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Perchè la disoccupazione giovanile è così alta? Dobbiamo rassegnarci alla precarietà o ci sono alternative?

Maurizio Ferrera

Nel mondo del lavoro è in atto una trasformazione epocale. Grazie ai progressi sul fronte delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict), la produzione di beni e servizi registra livelli sempre più intensi di digitalizzazione e automazione. In molti settori, robotizzazione e intelligenza artificiale stanno rivoluzionando in modo radicale i modi di produrre, consumare, interagire.

L’adozione di nuove tecnologie non è un fenomeno nuovo. Ciò che contraddistingue la fase attuale è l’accelerazione dei cambiamenti e la presenza di macchine che non sono più solo un complemento al lavoro umano, ma entità che operano con una grande autonomia e possono sostituire le persone nello svolgere compiti di routine, di tipo ripetitivo e standardizzato. Secondo alcune previsioni, nei 15 Paesi più sviluppati (Italia inclusa) dell’Ocse l’automazione può causare una perdita netta di oltre cinque milioni di posti di lavoro «tradizionali» nei prossimi anni.

Qualcuno evoca uno scenario allarmante di «fine del lavoro», ossia una quasi completa sostituzione dell’uomo da parte delle macchine. Tale scenario metterebbe in discussione le fondamenta stesse della vita umana: il lavoro non è solo un mezzo per soddisfare bisogni e desideri, ma anche il principale strumento di integrazione sociale, la sfera in cui definiamo una buona parte della nostra identità, diamo senso alla nostra esistenza.

La tesi della «fine del lavoro» pecca però di catastrofismo. Ciò che sta già avvenendo, e si intensificherà negli anni a venire, è una profonda trasformazione e ricomposizione del mondo del lavoro, non la sua estinzione. Innanzitutto alcuni lavori continueranno ad essere svolti dagli umani, sia per il tipo di competenze richieste o semplicemente a causa delle nostre preferenze. Pensiamo all’assistenza all’infanzia, agli anziani, ai malati. In secondo luogo, il fatto che determinate attività possano essere eseguite dalle macchine significa che si libera tempo perché i lavoratori in carne ed ossa possano svolgere altre attività e creino ulteriore valore aggiuntivo. Invece di operare le macchine, gli umani si limiteranno a monitorarle, definendo in modo creativo ciò che deve essere fatto e come, e poi usando i robot per ottenere esattamente il risultato voluto. Creatività, intelligenza emotiva, abilità saranno i fattori determinanti. Tutte le occupazioni che richiedono elevate abilità interpersonali e analitiche non di routine sono cresciute costantemente negli ultimi tre decenni. Ciò che «salverà» il lavoro umano è proprio la capacità di interazione e condivisione sociale, di negoziare con gli altri obiettivi e strumenti, di cercare e costruire compromessi. Peraltro la rivoluzione tecnologica in quanto tale aumenterà la domanda di tecnici. Nell’Unione Europea entro il 2020 si prevede che le imprese avranno difficoltà a riempire più di 800.000 posti di lavoro nel settore Ict.

Le tutele per i giovani
Perché in questo contesto di rapida trasformazione la disoccupazione giovanile è così alta? Le cause sono molteplici e non semplici da indagare. Una di queste è chiaramente la crisi finanziaria del 2008 e la successiva grande recessione. I giovani sono stati i più esposti in quanto privi di esperienza e in molti casi di tutele. In secondo luogo, la rivoluzione nel modo di produrre si scontra con profonde asimmetrie nella regolazione del mercato del lavoro, nell’organizzazione del welfare e dei sistemi educativi. Il problema maggiore è il disallineamento fra le competenze che i giovani offrono oggi sul mercato del lavoro e quelle di cui necessitano le imprese. Più alto il disallineamento (come in Italia), più alta la quota di giovani che non riescono a inserirsi o di giovani che svolgono lavori incongrui rispetto alle proprie qualifiche.

I giovani sono anche più direttamente interessati da un corollario della rivoluzione tecnologica e della globalizzazione: il cambiamento della organizzazione del lavoro. In tutte le economie sviluppate il mercato occupazionale si sta trasformando in un vero e proprio patchwork di molteplici figure professionali e contrattuali. Fra uno o due decenni, il lavoro stabile presso un’unica impresa per tutta la vita cesserà di essere la norma, si cambieranno più posti, si faranno lavori e attività diversi. Negli Stati Uniti, già ora per la fascia d’età compresa tra 25 e 34 anni la permanenza mediana nello stesso contratto di lavoro è tre anni, tre volte inferiore a quella dei lavoratori anziani fra i 55 e 64. Anche in Europa si registra una tendenza simile e i sondaggi segnalano che, in molti casi, si tratta di una scelta consapevole. Se il processo continua, per le nuove generazioni sarà usuale avere 15 0 persino 20 diversi lavori nel corso della vita.

Questa evoluzione presenta lati positivi e negativi. Da un lato, aumentano i margini di flessibilità e autonomia non solo per le imprese, ma anche per chi lavora. Le tradizionali gabbie temporali (dalle 9 alle 18, cinque giorni la settimana) si allentano; il telelavoro, il lavoro agile, il lavoro flessibile e a tempo parziale (quello scelto) consentono alle persone di scegliersi i pacchetti «tempo/reddito» più consoni alle loro esigenze e preferenze. Dall’altro lato, il lavoro «precario» tende ad essere meno pagato rispetto al tempo pieno equivalente ed è associato ad un minore accesso alla formazione. Non è l’opzione preferita per molti e comporta anche maggiori rischi, dovuti a periodi frequenti senza o con reddito molto basso, nonché condizioni meno favorevoli in termini di accesso alle prestazioni sociali.

Per evitare che questo scenario crei un eccesso di insicurezza e nuove polarizzazioni sociali è necessario un cambio di paradigma nelle politiche pubbliche. Anziché indirizzarsi in forma standardizzata a tutti coloro che, genericamente, partecipano al mercato occupazionale, occorre fornire risposte differenziate in base ai diversi percorsi che le persone intraprendono durante la loro vita. Il cambiamento di paradigma deve spostare la priorità dalla «riparazione ex post» alla «preparazione ex ante». Il nuovo approccio deve partire dalla scuola e dalla formazione, passa per il sostegno alle imprese nella crescita e nella creazione di posti di lavoro attraverso l’investimento in capitale umano e competenze, la riconfigurazione del welfare attraverso una maggiore personalizzazione delle prestazioni e nuovi diritti sociali.

Abilità da aggiornare
Abilità e competenze dovranno essere continuativamente aggiornate e integrate. Le relazioni industriali dovranno perciò rifocalizzarsi su questa priorità, prevedendo non solo l’obbligo da parte delle imprese di erogare formazione nel posto di lavoro, ma anche un’equa distribuzione dei suoi costi. La formazione continua dovrà essere garantita anche a chi perde il lavoro e diventare parte integrante delle politiche attive. Occorre poi inventare nuove tipologie di diritti sociali personalizzati. L’Unione Europea ha recentemente proposto l’istituzione di una «garanzia per le competenze». Nella versione più ambiziosa, a tutte le persone in età attiva sarebbe conferito il diritto a due prestazioni: la valutazione periodica delle proprie competenze e la loro certificazione; un voucher per accedere a corsi di formazione e aggiornamento mirati. Uno strumento innovativo potrebbe essere il «conto personale d’attività», in corso d’istituzione in Francia sulla scia di un accordo fra le parti sociali e il governo del 2015. Chi lavora o svolge attività «sociale» (servizio civile, volontariato e così via), matura periodicamente dei «punti» che possono essere utilizzati nel corso della vita attiva in diversi modi: per corsi di formazione, per passare al tempo parziale senza riduzione della retribuzione, per anticipare la pensione in caso di perdita del posto di lavoro oltre una certa età.

Il modello sociale europeo potrà sopravvivere, nella misura in cui riuscirà a superare questo insieme di sfide, ad adattarsi al cambiamento e ad incanalarlo verso esiti a somma positiva, in modo da contrastare nei fatti l’utopia negativa della «fine del lavoro» e smentire così i suoi apocalittici profeti.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera Orizzonti del 7 giugno 2018

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Ma sono ancora troppe le giovani che lasciano

La digitalizzazione dell’economia è ormai una tendenza irreversibile, dalla quale non possiamo che aspettarci rilevanti benefici aggregati. Occorre però essere preparati al suo impatto sul lavoro e insieme non sottovalutare i suoi effetti (re)distributivi, anche sul piano delle pari opportunità fra uomini e donne. Nonostante la crescente domadda di specialisti nelle tecnologie della informazione e comunicazione (Ict), la percentuale di giovani europei con diplomi o lauree in questo settore sta diminuendo. La tendenza è particolarmente marcata fra le donne. Gli uomini che hanno seguito percorsi formativi in Ict sono quattro volte più numerosi delle donne e tre volte più numerosi fra gli occupati in questo settore. Un enorme problema è poi rappresentato dagli abbandoni delle occupate digitali, soprattutto dopo l’arrivo dei figli. Uno studio della Commissione Uè ha recentemente calcolato che la perdita annuale di produttività per l’economia europea causate dagli abbandoni delle occupate digitali è pari a circa 16,2 miliardi di euro («Women in the Digital Age», 8 marzo 2018). Lo studio mostra anche che le startup di proprietà femminile hanno maggiori probabilità di successo; ciò nonostante la partecipazione e la leadership femminile nel complesso delle imprese digitali sta diminuendo. Si tratta di dinamiche legate a fattori di carattere trasversale ma anche di natura più specifica e culturale. Le giovani donne che fanno studi tecnico-scientifici e considerano di intraprendere carriere in questo settore sono ancora troppo poche. Quest’anno, il grande tema «Lavoro e Tecnologia» sarà al centro del Festival dell’economia di Trento. Un panel organizzato dal think tank di giovani «Tortuga» (www.Tortugaecon.eu) approfondirà le conseguenze della digitalizzazione sull’occupazione femminile. Le donne devono aumentare la propria presenza su questo fronte. Aprendo la strada a forme diverse di lavoro e di organizzazione del tempo, il digitale può offrire infatti non solo prospettive di carriera e successo professionale, ma anche di una migliore qualità di vita.

Questo articolo è comparso anche sul Corriere Economia del 21 Maggio 2018

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Il razzismo uccide il welfare

Quale destino per lo Stato sociale? Secondo la politologa tedesca Ellen Immergut investire sul lavoro dei giovani e sull’integrazione degli immigrati è l’unico modo per assicurare la sostenibilità dei sistemi di solidarietà. Perciò i partiti xenofobi sono una minaccia; difendono in modo cieco uno status quo che non può durare.

conversazione di MAURIZIO FERRERA con ELLEN IMMERGUT

Negli ultimi quattro anni Ellen Immergut ha coordinato il progetto di ricerca europeo forse più ampio e ambizioso sul welfare. Il titolo è Welfare State Futures e in un certo senso contiene già un messaggio: gli scenari possibili sono tanti, nessuno è predeterminato, ci sono margini di scelta. Le chiediamo innanzitutto se tra i futuri possibili c’è anche la fine del welfare, o quanto meno l’estinzione dell’impegno pubblico su questo fronte.

ELLEN IMMERGUT — Il welfare state è una delle istituzioni chiave per la promozione della solidarietà. Le sue politiche hanno praticamente eliminato la povertà fra gli anziani. Le persone tendono a dimenticare com’era la situazione negli anni Trenta e Quaranta. In tutta Europa, l’assistenza sanitaria è ormai universale e di buona qualità. Esistono ovunque reti di sicurezza di base per disoccupazione, invalidità, indigenza estrema. Il punto di partenza deve quindi essere il riconoscimento di un grande successo europeo. E la stragrande maggioranza degli europei concorda (molto più che gli americani o i giapponesi) sul fatto che sia compito dello Stato occuparsi degli anziani e delle persone malate o invalide. Oggi però tendiamo a dare le realizzazioni del welfare per scontate. Così le persone iniziano a chiedersi: perché ce l’abbiamo? Ne vale la pena? Perché dovremmo pagare così tanto? Non sono solo i vincoli economici a minacciare le realizzazioni dello Stato sociale, ma anche una certa erosione del sostegno dei cittadini. È a questo processo che dobbiamo guardare, se ci sta a cuore l’impegno pubblico per il welfare.

MAURIZIO FERRERA — In una società che invecchia bisogna certo proteggere le persone fragili, ma al tempo stesso assicurare che vi siano abbastanza persone attive e produttive proprio per pagare i costi del welfare. Senza crescita, lavoro e gettito fiscale, non potremo più permetterci gli attuali livelli di protezione. Con il calo della natalità, le dimensioni delle forze di lavoro si stanno rapidamente riducendo, mentre aumenta il numero degli anziani. Possiamo davvero aspettarci che i lavoratori più giovani siano disposti a versare contributi e tasse inevitabilmente crescenti?

ELLEN IMMERGUT — È chiaro che in regime di democrazia il futuro dello Stato sociale dipenderà da quanto gli elettori sono disposti a pagare e da quali prestazioni esattamente verranno considerate meritevoli di essere erogate. Per mantenere un po’ di equilibrio fra popolazione attiva e anziana bisogna puntare di più su giovani e immigrati, facendo molta attenzione alla quantità e qualità degli investimenti che facciamo (in particolare creando servizi) per sviluppare, consolidare e incrementare nel tempo il loro capitale umano. Peraltro i servizi sociali creano lavoro e aumentano le entrate fiscali. Sappiamo che la diseguaglianza inizia ancor prima della nascita, e questo è esattamente ciò che gli investimenti sociali (ad esempio per l’istruzione e la cura della prima infanzia fra 1 e 3 anni) possono combattere.

MAURIZIO FERRERA — Da un paio di decenni le disuguaglianze stanno crescendo ovunque e la grande recessione ha esacerbato questa tendenza. È un noto paradosso della politica il fatto che, al crescere delle diseguaglianze, tende a diminuire il sostegno per la redistribuzione, a erodersi l’ethos della solidarietà.

ELLEN IMMERGUT — Le nostre ricerche confermano che ciò che le persone sostengono non è la redistribuzione, ma la condivisione dei rischi. Ciò che si desidera e si apprezza è l’assicurazione contro l’insorgenza di bisogni a cui non potremmo far fronte da soli nel corso della vita. Di conseguenza, più grande è la platea di persone che sentono di condividere dei rischi considerati come «comuni», più forte è l’impegno per la solidarietà e più forte il sostegno allo Stato sociale. Se i rischi diventano parcellizzati, allora il supporto cala. La crescita delle diseguaglianze non ha riguardato solo il reddito, ma anche la distribuzione dei rischi fra i vari strati sociali, rendendo alcuni di questi ceti potenzialmente più autosufficienti, altri molto più vulnerabili.

MAURIZIO FERRERA — Uno dei settori in cui la parcellizzazione dei rischi e delle coperture è stata più marcata è forse la salute. Da un lato è aumentato il divario in termini di speranza (e qualità) di vita fra poveri e ricchi. Dall’altro, questi ultimi hanno le risorse per acquistare polizze private che consentono loro di accedere alle terapie più costose e sofisticate, senza Uste d’attesa. Avete trovato evidenza che queste dinamiche erodano il senso di solidarietà e il sostegno per l’universalismo?

ELLEN IMMERGUT — Abbiamo osservato che cosa succede quando le persone passano dalla copertura pubblica a quella privata o aderiscono a schemi complementari. In effetti si nota un certo declino nella disponibilità a sostenere lo Stato sociale e una minore propensione alla solidarietà. È importante sottolineare, tuttavia, che la sanità universale non deve necessariamente essere gestita per intero dallo Stato. Anzi, il sostegno per l’uguaglianza sanitaria è leggermente più alto nei sistemi basati su assicurazione obbligatoria (pubblica o su base occupazionale) rispetto ai sistemi universahstici puri. Il punto chiave è che la solidarietà viene incoraggiata quando le persone si considerano parte di un insieme comune di istituzioni: tutti partecipano ai costi e tutti ricevono uguale trattamento.

MAURIZIO FERRERA—Fammi capire. In Italia, come in Gran Bretagna o nei Paesi nordici, abbiamo un servizio sanitario pubblico universale finanziato dalle imposte. I cittadini/utenti non sanno bene quanto pagano e sono consapevoli che molti contribuenti evadono le tasse o non pagano il giusto. La tendenza degli ultimi decenni è stata semmai quella di aumentare i ticket (le compartecipazioni). Questo disegno non rischia di alimentare un senso di sfiducia e persino di ingiustizia? Come fanno i Paesi nordici a conciliare sostenibilità, universalismo, solidarietà, in un contesto dove gli utenti sono comunque abituati a pagare ticket anche per le visite del medico pubblico o per i ricoveri ospedalieri?

ELLEN IMMERGUT — Si tratta di questioni complesse, nessun sistema è immune da rischi di insostenibilità, delegittimazione e desolidarizzazione. Però, ripeto: quanto più estesa e omogenea è la copertura, tanto più elevato il potenziale di solidarietà. Le compartecipazioni finanziarie da parte degli utenti più abbienti sono la regola in tutti i servizi sanitari finanziati tramite imposte. Così come un po’ ovunque si stanno diffondendo forme di copertura integrative, a volte incentivate dallo Stato per le categorie più deboli (come sta avvenendo in Francia). Ciò che conta è evitare la dualizzazione, ossia l’uscita dal sistema pubblico di intere categorie sociali che si assicurano e si curano solo nella medicina privata. Poi contano le tradizioni culturali (gli inglesi sono tradizionalmente molto fieri e gelosi del Nhs), le campagne dei media (i norvegesi si lamentano perché i Vip ricevono trattamenti speciali), il grado di corruzione (che erode il sostegno alla solidarietà pubblica in alcuni Paesi dell’Est europeo). La solidarietà sanitaria non è solo collegata a fattori organizzativi o regolativi, ma va costantemente coltivata sul piano politico e comunicativo.

MAURIZIO FERRERA — E veniamo a un altro tema scottante: l’immigrazione. Hai detto che, anche per contrastare l’invecchiamento demografico, le società europee devono non solo accogliere, ma anche investire sugli immigrati, soprattutto i più giovani. Si tratta però di una sfida piuttosto delicata, anche sul piano politico.

ELLEN IMMERGUT — Certo. Ma ormai gli immigrati regolari rappresentano quote vicine al 10% della popolazione, di più se consideriamo solo la popolazione adulta. La domanda che ci dobbiamo porre non è solo quanti immigrati in più possiamo 0 dobbiamo accogliere, ma quali sono gli orientamenti di coloro che già sono fra noi, soprattutto quelli che votano 0 voteranno. In base alle nostre ricerche, i migranti non richiedono né usufruiscono di prestazioni sociali in misura maggiore dei nativi. Non sono tuttavia un gruppo omogeneo e i loro orientamenti sono strettamente correlati alla cultura dei Paesi d’origine. In generale, i livelli di sostegno alla spesa per pensioni di vecchiaia e per l’assistenza sanitaria sono inferiori rispetto ai livelli dei nativi. Se vogliamo assicurare la sostenibilità del welfare, dobbiamo puntare all’integrazione sociale e culturale dei migranti, in modo che accettino di fare la propria parte per sostenere le pensioni dei nativi anziani. L’interesse verso le politiche di investimento sociale a favore di donne e bambini dipende poi molto dalla cultura e dai valori dei contesti di provenienza, specie per quanto riguarda i rapporti di genere: anche questo è un fattore da considerare.

MAURIZIO FERRERA — Resta comunque il problema dell’accoglienza. In tutta Europa si è alzato il vento del populismo sovranista e a volte anche xenofobo.

ELLEN IMMERGUT — Il populismo è in parte il risultato dell’incapacità dei partiti tradizionali di governo di spiegare e giustificare le politiche di austerità e la gestione dei flussi migratori. Il contraccolpo populista non è arrivato quando abbiamo toccato il culmine dell’austerità, della grande recessione, della crisi migratoria. È arrivato con un certo ritardo, quando i nuovi leader populisti sono riusciti a mobilitare gli elettori più vulnerabili, più colpiti dalla crisi, più arrabbiati per aver fatto sacrifici senza che vi fosse adeguato riconoscimento dei loro problemi e difficoltà. E anche una distribuzione equa dei costi della recessione, visto che alcune categorie si sono addirittura arricchite.

MAURIZIO FERRERA — Quali spazi esistono oggi per le politiche di investimento sociale che sembrano indispensabili per assicurare il futuro del welfare?

ELLEN IMMERGUT — I nostri dati suggeriscono che la minaccia maggiore è collegata al populismo di destra. Dove il populismo sovranista è più debole, i partiti di centrosinistra e persino di centrodestra sono più propensi a promuovere gli investimenti sociali. In presenza di sfidanti di destra populista, invece, anche partiti tradizionali si concentrano sulla difesa dello status quo. Questo effetto è chiaramente connesso alla competizione per il voto della classe operaia culturalmente conservatrice, che preferisce mantenere le cose come stanno.

MAURIZIO FERRERA—Dunque le chiavi per i diversi possibili futuri del welfare sono nelle mani della politica. E l’ascesa dei populisti non lascia ben sperare: in questo senso ciò che accadrà in Italia nei prossimi mesi potrebbe essere una cartina di tornasole per tutta l’Europa. A proposito, non credi che la Uè abbia una certa responsabilità in ciò che è successo? E che, d’altra parte, l’uscita dall’impasse populista non possa che passare da una riforma dell’Unione?

ELLEN IMMERGUT — L’Europa ha un grave problema di legittimità e l’istituzione chiave che promuove la solidarietà e la legittimità, ossia lo Stato sociale, è uscita seriamente danneggiata dalla crisi. A mio parere, alcune recenti iniziative della Uè vanno nella giusta direzione. Pensiamo all’attenzione per gli investimenti sociali entro il patto di stabilità e all’istituzione di un pilastro europeo dei diritti sociali. Tuttavia, bisogna passare dalle dichiarazioni solenni alla realtà pratica. E soprattutto, abbiamo bisogno di una «filosofia pubblica europea». Un insieme di princìpi, di regole condivise ma certe di mutua collaborazione, nonché di pratiche comunicative che rendano l’azione delle autorità pubbliche — a cominciare da quelle Uè — eticamente plausibili e difendibili. In Europa abbiamo molte regole, ma anche molte esenzioni da queste regole. Ciò ferisce la legittimità dell’Unione. Il pilastro sociale europeo deve trasformarsi in un piano chiaro ed efficace. Questo è ciò che i pubblici democratici europei si aspettano e si meritano.

Questo articolo è comparso anche su la Lettura del 20 maggio 2018.

 

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Curiosità e piacere. La grande sfida? Riconquistare il quinto tempo Nasce Liberi Tutti

di Daniela Monti

Nel mondo del lavoro destrutturato e dell’economia dei risultati — come a Rischiatutto bisogna essere concentrati, focalizzati sull’obiettivo, se non porti a casa la preda prima o poi ci saranno conseguenze — al «come stai?» dell’amico incontrato al bar non si risponde più, con voce leggera, «bene grazie e tu?», piuttosto «ho un sacco di cose da fare».

Manca sempre il tempo. Nella Top Ten dei sintomi della «time poverty», l’epidemia da mancanza di tempo, c’è ordinare il pasto a domicilio, cenare alle 22, rispondere alle mail mentre si cammina, provare con Uber perché l’attesa del taxi è di 6 minuti, fare la lavatrice a notte fonda, acquistare tutto online, pianificare le uscite con gli amici a mesi di distanza (ora siamo già al «ci si vede questa estate?»). Usare lo shampoo a secco invece di lavare i capelli, farsi crescere la barba, comprare il parmigiano già grattugiato e l’insalata in busta. Tutto di corsa: il rallentamento è un territorio inesplorabile.

«Non ti prendi mai un po’ di tempo libero, mi rimprovera sempre mia moglie», dice l’economista Maurizio Ferrera, dunque, in fin dei conti, non si tratta di ignorare il problema — che il tempo libero dal lavoro sia importante tanto quanto il reddito, in teoria, è un concetto acquisito —, piuttosto di non saperlo risolvere. «Mettiamoci pure un po’ di sana competizione: così il lavoro diventa un’ossessione, io stesso ho difficoltà a darmi dei limiti — riprende Ferrera —. Ma potremmo avere più tempo libero se solo fossimo meno ambiziosi e imparassimo a lasciar correre». I numeri inchiodano: un europeo adulto in media dedica al lavoro retribuito e al lavoro di cura il doppio del tempo strettamente necessario e circa il 25% in più per la cura della propria persona. Il tempo dunque c’è — sembra esserci —, ma è speso male, le camicie si possono anche non stirare (i tessuti not iron li hanno inventati apposta), la doccia non è necessaria tutti i giorni, il metodo di Marie Kondo sul magico potere del riordino deve pure avere insegnato qualcosa e se la casa è meno zeppa di oggetti si fa prima a rassettarla.

L’organizzazione del lavoro retribuito è meno rigida rispetto al passato: la gabbia si è aperta, non esistono orari e calendari fissi, e la flessibilità porta maggiore discrezionalità nella scelta del come e soprattutto del quando fare le cose, negli spazi piccoli e in quelli grandi (con conseguenti ansie da prestazione, sbandamenti e sensi di colpa perché ogni lasciata è persa). Ma «la destrutturazione del tempo di lavoro può avere implicazione positive su tutti gli altri tempi della vita: il tempo delle necessità biologiche, quello per la cura di noi stessi e delle persone a cui vogliamo bene, il tempo dei sentimenti, perché le relazioni non sono acquisite una volta per tutte, vanno coltivate», riprende l’economista. Se ci si alza un’ora prima per andare a correre, si può farlo per portare avanti il lavoro e scappare dall’ufficio nel pomeriggio per esserci alla recita dell’asilo.

Vista così, la flessibilità lavorativa è una partita da giocare per riorganizzarsi meglio la vita — uomini e donne insieme, anche se le seconde partono sempre con l’handicap perché spendono il doppio delle ore rispetto agli uomini per attività domestiche non retribuite. Rivedere l’ordine delle priorità, non dire sempre no a chi ci sta a cuore e chiede attenzione adesso, non dopo le 18, né domani perché è sabato.

A essere diventato scarsissimo è il tempo discrezionale, cioè quello che resta dopo aver sottratto alle 24 ore tutti gli altri «tempi». A forza di fare per gli altri, non resta nulla per sé. Eppure questo quinto tempo — quello della curiosità e del piacere — «è importante per ricaricarsi, coltivare i propri interessi, stare in salute, immagazzinare energia per quando dobbiamo curare, curarci, amare, lavorare», e anche le aziende stanno imparando a riconoscerlo e valorizzarlo — quelle basate sulla conoscenza, i servizi avanzati, le posizioni più alte delle imprese —, insiste Ferrera, è il solo tempo capace di aprire spazi di cambiamento, innescare idee stravaganti che però portando più lontano del solito procedere step by step, da un problema all’altro, da un compromesso al successivo «altrimenti che senso avrebbe pagare ai dipendenti un team building a Palma di Maiorca? Perché oltre a stringere i rapporti fra colleghi si beve, si nuota, si visitano posti nuovi. Si pensa in modo diverso. Succede anche nell’accademia, spesso i convegni d’aggiornamento diventano anche occasioni di svago, io impiego parte di quel tempo per vedere mostre e approfondiscono interessi non legati necessariamente al lavoro, ma che in futuro potranno servirmi. Magari ci vado con mia moglie, così al tempo del lavoro e dello svago aggiungo il tempo per coltivare l’amore. Sono tempi sinergici». Il tempo liberato dagli schemi è la Grande Scommessa. Negoziare è la competenza chiave: pacchetti reddito/tempo che variano nelle diverse fasi della vita, fra i 20 e i 30 anni ci sta che il lavoro — se hai la fortuna di averlo e la fortuna al quadrato di avere quello giusto — si prenda il banco, ma già a 35 le priorità cambiano, c’è la famiglia e se non c’è bisogna investire tempo per provare a farsela. Chi non negozia, resta soffocato: ora è chiaro che dire sempre sì è rinunciare a se stessi.

«Mentre la povertà di reddito ha una possibile soluzione collettiva (facciamo crescere la torta, così ce n’è un po’ di più per tutti) con il tempo è più difficile, perché non si può far crescere il tempo, ma solo ridistribuirlo. In questo senso di può parlare di un’economia del tempo», chiude Ferrera. E racconta la sorpresa per una passeggiata serale ad Helsinki, con due colleghi, al termine di una sessione di studi. «E il bimbo dove lo avete lasciato?, ho chiesto. È al nido, hanno risposto. Perché il nido, lì, è sempre aperto. Ci sono tanti aspetti delle società che favoriscono o impediscono una riqualificazione virtuosa dell’utilizzo del tempo. In Italia abbiamo una lunga strada da fare».

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 14 maggio 2018

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Una “carta blu” per riscoprire l’Europa

Un modello sociale che il mondo ci invidia

Spesso non ce ne accorgiamo, ma grazie ai fondi dell’Unione molti cittadini usufruiscono di ripetizioni a scuola, incentivi per stage, aiuti alimentari, prestazioni sanitarie all’estero. Con l’introduzione di una “social card” questi vantaggi sarebbero più visibili e capiremmo meglio i vantaggi della Ue.

 

In Lombardia  ogni anno circa trentamila disoccupati usufruiscono della “dote lavoro”,  un sostegno per il re-inserimento tramite corsi di formazione e stage. In Puglia settantamila studenti ricevono ripetizioni gratis dalle loro scuole in scienze e italiano. Sono solo due esempi delle tante iniziative a carattere sociale finanziate al 50% dall’Unione Europea, con una spesa superiore al miliardo di euro annui. Quanti cittadini ne sono al corrente?  Pochi, persino fra i beneficiari.  I politici  preferiscono usare l’Europa come capro espiatorio. Quando spendono fondi UE,  quegli stessi politici si tengono invece tutto il merito, sbandierandolo nelle campagne elettorali.

Noi votiamo in Italia, ma siamo anche cittadini UE, come dice il nostro passaporto.  Il 64% degli italiani è consapevole di  questo fatto, ma solo il 4% ha un’idea precisa di cosa significhi concretamente. Una percentuale esigua, ma che non deve sorprendere. I diritti UE diventano rilevanti solo quando attraversiamo la frontiera tra uno stato membro all’altro. Se decidiamo di muoverci all’interno dell’Unione, nessuno può impedirci di farlo (diritto). Se ci stabiliamo, anche “per sempre”, in un altro paese, dobbiamo essere trattati alla stessa stregua dei cittadini di quel paese (diritto). Possiamo votare nelle elezioni locali e, soprattutto, accedere al welfare: scuola, sanità, pensioni (diritto). Quel 4% che conosce i contenuti della cittadinanza UE è composto principalmente da persone istruite, che viaggiano spesso per studio, lavoro o turismo. In Polonia o Romania le percentuali sono più alte e riguardano tutte le fasce sociali: molti emigrano verso la Germania e gli altri paesi ricchi, il passaporto europeo è per loro una risorsa importantissima.

Non è però un bene che i benefici della la cittadinanza UE siano poco percepiti. In molti paesi si sta infatti creando una contrapposizione fra i cosiddetti movers (chi si sposta da un paese all’altro, soprattutto in cerca di lavoro) e gli stayers, chi resta fermo. Il forte afflusso di polacchi nel Regno Unito ha ad esempio alimentato quei sentimenti anti-europei che hanno portato alla Brexit.

In realtà, c’è un bel po’ di Europa sociale anche per gli  stayers. Oltre iniziative di carattere locale, l’Europa ha un suo Fondo per sostenere chi perde il lavoro quando la propria impresa fallisce; un Fondo contro la povertà alimentare; ha co-finanziato la Garanzia giovani ed è in arrivo una nuova Garanzia per la formazione. In questi casi  soldi spesi aiutano essenzialmente chi non si muove. E’ giusto che alla UE resti almeno un po’ di credito, anche sul piano politico.

Ecco dunque una proposta: dotare ogni cittadino UE di una social card con i colori e simboli europei. Capace di farci vedere, concretamente, il volto “buono” dell’integrazione. La Carta avrebbe un codice e i nostri dati identificativi. Consentirebbe alle amministrazioni di ciascun paese di stabilire a quali prestazioni abbiamo diritto.  Dovrebbe essere esibita quando si accede a un servizio co-finanziato dalla UE. Sarebbe corredata da un elenco di tutte le opportunità che l’Europa offre sia a chi si muove sia a chi sta fermo. Le nuove tecnologie rendono oggi possibili nuove forme di tele-welfare, soprattutto nel campo della formazione e dell’assistenza a distanza. La Ue potrebbe potenziare le piattaforme di servizi che già offre (ad esempio per la ricerca di impieghi e stage) e svilupparne di nuove, alla quali si accederebbe attraverso il proprio codice sociale UE. In un domani, la social card potrebbe anche ottenere “ricariche” monetarie  direttamente da fondi UE.

Alcune proposte in questa direzione già circolano. Una l’ha fatta Tito Boeri, Presidente dell’INPS. Bisogna però pensare in grande. Lo scopo della social card blu a stelle gialle non dovrebbe servire solo alle pubbliche amministrazioni. Deve diventare un simbolo riconoscibile di una comune identità fra tutti i suoi titolari, imperniata su quel  “modello sociale europeo” che tutto il mondo ci invidia.

Questo articolo è uscito su Sette, inserto del Corriere della Sera, del 7 dicembre 2017

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Il reddito di inclusione per dare un aiuto

Oggi entra il vigore il Reddito d’inclusione (REI). Si tratta di una nuova prestazione rivolta alle persone  in condizione di povertà. In base alla situazione economica e familiare, si potrà ricevere un trasferimento (massimo) di  485 euro al mese. I comuni predisporranno “progetti di attivazione” sociale e lavorativa. Non sarà quindi un semplice sussidio, ma un pacchetto di misure personalizzate che cercherà di accompagnare i beneficiari verso l’autonomia.

Strumenti simili per il contrasto alla povertà esistono da decenni nella maggioranza dei paesi UE. Nelle nazioni in via di sviluppo (dal Brasile alla Costa d’Avorio), il welfare viene oggi costruito partendo proprio da  questo tassello, che si rivolge ai poveri indipendentemente dall’età. L’Italia ha seguito il percorso inverso. Nel passato ha sempre privilegiato le pensioni, con formule di calcolo molto generose, mentre ha  trascurato i bisognosi, compresi i bambini. Non è un caso se i nostri tassi di povertà minorile sono fra i più alti d’Europa.  Certo, in molte regioni e comuni già esistevano misure contro l’esclusione sociale. Ma erano costruite su sabbie mobili, in particolare dal punto di vista finanziario. Il REI è invece una misura “strutturale”, ossia una voce permanente del bilancio pubblico. E chi soddisfa i requisiti avrà una spettanza tutelata dalla legge. Di questi tempi è raro che vengano introdotti nuovi diritti. Eppure è successo, per una volta possiamo rallegraci.

Il reddito minimo garantito era già stato raccomandato dalla Commissione Onofri nel 1997. Oggetto di varie sperimentazioni, la sua introduzione non era però mai riuscita a entrare sul serio nell’agenda politica. Senza negare la sensibilità e il contributo dell’attuale governo e dei due precedenti, buona parte del merito va riconosciuto alla Alleanza contro la povertà, un gruppo di 35 organizzazioni della società civile costituitosi nel 2013 (www.redditoinclusione.it). L’Alleanza non si è limitata ad aggregare interessi e consensi, ma ha anche formulato utili proposte. Una vicenda in controtendenza rispetto a quel declino dei corpi intermedi di cui tanto si parla. E anche un esempio, diciamolo, di buona politica, osservato con attenzione da molti osservatori stranieri.

Il REI risolverà il problema della povertà? Certamente no, è solo un primo passo. Le risorse non sono molte (è previsto un loro graduale incremento), le prestazioni hanno importi modesti. I requisiti sono stringenti, di fatto i beneficiari saranno solo la metà dei poveri. Quanto ai comuni, saranno capaci di realizzare progetti di attivazione efficaci? E’ un grosso punto interrogativo. La legge sul  REI prevede il potenziamento dei servizi e  la formazione degli operatori locali. Su questo fronte è bene però che si attivino anche gli attori  del “secondo welfare”, a cominciare proprio dalle associazioni che fanno parte dell’Alleanza. Il successo del REI dovrà essere misurato non solo in termini di alleviamento temporaneo della povertà, ma  soprattutto in termini di recupero dell’ autonomia.

C’è poi una questione più ampia. Il nostro paese ha alti livelli di povertà  anche perché mancano i posti di lavoro. Non è tanto colpa della crisi, né tantomeno della riforma Fornero. E’ un deficit cronico che ci portiamo dietro dagli anni Cinquanta: i nostri livelli di occupazione sono sempre stati circa dieci punti più bassi rispetto alla media UE. Quel che è peggio, mancano posti di lavoro in quei settori del terziario che possono dare lavoro a chi ha basse qualifiche. Nei servizi alla persona e alle famiglie (la cosiddetta economia sociale) in Francia ci sono almeno due milioni di posti di lavoro in più a confronto con l’Italia.

La lotta alla povertà va condotta su più fronti. Welfare e lavoro innanzitutto. E poi istruzione, formazione, conciliazione, servizi per le famiglie, incentivi alla creazione di nuovi mercati. Una sfida complessa, ma ineludibile; che richiede molte riforme ora, con effetti lenti e graduali. Purtroppo stiamo entrando in una lunga fase elettorale. Sul tema povertà si abbatterà il polverone del “reddito di cittadinanza” cavalcato dai Cinque Stelle. Sarà fin troppo facile dire che 780 euro a tutti (spesso si omette di precisare che si tratterebbe solo dei più bisognosi) sono meglio di 485.  E altrettanto facile sarà rilanciare sciorinando bonus, o promettendo pensioni minime a mille euro. Di lavoro, capitale umano, nuovi mercati, investimenti (e come finanziarli), non ci sarà invece tempo di parlare. La cattiva politica si tiene lontana dal lungo periodo: che ci pensino pure le prossime generazioni.

Questo editoriale è uscito sul Corriere della Sera del 1 dicembre 2017

 

 

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Consigli ai giovani. E non solo

Se la disoccupazione giovanile è così alta in Italia non dobbiamo prendercela solo con la crisi. Parte di questo drammatico problema risiede nel divario fra le competenze maturate a scuola e quelle richieste dal sistema produttivo. Secondo alcune stime, se non ci fosse questo divario la disoccupazione fra i 15 e i 29 anni potrebbe ridursi dal 28% al 16%. Una cifra impressionante.

 

Al Nord, non si trovano laureati in ingegneria e altre discipline scientifiche. Al Sud, mancano diplomati con buona formazione da inserire nel turismo, nei servizi culturali, sanitari e sociali. Titolo di studio a parte, quali sono le maggiori carenze lamentate dalle imprese? Una recente ricerca della Confindustria di Bergamo (la seconda provincia industriale d’Europa, dopo Brescia) fornisce interessanti indicazioni. I neo-assunti sono scarsi in matematica di base, non parlano bene l’inglese né altre lingue straniere. Anche l’informatica e l’italiano scritto lasciano a desiderare. Le carenze più gravi riguardano però la capacità logica, l’attitudine alla leadership, la creatività. Sono quelle “meta-competenze” che rendono capaci di attivare conoscenze e abilità più specifiche per affrontare problemi complessi. E che incentivano a mantenere flessibilità di pensiero e curiosità ad ampio spettro.

 

Come si formano tali meta-competenze? Non c’è una ricetta prestabilita. Molti giovani le maturano spontaneamente; alcuni insegnanti sono capaci di stimolarle. I nostri istituti secondari producono talenti apprezzati in tutto il mondo. Ce ne saranno sicuramente molti anche fra i quattrocentocinquantamila maturandi che in questi giorni stanno sostenendo gli esami di stato. Non si può tuttavia contare solo sulla spontaneità. Le meta-competenze possono e devono essere deliberatamente coltivate, tramite approcci e pratiche educative già ben sperimentate in altri paesi. Secondo le ricerche della Fondazione Agnelli, nelle scuole italiane prevale ancora la didattica ex cathedra incentrata sul programma ministeriale, c’è poca apertura verso i metodi che gli esperti chiamano “euristici” perché volti a consolidare abilità trasversali e, appunto, meta-competenze.

 

L’anello più debole è la scuola media. La divisione fra licei, istituti tecnici e professionali incentiva poi una differenziazione per materie, una concentrazione eccessiva sui contenuti a scapito delle abilità. L’inarrestabile attrazione degli studenti verso i percorsi liceali sta poi svalutando, anche simbolicamente, i saperi tecnici. Perché non istituire un liceo “tecnologico”? Oggi esiste, all’interno del liceo scientifico, un indirizzo di scienze applicate, scelto da circa il 7% degli studenti: una percentuale simile a quella di chi opta per i licei artistici, sportivi e musicali. Un’altra buona idea sarebbe il potenziamento dei cosiddetti cicli brevi (due anni) dell’istruzione terziaria. In molti paesi, fra cui gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Austria, la Spagna, la Danimarca, questi percorsi attraggono fra il 10 e il 20% dei diplomati. Da noi sono stati creati gli Istituti Tecnici Superiori, intesi come “scuole ad alta specializzazione tecnologica”. Intento buono, realizzazione molto deludente: solo 93 istituti, con meno di ottomila frequentanti (in Sicilia 360, in Campania 180).

 

Ai nostri studenti manca infine il sostegno di adeguati servizi di orientamento. Dopo la maturità, il percorso universitario è scelto in base ad interessi personali, prevalentemente vicino a casa e famiglia. Le prospettive occupazionali e di carriera si situano agli ultimi posti fra i criteri di selezione. Se un giovane prova una profonda vocazione intellettuale per una dato campo del sapere, è senz’altro giusto che l’assecondi. Ma tutte le scelte hanno implicazioni pratiche, di cui bisogna essere ben consapevoli. Come ammonisce Seneca nel brano proposto ieri per la seconda prova del liceo classico, persino la filosofia “non risiede nelle parole, ma nei fatti”.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 23 giugno 2017

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Il nuovo welfare nell’era del lavoro fluido

Alcuni Paesi hanno già avviato riflessioni strategiche su come riorganizzare il mercato per innestare una nuova fase di crescita sostenibile, capace di contrastare la precarietà e l’esclusione

 

La ripresa economica sta finalmente attenuando il dramma della disoccupazione. Alcuni Paesi hanno già avviato riflessioni strategiche su come riorganizzare il mercato del lavoro per innestare una nuova fase di crescita sostenibile, capace di contrastare la precarietà e l’esclusione. L’obiettivo non è facile da raggiungere. Lo sviluppo dipende in modo sempre più stretto dalle innovazioni tecnologiche, dal commercio internazionale, dalla conquista o addirittura creazione di nuovi mercati, dalla digitalizzazione. Il lavoro certo non sparirà, ma diventerà sempre più fluido, le mansioni di routine si contrarranno rapidamente e i vari settori produttivi saranno esposti a veri e propri effetti «marea»: espansioni repentine seguite da contrazioni, non interamente prevedibili.

Per gestire queste dinamiche in modo inclusivo occorre riorganizzare la solidarietà sociale. Alcuni parlano di «fluidarietà». Il termine è un po’ ambiguo ed è un misto tra solidarietà e fluidità dell’occupazione. Ma può avere connotazioni positive se pensato come un complemento e non a sostituzione del welfare esistente.

Oggi i sistemi di tutela sono incentrati su sussidi accompagnati da politiche attive per riportare le persone al lavoro aiutandole nel frattempo. La rapidità dei mutamenti in atto richiede però di introdurre altri strumenti, di natura preventiva e che sostengano, proteggano e aumentino la capacità dei lavoratori di reinserirsi in un contesto strutturalmente mutevole.

E’ la cosiddetta “occupabilità” di cui si parla da circa un ventennio, e a molti addetti ai lavori può sembrare una nozione ormai trita. La novità è però che in vari Paesi questa nozione si è finalmente tradotta in schemi concreti. I Paesi scandinavi stanno sperimentando sistemi di smistamento intersettoriale e interprofessionale dei lavoratori per far fronte agli effetti marea di cui parlavamo. In Olanda e Germania (ma anche in Canada e Australia) i lavoratori effettuano test periodici di “occupabilità”, che consentono loro di accertare lo stato delle proprie competenze. Alcuni propongono che queste forme di accertamento periodico e gli eventuali aggiornamenti diventino una nuova forma di assicurazione sociale. In Francia esiste da qualche anno un programma che si chiama «conto personale di attività», sul quale lo Stato, i datori di lavoro e gli stessi cittadini (volontariamente) depositano risorse finanziarie da prelevare per esigenze di formazione. In alcuni casi, lo Stato accredita contributi sul conto per attività svolte in campo sociale. Naturalmente l’investimento in «occupabilità» deve iniziare ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro. La scuola svolge un ruolo cruciale, purché venga riorientata verso la trasmissione di conoscenze trasversali e la promozione di meta-competenze (come le capacità logiche), quelle che non diventano mai obsolete anche in contesti lavorativi fluidi.

Come finanziare le nuove forme di «fluidarietà»? In parte si tratta di schemi e programmi che possono essere gestiti anche sotto il profilo delle risorse dalle parti sociali nell’ambito della contrattazione decentrata, in altra parte devono attivarsi i territori; la digitalizzazione e la virtualizzazione di molte filiere non spezzerà il legame fra lavoro e spazio geografico. «Occupabilità» fa rima con mobilità e i giovani dovranno essere pronti a muoversi più di quanto non facciano oggi, soprattutto nel nostro Paese. Ma non sarà né possibile né desiderabile sganciare il lavoro dal territorio. Teniamo anche conto che tutta la cosiddetta economia bianca, connessa all’invecchiamento demografico e alla crescente domanda di servizi legati al benessere della persona e all’intrattenimento (turismo compreso), manterrà un forte ancoramento territoriale e registrerà una massiccia espansione nei prossimi decenni.

Non sarà possibile far gravare i costi di questa riorganizzazione solo sulle imprese e i singoli territori. Tutti dovranno contribuire. Cambiare le modalità di finanziamento del welfare è l’altra grande sfida che dobbiamo affrontare per sostenere la crescita inclusiva in un mercato del lavoro sempre più fluido.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 16 giugno 2017

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Ha dato il lavoro ai tedeschi ora è il turno della Francia

Peter Hartz, l’uomo che ha permesso la piena occupazione in Germania, lancia un progetto in asse con Macron. L’idea di un maxi piano per favorire l’impiego dei giovani. Per ora limitato a Parigi e Berlino, ma da estendere

di Maurizio Ferrera e Alexander Damiano Ricci

“Non potrebbe esserci  un progetto migliore di Europatriates sul quale trovare un con il nuovo Presidente francese, Emmanuel Macron. Europatriates potrebbe diventare la scintilla di una nuova ondata di europeismo”. Sono le parole pronunciate un paio di settimane fa, a Berlino, da Peter Hartz, ex-dirigente Volkswagen, ma soprattutto ex-Presidente della Commissione sulle riforme del mercato del lavoro tedesco, che ispirò, agli inizi degli anni Duemila, il piano governativo “Agenda2010” dell’allora governo Schröder. Ma cos’è esattamente Europatriates? E perché Macron è un interlocutore di Hartz?

Il progetto riguarda il lavoro dei giovani  (vedi box), da promuovere attraverso nuovi strumenti e metodologie.  Le risorse necessarie si aggirerebbero intorno 40 mila euro a partecipante, tutto incluso. Una cifra consistente. Che però riflette e quantifica  lo svantaggio di cui soffrono oggi i giovani per i mancati investimenti nell’istruzione, nella formazione, nelle politiche attive.  Chi dovrebbe mettere a disposizione le risorse? In parte, la Commissione europea, alla quale, tra le altre cose, Hartz non risparmia una stoccata: “Ha il potere e gli strumenti necessari; ora ha a disposizione anche le idee”.

Al di là degli obiettivi e dei contenuti di Europatriates, l’intervento di Hartz indica anche che il rinvigorimento dell’asse Berlino-Parigi non passa soltanto dal canale intergovernativo.  Peter Hartz intrattiene da tempo legami con l’establishment francese. Nel novembre del 2014, l’ex Presidente Volkswagen  era stato ospite del think tank francese En temps réel, a Parigi, proprio per presentare Europatriates.  In quella occasione venne ricevuto da  Hollande e si vociferò addirittura di un suo potenziale coinvolgimento nella progettazione delle riforme francesi. Che poi però non si concretizzò.  Sempre al 2014 risale il legame tra Macron e Hartz. I due ebbero un incontro  poco dopo la nomina del primo a Ministro dell’Economia, in seguito alle dimissioni del “radicale”  Arnaud Montebourg. In una intervista successiva, Hartz confessò di essere rimasto impressionato dalla determinazione di Macron.

Il neo-Presidente francese non è stato l’unico interlocutore di Hartz.  Nel gennaio del 2015 vi fu infatti un incontro con  un esponente dell’Ump di Sarkozy (un partito che allora stava cambiando nome in Les Republicains).  Si trattava di Bruno Le Maire, attuale Ministro dell’Economia nel nuovo governo di Édouard Philippe.

Le cattive condizioni del mercato del lavoro sono uno dei principali handicap dell’economia francese.  Lo ha ribadito da poco la Commissione UE nelle sue Raccomandazioni specifiche per paese. Negli ultimi anni è stato fatto più di un tentativo di cambiamento, ma senza grande successo.  Macron intende riprovarci. E al tempo stesso vuole modificare varie cose dell’agenda e della governance UE.  Per questo tuttavia occorre il consenso della Germania. Molti politici tedeschi hanno storto il naso di fronte alle proposte di  Parigi – soprattutto i liberali e la destra dell’Unione cristiano sociale (Csu). Per aprire il dibattito sulle riforme Ue, la Germania chiede una cosa precisa al nuovo inquilino dell’Eliseo: credibilità nelle riforme interne.

Le Maire ha già cercato di rassicurare Wolfgang Schäuble . In un recente incontro a Berlino, i due hanno messo a punto un’agenda comune.  Il Ministro francese ha però espressamente dichiarato che la “Francia rispetterà tutti gli impegni presi, alla lettera”, a partire dai livelli di deficit pubblico.

Le parole di Le Maire bastano come garanzia? Forse. In caso contrario, potrebbe esserci posto per un garante tedesco di livello, Peter Hartz appunto. Del resto, lui si è già detto disponibile.  Sui temi del lavoro, la coppia Merkron (Merkel e Macron)  potrebbe trasformarsi in MacHartz.  Se a beneficarne fossero davvero i giovani (possibilmente di tutti i paesi),  questo menage a troi  sarebbe più che benvenuto.

 


L’idea: Europatriates

L’osservazione. Alcuni Paesi dell’Ue hanno una capacità di formazione professionale eccessiva. Altri, sperimentano una svalutazione del proprio capitale umano.

La soluzione win-win. Un apprendistato all’estero, mirato al mantenimento del capitale umano, al suo re-impiego, ma anche allo sviluppo di servizi nei mercati del lavoro di partenza. Inizialmente, l’iniziativa potrebbe riguardare 250 mila giovani francesi e mezzo milione di tedeschi.

Il percorso. Il partecipante re-definisce le proprie ambizioni (coaching e diagnosi dei talenti), monitora le caratteristiche dei mercati del lavoro tramite l’utilizzo di un software open source (radar occupazionale), dialoga i suoi colleghi (polylog) e fruisce di un corso di lingua.

Il network. Le metodologie sono condivise online per replicare le best practices altrove (scale-up), a fronte di una sottoscrizione (social franchising).

Il costo. 215 miliardi di euro per un piano UE calibrato sul numero dei giovani disoccupati europei

Copertura finanziaria. Un fondo pubblico-privato presso la Banca europea degli investimenti (Bei). Le transazioni (azienda-tirocinante) potrebbero essere gestite per mezzo di uno strumento finanziario flessibile: i certificati di apprendistato (European apprenticeship time asset). Imprese e tirocinanti potrebbero convertire le ore-tirocinio in liquidità, a seconda delle esigenze.

 Per maggiori dettagli si vedano i seguenti link: ww.europatriates.eu/en;  www.shsfoundation.de/en      

    www.euvisions.eu


 

Questo articolo è comparso anche su L’Economia del Corriere della Sera del 28 maggio 2017

 

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Un nuovo istituto su lavoro e welfare, ma deve poter funzionare

Nel panorama degli enti pubblici c’è una new entry. Si chiama Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) e il suo compito sarà monitorare, valutare e contribuire alla progettazione delle “riforme”, in particolare quelle sul lavoro e sul welfare.  Di nuovo l’INAPP ha per ora solo il nome e il Presidente (Stefano Sacchi).  La struttura e il personale sono infatti quelli dell’ISFOL, creato negli anni Settanta per promuovere la indagini e sperimentazioni nel campo della formazione professionale e poi allargatosi anche alla gestione di programmi co-finanziati dalla UE.

C’era bisogno di cambiare? Decisamente si, L’ISFOL era diventato un centro senz’anima: ricerche e rapporti pressoché clandestini e senza impatto sul policy-making;  coinvolgimento diretto nell’attuazione di politiche,  un compito che richiede competenze molto diverse da quelle di chi vuole fornire conoscenze utili  e strategiche ai governi.

Di queste conoscenze abbiamo oggi bisogno come il pane.  In Italia le cosiddette riforme si fanno quasi sempre senza un’adeguata base empirica, avendo in mente obiettivi politici e scegliendo gli strumenti in base a logiche  giuridico-contabili. Negli altri paesi esistono invece centri che fanno programmazione strategica e immettono nel dibattito pubblico analisi e proposte orientate al futuro. I politici ne traggono grande beneficio, temperando la propria inesorabile propensione a privilegiare il presente.

Riuscirà INAPP a colmare questa lacuna? L’istituto nasce con uno statuto contorto, che lo lega mani e piedi al Ministero del Lavoro e all’ANPAL. L’organizzazione interna va ridisegnata, il finanziamento è incerto. C’è il rischio che tutto cambi perché niente cambi. Ma c’è anche un’opportunita’ davvero importante, che non va sprecata.  Sospendiamo il giudizio, in attesa di vedere i primi risultati. Sempre che il governo metta l’INAPP in condizioni di funzionare bene.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 24 maggio 2017

 

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