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Decreto Dignità: la miopia sul lavoro precario

Maurizio Ferrera

Il «Decreto Dignità» ha come bersaglio principale il lavoro a termine, considerato come fonte primaria di insicurezza per un grandissimo numero di giovani. Secondo il governo la soluzione sta nei disincentivi alle imprese, sotto forma di vincoli e penalità contributive. Questa impostazione ha creato un crescente antagonismo fra governo e Confindustria, e nel dibattito pubblico sono riemersi toni e simboli (come il termine «padroni») che ricordano gli anni Settanta. Il desiderio del ministro Di Maio di dare un segnale immediato, e possibilmente a costo zero, sui temi di sua competenza può essere comprensibile. È però doveroso chiedersi se l’approccio prescelto sia corretto. La precarietà di lavoro e reddito riguarda non solo i contratti a termine, ma anche molte altre categorie occupazionali come lavoratori autonomi, partite Iva, start up di nuove piccole imprese. Il tempo determinato non è una «piaga» dell’industria: è più diffuso nei servizi e riguarda persino la pubblica amministrazione. Il lavoro non standard è in rapida diffusione in tutti i Paesi Ue. In Francia, Olanda, Paesi nordici, Spagna, Portogallo, la quota di occupati che si trova in questa situazione è più elevata che in Italia. Stanno poi nascendo figure professionali completamente nuove intorno alle cosiddette piattaforme della gig economy: siti online dove si incrociano domanda e offerta di prestazioni che possono essere svolte «in remoto» (spesso da casa propria) su scala globale.

La Ue stima che il 2% della popolazione adulta sia già oggi coinvolto in questo tipo di attività. Secondo gli esperti il tradizionale contratto a tempo indeterminato è destinato a giocare un ruolo sempre più ridotto nel mercato occupazionale di domani. Il lavoro non sparirà, ma sarà sempre più flessibile: frequenti cambiamenti di posizione, anche in settori diversi, accelerazioni e rallentamenti nelle quantità e nei tempi di attività, in parte espressamente scelti, alternanza fra lavoro e formazione e cosi via.

In un contesto simile, insistere con le tutele contrattuali sul posto di lavoro è come tappare con un dito una diga piena di buchi. Certo, si devono contrastare gli abusi e degenerazioni. Ma occorre farlo con una matita a punta fine, in base a conoscenze dettagliate di pratiche e contesti, non con provvedimenti che fanno di ogni erba un fascio. Per quei settori dove è ancora possibile la transizione dal lavoro a termine a quello stabile, la diga dei vincoli e delle penali rischia anzi di diventare un rimedio peggiore del male (l’allarme lanciato dall’Inps). In tutta l’area del lavoro indipendente a basse garanzie le cose poi non cambierebbero di una virgola.

Siamo dunque condannati a un destino di insicurezza «indegna»? No, ai giovani si possono offrire prospettive di vita molto meno fosche e vulnerabili di quelle attuali. Le dighe alla precarietà vanno tuttavia costruite altrove. È la sfera del welfare che deve farsi carico di questo problema. Lo stato sociale è nato per fornire sicurezza di fronte ai bisogni dei lavoratori/cittadini. Nel tempo ha perso adattabilità, rimanendo ancorato al catalogo dei rischi tipici della società industriale fordista. La sfida è oggi quella di rimettere le politiche sociali in sintonia con l’economia e il mercato del lavoro dell’era postindustriale. Proviamo a immaginare un giovane con un contratto «precario» che possa contare su un pacchetto di prestazioni e servizi slegati dal posto di lavoro: un flusso di reddito calibrato sulle sue esigenze familiari (anche tramite crediti d’imposta), garanzie di formazione e aggiornamento professionale gratuiti, sostegni efficaci per l’inserimento o la ricollocazione lavorativa, congedi pagati in caso di malattia o maternità/paternità, assegni universali che assorbono gran parte dei costi dei figli e accesso gratuito ai nidi d’infanzia. Aggiungiamo la disponibilità di abitazioni nell’edilizia pubblica e di sussidi per l’affitto, nonché un sistema di «finanza inclusiva» che —tenendo conto del pacchetto di prestazioni garantite dallo Stato— fornisca opportunità per prestiti e anticipi. Pensiamo, ancora, a una rete di servizi alle persone, con agevolazioni fiscali, che faciliti la conciliazione vita-lavoro e la mobilità territoriale. In un simile contesto i giovani sarebbero ancora schiacciati o paralizzati dall’insicurezza? Quasi sicuramente no.

Un welfare di questo tipo esiste già in alcuni Paesi. Non sto parlando solo della Scandinavia. Molte di queste misure sono già realtà in Paesi come la Francia, l’Olanda e in parte anche la Germania. Lì la quota di contratti a termine è più o meno pari a quella italiana. Ma gli effetti negativi della precarietà lavorativa risultano molto attutiti.

È questa la strada maestra contro l’insicurezza. Il nuovo modello di welfare deve slegarsi in larga parte dal rapporto di lavoro e dal finanziamento contributivo. Nel nostro Paese la sfida è molto difficile: abbiamo un welfare ancora fortemente «lavoristico» e vincoli di bilancio molto stringenti. Ma ci sono margini di manovra, soprattutto tramite ambiziose strategie di riordino dell’esistente: dal coacervo di prestazioni assistenziali alla montagna delle detrazioni fiscali; da una maggiore partecipazione al costo dei servizi da parte dei ceti benestanti all’uso smart dell’elevato stock di risparmio privato. Il «reddito di cittadinanza», se ben disegnato, può diventare un tassello di questo progetto. Del tutto fuori linea sarebbe invece qualsiasi operazione di riforma delle pensioni su larga scala, al di là di alcune calibrature ai margini.

Il mercato del lavoro di ieri non tornerà; quello di domani è caratterizzato da rischi e opportunità molto diversi dal passato.

Ci troviamo di fronte a una transizione epocale, la sfida riguarda tutti, non solo le imprese: è in gioco il ridisegno della cittadinanza sociale. Si tratta di un grosso sforzo. Che va orchestrato dalla politica, con un’ottica lungimirante e responsabile.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 21 Luglio 2018

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COSÌ ALLO STATO MANCANO OLTRE DUE MILIONI DI POSTI

Scuole, ospedali e welfare soffrono. Il gap occupazionale con l’Europa azzerato da industria e agricoltura. Stiamo forse rinunciando all’economia della salute e della cultura?

Francesco Filippucci

Rispetto agli altri paesi europei, l’Italia ha note­voli «buchi» di posti di lavoro in alcuni specifici settori: istruzione, sanità, servizi sociali e, sor­presa, nella pubblica amministrazione. Come segnala il grafico in pagina, il divario è particolarmente pro­nunciato per quanto riguarda l’occupazione giovanile. In altre parole, se il nostro Paese avesse avuto nell’ultimo decennio un tasso di occupazione specifico in tali settori equivalente alla media Ue a 15, questo avrebbe significato quasi due milioni di posti di lavoro in più. Il dato va interpretato con cautela: in Italia l’occupazione è in generale più bassa rispetto agli altri paesi europei, tanto che gli unici settori dove superiamo la media dell’Unione a 15 sono agricoltura e pesca e, significativamente, il manifatturiero. Tuttavia, è sorprendente notare come i settori più indietro dal punto di vista occupazionale siano quelli che potrebbero es­sere più rilevanti a livello sociale e cruciali per il benes­sere di lungo periodo del paese.

Tagli
Quali sono le cause di questi buchi? I settori deficitari riguardano la produzione di beni «pubblici», ossia quelli con un impatto non solo sull’utente ma sulla co­munità circostante, che dovrebbe avere interesse a ga­rantirne un sufficiente sviluppo. In altre parole, non è scontato che il mercato riesca ad offrire «da solo» un livello efficiente di istruzione, sanità e amministrazio­ne pubblica (giustizia, sicurezza, funzionamento de­gli organi dello stato e enti territoriali), settori che hanno di conseguenza visto storicamente un ruolo preponderante dell’intervento pubblico in tutti i Pae­si.

Negli ultimi anni però la crisi ha drasticamente ridot­to le risorse a disposizione dei governi italiani, facen­do crollare gli investimenti ed arrivando in alcuni casi al blocco delle assunzioni. Secondo alcuni, inoltre, un certo «familismo», tipico della nostra cultura, contri­buirebbe ad abbassare i livelli di occupazione in tutti i settori dove è la famiglia, sopratutto le donne, ad offri­re in maniera informale i vari tipi di «servizi alla perso­na». Infine i settori in questione sono necessariamen­te meno trainati dalle esportazioni, ed hanno partico­larmente sofferto la lunga crisi della domanda inter­na. È una dinamica che sembra indicare come il nostro Paese si stia allontanando dall’essere un’econo­mia «della salute e della conoscenza», a differenza de­gli altri paesi avanzati, rimanendo invece concentrato su settori più tradizionali, come il turismo o l’agricol­tura, o sull’export manifatturiero.

Un po’ di privato
Invertire la rotta può sembrare difficile, consideran­do che gli ostacoli sono annosi e complessi da affron­tare senza sufficiente capitale politico e finanziario. Lo Stato dovrebbe dare priorità all’investimento in questi settori, in base a un ambizioso e documentato progetto strategico (nel Regno Unito si chiama evi­dence-based policy planning), quando al contrario negli ultimi anni la tendenza è stata a tagliare investimenti a favore di spese correnti. Difficile pensare sem­plicemente di assumere dipendenti pubblici, aumen­tando il carico fiscale, senza individuare i «colli di bot­tiglia» che impediscono la crescita di questi settori.

Una strada nuova potrebbe essere quella di favorire il coinvolgimento del settore privato, che in Italia ha già iniziato ad offrire molti servizi sociali innovativi, ad esempio con la crescita welfare aziendale. All’estero non mancano gli esempi di veri e propri «mercati» nei settori della formazione, della sanità, dell’investimen­to sociale, in cui capitali privati vengono indirizzati dal regolatore pubblico, con strumenti come la voucherizzazione, gli sgravi fiscali, i social bond. Portare alla luce nuovi modi di investire e rilanciare l’occupazione in istruzione, sanità, assistenza e sviluppo territoriale è, in ogni caso, una sfida che coinvolge la politica, l’in­formazione, e chiunque abbia a cuore il cammino del­la nostra economia verso un sentiero di benessere ed inclusione sociale, invece che di sempre più evidente declino.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 16 Luglio 2018

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Il quinto stato

II 28 luglio di 150 anni fa nasceva Giuseppe Pellizza da Volpedo: nella sua opera più famosa, il «Quarto Stato», è rappresentato un gruppo di contadini della pianura alessandrina, uno degli epicentri delle lotte agrarie del primo Novecento. Negli ultimi decenni il mondo contemporaneo si è ridefinito attraverso «piramidi» (pochi ricchi, tanti poveri), «diamanti» (una massa media), società dei due terzi (65% di cittadini sicuri e 35% vulnerabili). Oggi, al fondo, è rimasto il precariato: diritti approssimativi, salari bassi, nessuna protezione sociale.

Maurizio Ferrera

Nel noto quadro di Pellizza da Volpedo (di cui il 28 luglio ricorre il 150° della nascita) il Quarto Stato è rappresentato da un gruppo di contadini della pianura alessandrina, uno degli epicentri delle lotte agrarie dei primi del Novecento. Ma, come la storia del dipinto rivela, quella «fiumana» (titolo di un quadro precedente) era composta da «ambasciatori della fame» (titolo di un primo bozzetto), che parlavano per quella larga parte di società che «soffriva assai». La figura femminile in primo piano, con un bimbo in braccio, allarga l’universo sociale del quadro all’intera schiera degli oppressi, a una «umanità assetata di giustizia» che Pellizza descrisse in una poesia coeva. Insomma, il «Quarto Stato» era una classe «per sé», portatrice di interessi universali di emancipazione.

Quella classe è stata la protagonista principale del secolo scorso. Nel suo nome si sono fatte rivoluzioni in varie parti del mondo. In Europa occidentale, i suoi rappresentanti hanno riempito i parlamenti e spesso tenuto le redini dei governi, addomesticando il capitalismo e creando il welfare state. Una volta conseguito il potere, il proletariato novecentesco si è tuttavia fermato. Da (potenzialmente) universali, i suoi interessi si sono ripiegati verso il particolare, dando priorità a obiettivi prosaici come l’indicizzazione dei salari, l’età di pensionamento, l’ammontare della liquidazione… La conquista (oggi soprattutto la difesa) di garanzie per i propri membri ha indebolito la capacità della classe lavoratrice «a tempo indeterminato» di mantenere un orizzonte largo, di svolgere il tradizionale e nobile ruolo di ambasciatrice dei più vulnerabili.

Anche se oggi sono meno visibili di un secolo fa e sicuramente molto meno organizzate, le fiumane di svantaggiati esistono ancora. Gli oppressi del mondo entrano tutte le sere nelle nostre case attraverso la tv. Ma da loro ci separa un fossato che spiega e riproduce la loro emarginazione. Sono tagliati fuori da qualsiasi circuito economicamente e politicamente rilevante perché non hanno nulla da scambiare. Il «Quarto Stato» aveva braccia che servivano, poteva fare scioperi che spaventavano. Grazie al suffragio universale, i suoi uomini e (dopo, non ancora pienamente) le sue donne sono riusciti a entrare nel sistema e a sfruttarlo a proprio vantaggio. I diseredati del mondo d’oggi invece sono esclusi, la globalizzazione passa sopra le loro teste senza considerarli.

Ma come stanno le cose al di qua del fossato, nel Primo Mondo? Cosa c’è oggi sotto il «Quarto Stato»? Già negli anni Ottanta gli studiosi cominciarono ad osservare che la distribuzione del reddito e più in generale delle opportunità stava assumendo una nuova forma: dalla tradizionale piramide — tanti poveri alla base, pochi ricchi al vertice — a una specie di diamante — una grande «massa media» in mezzo, i ricchi nell’angolo superiore e i poveri nell’angolo inferiore. Ralf Dahrendorf coniò la metafora della «società dei due terzi». Un 65% di persone economicamente e socialmente sicure, il resto composto da un caleidoscopio di figure senza agganci fissi al mercato del lavoro e dunque strutturalmente vulnerabili, quando non addirittura intrappolate nella disoccupazione e nella povertà.

A questo variegato caleidoscopio il dibattito più recente ha assegnato un nome: il precariato. La struttura di classe delle società avanzate si è riarticolata in cinque segmenti. Un ceto ristretto di plutocrati al vertice, ormai integrato a livello internazionale grazie alla globalizzazione del capitale finanziario. A seguire, un ceto borghese, benestante ma tuttora ancorato a patrimoni e attività prevalentemente nazionali. Poi un ceto abbastanza ampio di «salariati»: categorie sociali che possono contare su flussi di reddito fisso da lavoro dipendente, autonomo o da pensione. Il tradizionale «Quarto Stato» si è in parte disciolto all’interno del salariato; le sue fasce più basse sono rimaste classe operaia (proletariato), la quale è però bene inserita dentro la cittadella delle garanzie. Al fondo, sta invece il precariato.

Che cosa contraddistingue questo gruppo sociale, che potremmo chiamare il contemporaneo «Quinto Stato»? Essenzialmente tre elementi. Il primo e più evidente è l’instabilità lavorativa, l’assenza di un posto e di un reddito ragionevolmente sicuri. Chi fa parte del precariato esegue lavori a termine, occasionali, a tempo parziale, a domanda, in somministrazione, nelle piattaforme della gig economy. Ciò impedisce il formarsi di identità occupazionali, di una qualche «narrazione» per ordinare la vita. I precari sono anche costretti a sobbarcarsi molto lavoro non retribuito per restare occupabili: guardarsi in giro, passare ore su internet, compilare domande, aggiornare il curriculum, fare corsi di aggiornamento e così via. Il secondo elemento è l’assenza — o il bassissimo grado — di protezione sociale. Niente ferie o giorni di malattie pagate, pochi sussidi per il periodo di non occupazione, buchi contributivi e così via. In molti Paesi esistono redditi minimi garantiti. Ma non sempre la condizionalità a essi collegata ha ricadute positive, per alcuni non conviene proprio. Infine il terzo elemento — che riguarda soprattutto gli immigrati, sempre più anche quelli provenienti da Paesi dell’Ue — è il tenue legame con la cittadinanza, il diritto ad avere diritti, soprattutto politici e sociali. Questi tre elementi tendono a produrre frustrazione e stress psicologico, ansia nei confronti di eventi imprevisti, impossibilità di programmare, sensazione di isolamento ed esclusione.

Certo, non per tutti i precari è così. Il precariato è per lo più giovane (anche se sta invecchiando: c’è chi a quarant’anni non ne è mai uscito). Dunque le effettive condizioni di vita dipendono molto dal background familiare. I genitori in genere fanno parte del salariato, spesso anche della borghesia benestante. In questi casi, la precarietà può anche essere vissuta come flessibilità, come fonte di inedite opportunità per bilanciare i tempi di vita e di lavoro, per sperimentare diverse ambizioni. Per la maggioranza, tuttavia, il tratto prevalente rimane la vulnerabilità.

Nel volume del 2011 Precari (il Mulino), il sociologo Guy Standing sostenne (da neomarxista) che il precariato era la nuova «classe pericolosa», in procinto di trasformarsi in una classe per sé, un «Quinto Stato» pronto a mobilitarsi contro apertura, globalizzazione, neoliberismo, concorrenza e mercato. Qualche fermento in effetti c’era già stato (movimento no global, mobilitazioni anti Bolkestein in Europa) e s’intravedevano i sintomi di un possibile risveglio del precariato in fenomeni come Occupy, gli Indignados, Syriza. Negli anni successivi tale risveglio non ha tuttavia prodotto solo mobilitazioni «emancipative» (per dirla con Standing), ma anche «regressive», di stampo xenofobo o neofascista.

Rispetto al Quarto Stato novecentesco, il profilo politico del «Quinto Stato» di oggi presenta incisive e decisive differenze. Il proletariato condivideva il lavoro di fabbrica, viveva negli stessi quartieri, frequentava gli stessi ritrovi, le sezioni dei partiti e dei sindacati. Era socialmente e culturalmente più omogeneo, più facile da organizzare e mobilitare. Il precariato è eterogeneo, disperso, molto connesso, ma attraverso i canali «freddi» di internet. Al suo interno si creano increspature, a volte onde effimere di mobilitazione, ma non si formano mai «cavalloni» in grado di fare rumore, di creare disordine. Difficile immaginare per il precariato un’icona che abbia Io stesso valore simbolico del quadro di Pellizza, la stessa capacità evocativa unificante. La classe operaia novecentesca aveva inoltre un programma politico: il socialismo (prima senza aggettivi, poi democratico). Il precariato del XXI secolo è invece privo di un’agenda propria e coerente. Alcune interessanti idee a riguardo circolano tuttavia nel dibattito intellettuale. Da un lato, vi è la riflessione su come fornire sicurezze e protezioni calibrate sulle nuove modalità di lavoro. È la strategia della flexicurity — quella seria — magari sorretta da un reddito di base universale e incondizionato, come propone Philippe Van Parijs. Dall’altro lato, si riflette su come fare di necessità virtù, ossia approfittare della globalizzazione, della flessibilizzazione e delle nuove tecnologie per progettare un nuovo modello di società.

La sfida sociale del Novecento è stata quella di assicurare lavoro e reddito. Quella del nostro secolo sarà la redistribuzione equa del surplus generato dall’integrazione economica e dalle nuove tecnologie, se questi processi saranno ben gestiti. Nel nuovo contesto, l’obiettivo sarà garantire a tutti non solo una base di sicurezza economica, ma anche una quantità «decorosa» della risorsa che sta diventando sempre più scarsa: il tempo. Più precisamente (come propone Robert Goodin) tempo discrezionale «di qualità», da usare senza costrizioni se non quelle da noi liberamente scelte.

Questo articolo è comparso anche su la Lettura del 15 Luglio 2018

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Il reddito di cittadinanza: stimoli, non sussidi per chi cerca lavoro

Maurizio Ferrera

Secondo gli annunci del governo, il reddito di cittadinanza dovrebbe prendere avvio con la legge di Stabilità per il 2019, che si discuterà in autunno. Peccato che a tutt’oggi non siano affatto chiari obiettivi, strumenti, compatibilità finanziarie. Non si può pensare di rivoluzionare le politiche sociali e del lavoro con un investimento che potrebbe avvicinarsi a trenta miliardi senza avere un progetto (in altri Paesi si chiamerebbe Libro Bianco) che i cittadini possano capire, discutere e valutare pubblicamente. Le questioni di base sono due: qual è la sfida prioritaria che il reddito di cittadinanza vuole affrontare? E come si innesterà questa ambiziosa misura sugli strumenti già esistenti? Negli altri Paesi Ue gli schemi di reddito minimo d’inserimento sono nati per combattere la povertà, non la disoccupazione. Certo, i sussidi sono ovunque condizionati a percorsi di formazione e accompagnamento, nessuno è pagato per stare sul divano. Ma il ruolo di questi schemi è residuale, essi intervengono laddove le persone per varie ragioni non hanno redditi da lavoro e cadono fra le maglie del sistema di protezione sociale.

Gli altissimi livelli italiani di povertà (peraltro in continuo aumento, come attestato dall’Istat l’altro ieri) dipendono in parte dalle manchevolezze del sistema pensionistico e delle prestazioni familiari. Se avessimo pensioni sociali adeguate e soprattutto assegni universali per i figli (come in Francia o Germania) la platea di potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza si ridurrebbe significativamente. Questa nuova misura potrebbe così essere ritagliata in particolare sugli adulti in condizione di esclusione sociale (la quale non necessariamente si risolve con l’inserimento nel mercato del lavoro). È la strada più ragionevole da scegliere, anche perché lo strumento adatto c’è già, occorre «solo» rafforzarlo e perfezionarlo. Si chiama Rei (reddito d’inclusione), che da luglio diventerà una misura universale, capace di sussidiare 700 mila famiglie in povertà estrema. Forse per ragioni di marketing politico, i Cinque Stelle non hanno mai neppure menzionato il Rei nei loro programmi. È giunto il momento di scoprire le carte. Si parte da lì oppure si ricomincia da capo? Nel secondo caso, perché?

La lotta alla disoccupazione è un altro discorso. Per chi perde il posto, abbiamo già il sistema di ammortizzatori sociali (in particolare la Naspi, ma non solo) introdotto dal jobs act, con annesso un programma di espansione dei centri per l’impiego. Come minimo, il reddito di cittadinanza dovrebbe coordinarsi con le misure e le iniziative già in corso, secondo quanto suggerito, ad esempio, da Sacchi e Vannutelli su lavoce.info. Per i giovani usciti dai canali formativi c’è la famosa Garanzia giovani. È opinione comune che questa sia stata un grosso fallimento. Ma teniamo presente che essa è rivolta a per-sone praticamente senza qualifiche (i cosiddetti neet) che sono davvero difficili da collo-care. Ciò nonostante, il 61% dei giovani assistiti trova un inserimento lavorativo nelle regioni del Nord e il 35% al Sud. Immagino che il ministro Di Maio non voglia smantellare questo schema. Come lo migliorerà?

Il Mezzogiorno è da sempre l’area più problematica del nostro mercato occupazionale. Le cause sono tante e affondano le radici nella storia economica, sociale e culturale delle regioni del Sud. La sfida non è certo quella di «inserire» le persone, ma quella di creare nuovi posti di lavoro. I confronti internazionali segnalano che l’economia del Mezzogiorno è incapace di assorbire personale in aree chiave dei servizi: turistici, ricreativi, culturali, sociali, sanitari, educativi. Fatte le debite proporzioni, mancano centinaia di migliaia di posti. Prima di sussidiare chi cerca lavoro, bisogna stimolarne la domanda. Ciò richiede investimenti infrastrutturali e sociali, incentivi fiscali, una sostanziosa riduzione del costo del lavoro. Secondo alcune stime, circa il 70% dei venti miliardi del reddito di cittadinanza andrebbero al Sud. È probabile che si crei così un circolo vizioso: più spesa pubblica assistenziale, meno disponibilità di bilancio per investimenti e incentivi, persistenza o aggravamento del sottosviluppo, più spesa assistenziale. È una sindrome ben conosciuta, che non ha certo aiutato il Mezzogiorno, ma anzi lo ha gradualmente depauperato della risorsa più importante: il capitale umano. Da anni si registra una drammatica emorragia di giovani da Sud a Nord (e ormai anche verso le grandi capitali Ue). Come fa un sistema economico a svilupparsi se regala ad altri i suoi migliori talenti ed è incapace di attrarne di nuovi? Se ben congegnato e inseri-to in un più ampio progetto di (ulteriore) modernizzazione della protezione sociale italiana e di rivitalizzazione del mercato del lavoro al Sud, il reddito di cittadinanza (chi non ama questo nome potrebbe chiamarlo «Rei 2.0») potrebbe svolgere un ruolo pre-zioso per contrastare la povertà e l’esclusione sociale. Senza un progetto coerente, invece, sarà l’ennesimo fallimento del welfare all’italiana: trasferimenti a perdere, facili prede di interessi e pratiche clientelari.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 28 giugno 2018

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Perchè la disoccupazione giovanile è così alta? Dobbiamo rassegnarci alla precarietà o ci sono alternative?

Maurizio Ferrera

Nel mondo del lavoro è in atto una trasformazione epocale. Grazie ai progressi sul fronte delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict), la produzione di beni e servizi registra livelli sempre più intensi di digitalizzazione e automazione. In molti settori, robotizzazione e intelligenza artificiale stanno rivoluzionando in modo radicale i modi di produrre, consumare, interagire.

L’adozione di nuove tecnologie non è un fenomeno nuovo. Ciò che contraddistingue la fase attuale è l’accelerazione dei cambiamenti e la presenza di macchine che non sono più solo un complemento al lavoro umano, ma entità che operano con una grande autonomia e possono sostituire le persone nello svolgere compiti di routine, di tipo ripetitivo e standardizzato. Secondo alcune previsioni, nei 15 Paesi più sviluppati (Italia inclusa) dell’Ocse l’automazione può causare una perdita netta di oltre cinque milioni di posti di lavoro «tradizionali» nei prossimi anni.

Qualcuno evoca uno scenario allarmante di «fine del lavoro», ossia una quasi completa sostituzione dell’uomo da parte delle macchine. Tale scenario metterebbe in discussione le fondamenta stesse della vita umana: il lavoro non è solo un mezzo per soddisfare bisogni e desideri, ma anche il principale strumento di integrazione sociale, la sfera in cui definiamo una buona parte della nostra identità, diamo senso alla nostra esistenza.

La tesi della «fine del lavoro» pecca però di catastrofismo. Ciò che sta già avvenendo, e si intensificherà negli anni a venire, è una profonda trasformazione e ricomposizione del mondo del lavoro, non la sua estinzione. Innanzitutto alcuni lavori continueranno ad essere svolti dagli umani, sia per il tipo di competenze richieste o semplicemente a causa delle nostre preferenze. Pensiamo all’assistenza all’infanzia, agli anziani, ai malati. In secondo luogo, il fatto che determinate attività possano essere eseguite dalle macchine significa che si libera tempo perché i lavoratori in carne ed ossa possano svolgere altre attività e creino ulteriore valore aggiuntivo. Invece di operare le macchine, gli umani si limiteranno a monitorarle, definendo in modo creativo ciò che deve essere fatto e come, e poi usando i robot per ottenere esattamente il risultato voluto. Creatività, intelligenza emotiva, abilità saranno i fattori determinanti. Tutte le occupazioni che richiedono elevate abilità interpersonali e analitiche non di routine sono cresciute costantemente negli ultimi tre decenni. Ciò che «salverà» il lavoro umano è proprio la capacità di interazione e condivisione sociale, di negoziare con gli altri obiettivi e strumenti, di cercare e costruire compromessi. Peraltro la rivoluzione tecnologica in quanto tale aumenterà la domanda di tecnici. Nell’Unione Europea entro il 2020 si prevede che le imprese avranno difficoltà a riempire più di 800.000 posti di lavoro nel settore Ict.

Le tutele per i giovani
Perché in questo contesto di rapida trasformazione la disoccupazione giovanile è così alta? Le cause sono molteplici e non semplici da indagare. Una di queste è chiaramente la crisi finanziaria del 2008 e la successiva grande recessione. I giovani sono stati i più esposti in quanto privi di esperienza e in molti casi di tutele. In secondo luogo, la rivoluzione nel modo di produrre si scontra con profonde asimmetrie nella regolazione del mercato del lavoro, nell’organizzazione del welfare e dei sistemi educativi. Il problema maggiore è il disallineamento fra le competenze che i giovani offrono oggi sul mercato del lavoro e quelle di cui necessitano le imprese. Più alto il disallineamento (come in Italia), più alta la quota di giovani che non riescono a inserirsi o di giovani che svolgono lavori incongrui rispetto alle proprie qualifiche.

I giovani sono anche più direttamente interessati da un corollario della rivoluzione tecnologica e della globalizzazione: il cambiamento della organizzazione del lavoro. In tutte le economie sviluppate il mercato occupazionale si sta trasformando in un vero e proprio patchwork di molteplici figure professionali e contrattuali. Fra uno o due decenni, il lavoro stabile presso un’unica impresa per tutta la vita cesserà di essere la norma, si cambieranno più posti, si faranno lavori e attività diversi. Negli Stati Uniti, già ora per la fascia d’età compresa tra 25 e 34 anni la permanenza mediana nello stesso contratto di lavoro è tre anni, tre volte inferiore a quella dei lavoratori anziani fra i 55 e 64. Anche in Europa si registra una tendenza simile e i sondaggi segnalano che, in molti casi, si tratta di una scelta consapevole. Se il processo continua, per le nuove generazioni sarà usuale avere 15 0 persino 20 diversi lavori nel corso della vita.

Questa evoluzione presenta lati positivi e negativi. Da un lato, aumentano i margini di flessibilità e autonomia non solo per le imprese, ma anche per chi lavora. Le tradizionali gabbie temporali (dalle 9 alle 18, cinque giorni la settimana) si allentano; il telelavoro, il lavoro agile, il lavoro flessibile e a tempo parziale (quello scelto) consentono alle persone di scegliersi i pacchetti «tempo/reddito» più consoni alle loro esigenze e preferenze. Dall’altro lato, il lavoro «precario» tende ad essere meno pagato rispetto al tempo pieno equivalente ed è associato ad un minore accesso alla formazione. Non è l’opzione preferita per molti e comporta anche maggiori rischi, dovuti a periodi frequenti senza o con reddito molto basso, nonché condizioni meno favorevoli in termini di accesso alle prestazioni sociali.

Per evitare che questo scenario crei un eccesso di insicurezza e nuove polarizzazioni sociali è necessario un cambio di paradigma nelle politiche pubbliche. Anziché indirizzarsi in forma standardizzata a tutti coloro che, genericamente, partecipano al mercato occupazionale, occorre fornire risposte differenziate in base ai diversi percorsi che le persone intraprendono durante la loro vita. Il cambiamento di paradigma deve spostare la priorità dalla «riparazione ex post» alla «preparazione ex ante». Il nuovo approccio deve partire dalla scuola e dalla formazione, passa per il sostegno alle imprese nella crescita e nella creazione di posti di lavoro attraverso l’investimento in capitale umano e competenze, la riconfigurazione del welfare attraverso una maggiore personalizzazione delle prestazioni e nuovi diritti sociali.

Abilità da aggiornare
Abilità e competenze dovranno essere continuativamente aggiornate e integrate. Le relazioni industriali dovranno perciò rifocalizzarsi su questa priorità, prevedendo non solo l’obbligo da parte delle imprese di erogare formazione nel posto di lavoro, ma anche un’equa distribuzione dei suoi costi. La formazione continua dovrà essere garantita anche a chi perde il lavoro e diventare parte integrante delle politiche attive. Occorre poi inventare nuove tipologie di diritti sociali personalizzati. L’Unione Europea ha recentemente proposto l’istituzione di una «garanzia per le competenze». Nella versione più ambiziosa, a tutte le persone in età attiva sarebbe conferito il diritto a due prestazioni: la valutazione periodica delle proprie competenze e la loro certificazione; un voucher per accedere a corsi di formazione e aggiornamento mirati. Uno strumento innovativo potrebbe essere il «conto personale d’attività», in corso d’istituzione in Francia sulla scia di un accordo fra le parti sociali e il governo del 2015. Chi lavora o svolge attività «sociale» (servizio civile, volontariato e così via), matura periodicamente dei «punti» che possono essere utilizzati nel corso della vita attiva in diversi modi: per corsi di formazione, per passare al tempo parziale senza riduzione della retribuzione, per anticipare la pensione in caso di perdita del posto di lavoro oltre una certa età.

Il modello sociale europeo potrà sopravvivere, nella misura in cui riuscirà a superare questo insieme di sfide, ad adattarsi al cambiamento e ad incanalarlo verso esiti a somma positiva, in modo da contrastare nei fatti l’utopia negativa della «fine del lavoro» e smentire così i suoi apocalittici profeti.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera Orizzonti del 7 giugno 2018

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Ma sono ancora troppe le giovani che lasciano

La digitalizzazione dell’economia è ormai una tendenza irreversibile, dalla quale non possiamo che aspettarci rilevanti benefici aggregati. Occorre però essere preparati al suo impatto sul lavoro e insieme non sottovalutare i suoi effetti (re)distributivi, anche sul piano delle pari opportunità fra uomini e donne. Nonostante la crescente domadda di specialisti nelle tecnologie della informazione e comunicazione (Ict), la percentuale di giovani europei con diplomi o lauree in questo settore sta diminuendo. La tendenza è particolarmente marcata fra le donne. Gli uomini che hanno seguito percorsi formativi in Ict sono quattro volte più numerosi delle donne e tre volte più numerosi fra gli occupati in questo settore. Un enorme problema è poi rappresentato dagli abbandoni delle occupate digitali, soprattutto dopo l’arrivo dei figli. Uno studio della Commissione Uè ha recentemente calcolato che la perdita annuale di produttività per l’economia europea causate dagli abbandoni delle occupate digitali è pari a circa 16,2 miliardi di euro («Women in the Digital Age», 8 marzo 2018). Lo studio mostra anche che le startup di proprietà femminile hanno maggiori probabilità di successo; ciò nonostante la partecipazione e la leadership femminile nel complesso delle imprese digitali sta diminuendo. Si tratta di dinamiche legate a fattori di carattere trasversale ma anche di natura più specifica e culturale. Le giovani donne che fanno studi tecnico-scientifici e considerano di intraprendere carriere in questo settore sono ancora troppo poche. Quest’anno, il grande tema «Lavoro e Tecnologia» sarà al centro del Festival dell’economia di Trento. Un panel organizzato dal think tank di giovani «Tortuga» (www.Tortugaecon.eu) approfondirà le conseguenze della digitalizzazione sull’occupazione femminile. Le donne devono aumentare la propria presenza su questo fronte. Aprendo la strada a forme diverse di lavoro e di organizzazione del tempo, il digitale può offrire infatti non solo prospettive di carriera e successo professionale, ma anche di una migliore qualità di vita.

Questo articolo è comparso anche sul Corriere Economia del 21 Maggio 2018

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Il razzismo uccide il welfare

Quale destino per lo Stato sociale? Secondo la politologa tedesca Ellen Immergut investire sul lavoro dei giovani e sull’integrazione degli immigrati è l’unico modo per assicurare la sostenibilità dei sistemi di solidarietà. Perciò i partiti xenofobi sono una minaccia; difendono in modo cieco uno status quo che non può durare.

conversazione di MAURIZIO FERRERA con ELLEN IMMERGUT

Negli ultimi quattro anni Ellen Immergut ha coordinato il progetto di ricerca europeo forse più ampio e ambizioso sul welfare. Il titolo è Welfare State Futures e in un certo senso contiene già un messaggio: gli scenari possibili sono tanti, nessuno è predeterminato, ci sono margini di scelta. Le chiediamo innanzitutto se tra i futuri possibili c’è anche la fine del welfare, o quanto meno l’estinzione dell’impegno pubblico su questo fronte.

ELLEN IMMERGUT — Il welfare state è una delle istituzioni chiave per la promozione della solidarietà. Le sue politiche hanno praticamente eliminato la povertà fra gli anziani. Le persone tendono a dimenticare com’era la situazione negli anni Trenta e Quaranta. In tutta Europa, l’assistenza sanitaria è ormai universale e di buona qualità. Esistono ovunque reti di sicurezza di base per disoccupazione, invalidità, indigenza estrema. Il punto di partenza deve quindi essere il riconoscimento di un grande successo europeo. E la stragrande maggioranza degli europei concorda (molto più che gli americani o i giapponesi) sul fatto che sia compito dello Stato occuparsi degli anziani e delle persone malate o invalide. Oggi però tendiamo a dare le realizzazioni del welfare per scontate. Così le persone iniziano a chiedersi: perché ce l’abbiamo? Ne vale la pena? Perché dovremmo pagare così tanto? Non sono solo i vincoli economici a minacciare le realizzazioni dello Stato sociale, ma anche una certa erosione del sostegno dei cittadini. È a questo processo che dobbiamo guardare, se ci sta a cuore l’impegno pubblico per il welfare.

MAURIZIO FERRERA — In una società che invecchia bisogna certo proteggere le persone fragili, ma al tempo stesso assicurare che vi siano abbastanza persone attive e produttive proprio per pagare i costi del welfare. Senza crescita, lavoro e gettito fiscale, non potremo più permetterci gli attuali livelli di protezione. Con il calo della natalità, le dimensioni delle forze di lavoro si stanno rapidamente riducendo, mentre aumenta il numero degli anziani. Possiamo davvero aspettarci che i lavoratori più giovani siano disposti a versare contributi e tasse inevitabilmente crescenti?

ELLEN IMMERGUT — È chiaro che in regime di democrazia il futuro dello Stato sociale dipenderà da quanto gli elettori sono disposti a pagare e da quali prestazioni esattamente verranno considerate meritevoli di essere erogate. Per mantenere un po’ di equilibrio fra popolazione attiva e anziana bisogna puntare di più su giovani e immigrati, facendo molta attenzione alla quantità e qualità degli investimenti che facciamo (in particolare creando servizi) per sviluppare, consolidare e incrementare nel tempo il loro capitale umano. Peraltro i servizi sociali creano lavoro e aumentano le entrate fiscali. Sappiamo che la diseguaglianza inizia ancor prima della nascita, e questo è esattamente ciò che gli investimenti sociali (ad esempio per l’istruzione e la cura della prima infanzia fra 1 e 3 anni) possono combattere.

MAURIZIO FERRERA — Da un paio di decenni le disuguaglianze stanno crescendo ovunque e la grande recessione ha esacerbato questa tendenza. È un noto paradosso della politica il fatto che, al crescere delle diseguaglianze, tende a diminuire il sostegno per la redistribuzione, a erodersi l’ethos della solidarietà.

ELLEN IMMERGUT — Le nostre ricerche confermano che ciò che le persone sostengono non è la redistribuzione, ma la condivisione dei rischi. Ciò che si desidera e si apprezza è l’assicurazione contro l’insorgenza di bisogni a cui non potremmo far fronte da soli nel corso della vita. Di conseguenza, più grande è la platea di persone che sentono di condividere dei rischi considerati come «comuni», più forte è l’impegno per la solidarietà e più forte il sostegno allo Stato sociale. Se i rischi diventano parcellizzati, allora il supporto cala. La crescita delle diseguaglianze non ha riguardato solo il reddito, ma anche la distribuzione dei rischi fra i vari strati sociali, rendendo alcuni di questi ceti potenzialmente più autosufficienti, altri molto più vulnerabili.

MAURIZIO FERRERA — Uno dei settori in cui la parcellizzazione dei rischi e delle coperture è stata più marcata è forse la salute. Da un lato è aumentato il divario in termini di speranza (e qualità) di vita fra poveri e ricchi. Dall’altro, questi ultimi hanno le risorse per acquistare polizze private che consentono loro di accedere alle terapie più costose e sofisticate, senza Uste d’attesa. Avete trovato evidenza che queste dinamiche erodano il senso di solidarietà e il sostegno per l’universalismo?

ELLEN IMMERGUT — Abbiamo osservato che cosa succede quando le persone passano dalla copertura pubblica a quella privata o aderiscono a schemi complementari. In effetti si nota un certo declino nella disponibilità a sostenere lo Stato sociale e una minore propensione alla solidarietà. È importante sottolineare, tuttavia, che la sanità universale non deve necessariamente essere gestita per intero dallo Stato. Anzi, il sostegno per l’uguaglianza sanitaria è leggermente più alto nei sistemi basati su assicurazione obbligatoria (pubblica o su base occupazionale) rispetto ai sistemi universahstici puri. Il punto chiave è che la solidarietà viene incoraggiata quando le persone si considerano parte di un insieme comune di istituzioni: tutti partecipano ai costi e tutti ricevono uguale trattamento.

MAURIZIO FERRERA—Fammi capire. In Italia, come in Gran Bretagna o nei Paesi nordici, abbiamo un servizio sanitario pubblico universale finanziato dalle imposte. I cittadini/utenti non sanno bene quanto pagano e sono consapevoli che molti contribuenti evadono le tasse o non pagano il giusto. La tendenza degli ultimi decenni è stata semmai quella di aumentare i ticket (le compartecipazioni). Questo disegno non rischia di alimentare un senso di sfiducia e persino di ingiustizia? Come fanno i Paesi nordici a conciliare sostenibilità, universalismo, solidarietà, in un contesto dove gli utenti sono comunque abituati a pagare ticket anche per le visite del medico pubblico o per i ricoveri ospedalieri?

ELLEN IMMERGUT — Si tratta di questioni complesse, nessun sistema è immune da rischi di insostenibilità, delegittimazione e desolidarizzazione. Però, ripeto: quanto più estesa e omogenea è la copertura, tanto più elevato il potenziale di solidarietà. Le compartecipazioni finanziarie da parte degli utenti più abbienti sono la regola in tutti i servizi sanitari finanziati tramite imposte. Così come un po’ ovunque si stanno diffondendo forme di copertura integrative, a volte incentivate dallo Stato per le categorie più deboli (come sta avvenendo in Francia). Ciò che conta è evitare la dualizzazione, ossia l’uscita dal sistema pubblico di intere categorie sociali che si assicurano e si curano solo nella medicina privata. Poi contano le tradizioni culturali (gli inglesi sono tradizionalmente molto fieri e gelosi del Nhs), le campagne dei media (i norvegesi si lamentano perché i Vip ricevono trattamenti speciali), il grado di corruzione (che erode il sostegno alla solidarietà pubblica in alcuni Paesi dell’Est europeo). La solidarietà sanitaria non è solo collegata a fattori organizzativi o regolativi, ma va costantemente coltivata sul piano politico e comunicativo.

MAURIZIO FERRERA — E veniamo a un altro tema scottante: l’immigrazione. Hai detto che, anche per contrastare l’invecchiamento demografico, le società europee devono non solo accogliere, ma anche investire sugli immigrati, soprattutto i più giovani. Si tratta però di una sfida piuttosto delicata, anche sul piano politico.

ELLEN IMMERGUT — Certo. Ma ormai gli immigrati regolari rappresentano quote vicine al 10% della popolazione, di più se consideriamo solo la popolazione adulta. La domanda che ci dobbiamo porre non è solo quanti immigrati in più possiamo 0 dobbiamo accogliere, ma quali sono gli orientamenti di coloro che già sono fra noi, soprattutto quelli che votano 0 voteranno. In base alle nostre ricerche, i migranti non richiedono né usufruiscono di prestazioni sociali in misura maggiore dei nativi. Non sono tuttavia un gruppo omogeneo e i loro orientamenti sono strettamente correlati alla cultura dei Paesi d’origine. In generale, i livelli di sostegno alla spesa per pensioni di vecchiaia e per l’assistenza sanitaria sono inferiori rispetto ai livelli dei nativi. Se vogliamo assicurare la sostenibilità del welfare, dobbiamo puntare all’integrazione sociale e culturale dei migranti, in modo che accettino di fare la propria parte per sostenere le pensioni dei nativi anziani. L’interesse verso le politiche di investimento sociale a favore di donne e bambini dipende poi molto dalla cultura e dai valori dei contesti di provenienza, specie per quanto riguarda i rapporti di genere: anche questo è un fattore da considerare.

MAURIZIO FERRERA — Resta comunque il problema dell’accoglienza. In tutta Europa si è alzato il vento del populismo sovranista e a volte anche xenofobo.

ELLEN IMMERGUT — Il populismo è in parte il risultato dell’incapacità dei partiti tradizionali di governo di spiegare e giustificare le politiche di austerità e la gestione dei flussi migratori. Il contraccolpo populista non è arrivato quando abbiamo toccato il culmine dell’austerità, della grande recessione, della crisi migratoria. È arrivato con un certo ritardo, quando i nuovi leader populisti sono riusciti a mobilitare gli elettori più vulnerabili, più colpiti dalla crisi, più arrabbiati per aver fatto sacrifici senza che vi fosse adeguato riconoscimento dei loro problemi e difficoltà. E anche una distribuzione equa dei costi della recessione, visto che alcune categorie si sono addirittura arricchite.

MAURIZIO FERRERA — Quali spazi esistono oggi per le politiche di investimento sociale che sembrano indispensabili per assicurare il futuro del welfare?

ELLEN IMMERGUT — I nostri dati suggeriscono che la minaccia maggiore è collegata al populismo di destra. Dove il populismo sovranista è più debole, i partiti di centrosinistra e persino di centrodestra sono più propensi a promuovere gli investimenti sociali. In presenza di sfidanti di destra populista, invece, anche partiti tradizionali si concentrano sulla difesa dello status quo. Questo effetto è chiaramente connesso alla competizione per il voto della classe operaia culturalmente conservatrice, che preferisce mantenere le cose come stanno.

MAURIZIO FERRERA—Dunque le chiavi per i diversi possibili futuri del welfare sono nelle mani della politica. E l’ascesa dei populisti non lascia ben sperare: in questo senso ciò che accadrà in Italia nei prossimi mesi potrebbe essere una cartina di tornasole per tutta l’Europa. A proposito, non credi che la Uè abbia una certa responsabilità in ciò che è successo? E che, d’altra parte, l’uscita dall’impasse populista non possa che passare da una riforma dell’Unione?

ELLEN IMMERGUT — L’Europa ha un grave problema di legittimità e l’istituzione chiave che promuove la solidarietà e la legittimità, ossia lo Stato sociale, è uscita seriamente danneggiata dalla crisi. A mio parere, alcune recenti iniziative della Uè vanno nella giusta direzione. Pensiamo all’attenzione per gli investimenti sociali entro il patto di stabilità e all’istituzione di un pilastro europeo dei diritti sociali. Tuttavia, bisogna passare dalle dichiarazioni solenni alla realtà pratica. E soprattutto, abbiamo bisogno di una «filosofia pubblica europea». Un insieme di princìpi, di regole condivise ma certe di mutua collaborazione, nonché di pratiche comunicative che rendano l’azione delle autorità pubbliche — a cominciare da quelle Uè — eticamente plausibili e difendibili. In Europa abbiamo molte regole, ma anche molte esenzioni da queste regole. Ciò ferisce la legittimità dell’Unione. Il pilastro sociale europeo deve trasformarsi in un piano chiaro ed efficace. Questo è ciò che i pubblici democratici europei si aspettano e si meritano.

Questo articolo è comparso anche su la Lettura del 20 maggio 2018.

 

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Curiosità e piacere. La grande sfida? Riconquistare il quinto tempo Nasce Liberi Tutti

di Daniela Monti

Nel mondo del lavoro destrutturato e dell’economia dei risultati — come a Rischiatutto bisogna essere concentrati, focalizzati sull’obiettivo, se non porti a casa la preda prima o poi ci saranno conseguenze — al «come stai?» dell’amico incontrato al bar non si risponde più, con voce leggera, «bene grazie e tu?», piuttosto «ho un sacco di cose da fare».

Manca sempre il tempo. Nella Top Ten dei sintomi della «time poverty», l’epidemia da mancanza di tempo, c’è ordinare il pasto a domicilio, cenare alle 22, rispondere alle mail mentre si cammina, provare con Uber perché l’attesa del taxi è di 6 minuti, fare la lavatrice a notte fonda, acquistare tutto online, pianificare le uscite con gli amici a mesi di distanza (ora siamo già al «ci si vede questa estate?»). Usare lo shampoo a secco invece di lavare i capelli, farsi crescere la barba, comprare il parmigiano già grattugiato e l’insalata in busta. Tutto di corsa: il rallentamento è un territorio inesplorabile.

«Non ti prendi mai un po’ di tempo libero, mi rimprovera sempre mia moglie», dice l’economista Maurizio Ferrera, dunque, in fin dei conti, non si tratta di ignorare il problema — che il tempo libero dal lavoro sia importante tanto quanto il reddito, in teoria, è un concetto acquisito —, piuttosto di non saperlo risolvere. «Mettiamoci pure un po’ di sana competizione: così il lavoro diventa un’ossessione, io stesso ho difficoltà a darmi dei limiti — riprende Ferrera —. Ma potremmo avere più tempo libero se solo fossimo meno ambiziosi e imparassimo a lasciar correre». I numeri inchiodano: un europeo adulto in media dedica al lavoro retribuito e al lavoro di cura il doppio del tempo strettamente necessario e circa il 25% in più per la cura della propria persona. Il tempo dunque c’è — sembra esserci —, ma è speso male, le camicie si possono anche non stirare (i tessuti not iron li hanno inventati apposta), la doccia non è necessaria tutti i giorni, il metodo di Marie Kondo sul magico potere del riordino deve pure avere insegnato qualcosa e se la casa è meno zeppa di oggetti si fa prima a rassettarla.

L’organizzazione del lavoro retribuito è meno rigida rispetto al passato: la gabbia si è aperta, non esistono orari e calendari fissi, e la flessibilità porta maggiore discrezionalità nella scelta del come e soprattutto del quando fare le cose, negli spazi piccoli e in quelli grandi (con conseguenti ansie da prestazione, sbandamenti e sensi di colpa perché ogni lasciata è persa). Ma «la destrutturazione del tempo di lavoro può avere implicazione positive su tutti gli altri tempi della vita: il tempo delle necessità biologiche, quello per la cura di noi stessi e delle persone a cui vogliamo bene, il tempo dei sentimenti, perché le relazioni non sono acquisite una volta per tutte, vanno coltivate», riprende l’economista. Se ci si alza un’ora prima per andare a correre, si può farlo per portare avanti il lavoro e scappare dall’ufficio nel pomeriggio per esserci alla recita dell’asilo.

Vista così, la flessibilità lavorativa è una partita da giocare per riorganizzarsi meglio la vita — uomini e donne insieme, anche se le seconde partono sempre con l’handicap perché spendono il doppio delle ore rispetto agli uomini per attività domestiche non retribuite. Rivedere l’ordine delle priorità, non dire sempre no a chi ci sta a cuore e chiede attenzione adesso, non dopo le 18, né domani perché è sabato.

A essere diventato scarsissimo è il tempo discrezionale, cioè quello che resta dopo aver sottratto alle 24 ore tutti gli altri «tempi». A forza di fare per gli altri, non resta nulla per sé. Eppure questo quinto tempo — quello della curiosità e del piacere — «è importante per ricaricarsi, coltivare i propri interessi, stare in salute, immagazzinare energia per quando dobbiamo curare, curarci, amare, lavorare», e anche le aziende stanno imparando a riconoscerlo e valorizzarlo — quelle basate sulla conoscenza, i servizi avanzati, le posizioni più alte delle imprese —, insiste Ferrera, è il solo tempo capace di aprire spazi di cambiamento, innescare idee stravaganti che però portando più lontano del solito procedere step by step, da un problema all’altro, da un compromesso al successivo «altrimenti che senso avrebbe pagare ai dipendenti un team building a Palma di Maiorca? Perché oltre a stringere i rapporti fra colleghi si beve, si nuota, si visitano posti nuovi. Si pensa in modo diverso. Succede anche nell’accademia, spesso i convegni d’aggiornamento diventano anche occasioni di svago, io impiego parte di quel tempo per vedere mostre e approfondiscono interessi non legati necessariamente al lavoro, ma che in futuro potranno servirmi. Magari ci vado con mia moglie, così al tempo del lavoro e dello svago aggiungo il tempo per coltivare l’amore. Sono tempi sinergici». Il tempo liberato dagli schemi è la Grande Scommessa. Negoziare è la competenza chiave: pacchetti reddito/tempo che variano nelle diverse fasi della vita, fra i 20 e i 30 anni ci sta che il lavoro — se hai la fortuna di averlo e la fortuna al quadrato di avere quello giusto — si prenda il banco, ma già a 35 le priorità cambiano, c’è la famiglia e se non c’è bisogna investire tempo per provare a farsela. Chi non negozia, resta soffocato: ora è chiaro che dire sempre sì è rinunciare a se stessi.

«Mentre la povertà di reddito ha una possibile soluzione collettiva (facciamo crescere la torta, così ce n’è un po’ di più per tutti) con il tempo è più difficile, perché non si può far crescere il tempo, ma solo ridistribuirlo. In questo senso di può parlare di un’economia del tempo», chiude Ferrera. E racconta la sorpresa per una passeggiata serale ad Helsinki, con due colleghi, al termine di una sessione di studi. «E il bimbo dove lo avete lasciato?, ho chiesto. È al nido, hanno risposto. Perché il nido, lì, è sempre aperto. Ci sono tanti aspetti delle società che favoriscono o impediscono una riqualificazione virtuosa dell’utilizzo del tempo. In Italia abbiamo una lunga strada da fare».

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 14 maggio 2018

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Una “carta blu” per riscoprire l’Europa

Un modello sociale che il mondo ci invidia

Spesso non ce ne accorgiamo, ma grazie ai fondi dell’Unione molti cittadini usufruiscono di ripetizioni a scuola, incentivi per stage, aiuti alimentari, prestazioni sanitarie all’estero. Con l’introduzione di una “social card” questi vantaggi sarebbero più visibili e capiremmo meglio i vantaggi della Ue.

 

In Lombardia  ogni anno circa trentamila disoccupati usufruiscono della “dote lavoro”,  un sostegno per il re-inserimento tramite corsi di formazione e stage. In Puglia settantamila studenti ricevono ripetizioni gratis dalle loro scuole in scienze e italiano. Sono solo due esempi delle tante iniziative a carattere sociale finanziate al 50% dall’Unione Europea, con una spesa superiore al miliardo di euro annui. Quanti cittadini ne sono al corrente?  Pochi, persino fra i beneficiari.  I politici  preferiscono usare l’Europa come capro espiatorio. Quando spendono fondi UE,  quegli stessi politici si tengono invece tutto il merito, sbandierandolo nelle campagne elettorali.

Noi votiamo in Italia, ma siamo anche cittadini UE, come dice il nostro passaporto.  Il 64% degli italiani è consapevole di  questo fatto, ma solo il 4% ha un’idea precisa di cosa significhi concretamente. Una percentuale esigua, ma che non deve sorprendere. I diritti UE diventano rilevanti solo quando attraversiamo la frontiera tra uno stato membro all’altro. Se decidiamo di muoverci all’interno dell’Unione, nessuno può impedirci di farlo (diritto). Se ci stabiliamo, anche “per sempre”, in un altro paese, dobbiamo essere trattati alla stessa stregua dei cittadini di quel paese (diritto). Possiamo votare nelle elezioni locali e, soprattutto, accedere al welfare: scuola, sanità, pensioni (diritto). Quel 4% che conosce i contenuti della cittadinanza UE è composto principalmente da persone istruite, che viaggiano spesso per studio, lavoro o turismo. In Polonia o Romania le percentuali sono più alte e riguardano tutte le fasce sociali: molti emigrano verso la Germania e gli altri paesi ricchi, il passaporto europeo è per loro una risorsa importantissima.

Non è però un bene che i benefici della la cittadinanza UE siano poco percepiti. In molti paesi si sta infatti creando una contrapposizione fra i cosiddetti movers (chi si sposta da un paese all’altro, soprattutto in cerca di lavoro) e gli stayers, chi resta fermo. Il forte afflusso di polacchi nel Regno Unito ha ad esempio alimentato quei sentimenti anti-europei che hanno portato alla Brexit.

In realtà, c’è un bel po’ di Europa sociale anche per gli  stayers. Oltre iniziative di carattere locale, l’Europa ha un suo Fondo per sostenere chi perde il lavoro quando la propria impresa fallisce; un Fondo contro la povertà alimentare; ha co-finanziato la Garanzia giovani ed è in arrivo una nuova Garanzia per la formazione. In questi casi  soldi spesi aiutano essenzialmente chi non si muove. E’ giusto che alla UE resti almeno un po’ di credito, anche sul piano politico.

Ecco dunque una proposta: dotare ogni cittadino UE di una social card con i colori e simboli europei. Capace di farci vedere, concretamente, il volto “buono” dell’integrazione. La Carta avrebbe un codice e i nostri dati identificativi. Consentirebbe alle amministrazioni di ciascun paese di stabilire a quali prestazioni abbiamo diritto.  Dovrebbe essere esibita quando si accede a un servizio co-finanziato dalla UE. Sarebbe corredata da un elenco di tutte le opportunità che l’Europa offre sia a chi si muove sia a chi sta fermo. Le nuove tecnologie rendono oggi possibili nuove forme di tele-welfare, soprattutto nel campo della formazione e dell’assistenza a distanza. La Ue potrebbe potenziare le piattaforme di servizi che già offre (ad esempio per la ricerca di impieghi e stage) e svilupparne di nuove, alla quali si accederebbe attraverso il proprio codice sociale UE. In un domani, la social card potrebbe anche ottenere “ricariche” monetarie  direttamente da fondi UE.

Alcune proposte in questa direzione già circolano. Una l’ha fatta Tito Boeri, Presidente dell’INPS. Bisogna però pensare in grande. Lo scopo della social card blu a stelle gialle non dovrebbe servire solo alle pubbliche amministrazioni. Deve diventare un simbolo riconoscibile di una comune identità fra tutti i suoi titolari, imperniata su quel  “modello sociale europeo” che tutto il mondo ci invidia.

Questo articolo è uscito su Sette, inserto del Corriere della Sera, del 7 dicembre 2017

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Il reddito di inclusione per dare un aiuto

Oggi entra il vigore il Reddito d’inclusione (REI). Si tratta di una nuova prestazione rivolta alle persone  in condizione di povertà. In base alla situazione economica e familiare, si potrà ricevere un trasferimento (massimo) di  485 euro al mese. I comuni predisporranno “progetti di attivazione” sociale e lavorativa. Non sarà quindi un semplice sussidio, ma un pacchetto di misure personalizzate che cercherà di accompagnare i beneficiari verso l’autonomia.

Strumenti simili per il contrasto alla povertà esistono da decenni nella maggioranza dei paesi UE. Nelle nazioni in via di sviluppo (dal Brasile alla Costa d’Avorio), il welfare viene oggi costruito partendo proprio da  questo tassello, che si rivolge ai poveri indipendentemente dall’età. L’Italia ha seguito il percorso inverso. Nel passato ha sempre privilegiato le pensioni, con formule di calcolo molto generose, mentre ha  trascurato i bisognosi, compresi i bambini. Non è un caso se i nostri tassi di povertà minorile sono fra i più alti d’Europa.  Certo, in molte regioni e comuni già esistevano misure contro l’esclusione sociale. Ma erano costruite su sabbie mobili, in particolare dal punto di vista finanziario. Il REI è invece una misura “strutturale”, ossia una voce permanente del bilancio pubblico. E chi soddisfa i requisiti avrà una spettanza tutelata dalla legge. Di questi tempi è raro che vengano introdotti nuovi diritti. Eppure è successo, per una volta possiamo rallegraci.

Il reddito minimo garantito era già stato raccomandato dalla Commissione Onofri nel 1997. Oggetto di varie sperimentazioni, la sua introduzione non era però mai riuscita a entrare sul serio nell’agenda politica. Senza negare la sensibilità e il contributo dell’attuale governo e dei due precedenti, buona parte del merito va riconosciuto alla Alleanza contro la povertà, un gruppo di 35 organizzazioni della società civile costituitosi nel 2013 (www.redditoinclusione.it). L’Alleanza non si è limitata ad aggregare interessi e consensi, ma ha anche formulato utili proposte. Una vicenda in controtendenza rispetto a quel declino dei corpi intermedi di cui tanto si parla. E anche un esempio, diciamolo, di buona politica, osservato con attenzione da molti osservatori stranieri.

Il REI risolverà il problema della povertà? Certamente no, è solo un primo passo. Le risorse non sono molte (è previsto un loro graduale incremento), le prestazioni hanno importi modesti. I requisiti sono stringenti, di fatto i beneficiari saranno solo la metà dei poveri. Quanto ai comuni, saranno capaci di realizzare progetti di attivazione efficaci? E’ un grosso punto interrogativo. La legge sul  REI prevede il potenziamento dei servizi e  la formazione degli operatori locali. Su questo fronte è bene però che si attivino anche gli attori  del “secondo welfare”, a cominciare proprio dalle associazioni che fanno parte dell’Alleanza. Il successo del REI dovrà essere misurato non solo in termini di alleviamento temporaneo della povertà, ma  soprattutto in termini di recupero dell’ autonomia.

C’è poi una questione più ampia. Il nostro paese ha alti livelli di povertà  anche perché mancano i posti di lavoro. Non è tanto colpa della crisi, né tantomeno della riforma Fornero. E’ un deficit cronico che ci portiamo dietro dagli anni Cinquanta: i nostri livelli di occupazione sono sempre stati circa dieci punti più bassi rispetto alla media UE. Quel che è peggio, mancano posti di lavoro in quei settori del terziario che possono dare lavoro a chi ha basse qualifiche. Nei servizi alla persona e alle famiglie (la cosiddetta economia sociale) in Francia ci sono almeno due milioni di posti di lavoro in più a confronto con l’Italia.

La lotta alla povertà va condotta su più fronti. Welfare e lavoro innanzitutto. E poi istruzione, formazione, conciliazione, servizi per le famiglie, incentivi alla creazione di nuovi mercati. Una sfida complessa, ma ineludibile; che richiede molte riforme ora, con effetti lenti e graduali. Purtroppo stiamo entrando in una lunga fase elettorale. Sul tema povertà si abbatterà il polverone del “reddito di cittadinanza” cavalcato dai Cinque Stelle. Sarà fin troppo facile dire che 780 euro a tutti (spesso si omette di precisare che si tratterebbe solo dei più bisognosi) sono meglio di 485.  E altrettanto facile sarà rilanciare sciorinando bonus, o promettendo pensioni minime a mille euro. Di lavoro, capitale umano, nuovi mercati, investimenti (e come finanziarli), non ci sarà invece tempo di parlare. La cattiva politica si tiene lontana dal lungo periodo: che ci pensino pure le prossime generazioni.

Questo editoriale è uscito sul Corriere della Sera del 1 dicembre 2017

 

 

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