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Conto alla rovescia, per i congedi di paternità

Se il governo non conferma, in Italia finirà a dicembre. Anche in Europa la proposta di direttiva che fissa a 10 giorni il termine minimo (per noi oggi è da 2 a 4 giorni) rischia di essere vanificata dal rinvio alle decisioni nazionali

La Legge di Bilancio 2017 aveva esteso per l’anno in corso il congedo di paternità obbligatorio remunerato da 2 a 4 giorni: una durata che resta simbolica in termini di impatto, ma che ha un enorme valore culturale, oltre a rappresentare un traguardo faticosamente conquistato. Trattandosi di una sperimentazione, questa misura è però destinata ad esaurirsi entro la fine dell’anno se l’attuale Governo non deciderà di confermarla. A suonare il campanello d’allarme è una petizione online promossa da studiosi e professionisti che si occupano di politiche per la famiglia, in cui si chiede che il congedo sia reso strutturale e venga ampliato a 10 giorni, così come già previsto in molti altri paesi europei.

La carenza di misure a sostegno della famiglia, combinandosi con un atteggiamento culturale ancora diffuso che vede la cura dei figli come prerogativa principalmente materna, ha un impatto negativo sulle possibilità di conciliazione tra responsabilità di cura e occupazione. In tale scenario, il congedo di paternità è una misura a forte valenza non solo simbolica ma anche strategica in quanto sfida proprio questa concezione. Inoltre, dando ai padri la possibilità di trascorrere più tempo con i figli, i congedi di paternità favoriscono il loro coinvolgimento (anche emotivo) nelle attività di cura e promuovono indirettamente relazioni di genere meno asimmetriche.

Minima e indennità

Il tema dei congedi di paternità e, più in generale, la necessità di azioni volte a promuovere una condivisione più paritaria delle responsabilità di cura, recentemente ha acquisito maggiore rilevanza anche a livello europeo, grazie a un’iniziativa della Commissione, che nell’aprile 2017 ha avanzato una proposta di direttiva in materia. Sul versante dei congedi di paternità, il progetto — che fissa una soglia minima pari a 10 giorni, con una compensazione economica al livello almeno dell’indennità di malattia — segnerebbe un passo avanti considerevole, in quanto non esistono al momento norme comuni europee come invece avviene già da tempo per i congedi di maternità e genitoriali. Se in molti paesi queste disposizioni avrebbero un effetto piuttosto limitato, in quanto le regole a livello nazionale sono già più vantaggiose di quelle minime proposte a livello europeo, per altri stati membri (tra cui l’Italia) la portata innovativa sarebbe decisamente più ampia.

L’eterogeneità esistente fra i modelli regolativi nazionali e fra i sistemi di welfare, insieme alle diverse sensibilità delle forze politiche nel Parlamento europeo e dei Governi in seno al Consiglio, hanno storicamente contribuito a rendere l’accordo su tali temi particolarmente difficile. Al momento, tuttavia, la questione del congedo di paternità non sembra aver trovato particolari resistenze nel Parlamento europeo, che lo scorso luglio si è espresso a favore della direttiva, avanzando diverse richieste di modifica su altri aspetti, inerenti i congedi genitoriali e di cura.

Marcia indietro?

Il Consiglio, nella posizione approvata a giugno, ha invece proposto emendamenti anche in relazione al congedo di paternità, che ne svuotano di fatto la portata lasciando piena flessibilità agli stati nel definire sia la durata sia la compensazione economica ritenuta adeguata. In questo scenario, a settembre sono iniziati i negoziati informali tra Commissione, Consiglio e Parlamento, dove il voto in plenaria è atteso per il 14 gennaio. Basteranno questi mesi per trovare un accordo senza che la sua innovatività venga affossata? L’iter della proposta di direttiva che mirava a rafforzare le regole in materia di congedo di maternità, presentata nel 2008 e ritirata dalla Commissione nel 2015 dopo sette anni di veti in Consiglio, non consente grande ottimismo. La politica nazionale nel frattempo è dunque chiamata ad agire.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere Economia del 17 Settembre 2019

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Decreto Dignità: la miopia sul lavoro precario

Maurizio Ferrera

Il «Decreto Dignità» ha come bersaglio principale il lavoro a termine, considerato come fonte primaria di insicurezza per un grandissimo numero di giovani. Secondo il governo la soluzione sta nei disincentivi alle imprese, sotto forma di vincoli e penalità contributive. Questa impostazione ha creato un crescente antagonismo fra governo e Confindustria, e nel dibattito pubblico sono riemersi toni e simboli (come il termine «padroni») che ricordano gli anni Settanta. Il desiderio del ministro Di Maio di dare un segnale immediato, e possibilmente a costo zero, sui temi di sua competenza può essere comprensibile. È però doveroso chiedersi se l’approccio prescelto sia corretto. La precarietà di lavoro e reddito riguarda non solo i contratti a termine, ma anche molte altre categorie occupazionali come lavoratori autonomi, partite Iva, start up di nuove piccole imprese. Il tempo determinato non è una «piaga» dell’industria: è più diffuso nei servizi e riguarda persino la pubblica amministrazione. Il lavoro non standard è in rapida diffusione in tutti i Paesi Ue. In Francia, Olanda, Paesi nordici, Spagna, Portogallo, la quota di occupati che si trova in questa situazione è più elevata che in Italia. Stanno poi nascendo figure professionali completamente nuove intorno alle cosiddette piattaforme della gig economy: siti online dove si incrociano domanda e offerta di prestazioni che possono essere svolte «in remoto» (spesso da casa propria) su scala globale.

La Ue stima che il 2% della popolazione adulta sia già oggi coinvolto in questo tipo di attività. Secondo gli esperti il tradizionale contratto a tempo indeterminato è destinato a giocare un ruolo sempre più ridotto nel mercato occupazionale di domani. Il lavoro non sparirà, ma sarà sempre più flessibile: frequenti cambiamenti di posizione, anche in settori diversi, accelerazioni e rallentamenti nelle quantità e nei tempi di attività, in parte espressamente scelti, alternanza fra lavoro e formazione e cosi via.

In un contesto simile, insistere con le tutele contrattuali sul posto di lavoro è come tappare con un dito una diga piena di buchi. Certo, si devono contrastare gli abusi e degenerazioni. Ma occorre farlo con una matita a punta fine, in base a conoscenze dettagliate di pratiche e contesti, non con provvedimenti che fanno di ogni erba un fascio. Per quei settori dove è ancora possibile la transizione dal lavoro a termine a quello stabile, la diga dei vincoli e delle penali rischia anzi di diventare un rimedio peggiore del male (l’allarme lanciato dall’Inps). In tutta l’area del lavoro indipendente a basse garanzie le cose poi non cambierebbero di una virgola.

Siamo dunque condannati a un destino di insicurezza «indegna»? No, ai giovani si possono offrire prospettive di vita molto meno fosche e vulnerabili di quelle attuali. Le dighe alla precarietà vanno tuttavia costruite altrove. È la sfera del welfare che deve farsi carico di questo problema. Lo stato sociale è nato per fornire sicurezza di fronte ai bisogni dei lavoratori/cittadini. Nel tempo ha perso adattabilità, rimanendo ancorato al catalogo dei rischi tipici della società industriale fordista. La sfida è oggi quella di rimettere le politiche sociali in sintonia con l’economia e il mercato del lavoro dell’era postindustriale. Proviamo a immaginare un giovane con un contratto «precario» che possa contare su un pacchetto di prestazioni e servizi slegati dal posto di lavoro: un flusso di reddito calibrato sulle sue esigenze familiari (anche tramite crediti d’imposta), garanzie di formazione e aggiornamento professionale gratuiti, sostegni efficaci per l’inserimento o la ricollocazione lavorativa, congedi pagati in caso di malattia o maternità/paternità, assegni universali che assorbono gran parte dei costi dei figli e accesso gratuito ai nidi d’infanzia. Aggiungiamo la disponibilità di abitazioni nell’edilizia pubblica e di sussidi per l’affitto, nonché un sistema di «finanza inclusiva» che —tenendo conto del pacchetto di prestazioni garantite dallo Stato— fornisca opportunità per prestiti e anticipi. Pensiamo, ancora, a una rete di servizi alle persone, con agevolazioni fiscali, che faciliti la conciliazione vita-lavoro e la mobilità territoriale. In un simile contesto i giovani sarebbero ancora schiacciati o paralizzati dall’insicurezza? Quasi sicuramente no.

Un welfare di questo tipo esiste già in alcuni Paesi. Non sto parlando solo della Scandinavia. Molte di queste misure sono già realtà in Paesi come la Francia, l’Olanda e in parte anche la Germania. Lì la quota di contratti a termine è più o meno pari a quella italiana. Ma gli effetti negativi della precarietà lavorativa risultano molto attutiti.

È questa la strada maestra contro l’insicurezza. Il nuovo modello di welfare deve slegarsi in larga parte dal rapporto di lavoro e dal finanziamento contributivo. Nel nostro Paese la sfida è molto difficile: abbiamo un welfare ancora fortemente «lavoristico» e vincoli di bilancio molto stringenti. Ma ci sono margini di manovra, soprattutto tramite ambiziose strategie di riordino dell’esistente: dal coacervo di prestazioni assistenziali alla montagna delle detrazioni fiscali; da una maggiore partecipazione al costo dei servizi da parte dei ceti benestanti all’uso smart dell’elevato stock di risparmio privato. Il «reddito di cittadinanza», se ben disegnato, può diventare un tassello di questo progetto. Del tutto fuori linea sarebbe invece qualsiasi operazione di riforma delle pensioni su larga scala, al di là di alcune calibrature ai margini.

Il mercato del lavoro di ieri non tornerà; quello di domani è caratterizzato da rischi e opportunità molto diversi dal passato.

Ci troviamo di fronte a una transizione epocale, la sfida riguarda tutti, non solo le imprese: è in gioco il ridisegno della cittadinanza sociale. Si tratta di un grosso sforzo. Che va orchestrato dalla politica, con un’ottica lungimirante e responsabile.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 21 Luglio 2018

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Sì, servo!

In Italia ci sono poco più di cinque milioni di immigrati regolari, fra cui un milione di minorenni. Il loro lavoro genera 130 miliardi l’anno, il 9% del Pil. Hanno fondato e gestiscono 500mila aziende, versano 7,5 miliardi di Irpef. Su un totale di 15 milioni di pensioni, solo 43mila vanno agli stranieri.

Maurizio Ferrera

«IL PASSAPORTO E LA PARTE PIÙ NOBILE di un uomo. E infatti non è mica così semplice da fare come un uomo. Un essere umano lo si può fare dappertutto, nel modo più irresponsabile e senza una ragione valida; ma un passaporto, mai. In compenso il passaporto, quando è buono, viene riconosciuto; invece un uomo può essere buono quanto vuole, ma non viene riconosciuto lo stesso». Questo aforisma di Bertolt Brecht ben si presta a riassumere la situazione spesso paradossale in cui si trovano i migranti che riescono a sbarcare in Italia. La “lotteria naturale” li ha fatti nascere in Paesi arretrati e violenti. Il loro passaporto però “non è buono” per entrare nel nostro territorio. L’Italia invecchia e avrebbe bisogno di nuovi lavoratori. Ma adesso vuole respingere tutti, senza sforzarsi di riconoscere i migranti “buoni” e magari trattenerli. La terra è proprietà comune, diceva Kant. Siccome è una sfera, l’umanità non può disperdersi all’infinito. Quando un posto è pieno di persone e povero di risorse, è naturale che le persone vogliano spostarsi. La storia ha però creato stati e confini. Per molti aspetti, è stato un bene: sono nate culture e civiltà diverse. Tuttavia dai confini sono nate anche le guerre, i dissidi fra i popoli. E l’assedio dei migranti alle frontiere esterne dell’Unione europea -oggi soprattutto quelle mediterranee- sta riattivando quei dissidi fra le nazioni europee che speravamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle.

L’immigrazione suscita paura, l’istinto primario e primordiale della nostra specie. Paura fisica, culturale, in particolare economica. Veniamo da una lunga crisi, molti italiani hanno visto peggiorare le proprie condizioni di vita. Il lavoro scarseggia, il welfare è diventato meno generoso. Se arrivano “loro”, ci perdiamo “noi”. Da questo ragionamento ai respingimenti, alla noncuranza persino rispetto alle morti in mare il passo è breve. Chi lo fa, spesso è indotto a farne un altro: “loro” sono di un’altra razza, qui non devono proprio venire.

LA PAURA È COMPRENSIBILE: ma è anche fondata? Gli immigrati ci sottraggono davvero risorse preziose? Sono domande a cui si può rispondere con dati precisi. Stabilire la verità dei fatti aiuta a contenere le emozioni, toglie di mezzo impressioni e illusioni. Se crediamo nella ragione e abbiamo una mente aperta, i fatti ci inducono a essere più pacati nelle nostre valutazioni.

Partiamo dagli immigrati che già sono fra di noi. Nell’ultimo ventennio l’Italia si è rapidamente trasformata da un Paese di emigrazione (intere fiumane di connazionali sono partiti per l’America, l’Argentina, poi la Germania, il Belgio) a un Paese d’immigrazione. Oggi ci sono più di 5 milioni di persone non nate in Italia (fra cui un milione di minori), 8,3% della popolazione residente. Vivono a nostre spese? No. Se sono adulti, lavorano. Due milioni e mezzo hanno un regolare contratto. Se consideriamo anche i lavori non dichiarati (ad esempio, molte badanti che pure hanno la residenza), possiamo dire che la sotto-popolazione immigrata ha un tasso di occupazione più alto della media. Si stima che il lavoro degli immigrati regolari generi valore aggiunto per più di 130 miliardi di euro l’anno, circa 9% del Pil. Ci sono mezzo milione di piccole e medie imprese fondate e gestite da immigrati, che danno lavoro ad altri immigrati ma anche a molti italiani. Il gettito Irpef degli immigrati è pari a 7,5 miliardi, quello dei loro contributi sociali pari a 11 miliardi e mezzo. Tito Boeri, Presidente dell’lNPS, ha ragione da vendere: se non ci fossero “loro”, come si pagherebbero le pensioni ogni mese? Su quindici milioni circa di trattamenti pensionistici, solo 43.000 vanno a immigrati. Il resto va a “noi”. Già, si ribatte, ma anche “loro” andranno un giorno in pensione. Vero, ma teniamo conto che le famiglie di immigrati (almeno quelle di prima generazione) fanno più figli. Visto che questi bambini diventeranno grandi (da italiani, ci auguriamo) e lavoreranno, saranno i loro contributi a finanziare le pensioni dei loro genitori, e magari resterà un avanzo anche per “noi”. Sì, ma gli immigrati che si curano nei nostri ospedali, che ottengono gli alloggi popolari, persino sussidi e agevolazioni dai Comuni? Se sono regolari, usano un welfare che è largamente finanziato da tasse e contributi di altri immigrati, esattamente come succede per i “nostri” anziani, o disoccupati, o disabili.

Certo, oltre ai regolari in Italia ci sono fra i quattrocento e i cinquecentomila irregolari o “clandestini”. Sono extracomunitari che arrivano da Paesi dove il visto non è richiesto. Fingono di essere turisti, ma poi si fermano. Oppure sono migranti sfuggiti alle maglie del sistema di accoglienza, in attesa di riuscire a varcare i nostri confini e dirigersi vero il Nord Europa. Alcuni lavorano nel sommerso, esposti a ogni genere di angherie e sfruttamento. Qualcuno commette reati, succede in tutte le comunità. Altri girano nelle nostre città, lavano i vetri, vendono cianfrusaglie, chiedono l’elemosina. Nessuno li vuole, neppure i Paesi da cui sono partiti. Ce ne sono alcuni che camminano con pile di libri che parlano di posti lontani. Chi si ferma ad ascoltarli a volte incontra giovani istruiti e dopo aver comprato uno dei loro testi si chiede se non ci sia un modo migliore per metter a frutto la loro istruzione.

Veniamo agli “sbarchi”, ai migranti che vengono prevalentemente dall’Africa: è su questo che oggi si litiga. Hanno iniziato ad arrivare in massa dopo la caduta di Gheddafi, il picco si è avuto nel 2016: 180.000 sbarchi, la maggior parte dopo un salvataggio in mare, altrimenti sarebbero affogati. È a seguito di questa ondata che sono iniziati i problemi organizzativi e, si dice, gli “immani” costi. Dopo lo sbarco, i migranti vanno identificati, alloggiati, nutriti, in molti casi curati. E poi? Ormai la maggior parte chiede asilo e protezione umanitaria. È una procedura che in Italia può durare anni. Nel frattempo i richiedenti non hanno diritto a un permesso di circolazione o lavoro. Vengono perciò tenuti nel centri di accoglienza. Ed è qui che casca l’asino.

PER FUNZIONARE, l’accoglienza richiede organizzazione. Inoltre costa, in particolare quando è inefficiente. Sulla carta, l’Italia ha un sistema ben disegnato (si chiama SPRAR – Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati). Consiste in una rete di enti locali che, accedendo ad un Fondo nazionale, dovrebbero realizzare progetti di integrazione e formazione, insieme a cooperative esterne. Ma tantissimi comuni dicono: non nel mio giardino (la nota sindrome NIMBY), facciano gli altri. Il risultato è che la stragrande maggioranza dei migranti viene parcheggiata in centri di accoglienza straordinaria, gestiti direttamente dalle prefetture. Secondo una recente indagine della Corte dei Conti, qui succede un po’ di tutto. Strutture residenziali fuori norma, sovraffollamento, infiltrazioni mafiose, standard igienici sotto soglia, pochi controlli. E soprattutto poco o nulla da fare: i migranti stanno lì a bighellonare, alcuni escono e rientrano, altri scappano, nessuno gli insegna l’italiano. In questo limbo di attesa per il responso dei giudici ci sono circa trecentocinquantamila persone. Un grande fascio di erbe indistinte. Per dirla di nuovo con Brecht: nel fascio si può essere buoni quanto si vuole, ma nessuno te lo riconosce. Vi sono naturalmente delle eccezioni. Alcuni prefetti, alcuni Comuni, alcune cooperative hanno davvero fatto miracoli: corsi di formazione, lavori socialmente utili e stage, ripopolazione di bellissimi borghi dei nostri Appennini. Ma, come sempre in Italia, il funzionamento medio del sistema è scadente, con punte di eccellenza ma anche di indecenza.

Chi paga? L’accoglienza costa nel complesso fra i quattro e i cinque miliardi l’anno. L’Unione europea ci ha autorizzato a finanziarli in deficit, come se fosse un investimento sociale sul futuro. In parte lo è o lo sarebbe. Molti di questi migranti potrebbero fare lavori che noi italiani non vogliamo più fare (agricoltura, edilizia). Alcuni sono istruiti, potremmo impiegarli nella sanità, nel sociale, nelle fabbriche. E, come si è detto, abbiamo un grande bisogno di nuovi contribuenti per pagare le pensioni. Keynes ci ha insegnato che la spesa in deficit è accettabile quando i soldi si usano per preparare il futuro. Ma ci deve essere, appunto, preparazione: un grande progetto, una strategia di attuazione, coordinamento, monitoraggio, valutazione (per non parlare di onestà e buone maniere). Da noi la politica si è invece focalizzata solo sui paroloni, pronunciando verdetti generali: bisogna accoglierli, no bisogna respingerli; sono utili qui da noi, no se ne stiano a casa loro. Nessuno che abbia fatto ragionamenti empirici, scelte pragmatiche.

Questo vale anche per le famose spese immani. Si dice: i quasi cinque miliardi sono troppi, sono uno “spreco”, vanno a “loro” invece che essere spesi per “noi”. Non è così. Quando va bene, a ciascun migrante arrivano due euro e mezzo al giorno per le piccole spese. Vengono alloggiati e nutriti, questo è vero; d’altra parte, non gli è consentito lavorare. In realtà il grosso della spesa va a italiani: ai proprietari delle strutture di accoglienza, ai fornitori, alle cooperative e così via. L’accoglienza è diventata un business. Con molte ombre (c’è gente senza scrupoli che si è arricchita, e molto), ma anche qualche luce. Il terzo settore ha potuto crescere e rafforzarsi, gli appalti per i progetti hanno dato reddito e lavoro a molti disoccupati nativi. L’aumento (abbastanza sorprendente, vista la crisi) di occupazione femminile nelle regioni del Sud è stato quasi tutto “tirato” dal sistema dell’accoglienza.

SE SOLO IL NOSTRO STATO (ma anche la società civile) avessero più capacità organizzativa e un po’ più di lungimiranza, la sfida dei migranti non sarebbe così drammatica. Da problema intrattabile potrebbe trasformarsi in soluzione: anzi un menù di soluzioni per affrontare il calo demografico, la sostenibilità delle pensioni, il rilancio dei servizi sociali e dell’agricoltura, il depopolamento delle aree interne e così via. È giusto chiedere agli altri Paesi europei aiuti per le emergenze e redistribuzione degli sbarchi. È anche ora che l’Unione europea si svegli e lanci un grande piano Marshall per lo sviluppo dell’Africa. Ma se il sistema di accoglienza italiano è un colabrodo inefficiente, dobbiamo prendercela solo con noi stessi. E rimboccarci tutti le maniche: ci conviene.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Sette del 19 Luglio 2018

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Più sanità per tutti: universale e pubblica

Maurizio Ferrera

Proviamo a fare un esperimento mentale. Ci troviamo in un’ipotetica assemblea deliberativa senza sapere chi siamo concretamente nella realtà (età, sesso, istruzione, patrimonio e, soprattutto, il nostro stato di salute). L’unica certezza è che potremo disporre di un reddito minimo garantito dallo Stato. Abbiamo conoscenze dettagliate ma di carattere generale sulle diverse patologie, la loro incidenza media e le conseguenze, il costo delle cure. Dietro questo «velo d’ignoranza» sulle nostre condizioni individuali, quale tipo di organizzazione sceglieremmo? Secondo la prospettiva dell’egualitarismo liberale, sicuramente sceglieremmo un servizio sanitario nazionale: un’assicurazione obbligatoria per tutti i cittadini, con cure gratuite o quasi, della qualità migliore possibile.

Fu proprio questa la scelta che fece il governo inglese nel 1946. Il ristretto sistema mutualistico del 1911 sarebbe stato rimpiazzato, a partire dal 5 luglio 1948 (esattamente settant’anni fa), dal National Health Service, il primo servizio sanitario universale e pubblico della storia. Il Regno Unito usciva da una guerra estenuante, che aveva impegnato governo e amministrazione in uno sforzo enorme per cinque anni. Non si fece nessun esperimento mentale, ovviamente. Ma qualcosa di simile sì: nel 1942 era stata formata una Commissione per la riforma delle prestazioni sociali che si era interrogata, fra l’altro, proprio sui principi per riorganizzare la sanità britannica. Il presidente della Commissione era William Beveridge: un alto funzionario pubblico d’ispirazione liberale, molto attento al tema della eguaglianza di opportunità. Come è noto, subito dopo la guerra Churchill perse le elezioni e si formò un esecutivo laburista guidato da Clement Attlee. Quest’ultimo vide nelle proposte di Beveridge un duplice potenziale: affrontare con un approccio nuovo i problemi sanitari del Paese, aggravati dalla guerra, e al tempo stesso «fare qualcosa di sinistra» attraverso una grande riforma sociale imperniata sull’intervento pubblico. Il neo-nato Nhs nazionalizzò gli ospedali, trasformò i medici in dipendenti pubblici e centralizzò gestione e controllo a Londra. Il primo ministro della Sanità Aneurin Bevan usava dire che nel «suo» Nhs non si spostava una penna senza che lui lo venisse a sapere. Nei successivi trent’anni la spesa pubblica per la sanità raddoppiò in percentuale del Pil, il personale ospedaliero crebbe del 50%, la speranza di vita aumentò di quattro anni, la mortalità perinatale diminuì dal 30% al 12%. Fu un grande successo, che rese il Nhs una delle istituzioni più popolari e amate da parte dei cittadini britannici e che finì per essere non solo mantenuta, ma anche potenziata dai governi conservatori, i quali nel 1946 avevano osteggiato la «socializzazione» della medicina.

Poi, alla fine degli anni Settanta, venne Margaret Thatcher, che inizialmente voleva smantellare il Nhs. Ma si rese conto che sarebbe stata una scommessa con alte probabilità di sconfitta, anche sul piano elettorale. I suoi sforzi si concentrarono dunque su un obiettivo più limitato: mantenere l’universalismo della copertura ma ridurre lo «statalismo» del Nhs con una duplice ricetta. Innanzitutto sostituendo i funzionari di estrazione burocratica con manager professionisti, capaci di introdurre una logica di tipo più privatistico per accrescere l’efficienza. In secondo luogo, introducendo i cosiddetti «mercati interni» al sistema pubblico. Sia gli ospedali sia gli studi medici associati avrebbero dovuto competere fra loro per ottenere risorse pubbliche (al di sopra di uno zoccolo di base), in modo da incentivare innovazione e qualità. Le riforme Thatcher hanno avuto luci e ombre e sono state più volte modificate negli ultimi vent’anni, soprattutto sotto i governi laburisti. Thatcher ha avuto però il merito di recidere il legame che si riteneva indissolubile fra copertura universale ed eguale trattamento, da un lato, e gestione interamente pubblica dei servizi sanitari, dall’altro lato.

L’esempio inglese ebbe grandissima eco in Europa. I Paesi nordici istituirono anch’essi dei servizi sanitari nazionali fra gli anni Cinquanta e Settanta. Poi venne varata la riforma italiana, nel 1978 (saranno quarant’anni nel prossimo dicembre). Il nostro Servizio Sanitario Nazionale rimpiazzò il mastodontico sistema mutualistico sviluppatosi a partire dagli anni Trenta, caratterizzato da alta frammentazione gestionale e forti disparità di trattamento. Noi tendiamo sempre a denigrare i nostri governi e la loro scarsa capacità riformista. Ebbene, la riforma sanitaria del 1978 fu uno dei cambiamenti istituzionali più radicali e incisivi registrati nel secondo Novecento in Europa nel campo del welfare. Per più di un decennio, con scorno dei britannici, il nostro Ssn divenne il più grande servizio nazionale del mondo in termini di spesa e cittadini coperti. L’esperienza dell’Italia fu presto seguita da Portogallo, Spagna e Grecia. Nel suo complesso, si è trattato di una esperienza di grande successo. Nelle classifiche internazionali sulla qualità e l’efficacia dell’assistenza sanitaria, l’Italia si situa oggi al dodicesimo posto, prima del Regno Unito.

La riforma del 1978 fu per molti aspetti il risultato più significativo del cosiddetto «compromesso storico» fra Dc e Pci. Purtroppo mancò nella progettazione del nuovo sistema l’anima liberale: il Ssn italiano nacque con un forte pregiudizio statalista. Nel nostro Paese, è noto, lo Stato è sempre stato debole, esposto alle pressioni e alle infiltrazioni dei gruppi di interesse e della politica. A differenza del Regno Unito — che poteva disporre di una amministrazione pubblica autonoma e professionalizzata — il Servizio Sanitario Nazionale nacque invece come «partitocrazia della salute». Le unità sanitarie locali erano inizialmente guidate da «Comitati di gestione» lottizzati dai partiti e privi di competenze tecniche. La coppia «universalismo senza compartecipazioni» e gestione interamente pubblica portò rapidamente a una escalation della spesa e a un sistema diffuso di inefficienze e corruzione.

Fortunatamente, a partire dal 1992, una serie di riforme hanno corretto la situazione attraverso una decisa svolta «manageriale». Alcune regioni (come la Lombardia) hanno anche seguito in parte il modello britannico dei mercati interni, coinvolgendo anche le strutture private nella fornitura di servizi e cure. Anche nel nostro Paese si è proceduto, in altre parole, a recidere il legame a volte perverso tra copertura universale e gestione pubblica.

Il modello universalistico con finanziamento fiscale si è rivelato ovunque vincente in termini di costi-benefici e di efficacia medica. Ciò è vero rispetto sia ai modelli «mutualistici» sia quelli privatistici. Gli Stati Uniti sono il caso più prossimo a quest’ultimo modello. In questo Paese, la copertura pubblica riguarda solo gli anziani sopra i 65 anni (Medicare). A livello statale esistono poi degli schemi assistenziali per i cittadini poveri (Medicaid). In mezzo, fra anziani e adulti poveri, la copertura è privata, tipicamente tramite i datori di lavoro. Chi perde il posto resta però senza copertura (circa 40 milioni di americani in ogni dato momento, ovviamente non sempre gli stessi). Obama ha varato un’ambiziosa riforma che ha introdotto l’obbligo assicurativo (con sussidi pubblici) anche per le persone temporaneamente scoperte. Trump vorrebbe abolirla, ma finora non c’è riuscito. Obamacare ha colmato un buco, ma la sanità Usa resta molto diseguale e al tempo stesso molto costosa. Per l’Europa, quello Usa è un modello che ha ben poco da insegnare, se non in negativo.

Considerando il rapido invecchiamento della popolazione, i costi crescenti delle tecnologie mediche e i vincoli di bilancio sorge una domanda: per quanto potremo ancora permetterci una sanità universalistica a finanziamento pubblico? La domanda è legittima, ma mal posta. I vincoli economici sono reali, ma ciò non significa che saremo costretti a negare a qualche categoria di cittadini l’accesso alle prestazioni. Si possono infatti usare due altri correttivi. Il primo è quello di selezionare le prestazioni da erogare a tutti, in base a criteri di costo-efficacia. Una strada già imboccata nel Regno Unito e in Italia con la definizione di «livelli essenziali di assistenza». Un secondo correttivo è rappresentato dalle compartecipazioni (ticket), graduate in base al reddito e/o alla gravità delle patologie.

L’approccio universalista resta quello migliore. Ma essere universalisti non significa garantire tutto a tutti, senza limiti e gratis. Come per tutte le politiche pubbliche, anche in sanità occorre essere realisti, calibrando equità, efficacia ed efficienza. Nel rispetto delle macro-compatibilità economico-finanziarie.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del 1 Luglio 2018

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Il reddito di cittadinanza: stimoli, non sussidi per chi cerca lavoro

Maurizio Ferrera

Secondo gli annunci del governo, il reddito di cittadinanza dovrebbe prendere avvio con la legge di Stabilità per il 2019, che si discuterà in autunno. Peccato che a tutt’oggi non siano affatto chiari obiettivi, strumenti, compatibilità finanziarie. Non si può pensare di rivoluzionare le politiche sociali e del lavoro con un investimento che potrebbe avvicinarsi a trenta miliardi senza avere un progetto (in altri Paesi si chiamerebbe Libro Bianco) che i cittadini possano capire, discutere e valutare pubblicamente. Le questioni di base sono due: qual è la sfida prioritaria che il reddito di cittadinanza vuole affrontare? E come si innesterà questa ambiziosa misura sugli strumenti già esistenti? Negli altri Paesi Ue gli schemi di reddito minimo d’inserimento sono nati per combattere la povertà, non la disoccupazione. Certo, i sussidi sono ovunque condizionati a percorsi di formazione e accompagnamento, nessuno è pagato per stare sul divano. Ma il ruolo di questi schemi è residuale, essi intervengono laddove le persone per varie ragioni non hanno redditi da lavoro e cadono fra le maglie del sistema di protezione sociale.

Gli altissimi livelli italiani di povertà (peraltro in continuo aumento, come attestato dall’Istat l’altro ieri) dipendono in parte dalle manchevolezze del sistema pensionistico e delle prestazioni familiari. Se avessimo pensioni sociali adeguate e soprattutto assegni universali per i figli (come in Francia o Germania) la platea di potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza si ridurrebbe significativamente. Questa nuova misura potrebbe così essere ritagliata in particolare sugli adulti in condizione di esclusione sociale (la quale non necessariamente si risolve con l’inserimento nel mercato del lavoro). È la strada più ragionevole da scegliere, anche perché lo strumento adatto c’è già, occorre «solo» rafforzarlo e perfezionarlo. Si chiama Rei (reddito d’inclusione), che da luglio diventerà una misura universale, capace di sussidiare 700 mila famiglie in povertà estrema. Forse per ragioni di marketing politico, i Cinque Stelle non hanno mai neppure menzionato il Rei nei loro programmi. È giunto il momento di scoprire le carte. Si parte da lì oppure si ricomincia da capo? Nel secondo caso, perché?

La lotta alla disoccupazione è un altro discorso. Per chi perde il posto, abbiamo già il sistema di ammortizzatori sociali (in particolare la Naspi, ma non solo) introdotto dal jobs act, con annesso un programma di espansione dei centri per l’impiego. Come minimo, il reddito di cittadinanza dovrebbe coordinarsi con le misure e le iniziative già in corso, secondo quanto suggerito, ad esempio, da Sacchi e Vannutelli su lavoce.info. Per i giovani usciti dai canali formativi c’è la famosa Garanzia giovani. È opinione comune che questa sia stata un grosso fallimento. Ma teniamo presente che essa è rivolta a per-sone praticamente senza qualifiche (i cosiddetti neet) che sono davvero difficili da collo-care. Ciò nonostante, il 61% dei giovani assistiti trova un inserimento lavorativo nelle regioni del Nord e il 35% al Sud. Immagino che il ministro Di Maio non voglia smantellare questo schema. Come lo migliorerà?

Il Mezzogiorno è da sempre l’area più problematica del nostro mercato occupazionale. Le cause sono tante e affondano le radici nella storia economica, sociale e culturale delle regioni del Sud. La sfida non è certo quella di «inserire» le persone, ma quella di creare nuovi posti di lavoro. I confronti internazionali segnalano che l’economia del Mezzogiorno è incapace di assorbire personale in aree chiave dei servizi: turistici, ricreativi, culturali, sociali, sanitari, educativi. Fatte le debite proporzioni, mancano centinaia di migliaia di posti. Prima di sussidiare chi cerca lavoro, bisogna stimolarne la domanda. Ciò richiede investimenti infrastrutturali e sociali, incentivi fiscali, una sostanziosa riduzione del costo del lavoro. Secondo alcune stime, circa il 70% dei venti miliardi del reddito di cittadinanza andrebbero al Sud. È probabile che si crei così un circolo vizioso: più spesa pubblica assistenziale, meno disponibilità di bilancio per investimenti e incentivi, persistenza o aggravamento del sottosviluppo, più spesa assistenziale. È una sindrome ben conosciuta, che non ha certo aiutato il Mezzogiorno, ma anzi lo ha gradualmente depauperato della risorsa più importante: il capitale umano. Da anni si registra una drammatica emorragia di giovani da Sud a Nord (e ormai anche verso le grandi capitali Ue). Come fa un sistema economico a svilupparsi se regala ad altri i suoi migliori talenti ed è incapace di attrarne di nuovi? Se ben congegnato e inseri-to in un più ampio progetto di (ulteriore) modernizzazione della protezione sociale italiana e di rivitalizzazione del mercato del lavoro al Sud, il reddito di cittadinanza (chi non ama questo nome potrebbe chiamarlo «Rei 2.0») potrebbe svolgere un ruolo pre-zioso per contrastare la povertà e l’esclusione sociale. Senza un progetto coerente, invece, sarà l’ennesimo fallimento del welfare all’italiana: trasferimenti a perdere, facili prede di interessi e pratiche clientelari.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 28 giugno 2018

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Aziende alla sfida del Welfare 2.0

Oggi un convegno al Posta dove sarà eletto anche il direttivo Anap

 

REGGIO EMILIA – Welfare 2.0, come conciliare non autosufficienza e gestione d’impresa. La “non auto-sufficienza” è l’incapacità di mantenere una vita indipendente e di svolgere le comuni attività quotidiane, a causa della mancanza di energie e dei mezzi necessari per soddisfare le proprie esigenze. Nonostante alcuni interventi legislativi in favore di queste persone, non di rado le famiglie si trovano impreparate ad affrontare queste situazioni. Per far il punto sul tema e capire a che punto è il nostro Paese nell’erogazione di servizi dedicati alle persone non autosufficienti, Lapam Confartigianato ha organizzato un convegno, in programma oggi alle 17.30 all’Hotel Posta di Reggio Emilia. Durante il convegno Federico Razetti, ricercatore di Percorsi di Secondo Welfare, Centro Studi diretto da Maurizio Ferrera, analizzerà insieme a Carmelo Rigobello, consulente Confartigianato, Gianlauro Rossi, presidente Anap Modena e Reggio Emilia, e ad altri ospiti la situazione della non autosufficienza e le sue conseguenze sulla popolazione attiva italiana. Interverranno anche Emilio Ricchetti del Forum Famiglie Reggio Emilia, Franca Campostella, presidente regionale Donna Imprese Confartigianato e Mauro Dallapè, presidente Mutua Artieri Trento. All’evento sarà presente il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi. Al termine della tavola rotonda sarà infine eletto il nuovo consiglio direttivo e del presidente Anap di Reggio Emilia e Modena.

Questo articolo è comparso anche su La Gazzetta di Reggio del 7 giugno 2018

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Il razzismo uccide il welfare

Quale destino per lo Stato sociale? Secondo la politologa tedesca Ellen Immergut investire sul lavoro dei giovani e sull’integrazione degli immigrati è l’unico modo per assicurare la sostenibilità dei sistemi di solidarietà. Perciò i partiti xenofobi sono una minaccia; difendono in modo cieco uno status quo che non può durare.

conversazione di MAURIZIO FERRERA con ELLEN IMMERGUT

Negli ultimi quattro anni Ellen Immergut ha coordinato il progetto di ricerca europeo forse più ampio e ambizioso sul welfare. Il titolo è Welfare State Futures e in un certo senso contiene già un messaggio: gli scenari possibili sono tanti, nessuno è predeterminato, ci sono margini di scelta. Le chiediamo innanzitutto se tra i futuri possibili c’è anche la fine del welfare, o quanto meno l’estinzione dell’impegno pubblico su questo fronte.

ELLEN IMMERGUT — Il welfare state è una delle istituzioni chiave per la promozione della solidarietà. Le sue politiche hanno praticamente eliminato la povertà fra gli anziani. Le persone tendono a dimenticare com’era la situazione negli anni Trenta e Quaranta. In tutta Europa, l’assistenza sanitaria è ormai universale e di buona qualità. Esistono ovunque reti di sicurezza di base per disoccupazione, invalidità, indigenza estrema. Il punto di partenza deve quindi essere il riconoscimento di un grande successo europeo. E la stragrande maggioranza degli europei concorda (molto più che gli americani o i giapponesi) sul fatto che sia compito dello Stato occuparsi degli anziani e delle persone malate o invalide. Oggi però tendiamo a dare le realizzazioni del welfare per scontate. Così le persone iniziano a chiedersi: perché ce l’abbiamo? Ne vale la pena? Perché dovremmo pagare così tanto? Non sono solo i vincoli economici a minacciare le realizzazioni dello Stato sociale, ma anche una certa erosione del sostegno dei cittadini. È a questo processo che dobbiamo guardare, se ci sta a cuore l’impegno pubblico per il welfare.

MAURIZIO FERRERA — In una società che invecchia bisogna certo proteggere le persone fragili, ma al tempo stesso assicurare che vi siano abbastanza persone attive e produttive proprio per pagare i costi del welfare. Senza crescita, lavoro e gettito fiscale, non potremo più permetterci gli attuali livelli di protezione. Con il calo della natalità, le dimensioni delle forze di lavoro si stanno rapidamente riducendo, mentre aumenta il numero degli anziani. Possiamo davvero aspettarci che i lavoratori più giovani siano disposti a versare contributi e tasse inevitabilmente crescenti?

ELLEN IMMERGUT — È chiaro che in regime di democrazia il futuro dello Stato sociale dipenderà da quanto gli elettori sono disposti a pagare e da quali prestazioni esattamente verranno considerate meritevoli di essere erogate. Per mantenere un po’ di equilibrio fra popolazione attiva e anziana bisogna puntare di più su giovani e immigrati, facendo molta attenzione alla quantità e qualità degli investimenti che facciamo (in particolare creando servizi) per sviluppare, consolidare e incrementare nel tempo il loro capitale umano. Peraltro i servizi sociali creano lavoro e aumentano le entrate fiscali. Sappiamo che la diseguaglianza inizia ancor prima della nascita, e questo è esattamente ciò che gli investimenti sociali (ad esempio per l’istruzione e la cura della prima infanzia fra 1 e 3 anni) possono combattere.

MAURIZIO FERRERA — Da un paio di decenni le disuguaglianze stanno crescendo ovunque e la grande recessione ha esacerbato questa tendenza. È un noto paradosso della politica il fatto che, al crescere delle diseguaglianze, tende a diminuire il sostegno per la redistribuzione, a erodersi l’ethos della solidarietà.

ELLEN IMMERGUT — Le nostre ricerche confermano che ciò che le persone sostengono non è la redistribuzione, ma la condivisione dei rischi. Ciò che si desidera e si apprezza è l’assicurazione contro l’insorgenza di bisogni a cui non potremmo far fronte da soli nel corso della vita. Di conseguenza, più grande è la platea di persone che sentono di condividere dei rischi considerati come «comuni», più forte è l’impegno per la solidarietà e più forte il sostegno allo Stato sociale. Se i rischi diventano parcellizzati, allora il supporto cala. La crescita delle diseguaglianze non ha riguardato solo il reddito, ma anche la distribuzione dei rischi fra i vari strati sociali, rendendo alcuni di questi ceti potenzialmente più autosufficienti, altri molto più vulnerabili.

MAURIZIO FERRERA — Uno dei settori in cui la parcellizzazione dei rischi e delle coperture è stata più marcata è forse la salute. Da un lato è aumentato il divario in termini di speranza (e qualità) di vita fra poveri e ricchi. Dall’altro, questi ultimi hanno le risorse per acquistare polizze private che consentono loro di accedere alle terapie più costose e sofisticate, senza Uste d’attesa. Avete trovato evidenza che queste dinamiche erodano il senso di solidarietà e il sostegno per l’universalismo?

ELLEN IMMERGUT — Abbiamo osservato che cosa succede quando le persone passano dalla copertura pubblica a quella privata o aderiscono a schemi complementari. In effetti si nota un certo declino nella disponibilità a sostenere lo Stato sociale e una minore propensione alla solidarietà. È importante sottolineare, tuttavia, che la sanità universale non deve necessariamente essere gestita per intero dallo Stato. Anzi, il sostegno per l’uguaglianza sanitaria è leggermente più alto nei sistemi basati su assicurazione obbligatoria (pubblica o su base occupazionale) rispetto ai sistemi universahstici puri. Il punto chiave è che la solidarietà viene incoraggiata quando le persone si considerano parte di un insieme comune di istituzioni: tutti partecipano ai costi e tutti ricevono uguale trattamento.

MAURIZIO FERRERA—Fammi capire. In Italia, come in Gran Bretagna o nei Paesi nordici, abbiamo un servizio sanitario pubblico universale finanziato dalle imposte. I cittadini/utenti non sanno bene quanto pagano e sono consapevoli che molti contribuenti evadono le tasse o non pagano il giusto. La tendenza degli ultimi decenni è stata semmai quella di aumentare i ticket (le compartecipazioni). Questo disegno non rischia di alimentare un senso di sfiducia e persino di ingiustizia? Come fanno i Paesi nordici a conciliare sostenibilità, universalismo, solidarietà, in un contesto dove gli utenti sono comunque abituati a pagare ticket anche per le visite del medico pubblico o per i ricoveri ospedalieri?

ELLEN IMMERGUT — Si tratta di questioni complesse, nessun sistema è immune da rischi di insostenibilità, delegittimazione e desolidarizzazione. Però, ripeto: quanto più estesa e omogenea è la copertura, tanto più elevato il potenziale di solidarietà. Le compartecipazioni finanziarie da parte degli utenti più abbienti sono la regola in tutti i servizi sanitari finanziati tramite imposte. Così come un po’ ovunque si stanno diffondendo forme di copertura integrative, a volte incentivate dallo Stato per le categorie più deboli (come sta avvenendo in Francia). Ciò che conta è evitare la dualizzazione, ossia l’uscita dal sistema pubblico di intere categorie sociali che si assicurano e si curano solo nella medicina privata. Poi contano le tradizioni culturali (gli inglesi sono tradizionalmente molto fieri e gelosi del Nhs), le campagne dei media (i norvegesi si lamentano perché i Vip ricevono trattamenti speciali), il grado di corruzione (che erode il sostegno alla solidarietà pubblica in alcuni Paesi dell’Est europeo). La solidarietà sanitaria non è solo collegata a fattori organizzativi o regolativi, ma va costantemente coltivata sul piano politico e comunicativo.

MAURIZIO FERRERA — E veniamo a un altro tema scottante: l’immigrazione. Hai detto che, anche per contrastare l’invecchiamento demografico, le società europee devono non solo accogliere, ma anche investire sugli immigrati, soprattutto i più giovani. Si tratta però di una sfida piuttosto delicata, anche sul piano politico.

ELLEN IMMERGUT — Certo. Ma ormai gli immigrati regolari rappresentano quote vicine al 10% della popolazione, di più se consideriamo solo la popolazione adulta. La domanda che ci dobbiamo porre non è solo quanti immigrati in più possiamo 0 dobbiamo accogliere, ma quali sono gli orientamenti di coloro che già sono fra noi, soprattutto quelli che votano 0 voteranno. In base alle nostre ricerche, i migranti non richiedono né usufruiscono di prestazioni sociali in misura maggiore dei nativi. Non sono tuttavia un gruppo omogeneo e i loro orientamenti sono strettamente correlati alla cultura dei Paesi d’origine. In generale, i livelli di sostegno alla spesa per pensioni di vecchiaia e per l’assistenza sanitaria sono inferiori rispetto ai livelli dei nativi. Se vogliamo assicurare la sostenibilità del welfare, dobbiamo puntare all’integrazione sociale e culturale dei migranti, in modo che accettino di fare la propria parte per sostenere le pensioni dei nativi anziani. L’interesse verso le politiche di investimento sociale a favore di donne e bambini dipende poi molto dalla cultura e dai valori dei contesti di provenienza, specie per quanto riguarda i rapporti di genere: anche questo è un fattore da considerare.

MAURIZIO FERRERA — Resta comunque il problema dell’accoglienza. In tutta Europa si è alzato il vento del populismo sovranista e a volte anche xenofobo.

ELLEN IMMERGUT — Il populismo è in parte il risultato dell’incapacità dei partiti tradizionali di governo di spiegare e giustificare le politiche di austerità e la gestione dei flussi migratori. Il contraccolpo populista non è arrivato quando abbiamo toccato il culmine dell’austerità, della grande recessione, della crisi migratoria. È arrivato con un certo ritardo, quando i nuovi leader populisti sono riusciti a mobilitare gli elettori più vulnerabili, più colpiti dalla crisi, più arrabbiati per aver fatto sacrifici senza che vi fosse adeguato riconoscimento dei loro problemi e difficoltà. E anche una distribuzione equa dei costi della recessione, visto che alcune categorie si sono addirittura arricchite.

MAURIZIO FERRERA — Quali spazi esistono oggi per le politiche di investimento sociale che sembrano indispensabili per assicurare il futuro del welfare?

ELLEN IMMERGUT — I nostri dati suggeriscono che la minaccia maggiore è collegata al populismo di destra. Dove il populismo sovranista è più debole, i partiti di centrosinistra e persino di centrodestra sono più propensi a promuovere gli investimenti sociali. In presenza di sfidanti di destra populista, invece, anche partiti tradizionali si concentrano sulla difesa dello status quo. Questo effetto è chiaramente connesso alla competizione per il voto della classe operaia culturalmente conservatrice, che preferisce mantenere le cose come stanno.

MAURIZIO FERRERA—Dunque le chiavi per i diversi possibili futuri del welfare sono nelle mani della politica. E l’ascesa dei populisti non lascia ben sperare: in questo senso ciò che accadrà in Italia nei prossimi mesi potrebbe essere una cartina di tornasole per tutta l’Europa. A proposito, non credi che la Uè abbia una certa responsabilità in ciò che è successo? E che, d’altra parte, l’uscita dall’impasse populista non possa che passare da una riforma dell’Unione?

ELLEN IMMERGUT — L’Europa ha un grave problema di legittimità e l’istituzione chiave che promuove la solidarietà e la legittimità, ossia lo Stato sociale, è uscita seriamente danneggiata dalla crisi. A mio parere, alcune recenti iniziative della Uè vanno nella giusta direzione. Pensiamo all’attenzione per gli investimenti sociali entro il patto di stabilità e all’istituzione di un pilastro europeo dei diritti sociali. Tuttavia, bisogna passare dalle dichiarazioni solenni alla realtà pratica. E soprattutto, abbiamo bisogno di una «filosofia pubblica europea». Un insieme di princìpi, di regole condivise ma certe di mutua collaborazione, nonché di pratiche comunicative che rendano l’azione delle autorità pubbliche — a cominciare da quelle Uè — eticamente plausibili e difendibili. In Europa abbiamo molte regole, ma anche molte esenzioni da queste regole. Ciò ferisce la legittimità dell’Unione. Il pilastro sociale europeo deve trasformarsi in un piano chiaro ed efficace. Questo è ciò che i pubblici democratici europei si aspettano e si meritano.

Questo articolo è comparso anche su la Lettura del 20 maggio 2018.

 

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Curiosità e piacere. La grande sfida? Riconquistare il quinto tempo Nasce Liberi Tutti

di Daniela Monti

Nel mondo del lavoro destrutturato e dell’economia dei risultati — come a Rischiatutto bisogna essere concentrati, focalizzati sull’obiettivo, se non porti a casa la preda prima o poi ci saranno conseguenze — al «come stai?» dell’amico incontrato al bar non si risponde più, con voce leggera, «bene grazie e tu?», piuttosto «ho un sacco di cose da fare».

Manca sempre il tempo. Nella Top Ten dei sintomi della «time poverty», l’epidemia da mancanza di tempo, c’è ordinare il pasto a domicilio, cenare alle 22, rispondere alle mail mentre si cammina, provare con Uber perché l’attesa del taxi è di 6 minuti, fare la lavatrice a notte fonda, acquistare tutto online, pianificare le uscite con gli amici a mesi di distanza (ora siamo già al «ci si vede questa estate?»). Usare lo shampoo a secco invece di lavare i capelli, farsi crescere la barba, comprare il parmigiano già grattugiato e l’insalata in busta. Tutto di corsa: il rallentamento è un territorio inesplorabile.

«Non ti prendi mai un po’ di tempo libero, mi rimprovera sempre mia moglie», dice l’economista Maurizio Ferrera, dunque, in fin dei conti, non si tratta di ignorare il problema — che il tempo libero dal lavoro sia importante tanto quanto il reddito, in teoria, è un concetto acquisito —, piuttosto di non saperlo risolvere. «Mettiamoci pure un po’ di sana competizione: così il lavoro diventa un’ossessione, io stesso ho difficoltà a darmi dei limiti — riprende Ferrera —. Ma potremmo avere più tempo libero se solo fossimo meno ambiziosi e imparassimo a lasciar correre». I numeri inchiodano: un europeo adulto in media dedica al lavoro retribuito e al lavoro di cura il doppio del tempo strettamente necessario e circa il 25% in più per la cura della propria persona. Il tempo dunque c’è — sembra esserci —, ma è speso male, le camicie si possono anche non stirare (i tessuti not iron li hanno inventati apposta), la doccia non è necessaria tutti i giorni, il metodo di Marie Kondo sul magico potere del riordino deve pure avere insegnato qualcosa e se la casa è meno zeppa di oggetti si fa prima a rassettarla.

L’organizzazione del lavoro retribuito è meno rigida rispetto al passato: la gabbia si è aperta, non esistono orari e calendari fissi, e la flessibilità porta maggiore discrezionalità nella scelta del come e soprattutto del quando fare le cose, negli spazi piccoli e in quelli grandi (con conseguenti ansie da prestazione, sbandamenti e sensi di colpa perché ogni lasciata è persa). Ma «la destrutturazione del tempo di lavoro può avere implicazione positive su tutti gli altri tempi della vita: il tempo delle necessità biologiche, quello per la cura di noi stessi e delle persone a cui vogliamo bene, il tempo dei sentimenti, perché le relazioni non sono acquisite una volta per tutte, vanno coltivate», riprende l’economista. Se ci si alza un’ora prima per andare a correre, si può farlo per portare avanti il lavoro e scappare dall’ufficio nel pomeriggio per esserci alla recita dell’asilo.

Vista così, la flessibilità lavorativa è una partita da giocare per riorganizzarsi meglio la vita — uomini e donne insieme, anche se le seconde partono sempre con l’handicap perché spendono il doppio delle ore rispetto agli uomini per attività domestiche non retribuite. Rivedere l’ordine delle priorità, non dire sempre no a chi ci sta a cuore e chiede attenzione adesso, non dopo le 18, né domani perché è sabato.

A essere diventato scarsissimo è il tempo discrezionale, cioè quello che resta dopo aver sottratto alle 24 ore tutti gli altri «tempi». A forza di fare per gli altri, non resta nulla per sé. Eppure questo quinto tempo — quello della curiosità e del piacere — «è importante per ricaricarsi, coltivare i propri interessi, stare in salute, immagazzinare energia per quando dobbiamo curare, curarci, amare, lavorare», e anche le aziende stanno imparando a riconoscerlo e valorizzarlo — quelle basate sulla conoscenza, i servizi avanzati, le posizioni più alte delle imprese —, insiste Ferrera, è il solo tempo capace di aprire spazi di cambiamento, innescare idee stravaganti che però portando più lontano del solito procedere step by step, da un problema all’altro, da un compromesso al successivo «altrimenti che senso avrebbe pagare ai dipendenti un team building a Palma di Maiorca? Perché oltre a stringere i rapporti fra colleghi si beve, si nuota, si visitano posti nuovi. Si pensa in modo diverso. Succede anche nell’accademia, spesso i convegni d’aggiornamento diventano anche occasioni di svago, io impiego parte di quel tempo per vedere mostre e approfondiscono interessi non legati necessariamente al lavoro, ma che in futuro potranno servirmi. Magari ci vado con mia moglie, così al tempo del lavoro e dello svago aggiungo il tempo per coltivare l’amore. Sono tempi sinergici». Il tempo liberato dagli schemi è la Grande Scommessa. Negoziare è la competenza chiave: pacchetti reddito/tempo che variano nelle diverse fasi della vita, fra i 20 e i 30 anni ci sta che il lavoro — se hai la fortuna di averlo e la fortuna al quadrato di avere quello giusto — si prenda il banco, ma già a 35 le priorità cambiano, c’è la famiglia e se non c’è bisogna investire tempo per provare a farsela. Chi non negozia, resta soffocato: ora è chiaro che dire sempre sì è rinunciare a se stessi.

«Mentre la povertà di reddito ha una possibile soluzione collettiva (facciamo crescere la torta, così ce n’è un po’ di più per tutti) con il tempo è più difficile, perché non si può far crescere il tempo, ma solo ridistribuirlo. In questo senso di può parlare di un’economia del tempo», chiude Ferrera. E racconta la sorpresa per una passeggiata serale ad Helsinki, con due colleghi, al termine di una sessione di studi. «E il bimbo dove lo avete lasciato?, ho chiesto. È al nido, hanno risposto. Perché il nido, lì, è sempre aperto. Ci sono tanti aspetti delle società che favoriscono o impediscono una riqualificazione virtuosa dell’utilizzo del tempo. In Italia abbiamo una lunga strada da fare».

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 14 maggio 2018

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Una “carta blu” per riscoprire l’Europa

Un modello sociale che il mondo ci invidia

Spesso non ce ne accorgiamo, ma grazie ai fondi dell’Unione molti cittadini usufruiscono di ripetizioni a scuola, incentivi per stage, aiuti alimentari, prestazioni sanitarie all’estero. Con l’introduzione di una “social card” questi vantaggi sarebbero più visibili e capiremmo meglio i vantaggi della Ue.

 

In Lombardia  ogni anno circa trentamila disoccupati usufruiscono della “dote lavoro”,  un sostegno per il re-inserimento tramite corsi di formazione e stage. In Puglia settantamila studenti ricevono ripetizioni gratis dalle loro scuole in scienze e italiano. Sono solo due esempi delle tante iniziative a carattere sociale finanziate al 50% dall’Unione Europea, con una spesa superiore al miliardo di euro annui. Quanti cittadini ne sono al corrente?  Pochi, persino fra i beneficiari.  I politici  preferiscono usare l’Europa come capro espiatorio. Quando spendono fondi UE,  quegli stessi politici si tengono invece tutto il merito, sbandierandolo nelle campagne elettorali.

Noi votiamo in Italia, ma siamo anche cittadini UE, come dice il nostro passaporto.  Il 64% degli italiani è consapevole di  questo fatto, ma solo il 4% ha un’idea precisa di cosa significhi concretamente. Una percentuale esigua, ma che non deve sorprendere. I diritti UE diventano rilevanti solo quando attraversiamo la frontiera tra uno stato membro all’altro. Se decidiamo di muoverci all’interno dell’Unione, nessuno può impedirci di farlo (diritto). Se ci stabiliamo, anche “per sempre”, in un altro paese, dobbiamo essere trattati alla stessa stregua dei cittadini di quel paese (diritto). Possiamo votare nelle elezioni locali e, soprattutto, accedere al welfare: scuola, sanità, pensioni (diritto). Quel 4% che conosce i contenuti della cittadinanza UE è composto principalmente da persone istruite, che viaggiano spesso per studio, lavoro o turismo. In Polonia o Romania le percentuali sono più alte e riguardano tutte le fasce sociali: molti emigrano verso la Germania e gli altri paesi ricchi, il passaporto europeo è per loro una risorsa importantissima.

Non è però un bene che i benefici della la cittadinanza UE siano poco percepiti. In molti paesi si sta infatti creando una contrapposizione fra i cosiddetti movers (chi si sposta da un paese all’altro, soprattutto in cerca di lavoro) e gli stayers, chi resta fermo. Il forte afflusso di polacchi nel Regno Unito ha ad esempio alimentato quei sentimenti anti-europei che hanno portato alla Brexit.

In realtà, c’è un bel po’ di Europa sociale anche per gli  stayers. Oltre iniziative di carattere locale, l’Europa ha un suo Fondo per sostenere chi perde il lavoro quando la propria impresa fallisce; un Fondo contro la povertà alimentare; ha co-finanziato la Garanzia giovani ed è in arrivo una nuova Garanzia per la formazione. In questi casi  soldi spesi aiutano essenzialmente chi non si muove. E’ giusto che alla UE resti almeno un po’ di credito, anche sul piano politico.

Ecco dunque una proposta: dotare ogni cittadino UE di una social card con i colori e simboli europei. Capace di farci vedere, concretamente, il volto “buono” dell’integrazione. La Carta avrebbe un codice e i nostri dati identificativi. Consentirebbe alle amministrazioni di ciascun paese di stabilire a quali prestazioni abbiamo diritto.  Dovrebbe essere esibita quando si accede a un servizio co-finanziato dalla UE. Sarebbe corredata da un elenco di tutte le opportunità che l’Europa offre sia a chi si muove sia a chi sta fermo. Le nuove tecnologie rendono oggi possibili nuove forme di tele-welfare, soprattutto nel campo della formazione e dell’assistenza a distanza. La Ue potrebbe potenziare le piattaforme di servizi che già offre (ad esempio per la ricerca di impieghi e stage) e svilupparne di nuove, alla quali si accederebbe attraverso il proprio codice sociale UE. In un domani, la social card potrebbe anche ottenere “ricariche” monetarie  direttamente da fondi UE.

Alcune proposte in questa direzione già circolano. Una l’ha fatta Tito Boeri, Presidente dell’INPS. Bisogna però pensare in grande. Lo scopo della social card blu a stelle gialle non dovrebbe servire solo alle pubbliche amministrazioni. Deve diventare un simbolo riconoscibile di una comune identità fra tutti i suoi titolari, imperniata su quel  “modello sociale europeo” che tutto il mondo ci invidia.

Questo articolo è uscito su Sette, inserto del Corriere della Sera, del 7 dicembre 2017

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Il reddito di inclusione per dare un aiuto

Oggi entra il vigore il Reddito d’inclusione (REI). Si tratta di una nuova prestazione rivolta alle persone  in condizione di povertà. In base alla situazione economica e familiare, si potrà ricevere un trasferimento (massimo) di  485 euro al mese. I comuni predisporranno “progetti di attivazione” sociale e lavorativa. Non sarà quindi un semplice sussidio, ma un pacchetto di misure personalizzate che cercherà di accompagnare i beneficiari verso l’autonomia.

Strumenti simili per il contrasto alla povertà esistono da decenni nella maggioranza dei paesi UE. Nelle nazioni in via di sviluppo (dal Brasile alla Costa d’Avorio), il welfare viene oggi costruito partendo proprio da  questo tassello, che si rivolge ai poveri indipendentemente dall’età. L’Italia ha seguito il percorso inverso. Nel passato ha sempre privilegiato le pensioni, con formule di calcolo molto generose, mentre ha  trascurato i bisognosi, compresi i bambini. Non è un caso se i nostri tassi di povertà minorile sono fra i più alti d’Europa.  Certo, in molte regioni e comuni già esistevano misure contro l’esclusione sociale. Ma erano costruite su sabbie mobili, in particolare dal punto di vista finanziario. Il REI è invece una misura “strutturale”, ossia una voce permanente del bilancio pubblico. E chi soddisfa i requisiti avrà una spettanza tutelata dalla legge. Di questi tempi è raro che vengano introdotti nuovi diritti. Eppure è successo, per una volta possiamo rallegraci.

Il reddito minimo garantito era già stato raccomandato dalla Commissione Onofri nel 1997. Oggetto di varie sperimentazioni, la sua introduzione non era però mai riuscita a entrare sul serio nell’agenda politica. Senza negare la sensibilità e il contributo dell’attuale governo e dei due precedenti, buona parte del merito va riconosciuto alla Alleanza contro la povertà, un gruppo di 35 organizzazioni della società civile costituitosi nel 2013 (www.redditoinclusione.it). L’Alleanza non si è limitata ad aggregare interessi e consensi, ma ha anche formulato utili proposte. Una vicenda in controtendenza rispetto a quel declino dei corpi intermedi di cui tanto si parla. E anche un esempio, diciamolo, di buona politica, osservato con attenzione da molti osservatori stranieri.

Il REI risolverà il problema della povertà? Certamente no, è solo un primo passo. Le risorse non sono molte (è previsto un loro graduale incremento), le prestazioni hanno importi modesti. I requisiti sono stringenti, di fatto i beneficiari saranno solo la metà dei poveri. Quanto ai comuni, saranno capaci di realizzare progetti di attivazione efficaci? E’ un grosso punto interrogativo. La legge sul  REI prevede il potenziamento dei servizi e  la formazione degli operatori locali. Su questo fronte è bene però che si attivino anche gli attori  del “secondo welfare”, a cominciare proprio dalle associazioni che fanno parte dell’Alleanza. Il successo del REI dovrà essere misurato non solo in termini di alleviamento temporaneo della povertà, ma  soprattutto in termini di recupero dell’ autonomia.

C’è poi una questione più ampia. Il nostro paese ha alti livelli di povertà  anche perché mancano i posti di lavoro. Non è tanto colpa della crisi, né tantomeno della riforma Fornero. E’ un deficit cronico che ci portiamo dietro dagli anni Cinquanta: i nostri livelli di occupazione sono sempre stati circa dieci punti più bassi rispetto alla media UE. Quel che è peggio, mancano posti di lavoro in quei settori del terziario che possono dare lavoro a chi ha basse qualifiche. Nei servizi alla persona e alle famiglie (la cosiddetta economia sociale) in Francia ci sono almeno due milioni di posti di lavoro in più a confronto con l’Italia.

La lotta alla povertà va condotta su più fronti. Welfare e lavoro innanzitutto. E poi istruzione, formazione, conciliazione, servizi per le famiglie, incentivi alla creazione di nuovi mercati. Una sfida complessa, ma ineludibile; che richiede molte riforme ora, con effetti lenti e graduali. Purtroppo stiamo entrando in una lunga fase elettorale. Sul tema povertà si abbatterà il polverone del “reddito di cittadinanza” cavalcato dai Cinque Stelle. Sarà fin troppo facile dire che 780 euro a tutti (spesso si omette di precisare che si tratterebbe solo dei più bisognosi) sono meglio di 485.  E altrettanto facile sarà rilanciare sciorinando bonus, o promettendo pensioni minime a mille euro. Di lavoro, capitale umano, nuovi mercati, investimenti (e come finanziarli), non ci sarà invece tempo di parlare. La cattiva politica si tiene lontana dal lungo periodo: che ci pensino pure le prossime generazioni.

Questo editoriale è uscito sul Corriere della Sera del 1 dicembre 2017

 

 

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