Archivi del mese: marzo 2018

Interessi (troppo) nazionali

Sulla scia della crisi, la Ue è ormai diventata un’organizzazione intergovernativa. A fare e disfare sono gli esecutivi nazionali e l’arena chiave per tutte le decisioni più importanti è il Consiglio europeo, che riunisce appunto i Capi di stato e di governo.  Rispetto alle tradizioni e agli ideali dei Padri fondatori, si tratta di una deriva istituzionale pericolosa. L’integrazione può avanzare solo nella misura in cui si stemperano le contrapposizioni fra interessi nazionali e si aprono spazi per coalizioni transnazionali fra attori diversi: regioni, città, associazioni civiche e, soprattutto, parti sociali.  I vertici trilaterali periodici, come quello del 21 marzo, dovrebbero servire proprio a ricomporre il caleidoscopio europeo secondo logiche diverse da quelle territoriali, incarnate dalla Commissione europea.

Uno dei terreni più fertili per questa ricomposizione è quello delle politiche sociali e dell’occupazione. Anche qui la logica degli interessi nazionali è dura a morire: il mercato del lavoro e il welfare rimangono importanti bacini di consenso. Imprese e sindacati sono (o dovrebbero essere) invece ispirati da una logica diversa.  In presenza di una unione economica e monetaria è cruciale che tutti possano giocare alla pari. Senza coordinamento, supervisione, controllo e almeno un minimo di armonizzazione sono alti i rischi di dumping sociale – che preoccupa i sindacati- e di concorrenza sleale sul piano fiscale e regolativo, che preoccupa le imprese.

Alla base delle due nuove proposte della Commissione stanno due presupposti. Il mercato unico deve diventare un campo da gioco “equo”, capace di neutralizzare comportamenti opportunistici e fraudolenti nonché concorrenza sleale (Autorità europea del lavoro). Tramite il pilastro europeo dei diritti sociali, i paesi membri dovrebbero allineare – pur senza unificare- i propri sistemi di welfare in modo da consolidare i fondamenti di quella “economia sociale di mercato” su cui si basa il Trattato di Lisbona.  Le parti sociali sembrano aver capito qual è la posta in gioco. Speriamo che, facendo sponda con la Commissione e il Parlamento, imprese e sindacati riescano ad arginare ed aggirare i veti incrociati fra i governi che oggi stanno bloccando l’Europa.

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 26 marzo 2018

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Due obiettivi (realistici) per un’agenda sul lavoro

La principale preoccupazione degli italiani è la mancanza di lavoro e dunque di reddito.  L’indicazione è emersa forte e chiara in tutti i sondaggi pre-elettorali e in un paese ad alta disoccupazione e alta povertà la cosa certo non sorprende. Quali che siano i movimenti di queste prime settimane, il nuovo Parlamento nel suo insieme dovrebbe impegnarsi a prendere di petto entrambe le sfide.

Una particolare responsabilità ricade sul Movimento Cinque Stelle e sulla Lega.  Non solo perché hanno “vinto” le elezioni, ma anche perché hanno fatto promesse precise come il reddito di cittadinanza (per combattere la povertà) e la flat tax (per rilanciare crescita e occupazione). Nessuno dubita della buona fede di Di Maio e Salvini e dei loro programmi.  E’ però legittimo osservare che si tratta di approcci quasi specularmente diversi ed entrambi molto costosi.  In campagna elettorale, il reddito di cittadinanza e la flat tax sono peraltro stati presentati come soluzioni risolutive o quantomeno capaci di produrre benefici immediati sulle condizioni economiche degli italiani. Le aspettative sono elevate. Proprio per questo sarebbe bene promuovere una pacata riflessione post-elettorale sulla sfida lavoro-povertà.  Nessun partito può governare da solo. Senza una cornice comune di riferimento, il confronto tra progetti non può neppure iniziare.

Disoccupazione e povertà sono due facce della stessa medaglia. In Italia abbiamo molti più poveri di altri paesi UE perché la nostra economia non genera un numero sufficiente di posti di lavoro. E’ così dagli anni Cinquanta. In settant’anni, il divario in termini di occupazione rispetto a Francia e Germania è rimasto quasi invariato.  Persino la Spagna ha oggi un tasso di occupazione più alto del nostro. Certo, la composizione della povertà è profondamente mutata nel tempo: prima erano poveri soprattutto gli anziani, ora lo sono di più i minori. Anche la disoccupazione si concentra  fra i giovani. In larga misura, la radice del problema è però la stessa: una bassa domanda di lavoro, in particolare al Sud.

Quando i Cinque Stelle parlano di un reddito di 700 euro al mese per chi è senza mezzi, non propongono una cosa anomala rispetto agli standard europei: l’importo è simile a quello previsto in Austria o in Olanda. La differenza cruciale è che in quei paesi i beneficiari sono relativamente pochi : lì è molto più facile trovare un lavoro.  Stanti i nostri livelli di povertà, il reddito di cittadinanza a 700 euro ci costerebbe più dell’1% del PIL, il triplo rispetto a Austria o Olanda.  E’ questo il principale limite della proposta Cinque Stelle. E’ troppo focalizzata su un solo lato della medaglia: sussidiare la mancanza di lavoro, costi quello che costi.

La Lega accosta il problema dal versante opposto. Lavoro, lavoro, lavoro, ripete Salvini. Ma è ragionevole puntare tutto sulla flat tax, immaginando che questa possa accendere rapidamente il motore dell’occupazione? L’unica cosa certa è che una riforma come questa causerebbe subito un buco di bilancio.  E’ difficile quantificarlo, ma l’ordine di grandezza è vicino al costo del reddito di cittadinanza:  un punto abbondante di PIL. Le esperienze straniere di successo che vengono spesso citate non consentono di fare calcoli precisi sui ritorni della flat tax in termini di posti di lavoro. La creazione di occupazione è solo uno fra gli obiettivi della proposta della Lega. Si tratta tuttavia del piatto forte del “lavorista” Salvini: nel valutare le conseguenze della flat tax occorre dunque prestare massima attenzione alle sue ricadute su questo fronte.  Anche ammettendo che, a tempo debito, aumentino i posti di lavoro, che cosa facciamo nel frattempo dei poveri?  Il limite della Lega è quasi speculare a quello dei Cinque Stelle. Scommette tutto sulla riduzione del carico fiscale come antidoto alla disoccupazione: poi chi vivrà, vedrà.

Il mezzo è la cosa migliore, diceva Aristotele. Non sarebbe ragionevole incontrarsi a metà strada in Parlamento e concordare una agenda di massima per affrontare la sfida lavoro-povertà da entrambi i versanti? I Cinque Stelle si sono già lasciati scappare che il reddito di cittadinanza non si potrà introdurre tutto subito: bisognerà prima rafforzare i servizi per l’impiego. Il programma della Lega, dal canto suo, oltre alla flat tax prevede una incisiva riduzione degli oneri sociali per le imprese: una misura che in tutti i paesi ha avuto effetti positivi sulla creazione di posti di lavoro. Ecco allora due obiettivi realistici e promettenti su cui puntare nel breve periodo. Potenziare le politiche attive e ridurre il cuneo fiscale sarebbero peraltro in linea con le raccomandazioni UE e con alcune riforme già realizzate nelle passate legislature.  Contro la povertà abbiamo il reddito di inclusione.  Contro la disoccupazione abbiamo sperimentato con successo la decontribuzione. Nei processi di cambiamento vige una legge ferrea:  ovunque si voglia andare, si deve  partire dal punto in cui ci si trova. E’ questa la cornice di riferimento obbligata per il nuovo Parlamento, la base su vanno innestati i progetti di ulteriori riforme.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 24 marzo 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Macron-Merkel, Tasse avanza Battiamo un colpo

L’Europa ha già fatto irruzione nell’agenda politica. Quali saranno i contenuti del Documento di economia e finanza e chi lo voterà in Parlamento? Il governo uscente di Paolo Gentiloni proporrà un documento «asciutto» e non allegherà il cosiddetto Programma nazionale di riforma, dove si illustrano le priorità e gli strumenti di politica economica e sociale. Anche così il Documento sarà comunque una cartina di tornasole. Matteo Salvini (Lega) e Luigi di Maio (CinqueStelle) cercheranno di dare qualche segnale forte, coerente con gli slogan usati nel corso delle loro campagne elettorali. Europa e mercati potrebbero spaventarsi. Per entrambi i leader la discussione sul Documento di economia e finanza potrebbe rivelarsi un benefico bagno di realtà: la realtà dei numeri, delle scelte politicamente difficili. Nel corso del 2018 entrerà nel vivo la partita sui fondi Uè. Occorrerà decidere come ristrutturare il bilancio comune dopo la Brexit. Gli interessi in gioco per l’Italia sono molto consistenti e il negoziato non sarà solo tecnico. Un paese privo di governo e senza priorità condivise potrà farsi molto male. Il tema cruciale è però la riforma della governance dell’Unione monetaria. Sul piatto c’è un’ambiziosa proposta francese per creare un ministro delle Finanze europeo, dotato di un proprio budget. Berlino non è contraria, ma desidera stringere ancor di più le redini sulla disciplina fiscale. Senza proposte credibili l’Italia rischia di essere stritolata da un patto franco/tedesco, insensibile alle nostre esigenze di flessibilità. Per il nostro paese l’Unione europea è sempre stata un’ àncora di stabilità e modernizzazione. Il maggior rischio per i prossimi mesi è l’avventurismo, l’idea che convenga liberarsi dall’ àncora in base a diagnosi non fondate e aspettative taumaturgiche. Ciò che dice Bruxelles non è oro colato, ci sono margini per cambiamenti che tornino anche a nostro vantaggio. Per sfruttarli serve però una accorta e responsabile politica europea da parte del nuovo governo, non un vago e inconcludente euroscetticismo.

 

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 16 marzo 2018

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La storia non è un senso unico

Il discorso politico contemporaneo, soprattutto in Europa,  è sempre più intriso di “necessità”. La globalizzazione, si dice, impone conformità alle logiche di mercato. Le tecnostrutture sovranazionali dettano regole vincolanti basate su semplici numeri. Il motto di Margareth Thatcher – there is no alternative- domina le scelte di governo e sempre più anche quelle individuali (pensiamo almercato del lavoro). E’ il trionfo di quella colonizzazione del  “mondo della vita” da parte degli “imperativi sistemici” di cui parlano da molto tempo autori come Habermas o Honneth. Una dinamica che genera inevitabilmente nuove diseguaglianze: le capacità e le opportunità di adattamento non sono equamente distribuite. Gli elettori esprimono disagio e protesta.  Ma se non si danno alterative reali e credibili, il confronto democratico degenera in una inconcludente agitazione.

Nel suo ultimo libro, Salvatore Veca indica una strada per uscire da questo vicolo cieco. Di fronte alla dittatura del presente e delle sue supposte necessità, occorre recuperare il “senso della possibilità”. L’idea che non vi siano alternative nasce dalla nostra ignavia, dal mancato esercizio di spirito critico nei confronti dello status quo, dei paradigmi dominanti e delle loro false necessità. E, soprattutto, dalla rinuncia a usare l’immaginazione, a elaborare futuri possibili, a ” prenderci per mano, ragionare e operare per forme più decenti di convivenza”.

Veca è uno dei più noti e originali filosofi contemporanei. Il volume presenta i risultati di una nuova fase delle sue ricerche, che lo avevano portato prima a riflettere sull’incertezza (su cosa è il mondo e su ciò che vale) e poi sull’incompletezza (sulla natura e i limiti delle nostre interpretazioni del mondo). Per certi aspetti, il “senso della possibilità” è la pars construens del pensiero di Veca. Ai margini dell’ incertezza e del incompletezza si aprono infatti i varchi del possibile. Una modalità dell’essere che lo sottrae al necessario, che conferisce al presente (all’attualità) un carattere plastico e che apre margini per scegliere il futuro.

I capitolo del libro sono spesso tecnici, si confrontano con teorie e modelli situati alla frontiera del dibattito filosofico. Anche chi non padroneggia gli strumenti della filosofia e della logica trova però nel volume spunti di estremo interesse. Il “senso della possibilità” può essere usato come una chiave per aprire due “scatole” da cui sono scaturiti molti di quei  discorsi sulla necessità di cui oggi ci sentiamo prigionieri.

La prima scatola è quella della storia, dello sviluppo umano nel tempo. Noi siamo inevitabilmente immersi nel presente: l’attuale ha priorità su passato e futuro.   Ciò che è stato non può essere disfatto. E questo  pone alcuni vincoli ineludibili (dunque necessari) per costruire ciò che sarà. Eppure il presente  è circondato dal possibile. Lo è retrospettivamente, innanzitutto. Le cose avrebbero potuto andare altrimenti. La realtà di oggi (compresi i famosi “imperativi sistemici”) non èche il distillato, nel bene e nel male, di mondi possibili che abbiamo di volta in volta scartato nel passato in base a fattori e scelte contingenti. Il mondo attuale è l’unico sopravvissuto. Ma il senso della possibilità ci sottrae all’incubo dei destini inevitabili, degli ingranaggi storici che ci relegano al ruolo di automi. Usato in ottica prospettica, il senso della possibilità ci rende invece liberi di immaginare un’ampia gamma di scenari futuri e ci sprona all’impegno per valutarli e realizzarli.

La seconda scatola è quella della politica. Si tratta della sfera di attività umana che gestisce il presente,  lo guida nel mare aperto delle possibilità. La chiave di Veca fa però fatica ad entrare in questa scatola. Gli imperativi della necessità hanno come bloccato la serratura, soffocando il più potente generatore di mondi possibili che siamo riusciti a inventare come umani: la liberaldemocrazia. La colpa non è del “sistema”, intendiamoci, che è contingente nella sua genesi e non necessitante rispetto al futuro.  Il generatore liberaldemocratico si è inceppato perché  è stato usato in modo irresponsabile sia dai governati sia dai governanti.  Questi ultimi non hanno poi fatto adeguata manutenzione (pensiamo al deficit democratico della UE). Possiamo sbloccare la serratura? Ovviamente si, ma l’esercizio richiede alcuni atti di equilibrismo.  Chi governa il presente deve riappropriarsi del senso di possibilità, sfidando i tanti sacerdoti del “non si può fare altrimenti”. Chi agita l’inquietudine dei governati (pensiamo ai leader populisti) deve a sua volta calibrare la propria immaginazione in base ai materiali disponibili, oggi, nel reale. I mondi possibili sono tanti, ma non tutti sono accessibili dal punto in cui ci troviamo. E, come ricorda Veca, alcuni non sono neppure desiderabili.

 

Salvatore Veca Il Senso della posibilità, Feltrinelli, 2018

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 16 marzo 2018

 

 

 

 

 

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Che errore lo sguardo rivolto al passato

La lunga crisi economica ha avuto un impatto molto significativo sulle condizioni di vita di molti elettori e questi hanno punito il principale partito di governo. È la legge del voto economico discussa da Marco Giuliani. Una legge che ha condizionato (anche se non determinato) quasi tutte le recenti elezioni in Europa e negli Stati Uniti. Nel nostro paese c’è stata però una particolarità. Il partito democratico ha fatto ben poco per contrastare le percezioni negative di molti elettori e non si è impegnato nel prospettare un chiaro scenario per il futuro, che desse speranza agli italiani. Il programma elettorale è arrivato tardi, meno di un mese prima del voto. Era ricco di idee e proposte, adeguatamente coperte dal punto di vista fiscale. Ma nessun dirigente di rilievo del PD ha però sfruttato questo programma, traducendolo in pochi messaggi chiari e riconoscibili. Sul piano della comunicazione la campagna è stata vinta dalle proposte dei Cinque Stelle e della Lega: il reddito di cittadinanza, “via gli immigrati”, abbasso l’euro. Renzi, Gentiloni e gli altri leader PD si sono limitati ad annunciare altri “cento passi” oltre a quelli già fatti dal 2014. A torto o a ragione, molti elettori però pensavano – e non ci voleva molto a capirlo – che i passi già fatti avessero peggiorato le loro condizioni di vita. Forse sarebbe stato meglio sorvolare sul passato, parlare di un qualche “nuovo inizio”, dandogli sostanza con qualche proposta concreta (fra quelle inserite nel programma) capace di toccare le corde delle famiglie: giovani, donne, anziani non autosufficienti.

Ma c’è di più. Messi nell’angolo dai propri avversari, in tutti i principali talk show, i leader PD non sono riusciti a difendere con convinzione il lavoro svolto, i successi ottenuti. Questa debolezza ha raggiunto livelli inediti (per un partito di governo) nei dibattiti sul Jobs Act. Bastava poco a difenderlo, parlando di stock (gli occupati stabili che hanno trovato lavoro grazie alla decontribuzione)  invece che di flussi (l’incremento dei contratti precari dopo la fine della decontribuzione). Bastava coinvolgere qualche giovane testimonial, uscito dalla precarietà grazie a un contratto a tutele crescenti. Si poteva ricordare che i governi PD non hanno tolto alcun diritto ai giovani, ma semmai ne hanno aggiunti di nuovi.

Ora la ricostruzione del partito e del suo profilo ideologico e programmatico sarà un percorso lungo e faticoso. C’è da sperare che, in aggiunta ai contenuti, qualcuno si occupi anche di come comunicarli.

Questo articolo è comparso anche sul Corriere Economia del 12 marzo 2018

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