guadagnato. Per Streeck oggi la vera questione, non è se, ma come proteggere l’Europa dagli artigli della Cancelliera, smantellando Schengen, Dublino e lo stesso euro.

Quale che sia il giudizio sul supposto “sistema Merkel” per la democrazia tedesca, lo scenario di una Germanizzazione dell’Europa non è solo un’invenzione degli eredi del pensiero critico francofortese. Si tratta di un’ipotesi ben presente e molto discussa nel dibattito europeo, anche da parte di chi è a favore dell’euro e non crede ai complotti. In un recente volume dal titolo Europe’s Orphan, il giornalista Martin Sandbu, firma di punta del Financial Times, ha ad esempio apertamente denunciato le élites tedesche per le loro pretese egemoniche (assecondate dall’opportunismo francese) e per le loro inclinazioni pedagogiche. Sandbu è convinto che l’Unione monetaria sia stata una buona idea e possa essere conservata, purché Berlino abbandoni l’idolatria della stabilità e la condanna moralistica del debito.

Già, ma cosa potrebbe indurre questa svolta culturale e politica? Il culto della stabilità (e in parte anche il moralismo) sono estremamente radicati in Germania, affondano le loro radici nella tragica esperienza di Weimar e nelle dottrine ordoliberali elaborate da alcuni padri fondatori della Repubblica federale: da Eucken a Ehrard. In un recente convegno presso la Hertie School of Government di Berlino, diversi studiosi hanno sottolineato come  l’ordoliberalismo (definito nel titolo come An irritating German Idea)si sia gradualmente trasformato in una “religione civile” per l’establishment tedesco, soprattutto in seno alla CDU. Secondo questa tradizione di pensiero, il fine del potere pubblico è quello di imbrigliare società e politica tramite le regole di mercato e la disciplina morale. Un approccio che ricorda il teismo leibniziano, imperniato sulla metafora di quell’”orologio perfetto” che Dio si limita ad osservare, dopo averlo creato. Nel sistema ordoliberale – come raccomandava Lutero-  non c’è posto per i debitori: indebitarsi è “colpa” (Schuld).  Chi dubita della presa che queste idee hanno sull’élite tedesca non ha che da leggere alcuni dei discorsi che il presidente della Bundesbank pronuncia nel suo paese. Nel 2014, a Kronberg, Weidman discettò di storia e menzionò i provvedimenti di amnistia adottati nel Settecento dalla Prussia, precisando –con apprezzamento- che essi escludevano “assassini e debitori”.

Lo scenario della Germanizzazione ovviamente non conviene agli altri Paesi UE, sicuramente non a quelli latini. Non è per ora plausibile, tuttavia, che si formi un qualche contrappeso. La Francia ha paura dei mercati, considera conveniente restare sotto le ali protettive di Berlino fingendo di co-gestire quella relazione speciale fra le due capitali ormai visibilmente superata. La Spagna è senza governo da molti mesi e non è detto che riesca a recuperare la tradizionale stabilità politica. L’Italia si sta dando molto da fare. Ma le sue debolezze economiche e il suo scarso capitale reputazionale (basa leggere il penultimo numero dell’Economist) le impediscono di giocare in prima fila. Non resta che sperare nelle dinamiche del Draussen. Cioè che le sfide esterne alla UE (a cominciare da quelle relative alla sicurezza) inducano la Cancelliera e il suo “sistema” a perseguire l’unica strategia che consente oggi all’Unione di consolidarsi e, prima ancora, di sopravvivere: un’autentica europeizzazione, il più possibile depurata dalle pulsioni germanizzanti.

Questo articolo è apparso anche su “La Lettura” del Corriere della Sera del 22 maggio 2016.

 

Bibliografia

W.Streeck, Merkels neue Kleider, FAZ, 4 maggio 2016 (apparso in prima versione su The London Review of Books, 31 marzo 2016)

W.Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Il Mulino, 2013

Martin Sandbu, Europe’s Orphan: The Future of the Euro and the Politics of Debt, Princeton University Press

Gustav Seibt, Opportunismus ohne Obergrenze, Süddeutsche Zetung, 7 aprile 2016

Ulrich Beck, Europa tedesca, Laterza, 2013.

Ordoliberalismus as an irritating German Idea. Convegno internazionale, Berlino, Hertie School of Governance, 13-14 maggio 2015 (http://www.resceu.eu/events-news/events/conference-ordoliberalism-as-an-irritating-german-idea.html)

Michael Braun, Mutti. Angela Merkel spiegata agli italiani, Laterza, 2015

Donatella Campus, Lo stile del leader.Decidere e comunicare nelle democrazie contemporanee, Il Mulino, 2016

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