Archivi del mese: marzo 2017

Lo scontro di civiltà nell’urna

È paradossale che il conflitto tra Occidente e Islam opponga la liberale e tollerante Olanda e la Turchia, dove la religione sembrava aver trovato una forma di convivenza con il mercato e la democrazia

Oggi i riflettori della politica europea e internazionale sono tutti puntati sulle elezioni che si svolgono in Olanda. Mai nella sua storia recente questa piccola nazione era stata oggetto di così tante attenzioni. Un chiaro segno che la globalizzazione ha ormai assunto anche una dimensione politica: le scelte degli elettori di ogni singolo Paese hanno conseguenze rilevanti per tutti gli altri, soprattutto all’interno della Ue. La posta in gioco è alta. I risultati olandesi influenzeranno due questioni centrali della politica europea: i rapporti con l’Islam e il futuro stesso della Ue. Il Partito della Libertà è stato il protagonista della campagna elettorale e il suo leader Geert Wilders ha non solo fomentato la protesta contro gli immigrati extracomunitari, ma anche espressamente attaccato l’Islam, definendo il Corano come un libro pieno di odio e violenza, «più anti-semita del Mein Kampf di Hitler». L’altro bersaglio è stata la Ue, accusata di mettere a repentaglio la sicurezza fisica (attacchi terroristici) e sociale (tagli al welfare) dei cittadini olandesi. Se il partito Wilders arrivasse primo, diventerebbe molto difficile formare un governo all’Aia. Per una sorta di effetto domino, aumenterebbero anche le chance di affermazione delle varie forze «sovraniste» e xenofobe presenti in molti altri Paesi, soprattutto in Francia (dove si vota a fine marzo), in Germania (settembre) e in Italia (entro febbraio 2018).

Il caso ha voluto che il voto olandese s’incrociasse con il referendum costituzionale che si terrà in Turchia il prossimo 16 aprile. Ad alcuni ministri di Ankara è stato impedito di fare campagna presso i loro connazionali residenti in Olanda. Le reazioni del presidente Erdogan sono state durissime. I rapporti fra Turchia ed Europa non sono mai stati tesi come in questi giorni, e soprattutto così intrisi di contrapposizioni identitarie, basate su cultura e religione. Erdogan ha accusato l’Olanda di essere «nazista». Wilders ha detto senza mezze parole e con toni aggressivi che i turchi non sono né potranno mai essere europei. Osservata nel più generale contesto geo-politico degli ultimi anni (Libia, Siria, Isis), la lacerazione in corso evoca sempre più pericolosamente quello «scontro di civiltà» fra Occidente e Islam profetizzato due decenni fa dal politologo americano Samuel Huntington. Ed è paradossale che questo scontro opponga oggi proprio l’Olanda, tradizionalmente uno degli stati più liberali e tolleranti del mondo, e la Turchia, uno dei pochi Paesi in cui l’Islam sembrava riuscito a conciliarsi con il mercato e la democrazia.

Il Partito della Libertà è fortemente anti-europeo e propone un referendum sull’uscita dei Paesi Bassi dalla Ue. Di nuovo, uno sviluppo sorprendente, visto l’ampio e solido sostegno al processo d’integrazione da sempre manifestato dagli elettori e dai governi olandesi. Lo scenario di una «Nexit» analoga alla «Brexit» è totalmente implausibile (come spiega il politologo Hans Vollard in un’intervista su www.euvisions.eu). Ma l’idea ha fatto breccia sul piano comunicativo, anche per gli effetti della crisi e dell’austerità sul ceto medio-basso. Wilders è stato scaltro anche sul piano internazionale, imbastendo contatti con Marine Le Pen e altri movimenti sovranisti (Lega compresa) e islamofobi (come il gruppo tedesco Pegida). La vittoria di Wilders potrebbe fare da detonatore per una rischiosa spirale disgregativa. Con conseguenze, però, di tutt’altro segno rispetto alle promesse sovraniste. Lo scontro di civiltà con il mondo islamico diventerebbe incontenibile. Senza l’ombrello Ue, la sicurezza dei cittadini (personale, economica, sociale) sarebbe esposta a enormi pericoli, ingestibili dai fragili governi di nazioni piccole o medie tornate sovrane solo ed esclusivamente sulla carta.

Per scongiurare questo scenario l’unica soluzione è il rilancio dell’integrazione, anche se in forme differenziate. L’euroscetticismo c’è e non va sottovalutato. Tuttavia la maggioranza degli elettori dell’eurozona è ancora filo-Ue. C’è dunque spazio per iniziative politiche volte a creare, all’interno del mercato unico, un’Unione più ristretta ma più forte e compatta. In un libro che sta per uscire (Sdoppiamento: una prospettiva nuova per l’Europa, Laterza), Sergio Fabbrini delinea un interessante modello basato sulla separazione multipla dei poteri. Si tratterebbe di un assetto capace di tutelare la democrazia nazionale senza ipoteche centralistiche e al tempo stesso di incentivare scelte comuni nei settori cruciali, a cominciare dalla sicurezza, incluse le relazioni con i Paesi islamici. Al summit europeo di Malta dello scorso febbraio, il governo olandese (insieme a quello belga e lussemburghese) ha presentato un piano che punta proprio in questa direzione. Anche se Wilders conquistasse oggi quel quarto di seggi parlamentari previsti dai sondaggi, ricordiamoci domani che gli altri tre quarti saranno comunque andati a partiti filo-europei. E così avverrà in Germania e, speriamo, anche in Francia. Si tratta di un capitale politico ancora solido e rilevante. Che non può essere deluso e soprattutto non deve essere sprecato.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 14 marzo 2017

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2017 – La fine dell’Europa?

Maurizio Ferrera

– L’instabilità finanziaria, il terrorismo e l’afflusso dei rifugiati hanno messo a nudo l’impotenza delle istituzioni di Bruxelles. Ue a rischio se non garantisce sicurezza e protezione sociale –

Figlia de XX secolo, l’integrazione europea ha registrato i più grandi successi agli inizi del nuovo millennio. Nel 2002 l’euro è diventato fisicamente la moneta comune di 23 Stati membri (poi diventati 19). Fra il 2004 e il 2007 gran parte dei Paesi dell’ex blocco sovietico sono entrati a far parte dell’Unione. Nel 2009 si è conclusa la ratifica del Trattato di Lisbona: non una costituzione, ma quasi. Col senno di poi, sarebbe stato più saggio spalmare queste epocali trasformazioni lungo un arco temporale più lungo. E sicuramente ciascuna di esse avrebbe potuto essere impostata meglio. Ma a volte è impossibile resistere alla pressione degli eventi. E la caduta del Muro di Berlino, nel 1989, aveva riversato un vero e proprio tsunami politico sull’intero continente: servivano scelte immediate, fuori dall’ordinario.

La sorte ha voluto che, negli stessi mesi in cui il nuovo Trattato veniva approvato dai Parlamenti nazionali, esplodesse una crisi finanziaria di impressionante gravità. Un’Unione già impegnata nel difficile rodaggio dell’unione monetaria e dell’allargamento a Est si è trovata a fronteggiare un secondo violento tsunami, di natura economica. Peraltro esacerbato, strada facendo, da nuove minacce: il terrorismo fondamentalista, la crisi dei rifugiati.

La gestione di queste sfide da parte delle istituzioni sovranazionali non è stata un bello spettacolo. All’interno, sono scoppiati conflitti fra Paesi del Nord e del Sud riguardo alla stabilità di bilancio e al debito pubblico; fra Paesi dell nuova e della vecchia Europa sull’immigrazione e la libertà dei servizi; più in generale, fra le politiche e i poteri di Bruxelles e quelli dei governi nozionali. Sul fronte esterno, l’Europa ha dato poi il peggio di sé, mettendo a nudo la propria inettitudine nel combattere il terrorismo e nel gestire le ondate migratorie.

Nonostante tutto, l’Unione è sopravvissuta. Ha perso per strada uno dei suoi membri più importanti, il Regno Unito, che ha optato per la Brexit. L’euro è stato più volte sul punto di rompersi, sotto la pressione dei mercati e la minacci, ben più odiosa, di umilianti espulsioni unilaterali (la Grexit). I rischi di disgregazione non sono cessati. Ma non è tempo di requiem. Le celebrazioni del sessantesimo anniversario hanno al contrario dato il via a un dibattito sul rilancio del progetto europeo.

Sono in molti a ritenere che di tale rilancio non ci sia affatto bisogno e che anzi convenga procedere a un ridimensionamento incisivo dei poteri e delle funzioni Ue. Così chiedono peraltro a grandissima voce i cari movimenti euroscettici, sbocciati come fiori negli ultimi anni e dati in crescita alle imminenti elezioni in Olanda (15 marzo) e in Francia (23 aprile e 7 maggio). Si sbaglia però a credere che questa richiesta sia condivisa dalla maggioranza degli elettori e che vi sia pertanto una irreversibile crisi legittimità.

Se si fanno le domande giuste, si scopre infatti che la maggioranza dei cittadini non è euroscettica, , ma eurocritica, che è cosa ben diversa (si veda il recente sondaggio del progetto di ricerca Resceu: http://www.resceu.eu). La gente è stufa di una Europa che pensa solo ai mercati e al rigore di bilancio. Vuole più sicurezza, cerca protezione. Ma pensa ache che l’Europa possa e debba giocare un ruolo importante su questo terreno. Sono aspettative comprensibili, dopo i due tsunami. E nessuna istituzione può sopravvivere, se non è in grado di soddisfare esigenze così basilari.

Il rischio delle celebrazioni di Roma, dei vari documenti e pronunciamenti che già hanno iniziato bombardarci, è quello di non dare alcun messaggio chiaro per annunciare che la Ue è disposta a darsi concretamente da fare per il controllo delle frontiere esterne, la difesa comune, la mutualizzazione di alcuni rischi economici e sociali comuni all’Eurozona.

Imperniato com’è sulle formule istituzionali, il Libro Bianco della commissione non fornisce risposte esplicite. Dal vertice di Versailles del 6 marzo sono però emersi segnali importanti. I leader dei quattro Paesi più grandi hanno delineato la prospettiva di un’Europa più integrata sul piano della difesa e più attenta agli obiettivi sociali (per gli Stati membri interessati). Sarebbe il rilancio nella direzione giusta, purché accompagnato da decisioni operative rapide ed efficaci.

Questo articolo è comparso anche su laLettura del 12 Marzo 2017

 

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