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Il nuovo welfare nell’era del lavoro fluido

Alcuni Paesi hanno già avviato riflessioni strategiche su come riorganizzare il mercato per innestare una nuova fase di crescita sostenibile, capace di contrastare la precarietà e l’esclusione

 

La ripresa economica sta finalmente attenuando il dramma della disoccupazione. Alcuni Paesi hanno già avviato riflessioni strategiche su come riorganizzare il mercato del lavoro per innestare una nuova fase di crescita sostenibile, capace di contrastare la precarietà e l’esclusione. L’obiettivo non è facile da raggiungere. Lo sviluppo dipende in modo sempre più stretto dalle innovazioni tecnologiche, dal commercio internazionale, dalla conquista o addirittura creazione di nuovi mercati, dalla digitalizzazione. Il lavoro certo non sparirà, ma diventerà sempre più fluido, le mansioni di routine si contrarranno rapidamente e i vari settori produttivi saranno esposti a veri e propri effetti «marea»: espansioni repentine seguite da contrazioni, non interamente prevedibili.

Per gestire queste dinamiche in modo inclusivo occorre riorganizzare la solidarietà sociale. Alcuni parlano di «fluidarietà». Il termine è un po’ ambiguo ed è un misto tra solidarietà e fluidità dell’occupazione. Ma può avere connotazioni positive se pensato come un complemento e non a sostituzione del welfare esistente.

Oggi i sistemi di tutela sono incentrati su sussidi accompagnati da politiche attive per riportare le persone al lavoro aiutandole nel frattempo. La rapidità dei mutamenti in atto richiede però di introdurre altri strumenti, di natura preventiva e che sostengano, proteggano e aumentino la capacità dei lavoratori di reinserirsi in un contesto strutturalmente mutevole.

E’ la cosiddetta “occupabilità” di cui si parla da circa un ventennio, e a molti addetti ai lavori può sembrare una nozione ormai trita. La novità è però che in vari Paesi questa nozione si è finalmente tradotta in schemi concreti. I Paesi scandinavi stanno sperimentando sistemi di smistamento intersettoriale e interprofessionale dei lavoratori per far fronte agli effetti marea di cui parlavamo. In Olanda e Germania (ma anche in Canada e Australia) i lavoratori effettuano test periodici di “occupabilità”, che consentono loro di accertare lo stato delle proprie competenze. Alcuni propongono che queste forme di accertamento periodico e gli eventuali aggiornamenti diventino una nuova forma di assicurazione sociale. In Francia esiste da qualche anno un programma che si chiama «conto personale di attività», sul quale lo Stato, i datori di lavoro e gli stessi cittadini (volontariamente) depositano risorse finanziarie da prelevare per esigenze di formazione. In alcuni casi, lo Stato accredita contributi sul conto per attività svolte in campo sociale. Naturalmente l’investimento in «occupabilità» deve iniziare ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro. La scuola svolge un ruolo cruciale, purché venga riorientata verso la trasmissione di conoscenze trasversali e la promozione di meta-competenze (come le capacità logiche), quelle che non diventano mai obsolete anche in contesti lavorativi fluidi.

Come finanziare le nuove forme di «fluidarietà»? In parte si tratta di schemi e programmi che possono essere gestiti anche sotto il profilo delle risorse dalle parti sociali nell’ambito della contrattazione decentrata, in altra parte devono attivarsi i territori; la digitalizzazione e la virtualizzazione di molte filiere non spezzerà il legame fra lavoro e spazio geografico. «Occupabilità» fa rima con mobilità e i giovani dovranno essere pronti a muoversi più di quanto non facciano oggi, soprattutto nel nostro Paese. Ma non sarà né possibile né desiderabile sganciare il lavoro dal territorio. Teniamo anche conto che tutta la cosiddetta economia bianca, connessa all’invecchiamento demografico e alla crescente domanda di servizi legati al benessere della persona e all’intrattenimento (turismo compreso), manterrà un forte ancoramento territoriale e registrerà una massiccia espansione nei prossimi decenni.

Non sarà possibile far gravare i costi di questa riorganizzazione solo sulle imprese e i singoli territori. Tutti dovranno contribuire. Cambiare le modalità di finanziamento del welfare è l’altra grande sfida che dobbiamo affrontare per sostenere la crescita inclusiva in un mercato del lavoro sempre più fluido.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 16 giugno 2017

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Ha dato il lavoro ai tedeschi ora è il turno della Francia

Peter Hartz, l’uomo che ha permesso la piena occupazione in Germania, lancia un progetto in asse con Macron. L’idea di un maxi piano per favorire l’impiego dei giovani. Per ora limitato a Parigi e Berlino, ma da estendere

di Maurizio Ferrera e Alexander Damiano Ricci

“Non potrebbe esserci  un progetto migliore di Europatriates sul quale trovare un con il nuovo Presidente francese, Emmanuel Macron. Europatriates potrebbe diventare la scintilla di una nuova ondata di europeismo”. Sono le parole pronunciate un paio di settimane fa, a Berlino, da Peter Hartz, ex-dirigente Volkswagen, ma soprattutto ex-Presidente della Commissione sulle riforme del mercato del lavoro tedesco, che ispirò, agli inizi degli anni Duemila, il piano governativo “Agenda2010” dell’allora governo Schröder. Ma cos’è esattamente Europatriates? E perché Macron è un interlocutore di Hartz?

Il progetto riguarda il lavoro dei giovani  (vedi box), da promuovere attraverso nuovi strumenti e metodologie.  Le risorse necessarie si aggirerebbero intorno 40 mila euro a partecipante, tutto incluso. Una cifra consistente. Che però riflette e quantifica  lo svantaggio di cui soffrono oggi i giovani per i mancati investimenti nell’istruzione, nella formazione, nelle politiche attive.  Chi dovrebbe mettere a disposizione le risorse? In parte, la Commissione europea, alla quale, tra le altre cose, Hartz non risparmia una stoccata: “Ha il potere e gli strumenti necessari; ora ha a disposizione anche le idee”.

Al di là degli obiettivi e dei contenuti di Europatriates, l’intervento di Hartz indica anche che il rinvigorimento dell’asse Berlino-Parigi non passa soltanto dal canale intergovernativo.  Peter Hartz intrattiene da tempo legami con l’establishment francese. Nel novembre del 2014, l’ex Presidente Volkswagen  era stato ospite del think tank francese En temps réel, a Parigi, proprio per presentare Europatriates.  In quella occasione venne ricevuto da  Hollande e si vociferò addirittura di un suo potenziale coinvolgimento nella progettazione delle riforme francesi. Che poi però non si concretizzò.  Sempre al 2014 risale il legame tra Macron e Hartz. I due ebbero un incontro  poco dopo la nomina del primo a Ministro dell’Economia, in seguito alle dimissioni del “radicale”  Arnaud Montebourg. In una intervista successiva, Hartz confessò di essere rimasto impressionato dalla determinazione di Macron.

Il neo-Presidente francese non è stato l’unico interlocutore di Hartz.  Nel gennaio del 2015 vi fu infatti un incontro con  un esponente dell’Ump di Sarkozy (un partito che allora stava cambiando nome in Les Republicains).  Si trattava di Bruno Le Maire, attuale Ministro dell’Economia nel nuovo governo di Édouard Philippe.

Le cattive condizioni del mercato del lavoro sono uno dei principali handicap dell’economia francese.  Lo ha ribadito da poco la Commissione UE nelle sue Raccomandazioni specifiche per paese. Negli ultimi anni è stato fatto più di un tentativo di cambiamento, ma senza grande successo.  Macron intende riprovarci. E al tempo stesso vuole modificare varie cose dell’agenda e della governance UE.  Per questo tuttavia occorre il consenso della Germania. Molti politici tedeschi hanno storto il naso di fronte alle proposte di  Parigi – soprattutto i liberali e la destra dell’Unione cristiano sociale (Csu). Per aprire il dibattito sulle riforme Ue, la Germania chiede una cosa precisa al nuovo inquilino dell’Eliseo: credibilità nelle riforme interne.

Le Maire ha già cercato di rassicurare Wolfgang Schäuble . In un recente incontro a Berlino, i due hanno messo a punto un’agenda comune.  Il Ministro francese ha però espressamente dichiarato che la “Francia rispetterà tutti gli impegni presi, alla lettera”, a partire dai livelli di deficit pubblico.

Le parole di Le Maire bastano come garanzia? Forse. In caso contrario, potrebbe esserci posto per un garante tedesco di livello, Peter Hartz appunto. Del resto, lui si è già detto disponibile.  Sui temi del lavoro, la coppia Merkron (Merkel e Macron)  potrebbe trasformarsi in MacHartz.  Se a beneficarne fossero davvero i giovani (possibilmente di tutti i paesi),  questo menage a troi  sarebbe più che benvenuto.

 


L’idea: Europatriates

L’osservazione. Alcuni Paesi dell’Ue hanno una capacità di formazione professionale eccessiva. Altri, sperimentano una svalutazione del proprio capitale umano.

La soluzione win-win. Un apprendistato all’estero, mirato al mantenimento del capitale umano, al suo re-impiego, ma anche allo sviluppo di servizi nei mercati del lavoro di partenza. Inizialmente, l’iniziativa potrebbe riguardare 250 mila giovani francesi e mezzo milione di tedeschi.

Il percorso. Il partecipante re-definisce le proprie ambizioni (coaching e diagnosi dei talenti), monitora le caratteristiche dei mercati del lavoro tramite l’utilizzo di un software open source (radar occupazionale), dialoga i suoi colleghi (polylog) e fruisce di un corso di lingua.

Il network. Le metodologie sono condivise online per replicare le best practices altrove (scale-up), a fronte di una sottoscrizione (social franchising).

Il costo. 215 miliardi di euro per un piano UE calibrato sul numero dei giovani disoccupati europei

Copertura finanziaria. Un fondo pubblico-privato presso la Banca europea degli investimenti (Bei). Le transazioni (azienda-tirocinante) potrebbero essere gestite per mezzo di uno strumento finanziario flessibile: i certificati di apprendistato (European apprenticeship time asset). Imprese e tirocinanti potrebbero convertire le ore-tirocinio in liquidità, a seconda delle esigenze.

 Per maggiori dettagli si vedano i seguenti link: ww.europatriates.eu/en;  www.shsfoundation.de/en      

    www.euvisions.eu


 

Questo articolo è comparso anche su L’Economia del Corriere della Sera del 28 maggio 2017

 

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Meno di un mese fa, una Raccomandazione della Commissione europea ha invitato gli Stati membri ad assicurare un reddito minimo adeguato a chiunque non disponga di risorse sufficienti. L’Italia è praticamente l’unico paese a non avere uno schema nazionale di questo genere. Di conseguenza, ha anche uno dei tassi di povertà assoluta (soprattutto minorile) più alti della UE. Visto che adesso “ce lo chiede anche l’Europa”, è urgente colmare la lacuna.

Di fatto occorre completare il percorso iniziato durante il governo Letta, che nel 2013 avviò la sperimentazione del Sostegno attivo all’inclusione (SIA). Matteo Renzi ha ottenuto dal Parlamento la delega a riformare l’assistenza sociale e a introdurre un Reddito di inclusione (REI)che garantisca su tutto il territorio l’accesso a beni e servizi “ necessari a condurre un livello di vita dignitoso”. Il Parlamento ha dato il via libera a marzo: un milione e settecentomila persone in condizioni di povertà assoluta potranno così contare su un trasferimento pubblico sotto forma di diritto soggettivo, non come assistenza discrezionale. Troppo poco, sostengono alcuni e in particolare i Cinque Stelle, che hanno formulato una proposta molto più ambiziosa e costosa. Ma il passo avanti c’è stato, e nella giusta direzione: una buona notizia.

Sull’efficacia del REI gravano tuttavia le ombre di un “se” e di un “ma”. Come precisa la Commissione europea, per chi è povero ma può lavorare il sussidio deve essere accompagnato da incentivi e servizi di inserimento nel mercato del lavoro. Questo tassello  è stato difficile da realizzare anche in quei paesi che hanno amministrazioni pubbliche efficienti e preparate. Soprattutto nel Mezzogiorno, i servizi per l’impiego quasi non esistono. Se, da un lato, è inaccettabile che in un paese prospero centinaia di migliaia di bambini crescano in povertà assoluta, dall’altro lato non bisogna sottovalutare il rischio che il REI si limiti a “pagare la povertà” senza promuovere l’auto-sufficienza economica dei beneficiari.

Il “ma” riguarda il lavoro. Gli alti tassi di povertà sono primariamente dovuti alla mancanza di occupazione. Non è solo colpa della crisi (e men che meno del Jobs Act, come qualcuno assurdamente suggerisce). Si tratta piuttosto di un problema dalle radici profonde che l’Italia si porta dietro da lungo tempo. Sin dagli anni Sessanta, rispetto alla Francia e alla Germania il nostro tasso di attività è rimasto stabilmente più basso di dieci punti o più: milioni di posti di lavoro in meno, e dunque di redditi. Il divario persiste ancora oggi e persino la Spagna è riuscita a superarci. Questi dati smentiscono chi oggi sostiene che “non c’è più lavoro per tutti”, che non se ne può creare di nuovo. E che l’unica soluzione sia redistribuire quello che c’è, garantendo un reddito di cittadinanza a tutti. Il mutamento tecnologico e la globalizzazione minacciano, è vero, molte delle produzioni e occupazioni tradizionali. La sfida però è quella di inventarne di nuove, non di rassegnarsi.

Il deficit di lavoro è dovuto a colli di bottiglia mai seriamente rimossi: barriere alla concorrenza, una fiscalità punitiva, oneri sociali troppo alti, ostacoli al lavoro femminile e così via. Per fare un solo due esempi, nel settore turistico (in cui dovremmo primeggiare) abbiamo un milione e mezzo di posti di lavoro in meno rispetto alla Francia, e quasi trecentomila in meno nei servizi ad alta intensità di conoscenza e tecnologia. Il potenziale per una maggiore occupazione esiste, ma non siamo capaci di realizzarlo.

Accogliamo con favore i piccoli progressi sul fronte del REI e impegnamici a proseguire. Parliamo però anche di lavoro. Se non colmiamo il deficit, come possiamo aspettarci di crescere allo stesso ritmo degli altri paesi? E se non aumentano le occasioni di percepire un reddito dal mercato, come facciamo a sussidiare i milioni di persone che potrebbero, vorrebbero e dovrebbero lavorare? Quando, vent’anni fa, fu sperimentato per un breve periodo il “reddito minimo d’inserimento”, in alcuni comuni del Sud fece domanda più della metà dei residenti, per mancanza di alternative.

Il modello di sviluppo italiano sta perdendo colpi a una velocità crescente. Oggi si apre a Napoli il primo Festival sullo Sviluppo Sostenibile. Nelle prossime settimane vi saranno decine di eventi e dibattiti. Speriamo che emergano maggiore consapevolezza dei problemi, nonché diagnosi e proposte su come affrontare povertà e mancanza di lavoro: le due sfide si possono risolvere solo insieme.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 22 maggio 2016

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Serve un nuovo equilibrio tra nord e sud europa

La lunga crisi economico-finanziaria ha creato forti contrapposizioni fra gli stati europei. Quel poco di identità comune costruita nel corso dei decenni si è significativamente erosa e, con essa, la legittimità della UE come istituzione dotata di competenze e poteri sovranazionali. In un simile contesto, bene hanno fatto Esposito e Galli della Loggia (Corriere di lunedì) a richiamare l’attenzione sul tema dell’identità europea. Senza un senso di comune appartenenza, nessuna  istituzione di “governo” può funzionare e persino sopravvivere.

L’identità  è un contenitore di specifiche credenze (memorie storiche, valori, conoscenze e interpretazioni condivise). Ma le sue origini e il suo radicamento nelle coscienze individuali è una questione di processi: di interazioni, confronti, esperienze collettive. Come notano Esposito e Galli della Loggia, per forgiare identità stabili, fondare e consolidare nuove comunità territoriali le interazioni debbono anche riguardare questioni squisitamente politiche: chi decide cosa?  E, prima ancora, perché dobbiamo stare insieme e sottorporci ad un’autorità comune? Negli anni Cinquanta l’Europa nacque sulla scia di domande simili e, seppur fragile, il contenitore identitario si è formato. Ma oggi rischia di rompersi.

La proposta che Esposito e Galli formulano per affrontare la sfida è molto ambiziosa: l’elezione diretta, da parte dell’intero corpo elettorale europeo, di un Presidente UE e di due Vice-presidenti, uno per gli esteri e l’altro per la difesa. Un simile passo richiede naturalmente  una incisiva revisione dei Trattati, processo lungo e faticoso. Nell’attesa, conviene forse immaginare qualcosa di meno impegnativo ma pur sempre utile sul piano identitario.

I due fronti su cui lavorare sono essenzialmente due: rilanciare il principio dell’eguaglianza politica fra paesi membri; promuovere un nuovo equilibrio fra la cultura (germanica) della stabilità e la cultura (greco-latina) della solidarietà.

In base ai Trattati, i paesi membri sono tutti uguali. Progressivamente il loro peso decisionale è stato calibrato in base alla popolazione. Sulla scia delle riforme introdotte durante la crisi, gli attuali sistemi di voto tendono però oggettivamente a favorire le coalizioni fra paesi del Nord, imperniate sulla Germania. Inoltre, le pratiche informali del Consiglio sono, spesso, spudoratamente asimmetriche. Nei  negoziati sul bail out della Grecia, i rappresentanti eletti del popolo ellenico sono stati spesso trattati come zombie (l’espressione è di Habermas), alla mercé di improvvisati direttôri fra potenti, sempre presieduti da Merkel e/o Schäuble. Come stupirsi se poi gli elettori votano sulla base di interessi e identità esclusivamente nazionali?

Il secondo nodo riguarda il nesso fra responsabilità nazionali e solidarietà paneuropea. Durante la crisi, l’Europa si è trasformata in una Unione di “aggiustamenti fiscali” su base nazionale (i famosi compiti a casa), all’interno di un rigido quadro di regole e sanzioni disciplinari. Lo spirito della coesione sociale e territoriale, nato nei lontani anni Settanta, è andato quasi completamente smarrito. Un paradosso, visto che nel frattempo l’Unione economica e monetaria ha moltiplicato le interdipendenze fra paesi.

Il compito di affrontare le sfide dell’eguaglianza e della solidarietà spetta alle élite. Ciò che serve è un chiarimento politico-culturale serio, anche duro, fra i leader europei, soprattutto all’interno dell’eurozona. A metà degli anni Ottanta, al fine di lanciare il cosiddetto dialogo sociale europeo, Jacque Delors rinchiuse imprenditori e sindacati –che non facevano che litigare- nel castello di Val Duchesse in Belgio fino a quando non si accordarono. Oggi abbiamo bisogno di una nuova e ambiziosa Val Duchesse. Questa volta per lanciare un dialogo europeo su “responsabilità e solidarietà fra eguali”.

Naturalmente una simile iniziativa sarebbe inizialmente divisiva: il suo scopo dovrebbe proprio essere quello di alzare la polvere sotto i tappeti. Ma il percorso di formazione degli stati nazionali (soprattutto quelli multi-religiosi e/o multi-nazionali) è stato punteggiato di momenti di contrasto fra elite, seguiti da qualche accordo ‘consociativo’ volto proprio a  tenere assieme comunità territoriali fragili ed eterogenee e accompagnarle verso la piena democratizzazione. Certo, i Trattati andranno prima o poi cambiati. Senza un nuovo  patto politico-culturale fra chi oggi rappresenta e guida i popoli europei, nessun progresso istituzionale sarà tuttavia possibile. E il declino della Ue diventerà a questo punto irreversibile.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 12 aprile 2017

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L’assedio ai valori condivisi

Alla fine della prima guerra mondiale, il poeta irlandese Yeats riassunse la catastrofe politica europea in questi celebri versi: “le cose crollano, il centro non può reggere; sul mondo si è scatenata pura anarchia”. E’ passato un secolo, oggi nessuno teme nuove guerre fra i popoli d’Europa. Ma il rischio che “il centro non regga” è di nuovo fra noi.

Negli USA è già successo. In campagna elettorale, Trump ha ripetuto spesso che il sistema politico americano era “rotto”, che occorreva rivoltarlo dalle fondamenta. Dalla Casa Bianca, questa operazione si sta rivelando più difficile del previsto: giudici e  Congresso oppongono resistenza alle picconate del nuovo Presidente. Ma per quanto resisteranno le forze moderate?

Anche in molti paesi UE il centro è sotto attacco. A destra la sfida viene dai populismi di marca “sovranista” (pensiamo a Marianne Le Pen), che a volte sfumano verso posizioni neo-fasciste o neo-naziste (il gruppo Pegida, in Germania e Olanda). A sinistra sta crescendo un populismo radicale, anticapitalista e antimondialista (le frange estreme di Podemos in Spagna, di Syriza in Grecia). In Italia la morsa è doppia. Da un lato,  la destra di Salvini e di Meloni. Dall’altro i Cinque Stelle: un movimento protestatario dal profilo sfuggente. Bersani l’ha recentemente definito un “centro arrabbiato”. Ma Grillo e Di Battista rifiutano qualsiasi collocazione sulla dimensione destra-sinistra, considerata un retaggio del passato. Comunque li si guardi, i nuovi populismi si propongono, proprio come Trump, di far crollare le cose in nome di alternative palingenetiche, inafferrabili nei loro specifici contenuti.

Per reagire a questa sfida, occorre riabilitare il centro. Non in senso partitico, ma politico-culturale. Il centro è molto di più che una posizione a metà strada fra destra e sinistra, una miscela annacquata e eterogenea di obiettivi presi un po’ di qua e un po’ di la.  E’ il punto di equilibrio dell’intero sistema, quello che tiene insieme la comunità politica in quanto tale, la difende dalle spinte centrifughe e disgregative. E’ il contenitore dei valori che fondano la convivenza civile: lo stato di diritto, la democrazia rappresentativa, i diritti di cittadinanza; la tutela di una sfera pubblica in cui possano dialogare visioni del mondo diverse senza scontri distruttivi. Salvaguardare questi valori è anche una questione di stile: ci vogliono pragmatismo, disponibilità alla conciliazione e qualche volta ai compromessi.

E’ su tali valori che l’Europa ha potuto riprendersi dopo le tragedie delle guerre mondiali, sconfiggendo anarchia, opposti estremismi, guerre fredde, terrorismi rossi e neri (baschi, irlandesi e così via). Tranne qualche isolato episodio, l’ondata populista non ha oltrepassato il confine della protesta violenta. Ma è una deriva che non si può escludere.

Per riabilitare i valori “centrali” della politica liberal-democratica, negli USA si è formato un movimento significativamente denominato No Label (nessuna etichetta). Un insieme di persone (fra cui molti rappresentanti eletti) con diversi orientamenti partitici, che hanno scelto di far leva su valori comuni per affrontare quattro emergenze nazionali: il lavoro, il welfare, l’energia, il risanamento di bilancio. Anche i No Label vogliono oltrepassare le tradizionali contrapposizioni fra progressisti e conservatori. Il loro scopo però è costruire, non distruggere.

Riflettendo sul disastro degli anni Venti, Yeats osservava: “ai migliori manca ogni principio, mentre i peggiori sono pieni di furiosa intensità”. In politica, ciascuna formazione ha i suoi migliori e i suoi peggiori. L’importante è non smarrire l’ancora dei principi condivisi. Che non sono di destra né di sinistra, non appartengono né al popolo né alle élite, ma sono il fondamento di una politica inclusiva e responsabile.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 4 aprile 2017

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Il linguaggio obsoleto di regole fuori dal tempo

Le donne imprenditrici sono più di un milione e mezzo, il 16% della forza lavoro. Il dato è superiore alla media UE (10%), ma i confronti internazionali indicano che il sostegno pubblico italiano alle imprese femminili è poco efficace. Ciò che è accaduto all’ing. Marrone – dieci anni per vedersi riconoscere un’agevolazione dalla Regione Campania- sarà stata un’eccezione, o almeno così speriamo. Basta però leggere il testo della Legge regionale 24/2005 per capire che le probabilità di vicende come questa erano sin dall’inizio molto alte. Le procedure prevedevano decine di documenti, certificazioni, autorizzazioni, perizie giurate. Dal decreto che, nel marzo 2017 (!),  ha finalmente concesso l’agevolazione all’impresa emerge una storia davvero kafkiana, peraltro riassunta in perfetto burocratese (“premesso che, considerato, verificato, ritenuto, dato atto, visto, visto altresì”, con tanto di sotto commi numerati con l’alfabeto greco).

Nessuno mette in dubbio la legittimità del procedimento.  E sappiano che in certe aree il tessuto imprenditoriale italiano lascia piuttosto a desiderare quanto a standard di legalità. Ma invece di arginare il malcostume, l’adozione di procedure arzigogolate finisce per creare opportunità di manipolazione. Senza contare la dilatazione dei tempi: che nesso può mai esserci fra un finanziamento erogato dieci anni dopo e gli obiettivi della  richiesta originaria?

La nostra burocrazia è ancora imbevuta di formalismo. La realizzazione degli obiettivi di policy si esaurisce quasi sempre nella definizione di regolamenti e procedure. Poi succeda quel che succeda, l’amministrazione ha fatto il suo dovere. Di fronte a un problema, i funzionari pubblici non si interrogano sulle soluzioni pratiche, in base a criteri di efficienza ed efficacia, ma si affannano a cercare lo strumento amministrativo entro il quale far rientrare quel problema, a costo di distorcerne la natura.

Non sappiamo se la Regione Campania abbia già svolto una qualche valutazione della legge 24/2005. Solo guardando ai risultati si potrà sapere che cosa ha funzionato e cosa no. Stando alla vicenda dell’ing. Marrone, una prima conclusione possiamo già azzardarla (beninteso, dopo la debita sequenza di “premesso, considerato, ritenuto e visto altresì”…): le procedure messe a punto nel 2006 per accedere alle agevolazioni non sono state il punto di forza di quel provvedimento.

 

Questo articolo è comparso anche su L’Economia de Il Corriere della Sera del 3 aprile 2017

 

 

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I 5 stelle vogliono governare il paese come i turisti giapponesi

Gli abitanti di Cartagena regolavano gli orologi in base ai colpi di cannone sparati a mezzogiorno. Un giorno, un turista giapponese nota che il cannone è in anticipo di cinque minuti rispetto al suo cronometro. Gli dicono che non è possibile, il segnale arriva dall’orologiaio del paese, il più famoso del mondo. Il giapponese allora va dall’orologiaio e gli chiede: ma lei in base a cosa regola i suoi orologi?  Risposta: in base ai colpi di cannone.

L’aneddoto è dello psicologo austro-americano Paul Watzlavick, noto per aver messo nudo i circoli viziosi che possono innescarsi nelle comunità sociali. Nel suo contro-discorso di Capodanno, Beppe Grillo ha usato la storiella come metafora della politica italiana: un sistema assurdamente autoreferenziale fino all’arrivo dei Cinque Stelle. I quali, nel ruolo di turisti giapponesi, “hanno rotto tutta questa roba circolare” che ha caratterizzato l’Italia degli ultimi decenni. L’immagine di Grillo è suggestiva, la rottura in effetti c’è stata. Ciò che non si vede (Roma docet) è però la “roba” nuova che dovrebbe sostituire quella vecchia.

Il turista giapponese di Cartagena riesce a spezzare il circolo vizioso perché possiede un cronometro di precisione. Il suo non è un punto di vista fra tanti (uno vale uno), ma un giudizio di fatto, basato su criteri condivisi di misurazione. Qual è l’orologio dei Cinque Stelle? I leader pentastellati spesso si stupiscono perché le loro proposte non vengano accolte “dagli altri”. Ma perché dovrebbero, esattamente? Quale standard garantisce la superiorità di queste proposte – dal reddito di cittadinanza all’istruzione? Fare i turisti giapponesi non basta per governare un grande paese (o anche solo la sua capitale). Ci vogliono i cronometri di precisione. Sennò le cose non cambiano, anzi possono addirittura peggiorare.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 1 gennaio 2017

 

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Welfare, le famiglie (e i giovani) invisibili

Sulle questioni di principio (come il matrimonio o le scelte riproduttive) il tema della famiglia suscita scontri ideologici da cappa e spada. Sul piano pratico è invece un non-tema, l’invisibile Cenerentola del welfare. L’Unione Europea colloca il modello d’intervento dell’Italia nel cosiddetto Gruppo 4 (su quattro: il più arretrato), insieme a Bulgaria, Estonia, Croazia, Grecia e Spagna. Nel Gruppo 1 sta la Scandinavia, con il Belgio e il Regno Unito. Questi paesi sono caratterizzati da una politica familiare “capacitante”, che aiuta i giovani a formare unioni autonome e stabili, a fare figli, a partecipare al mercato del lavoro e ad avere un reddito adeguato. Nel Gruppo 4 tutte queste cose sono difficili, per molte fasce sociali enormemente difficili. La UE definisce la politica familiare di questo insieme di paesi “limitata”. Sarebbe più appropriato chiamarla limitante. Le sue debolezze pesano infatti come un macigno sulle opportunità dei giovani, dei genitori e in particolare delle madri italiane.

Sul ritardo anagrafico con cui si comincia un’autonoma vita di coppia e sul tasso di fertilità stendiamo un velo pietoso. Una anomalia meno dibattuta riguarda il lavoro. Il 42% delle famiglie con figli è monoreddito: ad essere occupato è solo il padre. Nel Gruppo 1 la percentuale è sotto il 30%, la norma è il doppio reddito, con o senza part-time. Siccome anche in Italia sta crescendo il numero di working poor (occupati che pur lavorando restano in condizioni di indigenza) non possiamo certo stupirci se abbiamo il tasso di povertà minorile più alto della UE.

Nel modello “capacitante” lo stato assicura che la presenza dei figli non generi impoverimento. Gli assegni familiari sono universali e il fisco agevola, soprattutto se la madre lavora (in Italia il 25% delle madri lascia o perde il lavoro dopo la gravidanza). Per i redditi più bassi sono previsti crediti d’imposta: denaro che si aggiunge alla retribuzione. Le capacità non dipendono però solo dai soldi, ma anche dalla disponibilità di servizi, a cominciare dai nidi. Su questo fronte l’Italia ha fatto recentemente qualche progresso, ma unicamente al Centro-Nord. Nel Mezzogiorno siamo addirittura fuori dal perimetro del Gruppo 4.

La conciliazione resta un dramma: lo confermano le lettere e i dibattiti pubblicati sul sito La 27ma ora. L’organizzazione del lavoro è troppo rigida, mancano i servizi (o costano troppo), i carichi domestici gravano ancora principalmente sulle donne: il 63% delle occupate dichiara di non ricevere nessun aiuto dal partner.

Per uscire dal modello limitante dobbiamo metterci a correre. Dopo un inizio promettente, il governo Renzi è tornato alla cattiva abitudine dei provvedimenti frammentati e temporanei: bonus, sconti, micro-agevolazioni, detrazioni. Senza una logica riconoscibile che non sia quella del consenso (con benefici, peraltro, tutti da verificare). Alle politiche capacitanti non si arriva improvvisando, mettendo e togliendo. Servono interventi coordinati sul fronte dei trasferimenti, del fisco, dei servizi, dei congedi parentali, dell’abitazione, dell’accesso al credito. E naturalmente occorrono risorse. Per la famiglia il nostro paese spende meno di 310 euro pro capite all’anno, la metà della media UE, un terzo rispetto a Francia e Germania (dati 2012). Per le pensioni di vecchiaia spendiamo invece più di 3700 euro, il valore più alto di tutta la UE, paesi scandinavi inclusi.

Il governo si è impegnato (anche con Bruxelles) a redigere un Piano nazionale contro la povertà. Il piatto forte dovrebbe essere l’introduzione di una misura nazionale di garanzia del reddito, pilastro fondamentale del modello capacitante. Sarebbe stato auspicabile concentrare su questo fronte le risorse “sociali” della Legge di Stabilità. Invece si è scelto di dare la priorità alle pensioni. Di nuovo un’occasione sprecata, l’ultima di una interminabile serie.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 15 ottobre 2016.

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Le misure sulle pensioni e l’equità che manca

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Le misure costeranno 6 miliardi nei prossimi tre anni. Ma in un Paese che non riesce a riprendersi dalla crisi è una priorità aumentare (in deficit) la spesa pensionistica?

Le misure sulle pensioni saranno il piatto forte della prossima legge di stabilità. Equità sociale e flessibilità figurano tra le prime motivazioni dell’accordo fra governo e sindacati.  Il “pacchetto” costerà circa sei miliardi di euro nel corso dei prossimi tre anni. Con i tempi che corrono, non è certo una cifra da poco.

La maggiore libertà di scelta riguardo all’età di pensionamento verrà realizzata tramite un sistema di prestiti. Anche se  avrà una componente “sociale” onerosa per lo stato, l’ “anticipo pensionistico” (APE) dovrebbe avere costi relativamente contenuti. L’APE faciliterà la soluzione di alcuni problemi generati dalla riforma Fornero per lavoratori e imprese. Non illudiamoci però che possano esserci significative  ricadute sull’occupazione giovanile. Come ha dimostrato l’Istat nel suo ultimo Rapporto Annuale, il pensionamento degli anziani non si traduce automaticamente in nuove assunzioni di giovani. I settori che creano nuovi posti di lavoro sono infatti diversi da quelli che espellono occupati anziani.

Sul fronte dell’equità, nel loro insieme i contenuti dell’accordo lasciano alquanto a desiderare. Sono da valutare positivamente le facilitazioni per i ricongiungimenti contributivi e i lavori  usuranti, ma il grosso delle risorse verrà speso per aumentare gli importi delle pensioni più basse. La platea dei potenziali beneficiari includerà tutti i percettori della cosiddetta 14ª mensilità. Secondo stime dell’Inps, meno della metà di questi pensionati si trova in condizioni di bisogno economico. Gli altri vivono in unità familiari con reddito complessivo ben al di sopra della soglia di povertà. Se si fosse veramente perseguita l’equità,  gli aumenti avrebbero dovuto essere filtrati tramite l’Isee, che misura per l’appunto la situazione economica della famiglia.  Va poi considerato che nel nostro paese la povertà è oggi più diffusa fra i minori che non fra gli anziani. Invece di un intervento a pioggia che rischia di beneficiare anche chi non ha bisogno, sarebbe stato meglio stanziare più soldi per le famiglie con minori in condizioni di indigenza.

Più in generale, sembra opportuno chiedersi: in un paese che non riesce a riprendersi dalla crisi è davvero una priorità aumentare (in deficit) la spesa pensionistica, che peraltro è già fra le più alte d’Europa? Non sarebbe più opportuno investire nel welfare “per la crescita”?

La primavera scorsa il governo sembrava orientato, ad esempio, a introdurre incentivi e sostegni all’occupazione delle donne: sgravi contributivi, detrazioni, servizi. L’Italia non cresce anche perché non riesce ad attivare il “motore” del lavoro femminile. Dal canto suo, il nostro sistema educativo è molto lontano dagli standard UE ed è fortemente sotto-finanziato. Non formiamo il capitale umano necessario per imboccare la “via alta” alla globalizzazione, quella imperniata su innovazione, tecnologia, servizi avanzati.

C’è poi un ostacolo grande come una casa che ostacola crescita e occupazione: il cosiddetto cuneo  fiscale. Le aziende italiane pagano troppi contributi: il 33% solo per le pensioni,  una delle percentuali più elevate al mondo. Il successo del Jobs Act (più assunzioni a seguito della riduzione del costo del lavoro) sono la prova “a contrario” del legame perverso fra le modalità di finanziamento del nostro welfare e il mercato occupazionale. Lungi dall’essere una droga, gli sgravi contributivi sono uno strumento per mettere le nostre imprese alla pari con i loro concorrenti stranieri.

Molti hanno salutato il confronto governo-sindacati come un salutare ritorno alla concertazione. Ma quest’ultima è utile solo se persegue un qualche interesse generale, come nella tradizione nord-europea. In tutta sincerità, l’accordo del 28 settembre non sembra un passo in questa direzione.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 30 settembre 2016

 

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L’Italia e i sospetti europei

Sulla scia del drammatico terremoto in Italia centrale, Matteo Renzi ha riaperto la questione della cosiddetta flessibilità, chiedendo a Bruxelles un consistente sconto sul deficit pubblico del 2017. Sarebbe la terza volta dal 2015. A questo punto è chiaro che non si tratta solo di iniziative giustificate da eventi imprevisti, quanto piuttosto del tentativo di rinegoziare quel “vincolo esterno” sul bilancio pubblico che negli anni è diventato sempre più stretto. E che compromette i margini di manovra considerati essenziali per il governo dell’economia.

Dal punto di vista interno, l’obiettivo appare comprensibile e legittimo. Lo stesso si può dire, però, dei dubbi e delle resistenze dei nostri partner, a cominciare dalla Germania. Osservato dall’esterno, il sistema-Italia continua infatti a produrre segnali contrastanti. Al dinamismo di alcuni settori produttivi si contrappone un preoccupante ristagno dell’economia nel suo complesso, recentemente confermato dall’Istat. I turisti che viaggiano per il nostro paese colgono gli indizi di una società prospera. E le statistiche confermano che la ricchezza privata degli italiani è fra le più elevate d’Europa. Eppure abbiamo un debito pubblico enorme e tuttora in crescita, livelli di povertà (soprattutto minorile) da Terzo Mondo, servizi pubblici scadenti. Persino dal terremoto, con il suo terribile fardello di vittime e distruzione, sono emersi messaggi ambigui. Da un lato, una grande mobilitazione di solidarietà spontanea, testimonianza di un robusto e diffuso capitale sociale. Dall’altro, la persistente diffusione di indegni fenomeni di inefficienza, corruzione e frodi nell’uso delle risorse pubbliche, in occasione del precedente terremoto.

Verso l’Europa Matteo Renzi ha adottato un discorso nuovo, tutto incentrato sulla rottura con il passato e sulle riforme. Il 31 agosto il Presidente del Consiglio ha riassunto in trenta slides altrettanti successi del proprio governo: dall’occupazione alle tasse, dagli interessi sul debito alla giustizia. Un esercizio utile, per carità. Ma chi ci osserva dall’esterno, per quanta simpatia possa avere per il nostro premier, sa bene che si potrebbero compilare altrettante slides sui vizi persistenti del sistema-Italia, nonché sulle questioni che sono rimaste ai margini dell’agenda governativa: lavoro femminile (siamo ancora il fanalino UE), ricerca e sviluppo, economia sommersa e illegale e soprattutto il drammatico e crescente divario del Mezzogiorno dal resto del paese.

E’ in questa cornice che vanno inquadrate le perplessità europee a concedere quel credito (anche finanziario) che il governo rivendica. Il paradigma dell’austerità, caro a molti commissari UE e ministri dell’Eurogruppo, spiega una parte non secondaria di queste perplessità. Ma il resto è colpa nostra. Della “politica”, in primo luogo. In buona parte, però, anche di quei corpi intermedi (sindacati, associazioni imprenditoriali, corporazioni varie) che oggi chiedono a gran voce più coinvolgimento nei processi decisionali.

Non possiamo stupirci se a Bruxelles il tentativo di rinegoziare il vincolo esterno possa sembrare una tattica opportunista, volta a comprare tempo e risorse che poi verranno utilizzate in modi non virtuosi. La credibilità internazionale è un bene difficile da conquistare. Renzi non ha torto quando dice che le riforme richiedono tempi lunghi per dispiegare i propri effetti. Siamo tuttavia sicuri che l’agenda del governo sia sufficientemente ambiziosa, basata su una diagnosi articolata e coerente di tutte le ombre? Ammesso (ma, francamente, non concesso) che lo sia, quali sono esattamente gli strumenti con cui realizzarla con tempi non biblici? Dov’è quella “squadra” di esperti, da tempo promessa, che dovrebbe progettare, monitorare, valutare le politiche pubbliche? E infine: in che misura i famosi corpi intermedi concordano sulla diagnosi di base e sulle linee strategiche per il cambiamento?

Senza risposte chiare a questi interrogativi, è difficile dissipare i sospetti. E invece di essere (se usata bene) una soluzione per far ripartire la crescita, la riduzione del vincolo esterno rischia di alimentare molti dei vecchi vizi, relegandoci in una lunga eclisse di ristagno economico e sociale.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 8 settembre 2016.

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