Archivi del mese: settembre 2015

Liberiamo la famiglia come fanno in Asia

Maurizio Ferrera

Welfare/1 L’Europa del Sud ha in comune con Corea e Giappone un sistema di assistenza, fondato sul molo della parentela, che grava soprattutto sulle donne. Loro cambiano, noi no –

Il nostro Paese è tradizionalmente accusato, anche nel dibattito internazionale, di essere eccessivamente «familistico». Per familismo s’intende un modello sociale (e di welfare) caratterizzato da quattro tratti distintivi. Innanzitutto, l’estensione e la robustezza dei legami di parentela, compresa la pratica ancora molto diffusa (e non solo per problemi economici) della coabitazione prolungata fra figli e genitori. Un diritto di famiglia, poi, il quale assegna per legge ai legami familiari molte responsabilità di mutua assistenza che in altri Paesi sono invece delegati allo Stato. In terzo luogo, la concentrazione all’interno della famiglia dei principali compiti di cura per i propri componenti: figli, disabili, anziani. Infine, una divisione di genere del lavoro domestico che scarica tali compiti essenzialmente su madri, figlie, nuore.

Il familismo è criticato non solo perché penalizza le donne, ma anche perché produce alcuni effetti perversi. La parentela può diventare la base della «clientela». I giovani tardano ad emanciparsi, a formare nuove famiglie, a fare figli: i nostri tassi di natalità sono fra i più bassi del mondo. Alcune famiglie non ce la fanno a sopportare i costi umani, organizzativi ed economici del sovraccarico di «cura».

Ma siamo davvero l’unico Paese a soffrire di questa sindrome? Da tempo gli studiosi hanno messo in luce come il familismo sia in realtà un tratto caratterizzante di tutta l’Europa meridionale. Recentemente il dibattito ha spostato la sua attenzione ai Paesi dell’Asia orientale. Seppure così distanti da noi, anche Giappone, Corea del Sud, Taiwan presentano un elevato livello di familismo. La cosa interessante è però che essi hanno imboccato vie promettenti per cambiare le cose e «liberare la famiglia».

Prima di esaminare i cambiamenti, proviamo a rispondere a due interrogativi: perché il familismo ha messo radici così profonde in Sud Europa? E come si spiega la sorprendente affinità tra Sud Europa e Asia orientale?

Rispetto ai Paesi nordeuropei, quelli mediterranei si sono sviluppati molto più tardivamente dal punto di vista economico: hanno registrato quelle che gli scienziati sociali definiscono modernizzazioni «compresse» in pochi decenni. I modelli di famiglia estesa, prevalenti nel mondo agricolo, sono mutati molto più lentamente rispetto alle trasformazioni dell’economia. In parte si sono adattati alle nuove condizioni del lavoro e della società industriale. La persistenza del lavoro autonomo (che assorbe ancora oggi più del 20 per cento degli occupati in Sud Europa) ha dal canto suo contribuito a riprodurre la centralità della parentela nelle forme di produzione e di convivenza.

Il fattore che spiega le somiglianze con l’Asia orientale è essenzialmente di natura culturale-religiosa: l’affinità tra cattolicesimo e confucianesimo. Le dottrine sociali di entrambe queste religioni (anche se il confucianesimo è più un sistema etico che una religione in senso stretto) considerano la famiglia come la cellula di base della società. Per il cattolicesimo la famiglia «naturale» è eterosessuale e assicura la riproduzione: fra i suoi compiti vi è anche quello di instillare nei figli alcuni valori fondamentali, fornendo loro gli strumenti per diventare adulti con sensibilità morale e sociale, rispettosi di Dio. La società nel suo complesso deve proteggere e promuovere la causa della famiglia piuttosto che dell’individuo e della sua emancipazione da essa. Precetti analoghi valgono per l’etica confuciana, anche se qui l’enfasi è posta più sui doveri dei figli verso i genitori che viceversa. Vi è anche affinità fra la concezione cattolica della sussidiarietà e quella confuciana dei cosiddetti «cerchi concentrici di filialità». In entrambi i casi, la sfera della solidarietà interpersonale, del rispetto, della pietas devono irradiarsi dalla famiglia alle altre comunità sociali di raggio più ampio, via via sino allo Stato.

Mentre i Paesi sudeuropei fanno molta fatica a uscire dal familismo, Giappone e soprattutto Corea hanno avviato una rapida transizione, facendo perno sul rafforzamento del welfare: un welfare pubblico volto a «liberare» le famiglie dal sovraccarico di funzioni, a emancipare donne e giovani. In entrambi i Paesi sono stati introdotti schemi di reddito minimo che consentono ai singoli e alle giovani coppie di fronteggiare l’emergenza povertà anche al di fuori della famiglia di origine. Nell’ultimo quindicennio la Corea ha avviato una vera e propria rivoluzione woman-friendly: costruzione di asili nido, uno schema nazionale contro la non autosufficienza degli anziani, rafforzamento dei diritti sociali per i genitori che lavorano e varie misure per facilitare e promuovere l’occupazione femminile. Seppur con più lentezza, il Giappone sta seguendo una strada simile, soprattutto sul versante dell’assistenza agli anziani.

Queste riforme sono in parte il frutto di scelte politiche e delle pressioni dei movimenti femminili. Ma gioca anche un altro fattore: il controllo dell’immigrazione. In Corea e Giappone gli immigrati sono relativamente pochi: non si è quindi formato quel mercato di badanti a basso prezzo che invece è letteralmente esploso in Sud Europa e che ha permesso alle famiglie di arrangiarsi anche in assenza di sostegno pubblico. Bisogna poi tenere presente un secondo fattore, soprattutto per la Corea. Qui i livelli di spesa sociale sono ancora bassi, la modernizzazione è appena iniziata. I margini di scelta sono dunque più elevati: si può scegliere di investire su famiglie, donne e giovani (istruzione compresa) anziché sulle pensioni. Negli anni Sessanta e Settanta, l’Italia scelse invece di investire soprattutto in pensioni. In un regime di vincoli fiscali, è oggi difficile ricalibrare il welfare dai padri ai figli: i primi sono infatti titolari di diritti acquisiti che è difficile modificare.

Sotto il governo Zapatero, la Spagna ha per la verità tentato di rimodellare il proprio welfare e di modernizzare il proprio diritto di famiglia (matrimonio omosessuale, parità di genere e così via). Molte regioni hanno istituito il reddito minimo e nel 2006 fu varata la Ley de Dipendencia per i non autosufficienti, con un programma molto ambizioso di investimenti in servizi per gli anziani. Il governo Rajoy ha ridimensionato le ambizioni e la crisi finanziaria ha fatto il resto. Molte delle disposizioni e dei progetti zapateriani sono rimasti lettera morta. L’Italia è invece ancora il fanalino di coda. Il piano nidi varato dall’ultimo governo Prodi è stato un fallimento. Alla non autosufficienza si continua a rispondere con l’assegno di accompagnamento. Che non solo è troppo basso (e va anche ai ricchi: un paradosso), ma alimenta il mercato irregolare delle badanti. Mancano adeguati servizi di conciliazione e manca il reddito minimo. Il cammino da percorrere per sostenere la famiglia anche da noi è ancora lungo e irto di ostacoli.

Criticare il familismo non vuol dire, si badi bene, essere contro la famiglia. Significa tuttavia prendere atto che lo status quo non è più sostenibile. La conferma più eclatante viene da due dati: i giovani formano nuove famiglie sempre più tardi e fanno sempre meno figli. Così come è oggi, il familismo fa male alla famiglia, ne erode le stesse basi di riproduzione nel tempo. Perciò la conclusione un po’ paradossale è che per conservare la famiglia bisogna, appunto, liberarla, trovando un nuovo equilibrio fra legami e obblighi parentali e filiali, da un lato, e autonomia ed emancipazione dei singoli individui, dall’altro lato.

Questo articolo è comparso anche su laLettura del 20 Settembre 2015

 

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Non è necessari o che faccia tutto il governo

Maurizio Ferrera

Il Rapport o di Save the Children punta il dito su una vera e propria piaga scoperta del nostro modello sociale e di intervento pubblico. I livelli di povertà educativa degli studenti sono troppo bassi e nel Mezzogiorno sono addirittura indecenti. In regioni come Sicilia, Campania, Basilicata uno studente di 15 anni ha il triplo di probabilità di non raggiungere competenze minime in matematica rispetto a uno studente trentino. In particolare la Calabria ha percentuali di alunni in povertà cognitiva identiche a quelle di paesi come la Turchia e la Bulgaria, e si avvicina pericolosamente ai paesi in via di sviluppo quali la Malesia ed il Messico. Che in un paese che si dice avanzato la situazione sia così drammatica è incomprensibile e inaccettabile. Il dramma è tanto più grave quanto più consideriamo che prevenire la povertà educativa non richiede sforzi immani né sul piano finanziario né su quello organizzativo. Save the children formula raccomandazioni molto ragionevoli e alla nostra portata: più scuole, insegnanti più motivati e attenti al problema, azioni mirate nei confronti di chi rischia di più, tempo pieno, attività extracurriculari. Dovrebbe essere già tutto previsto dalla «Buona Scuola». Purtroppo però le leggi non bastano, occorre attuarle e prendere impegni precisi sotto forma di target misurabili. I livelli di competenze sono fortemente correlati alla famiglia di origine, il che origina un circolo vizioso di generazione in generazione. La povertà economica non è il solo fattore responsabile, ma è il principale. Per questo qualsiasi piano non può prescindere da misure generali di contrasto alla povertà, come il reddito minimo di inclusione. Non è necessario che faccia tutto il governo. C’è il terzo settore, il volontariato, ci sono le Fondazioni. Queste ultime hanno un prezioso capitale di esperienze che può e deve essere valorizzato. Se ne ricordi il governo nella prossima legge di stabilità.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 16 Settembre 2015

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Dubbi amletici sul mito dei danesi solidali

Come può un Paese ricco chiudersi a riccio di fronte al dramma dei profughi? C’è qualcosa di marcio nello Stato di Danimarca, diceva Marcello nell’Amleto di Shakespeare. Ma c’è una spiegazione più prosaica: la presenza di un agguerrito partito xenofobo in parlamento.

L’attuale premier conservatore Rasmussen guida un monocolore di minoranza e non può ignorare il peso di questa formazione (più del 20%), di marca neo-populista. I leader politici di qualità sanno naturalmente rimodellare gli orientamenti delle loro opinioni pubbliche. Evidentemente questo non è il caso delle élites danesi. La Danimarca ha uno dei sistemi di welfare più generosi del mondo, emblema di solidarietà universalistica e pari opportunità.

Ma ha anche qualche scheletro nell’armadio. Nel boom del dopoguerra, questo Paese aveva bisogno di manodopera, ma si guardò bene di aprire le porte agli immigrati (la via tedesca). Il problema fu risolto spingendo le donne nel mercato del lavoro e sviluppando un welfare basato sui servizi alle famiglie che fosse funzionale a questa soluzione. L’altra faccia del solidarismo interno è stata insomma la chiusura verso l’esterno.

L’economia danese è piccola e competitiva, ha bisogno di libertà di commercio. Il problema è che non si può avere insieme questo mondo (l’apertura economica che porta vantaggi) e quell’altro (la chiusura delle frontiere per non avere fastidi). I Paesi scandinavi sono diventati membri di un più ampio spazio europeo che consente la libera circolazione in entrambi i sensi: uscite ed entrate. Nell’impero romano i rapporti fra le province erano disciplinati dallo ius hospitii , il diritto di ospitalità reciproca. Alla fine della tragedia shakespeariana, Amleto confessa: preferirei essere romano piuttosto che danese. Ci riflettano oggi i suoi conterranei.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 11 settembre 2015

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Quanto ci costa lasciare andare alla deriva il Mezzogiorno

Le debolezze del Mezzogiorno sono ancora oggi la madre di tutti i nostri problemi.

Fra i sociologi del mondo anglosassone circola una battuta: nel Sud è tutto diverso e in genere non funziona. La «legge» vale in ogni Paese e, naturalmente, è solo uno scherzo. Chissà quante volte, però, pensieri simili sono venuti in mente ai turisti che questa estate hanno invaso il nostro Mezzogiorno (migliore stagione dall’inizio della crisi). Ad esempio a quelli che non hanno potuto fare il bagno nella penisola sorrentina dopo gli acquazzoni di agosto, per divieto di balneazione. O agli sventurati che hanno preso il treno per andare da Napoli a Bari: 260 km, minimo quattro ore con cambio. Casistica e aneddoti potrebbero continuare all’infinito. E per ciascuno sarebbe facile opporre contro-esempi: non solo sui paesaggi o la cucina, ma anche sul funzionamento di qualche infrastruttura, dalla metropolitana di Napoli all’aeroporto di Catania. La cronaca fornisce del resto ogni giorno uno spaccato dell’estrema polarità, in negativo e in positivo, di quest’area d’Italia.

Il dibattito sul Sud deve oggi liberarsi completamente dai luoghi comuni, dalla rassegnazione gattopardesca, dall’illusione che i persistenti contrasti interni siano in realtà un valore. Siamo di fronte a un fallimento storico di proporzioni enormi, che coinvolge élite politiche di ogni colore e grandissima parte della classe dirigente meridionale. Non sembra esagerato dire che le debolezze di questa metà dell’Italia restano ancora oggi la madre di tutti i nostri problemi.
In nessun Paese Ue i dati medi sono così fuorvianti come da noi. Prendiamo i tassi di crescita. Al Nord la recessione è finita nel 2014. Il Pil di Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna veleggia quest’anno verso un incremento di almeno un punto e mezzo, un tasso «tedesco», superiore a quello di Francia, Austria, Olanda, persino della stizzosa Finlandia. Dal 2008, le regioni del Sud non sono invece mai uscite dalla recessione (neppure nel 2010-2011) ed è possibile che non ne escano neppure quest’anno.

 Il confronto con la Spagna è particolarmente imbarazzante. Dal 2010 la Commissione Ue misura il grado di sviluppo e di competitività di tutte le regioni. In Italia la prima è la Lombardia, al 128 posto, mentre in Spagna è la Catalogna, posto 141. Subito dopo vengono le altre regioni italiane del Nord, molto più sviluppate e competitive delle altre regioni spagnole. Nel Sud la gerarchia s’inverte. La peggior regione in Spagna è l’Estremadura, al posto 223. Quasi tutto il nostro Sud sta sotto (l’ultima è la Sicilia al 235, peggio di Ceuta e Melilla). Il confronto diventa ancora più allarmante in senso dinamico. Dal 2010 in poi il divario fra i due Paesi ha continuato ad allargarsi.

Disastrose in sé, queste tendenze stanno innescando meccanismi destinati ad aggravarle. Una regione che dà segni di vitalità attrae risorse dall’esterno; una che declina non ne attrae e anzi finisce per depauperarsi ulteriormente. Pensiamo ai diplomati più bravi. Nel Sud uno studente su quattro sceglie una Università del Centro-Nord e tende a non tornare dopo la laurea. Il quadro spagnolo è molto più virtuoso. Le Università pubbliche hanno il numero programmato e la mobilità interregionale è alta. Ma gli atenei andalusi hanno tassi di copertura dei propri posti appena più bassi di quelli della Catalogna o di Madrid. Non c’è «drenaggio» di cervelli da Sud a Nord.

La politica per il Mezzogiorno deve urgentemente entrare nell’agenda di governo. Il dibattito sulle possibili soluzioni ha molte voci. L’ultimo rapporto della Svimez fornisce la fotografia più aggiornata dei problemi ed è ricca di spunti propositivi. In un recente volume, Dario Di Vico e Gianfranco Viesti si sono confrontati su due diverse opzioni di politica economica: una più liberista (Di Vico), una più programmatoria (Viesti). Quest’ultimo ha provocatoriamente suggerito di «abolire il Mezzogiorno» come destinatario di politiche straordinarie. Ma il Sud non può sparire come priorità nazionale. Nel 2013 è stata istituita una Agenzia per la coesione territoriale, che ha molto faticato a diventare operativa. Ora sta reclutando una quarantina di esperti. È un buon segnale. Ma per cambiare passo servono impegni e sforzi davvero eroici. Che non sembrano purtroppo all’orizzonte.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 10 settembre 2015

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Università, il segnale ignorato

Le iscrizioni all’università stanno calando. Il dato è preoccupante, soprattutto se consideriamo che nel nostro Paese il numero di diplomati che proseguono gli studi è già molto basso: meno di 50 su 100, di contro a 55 in Germania e Spagna, a 70 nel Regno Unito e a più di 80 negli Usa. Se è vero che il successo economico dipenderà sempre di più dal capitale umano e dalla «conoscenza», l’Italia rischia grosso. E non solo rispetto ai Paesi più avanzati, ma anche a quelli in via di sviluppo. Fra i giovani brasiliani, argentini, sudafricani e persino indonesiani ci sono già più laureati che in Italia.

Come si spiega il calo? In parte, è un’illusione ottica. Rispetto al 2000, oggi gli studenti universitari sono un po’ di più. Nel frattempo c’è però stata la riforma che ha introdotto il 3+2 (laurea triennale e laurea magistrale). Fra il 2001 e il 2004 ci fu un boom di iscritti, attratti dalla possibilità di finire gli studi più rapidamente. L’entusiasmo si è però subito afflosciato, contraendo le immatricolazioni. Inoltre nel 2008 è arrivata la crisi, che ha scoraggiato molte famiglie dal sobbarcarsi il costo dell’università per i figli.

Anche tenendo conto della «bolla» nei dati, la situazione resta estremamente preoccupante. La diminuzione degli iscritti dopo il 2004 indica che la riforma non ha funzionato: uno dei suoi principali obiettivi era proprio quello di innalzare stabilmente il tasso di scolarizzazione terziaria. Ci ritroviamo perciò al punto di partenza, con un serio deficit di laureati, soprattutto nella cosiddetta area Stem: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. D ato che in Italia l’accesso all’università è ancora fortemente collegato alle condizioni economiche delle famiglie di provenienza, il quadro assume anche una marcata dimensione di iniquità.

Per rimediare occorre affrontare di petto le storture e debolezze che le riforme dell’ultimo quindicennio hanno appena scalfito. Vi è innanzitutto il problema dei costi. Le rette sono troppo basse per i ricchi e troppo alte per i poveri. Molti vorrebbero un’università quasi totalmente gratuita, come in Germania o nei Paesi scandinavi. Le nostre finanze pubbliche ora non ce lo consentono. E abbiamo anche una distribuzione più diseguale della ricchezza fra le famiglie. Ragioni di sostenibilità ed equità consigliano una ricalibratura interna, facendo pagare di più chi può permetterselo e aumentando borse di studio e servizi per chi ha pochi mezzi.
Vi è poi il problema dei percorsi formativi. A dispetto della girandola di cambiamenti, il nostro sistema universitario non è ancora riuscito ad attrezzarsi per l’istruzione terziaria di massa. Non si tratta di «licealizzare» l’insegnamento, ma di organizzare un’offerta didattica più allineata ai livelli di partenza dello studente medio e alle esigenze del mercato del lavoro, risolvendo una volta per tutte anche il problema degli abbandoni e dei fuori corso. Non è accettabile che il 40 per cento degli iscritti arrivi alla laurea magistrale con un ritardo compreso fra uno e dieci anni.

Occorre poi introdurre il canale formativo che nelle classificazioni internazionali è definito «istruzione terziaria a corto ciclo». Al suo interno gli studenti prendono diplomi di uno o due anni, a carattere fortemente professionalizzante. La Francia, il Regno Unito, la Svezia offrono esempi molto interessanti. Anche in Italia sono stati creati gli Istituti tecnici superiori come alternativa all’università. Ma si tratta di un’esperienza ancora limitata (in tutto il Sud ce ne sono solo 15), che andrebbe peraltro estesa ad una gamma più vasta di settori professionali.

Vi è, infine, la questione dell’inserimento lavorativo. In Italia la laurea «rende» poco. Ci vogliono quasi dieci mesi per trovare un’occupazione (il doppio della media Ue), due anni per un contratto a tempo indeterminato. Inoltre le aziende italiane premiano poco i laureati in termini di retribuzione, ritenendo che le loro competenze siano scarse. Conta anche l’alta incidenza delle piccole e medie imprese a conduzione familiare, ove ancora persiste una diffidenza culturale nei confronti dell’università in quanto tale. Un maggiore coinvolgimento degli imprenditori nel progettare percorsi e tirocini consentirebbe di superare questi ostacoli.

Una efficace politica di reclutamento terziario deve iniziare già durante la scuola superiore. Non basta organizzare open days e distribuire opuscoli agli studenti delle secondarie. Bisogna sensibilizzarli e motivarli sui loro banchi di scuola, al limite fargli «provare un po’ di università» durante le vacanze o nel pomeriggio. Negli Stati Uniti è in corso una sperimentazione molto promettente. Grazie al sostegno di grandi aziende, alcune scuole si stanno trasformando in early college high schools : offrono un percorso di sei anni (anziché quattro) che oltre alla maturità conferisce anche un pacchetto di crediti universitari da spendere dopo. Il programma di studi si focalizza sulle discipline Stem e prevede vari tirocini formativi. L’esperimento si chiama P-Tech ( http://www.ptech. org ). Nulla impedisce al ministro Giannini, ai nostri rettori e a qualche imprenditore illuminato di visitare il sito e prendere ispirazione.

Secondo l’Ocse, entro il 2030 Cina e India produrranno più del 60% dei laureati in materie scientifiche su scala mondiale. Se le cose non cambiano, la produttività italiana in questo cruciale settore rischia di ridursi ad uno «zero virgola», relegandoci nella poco invidiabile categoria dei Paesi de-sviluppati.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 3 settembre 2015

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