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Una “carta blu” per riscoprire l’Europa

Un modello sociale che il mondo ci invidia

Spesso non ce ne accorgiamo, ma grazie ai fondi dell’Unione molti cittadini usufruiscono di ripetizioni a scuola, incentivi per stage, aiuti alimentari, prestazioni sanitarie all’estero. Con l’introduzione di una “social card” questi vantaggi sarebbero più visibili e capiremmo meglio i vantaggi della Ue.

 

In Lombardia  ogni anno circa trentamila disoccupati usufruiscono della “dote lavoro”,  un sostegno per il re-inserimento tramite corsi di formazione e stage. In Puglia settantamila studenti ricevono ripetizioni gratis dalle loro scuole in scienze e italiano. Sono solo due esempi delle tante iniziative a carattere sociale finanziate al 50% dall’Unione Europea, con una spesa superiore al miliardo di euro annui. Quanti cittadini ne sono al corrente?  Pochi, persino fra i beneficiari.  I politici  preferiscono usare l’Europa come capro espiatorio. Quando spendono fondi UE,  quegli stessi politici si tengono invece tutto il merito, sbandierandolo nelle campagne elettorali.

Noi votiamo in Italia, ma siamo anche cittadini UE, come dice il nostro passaporto.  Il 64% degli italiani è consapevole di  questo fatto, ma solo il 4% ha un’idea precisa di cosa significhi concretamente. Una percentuale esigua, ma che non deve sorprendere. I diritti UE diventano rilevanti solo quando attraversiamo la frontiera tra uno stato membro all’altro. Se decidiamo di muoverci all’interno dell’Unione, nessuno può impedirci di farlo (diritto). Se ci stabiliamo, anche “per sempre”, in un altro paese, dobbiamo essere trattati alla stessa stregua dei cittadini di quel paese (diritto). Possiamo votare nelle elezioni locali e, soprattutto, accedere al welfare: scuola, sanità, pensioni (diritto). Quel 4% che conosce i contenuti della cittadinanza UE è composto principalmente da persone istruite, che viaggiano spesso per studio, lavoro o turismo. In Polonia o Romania le percentuali sono più alte e riguardano tutte le fasce sociali: molti emigrano verso la Germania e gli altri paesi ricchi, il passaporto europeo è per loro una risorsa importantissima.

Non è però un bene che i benefici della la cittadinanza UE siano poco percepiti. In molti paesi si sta infatti creando una contrapposizione fra i cosiddetti movers (chi si sposta da un paese all’altro, soprattutto in cerca di lavoro) e gli stayers, chi resta fermo. Il forte afflusso di polacchi nel Regno Unito ha ad esempio alimentato quei sentimenti anti-europei che hanno portato alla Brexit.

In realtà, c’è un bel po’ di Europa sociale anche per gli  stayers. Oltre iniziative di carattere locale, l’Europa ha un suo Fondo per sostenere chi perde il lavoro quando la propria impresa fallisce; un Fondo contro la povertà alimentare; ha co-finanziato la Garanzia giovani ed è in arrivo una nuova Garanzia per la formazione. In questi casi  soldi spesi aiutano essenzialmente chi non si muove. E’ giusto che alla UE resti almeno un po’ di credito, anche sul piano politico.

Ecco dunque una proposta: dotare ogni cittadino UE di una social card con i colori e simboli europei. Capace di farci vedere, concretamente, il volto “buono” dell’integrazione. La Carta avrebbe un codice e i nostri dati identificativi. Consentirebbe alle amministrazioni di ciascun paese di stabilire a quali prestazioni abbiamo diritto.  Dovrebbe essere esibita quando si accede a un servizio co-finanziato dalla UE. Sarebbe corredata da un elenco di tutte le opportunità che l’Europa offre sia a chi si muove sia a chi sta fermo. Le nuove tecnologie rendono oggi possibili nuove forme di tele-welfare, soprattutto nel campo della formazione e dell’assistenza a distanza. La Ue potrebbe potenziare le piattaforme di servizi che già offre (ad esempio per la ricerca di impieghi e stage) e svilupparne di nuove, alla quali si accederebbe attraverso il proprio codice sociale UE. In un domani, la social card potrebbe anche ottenere “ricariche” monetarie  direttamente da fondi UE.

Alcune proposte in questa direzione già circolano. Una l’ha fatta Tito Boeri, Presidente dell’INPS. Bisogna però pensare in grande. Lo scopo della social card blu a stelle gialle non dovrebbe servire solo alle pubbliche amministrazioni. Deve diventare un simbolo riconoscibile di una comune identità fra tutti i suoi titolari, imperniata su quel  “modello sociale europeo” che tutto il mondo ci invidia.

Questo articolo è uscito su Sette, inserto del Corriere della Sera, del 7 dicembre 2017

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Il reddito di inclusione per dare un aiuto

Oggi entra il vigore il Reddito d’inclusione (REI). Si tratta di una nuova prestazione rivolta alle persone  in condizione di povertà. In base alla situazione economica e familiare, si potrà ricevere un trasferimento (massimo) di  485 euro al mese. I comuni predisporranno “progetti di attivazione” sociale e lavorativa. Non sarà quindi un semplice sussidio, ma un pacchetto di misure personalizzate che cercherà di accompagnare i beneficiari verso l’autonomia.

Strumenti simili per il contrasto alla povertà esistono da decenni nella maggioranza dei paesi UE. Nelle nazioni in via di sviluppo (dal Brasile alla Costa d’Avorio), il welfare viene oggi costruito partendo proprio da  questo tassello, che si rivolge ai poveri indipendentemente dall’età. L’Italia ha seguito il percorso inverso. Nel passato ha sempre privilegiato le pensioni, con formule di calcolo molto generose, mentre ha  trascurato i bisognosi, compresi i bambini. Non è un caso se i nostri tassi di povertà minorile sono fra i più alti d’Europa.  Certo, in molte regioni e comuni già esistevano misure contro l’esclusione sociale. Ma erano costruite su sabbie mobili, in particolare dal punto di vista finanziario. Il REI è invece una misura “strutturale”, ossia una voce permanente del bilancio pubblico. E chi soddisfa i requisiti avrà una spettanza tutelata dalla legge. Di questi tempi è raro che vengano introdotti nuovi diritti. Eppure è successo, per una volta possiamo rallegraci.

Il reddito minimo garantito era già stato raccomandato dalla Commissione Onofri nel 1997. Oggetto di varie sperimentazioni, la sua introduzione non era però mai riuscita a entrare sul serio nell’agenda politica. Senza negare la sensibilità e il contributo dell’attuale governo e dei due precedenti, buona parte del merito va riconosciuto alla Alleanza contro la povertà, un gruppo di 35 organizzazioni della società civile costituitosi nel 2013 (www.redditoinclusione.it). L’Alleanza non si è limitata ad aggregare interessi e consensi, ma ha anche formulato utili proposte. Una vicenda in controtendenza rispetto a quel declino dei corpi intermedi di cui tanto si parla. E anche un esempio, diciamolo, di buona politica, osservato con attenzione da molti osservatori stranieri.

Il REI risolverà il problema della povertà? Certamente no, è solo un primo passo. Le risorse non sono molte (è previsto un loro graduale incremento), le prestazioni hanno importi modesti. I requisiti sono stringenti, di fatto i beneficiari saranno solo la metà dei poveri. Quanto ai comuni, saranno capaci di realizzare progetti di attivazione efficaci? E’ un grosso punto interrogativo. La legge sul  REI prevede il potenziamento dei servizi e  la formazione degli operatori locali. Su questo fronte è bene però che si attivino anche gli attori  del “secondo welfare”, a cominciare proprio dalle associazioni che fanno parte dell’Alleanza. Il successo del REI dovrà essere misurato non solo in termini di alleviamento temporaneo della povertà, ma  soprattutto in termini di recupero dell’ autonomia.

C’è poi una questione più ampia. Il nostro paese ha alti livelli di povertà  anche perché mancano i posti di lavoro. Non è tanto colpa della crisi, né tantomeno della riforma Fornero. E’ un deficit cronico che ci portiamo dietro dagli anni Cinquanta: i nostri livelli di occupazione sono sempre stati circa dieci punti più bassi rispetto alla media UE. Quel che è peggio, mancano posti di lavoro in quei settori del terziario che possono dare lavoro a chi ha basse qualifiche. Nei servizi alla persona e alle famiglie (la cosiddetta economia sociale) in Francia ci sono almeno due milioni di posti di lavoro in più a confronto con l’Italia.

La lotta alla povertà va condotta su più fronti. Welfare e lavoro innanzitutto. E poi istruzione, formazione, conciliazione, servizi per le famiglie, incentivi alla creazione di nuovi mercati. Una sfida complessa, ma ineludibile; che richiede molte riforme ora, con effetti lenti e graduali. Purtroppo stiamo entrando in una lunga fase elettorale. Sul tema povertà si abbatterà il polverone del “reddito di cittadinanza” cavalcato dai Cinque Stelle. Sarà fin troppo facile dire che 780 euro a tutti (spesso si omette di precisare che si tratterebbe solo dei più bisognosi) sono meglio di 485.  E altrettanto facile sarà rilanciare sciorinando bonus, o promettendo pensioni minime a mille euro. Di lavoro, capitale umano, nuovi mercati, investimenti (e come finanziarli), non ci sarà invece tempo di parlare. La cattiva politica si tiene lontana dal lungo periodo: che ci pensino pure le prossime generazioni.

Questo editoriale è uscito sul Corriere della Sera del 1 dicembre 2017

 

 

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Reddito a tutti, anche ai surfisti

un dialogo con Philippe Van Parijs

MF: La prima formulazione completa della tua teoria sul reddito di base è contenuta nel volume Real Freedom for All, uscito nel 1995. Sulla copertina c’è l’immagine di un giovane surfista. Mi hai raccontato che lo spunto ti venne da John Rawls. Qualche anno prima, lui ti aveva chiesto: perché i surfisti di Malibu dovrebbero ricevere un sussidio dallo stato? Inizierei questa conversazione rivolgendoti, a trent’anni di distanza,  quella stessa domanda.

PVP: Il reddito di base è un trasferimento monetario periodico erogato ad ogni membro della comunità politica su base individuale,  senza verifica della situazione economica o della disponibilità al lavoro. Non si tratta, in altre parole, di una prestazione riservata a chi è inabile o in cerca di lavoro.

Dopo avere letto Una Teoria della Giustizia di John Rawls,  io pensavo in effetti che  suoi capisaldi potessero giustificare l’idea di un reddito di base incondizionato.  Il “principio di differenza”  richiede infatti che vengano massimizzate non solo il reddito ma anche la ricchezza e i “poteri” dei più sfavoriti, assicurando a tutti “le basi sociale del rispetto di sé”.   A me sembrava che ciò fornisse una base robusta in favore di un reddito di base incondizionato.

MF: Ma Rawls non era d’accordo con te….

PVP: No, e ne fui molto sorpreso e anche deluso. Gliene parlai durante una prima colazione a Parigi nel 1987. Rawls mi obiettò: chi passa tutto il giorno a fare surf sulla spiaggia di Malibu non dovrebbe avere diritto a ricevere un trasferimento incondizionato.

MF: Così è il dibattito con Rawls ha dato al tuo editore lo spunto per la copertina del tuo libro…

PVP: Già. Poi però, in scritti successivi, Rawls cercò di neutralizzare il mio ragionamento in questo modo: il tempo libero e la gratificazione dei surfisti equivale al salario minimo di un operaio a tempo pieno.  Introducendo questo elemento nella teoria, il surfista non può più rivendicare di appartenere ai meno sfavoriti.

MF: Partita chiusa, allora?

PVP: No, in una conferenza che feci a Harvard (Perché dar da mangiare ai surfisti?) e poi nel libro che hai citato sopra, Real Freedom for All,  ho sostenuto che il punto di vista “liberale” adottato da Rawls  consente di giustificare il reddito incondizionato. Per capirlo, bisogna passare attraverso la seguente considerazione. Gran parte del reddito di cui ciascuno di noi dispone non è in realtà il frutto del nostro sforzo, ma dal capitale e dalle conoscenze complessive “incorporate”, per così dire, nella società, quelle che rendono possibile il suo funzionamento efficiente. Il reddito di base non estorce risorse da chi lavora duramente per darle a chi è pigro. Si limita a redistribuire in maniera più equa una colossale “rendita” che la società ci mette a disposizione  e che nessuno di noi, individualmente. ha contribuito nel passato ad accumulare.

MF: Nella tua teoria, il reddito di base andrebbe a tutti, anche ai ricchi. Eppure tu sostieni che ad esserne avvantaggiati sarebbero soprattutto i poveri. Potresti chiarire meglio il punto?

PVP: A meno che non siano disponibili trasferimenti esogeni (per esempio aiuti internazionali)  oppure risorse naturali abbondanti e pregiate ,  il reddito di  base deve essere finanziato da una qualche forma di tassazione. Di norma, le imposte sono progressive, dunque i ricchi contribuiranno al finanziamento più dei poveri. Praticamente, chi ha di più pagherà per il proprio reddito di base e per almeno una parte dei redditi di base che vanno ai poveri. Il reddito di base quindi non renderà i ricchi ancora più ricchi. Al contrario, porterà i poveri più vicino alla soglia di povertà o al di sopra di essa, a seconda del tipo e dell’importo delle prestazioni assistenziali pre-esistenti.  Ancora più importante: esso aumenterà la sicurezza dei poveri. Un reddito che si riceve senza nulla in cambio è meglio di una rete di sussidi con dei  buchi attraverso i quali si può cadere. Oppure che genera delle trappole.

MF: Vediamole meglio queste trappole.  Qui il tuo argomento è che i trasferimenti condizionati alla verifica della situazione economica e alla disponibilità al lavoro sono molto spesso intrusivi e repressivi. La ricerca empirica ha effettivamente documentato questi effetti. Mi viene in mente il titolo un bel libro a cura di Ivar Lodemel e Heather Trickey: An Offer you Can’t Refuse: Workfare in International Perspective. In molti paesi, sostengono gli autori, i disoccupati devono accettare lavori lavoro che vengono loro offerti con una  specie di pistola alla tempia (come faceva Il Padrino): se non accetti, ti tolgo il sussidio.  E’ anche la storia raccontata da Ken Loach nel  bel film Daniel Blake.  Ma il reddito di base è davvero l’unica soluzione?  Dopo tutto, i paesi scandinavi sono riusciti a costruire un welfare “attivo”, insieme equo ed efficace: ai giovani e ai disoccupati non si offre un lavoro qualsiasi, prima li si aiuta a migliorare il proprio capitale umano.  Il principio non è work first, ma piuttosto learn first. Rimane un po’ di paternalismo, è vero, ma attento alla dignità e ai bisogni delle persone. …

PVP: Io credo che i soggetti più adatti a  giudicare quanto un lavoro sia buono o cattivo – e per molti questo include quanto sia utile o dannoso per gli altri – siano i lavoratori stessi. Essendo senza condizioni,  il reddito di base rende più facile  abbandonare o non accettare posti di lavoro poco promettenti,  a cominciare da quelli che non prevedono una formazione utile. Poiché può essere combinato con guadagni bassi o irregolari, il reddito di base rende più facile accettare stage, o posti di lavoro che si pensa possano migliorare il proprio capitale umano o anche, e più semplicemente, posti di lavoro corrispondenti a ciò che le persone realmente desiderano  e pensano di poter fare bene. Si amplia così la gamma di attività accessibili, retribuite e non. Si dà alle persone più potere di scegliere. Il reddito di base attrae chi si fida delle persone più che dello stato come  migliori giudici dei loro  interessi.

MF: Restiamo sul tema del lavoro. Nell’apertura del tuo nuovo libro, tu sei molto pessimista circa gli effetti delle nuove tecnologie e della globalizzazione sui posti di lavoro, sembri rassegnato alla prospettiva della cosiddetta “stagnazione secolare”. E giustifichi la proposta del redito di base anche come risposta nei confronti di questo scenario. Ci sono però studiosi che la pensano diversamente. Il lavoro non scomparirà. L’invecchiamento della popolazione e l’espansione di famiglie in cui entrambi i partner lavorano  amplierà notevolmente la richiesta di servizi sociali “di prossimità” (assistenza personale, cura dei bambini, e in generale servizi di “facilitazione della vita quotidiana”) i quali non potranno essere svolti dalle macchine né delocalizzati. Sanità, istruzione, ricerca, formazione, intrattenimento, turismo: anche in questi settori l’occupazione potrà crescere.  E la cosiddetta “internet delle cose” sposterà in avanti la frontiera dei rapporti fra umani e macchine o robot, senza però annullare (e forse nemmeno comprimere in modo drastico)  il ruolo, e dunque l’impiego attivo degli umani, appunto. Citando una profezia di Keynes, tu dici che l’innovazione tecnologica consente oggi di risparmiare forza lavoro ad un ritmo tale che diventa impossibile ricollocare i disoccupati altrove.  Siamo sicuri che le cose stiano davvero così? Ci sono paesi in Europa che si situano alla frontiera dello sviluppo tecnologico e pure mantengono altissimi livelli di occupazione, anche giovanile e femminile. Si tratta, di nuovo, dei paesi Nordici, che hanno riorientato il proprio welfare nella direzione dell’investimento sociale, senza aver (ancora?) introdotto il reddito di base…

PVP: In realtà non credo in una rarefazione irreversibile di posti di lavoro. Ma ritengo che il cambiamento tecnologico labour saving, in congiunzione con la mobilità globale del capitale, delle merci, dei servizi e delle persone, generi una polarizzazione del potere di guadagno. I proprietari di capitali, dei diritti di proprietà intellettuale, coloro che hanno competenze altamente richieste dal mercato saranno in grado di appropriarsi di una quota crescente di valore aggiunto. Allo stesso tempo, per molti lavoratori il potere di guadagno si riduce (o rischia di ridursi) al di sotto di quello ritenuto necessario per una vita dignitosa. Se si vuole impedire che un numero sempre maggiore di persone restino bloccate all’interno delle tradizionali reti di assistenza sociale, si possono immaginare due strategie, due versioni della stessa nozione di welfare attivo. La strategia “lavorista” consiste nel sovvenzionare i posti di lavoro, esplicitamente o implicitamente; la strategia “emancipatrice” consiste nel capacitare le persone. Chi crede che il ruolo centrale del sistema economico non sia quello di creare occupazione, ma di liberare le persone, si orienterà, – come faccio io – verso la seconda strategia, che ha come nucleo centrale il reddito di base.  Ma la prima strategia ha a sua volta molte varianti, non tutte ugualmente repressive o ossessionate dal lavoro, né quindi ugualmente lontane dalla seconda.

MF: Veniamo alla vexata quaestio dei costi.  Innanzitutto, nella tua concezione, quale dovrebbe essere l’importo del reddito di base?  Nella ambigua proposta del Movimento Cinque Stelle per un reddito di cittadinanza si parlava di 700 euro al mese.  All’inizio si pensava che si trattasse di un reddito universale,  molti italiani ancora  credono che sia così. In realtà i Cinque Stelle propongono un reddito minimo garantito, anche se molto generoso e costoso (più di venti miliardi di euro l’anno).  In base a quali criteri dovrebbe essere definito l’importo del reddito di base?

PVP: I promotori del referendum svizzero del giugno 2016 sul reddito di base hanno proposto un importo mensile di CHF 2300, pari al 39% del PIL pro capite della Confederazione.  Il loro argomento era che tale livello fosse necessario per portare  ogni famiglia al di sopra della linea di povertà, compresi i single residenti in aree urbane. Nel prossimo futuro, ogni proposta ragionevole per un reddito di base incondizionato, e quindi strettamente individuale, dovrà rimanere molto più modesta, ad esempio tra il 12% e il 25% del PIL pro capite (mf: per l’Italia, la forbice si situerebbe fra 270 e 560 euro al mese). Dovranno essere quindi mantenuti alcuni sussidi aggiuntivi di tipo condizionato per far sì che nessuna famiglia povera ci perda.

MF: Tu stesso ammetti come auto-evidente il fatto che l’universalità comporta un alto livello di spesa pubblica. Come si finanzierebbe il reddito di base?

PVP: Partire dal costo lordo – reddito di base moltiplicato per i  beneficiari – è fuorviante. Se gli importi sono modesti, la maggior parte dei costi si “autofinanziano” da due fonti. In primo luogo, tutte le prestazioni monetarie inferiori all’importo del reddito di base vengono eliminate e tutte le prestazioni più elevate verrebbero ridotte dello stesso importo.

MF: Fammi capire bene. Poniamo che il reddito di base sia fissato a 400 euro mensili. Per qualcuno che avesse un sussidio permanente pari a questo importo cambierebbe solo il nome. Per chi ce lo avesse più basso, il sussidio verrebbe sostituito dal reddito di base: dunque un guadagno netto. Per chi gode invece di una prestazione più alta (poniamo una pensione  minima di 800 euro), il trasferimento scenderebbe a 400, si aggiungerebbe però il reddito di base e il reddito totale non cambierebbe (800 euro in totale).

PVP: Esattamente. La seconda fonte sarebbe questa:  tutti i redditi sono tassati dal primo euro all’aliquota  attualmente applicabile ai redditi marginali di un lavoratore dipendente a tempo pieno con bassa retribuzione.

MF: Tutti i redditi, dunque anche quelli su patrimonio e investimenti finanziari, senza distinzioni o franchigie?  E questo basterebbe per auto-finanziare il reddito di base?

PVP: Le due fonti congiunte assicurerebbero l’auto-finanziamento di gran parte del costo lordo. Naturalmente, ogni paese ha il suo mix  regolativo di imposte e trasferimenti, e da questo dipenderebbe l’ammontare complessivo del gettito che si renderebbe disponibile.

MF: Nel tuo libro sottolinei l’importanza di concepire il reddito di base come trasferimento monetario, ma chiarisci che esso non sostituirebbe tutti i servizi erogati o finanziati dallo stato.  Supponiamo che un immaginario stato dei nostri tempi, privo di qualsiasi politica di protezione sociale, ti desse carta bianca per progettargli un sistema pubblico di welfare. Oltre al reddito di base, che cosa ci metteresti?

PVP: Dovrebbero esserci prestazioni per i figli, esse stesse congegnate come reddito di base pagato ai genitori, ad un livello che può variare con l’età ma non con il numero di figli. Dovrebbero restare sistemi pubblici educativi e sanitari efficienti, obbligatori e poco costosi e dovrebbero esserci schemi di assicurazione integrativa di tipo contributivo per malattia, disoccupazione e vecchiaia.  Va da sé che lo stato continuerebbe a fornire beni pubblici come la sicurezza fisica, la mobilità sostenibile e, mettiamola così, una “piacevole immobilità”  negli spazi pubblici.

MF: I paesi europei hanno oggi estesi welfare state, che assorbono fra il 25 e il 30% del PIL.  Come vedresti la transizione verso il reddito di base?  Immagino che si dovrebbero prevedere dei tagli alle prestazioni esistenti.  Come affrontare il problema di “diritti acquisiti”, che in molti paesi (primo fra tutti l’Italia) vengono considerati inviolabili anche dalle Corti Costituzionali?

PVP: La proposta di un reddito di base non presuppone che si parta da zero, da una   tabula rasa.  Al di sopra di importi estremamente modesti,  è chiaro che vi dovrà essere una  ridistribuzione a spese dei redditi più elevati, forse anche a spese delle pensioni più generose. Senza dubbio, alcune categorie si sentiranno minacciate, chiederanno forme di compensazione implicita o esplicita. Quanto ai diritti acquisiti: se la transizione avviene facendo leva sul sistema fiscale,  non vedo perché essa debba incontrare ostacoli costituzionali insormontabili.

MF: Non oso pensare alle difficoltà politiche che si incontrerebbero per attuare riforme così ambiziose dal punto di vista istituzionale e redistributivo….

PVP: Si, ma fortunatamente il calcolo fra vantaggi e perdite finanziari immediati non è l’unico fattore da prendere in considerazione per valutare la fattibilità di riforme. Se fosse così, dubito che avrei passato gran parte della mia vita ad occuparmi di filosofia politica.

MF: In effetti, noi scienziati politici siamo a volte troppo realisti. Ma siamo anche  convinti che le idee e i valori contino nel plasmare il cambiamento. E che la politica non sia solo gestione dell’esistente, ma anche “visione”, elaborazione di utopie realizzabili (anche se suona come un ossimoro)

PVP: Il reddito di base incondizionato è in qualche modo un’utopia. Ma lo erano,  fino a non moltissimo tempo fa, anche l’abolizione della schiavitù o il suffragio universale. “Il possibile non verrebbe mai raggiunto nel mondo se non si ritentasse, ancora e poi ancora, l’impossibile” Così scrisse Max Weber nel suo famoso testo La politica come professione. Un’esortazione da condividere in pieno. Avanti!

 

Questo articolo è uscito su La Lettura, supplemento del Corriere della Sera, il 22 Ottobre 2017

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Consigli ai giovani. E non solo

Se la disoccupazione giovanile è così alta in Italia non dobbiamo prendercela solo con la crisi. Parte di questo drammatico problema risiede nel divario fra le competenze maturate a scuola e quelle richieste dal sistema produttivo. Secondo alcune stime, se non ci fosse questo divario la disoccupazione fra i 15 e i 29 anni potrebbe ridursi dal 28% al 16%. Una cifra impressionante.

 

Al Nord, non si trovano laureati in ingegneria e altre discipline scientifiche. Al Sud, mancano diplomati con buona formazione da inserire nel turismo, nei servizi culturali, sanitari e sociali. Titolo di studio a parte, quali sono le maggiori carenze lamentate dalle imprese? Una recente ricerca della Confindustria di Bergamo (la seconda provincia industriale d’Europa, dopo Brescia) fornisce interessanti indicazioni. I neo-assunti sono scarsi in matematica di base, non parlano bene l’inglese né altre lingue straniere. Anche l’informatica e l’italiano scritto lasciano a desiderare. Le carenze più gravi riguardano però la capacità logica, l’attitudine alla leadership, la creatività. Sono quelle “meta-competenze” che rendono capaci di attivare conoscenze e abilità più specifiche per affrontare problemi complessi. E che incentivano a mantenere flessibilità di pensiero e curiosità ad ampio spettro.

 

Come si formano tali meta-competenze? Non c’è una ricetta prestabilita. Molti giovani le maturano spontaneamente; alcuni insegnanti sono capaci di stimolarle. I nostri istituti secondari producono talenti apprezzati in tutto il mondo. Ce ne saranno sicuramente molti anche fra i quattrocentocinquantamila maturandi che in questi giorni stanno sostenendo gli esami di stato. Non si può tuttavia contare solo sulla spontaneità. Le meta-competenze possono e devono essere deliberatamente coltivate, tramite approcci e pratiche educative già ben sperimentate in altri paesi. Secondo le ricerche della Fondazione Agnelli, nelle scuole italiane prevale ancora la didattica ex cathedra incentrata sul programma ministeriale, c’è poca apertura verso i metodi che gli esperti chiamano “euristici” perché volti a consolidare abilità trasversali e, appunto, meta-competenze.

 

L’anello più debole è la scuola media. La divisione fra licei, istituti tecnici e professionali incentiva poi una differenziazione per materie, una concentrazione eccessiva sui contenuti a scapito delle abilità. L’inarrestabile attrazione degli studenti verso i percorsi liceali sta poi svalutando, anche simbolicamente, i saperi tecnici. Perché non istituire un liceo “tecnologico”? Oggi esiste, all’interno del liceo scientifico, un indirizzo di scienze applicate, scelto da circa il 7% degli studenti: una percentuale simile a quella di chi opta per i licei artistici, sportivi e musicali. Un’altra buona idea sarebbe il potenziamento dei cosiddetti cicli brevi (due anni) dell’istruzione terziaria. In molti paesi, fra cui gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Austria, la Spagna, la Danimarca, questi percorsi attraggono fra il 10 e il 20% dei diplomati. Da noi sono stati creati gli Istituti Tecnici Superiori, intesi come “scuole ad alta specializzazione tecnologica”. Intento buono, realizzazione molto deludente: solo 93 istituti, con meno di ottomila frequentanti (in Sicilia 360, in Campania 180).

 

Ai nostri studenti manca infine il sostegno di adeguati servizi di orientamento. Dopo la maturità, il percorso universitario è scelto in base ad interessi personali, prevalentemente vicino a casa e famiglia. Le prospettive occupazionali e di carriera si situano agli ultimi posti fra i criteri di selezione. Se un giovane prova una profonda vocazione intellettuale per una dato campo del sapere, è senz’altro giusto che l’assecondi. Ma tutte le scelte hanno implicazioni pratiche, di cui bisogna essere ben consapevoli. Come ammonisce Seneca nel brano proposto ieri per la seconda prova del liceo classico, persino la filosofia “non risiede nelle parole, ma nei fatti”.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 23 giugno 2017

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Il nuovo welfare nell’era del lavoro fluido

Alcuni Paesi hanno già avviato riflessioni strategiche su come riorganizzare il mercato per innestare una nuova fase di crescita sostenibile, capace di contrastare la precarietà e l’esclusione

 

La ripresa economica sta finalmente attenuando il dramma della disoccupazione. Alcuni Paesi hanno già avviato riflessioni strategiche su come riorganizzare il mercato del lavoro per innestare una nuova fase di crescita sostenibile, capace di contrastare la precarietà e l’esclusione. L’obiettivo non è facile da raggiungere. Lo sviluppo dipende in modo sempre più stretto dalle innovazioni tecnologiche, dal commercio internazionale, dalla conquista o addirittura creazione di nuovi mercati, dalla digitalizzazione. Il lavoro certo non sparirà, ma diventerà sempre più fluido, le mansioni di routine si contrarranno rapidamente e i vari settori produttivi saranno esposti a veri e propri effetti «marea»: espansioni repentine seguite da contrazioni, non interamente prevedibili.

Per gestire queste dinamiche in modo inclusivo occorre riorganizzare la solidarietà sociale. Alcuni parlano di «fluidarietà». Il termine è un po’ ambiguo ed è un misto tra solidarietà e fluidità dell’occupazione. Ma può avere connotazioni positive se pensato come un complemento e non a sostituzione del welfare esistente.

Oggi i sistemi di tutela sono incentrati su sussidi accompagnati da politiche attive per riportare le persone al lavoro aiutandole nel frattempo. La rapidità dei mutamenti in atto richiede però di introdurre altri strumenti, di natura preventiva e che sostengano, proteggano e aumentino la capacità dei lavoratori di reinserirsi in un contesto strutturalmente mutevole.

E’ la cosiddetta “occupabilità” di cui si parla da circa un ventennio, e a molti addetti ai lavori può sembrare una nozione ormai trita. La novità è però che in vari Paesi questa nozione si è finalmente tradotta in schemi concreti. I Paesi scandinavi stanno sperimentando sistemi di smistamento intersettoriale e interprofessionale dei lavoratori per far fronte agli effetti marea di cui parlavamo. In Olanda e Germania (ma anche in Canada e Australia) i lavoratori effettuano test periodici di “occupabilità”, che consentono loro di accertare lo stato delle proprie competenze. Alcuni propongono che queste forme di accertamento periodico e gli eventuali aggiornamenti diventino una nuova forma di assicurazione sociale. In Francia esiste da qualche anno un programma che si chiama «conto personale di attività», sul quale lo Stato, i datori di lavoro e gli stessi cittadini (volontariamente) depositano risorse finanziarie da prelevare per esigenze di formazione. In alcuni casi, lo Stato accredita contributi sul conto per attività svolte in campo sociale. Naturalmente l’investimento in «occupabilità» deve iniziare ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro. La scuola svolge un ruolo cruciale, purché venga riorientata verso la trasmissione di conoscenze trasversali e la promozione di meta-competenze (come le capacità logiche), quelle che non diventano mai obsolete anche in contesti lavorativi fluidi.

Come finanziare le nuove forme di «fluidarietà»? In parte si tratta di schemi e programmi che possono essere gestiti anche sotto il profilo delle risorse dalle parti sociali nell’ambito della contrattazione decentrata, in altra parte devono attivarsi i territori; la digitalizzazione e la virtualizzazione di molte filiere non spezzerà il legame fra lavoro e spazio geografico. «Occupabilità» fa rima con mobilità e i giovani dovranno essere pronti a muoversi più di quanto non facciano oggi, soprattutto nel nostro Paese. Ma non sarà né possibile né desiderabile sganciare il lavoro dal territorio. Teniamo anche conto che tutta la cosiddetta economia bianca, connessa all’invecchiamento demografico e alla crescente domanda di servizi legati al benessere della persona e all’intrattenimento (turismo compreso), manterrà un forte ancoramento territoriale e registrerà una massiccia espansione nei prossimi decenni.

Non sarà possibile far gravare i costi di questa riorganizzazione solo sulle imprese e i singoli territori. Tutti dovranno contribuire. Cambiare le modalità di finanziamento del welfare è l’altra grande sfida che dobbiamo affrontare per sostenere la crescita inclusiva in un mercato del lavoro sempre più fluido.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 16 giugno 2017

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Ha dato il lavoro ai tedeschi ora è il turno della Francia

Peter Hartz, l’uomo che ha permesso la piena occupazione in Germania, lancia un progetto in asse con Macron. L’idea di un maxi piano per favorire l’impiego dei giovani. Per ora limitato a Parigi e Berlino, ma da estendere

di Maurizio Ferrera e Alexander Damiano Ricci

“Non potrebbe esserci  un progetto migliore di Europatriates sul quale trovare un con il nuovo Presidente francese, Emmanuel Macron. Europatriates potrebbe diventare la scintilla di una nuova ondata di europeismo”. Sono le parole pronunciate un paio di settimane fa, a Berlino, da Peter Hartz, ex-dirigente Volkswagen, ma soprattutto ex-Presidente della Commissione sulle riforme del mercato del lavoro tedesco, che ispirò, agli inizi degli anni Duemila, il piano governativo “Agenda2010” dell’allora governo Schröder. Ma cos’è esattamente Europatriates? E perché Macron è un interlocutore di Hartz?

Il progetto riguarda il lavoro dei giovani  (vedi box), da promuovere attraverso nuovi strumenti e metodologie.  Le risorse necessarie si aggirerebbero intorno 40 mila euro a partecipante, tutto incluso. Una cifra consistente. Che però riflette e quantifica  lo svantaggio di cui soffrono oggi i giovani per i mancati investimenti nell’istruzione, nella formazione, nelle politiche attive.  Chi dovrebbe mettere a disposizione le risorse? In parte, la Commissione europea, alla quale, tra le altre cose, Hartz non risparmia una stoccata: “Ha il potere e gli strumenti necessari; ora ha a disposizione anche le idee”.

Al di là degli obiettivi e dei contenuti di Europatriates, l’intervento di Hartz indica anche che il rinvigorimento dell’asse Berlino-Parigi non passa soltanto dal canale intergovernativo.  Peter Hartz intrattiene da tempo legami con l’establishment francese. Nel novembre del 2014, l’ex Presidente Volkswagen  era stato ospite del think tank francese En temps réel, a Parigi, proprio per presentare Europatriates.  In quella occasione venne ricevuto da  Hollande e si vociferò addirittura di un suo potenziale coinvolgimento nella progettazione delle riforme francesi. Che poi però non si concretizzò.  Sempre al 2014 risale il legame tra Macron e Hartz. I due ebbero un incontro  poco dopo la nomina del primo a Ministro dell’Economia, in seguito alle dimissioni del “radicale”  Arnaud Montebourg. In una intervista successiva, Hartz confessò di essere rimasto impressionato dalla determinazione di Macron.

Il neo-Presidente francese non è stato l’unico interlocutore di Hartz.  Nel gennaio del 2015 vi fu infatti un incontro con  un esponente dell’Ump di Sarkozy (un partito che allora stava cambiando nome in Les Republicains).  Si trattava di Bruno Le Maire, attuale Ministro dell’Economia nel nuovo governo di Édouard Philippe.

Le cattive condizioni del mercato del lavoro sono uno dei principali handicap dell’economia francese.  Lo ha ribadito da poco la Commissione UE nelle sue Raccomandazioni specifiche per paese. Negli ultimi anni è stato fatto più di un tentativo di cambiamento, ma senza grande successo.  Macron intende riprovarci. E al tempo stesso vuole modificare varie cose dell’agenda e della governance UE.  Per questo tuttavia occorre il consenso della Germania. Molti politici tedeschi hanno storto il naso di fronte alle proposte di  Parigi – soprattutto i liberali e la destra dell’Unione cristiano sociale (Csu). Per aprire il dibattito sulle riforme Ue, la Germania chiede una cosa precisa al nuovo inquilino dell’Eliseo: credibilità nelle riforme interne.

Le Maire ha già cercato di rassicurare Wolfgang Schäuble . In un recente incontro a Berlino, i due hanno messo a punto un’agenda comune.  Il Ministro francese ha però espressamente dichiarato che la “Francia rispetterà tutti gli impegni presi, alla lettera”, a partire dai livelli di deficit pubblico.

Le parole di Le Maire bastano come garanzia? Forse. In caso contrario, potrebbe esserci posto per un garante tedesco di livello, Peter Hartz appunto. Del resto, lui si è già detto disponibile.  Sui temi del lavoro, la coppia Merkron (Merkel e Macron)  potrebbe trasformarsi in MacHartz.  Se a beneficarne fossero davvero i giovani (possibilmente di tutti i paesi),  questo menage a troi  sarebbe più che benvenuto.

 


L’idea: Europatriates

L’osservazione. Alcuni Paesi dell’Ue hanno una capacità di formazione professionale eccessiva. Altri, sperimentano una svalutazione del proprio capitale umano.

La soluzione win-win. Un apprendistato all’estero, mirato al mantenimento del capitale umano, al suo re-impiego, ma anche allo sviluppo di servizi nei mercati del lavoro di partenza. Inizialmente, l’iniziativa potrebbe riguardare 250 mila giovani francesi e mezzo milione di tedeschi.

Il percorso. Il partecipante re-definisce le proprie ambizioni (coaching e diagnosi dei talenti), monitora le caratteristiche dei mercati del lavoro tramite l’utilizzo di un software open source (radar occupazionale), dialoga i suoi colleghi (polylog) e fruisce di un corso di lingua.

Il network. Le metodologie sono condivise online per replicare le best practices altrove (scale-up), a fronte di una sottoscrizione (social franchising).

Il costo. 215 miliardi di euro per un piano UE calibrato sul numero dei giovani disoccupati europei

Copertura finanziaria. Un fondo pubblico-privato presso la Banca europea degli investimenti (Bei). Le transazioni (azienda-tirocinante) potrebbero essere gestite per mezzo di uno strumento finanziario flessibile: i certificati di apprendistato (European apprenticeship time asset). Imprese e tirocinanti potrebbero convertire le ore-tirocinio in liquidità, a seconda delle esigenze.

 Per maggiori dettagli si vedano i seguenti link: ww.europatriates.eu/en;  www.shsfoundation.de/en      

    www.euvisions.eu


 

Questo articolo è comparso anche su L’Economia del Corriere della Sera del 28 maggio 2017

 

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Un nuovo istituto su lavoro e welfare, ma deve poter funzionare

Nel panorama degli enti pubblici c’è una new entry. Si chiama Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) e il suo compito sarà monitorare, valutare e contribuire alla progettazione delle “riforme”, in particolare quelle sul lavoro e sul welfare.  Di nuovo l’INAPP ha per ora solo il nome e il Presidente (Stefano Sacchi).  La struttura e il personale sono infatti quelli dell’ISFOL, creato negli anni Settanta per promuovere la indagini e sperimentazioni nel campo della formazione professionale e poi allargatosi anche alla gestione di programmi co-finanziati dalla UE.

C’era bisogno di cambiare? Decisamente si, L’ISFOL era diventato un centro senz’anima: ricerche e rapporti pressoché clandestini e senza impatto sul policy-making;  coinvolgimento diretto nell’attuazione di politiche,  un compito che richiede competenze molto diverse da quelle di chi vuole fornire conoscenze utili  e strategiche ai governi.

Di queste conoscenze abbiamo oggi bisogno come il pane.  In Italia le cosiddette riforme si fanno quasi sempre senza un’adeguata base empirica, avendo in mente obiettivi politici e scegliendo gli strumenti in base a logiche  giuridico-contabili. Negli altri paesi esistono invece centri che fanno programmazione strategica e immettono nel dibattito pubblico analisi e proposte orientate al futuro. I politici ne traggono grande beneficio, temperando la propria inesorabile propensione a privilegiare il presente.

Riuscirà INAPP a colmare questa lacuna? L’istituto nasce con uno statuto contorto, che lo lega mani e piedi al Ministero del Lavoro e all’ANPAL. L’organizzazione interna va ridisegnata, il finanziamento è incerto. C’è il rischio che tutto cambi perché niente cambi. Ma c’è anche un’opportunita’ davvero importante, che non va sprecata.  Sospendiamo il giudizio, in attesa di vedere i primi risultati. Sempre che il governo metta l’INAPP in condizioni di funzionare bene.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 24 maggio 2017

 

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Meno di un mese fa, una Raccomandazione della Commissione europea ha invitato gli Stati membri ad assicurare un reddito minimo adeguato a chiunque non disponga di risorse sufficienti. L’Italia è praticamente l’unico paese a non avere uno schema nazionale di questo genere. Di conseguenza, ha anche uno dei tassi di povertà assoluta (soprattutto minorile) più alti della UE. Visto che adesso “ce lo chiede anche l’Europa”, è urgente colmare la lacuna.

Di fatto occorre completare il percorso iniziato durante il governo Letta, che nel 2013 avviò la sperimentazione del Sostegno attivo all’inclusione (SIA). Matteo Renzi ha ottenuto dal Parlamento la delega a riformare l’assistenza sociale e a introdurre un Reddito di inclusione (REI)che garantisca su tutto il territorio l’accesso a beni e servizi “ necessari a condurre un livello di vita dignitoso”. Il Parlamento ha dato il via libera a marzo: un milione e settecentomila persone in condizioni di povertà assoluta potranno così contare su un trasferimento pubblico sotto forma di diritto soggettivo, non come assistenza discrezionale. Troppo poco, sostengono alcuni e in particolare i Cinque Stelle, che hanno formulato una proposta molto più ambiziosa e costosa. Ma il passo avanti c’è stato, e nella giusta direzione: una buona notizia.

Sull’efficacia del REI gravano tuttavia le ombre di un “se” e di un “ma”. Come precisa la Commissione europea, per chi è povero ma può lavorare il sussidio deve essere accompagnato da incentivi e servizi di inserimento nel mercato del lavoro. Questo tassello  è stato difficile da realizzare anche in quei paesi che hanno amministrazioni pubbliche efficienti e preparate. Soprattutto nel Mezzogiorno, i servizi per l’impiego quasi non esistono. Se, da un lato, è inaccettabile che in un paese prospero centinaia di migliaia di bambini crescano in povertà assoluta, dall’altro lato non bisogna sottovalutare il rischio che il REI si limiti a “pagare la povertà” senza promuovere l’auto-sufficienza economica dei beneficiari.

Il “ma” riguarda il lavoro. Gli alti tassi di povertà sono primariamente dovuti alla mancanza di occupazione. Non è solo colpa della crisi (e men che meno del Jobs Act, come qualcuno assurdamente suggerisce). Si tratta piuttosto di un problema dalle radici profonde che l’Italia si porta dietro da lungo tempo. Sin dagli anni Sessanta, rispetto alla Francia e alla Germania il nostro tasso di attività è rimasto stabilmente più basso di dieci punti o più: milioni di posti di lavoro in meno, e dunque di redditi. Il divario persiste ancora oggi e persino la Spagna è riuscita a superarci. Questi dati smentiscono chi oggi sostiene che “non c’è più lavoro per tutti”, che non se ne può creare di nuovo. E che l’unica soluzione sia redistribuire quello che c’è, garantendo un reddito di cittadinanza a tutti. Il mutamento tecnologico e la globalizzazione minacciano, è vero, molte delle produzioni e occupazioni tradizionali. La sfida però è quella di inventarne di nuove, non di rassegnarsi.

Il deficit di lavoro è dovuto a colli di bottiglia mai seriamente rimossi: barriere alla concorrenza, una fiscalità punitiva, oneri sociali troppo alti, ostacoli al lavoro femminile e così via. Per fare un solo due esempi, nel settore turistico (in cui dovremmo primeggiare) abbiamo un milione e mezzo di posti di lavoro in meno rispetto alla Francia, e quasi trecentomila in meno nei servizi ad alta intensità di conoscenza e tecnologia. Il potenziale per una maggiore occupazione esiste, ma non siamo capaci di realizzarlo.

Accogliamo con favore i piccoli progressi sul fronte del REI e impegnamici a proseguire. Parliamo però anche di lavoro. Se non colmiamo il deficit, come possiamo aspettarci di crescere allo stesso ritmo degli altri paesi? E se non aumentano le occasioni di percepire un reddito dal mercato, come facciamo a sussidiare i milioni di persone che potrebbero, vorrebbero e dovrebbero lavorare? Quando, vent’anni fa, fu sperimentato per un breve periodo il “reddito minimo d’inserimento”, in alcuni comuni del Sud fece domanda più della metà dei residenti, per mancanza di alternative.

Il modello di sviluppo italiano sta perdendo colpi a una velocità crescente. Oggi si apre a Napoli il primo Festival sullo Sviluppo Sostenibile. Nelle prossime settimane vi saranno decine di eventi e dibattiti. Speriamo che emergano maggiore consapevolezza dei problemi, nonché diagnosi e proposte su come affrontare povertà e mancanza di lavoro: le due sfide si possono risolvere solo insieme.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 22 maggio 2016

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È un dovere pagare le tasse ma il prelievo deve essere equo

Quando il pastore americano Jonathan Mayhew, in un sermone del 1750,  pronunciò la celebre frase No Taxation without Representation, non immaginava certo di aver appena definito il fondamento del patto fiscale democratico: lo stato può tassare solo se espressamente autorizzato dai cittadini. Nato per limitare il potere pubblico, il principio dell’autorizzazione democratica ha in realtà consentito nel tempo un’incessante aumento del prelievo. Dagli anni Cinquanta le entrate dello stato italiano sono ad esempio più che raddoppiate in percentuale sul PIL (oggi al 48%). I sondaggi segnalano che quote crescenti di elettori, non solo in Italia, ritengono un simile carico eccessivo e vessatorio.

Questa “alienazione” fiscale ha innanzitutto motivazioni utilitariste: pensiamo di pagare troppo per i benefici che riceviamo. Un calcolo preciso è impossibile, ma è vero che molti servizi pubblici sono di qualità scadente e potrebbero essere trasferiti al mercato. La psicologia cognitiva insegna tuttavia che tendiamo inevitabilmente  a sovrastimare le perdite e a sottostimare i guadagni, soprattutto se potenziali (ad esempio assistenza gratuita in caso di malattia). Siamo inoltre continuamente tentati dal cosiddetto free riding: la corsa gratis, cioè ottenere qualcosa senza pagarla. La sensazione di essere tartassati è in parte frutto di simili disposizioni. Lo stato non può rinunciare al “bastone” per farci pagare le tasse. Deve usare forme di controllo capaci di contrastare l’evasione, cercando però di non diventare oppressivo.

Il patto fiscale è oggi in crisi anche per ragioni di natura culturale: si sono affievoliti quei  sentimenti di appartenenza collettiva sui quali hanno storicamente poggiato le “etiche dei doveri”. Uso il plurale perché nella cultura europea ci sono etiche diverse. Nei paesi nordici la parola tassa vuol dire anche tesoro condiviso. Nei paesi latini il termine imposta (impot, impuesta) evoca invece la sottrazione forzosa di ciò che è nostro. E’ proprio in Sud Europa che il generale indebolimento delle appartenenze, combinandosi con tradizioni conflittuali, pone oggi al patto fiscale una sfida di particolare intensità.

La tassazione (livelli, modalità, equità) è sicuramente destinata a rimanere una questione politica centrale. Per contenere il rischio di alienazione (e protesta) fiscale, il principio di autorizzazione democratica da solo non basta più. Occorre razionalizzare la spesa pubblica, modernizzare l’esazione rendendola più equa e, soprattutto, recuperare soglie minime di etica della cittadinanza, ricordando che non ci possono essere diritti senza doveri.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 14 maggio 2017

 

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Serve un nuovo equilibrio tra nord e sud europa

La lunga crisi economico-finanziaria ha creato forti contrapposizioni fra gli stati europei. Quel poco di identità comune costruita nel corso dei decenni si è significativamente erosa e, con essa, la legittimità della UE come istituzione dotata di competenze e poteri sovranazionali. In un simile contesto, bene hanno fatto Esposito e Galli della Loggia (Corriere di lunedì) a richiamare l’attenzione sul tema dell’identità europea. Senza un senso di comune appartenenza, nessuna  istituzione di “governo” può funzionare e persino sopravvivere.

L’identità  è un contenitore di specifiche credenze (memorie storiche, valori, conoscenze e interpretazioni condivise). Ma le sue origini e il suo radicamento nelle coscienze individuali è una questione di processi: di interazioni, confronti, esperienze collettive. Come notano Esposito e Galli della Loggia, per forgiare identità stabili, fondare e consolidare nuove comunità territoriali le interazioni debbono anche riguardare questioni squisitamente politiche: chi decide cosa?  E, prima ancora, perché dobbiamo stare insieme e sottorporci ad un’autorità comune? Negli anni Cinquanta l’Europa nacque sulla scia di domande simili e, seppur fragile, il contenitore identitario si è formato. Ma oggi rischia di rompersi.

La proposta che Esposito e Galli formulano per affrontare la sfida è molto ambiziosa: l’elezione diretta, da parte dell’intero corpo elettorale europeo, di un Presidente UE e di due Vice-presidenti, uno per gli esteri e l’altro per la difesa. Un simile passo richiede naturalmente  una incisiva revisione dei Trattati, processo lungo e faticoso. Nell’attesa, conviene forse immaginare qualcosa di meno impegnativo ma pur sempre utile sul piano identitario.

I due fronti su cui lavorare sono essenzialmente due: rilanciare il principio dell’eguaglianza politica fra paesi membri; promuovere un nuovo equilibrio fra la cultura (germanica) della stabilità e la cultura (greco-latina) della solidarietà.

In base ai Trattati, i paesi membri sono tutti uguali. Progressivamente il loro peso decisionale è stato calibrato in base alla popolazione. Sulla scia delle riforme introdotte durante la crisi, gli attuali sistemi di voto tendono però oggettivamente a favorire le coalizioni fra paesi del Nord, imperniate sulla Germania. Inoltre, le pratiche informali del Consiglio sono, spesso, spudoratamente asimmetriche. Nei  negoziati sul bail out della Grecia, i rappresentanti eletti del popolo ellenico sono stati spesso trattati come zombie (l’espressione è di Habermas), alla mercé di improvvisati direttôri fra potenti, sempre presieduti da Merkel e/o Schäuble. Come stupirsi se poi gli elettori votano sulla base di interessi e identità esclusivamente nazionali?

Il secondo nodo riguarda il nesso fra responsabilità nazionali e solidarietà paneuropea. Durante la crisi, l’Europa si è trasformata in una Unione di “aggiustamenti fiscali” su base nazionale (i famosi compiti a casa), all’interno di un rigido quadro di regole e sanzioni disciplinari. Lo spirito della coesione sociale e territoriale, nato nei lontani anni Settanta, è andato quasi completamente smarrito. Un paradosso, visto che nel frattempo l’Unione economica e monetaria ha moltiplicato le interdipendenze fra paesi.

Il compito di affrontare le sfide dell’eguaglianza e della solidarietà spetta alle élite. Ciò che serve è un chiarimento politico-culturale serio, anche duro, fra i leader europei, soprattutto all’interno dell’eurozona. A metà degli anni Ottanta, al fine di lanciare il cosiddetto dialogo sociale europeo, Jacque Delors rinchiuse imprenditori e sindacati –che non facevano che litigare- nel castello di Val Duchesse in Belgio fino a quando non si accordarono. Oggi abbiamo bisogno di una nuova e ambiziosa Val Duchesse. Questa volta per lanciare un dialogo europeo su “responsabilità e solidarietà fra eguali”.

Naturalmente una simile iniziativa sarebbe inizialmente divisiva: il suo scopo dovrebbe proprio essere quello di alzare la polvere sotto i tappeti. Ma il percorso di formazione degli stati nazionali (soprattutto quelli multi-religiosi e/o multi-nazionali) è stato punteggiato di momenti di contrasto fra elite, seguiti da qualche accordo ‘consociativo’ volto proprio a  tenere assieme comunità territoriali fragili ed eterogenee e accompagnarle verso la piena democratizzazione. Certo, i Trattati andranno prima o poi cambiati. Senza un nuovo  patto politico-culturale fra chi oggi rappresenta e guida i popoli europei, nessun progresso istituzionale sarà tuttavia possibile. E il declino della Ue diventerà a questo punto irreversibile.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 12 aprile 2017

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