Archivi del mese: aprile 2016

Rovesciamo la clessidra del nostro welfare

Gli anziani con più di 65 anni sono più di tredici milioni, più di un quinto della popolazione. E’ comprensibile che le loro esigenze siano al centro del dibattito politico e che le pensioni e la sanità  assorbano la parte preponderante della spesa sociale. Si tratta del “welfare per la sicurezza e la cura”, rivolto a quei cittadini che hanno già dato il loro apporto alla collettività durante la vita attiva. Non un costo, dunque, ma un giusto ritorno per il lavoro svolto, l’impegno sociale, i contributi versati e le tasse –che peraltro continuano ad essere pagate anche durante il pensionamento.

Il problema delle risorse non può tuttavia essere ignorato. Ogni dato anno, pensioni, sanità, servizi per gli anziani devono essere finanziati dal gettito di quell’anno. Le imposte e i contributi del passato sono stati già spesi, non c’è alcuna “riserva” disponibile. Anzi, da decenni lo stato italiano spende più di quanto incassa.

Per alimentare il “welfare per la sicurezza” è indispensabile avere alti tassi di crescita e di occupazione. Su questo fronte l’Italia è messa male. La produttività è da anni in declino rispetto ai paesi concorrenti. La quota di lavoratori sulla popolazione adulta (18-65) è fra le più basse d’Europa. Fra le cause, vi è anche l’assenza di politiche pubbliche mirate ed efficaci. Abbiamo urgente bisogno di un “welfare per la crescita e la competitività”, che affianchi le persone – a cominciare dai giovani e dalle donne in generale- nei loro percorsi lavorativi, garantisca formazione permanente, consenta la conciliazione famiglia-lavoro, fornisca ammortizzatori sociali intelligenti, faciliti la mobilità e la flessibilità. Lo stato deve essere il regista del “welfare per la crescita”, ma molto può e deve essere fatto a livello decentrato, grazie alla collaborazione fra imprese e sindacati. E’ la strada imboccata, con grande successo, dalla Germania. Anche noi stiamo facendo i primi passi, prima col Jobs Act, ora con il ventaglio di misure a favore della contrattazione aziendale. Ma occorre procedere più speditamente e investire più risorse.

Serve infine un “welfare per l’inclusione attiva”, rivolto alle fasce più deboli. L’Italia ha da anni una preoccupante anomalia: i più deboli sono i minori che vivono in famiglie disagiate, con i genitori disoccupati o inattivi, collocati ai margini estremi del mercato del lavoro. Molti di questi bambini e adolescenti abbandonano la scuola e non riescono a inserirsi (i famosi Neet: circa un milione e mezzo). Il loro capitale umano è basso, in molti casi persino più misero di quello dei loro genitori. Nei confronti di questi giovani la società ha doveri di inclusione non inferiori ai doveri di protezione verso gli anziani. Non si tratta solo di equità, ma anche di efficienza. Senza robuste passerelle che immettano nel mercato del lavoro studenti motivati e competenti, il motore della crescita s’inceppa prima ancora di dar frutti sul piano della produttività e dell’occupazione. Sul versante dell’inclusione dobbiamo ribadire una scomoda verità: siamo sempre stati la cenerentola d’Europa e non stiamo facendo quasi niente. Il governo ha dato qualche segnale, prima con le misure di contrasto alla povertà (compresa quella educativa), ora con una legge delega sul riordino dell’assistenza. Ma sono, francamente, pannicelli caldi.

Da qualche settimana si è riacceso il dibattito sulle pensioni. A gran voce si propone di re-introdurre flessibilità in uscita (alcuni chiedono addirittura che ciò avvenga senza penalizzazioni) ed di estendere il bonus da 80 euro a chi ha prestazioni basse. Con un conto che può raggiungere i dieci miliardi di euro. Di crescita e inclusione nessuno si preoccupa.

E’ tempo di capovolgere il ragionamento. Il welfare per la competitività e quello per l’inclusione sono condizioni necessarie per continuare a finanziare il welfare per la sicurezza. Non si tratta di mettere in contrapposizione giovani, adulti e anziani. Ma di capire che senza investimento nei primi e nei secondi non può esservi protezione sostenibile per chi non lavora più. Abbassiamo dunque le luci sulle pensioni e accendiamole sulle politiche per il mercato del lavoro, per la formazione, l’istruzione, il contrasto alla povertà dei minori. Senza proclami e dogmatismi. E con l’impegno a introdurre misure concrete ed ambiziose nella prossima legge di Stabilità.

Questo editoriale è comparso anche su “Il Corriere della Sera” del 8 aprile 2016

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Quello spreco di talenti e il caso delle donne scoraggiate

La fotografia del mercato del lavoro diffusa ieri dall’Istat segnala una tendenza preoccupante: l’occupazione femminile è ferma. Anzi, nel mese di febbraio quasi cinquantamila donne sono diventate inattive per “scoraggiamento”. Difficile trovare un posto, ma ancor più complicato conciliare le esigenze familiari con un’eventuale lavoro. Le donne che restano intrappolate nella famiglia sono 2,3 milioni. Il 40% possiede un diploma superiore o una laurea: uno spreco enorme di abilità e talenti. Soprattutto al Sud, dove risiede quasi la metà delle scoraggiate.

Sui circoli virtuosi del lavoro femminile si discute ormai da un decennio. Banca d’Italia stima che se l’Italia avesse il tasso di occupazione medio UE il PIL farebbe un balzo in avanti di 7 punti. Eppure niente. E’ vero, abbiamo una struttura produttiva particolare: piccole imprese dove una maternità può creare seri problemi, un’economia dei servizi ancora poco sviluppata. I pregiudizi e gli stereotipi di genere, le pratiche discriminatorie sono ancora molto diffuse e radicate. Ma il vero, grande problema è la conciliazione. Mancano servizi che consentano a madri e figlie di “esternalizzare” almeno in parte il lavoro di cura. Ciò vale soprattutto per l’assistenza agli anziani, sempre più longevi ma spesso non più autosufficienti. Le famiglie che si prendono cura in modo diretto e continuativo di un parente anziano sono il doppio rispetto alla Svezia. Se ci sono anche i figli il carico aumenta esponenzialmente. Dopo la maternità, una donna su quattro rinuncia al lavoro. I padri (quelli giovani) hanno cominciato a collaborare, ma il tempo di cura delle donne è ancora più del doppio rispetto a quello dei loro partner.

Promuovere seriamente l’occupazione femminile ha un costo. Bisogna finanziare servizi sociali, congedi parentali (compresi quelli dei padri),incentivi fiscali e così via. Non deve fare tutto lo stato, può dare un contributo significativo anche il secondo welfare, capace di mobilitare risorse private. Ma non facciamoci illusioni, servono anche fondi pubblici, e soprattutto una regia da parte del governo.

A metà degli anni duemila alcune lungimiranti Ministre delinearono un’”agenda donne” che è poi diventata un fiume carsico. Ogni  tanto sparisce e anche quando c’è non riesce a dare frutti. Solo parole, neppure troppo entusiaste e sempre accompagnate dal solito ritornello, i vincoli di bilancio. Per altri scopi, non altrettanto virtuosi, le risorse si sono però trovate: svariati miliardi di euro per le famose deroghe pensionistiche e per tagliare le imposte sulla casa. Dal movimentismo renziano ci saremmo aspettati una qualche svolta, invece l’agenda donne è di nuovo sprofondata sotto terra. Una scelta sbagliata e incomprensibile, che contrasta non solo con le politiche da tempo attuate in altri paesi, ma con le stesse raccomandazioni UE.

Promuovere la conciliazione e, per il suo tramite, l’occupazione femminile è per l’Italia un enorme investimento sul futuro. Il lavoro delle donne accresce la prosperità e, col tempo, crea nuovi posti di lavoro. E’ inoltre dimostrato che la frequenza di asili nido e scuole materne di buona qualità consentirebbe ai nostri figlio e nipoti di realizzare, domani, tutto il loro potenziale. Ma l’investimento in servizi genera anche benefici immediati. Il reddito della famiglia aumenta, le donne riescono finalmente realizzare la loro doppia aspirazione: essere al tempo stesso madri e lavoratrici. Possibile che la politica non capisca e non si impegni?  E’ un caso abnorme, in Europa, di miopia collettiva, di irresponsabile autolesionismo. Che va al più superato.

Questo articolo è comparso anche su “Il Corriere della Sera” del 2 aprile 2016

 

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