Archivi del mese: novembre 2015

Bonus di 500 euro per la cultura (ma serve davvero ai diciottenni?)

Un miliardo alla sicurezza ed uno alla cultura. Questo l’impegno finanziario annunciato da Renzi per “rispondere al terrore”. Che ci sia un nesso fra orgoglio nazionale e fermezza contro le minacce esterne, fra maturità civile e contrasto alla violenza è innegabile. Perché questo nesso produca risultati concreti occorre però scegliere gli strumenti giusti. Il Presidente del Consiglio ha parlato di riqualificazione delle periferie, di borse di studio per giovani meritevoli, di contributi alle associazioni culturali: e fin qui ci siamo. La quarta misura lascia invece perplessi.

Trecento milioni verranno destinati a un bonus di 500 euro per tutti i diciottenni, da spendere in attività culturali. Uno strumento sensato? Perché no, si potrebbe rispondere. L’interesse dei giovani italiani per musei, teatro, iniziative artistiche e sportive è in linea con gli standard europei. Ma un incentivo a migliorare è sempre utile, soprattutto se esiste davvero un legame fra cultura e sicurezza.

Il problema però che in Italia i dati medi nascondono sempre enormi disparità territoriali e sociali e ciò vale anche per le attività culturali. Dare 500 euro a tutti significa trattare in modo uguale giovani che si trovano in condizioni di partenza molto diseguali, violando il principio dell’eguaglianza di opportunità.

Nel Sud quasi un quarto dei minori non possono permettersi attività ricreative di tipo intellettuale o sportivo, di contro al 13% del Nord e al 9% del Centro. Le scuole non aiutano: nel nostro paese solo il 30% dei quindicenni frequenta istituti con programmi extra-curriculari. Sempre nel Mezzogiorno, il 16% dei minori vive in famiglie che hanno da zero a dieci libri: la metà di questi ragazzi ha scarsissime probabilità di raggiungere livelli minimi di competenze in matematica e in lettura, percentuale quasi doppia rispetto a chi vive in case con più di 25 libri (dati tratti da Save the Children). In Campania e Calabria un quindicenne su due fa regolarmente giochi d’azzardo, più del triplo rispetto al Veneto o al Trentino. Che dire poi dei 50 mila minori arrivati con i barconi negli ultimi quattro anni, più della metà non accompagnati? Se non investiamo su di loro, non solo sperperiamo i loro talenti, ma rischiamo di gettarli nelle braccia del fondamentalismo.

Il nostro Presidente del Consiglio sembra avere una predilezione per le misure “universali”: 80 euro a tutti, niente IMU per tutti, ora il bonus cultura a tutti i diciottenni. Sarà un approccio facile ed elettoralmente premiante, ma non è quello corretto rispetto agli scopi che si vogliono raggiungere. La consapevolezza della identità e del patrimonio italiano così come la maturità civile vanno infatti promosse innanzitutto fra coloro che hanno meno opportunità oggettive di formazione. La Legge di Stabilità prevede uno stanziamento di 130 milioni per il contrasto alla povertà educativa, con il contributo delle Fondazioni. Non sarebbe meglio incrementare queste risorse invece di disperderle a pioggia?

Se poi il governo vuole dare una risposta concreta, sul piano educativo, alle minacce terroristiche, esistono strategie più mirate, peraltro discusse pochi giorni a Bruxelles fa dai Ministri della pubblica istruzione. Si tratta di misure volte a rafforzare la capacità delle scuole, degli insegnanti, delle associazioni e degli operatori culturali in genere al fine di prevenire la radicalizzazione dei giovani, la diffusione di comportamenti e mentalità troppo indulgenti nei confronti della violenza. L’Unione europea ha istituito una rete per la “sensibilizzazione contro l’estremismo” (RAN), che illustra le moltissime iniziative già in corso nei vari paesi per promuovere i valori della tolleranza. I dati del RAN segnalano che il nostro paese sta facendo ben poco in questa direzione. Eppure anche questa è politica culturale contro “il terrore”. Forse, anzi, è quella da cui converrebbe partire, con un po’ di inventiva e molta lungimiranza.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 26 novembre 2015

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Chi vuole meno tasse deve pagare di più i servizi

Come prima misura per favorire la crescita va alleggerita la pressione fiscale: come? La classe media deve essere disposta a spendere nel welfare come avviene nel Nord Europa o negli Usa, dove il cittadino, meno vessato, produce più reddito e ricchezza.

Seppur con fatica, nella legge di Stabilità sembra emergere un disegno di politica economica e sociale probabilmente destinato ad accompagnarci per il resto della legislatura. Crescita, lavoro, investimenti, meno disagio, più merito: questi i grandi obiettivi che figurano nei sotto-titoli del provvedimento governativo. Riduzione della pressione fiscale e razionalizzazione della spesa pubblica: questi invece i due principali strumenti. Si tratta di una combinazione mezzi-fini che ha indubbiamente una sua logica. Nel coacervo di misure contenute nel testo è però molto difficile trovare un filo rosso. La riduzione delle imposte non è controbilanciata da adeguati tagli di spesa, poggia su misure una tantum (come la cosiddetta voluntary disclosure) e sulla maggiore flessibilità concessa dalla Ue in termini di deficit. Per avere successo, la strategia del governo dovrebbe invece poggiare su misure strutturali, stabili nel tempo, ispirate da criteri trasparenti di efficienza e di equità.

Se si indica la riduzione della pressione fiscale come prima «misura per la crescita», il taglio di imposte e contributi dovrebbe essere molto significativo, oltre che ben calibrato in termini di base imponibile. Dati i vincoli di bilancio, una semplice «razionalizzazione» della spesa (ammesso e non concesso che si riesca a realizzarla) non potrà mai bastare. Teniamo presente che l’invecchiamento demografico continuerà ad esercitare forti pressioni espansive sulle componenti sociali del nostro bilancio pubblico. Alcune risorse potranno (dovranno) arrivare dalla lotta all’evasione e agli sprechi. Ma per finanziare un taglio davvero importante delle imposte serviranno ulteriori riforme restrittive. Bisogna essere chiari su questo punto, sennò è meglio lasciar perdere. Certo, non si può ridurre la protezione alle fasce più bisognose. Anzi su questo fronte la protezione andrà irrobustita se davvero si vuole alleviare il «disagio», come nei piani del governo. L’interlocutore dello scambio «meno tasse, meno spesa» può essere soltanto la classe media, soprattutto le fasce di reddito medio-alte.

Le alternative sono limitate: versare meno tasse, ma pagare di più i servizi pubblici che si utilizzano (come nel Nord Europa) o esserne esclusi (come in Germania o Olanda per quanto riguarda la sanità, ad esempio). Non ci sono altre vie. Qualcuno dirà: se pago meno tasse ma più ticket o più tasse universitarie per i miei figli, non cambia niente. La risposta è: se non sei disposto a rinunciare a niente, come posso farti pagare meno tasse? Negli Stati Uniti la classe media è sicuramente meno tartassata che da noi. Ma paga premi salati per l’assicurazione sanitaria privata o per l’università dei figli. Non ci sono pasti gratis. La scommessa che sta alla base dello scambio «meno tasse, meno spesa» è che questo stimoli la crescita e produca più reddito e più ricchezza per tutti. Se si vince la scommessa, nulla vieta di allargare di nuovo, in futuro, il raggio della copertura pubblica anche per le fasce più agiate. Sul piatto della bilancia si potrebbe poi aggiungere un pacchetto di misure sul fronte del «merito» (non solo qualche ciliegina simbolica come in questa legge di Stabilità). Abbiamo un disperato bisogno di far ripartire quegli «ascensori sociali» che si sono fermati durante la crisi e che rendono oggi il nostro Paese uno dei più bloccati d’Europa in termini di mobilità fra classi, generi e generazioni.

Negli anni Cinquanta gli economisti liberal raccomandavano uno spostamento dai consumi privati a quelli pubblici, finanziati da imposte progressive. Alcuni dei loro allievi ora raccomandano un movimento in direzione opposta: meno imposte, ma compartecipazioni graduate in base al reddito per il consumo effettivo dei servizi pubblici. Non è un attacco ai sacri principi dell’universalismo. È piuttosto una nuova declinazione di questo principio. Come a suo tempo lo definì Gordon Brown, è universalismo «progressivo».

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 12 novembre 2015

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Industria 4.0 L’italia? È in partita

Nel 2013 il governo tedesco ha lanciato l’iniziativa “Industria 4.0”. L’obiettivo è quello di promuovere e sostenere la “quarta rivoluzione industriale”. Dopo quella meccanica, quella elettrica e quella informatica, la nuova rivoluzione sarà basata sulla cosiddetta “internet delle cose e dei servizi”, ossia lo sviluppo di sistemi informatici (o meglio, ciber-fisici) in grado di interagire in modo continuo fra di loro e con l’ambiente in cui operano: macchine intelligenti, robot cooperanti, apparati logistici in grado di scambiarsi autonomamente informazione per raggiungere certi obiettivi. La fabbrica 4.0 farà moltissime cose “da sola”, non solo al proprio interno, ma anche a monte (interfacciandosi con i fornitori) e a valle (distribuzione, assistenza e così via).

La Germania si considera all’avanguardia su questo versante in Europa e vede “Industria 4.0” come uno strumento per conservare il proprio primato, stare al passo con gli Stati Uniti e non farsi superare dai paesi asiatici. Visitando i siti e leggendo i documenti che illustrano l’iniziativi, si rimane oggettivamente colpiti, soprattutto pensando all’Italia. Anche qui la manifattura è forte: ma come faranno le nostre imprese fare il balzo verso la quarta rivoluzione? Siamo destinati a farci battere definitivamente dalla Germania?

La società Fraunhofer è il principale protagonista di Industria 4.0 e, a pagamento, offre a delegazioni straniere la possibilità di conoscere da vicino i progetti in corso e di vedere in anteprima alcuni prototipi presso le proprie strutture in Germania. La Confindustria di Bergamo acquistato il pacchetto, ha incontrato i tecnici di Fraunhofer e visitato alcuni laboratori. Gli imprenditori italiani hanno sicuramente visto molte cose interessanti, curiose e utili. Non ci sono state, però, vere sorprese. Semmai la sorpresa è stata quella di scoprire che la manifattura italiana (o almeno quella dell’asse Milano-Bergamo-Brescia) è già molto vicina alla frontiera del “4.0”. Quella che i tedeschi definiscono “rivoluzione” nelle nostre fabbriche sta prendendo forma giorno dopo giorno, come spontanea evoluzione di processi e prodotti. Occhiali che consentono di accedere ad una “realtà aumentata”, sistemi di controllo remoto o di manutenzione predittiva, macchine capaci di parlarsi fra loro in autonomia, insomma i primi esperimenti di “internet delle cose e dei servizi” sono già presenti o in corso di introduzione anche da noi. Su scala più ridotta, certo. Ma, in molti casi, con un grado di innovazione, qualità e creatività non inferiore a quello tedesco.

Noi non abbiamo la force de frappe che in Germania sorregge l’industria ed in particolare le attività di ricerca e sviluppo. La società Fraunhofer conta su 66 istituti in tutto il paese al servizio delle aziende, praticamente in tutti i settori. Ha uno staff complessivo di 24 mila dipendenti, in gran parte scienziati e ingegneri; il bilancio annuale supera i due miliardi di euro, il trenta per cento almeno a carico del governo federale o dei Länder. Sono cifre da capogiro se raffrontate a quelle italiane. Tanti soldi, erogati in tempi rapidi e certi, con procedure snelle. Un altro mondo: da noi il grosso dei fondi di un grosso bando nazionale del 2012, rivolto ai cosiddetti cluster tecnologici, non è stato ancora erogato.

Com’è possibile allora che alcuni cluster (appunto) italiani riescano non solo a resistere ma anche ad evolvere, stando al passo con il gigante tedesco? La risposta è questa: perché adottano una strategia “fai da te” a livello decentrato, capace di mobilitare attori e risorse diverse, su scala piccola e media, nonché di intessere reti che includono varie “isole” di conoscenza esperta, molto avanzata e relativamente poco costosa. A Bergamo, ad esempio, opera Intellimech, un Consorzio di aziende del settore meccatronico che svolge ricerca precompetitiva sul fronte informatico, elettronico, dei sistemi ICT e della meccanica. Si tratta di una piccola Fraunhofer. Le aziende associate pagano una quota, un po’ di soldi li mette la Camera di Commercio, altri arrivano da bandi e commesse. Le ricerche sono condotte da un numero (limitato) di ricercatori interni e tramite collaborazioni con alcune Università. La qualità dei dottori di ricerca, degli ingegneri che escono dai nostri Politecnici, dei loro docenti è molto alta, non da meno rispetto a quella tedesca. Ha però il vantaggio di avere costi molto più bassi, date le caratteristiche del mercato intellettuale italiano. Insomma: molte aziende italiane riescono a diventare smart factories, a imboccare la strada di “Industria 4.0” grazie a quelle strategie di adattamento creativo che hanno sempre guidato le nostre fasi di sviluppo industriale: una sorta di “arte di arrangiarsi 4.0”. Va però tenuto presente che le statistiche ufficiali non riflettono tutta la verità sulle dimensioni finanziarie di questi sistemi locali di promozione dell’innovazione. Per ragioni di convenienza fiscale, le imprese tendono a disperdere le spese di ricerca e sviluppo in voci diverse dei propri bilanci, dando l’impressione di essere molto più avare di quelle tedesche.

Come mi spiega Stefano Scaglia, AD dell’omonimo gruppo che opera nel settore della logistica avanzata, la strategia del “fai da te” può dare buoni frutti, ma solo fino a un certo punto. Si sente la mancanza di un attore pubblico capace di svolgere funzioni di regia, sia a livello regionale che nazionale. In Germania lo stato non solo finanzia (e profumatamente) ma assicura raccordi trasversali, facilita la trasmissione delle conoscenze, mette in connessione con i circuiti internazionali di sostegno alla ricerca. Nel loro viaggio verso “Industria 4.0”, le imprese tedesche viaggiano in autostrada, le imprese italiane sono invece costrette a percorrere strade dissestate. E’ possibile che ciò le stimoli ad essere più creative e battagliere. Ma ostacola la formazione di convogli, la creazione di “mezzi pesanti”. E subordina il successo del viaggio alla presenza di capitani coraggiosi, di imprenditori-bricoleurs che si adoperino per produrre beni collettivi, come ad esempio la Intellimech di Bergamo.

In una delle sue tanti iperbole di ottimismo, Matteo Renzi ha detto qualche tempo fa che, se vuole, l’Italia può correre più veloce della Germania. Abbassiamo il tiro e limitiamoci a parlare di manifattura. Il nostro tessuto di risorse imprenditoriali e intellettuali è robusto e ci consentirebbe senz’altro di accelerare il passo. Ma per superare le imprese tedesche c’è bisogno non solo di smart factories, ma anche di smart government. Purtroppo, su questo fronte il ritardo è ancora enorme, anche nelle regioni del Nord.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 9 novembre 2015.

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Luciano Gallino, dal modello Olivetti alle sfide neo-industriali

Di Luciano Gallino, scomparso ieri all’età di 88 anni, conservo due bei ricordi personali. Il primo risale agli anni Sessanta. Gallino faceva parte del gruppo di intellettuali che aiutavano Adriano Olivetti a impostare nuove e lungimiranti politiche di gestione del lavoro e del territorio. A Ivrea, dove abitavo, il nome di Gallino ricorreva spesso, soprattutto in occasione di nuove iniziative culturali o sociali che l’azienda apriva alle famiglie dei dipendenti e all’intera città.

Il sociologo lasciò la Olivetti nel 1971, ma rimase profondamente segnato da quella esperienza. La sociologia industriale e del lavoro rimase uno dei suoi principali interessi. E ancora nel 2001, in una lunga intervista con Paolo Ceri, intitolata L’impresa responsabile (Edizioni di Comunità), Gallino tornò a riflettere sull’ingegner Adriano e sulle sue straordinarie realizzazioni. L’Olivetti degli anni Cinquanta fu la prima grande “impresa responsabile”, caratterizzata da una strategia produttiva molto efficiente, ma anche capace di migliorare costantemente le condizioni di lavoro. Purtroppo, l’etica dell’impresa responsabile è oggi quasi scomparsa. Nel nuovo capitalismo neoliberista, sosteneva Gallino, l’imperativo è “fare buoni affari e basta” (la nota raccomandazione di Milton Friedman), massimizzare il valore per gli azionisti senza preoccuparsi di altro.

Il mio secondo ricordo riguarda il Gallino professore. Verso la metà degli anni Settanta, all’Università di Torino m’iscrissi al suo corso di Sociologia. Mi trovai di fronte un docente austero, con uno stile molto tradizionale che strideva con il clima lassista e a volte sguaiato di “Palazzo Nuovo”. Nelle sue lezioni non si stava seduti sui banchi a fumare e discutere di cospirazioni della borghesia. S’imparavano i classici, si leggeva Karl Marx ma anche Max Weber e Talcott Parsons. Si guardavano i numeri, commentando le tabelle di Paolo Sylos Labini sulle classi sociali in Italia. Si facevano cose serie, insomma. Sotto la guida di un vero Maestro.

La produzione scientifica di Gallino è vasta e articolata. Ha toccato temi importanti di teoria sociale, soprattutto nel Dizionario di Sociologia (Utet, 1978). Ha affrontato, fra i primi, i rapporti fra informatica, scienze umane, scienze della natura; fra nuove tecnologie e formazione. E ha approfondito in varie direzioni il tema del lavoro e delle sue trasformazioni nell’epoca neo-industriale (un aggettivo che preferiva, saggiamente, al troppo vago “post-industriale”). Gallino ha a lungo diretto la rivista “Quaderni di sociologia” e svolto un’intensa attività pubblicistica, prima sulla “Stampa” e poi sulla “Repubblica”.

Nell’ultimo decennio il sociologo torinese è diventato un pensatore sempre più “critico”, nel senso filosofico del termine. Un intellettuale, cioè, impegnato nel decifrare pratiche e trasformazioni sociali alla ricerca del loro senso nascosto e delle loro contraddizioni. Attraverso lo strumento del saggio breve, Gallino ha puntato il dito contro diseguaglianze e precarietà, deterioramento ambientale e involuzione tecnocratica della politica. Per lui tutti questi fenomeni sono riconducibili a un macroscopico fattore: la finanziarizzazione del capitalismo, lo strapotere impersonale dei fondi d’investimento e delle istituzioni finanziarie internazionali e l’assoggettamento dei governi ai loro interessi. Come altri sociologi formatisi tra gli anni Sessanta e Settanta, nei suoi ultimi scritti il professore sembrava aver rivalutato le spiegazioni “strutturali” tipiche della scuola  marxista: ciò che muove la società e la politica è, in ultima analisi, il modo di produzione. Rispetto ad altri autori (ad esempio Wolfgang Streeck), Gallino non ha però mai rinunciato alla ricerca di vie d’uscita, nella convinzione che la sconfitta dell’uguaglianza e, insieme, del pensiero critico non sia definitiva. E che dunque sia ancora possibile riorientare la logica del capitalismo globale verso il perseguimento di autentici “scopi umani”.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 9 novembre 2015

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Euro, sovranità, democrazia Uno dei tre va sacrificato

Nell’autunno del 2012 Luuk Van Middelaar, un filosofo belga prestato alla politica, mi invitò ad incontrare Herman Van Rompuy. L’allora Presidente del Consiglio Europeo voleva parlare con alcuni intellettuali europei per confrontarsi con idee nuove. La lista, messa a punto insieme al noto filosofo di Lovanio Philippe Van Parijs, comprendeva una quindicina di persone, che ebbero con Van Rompuy altrettante conversazioni private sulla crisi e sul futuro della UE.

Credo che molti di noi siano usciti da palazzo Charlemagne (sede del Consiglio a Bruxelles) con due impressioni. La prima: Van Rompuy era un politico curioso, un interlocutore preparato ed esigente. La seconda: difficilmente ciò che gli ho detto potrà essere di qualche utilità. Almeno in parte, ci sbagliavamo. Nel 2014, l’ultimo anno della sua Presidenza, Van Rompuy ha infatti scritto un breve libro (Europe in the Storm) in cui si ritrovano molti degli spunti emersi dalle conversazioni. Nell’attività di governo contano le decisioni concrete, giorno dopo giorno. Ma la qualità di un politico si misura anche in base alla capacità di elaborare strategie di lungo respiro, di apprendere dall’esperienza. Leggendo il suo volumetto, ho capito che Van Rompuy era stato un leader di qualità e che le sue idee avevano fatto la differenza in alcuni momenti cruciali della “tempesta”.

Nel libro che La Lettura presenta in queste due pagine, i partecipanti di quegli incontri propongono le loro diagnosi e i loro suggerimenti sul futuro dell’Europa. Il titolo scelto dai due curatori (After the Storm) è un wishful thinking. In realtà nessuno degli autori pensa che la tempesta sia davvero alle nostre spalle. Certo, la terra ha smesso di tremare e l’euro è sopravvissuto al rischio di disintegrazione. Ma le crepe restano. E soprattutto si sono alzati fortissimi venti sul piano politico. I sacrifici imposti durante la crisi e i risentimenti fra popoli e fra governi stanno oggi mettendo a repentaglio la tenuta dell’Unione in quanto comunità di stati. Le crisi politiche possono avere conseguenze tragiche, ce lo ha insegnato la storia del Novecento. Ci illudevamo che l’integrazione avrebbe contenuto il rischio di nuovi conflitti intra-europei. Oggi ci ritroviamo invece con profonde e in parte inedite contrapposizioni: fra Nord e Sud, fra Est e Ovest, fra Bruxelles e le capitali nazionali.

Praticamente tutti gli autori del libro convergono su una diagnosi. Moneta unica, sovranità nazionale e democrazia non sono contemporaneamente compatibili, non possono essere combinate in un unico composto politico-istituzionale. Alcuni autori ritengono che ad essere sacrificato dovrebbe essere l’euro. Molti altri (compreso chi scrive) ritengono invece che dovrebbe essere sacrificata la sovranità, almeno in alcune sfere cruciali come la politica economica. A patto però di dare all’euro una dimensione sociale. Sono troppi gli squilibri fra le economie dei vari paesi, che in parte dipendono proprio dalla presenza di una moneta unica. Senza un minimo di solidarietà pan-europea, è impossibile stabilizzare le relazioni politiche fra stati membri e accrescere il sostegno dei cittadini.

La responsabilità che grava oggi sulle spalle dei leader UE è enorme. E, come spiega Habermas, lo è soprattutto quella della Germania. Durante la crisi, questo paese si è opposto strenuamente ad ogni ipotesi di “socializzare” l’Unione. Così facendo, Berlino ha però aizzato un crescente risentimento nei confronti del “dominio” tedesco. La tempesta politica della UE sarà davvero passata quando il suo paese più grande si trasformerà in un egemone benevolo, capace di far coincidere il proprio interesse nazionale con l’interesse europeo.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura, settimanale de Il Corriere della Sera, del 1 novembre 2015.

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