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All’euro serve più welfare (e lavoro). I populismi alla partita di maggio

L’«Europa sociale» era nel trattato di Maastricht. Ma non è mai decollata. Oggi la Ue propone un fondo per sostenere gli investimenti in caso di crisi, ma è decisivo un meccanismo contro il rischio disoccupazione

Maurizio Ferrera

Con questo articolo inizia una serie di contributi sulla possibile istituzione di una Unione sociale europea, uno dei grandi temi di dibattito in vista delle elezioni di fine maggio per il rinnovo del Parlamento europeo. Ulteriori approfondimenti sul sito di Euvisions (www.euvisions.eu)

Fu il Trattato di Maastricht (1992) a creare ufficialmente l’Unione economica e monetaria. In quel Trattato dovevano figurare anche ambiziosi obiettivi di politica sociale. Per l’opposizione del Regno Unito, quasi tutti furono tuttavia relegati in un semplice Protocollo. Da allora la costruzione di una «Europa sociale» è il Santo Graal di tutte le forze progressiste, soprattutto in Francia e nell’Europa del Sud.

Alcuni passi in avanti sono stati effettivamente compiuti. Il bilancio europeo ha riservato risorse crescenti per combattere povertà e disoccupazione. Molte riforme nazionali nel campo delle pari opportunità, dei congedi parentali, della sicurezza sui luoghi di lavoro, delle tutele peri precari sono state decise a Bruxelles. In molti Paesi membri la Ue ha favorito l’introduzione degli schemi di reddito minimo garantito. La «dote lavoro» della Regione Lombardia è in parte finanziata proprio dalla Ue.

Si può fare di più? Certamente. Ma non tutti sono d’accordo. Secondo il principio di sussidiarietà, la politica sociale spetta ai governi nazionali. Molti esperti ritengono poi che l’intervento sociale dell’Unione non avrebbe valori aggiunti. Il primo nodo da sciogliere sulla strada di «più Europa Sociale» è perciò quello di giustificare la sua desiderabilità: perché serve?

Flessibilità e sicurezza

L’idea che debba esserci un «corollario sociale» all’unificazione monetaria non è nuova. Già negli anni Novanta, l’obiettivo di riforma dei mercati del lavoro veniva giustificato proprio in base all’imminente avvio dell’unione monetaria. La Strategia europea per l’occupazione lanciata nel 1997 sottolineava l’esigenza di flessibilità dal punto di vista dell’offerta (flexicurity), da perseguire a livello nazionale sotto coordinamento Ue. Il decennio di crisi indica tuttavia che alla flessibilità occorre oggi aggiungere anche l’obiettivo della stabilità. Il quale richiede l’azione collettiva: dispositivi assicurativi condivisi. La resilienza dei welfare state nazionali deve diventare una questione di interesse comune in un’Unione monetaria. Tutte le unioni monetarie sono implicitamente «unioni assicurative», basate sulla centralizzazione dei rischi bancari e in buona parte anche del rischio disoccupazione. L’Uem sta gradualmente istituendo una Unione bancaria. Ma ha anche bisogno, oggi più che mai, di stabilizzatori fiscali basati su logiche assicurative. La Commissione propone un fondo a sostegno degli investimenti pubblici quando, a causa di una crisi, i governi devono far fronte alla riduzione del gettito e a maggiori spese correnti. Ma il passo chiave è la riassicurazione degli schemi nazionali a protezione della disoccupazione.

La condivisione del rischio disoccupazione aumenterebbe la capacità di recupero a seguito di choc asimmetrici. In secondo luogo, i sistemi assicurativi nazionali creano esternalità; un Paese che si assicura adeguatamente aiuta anche i suoi vicini. È dunque nell’interesse dell’Eurozona promuovere e gestire questo tipo di esternalità virtuose. Stante la diversità dei punti di partenza, la Ue dovrebbe però da subito promuovere e sostenere la convergenza verso i seguenti obiettivi: sussidi di disoccupazione sufficientemente generosi; tassi di copertura sufficientemente ampi; riduzione delle segmentazioni assicurative nazionali, soprattutto quelle a sfavore dei contratti precari; attivazione delle persone disoccupate; riserve di bilancio in modo che gli stabilizzatori automatici possano fare il loro lavoro in tempi difficili.

Oltre che richiedere forme di condivisione dei rischi, le unioni monetarie necessitano di mercati integrati e competitivi per beni e servizi, basati sulla mobilità transfrontaliera del lavoro. Da ciò deriva la necessità di un secondo corollario sociale Ue, relativo al funzionamento del mercato unico. Fra i suoi ingredienti dovrebbero esserci regole per il distacco dei lavoratori da un Paese all’altro, la fissazione di standard minimi per i regimi salariali nazionali, trasparenti, prevedibili e universali nella copertura. Tale corollario serve non solo per l’eurozona, ma per l’intera Ue. Il rafforzamento della dimensione sociale dell’integrazione serve dunque come complemento necessario dell’integrazione economico-monetaria.

Ma ci sono altre ragioni che giustificano la desiderabilità di più Europa Sociale. Il Trattato di Lisbona (2009) ha delineato le aspirazioni normative fondamentali del progetto europeo, fra le quali spiccano la giustizia e le protezione sociali, nonché la coesione sociale e la solidarietà fra Paesi membri (si veda il grafico).

Si tratta di fini «in se», che in qualche modo dovrebbero vincolare le scelte di politica economica e monetaria. Il rispetto effettivo di queste aspirazioni svolge inoltre un cruciale ruolo politico. Nessuna collettività territoriale può sopravvivere e prosperare senza il sostegno diffuso delle persone soggette alla sua giurisdizione. Consenso e legittimità non dipendono solo dall’efficacia delle politiche ma anche dalla loro equità. I cittadini devono percepire che le autorità responsabili delle decisioni collettive rappresentino in qualche modo l’interesse collettivo, prendendosi cura di tutti i settori/strati della popolazione, per quanto deboli e periferici. Se non diventa esplicitamente e tangibilmente più sociale (che poi è il modo di essere più vicina agli elettori), la Ue rischia davvero di non superare la morsa del sovranismo e del nuovo populismo.

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Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 11 Febbraio 2019

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La sostenibilità di Bruxelles. Ecco il «Welfare capitalism»

Non soltanto regole e paletti, come vuole la retorica sovranista: l’Unione spinge sull’integrazione di mercati e banche con obiettivi sociali. Il maxifondo InvestEU per l’occupazione e la discussione sui piani a sostegno delle infrastrutture.

Maurizio Ferrera

Nel dibattito pubblico di molti paesi, la coppia «Unione euro­pea» e «mercati finanziari» è spesso usata come spauracchio per alimentare l’euroscetticismo. Chi guarda con favore o almeno realismo all’integrazione europea, intuisce che l’unione dei mercati dei capitali e l’unione bancaria sono due processi necessari e positivi, ma tende a coglie­re principalmente la loro dimensione regolativa e magari a percepirla come un nuovo regime vincolatorio, magari un po’ troppo rigido e germano-cen­trico (una percezione che contiene pe­raltro più di un grano di verità).

L’integrazione finanziaria non è però fatta solo di supervisione e disciplina. La strategia generale che ispira la Ue su questo fronte è infatti ispirata al pa­radigma della sostenibilità elaborato dall’Onu, in base al quale tutte le poli­tiche pubbliche devono incentrarsi sulla preservazione e il rafforzamento delle condizioni di base che rendono possibile lo sviluppo umano e la sua prosecuzione nel futuro.

Gli sviluppi

Non c’è bisogno di scomodare Max Weber per ricordare che le banche hanno giocato un ruolo cruciale nel promuovere il capitalismo europeo: è stata la crescente disponibilità di cre­dito a incentivare lo spirito di iniziati­va, l’espansione dei commerci e delle innovazioni tecnologiche. Sin dalle proprie origini tardo medievali, i flus­si di credito-debito hanno svolto an­che altre funzioni, operando come un fiume carsico di irrigazione sociale. Pensiamo ai Monti di pietà— di origi­ne francescana— e alle loro attività di assistenza ai bisognosi; alla filantro­pia delle grandi società di prestito co­me quella dei Fugger e dei Welser, banchieri di Papi e imperatori. E, nel­l’Ottocento, alla nascita di istituzioni di credito rivolte ai piccoli risparmia­tori, imprenditori e commercianti, al­le comunità locali (mutual savings banks, Volksbanken, casse rurali e così via).

Il paradigma della «finanza sosteni­bile» — soprattutto nella declinazio­ne che adesso sta dando l’Ue — si can­dida oggi a intrecciare di nuovo la di­mensione commerciale e quella so­ciale connaturate alla tradizione bancaria europea, mobilitando en­trambe verso la costruzione di un wel­fare capitalism — un modello di capi­talismo democratico e sociale — su scala paneuropea, capace di affronta­re la globalizzazione senza rinunciare a quegli obiettivi di «piena occupazio­ne, progresso sociale, tutela e qualità dell’ambiente» che figurano nel pre­ambolo del Trattato di Lisbona.

Paradigma

Fra i tanti pilastri del paradigma «fi­nanza sostenibile» due sono particolarmente importanti. Il primo concerne direttamente il mondo bancario dei Paesi membri e mira a promuovere (con incentivi, re­golazione, benchmark, monitoraggio, valutazione) la crescita di investimenti «sostenibili e responsabili», ossia strategie di impiego dei capitali in un ottica di lungo periodo. Negli ultimi anni la maggioranza delle banche eu­ropee ha già imboccato questa strada, tramite il lancio di nuovi prodotti (co­me i green bonds o i social impact bon­ds) e di investimenti sociali diretti sia per i propri dipendenti sia e soprattut­to per gli stakeholder esterni. I fronti d’azione sono molteplici: educazione finanziaria, istruzione e formazione dei giovani, conciliazione, diversità e pari opportunità, sviluppo locale e più in generale iniziative di «secondo wel­fare». Le ricerche disponibili indicano che la quantità e la qualità di queste iniziative dipendono anche dal dialo­go e la collaborazione fra le parti socia­li all’interno del mondo bancario e fra queste e la società civile.

Il secondo pilastro concerne il livello Ue e, sulla scia del piano Juncker, pre­vede l’istituzione di uno o più stru­menti organizzativi e finanziari pan­europei volti a catalizzare gli investi­menti verso settori cruciali per la so­stenibilità in tutte le sue dimensioni. Dal 2020 diventerà operativo un nuovo maxi fondo denominato InvestEU, che riunirà tutti gli strumenti esistenti per rilanciare l’occupazione e rinnovazio­ne in uriottica di sostenibilità. È poi in discussione l’idea di istituire un mec­canismo denominato «Sustainable Infrastructure Europe», esteso alle infrastrutture sociali. La Ue registra oggi condizioni di cronico sotto-finanzia­mento delle infrastrutture fisiche e soprattutto di quelle sociali (scuole, ospedali, centri di formazione e assi­stenza sociosanitaria).

Non è solo colpa della crisi, ma anche di impedimenti normativi e organiz­zativi. La piena realizzazione del­l’unione dei mercati dei capitali e del­l’unione bancaria dovrebbe spianare la strada, ma solo un ambizioso e mi­rato coordinamento su scala transnazionale sarà in grado di moltiplicare le risorse finanziarie e canalizzarle verso obiettivi di sviluppo sostenibile e in­clusivo. Non si tratta, si badi bene, di sostituire il finanziamento e il welfare pubblico, ma solo di contribuire alla sua resilienza e sostenibilità nel tem­po.

Sarebbe bene che il dibattito pubbli­co prestasse maggiore attenzione a queste dinamiche. Anche prima dell’onda sovranista, i politici nazionali sono stati sempre molto avari nel riconoscere credito politico alla Ue, usandola piuttosto co­me capro espiatorio.

Ma senza legittimazione e consenso elettorale, l’Unione europea non può progredire e forse neppure sopravvi­vere. E senza l’azione della Ue non po­trà prendere forma quel nuovo model­lo di welfare capitalism paneuropeo dal quale dipende la prosperità delle future generazioni.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera Economia del 3 Dicembre 2018

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Lotta alla povertà: l’inefficace salto della rana

Maurizio Ferrera

L’idea che i poveri vadano aiutati in quanto privi di reddito ha sempre incontrato forti resistenze culturali nel nostro Paese. Eppure la mancanza di risorse economiche non è volontaria, dipende da dinamiche più grandi di individui e singole famiglie, proprio come nel caso della disoccupazione. Risente inoltre di pesanti condizionamenti sociali. Nell’Italia di oggi vivono in povertà assoluta più di dieci minori ogni cento. Come si potrebbe anche solo lontanamente pensare che sia «colpa loro», che non siano anche «fatti nostri»? Del resto il contrasto agli svantaggi sociali arreca benefici, non solo ai singoli individui ma a tutta la società, sotto forma di maggiore coesione, a sua volta fattore di sviluppo.

Letto su questo sfondo, il reddito di cittadinanza non suscita perplessità. Del resto, misure simili esistono in tutti i Paesi Ue. Ma la riforma non convince. Per chi conosce il dibattito internazionale e abbia familiarità con le esperienze straniere e italiane su questo terreno, l’impostazione di base non è condivisibile. Così come attualmente progettato (per quanto si riesce a capire) il reddito di cittadinanza aggira infatti tutti i problemi da cui dipende il fenomeno povertà nel nostro Paese e punta solo sull’ultimo passo: il sussidio. Un azzardato «salto della rana», che rischia di condurre a un serio fallimento. Per combattere la povertà occorre un ventaglio di politiche preventive, riparative e compensative.

I Paesi con minor tasso di povertà hanno buoni sistemi educativi (preparazione), robuste politiche attive per il lavoro, la formazione e l’inclusione (riparazione) e una vasta gamma di prestazioni monetarie (compensazione): per i figli, la disoccupazione, il sostegno agli affitti e così via. Sono sempre più diffusi anche i sussidi alle basse retribuzioni, responsabili della forte crescita dei cosiddetti working poor, lavoratori che, pur occupati, restano sotto la soglia di povertà. Solo al fondo di questo articolato sistema, per chi non ha trovato appoggi di altra natura, è disponibile un’estrema rete di sicurezza: la garanzia di un reddito minimo, appunto. Tipicamente accompagnato da misure di assistenza sociale mirata.

A causa di molteplici distorsioni evolutive, nel nostro sistema di welfare questi tasselli sono a tutt’oggi inadeguati o addirittura mancanti. Per esempio, esistono iniziative solo sporadiche contro la povertà educativa dei minori (deficit di prevenzione) o per la formazione, non solo dei giovani, ma anche di chi ha perso il lavoro (deficit di «riparazione»). In Francia o Germania una famiglia senza reddito con due figli riceve fra i 400 e i 500 euro al mese, in Italia non ha invece diritto ad alcun assegno (deficit di compensazione per carichi di famiglia). Non abbiamo un sistema di sussidi alle basse retribuzioni, le detrazioni fiscali non vengono neppure riconosciute agli incapienti. Pochissime le borse di studio: in Italia le ricevono meno dell’8% degli studenti, contro il 35% della Francia e il 65% della Svezia. Si dirà: che c’entra tutto questo con il reddito di cittadinanza? C’entra. È proprio grazie a questi punti d’appoggio che la quota di poveri è molto più bassa negli altri Paesi. La mancanza di reddito è combattuta a monte, prima che si verifichi: un vantaggio per tutti. Il progetto governativo scarica invece tutte le tensioni su un’unica prestazione, il reddito di cittadinanza. In molti contesti del Sud questa prestazione diventerà non l’ultima, ma l’unica spiaggia su cui approdare. E poi?

E qui arriviamo al secondo grave sbaglio di impostazione. Il reddito di cittadinanza viene essenzialmente presentato come strumento di inserimento lavorativo. Ciò presuppone che esista una domanda di occupazione inevasa nei contesti dove vivono i richiedenti. In qualche area territoriale può essere almeno parzialmente così. Ma, soprattutto al Sud, ciò è tutt’altro che scontato. Il mercato occupazionale italiano sconta un cronico e massiccio deficit di posti di lavoro, che ci portiamo dietro da decenni. Un deficit che non riguarda l’industria ma i servizi, in particolare il cosiddetto terziario sociale (sanità, assistenza, servizi di prossimità) a cui si aggiungono turismo, ricreazione, cultura. E quasi superfluo sottolineare che per stimolare la domanda di lavoro in questi settori occorrono misure e incentivi mirati. Che costano, certo. Ma che potrebbero generare volani occupazionali tali da rendere moltissimi poveri, in moltissime aree, economicamente autosufficienti. Senza questi volani, i beneficiari del reddito di cittadinanza avranno invece un’altissima probabilità di restare confinati nell’unica spiaggia disponibile, peraltro sottoposti a un regime di disciplina su scelte di vita e consumi.

Perché il governo insiste su questa strada, buttando all’aria l’esperienza maturata con il reddito d’inclusione (Rei) e con le tante altre misure sperimentate a livello locale? Perché si avventura su un piano inclinato da cui non sarà facile tornare indietro? La risposta è: l’abbiamo promesso agli elettori. Non è così. Non hanno promesso affatto questa specifica impostazione e queste specifiche modalità di attuazione. Dicendo «faremo il reddito di cittadinanza» i Cinque Stelle hanno preso l’impegno a contrastare seriamente la povertà, non a improvvisare una riforma senza capo né coda. Peraltro ora Di Maio è il vicepresidente di un esecutivo che rappresenta la nazione e che deve rispondere a tutti gli elettori. La democrazia funziona così. Chi governa deve dar conto anche ai tanti cittadini, commentatori ed esperti che sul reddito di cittadinanza chiedono una pausa di riflessione, uno sforzo progettuale più serio e approfondito. Nel frattempo si può rafforzare il Rei. La posta in gioco è troppo importante per ridurla a una questione di consenso in vista delle elezioni europee del prossimo maggio.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 18 Ottobre 2018

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Conto alla rovescia, per i congedi di paternità

Se il governo non conferma, in Italia finirà a dicembre. Anche in Europa la proposta di direttiva che fissa a 10 giorni il termine minimo (per noi oggi è da 2 a 4 giorni) rischia di essere vanificata dal rinvio alle decisioni nazionali

La Legge di Bilancio 2017 aveva esteso per l’anno in corso il congedo di paternità obbligatorio remunerato da 2 a 4 giorni: una durata che resta simbolica in termini di impatto, ma che ha un enorme valore culturale, oltre a rappresentare un traguardo faticosamente conquistato. Trattandosi di una sperimentazione, questa misura è però destinata ad esaurirsi entro la fine dell’anno se l’attuale Governo non deciderà di confermarla. A suonare il campanello d’allarme è una petizione online promossa da studiosi e professionisti che si occupano di politiche per la famiglia, in cui si chiede che il congedo sia reso strutturale e venga ampliato a 10 giorni, così come già previsto in molti altri paesi europei.

La carenza di misure a sostegno della famiglia, combinandosi con un atteggiamento culturale ancora diffuso che vede la cura dei figli come prerogativa principalmente materna, ha un impatto negativo sulle possibilità di conciliazione tra responsabilità di cura e occupazione. In tale scenario, il congedo di paternità è una misura a forte valenza non solo simbolica ma anche strategica in quanto sfida proprio questa concezione. Inoltre, dando ai padri la possibilità di trascorrere più tempo con i figli, i congedi di paternità favoriscono il loro coinvolgimento (anche emotivo) nelle attività di cura e promuovono indirettamente relazioni di genere meno asimmetriche.

Minima e indennità

Il tema dei congedi di paternità e, più in generale, la necessità di azioni volte a promuovere una condivisione più paritaria delle responsabilità di cura, recentemente ha acquisito maggiore rilevanza anche a livello europeo, grazie a un’iniziativa della Commissione, che nell’aprile 2017 ha avanzato una proposta di direttiva in materia. Sul versante dei congedi di paternità, il progetto — che fissa una soglia minima pari a 10 giorni, con una compensazione economica al livello almeno dell’indennità di malattia — segnerebbe un passo avanti considerevole, in quanto non esistono al momento norme comuni europee come invece avviene già da tempo per i congedi di maternità e genitoriali. Se in molti paesi queste disposizioni avrebbero un effetto piuttosto limitato, in quanto le regole a livello nazionale sono già più vantaggiose di quelle minime proposte a livello europeo, per altri stati membri (tra cui l’Italia) la portata innovativa sarebbe decisamente più ampia.

L’eterogeneità esistente fra i modelli regolativi nazionali e fra i sistemi di welfare, insieme alle diverse sensibilità delle forze politiche nel Parlamento europeo e dei Governi in seno al Consiglio, hanno storicamente contribuito a rendere l’accordo su tali temi particolarmente difficile. Al momento, tuttavia, la questione del congedo di paternità non sembra aver trovato particolari resistenze nel Parlamento europeo, che lo scorso luglio si è espresso a favore della direttiva, avanzando diverse richieste di modifica su altri aspetti, inerenti i congedi genitoriali e di cura.

Marcia indietro?

Il Consiglio, nella posizione approvata a giugno, ha invece proposto emendamenti anche in relazione al congedo di paternità, che ne svuotano di fatto la portata lasciando piena flessibilità agli stati nel definire sia la durata sia la compensazione economica ritenuta adeguata. In questo scenario, a settembre sono iniziati i negoziati informali tra Commissione, Consiglio e Parlamento, dove il voto in plenaria è atteso per il 14 gennaio. Basteranno questi mesi per trovare un accordo senza che la sua innovatività venga affossata? L’iter della proposta di direttiva che mirava a rafforzare le regole in materia di congedo di maternità, presentata nel 2008 e ritirata dalla Commissione nel 2015 dopo sette anni di veti in Consiglio, non consente grande ottimismo. La politica nazionale nel frattempo è dunque chiamata ad agire.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere Economia del 17 Settembre 2019

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Decreto Dignità: la miopia sul lavoro precario

Maurizio Ferrera

Il «Decreto Dignità» ha come bersaglio principale il lavoro a termine, considerato come fonte primaria di insicurezza per un grandissimo numero di giovani. Secondo il governo la soluzione sta nei disincentivi alle imprese, sotto forma di vincoli e penalità contributive. Questa impostazione ha creato un crescente antagonismo fra governo e Confindustria, e nel dibattito pubblico sono riemersi toni e simboli (come il termine «padroni») che ricordano gli anni Settanta. Il desiderio del ministro Di Maio di dare un segnale immediato, e possibilmente a costo zero, sui temi di sua competenza può essere comprensibile. È però doveroso chiedersi se l’approccio prescelto sia corretto. La precarietà di lavoro e reddito riguarda non solo i contratti a termine, ma anche molte altre categorie occupazionali come lavoratori autonomi, partite Iva, start up di nuove piccole imprese. Il tempo determinato non è una «piaga» dell’industria: è più diffuso nei servizi e riguarda persino la pubblica amministrazione. Il lavoro non standard è in rapida diffusione in tutti i Paesi Ue. In Francia, Olanda, Paesi nordici, Spagna, Portogallo, la quota di occupati che si trova in questa situazione è più elevata che in Italia. Stanno poi nascendo figure professionali completamente nuove intorno alle cosiddette piattaforme della gig economy: siti online dove si incrociano domanda e offerta di prestazioni che possono essere svolte «in remoto» (spesso da casa propria) su scala globale.

La Ue stima che il 2% della popolazione adulta sia già oggi coinvolto in questo tipo di attività. Secondo gli esperti il tradizionale contratto a tempo indeterminato è destinato a giocare un ruolo sempre più ridotto nel mercato occupazionale di domani. Il lavoro non sparirà, ma sarà sempre più flessibile: frequenti cambiamenti di posizione, anche in settori diversi, accelerazioni e rallentamenti nelle quantità e nei tempi di attività, in parte espressamente scelti, alternanza fra lavoro e formazione e cosi via.

In un contesto simile, insistere con le tutele contrattuali sul posto di lavoro è come tappare con un dito una diga piena di buchi. Certo, si devono contrastare gli abusi e degenerazioni. Ma occorre farlo con una matita a punta fine, in base a conoscenze dettagliate di pratiche e contesti, non con provvedimenti che fanno di ogni erba un fascio. Per quei settori dove è ancora possibile la transizione dal lavoro a termine a quello stabile, la diga dei vincoli e delle penali rischia anzi di diventare un rimedio peggiore del male (l’allarme lanciato dall’Inps). In tutta l’area del lavoro indipendente a basse garanzie le cose poi non cambierebbero di una virgola.

Siamo dunque condannati a un destino di insicurezza «indegna»? No, ai giovani si possono offrire prospettive di vita molto meno fosche e vulnerabili di quelle attuali. Le dighe alla precarietà vanno tuttavia costruite altrove. È la sfera del welfare che deve farsi carico di questo problema. Lo stato sociale è nato per fornire sicurezza di fronte ai bisogni dei lavoratori/cittadini. Nel tempo ha perso adattabilità, rimanendo ancorato al catalogo dei rischi tipici della società industriale fordista. La sfida è oggi quella di rimettere le politiche sociali in sintonia con l’economia e il mercato del lavoro dell’era postindustriale. Proviamo a immaginare un giovane con un contratto «precario» che possa contare su un pacchetto di prestazioni e servizi slegati dal posto di lavoro: un flusso di reddito calibrato sulle sue esigenze familiari (anche tramite crediti d’imposta), garanzie di formazione e aggiornamento professionale gratuiti, sostegni efficaci per l’inserimento o la ricollocazione lavorativa, congedi pagati in caso di malattia o maternità/paternità, assegni universali che assorbono gran parte dei costi dei figli e accesso gratuito ai nidi d’infanzia. Aggiungiamo la disponibilità di abitazioni nell’edilizia pubblica e di sussidi per l’affitto, nonché un sistema di «finanza inclusiva» che —tenendo conto del pacchetto di prestazioni garantite dallo Stato— fornisca opportunità per prestiti e anticipi. Pensiamo, ancora, a una rete di servizi alle persone, con agevolazioni fiscali, che faciliti la conciliazione vita-lavoro e la mobilità territoriale. In un simile contesto i giovani sarebbero ancora schiacciati o paralizzati dall’insicurezza? Quasi sicuramente no.

Un welfare di questo tipo esiste già in alcuni Paesi. Non sto parlando solo della Scandinavia. Molte di queste misure sono già realtà in Paesi come la Francia, l’Olanda e in parte anche la Germania. Lì la quota di contratti a termine è più o meno pari a quella italiana. Ma gli effetti negativi della precarietà lavorativa risultano molto attutiti.

È questa la strada maestra contro l’insicurezza. Il nuovo modello di welfare deve slegarsi in larga parte dal rapporto di lavoro e dal finanziamento contributivo. Nel nostro Paese la sfida è molto difficile: abbiamo un welfare ancora fortemente «lavoristico» e vincoli di bilancio molto stringenti. Ma ci sono margini di manovra, soprattutto tramite ambiziose strategie di riordino dell’esistente: dal coacervo di prestazioni assistenziali alla montagna delle detrazioni fiscali; da una maggiore partecipazione al costo dei servizi da parte dei ceti benestanti all’uso smart dell’elevato stock di risparmio privato. Il «reddito di cittadinanza», se ben disegnato, può diventare un tassello di questo progetto. Del tutto fuori linea sarebbe invece qualsiasi operazione di riforma delle pensioni su larga scala, al di là di alcune calibrature ai margini.

Il mercato del lavoro di ieri non tornerà; quello di domani è caratterizzato da rischi e opportunità molto diversi dal passato.

Ci troviamo di fronte a una transizione epocale, la sfida riguarda tutti, non solo le imprese: è in gioco il ridisegno della cittadinanza sociale. Si tratta di un grosso sforzo. Che va orchestrato dalla politica, con un’ottica lungimirante e responsabile.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 21 Luglio 2018

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Sì, servo!

In Italia ci sono poco più di cinque milioni di immigrati regolari, fra cui un milione di minorenni. Il loro lavoro genera 130 miliardi l’anno, il 9% del Pil. Hanno fondato e gestiscono 500mila aziende, versano 7,5 miliardi di Irpef. Su un totale di 15 milioni di pensioni, solo 43mila vanno agli stranieri.

Maurizio Ferrera

«IL PASSAPORTO E LA PARTE PIÙ NOBILE di un uomo. E infatti non è mica così semplice da fare come un uomo. Un essere umano lo si può fare dappertutto, nel modo più irresponsabile e senza una ragione valida; ma un passaporto, mai. In compenso il passaporto, quando è buono, viene riconosciuto; invece un uomo può essere buono quanto vuole, ma non viene riconosciuto lo stesso». Questo aforisma di Bertolt Brecht ben si presta a riassumere la situazione spesso paradossale in cui si trovano i migranti che riescono a sbarcare in Italia. La “lotteria naturale” li ha fatti nascere in Paesi arretrati e violenti. Il loro passaporto però “non è buono” per entrare nel nostro territorio. L’Italia invecchia e avrebbe bisogno di nuovi lavoratori. Ma adesso vuole respingere tutti, senza sforzarsi di riconoscere i migranti “buoni” e magari trattenerli. La terra è proprietà comune, diceva Kant. Siccome è una sfera, l’umanità non può disperdersi all’infinito. Quando un posto è pieno di persone e povero di risorse, è naturale che le persone vogliano spostarsi. La storia ha però creato stati e confini. Per molti aspetti, è stato un bene: sono nate culture e civiltà diverse. Tuttavia dai confini sono nate anche le guerre, i dissidi fra i popoli. E l’assedio dei migranti alle frontiere esterne dell’Unione europea -oggi soprattutto quelle mediterranee- sta riattivando quei dissidi fra le nazioni europee che speravamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle.

L’immigrazione suscita paura, l’istinto primario e primordiale della nostra specie. Paura fisica, culturale, in particolare economica. Veniamo da una lunga crisi, molti italiani hanno visto peggiorare le proprie condizioni di vita. Il lavoro scarseggia, il welfare è diventato meno generoso. Se arrivano “loro”, ci perdiamo “noi”. Da questo ragionamento ai respingimenti, alla noncuranza persino rispetto alle morti in mare il passo è breve. Chi lo fa, spesso è indotto a farne un altro: “loro” sono di un’altra razza, qui non devono proprio venire.

LA PAURA È COMPRENSIBILE: ma è anche fondata? Gli immigrati ci sottraggono davvero risorse preziose? Sono domande a cui si può rispondere con dati precisi. Stabilire la verità dei fatti aiuta a contenere le emozioni, toglie di mezzo impressioni e illusioni. Se crediamo nella ragione e abbiamo una mente aperta, i fatti ci inducono a essere più pacati nelle nostre valutazioni.

Partiamo dagli immigrati che già sono fra di noi. Nell’ultimo ventennio l’Italia si è rapidamente trasformata da un Paese di emigrazione (intere fiumane di connazionali sono partiti per l’America, l’Argentina, poi la Germania, il Belgio) a un Paese d’immigrazione. Oggi ci sono più di 5 milioni di persone non nate in Italia (fra cui un milione di minori), 8,3% della popolazione residente. Vivono a nostre spese? No. Se sono adulti, lavorano. Due milioni e mezzo hanno un regolare contratto. Se consideriamo anche i lavori non dichiarati (ad esempio, molte badanti che pure hanno la residenza), possiamo dire che la sotto-popolazione immigrata ha un tasso di occupazione più alto della media. Si stima che il lavoro degli immigrati regolari generi valore aggiunto per più di 130 miliardi di euro l’anno, circa 9% del Pil. Ci sono mezzo milione di piccole e medie imprese fondate e gestite da immigrati, che danno lavoro ad altri immigrati ma anche a molti italiani. Il gettito Irpef degli immigrati è pari a 7,5 miliardi, quello dei loro contributi sociali pari a 11 miliardi e mezzo. Tito Boeri, Presidente dell’lNPS, ha ragione da vendere: se non ci fossero “loro”, come si pagherebbero le pensioni ogni mese? Su quindici milioni circa di trattamenti pensionistici, solo 43.000 vanno a immigrati. Il resto va a “noi”. Già, si ribatte, ma anche “loro” andranno un giorno in pensione. Vero, ma teniamo conto che le famiglie di immigrati (almeno quelle di prima generazione) fanno più figli. Visto che questi bambini diventeranno grandi (da italiani, ci auguriamo) e lavoreranno, saranno i loro contributi a finanziare le pensioni dei loro genitori, e magari resterà un avanzo anche per “noi”. Sì, ma gli immigrati che si curano nei nostri ospedali, che ottengono gli alloggi popolari, persino sussidi e agevolazioni dai Comuni? Se sono regolari, usano un welfare che è largamente finanziato da tasse e contributi di altri immigrati, esattamente come succede per i “nostri” anziani, o disoccupati, o disabili.

Certo, oltre ai regolari in Italia ci sono fra i quattrocento e i cinquecentomila irregolari o “clandestini”. Sono extracomunitari che arrivano da Paesi dove il visto non è richiesto. Fingono di essere turisti, ma poi si fermano. Oppure sono migranti sfuggiti alle maglie del sistema di accoglienza, in attesa di riuscire a varcare i nostri confini e dirigersi vero il Nord Europa. Alcuni lavorano nel sommerso, esposti a ogni genere di angherie e sfruttamento. Qualcuno commette reati, succede in tutte le comunità. Altri girano nelle nostre città, lavano i vetri, vendono cianfrusaglie, chiedono l’elemosina. Nessuno li vuole, neppure i Paesi da cui sono partiti. Ce ne sono alcuni che camminano con pile di libri che parlano di posti lontani. Chi si ferma ad ascoltarli a volte incontra giovani istruiti e dopo aver comprato uno dei loro testi si chiede se non ci sia un modo migliore per metter a frutto la loro istruzione.

Veniamo agli “sbarchi”, ai migranti che vengono prevalentemente dall’Africa: è su questo che oggi si litiga. Hanno iniziato ad arrivare in massa dopo la caduta di Gheddafi, il picco si è avuto nel 2016: 180.000 sbarchi, la maggior parte dopo un salvataggio in mare, altrimenti sarebbero affogati. È a seguito di questa ondata che sono iniziati i problemi organizzativi e, si dice, gli “immani” costi. Dopo lo sbarco, i migranti vanno identificati, alloggiati, nutriti, in molti casi curati. E poi? Ormai la maggior parte chiede asilo e protezione umanitaria. È una procedura che in Italia può durare anni. Nel frattempo i richiedenti non hanno diritto a un permesso di circolazione o lavoro. Vengono perciò tenuti nel centri di accoglienza. Ed è qui che casca l’asino.

PER FUNZIONARE, l’accoglienza richiede organizzazione. Inoltre costa, in particolare quando è inefficiente. Sulla carta, l’Italia ha un sistema ben disegnato (si chiama SPRAR – Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati). Consiste in una rete di enti locali che, accedendo ad un Fondo nazionale, dovrebbero realizzare progetti di integrazione e formazione, insieme a cooperative esterne. Ma tantissimi comuni dicono: non nel mio giardino (la nota sindrome NIMBY), facciano gli altri. Il risultato è che la stragrande maggioranza dei migranti viene parcheggiata in centri di accoglienza straordinaria, gestiti direttamente dalle prefetture. Secondo una recente indagine della Corte dei Conti, qui succede un po’ di tutto. Strutture residenziali fuori norma, sovraffollamento, infiltrazioni mafiose, standard igienici sotto soglia, pochi controlli. E soprattutto poco o nulla da fare: i migranti stanno lì a bighellonare, alcuni escono e rientrano, altri scappano, nessuno gli insegna l’italiano. In questo limbo di attesa per il responso dei giudici ci sono circa trecentocinquantamila persone. Un grande fascio di erbe indistinte. Per dirla di nuovo con Brecht: nel fascio si può essere buoni quanto si vuole, ma nessuno te lo riconosce. Vi sono naturalmente delle eccezioni. Alcuni prefetti, alcuni Comuni, alcune cooperative hanno davvero fatto miracoli: corsi di formazione, lavori socialmente utili e stage, ripopolazione di bellissimi borghi dei nostri Appennini. Ma, come sempre in Italia, il funzionamento medio del sistema è scadente, con punte di eccellenza ma anche di indecenza.

Chi paga? L’accoglienza costa nel complesso fra i quattro e i cinque miliardi l’anno. L’Unione europea ci ha autorizzato a finanziarli in deficit, come se fosse un investimento sociale sul futuro. In parte lo è o lo sarebbe. Molti di questi migranti potrebbero fare lavori che noi italiani non vogliamo più fare (agricoltura, edilizia). Alcuni sono istruiti, potremmo impiegarli nella sanità, nel sociale, nelle fabbriche. E, come si è detto, abbiamo un grande bisogno di nuovi contribuenti per pagare le pensioni. Keynes ci ha insegnato che la spesa in deficit è accettabile quando i soldi si usano per preparare il futuro. Ma ci deve essere, appunto, preparazione: un grande progetto, una strategia di attuazione, coordinamento, monitoraggio, valutazione (per non parlare di onestà e buone maniere). Da noi la politica si è invece focalizzata solo sui paroloni, pronunciando verdetti generali: bisogna accoglierli, no bisogna respingerli; sono utili qui da noi, no se ne stiano a casa loro. Nessuno che abbia fatto ragionamenti empirici, scelte pragmatiche.

Questo vale anche per le famose spese immani. Si dice: i quasi cinque miliardi sono troppi, sono uno “spreco”, vanno a “loro” invece che essere spesi per “noi”. Non è così. Quando va bene, a ciascun migrante arrivano due euro e mezzo al giorno per le piccole spese. Vengono alloggiati e nutriti, questo è vero; d’altra parte, non gli è consentito lavorare. In realtà il grosso della spesa va a italiani: ai proprietari delle strutture di accoglienza, ai fornitori, alle cooperative e così via. L’accoglienza è diventata un business. Con molte ombre (c’è gente senza scrupoli che si è arricchita, e molto), ma anche qualche luce. Il terzo settore ha potuto crescere e rafforzarsi, gli appalti per i progetti hanno dato reddito e lavoro a molti disoccupati nativi. L’aumento (abbastanza sorprendente, vista la crisi) di occupazione femminile nelle regioni del Sud è stato quasi tutto “tirato” dal sistema dell’accoglienza.

SE SOLO IL NOSTRO STATO (ma anche la società civile) avessero più capacità organizzativa e un po’ più di lungimiranza, la sfida dei migranti non sarebbe così drammatica. Da problema intrattabile potrebbe trasformarsi in soluzione: anzi un menù di soluzioni per affrontare il calo demografico, la sostenibilità delle pensioni, il rilancio dei servizi sociali e dell’agricoltura, il depopolamento delle aree interne e così via. È giusto chiedere agli altri Paesi europei aiuti per le emergenze e redistribuzione degli sbarchi. È anche ora che l’Unione europea si svegli e lanci un grande piano Marshall per lo sviluppo dell’Africa. Ma se il sistema di accoglienza italiano è un colabrodo inefficiente, dobbiamo prendercela solo con noi stessi. E rimboccarci tutti le maniche: ci conviene.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Sette del 19 Luglio 2018

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Più sanità per tutti: universale e pubblica

Maurizio Ferrera

Proviamo a fare un esperimento mentale. Ci troviamo in un’ipotetica assemblea deliberativa senza sapere chi siamo concretamente nella realtà (età, sesso, istruzione, patrimonio e, soprattutto, il nostro stato di salute). L’unica certezza è che potremo disporre di un reddito minimo garantito dallo Stato. Abbiamo conoscenze dettagliate ma di carattere generale sulle diverse patologie, la loro incidenza media e le conseguenze, il costo delle cure. Dietro questo «velo d’ignoranza» sulle nostre condizioni individuali, quale tipo di organizzazione sceglieremmo? Secondo la prospettiva dell’egualitarismo liberale, sicuramente sceglieremmo un servizio sanitario nazionale: un’assicurazione obbligatoria per tutti i cittadini, con cure gratuite o quasi, della qualità migliore possibile.

Fu proprio questa la scelta che fece il governo inglese nel 1946. Il ristretto sistema mutualistico del 1911 sarebbe stato rimpiazzato, a partire dal 5 luglio 1948 (esattamente settant’anni fa), dal National Health Service, il primo servizio sanitario universale e pubblico della storia. Il Regno Unito usciva da una guerra estenuante, che aveva impegnato governo e amministrazione in uno sforzo enorme per cinque anni. Non si fece nessun esperimento mentale, ovviamente. Ma qualcosa di simile sì: nel 1942 era stata formata una Commissione per la riforma delle prestazioni sociali che si era interrogata, fra l’altro, proprio sui principi per riorganizzare la sanità britannica. Il presidente della Commissione era William Beveridge: un alto funzionario pubblico d’ispirazione liberale, molto attento al tema della eguaglianza di opportunità. Come è noto, subito dopo la guerra Churchill perse le elezioni e si formò un esecutivo laburista guidato da Clement Attlee. Quest’ultimo vide nelle proposte di Beveridge un duplice potenziale: affrontare con un approccio nuovo i problemi sanitari del Paese, aggravati dalla guerra, e al tempo stesso «fare qualcosa di sinistra» attraverso una grande riforma sociale imperniata sull’intervento pubblico. Il neo-nato Nhs nazionalizzò gli ospedali, trasformò i medici in dipendenti pubblici e centralizzò gestione e controllo a Londra. Il primo ministro della Sanità Aneurin Bevan usava dire che nel «suo» Nhs non si spostava una penna senza che lui lo venisse a sapere. Nei successivi trent’anni la spesa pubblica per la sanità raddoppiò in percentuale del Pil, il personale ospedaliero crebbe del 50%, la speranza di vita aumentò di quattro anni, la mortalità perinatale diminuì dal 30% al 12%. Fu un grande successo, che rese il Nhs una delle istituzioni più popolari e amate da parte dei cittadini britannici e che finì per essere non solo mantenuta, ma anche potenziata dai governi conservatori, i quali nel 1946 avevano osteggiato la «socializzazione» della medicina.

Poi, alla fine degli anni Settanta, venne Margaret Thatcher, che inizialmente voleva smantellare il Nhs. Ma si rese conto che sarebbe stata una scommessa con alte probabilità di sconfitta, anche sul piano elettorale. I suoi sforzi si concentrarono dunque su un obiettivo più limitato: mantenere l’universalismo della copertura ma ridurre lo «statalismo» del Nhs con una duplice ricetta. Innanzitutto sostituendo i funzionari di estrazione burocratica con manager professionisti, capaci di introdurre una logica di tipo più privatistico per accrescere l’efficienza. In secondo luogo, introducendo i cosiddetti «mercati interni» al sistema pubblico. Sia gli ospedali sia gli studi medici associati avrebbero dovuto competere fra loro per ottenere risorse pubbliche (al di sopra di uno zoccolo di base), in modo da incentivare innovazione e qualità. Le riforme Thatcher hanno avuto luci e ombre e sono state più volte modificate negli ultimi vent’anni, soprattutto sotto i governi laburisti. Thatcher ha avuto però il merito di recidere il legame che si riteneva indissolubile fra copertura universale ed eguale trattamento, da un lato, e gestione interamente pubblica dei servizi sanitari, dall’altro lato.

L’esempio inglese ebbe grandissima eco in Europa. I Paesi nordici istituirono anch’essi dei servizi sanitari nazionali fra gli anni Cinquanta e Settanta. Poi venne varata la riforma italiana, nel 1978 (saranno quarant’anni nel prossimo dicembre). Il nostro Servizio Sanitario Nazionale rimpiazzò il mastodontico sistema mutualistico sviluppatosi a partire dagli anni Trenta, caratterizzato da alta frammentazione gestionale e forti disparità di trattamento. Noi tendiamo sempre a denigrare i nostri governi e la loro scarsa capacità riformista. Ebbene, la riforma sanitaria del 1978 fu uno dei cambiamenti istituzionali più radicali e incisivi registrati nel secondo Novecento in Europa nel campo del welfare. Per più di un decennio, con scorno dei britannici, il nostro Ssn divenne il più grande servizio nazionale del mondo in termini di spesa e cittadini coperti. L’esperienza dell’Italia fu presto seguita da Portogallo, Spagna e Grecia. Nel suo complesso, si è trattato di una esperienza di grande successo. Nelle classifiche internazionali sulla qualità e l’efficacia dell’assistenza sanitaria, l’Italia si situa oggi al dodicesimo posto, prima del Regno Unito.

La riforma del 1978 fu per molti aspetti il risultato più significativo del cosiddetto «compromesso storico» fra Dc e Pci. Purtroppo mancò nella progettazione del nuovo sistema l’anima liberale: il Ssn italiano nacque con un forte pregiudizio statalista. Nel nostro Paese, è noto, lo Stato è sempre stato debole, esposto alle pressioni e alle infiltrazioni dei gruppi di interesse e della politica. A differenza del Regno Unito — che poteva disporre di una amministrazione pubblica autonoma e professionalizzata — il Servizio Sanitario Nazionale nacque invece come «partitocrazia della salute». Le unità sanitarie locali erano inizialmente guidate da «Comitati di gestione» lottizzati dai partiti e privi di competenze tecniche. La coppia «universalismo senza compartecipazioni» e gestione interamente pubblica portò rapidamente a una escalation della spesa e a un sistema diffuso di inefficienze e corruzione.

Fortunatamente, a partire dal 1992, una serie di riforme hanno corretto la situazione attraverso una decisa svolta «manageriale». Alcune regioni (come la Lombardia) hanno anche seguito in parte il modello britannico dei mercati interni, coinvolgendo anche le strutture private nella fornitura di servizi e cure. Anche nel nostro Paese si è proceduto, in altre parole, a recidere il legame a volte perverso tra copertura universale e gestione pubblica.

Il modello universalistico con finanziamento fiscale si è rivelato ovunque vincente in termini di costi-benefici e di efficacia medica. Ciò è vero rispetto sia ai modelli «mutualistici» sia quelli privatistici. Gli Stati Uniti sono il caso più prossimo a quest’ultimo modello. In questo Paese, la copertura pubblica riguarda solo gli anziani sopra i 65 anni (Medicare). A livello statale esistono poi degli schemi assistenziali per i cittadini poveri (Medicaid). In mezzo, fra anziani e adulti poveri, la copertura è privata, tipicamente tramite i datori di lavoro. Chi perde il posto resta però senza copertura (circa 40 milioni di americani in ogni dato momento, ovviamente non sempre gli stessi). Obama ha varato un’ambiziosa riforma che ha introdotto l’obbligo assicurativo (con sussidi pubblici) anche per le persone temporaneamente scoperte. Trump vorrebbe abolirla, ma finora non c’è riuscito. Obamacare ha colmato un buco, ma la sanità Usa resta molto diseguale e al tempo stesso molto costosa. Per l’Europa, quello Usa è un modello che ha ben poco da insegnare, se non in negativo.

Considerando il rapido invecchiamento della popolazione, i costi crescenti delle tecnologie mediche e i vincoli di bilancio sorge una domanda: per quanto potremo ancora permetterci una sanità universalistica a finanziamento pubblico? La domanda è legittima, ma mal posta. I vincoli economici sono reali, ma ciò non significa che saremo costretti a negare a qualche categoria di cittadini l’accesso alle prestazioni. Si possono infatti usare due altri correttivi. Il primo è quello di selezionare le prestazioni da erogare a tutti, in base a criteri di costo-efficacia. Una strada già imboccata nel Regno Unito e in Italia con la definizione di «livelli essenziali di assistenza». Un secondo correttivo è rappresentato dalle compartecipazioni (ticket), graduate in base al reddito e/o alla gravità delle patologie.

L’approccio universalista resta quello migliore. Ma essere universalisti non significa garantire tutto a tutti, senza limiti e gratis. Come per tutte le politiche pubbliche, anche in sanità occorre essere realisti, calibrando equità, efficacia ed efficienza. Nel rispetto delle macro-compatibilità economico-finanziarie.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del 1 Luglio 2018

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Il reddito di cittadinanza: stimoli, non sussidi per chi cerca lavoro

Maurizio Ferrera

Secondo gli annunci del governo, il reddito di cittadinanza dovrebbe prendere avvio con la legge di Stabilità per il 2019, che si discuterà in autunno. Peccato che a tutt’oggi non siano affatto chiari obiettivi, strumenti, compatibilità finanziarie. Non si può pensare di rivoluzionare le politiche sociali e del lavoro con un investimento che potrebbe avvicinarsi a trenta miliardi senza avere un progetto (in altri Paesi si chiamerebbe Libro Bianco) che i cittadini possano capire, discutere e valutare pubblicamente. Le questioni di base sono due: qual è la sfida prioritaria che il reddito di cittadinanza vuole affrontare? E come si innesterà questa ambiziosa misura sugli strumenti già esistenti? Negli altri Paesi Ue gli schemi di reddito minimo d’inserimento sono nati per combattere la povertà, non la disoccupazione. Certo, i sussidi sono ovunque condizionati a percorsi di formazione e accompagnamento, nessuno è pagato per stare sul divano. Ma il ruolo di questi schemi è residuale, essi intervengono laddove le persone per varie ragioni non hanno redditi da lavoro e cadono fra le maglie del sistema di protezione sociale.

Gli altissimi livelli italiani di povertà (peraltro in continuo aumento, come attestato dall’Istat l’altro ieri) dipendono in parte dalle manchevolezze del sistema pensionistico e delle prestazioni familiari. Se avessimo pensioni sociali adeguate e soprattutto assegni universali per i figli (come in Francia o Germania) la platea di potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza si ridurrebbe significativamente. Questa nuova misura potrebbe così essere ritagliata in particolare sugli adulti in condizione di esclusione sociale (la quale non necessariamente si risolve con l’inserimento nel mercato del lavoro). È la strada più ragionevole da scegliere, anche perché lo strumento adatto c’è già, occorre «solo» rafforzarlo e perfezionarlo. Si chiama Rei (reddito d’inclusione), che da luglio diventerà una misura universale, capace di sussidiare 700 mila famiglie in povertà estrema. Forse per ragioni di marketing politico, i Cinque Stelle non hanno mai neppure menzionato il Rei nei loro programmi. È giunto il momento di scoprire le carte. Si parte da lì oppure si ricomincia da capo? Nel secondo caso, perché?

La lotta alla disoccupazione è un altro discorso. Per chi perde il posto, abbiamo già il sistema di ammortizzatori sociali (in particolare la Naspi, ma non solo) introdotto dal jobs act, con annesso un programma di espansione dei centri per l’impiego. Come minimo, il reddito di cittadinanza dovrebbe coordinarsi con le misure e le iniziative già in corso, secondo quanto suggerito, ad esempio, da Sacchi e Vannutelli su lavoce.info. Per i giovani usciti dai canali formativi c’è la famosa Garanzia giovani. È opinione comune che questa sia stata un grosso fallimento. Ma teniamo presente che essa è rivolta a per-sone praticamente senza qualifiche (i cosiddetti neet) che sono davvero difficili da collo-care. Ciò nonostante, il 61% dei giovani assistiti trova un inserimento lavorativo nelle regioni del Nord e il 35% al Sud. Immagino che il ministro Di Maio non voglia smantellare questo schema. Come lo migliorerà?

Il Mezzogiorno è da sempre l’area più problematica del nostro mercato occupazionale. Le cause sono tante e affondano le radici nella storia economica, sociale e culturale delle regioni del Sud. La sfida non è certo quella di «inserire» le persone, ma quella di creare nuovi posti di lavoro. I confronti internazionali segnalano che l’economia del Mezzogiorno è incapace di assorbire personale in aree chiave dei servizi: turistici, ricreativi, culturali, sociali, sanitari, educativi. Fatte le debite proporzioni, mancano centinaia di migliaia di posti. Prima di sussidiare chi cerca lavoro, bisogna stimolarne la domanda. Ciò richiede investimenti infrastrutturali e sociali, incentivi fiscali, una sostanziosa riduzione del costo del lavoro. Secondo alcune stime, circa il 70% dei venti miliardi del reddito di cittadinanza andrebbero al Sud. È probabile che si crei così un circolo vizioso: più spesa pubblica assistenziale, meno disponibilità di bilancio per investimenti e incentivi, persistenza o aggravamento del sottosviluppo, più spesa assistenziale. È una sindrome ben conosciuta, che non ha certo aiutato il Mezzogiorno, ma anzi lo ha gradualmente depauperato della risorsa più importante: il capitale umano. Da anni si registra una drammatica emorragia di giovani da Sud a Nord (e ormai anche verso le grandi capitali Ue). Come fa un sistema economico a svilupparsi se regala ad altri i suoi migliori talenti ed è incapace di attrarne di nuovi? Se ben congegnato e inseri-to in un più ampio progetto di (ulteriore) modernizzazione della protezione sociale italiana e di rivitalizzazione del mercato del lavoro al Sud, il reddito di cittadinanza (chi non ama questo nome potrebbe chiamarlo «Rei 2.0») potrebbe svolgere un ruolo pre-zioso per contrastare la povertà e l’esclusione sociale. Senza un progetto coerente, invece, sarà l’ennesimo fallimento del welfare all’italiana: trasferimenti a perdere, facili prede di interessi e pratiche clientelari.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 28 giugno 2018

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Aziende alla sfida del Welfare 2.0

Oggi un convegno al Posta dove sarà eletto anche il direttivo Anap

 

REGGIO EMILIA – Welfare 2.0, come conciliare non autosufficienza e gestione d’impresa. La “non auto-sufficienza” è l’incapacità di mantenere una vita indipendente e di svolgere le comuni attività quotidiane, a causa della mancanza di energie e dei mezzi necessari per soddisfare le proprie esigenze. Nonostante alcuni interventi legislativi in favore di queste persone, non di rado le famiglie si trovano impreparate ad affrontare queste situazioni. Per far il punto sul tema e capire a che punto è il nostro Paese nell’erogazione di servizi dedicati alle persone non autosufficienti, Lapam Confartigianato ha organizzato un convegno, in programma oggi alle 17.30 all’Hotel Posta di Reggio Emilia. Durante il convegno Federico Razetti, ricercatore di Percorsi di Secondo Welfare, Centro Studi diretto da Maurizio Ferrera, analizzerà insieme a Carmelo Rigobello, consulente Confartigianato, Gianlauro Rossi, presidente Anap Modena e Reggio Emilia, e ad altri ospiti la situazione della non autosufficienza e le sue conseguenze sulla popolazione attiva italiana. Interverranno anche Emilio Ricchetti del Forum Famiglie Reggio Emilia, Franca Campostella, presidente regionale Donna Imprese Confartigianato e Mauro Dallapè, presidente Mutua Artieri Trento. All’evento sarà presente il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi. Al termine della tavola rotonda sarà infine eletto il nuovo consiglio direttivo e del presidente Anap di Reggio Emilia e Modena.

Questo articolo è comparso anche su La Gazzetta di Reggio del 7 giugno 2018

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Il razzismo uccide il welfare

Quale destino per lo Stato sociale? Secondo la politologa tedesca Ellen Immergut investire sul lavoro dei giovani e sull’integrazione degli immigrati è l’unico modo per assicurare la sostenibilità dei sistemi di solidarietà. Perciò i partiti xenofobi sono una minaccia; difendono in modo cieco uno status quo che non può durare.

conversazione di MAURIZIO FERRERA con ELLEN IMMERGUT

Negli ultimi quattro anni Ellen Immergut ha coordinato il progetto di ricerca europeo forse più ampio e ambizioso sul welfare. Il titolo è Welfare State Futures e in un certo senso contiene già un messaggio: gli scenari possibili sono tanti, nessuno è predeterminato, ci sono margini di scelta. Le chiediamo innanzitutto se tra i futuri possibili c’è anche la fine del welfare, o quanto meno l’estinzione dell’impegno pubblico su questo fronte.

ELLEN IMMERGUT — Il welfare state è una delle istituzioni chiave per la promozione della solidarietà. Le sue politiche hanno praticamente eliminato la povertà fra gli anziani. Le persone tendono a dimenticare com’era la situazione negli anni Trenta e Quaranta. In tutta Europa, l’assistenza sanitaria è ormai universale e di buona qualità. Esistono ovunque reti di sicurezza di base per disoccupazione, invalidità, indigenza estrema. Il punto di partenza deve quindi essere il riconoscimento di un grande successo europeo. E la stragrande maggioranza degli europei concorda (molto più che gli americani o i giapponesi) sul fatto che sia compito dello Stato occuparsi degli anziani e delle persone malate o invalide. Oggi però tendiamo a dare le realizzazioni del welfare per scontate. Così le persone iniziano a chiedersi: perché ce l’abbiamo? Ne vale la pena? Perché dovremmo pagare così tanto? Non sono solo i vincoli economici a minacciare le realizzazioni dello Stato sociale, ma anche una certa erosione del sostegno dei cittadini. È a questo processo che dobbiamo guardare, se ci sta a cuore l’impegno pubblico per il welfare.

MAURIZIO FERRERA — In una società che invecchia bisogna certo proteggere le persone fragili, ma al tempo stesso assicurare che vi siano abbastanza persone attive e produttive proprio per pagare i costi del welfare. Senza crescita, lavoro e gettito fiscale, non potremo più permetterci gli attuali livelli di protezione. Con il calo della natalità, le dimensioni delle forze di lavoro si stanno rapidamente riducendo, mentre aumenta il numero degli anziani. Possiamo davvero aspettarci che i lavoratori più giovani siano disposti a versare contributi e tasse inevitabilmente crescenti?

ELLEN IMMERGUT — È chiaro che in regime di democrazia il futuro dello Stato sociale dipenderà da quanto gli elettori sono disposti a pagare e da quali prestazioni esattamente verranno considerate meritevoli di essere erogate. Per mantenere un po’ di equilibrio fra popolazione attiva e anziana bisogna puntare di più su giovani e immigrati, facendo molta attenzione alla quantità e qualità degli investimenti che facciamo (in particolare creando servizi) per sviluppare, consolidare e incrementare nel tempo il loro capitale umano. Peraltro i servizi sociali creano lavoro e aumentano le entrate fiscali. Sappiamo che la diseguaglianza inizia ancor prima della nascita, e questo è esattamente ciò che gli investimenti sociali (ad esempio per l’istruzione e la cura della prima infanzia fra 1 e 3 anni) possono combattere.

MAURIZIO FERRERA — Da un paio di decenni le disuguaglianze stanno crescendo ovunque e la grande recessione ha esacerbato questa tendenza. È un noto paradosso della politica il fatto che, al crescere delle diseguaglianze, tende a diminuire il sostegno per la redistribuzione, a erodersi l’ethos della solidarietà.

ELLEN IMMERGUT — Le nostre ricerche confermano che ciò che le persone sostengono non è la redistribuzione, ma la condivisione dei rischi. Ciò che si desidera e si apprezza è l’assicurazione contro l’insorgenza di bisogni a cui non potremmo far fronte da soli nel corso della vita. Di conseguenza, più grande è la platea di persone che sentono di condividere dei rischi considerati come «comuni», più forte è l’impegno per la solidarietà e più forte il sostegno allo Stato sociale. Se i rischi diventano parcellizzati, allora il supporto cala. La crescita delle diseguaglianze non ha riguardato solo il reddito, ma anche la distribuzione dei rischi fra i vari strati sociali, rendendo alcuni di questi ceti potenzialmente più autosufficienti, altri molto più vulnerabili.

MAURIZIO FERRERA — Uno dei settori in cui la parcellizzazione dei rischi e delle coperture è stata più marcata è forse la salute. Da un lato è aumentato il divario in termini di speranza (e qualità) di vita fra poveri e ricchi. Dall’altro, questi ultimi hanno le risorse per acquistare polizze private che consentono loro di accedere alle terapie più costose e sofisticate, senza Uste d’attesa. Avete trovato evidenza che queste dinamiche erodano il senso di solidarietà e il sostegno per l’universalismo?

ELLEN IMMERGUT — Abbiamo osservato che cosa succede quando le persone passano dalla copertura pubblica a quella privata o aderiscono a schemi complementari. In effetti si nota un certo declino nella disponibilità a sostenere lo Stato sociale e una minore propensione alla solidarietà. È importante sottolineare, tuttavia, che la sanità universale non deve necessariamente essere gestita per intero dallo Stato. Anzi, il sostegno per l’uguaglianza sanitaria è leggermente più alto nei sistemi basati su assicurazione obbligatoria (pubblica o su base occupazionale) rispetto ai sistemi universahstici puri. Il punto chiave è che la solidarietà viene incoraggiata quando le persone si considerano parte di un insieme comune di istituzioni: tutti partecipano ai costi e tutti ricevono uguale trattamento.

MAURIZIO FERRERA—Fammi capire. In Italia, come in Gran Bretagna o nei Paesi nordici, abbiamo un servizio sanitario pubblico universale finanziato dalle imposte. I cittadini/utenti non sanno bene quanto pagano e sono consapevoli che molti contribuenti evadono le tasse o non pagano il giusto. La tendenza degli ultimi decenni è stata semmai quella di aumentare i ticket (le compartecipazioni). Questo disegno non rischia di alimentare un senso di sfiducia e persino di ingiustizia? Come fanno i Paesi nordici a conciliare sostenibilità, universalismo, solidarietà, in un contesto dove gli utenti sono comunque abituati a pagare ticket anche per le visite del medico pubblico o per i ricoveri ospedalieri?

ELLEN IMMERGUT — Si tratta di questioni complesse, nessun sistema è immune da rischi di insostenibilità, delegittimazione e desolidarizzazione. Però, ripeto: quanto più estesa e omogenea è la copertura, tanto più elevato il potenziale di solidarietà. Le compartecipazioni finanziarie da parte degli utenti più abbienti sono la regola in tutti i servizi sanitari finanziati tramite imposte. Così come un po’ ovunque si stanno diffondendo forme di copertura integrative, a volte incentivate dallo Stato per le categorie più deboli (come sta avvenendo in Francia). Ciò che conta è evitare la dualizzazione, ossia l’uscita dal sistema pubblico di intere categorie sociali che si assicurano e si curano solo nella medicina privata. Poi contano le tradizioni culturali (gli inglesi sono tradizionalmente molto fieri e gelosi del Nhs), le campagne dei media (i norvegesi si lamentano perché i Vip ricevono trattamenti speciali), il grado di corruzione (che erode il sostegno alla solidarietà pubblica in alcuni Paesi dell’Est europeo). La solidarietà sanitaria non è solo collegata a fattori organizzativi o regolativi, ma va costantemente coltivata sul piano politico e comunicativo.

MAURIZIO FERRERA — E veniamo a un altro tema scottante: l’immigrazione. Hai detto che, anche per contrastare l’invecchiamento demografico, le società europee devono non solo accogliere, ma anche investire sugli immigrati, soprattutto i più giovani. Si tratta però di una sfida piuttosto delicata, anche sul piano politico.

ELLEN IMMERGUT — Certo. Ma ormai gli immigrati regolari rappresentano quote vicine al 10% della popolazione, di più se consideriamo solo la popolazione adulta. La domanda che ci dobbiamo porre non è solo quanti immigrati in più possiamo 0 dobbiamo accogliere, ma quali sono gli orientamenti di coloro che già sono fra noi, soprattutto quelli che votano 0 voteranno. In base alle nostre ricerche, i migranti non richiedono né usufruiscono di prestazioni sociali in misura maggiore dei nativi. Non sono tuttavia un gruppo omogeneo e i loro orientamenti sono strettamente correlati alla cultura dei Paesi d’origine. In generale, i livelli di sostegno alla spesa per pensioni di vecchiaia e per l’assistenza sanitaria sono inferiori rispetto ai livelli dei nativi. Se vogliamo assicurare la sostenibilità del welfare, dobbiamo puntare all’integrazione sociale e culturale dei migranti, in modo che accettino di fare la propria parte per sostenere le pensioni dei nativi anziani. L’interesse verso le politiche di investimento sociale a favore di donne e bambini dipende poi molto dalla cultura e dai valori dei contesti di provenienza, specie per quanto riguarda i rapporti di genere: anche questo è un fattore da considerare.

MAURIZIO FERRERA — Resta comunque il problema dell’accoglienza. In tutta Europa si è alzato il vento del populismo sovranista e a volte anche xenofobo.

ELLEN IMMERGUT — Il populismo è in parte il risultato dell’incapacità dei partiti tradizionali di governo di spiegare e giustificare le politiche di austerità e la gestione dei flussi migratori. Il contraccolpo populista non è arrivato quando abbiamo toccato il culmine dell’austerità, della grande recessione, della crisi migratoria. È arrivato con un certo ritardo, quando i nuovi leader populisti sono riusciti a mobilitare gli elettori più vulnerabili, più colpiti dalla crisi, più arrabbiati per aver fatto sacrifici senza che vi fosse adeguato riconoscimento dei loro problemi e difficoltà. E anche una distribuzione equa dei costi della recessione, visto che alcune categorie si sono addirittura arricchite.

MAURIZIO FERRERA — Quali spazi esistono oggi per le politiche di investimento sociale che sembrano indispensabili per assicurare il futuro del welfare?

ELLEN IMMERGUT — I nostri dati suggeriscono che la minaccia maggiore è collegata al populismo di destra. Dove il populismo sovranista è più debole, i partiti di centrosinistra e persino di centrodestra sono più propensi a promuovere gli investimenti sociali. In presenza di sfidanti di destra populista, invece, anche partiti tradizionali si concentrano sulla difesa dello status quo. Questo effetto è chiaramente connesso alla competizione per il voto della classe operaia culturalmente conservatrice, che preferisce mantenere le cose come stanno.

MAURIZIO FERRERA—Dunque le chiavi per i diversi possibili futuri del welfare sono nelle mani della politica. E l’ascesa dei populisti non lascia ben sperare: in questo senso ciò che accadrà in Italia nei prossimi mesi potrebbe essere una cartina di tornasole per tutta l’Europa. A proposito, non credi che la Uè abbia una certa responsabilità in ciò che è successo? E che, d’altra parte, l’uscita dall’impasse populista non possa che passare da una riforma dell’Unione?

ELLEN IMMERGUT — L’Europa ha un grave problema di legittimità e l’istituzione chiave che promuove la solidarietà e la legittimità, ossia lo Stato sociale, è uscita seriamente danneggiata dalla crisi. A mio parere, alcune recenti iniziative della Uè vanno nella giusta direzione. Pensiamo all’attenzione per gli investimenti sociali entro il patto di stabilità e all’istituzione di un pilastro europeo dei diritti sociali. Tuttavia, bisogna passare dalle dichiarazioni solenni alla realtà pratica. E soprattutto, abbiamo bisogno di una «filosofia pubblica europea». Un insieme di princìpi, di regole condivise ma certe di mutua collaborazione, nonché di pratiche comunicative che rendano l’azione delle autorità pubbliche — a cominciare da quelle Uè — eticamente plausibili e difendibili. In Europa abbiamo molte regole, ma anche molte esenzioni da queste regole. Ciò ferisce la legittimità dell’Unione. Il pilastro sociale europeo deve trasformarsi in un piano chiaro ed efficace. Questo è ciò che i pubblici democratici europei si aspettano e si meritano.

Questo articolo è comparso anche su la Lettura del 20 maggio 2018.

 

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