Archivi del mese: settembre 2015

Dubbi amletici sul mito dei danesi solidali

Come può un Paese ricco chiudersi a riccio di fronte al dramma dei profughi? C’è qualcosa di marcio nello Stato di Danimarca, diceva Marcello nell’Amleto di Shakespeare. Ma c’è una spiegazione più prosaica: la presenza di un agguerrito partito xenofobo in parlamento.

L’attuale premier conservatore Rasmussen guida un monocolore di minoranza e non può ignorare il peso di questa formazione (più del 20%), di marca neo-populista. I leader politici di qualità sanno naturalmente rimodellare gli orientamenti delle loro opinioni pubbliche. Evidentemente questo non è il caso delle élites danesi. La Danimarca ha uno dei sistemi di welfare più generosi del mondo, emblema di solidarietà universalistica e pari opportunità.

Ma ha anche qualche scheletro nell’armadio. Nel boom del dopoguerra, questo Paese aveva bisogno di manodopera, ma si guardò bene di aprire le porte agli immigrati (la via tedesca). Il problema fu risolto spingendo le donne nel mercato del lavoro e sviluppando un welfare basato sui servizi alle famiglie che fosse funzionale a questa soluzione. L’altra faccia del solidarismo interno è stata insomma la chiusura verso l’esterno.

L’economia danese è piccola e competitiva, ha bisogno di libertà di commercio. Il problema è che non si può avere insieme questo mondo (l’apertura economica che porta vantaggi) e quell’altro (la chiusura delle frontiere per non avere fastidi). I Paesi scandinavi sono diventati membri di un più ampio spazio europeo che consente la libera circolazione in entrambi i sensi: uscite ed entrate. Nell’impero romano i rapporti fra le province erano disciplinati dallo ius hospitii , il diritto di ospitalità reciproca. Alla fine della tragedia shakespeariana, Amleto confessa: preferirei essere romano piuttosto che danese. Ci riflettano oggi i suoi conterranei.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 11 settembre 2015

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Quanto ci costa lasciare andare alla deriva il Mezzogiorno

Le debolezze del Mezzogiorno sono ancora oggi la madre di tutti i nostri problemi.

Fra i sociologi del mondo anglosassone circola una battuta: nel Sud è tutto diverso e in genere non funziona. La «legge» vale in ogni Paese e, naturalmente, è solo uno scherzo. Chissà quante volte, però, pensieri simili sono venuti in mente ai turisti che questa estate hanno invaso il nostro Mezzogiorno (migliore stagione dall’inizio della crisi). Ad esempio a quelli che non hanno potuto fare il bagno nella penisola sorrentina dopo gli acquazzoni di agosto, per divieto di balneazione. O agli sventurati che hanno preso il treno per andare da Napoli a Bari: 260 km, minimo quattro ore con cambio. Casistica e aneddoti potrebbero continuare all’infinito. E per ciascuno sarebbe facile opporre contro-esempi: non solo sui paesaggi o la cucina, ma anche sul funzionamento di qualche infrastruttura, dalla metropolitana di Napoli all’aeroporto di Catania. La cronaca fornisce del resto ogni giorno uno spaccato dell’estrema polarità, in negativo e in positivo, di quest’area d’Italia.

Il dibattito sul Sud deve oggi liberarsi completamente dai luoghi comuni, dalla rassegnazione gattopardesca, dall’illusione che i persistenti contrasti interni siano in realtà un valore. Siamo di fronte a un fallimento storico di proporzioni enormi, che coinvolge élite politiche di ogni colore e grandissima parte della classe dirigente meridionale. Non sembra esagerato dire che le debolezze di questa metà dell’Italia restano ancora oggi la madre di tutti i nostri problemi.
In nessun Paese Ue i dati medi sono così fuorvianti come da noi. Prendiamo i tassi di crescita. Al Nord la recessione è finita nel 2014. Il Pil di Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna veleggia quest’anno verso un incremento di almeno un punto e mezzo, un tasso «tedesco», superiore a quello di Francia, Austria, Olanda, persino della stizzosa Finlandia. Dal 2008, le regioni del Sud non sono invece mai uscite dalla recessione (neppure nel 2010-2011) ed è possibile che non ne escano neppure quest’anno.

 Il confronto con la Spagna è particolarmente imbarazzante. Dal 2010 la Commissione Ue misura il grado di sviluppo e di competitività di tutte le regioni. In Italia la prima è la Lombardia, al 128 posto, mentre in Spagna è la Catalogna, posto 141. Subito dopo vengono le altre regioni italiane del Nord, molto più sviluppate e competitive delle altre regioni spagnole. Nel Sud la gerarchia s’inverte. La peggior regione in Spagna è l’Estremadura, al posto 223. Quasi tutto il nostro Sud sta sotto (l’ultima è la Sicilia al 235, peggio di Ceuta e Melilla). Il confronto diventa ancora più allarmante in senso dinamico. Dal 2010 in poi il divario fra i due Paesi ha continuato ad allargarsi.

Disastrose in sé, queste tendenze stanno innescando meccanismi destinati ad aggravarle. Una regione che dà segni di vitalità attrae risorse dall’esterno; una che declina non ne attrae e anzi finisce per depauperarsi ulteriormente. Pensiamo ai diplomati più bravi. Nel Sud uno studente su quattro sceglie una Università del Centro-Nord e tende a non tornare dopo la laurea. Il quadro spagnolo è molto più virtuoso. Le Università pubbliche hanno il numero programmato e la mobilità interregionale è alta. Ma gli atenei andalusi hanno tassi di copertura dei propri posti appena più bassi di quelli della Catalogna o di Madrid. Non c’è «drenaggio» di cervelli da Sud a Nord.

La politica per il Mezzogiorno deve urgentemente entrare nell’agenda di governo. Il dibattito sulle possibili soluzioni ha molte voci. L’ultimo rapporto della Svimez fornisce la fotografia più aggiornata dei problemi ed è ricca di spunti propositivi. In un recente volume, Dario Di Vico e Gianfranco Viesti si sono confrontati su due diverse opzioni di politica economica: una più liberista (Di Vico), una più programmatoria (Viesti). Quest’ultimo ha provocatoriamente suggerito di «abolire il Mezzogiorno» come destinatario di politiche straordinarie. Ma il Sud non può sparire come priorità nazionale. Nel 2013 è stata istituita una Agenzia per la coesione territoriale, che ha molto faticato a diventare operativa. Ora sta reclutando una quarantina di esperti. È un buon segnale. Ma per cambiare passo servono impegni e sforzi davvero eroici. Che non sembrano purtroppo all’orizzonte.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 10 settembre 2015

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Università, il segnale ignorato

Le iscrizioni all’università stanno calando. Il dato è preoccupante, soprattutto se consideriamo che nel nostro Paese il numero di diplomati che proseguono gli studi è già molto basso: meno di 50 su 100, di contro a 55 in Germania e Spagna, a 70 nel Regno Unito e a più di 80 negli Usa. Se è vero che il successo economico dipenderà sempre di più dal capitale umano e dalla «conoscenza», l’Italia rischia grosso. E non solo rispetto ai Paesi più avanzati, ma anche a quelli in via di sviluppo. Fra i giovani brasiliani, argentini, sudafricani e persino indonesiani ci sono già più laureati che in Italia.

Come si spiega il calo? In parte, è un’illusione ottica. Rispetto al 2000, oggi gli studenti universitari sono un po’ di più. Nel frattempo c’è però stata la riforma che ha introdotto il 3+2 (laurea triennale e laurea magistrale). Fra il 2001 e il 2004 ci fu un boom di iscritti, attratti dalla possibilità di finire gli studi più rapidamente. L’entusiasmo si è però subito afflosciato, contraendo le immatricolazioni. Inoltre nel 2008 è arrivata la crisi, che ha scoraggiato molte famiglie dal sobbarcarsi il costo dell’università per i figli.

Anche tenendo conto della «bolla» nei dati, la situazione resta estremamente preoccupante. La diminuzione degli iscritti dopo il 2004 indica che la riforma non ha funzionato: uno dei suoi principali obiettivi era proprio quello di innalzare stabilmente il tasso di scolarizzazione terziaria. Ci ritroviamo perciò al punto di partenza, con un serio deficit di laureati, soprattutto nella cosiddetta area Stem: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. D ato che in Italia l’accesso all’università è ancora fortemente collegato alle condizioni economiche delle famiglie di provenienza, il quadro assume anche una marcata dimensione di iniquità.

Per rimediare occorre affrontare di petto le storture e debolezze che le riforme dell’ultimo quindicennio hanno appena scalfito. Vi è innanzitutto il problema dei costi. Le rette sono troppo basse per i ricchi e troppo alte per i poveri. Molti vorrebbero un’università quasi totalmente gratuita, come in Germania o nei Paesi scandinavi. Le nostre finanze pubbliche ora non ce lo consentono. E abbiamo anche una distribuzione più diseguale della ricchezza fra le famiglie. Ragioni di sostenibilità ed equità consigliano una ricalibratura interna, facendo pagare di più chi può permetterselo e aumentando borse di studio e servizi per chi ha pochi mezzi.
Vi è poi il problema dei percorsi formativi. A dispetto della girandola di cambiamenti, il nostro sistema universitario non è ancora riuscito ad attrezzarsi per l’istruzione terziaria di massa. Non si tratta di «licealizzare» l’insegnamento, ma di organizzare un’offerta didattica più allineata ai livelli di partenza dello studente medio e alle esigenze del mercato del lavoro, risolvendo una volta per tutte anche il problema degli abbandoni e dei fuori corso. Non è accettabile che il 40 per cento degli iscritti arrivi alla laurea magistrale con un ritardo compreso fra uno e dieci anni.

Occorre poi introdurre il canale formativo che nelle classificazioni internazionali è definito «istruzione terziaria a corto ciclo». Al suo interno gli studenti prendono diplomi di uno o due anni, a carattere fortemente professionalizzante. La Francia, il Regno Unito, la Svezia offrono esempi molto interessanti. Anche in Italia sono stati creati gli Istituti tecnici superiori come alternativa all’università. Ma si tratta di un’esperienza ancora limitata (in tutto il Sud ce ne sono solo 15), che andrebbe peraltro estesa ad una gamma più vasta di settori professionali.

Vi è, infine, la questione dell’inserimento lavorativo. In Italia la laurea «rende» poco. Ci vogliono quasi dieci mesi per trovare un’occupazione (il doppio della media Ue), due anni per un contratto a tempo indeterminato. Inoltre le aziende italiane premiano poco i laureati in termini di retribuzione, ritenendo che le loro competenze siano scarse. Conta anche l’alta incidenza delle piccole e medie imprese a conduzione familiare, ove ancora persiste una diffidenza culturale nei confronti dell’università in quanto tale. Un maggiore coinvolgimento degli imprenditori nel progettare percorsi e tirocini consentirebbe di superare questi ostacoli.

Una efficace politica di reclutamento terziario deve iniziare già durante la scuola superiore. Non basta organizzare open days e distribuire opuscoli agli studenti delle secondarie. Bisogna sensibilizzarli e motivarli sui loro banchi di scuola, al limite fargli «provare un po’ di università» durante le vacanze o nel pomeriggio. Negli Stati Uniti è in corso una sperimentazione molto promettente. Grazie al sostegno di grandi aziende, alcune scuole si stanno trasformando in early college high schools : offrono un percorso di sei anni (anziché quattro) che oltre alla maturità conferisce anche un pacchetto di crediti universitari da spendere dopo. Il programma di studi si focalizza sulle discipline Stem e prevede vari tirocini formativi. L’esperimento si chiama P-Tech ( http://www.ptech. org ). Nulla impedisce al ministro Giannini, ai nostri rettori e a qualche imprenditore illuminato di visitare il sito e prendere ispirazione.

Secondo l’Ocse, entro il 2030 Cina e India produrranno più del 60% dei laureati in materie scientifiche su scala mondiale. Se le cose non cambiano, la produttività italiana in questo cruciale settore rischia di ridursi ad uno «zero virgola», relegandoci nella poco invidiabile categoria dei Paesi de-sviluppati.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 3 settembre 2015

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