Archivi del mese: dicembre 2018

Il coraggio di superare il tabù di Berlino e i suoi rischi

Maurizio Ferrera

Al netto di qualche ingenuità ed eccesso di ambizione, il programma dei Verdi si candida ad essere la novità forse più significativa delle elezioni europee del prossimo maggio. Le proposte non sono solo volte a rilanciare l’Unione, ma anche a renderla più sociale, nel tentativo di ricollegarla ai problemi e alle aspettative dei cittadini. Colpisce in particolare la coraggiosa disponibilità a superare quel tabù tedesco che negli anni passati ha bloccato gli avanzamenti sul terreno della solidarietà: la cosiddetta Transfer Union, la trasformazione della Ue in un veicolo di redistribuzione permanente fra i paesi membri più ricchi e virtuosi e i paesi del Sud. Questo tabù — peraltro costruito dai politici e in particolare da Schäuble come una vera e propria caricatura moralizzante, imperniata sulla contrapposizione quasi religiosa fra santi e peccatori — è stato fatto proprio anche dalla Spd, che ha contribuito a rafforzarlo.

L’Unione economica e monetaria ha prodotto molti benefici. Ma ha generato anche nuovi rischi di natura sistemica (che dipendono, cioè, proprio dall’esistenza della Uem in quanto tale). Tali rischi penalizzano con particolare intensità i paesi più deboli, i quali non possono farvi fronte autonomamente se non peggiorando la propria situazione. Lo stesso colosso tedesco potrebbe scoprire un giorno di avere i piedi di argilla a fronte di dinamiche più grandi di lui e imprevedibili. Una ragionevole strategia di condivisione dei rischi è la chiave di volta per garantire la stabilità dell’Uem e più in generale della Ue. Nel nuovo Parlamento europeo il gruppo ecologista potrà giocare un ruolo importante, soprattutto se i Grünen porteranno a casa un nuovo successo elettorale.

Non è chiaro in che misura il loro programma possa essere condiviso da altre formazioni dello stesso gruppo. Uno degli Spitzenkandidaten di questo gruppo sarà naturalmente un tedesco, il secondo olandese. Verrà cioè dal più grande e importante paese di quella nuova Lega Anseatica che oggi si oppone fermamente alla flessibilità e alla solidarietà. C’è da sperare che l’onda verde riesca davvero a farsi largo anche nel mare del Nord.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 17 Dicembre 2018

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Il legame che ora va difeso

Maurizio Ferrera

Se davvero succederà (come sembra ormai difficile da evitare), la Brexit avrà serie conseguenze per tutte le economie europee. Per quella del Regno Unito gli effetti saranno però devastanti. Le imprese e le banche inglesi sono sgomente, i sindacati molto preoccupati. Il ministro degli Esteri non esclude che ci possano essere dei tumulti per le strade, quello della Sanità sta preparando un ponte aereo per garantire i medicinali agli ospedali, nel caso si bloccassero le frontiere. Come si è potuti arrivare a una situazione tanto assurda?

Le responsabilità sono molteplici. Tutto è nato con l’incauta promessa elettorale fatta da David Cameron nel 2015, quella di indire un referendum sulla Ue. Poi le intransigenti linee rosse che Bruxelles ha posto in tema di controllo dell’immigrazione verso il Regno Unito: una maggiore flessibilità avrebbe consentito a Cameron di evitare la consultazione popolare. La propaganda menzognera e manipolatoria dell’Ukip e di tanti conservatori anti-Ue ha fatto il resto. Una risicata maggioranza di elettori si è fatta convincere a votare leave.

Dopo il referendum, la sequenza di errori è continuata. L’establishment politico e burocratico inglese ha smarrito la sua proverbiale capacità di maneggiare i problemi complessi, di valutare nei dettagli i possibili scenari. La domanda posta agli elettori era chiara e semplice: restare oppure uscire. Ma l’élite politica non poteva non sapere che l’uscita sarebbe stata difficile. Che non si trattava di chiudere una porta e aprirne un’altra per fendere incontrastati le onde della globalizzazione. L’economia internazionale non è più una prateria da conquistare cantando l’inno Rule Britannia. È diventata un sistema complesso, pieno di regole che vanno rispettate o ri-negoziate. Un percorso a ostacoli molto rischioso senza lo scudo Ue.

Può darsi che durante il negoziato degli ultimi mesi le linee rosse di Bruxelles siano state, di nuovo, eccessive. In uno dei tanti vertici recenti sulla Brexit, una stizzita Theresa May ha chiesto «rispetto» per le sue richieste. Un’osservazione legittima. Ma a Bruxelles l’impressione è che Londra si aspettasse di abbandonare la Ue alle proprie condizioni: una sorprendente ingenuità. Soprattutto considerando che c’è una scadenza (il 29 marzo 2019) oltre la quale la posizione degli altri partner prevale automaticamente e che senza accordo Londra si troverà a saltare nel vuoto. Un’ipotesi che è diventata più probabile con l’indebolimento della premier, che ieri sera è stata confermata ma col voto contrario di un numero sorprendentemente elevato di parlamentari conservatori.

Col senno di poi, sono in molti a ritenere che la «clausola di secessione» introdotta nel Trattato di Lisbona sia stato un grave errore. Il famoso articolo 50 ha indebolito quel sentimento di «affezione» nei confronti dell’Unione che si sviluppa spontaneamente nelle collettività politiche nate per condividere un progetto comune senza limiti temporali. L’esplicita previsione di una opzione di uscita logora l’affectio societatis e tende a ridurre la cooperazione a una mera questione di costi e benefici. Nel dibattito che si svolse su questa clausola già all’inizio degli anni 2000, l’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer disse che la Ue non poteva trasformarsi nel salone di un grande albergo, nel quale si può entrare per poi uscire volteggiando. Dare questa impressione, metterla addirittura nero su bianco, sarebbe stato un invito a nozze per i partiti euroscettici. L’allora ministro degli esteri francese, Hubert Vedrine, rispose che la clausola non sarebbe stata usata con leggerezza: «Non dobbiamo sottovalutare la saggezza dei nostri popoli». La sua era una visione «greca» della democrazia. Come il coro delle tragedie, il popolo deve essere insieme spettatore e partecipante della rappresentazione democratica. All’epoca di questo dibattito non eravamo però ancora entrati nella politica della post-verità. Né sapevamo che la globalizzazione avrebbe potuto far scoppiare crisi improvvise e distruttive. E che anche i grandi Paesi europei sarebbero diventati troppo piccoli per farcela da soli. Soprattutto, ci eravamo dimenticati che l’eccesso di democrazia diretta gettò l’Atene classica nelle mani dei demagoghi e la condannò a diventare una provincia dell’impero macedone. Uniti nella diversità: questa è l’unica prospettiva che i popoli europei hanno oggi per salvaguardare la propria prosperità (e la pace) nel futuro. La diversità è e deve restare legittima perché si tratta di un valore e insieme di una risorsa, una garanzia di dinamismo. Ma a condizione che non venga meno l’impegno verso l’Unione, sennò la diversità si trasforma in isolamento auto-distruttivo. Questa è — per ora — la lezione della Brexit. La geografia assegna le isole britanniche al continente europeo. Prima del 29 marzo c’è ancora un po’ di tempo per evitare che la politica recida questo legame, con un atto di colpevole irresponsabilità.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 13 Dicembre 2018

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La sostenibilità di Bruxelles. Ecco il «Welfare capitalism»

Non soltanto regole e paletti, come vuole la retorica sovranista: l’Unione spinge sull’integrazione di mercati e banche con obiettivi sociali. Il maxifondo InvestEU per l’occupazione e la discussione sui piani a sostegno delle infrastrutture.

Maurizio Ferrera

Nel dibattito pubblico di molti paesi, la coppia «Unione euro­pea» e «mercati finanziari» è spesso usata come spauracchio per alimentare l’euroscetticismo. Chi guarda con favore o almeno realismo all’integrazione europea, intuisce che l’unione dei mercati dei capitali e l’unione bancaria sono due processi necessari e positivi, ma tende a coglie­re principalmente la loro dimensione regolativa e magari a percepirla come un nuovo regime vincolatorio, magari un po’ troppo rigido e germano-cen­trico (una percezione che contiene pe­raltro più di un grano di verità).

L’integrazione finanziaria non è però fatta solo di supervisione e disciplina. La strategia generale che ispira la Ue su questo fronte è infatti ispirata al pa­radigma della sostenibilità elaborato dall’Onu, in base al quale tutte le poli­tiche pubbliche devono incentrarsi sulla preservazione e il rafforzamento delle condizioni di base che rendono possibile lo sviluppo umano e la sua prosecuzione nel futuro.

Gli sviluppi

Non c’è bisogno di scomodare Max Weber per ricordare che le banche hanno giocato un ruolo cruciale nel promuovere il capitalismo europeo: è stata la crescente disponibilità di cre­dito a incentivare lo spirito di iniziati­va, l’espansione dei commerci e delle innovazioni tecnologiche. Sin dalle proprie origini tardo medievali, i flus­si di credito-debito hanno svolto an­che altre funzioni, operando come un fiume carsico di irrigazione sociale. Pensiamo ai Monti di pietà— di origi­ne francescana— e alle loro attività di assistenza ai bisognosi; alla filantro­pia delle grandi società di prestito co­me quella dei Fugger e dei Welser, banchieri di Papi e imperatori. E, nel­l’Ottocento, alla nascita di istituzioni di credito rivolte ai piccoli risparmia­tori, imprenditori e commercianti, al­le comunità locali (mutual savings banks, Volksbanken, casse rurali e così via).

Il paradigma della «finanza sosteni­bile» — soprattutto nella declinazio­ne che adesso sta dando l’Ue — si can­dida oggi a intrecciare di nuovo la di­mensione commerciale e quella so­ciale connaturate alla tradizione bancaria europea, mobilitando en­trambe verso la costruzione di un wel­fare capitalism — un modello di capi­talismo democratico e sociale — su scala paneuropea, capace di affronta­re la globalizzazione senza rinunciare a quegli obiettivi di «piena occupazio­ne, progresso sociale, tutela e qualità dell’ambiente» che figurano nel pre­ambolo del Trattato di Lisbona.

Paradigma

Fra i tanti pilastri del paradigma «fi­nanza sostenibile» due sono particolarmente importanti. Il primo concerne direttamente il mondo bancario dei Paesi membri e mira a promuovere (con incentivi, re­golazione, benchmark, monitoraggio, valutazione) la crescita di investimenti «sostenibili e responsabili», ossia strategie di impiego dei capitali in un ottica di lungo periodo. Negli ultimi anni la maggioranza delle banche eu­ropee ha già imboccato questa strada, tramite il lancio di nuovi prodotti (co­me i green bonds o i social impact bon­ds) e di investimenti sociali diretti sia per i propri dipendenti sia e soprattut­to per gli stakeholder esterni. I fronti d’azione sono molteplici: educazione finanziaria, istruzione e formazione dei giovani, conciliazione, diversità e pari opportunità, sviluppo locale e più in generale iniziative di «secondo wel­fare». Le ricerche disponibili indicano che la quantità e la qualità di queste iniziative dipendono anche dal dialo­go e la collaborazione fra le parti socia­li all’interno del mondo bancario e fra queste e la società civile.

Il secondo pilastro concerne il livello Ue e, sulla scia del piano Juncker, pre­vede l’istituzione di uno o più stru­menti organizzativi e finanziari pan­europei volti a catalizzare gli investi­menti verso settori cruciali per la so­stenibilità in tutte le sue dimensioni. Dal 2020 diventerà operativo un nuovo maxi fondo denominato InvestEU, che riunirà tutti gli strumenti esistenti per rilanciare l’occupazione e rinnovazio­ne in uriottica di sostenibilità. È poi in discussione l’idea di istituire un mec­canismo denominato «Sustainable Infrastructure Europe», esteso alle infrastrutture sociali. La Ue registra oggi condizioni di cronico sotto-finanzia­mento delle infrastrutture fisiche e soprattutto di quelle sociali (scuole, ospedali, centri di formazione e assi­stenza sociosanitaria).

Non è solo colpa della crisi, ma anche di impedimenti normativi e organiz­zativi. La piena realizzazione del­l’unione dei mercati dei capitali e del­l’unione bancaria dovrebbe spianare la strada, ma solo un ambizioso e mi­rato coordinamento su scala transnazionale sarà in grado di moltiplicare le risorse finanziarie e canalizzarle verso obiettivi di sviluppo sostenibile e in­clusivo. Non si tratta, si badi bene, di sostituire il finanziamento e il welfare pubblico, ma solo di contribuire alla sua resilienza e sostenibilità nel tem­po.

Sarebbe bene che il dibattito pubbli­co prestasse maggiore attenzione a queste dinamiche. Anche prima dell’onda sovranista, i politici nazionali sono stati sempre molto avari nel riconoscere credito politico alla Ue, usandola piuttosto co­me capro espiatorio.

Ma senza legittimazione e consenso elettorale, l’Unione europea non può progredire e forse neppure sopravvi­vere. E senza l’azione della Ue non po­trà prendere forma quel nuovo model­lo di welfare capitalism paneuropeo dal quale dipende la prosperità delle future generazioni.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera Economia del 3 Dicembre 2018

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