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Gli articoli di Maurizio Ferrera pubblicati sul Corriere della Sera

Senza eurobond e pochi fondi: siamo ancora a rischio choc

Maurizio Ferrera

Il negoziato sul bilancio Ue s’intreccia con una discussione parallela di grande rilevanza: la possibile istituzione di un bilancio separato per l’Eurozona. La crisi ha dimostrato che la politica della Bce e il coordinamento delle politiche fiscali nazionali non bastano per far funzionare l’Unione economica e monetaria. Ciò che manca è un qualche meccanismo di stabilizzazione comune capace di far fronte agli choc asimmetrici che colpiscono (sovente non per colpa loro) alcuni paesi ma non altri.

Negli stati federali questi choc sono attutiti da due elementi (il bilancio dello stato centrale e la presenza di mercati finanziari fortemente integrati) che non sono operativi nell’Eurozona. Anche sulla creazione di un fondo di stabilizzazione comune è già emersa una linea di conflitto fra i paesi nel Nord (contrari) e quelli del Sud (favorevoli).

La Francia ha proposto la costituzione di un bilancio per l’eurozona, con risorse fra l’1% e il 2% del Pil, gestito da un ministro europeo delle Finanze.

I tedeschi vorrebbero invece utilizzare il Meccanismo europeo di stabilità (Esm), attribuendogli anche funzioni di monitoraggio e disciplina. Su pressione di Macron, Angela Merkel si è però recentemente detta favorevole alla creazione di un fondo per sostenere sviluppo e convergenza.

È ciò che ha già di fatto proposto la Commissione: 30 miliardi di risorse aggiuntive per sostenere gli investimenti in paesi colpiti da choc particolarmente acuti. L’Italia aveva lanciato l’idea di un fondo comune per la stabilizzazione della disoccupazione, una proposta che è rientrata nel tavolo delle trattative.

Il vero nodo è rappresentato dalle risorse. Per superare una soglia minima di funzionalità, il nuovo meccanismo dovrebbe avere facoltà di indebitarsi, emettendo obbligazioni comuni. Quasi impossibile che la Germania accetti. La vulnerabilità dell’Eurozona è così destinata a restare molto elevata e un’altra grave crisi finanziaria potrebbe, di nuovo, mettere a repentaglio la sopravvivenza dell’euro.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 30 Luglio 2018

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Chi vince (il Sud) e chi perde con la cassa di Bruxelles

Le nuove criticità, immigrazione e sicurezza, pesano sul confronto per il budget ’21-’27. Più fondi a Italia, Spagna e Grecia. I contraccolpi sui finanziamenti alla politica agricola.

Niccolò Donati

Ogni sette anni, la Commissione mette gli Stati Membri intorno ad un tavolo per negoziare il bilancio pluriennale dell’Unione Europea. Quello che nasce come solenne momento di riflessione sullo sviluppo futuro delle politiche europee, finisce, quasi inesorabilmente, in una bagarre tra Stati. Le trattative correnti per la programmazione 2021-2027 non sembrano fare eccezione: già dalle fasi iniziali, emergono quattro aspetti potenzialmente conflittuali. Il primo riguarda il «quanto». Secondo la compagine dei «quattro frugali» (Svezia, Danimarca, Austria ed Olanda) l’Unione Europea ha speso troppo in passato e deve sottoporre il budget ad una cura dimagrante.

Non è però questa l’opinione di Germania e Francia che, riconoscendo la criticità della fase attuale, hanno dichiarato di essere disposte a contribuire più generosamente, senza però specificare alcuna cifra. La Commissione ha quindi cautamente proposto un bilancio che si attesta intomo al 1% del Pil europeo. Tale cifra, che nelle precedenti trattative aveva già messo d’accordo gli Stati membri, va tuttavia valutata in relazione alla funzione del budget, cioè al «perché» della spesa.

Tagli e priorità
La doppia sfida dell’immigrazione (integrazione e sicurezza), il completamento del Mercato Unico e la lotta alla disoccupazione sono stati identificati dalla Commissione come settori da rafforzare. Se però l’ammontare complessivo delle risorse non aumenta, ne consegue una riduzione dell’impegno su altri fronti «tradizionali», in questo caso Politica Agricola Comune e Politica di coesione, che, secondo il think tank Bruegel, subiranno tagli in valore reale rispettivamente del 15% e del 7%. Tale riconfigurazione della spesa suggerisce anche qualcosa riguardo a «chi» beneficerà del budget: la tabella mostra come, nelle preallocazioni della politica di coesione, il baricentro della spesa si sposti dalla «periferia» Est (Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca) a quella Sud (Italia, Grecia, Spagna).

Oltre alle nuove priorità di spesa che avvantaggeranno i paesi maggiormente colpiti dalla crisi finanziaria e migratoria, questo dovrebbe avvenire anche in ragione della modifica del cosiddetto «metodo Berlino» per l’allocazione dei fondi.

Secondo la Commissione il calcolo dovrà includere, oltre al Pil prò capite, anche nuovi indicatori quali i tassi di disoccupazione e la presenza di migranti sul territorio, quest’ultima una condizione che favorisce stati della «Vecchia Europa» e del Sud in particolare già da tempo impegnati su questo fronte. L’ultimo aspetto controverso è il «quando»: la Commissione preme per un’approvazione rapida, in modo da anticipare le elezioni europee di maggio 2019.

C’è infatti il rischio che il budget diventi oggetto di disputa in campagna elettorale, venendo poi contestato o addirittura bloccato dal nuovo Parlamento eletto. Sul versante opposto, gli Stati che si prospettano come «perdenti», Polonia e Ungheria in primis, sono pronti a sfruttare la debolezza strategica delle elezioni per ottenere un esito più favorevole dalle negoziazioni. In questo quadro, è evidente un motivo conduttore: una cassa comune insufficiente sembra acuire i problemi politici dell’Unione piuttosto che risolverli, imponendo tagli in aree di spesa come Politica Agricola Comune e Politica di coesione, entrambe ancora percepite da molti Stati Membri come componenti essenziali per lo sviluppo e come beneficio irrinunciabile della loro appartenenza alla Ue.

D’altro canto, il richiamo del budget all’1% del Pil europeo si è mostrato, negli anni, un simbolo straordinariamente potente: segnala, tra le altre cose, la volontà comune di evitare «pericolose» fughe in avanti, lato spesa, nel processo di integrazione europea. In tutto questo l’Italia sarà favorita con risorse aggiuntive quantificabili in 23 miliardi di euro: sarà poi compito delle nostre amministrazioni metterle a buon uso.

 

corriere

 

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 30 Luglio 2018

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Decreto Dignità: la miopia sul lavoro precario

Maurizio Ferrera

Il «Decreto Dignità» ha come bersaglio principale il lavoro a termine, considerato come fonte primaria di insicurezza per un grandissimo numero di giovani. Secondo il governo la soluzione sta nei disincentivi alle imprese, sotto forma di vincoli e penalità contributive. Questa impostazione ha creato un crescente antagonismo fra governo e Confindustria, e nel dibattito pubblico sono riemersi toni e simboli (come il termine «padroni») che ricordano gli anni Settanta. Il desiderio del ministro Di Maio di dare un segnale immediato, e possibilmente a costo zero, sui temi di sua competenza può essere comprensibile. È però doveroso chiedersi se l’approccio prescelto sia corretto. La precarietà di lavoro e reddito riguarda non solo i contratti a termine, ma anche molte altre categorie occupazionali come lavoratori autonomi, partite Iva, start up di nuove piccole imprese. Il tempo determinato non è una «piaga» dell’industria: è più diffuso nei servizi e riguarda persino la pubblica amministrazione. Il lavoro non standard è in rapida diffusione in tutti i Paesi Ue. In Francia, Olanda, Paesi nordici, Spagna, Portogallo, la quota di occupati che si trova in questa situazione è più elevata che in Italia. Stanno poi nascendo figure professionali completamente nuove intorno alle cosiddette piattaforme della gig economy: siti online dove si incrociano domanda e offerta di prestazioni che possono essere svolte «in remoto» (spesso da casa propria) su scala globale.

La Ue stima che il 2% della popolazione adulta sia già oggi coinvolto in questo tipo di attività. Secondo gli esperti il tradizionale contratto a tempo indeterminato è destinato a giocare un ruolo sempre più ridotto nel mercato occupazionale di domani. Il lavoro non sparirà, ma sarà sempre più flessibile: frequenti cambiamenti di posizione, anche in settori diversi, accelerazioni e rallentamenti nelle quantità e nei tempi di attività, in parte espressamente scelti, alternanza fra lavoro e formazione e cosi via.

In un contesto simile, insistere con le tutele contrattuali sul posto di lavoro è come tappare con un dito una diga piena di buchi. Certo, si devono contrastare gli abusi e degenerazioni. Ma occorre farlo con una matita a punta fine, in base a conoscenze dettagliate di pratiche e contesti, non con provvedimenti che fanno di ogni erba un fascio. Per quei settori dove è ancora possibile la transizione dal lavoro a termine a quello stabile, la diga dei vincoli e delle penali rischia anzi di diventare un rimedio peggiore del male (l’allarme lanciato dall’Inps). In tutta l’area del lavoro indipendente a basse garanzie le cose poi non cambierebbero di una virgola.

Siamo dunque condannati a un destino di insicurezza «indegna»? No, ai giovani si possono offrire prospettive di vita molto meno fosche e vulnerabili di quelle attuali. Le dighe alla precarietà vanno tuttavia costruite altrove. È la sfera del welfare che deve farsi carico di questo problema. Lo stato sociale è nato per fornire sicurezza di fronte ai bisogni dei lavoratori/cittadini. Nel tempo ha perso adattabilità, rimanendo ancorato al catalogo dei rischi tipici della società industriale fordista. La sfida è oggi quella di rimettere le politiche sociali in sintonia con l’economia e il mercato del lavoro dell’era postindustriale. Proviamo a immaginare un giovane con un contratto «precario» che possa contare su un pacchetto di prestazioni e servizi slegati dal posto di lavoro: un flusso di reddito calibrato sulle sue esigenze familiari (anche tramite crediti d’imposta), garanzie di formazione e aggiornamento professionale gratuiti, sostegni efficaci per l’inserimento o la ricollocazione lavorativa, congedi pagati in caso di malattia o maternità/paternità, assegni universali che assorbono gran parte dei costi dei figli e accesso gratuito ai nidi d’infanzia. Aggiungiamo la disponibilità di abitazioni nell’edilizia pubblica e di sussidi per l’affitto, nonché un sistema di «finanza inclusiva» che —tenendo conto del pacchetto di prestazioni garantite dallo Stato— fornisca opportunità per prestiti e anticipi. Pensiamo, ancora, a una rete di servizi alle persone, con agevolazioni fiscali, che faciliti la conciliazione vita-lavoro e la mobilità territoriale. In un simile contesto i giovani sarebbero ancora schiacciati o paralizzati dall’insicurezza? Quasi sicuramente no.

Un welfare di questo tipo esiste già in alcuni Paesi. Non sto parlando solo della Scandinavia. Molte di queste misure sono già realtà in Paesi come la Francia, l’Olanda e in parte anche la Germania. Lì la quota di contratti a termine è più o meno pari a quella italiana. Ma gli effetti negativi della precarietà lavorativa risultano molto attutiti.

È questa la strada maestra contro l’insicurezza. Il nuovo modello di welfare deve slegarsi in larga parte dal rapporto di lavoro e dal finanziamento contributivo. Nel nostro Paese la sfida è molto difficile: abbiamo un welfare ancora fortemente «lavoristico» e vincoli di bilancio molto stringenti. Ma ci sono margini di manovra, soprattutto tramite ambiziose strategie di riordino dell’esistente: dal coacervo di prestazioni assistenziali alla montagna delle detrazioni fiscali; da una maggiore partecipazione al costo dei servizi da parte dei ceti benestanti all’uso smart dell’elevato stock di risparmio privato. Il «reddito di cittadinanza», se ben disegnato, può diventare un tassello di questo progetto. Del tutto fuori linea sarebbe invece qualsiasi operazione di riforma delle pensioni su larga scala, al di là di alcune calibrature ai margini.

Il mercato del lavoro di ieri non tornerà; quello di domani è caratterizzato da rischi e opportunità molto diversi dal passato.

Ci troviamo di fronte a una transizione epocale, la sfida riguarda tutti, non solo le imprese: è in gioco il ridisegno della cittadinanza sociale. Si tratta di un grosso sforzo. Che va orchestrato dalla politica, con un’ottica lungimirante e responsabile.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 21 Luglio 2018

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Sì, servo!

In Italia ci sono poco più di cinque milioni di immigrati regolari, fra cui un milione di minorenni. Il loro lavoro genera 130 miliardi l’anno, il 9% del Pil. Hanno fondato e gestiscono 500mila aziende, versano 7,5 miliardi di Irpef. Su un totale di 15 milioni di pensioni, solo 43mila vanno agli stranieri.

Maurizio Ferrera

«IL PASSAPORTO E LA PARTE PIÙ NOBILE di un uomo. E infatti non è mica così semplice da fare come un uomo. Un essere umano lo si può fare dappertutto, nel modo più irresponsabile e senza una ragione valida; ma un passaporto, mai. In compenso il passaporto, quando è buono, viene riconosciuto; invece un uomo può essere buono quanto vuole, ma non viene riconosciuto lo stesso». Questo aforisma di Bertolt Brecht ben si presta a riassumere la situazione spesso paradossale in cui si trovano i migranti che riescono a sbarcare in Italia. La “lotteria naturale” li ha fatti nascere in Paesi arretrati e violenti. Il loro passaporto però “non è buono” per entrare nel nostro territorio. L’Italia invecchia e avrebbe bisogno di nuovi lavoratori. Ma adesso vuole respingere tutti, senza sforzarsi di riconoscere i migranti “buoni” e magari trattenerli. La terra è proprietà comune, diceva Kant. Siccome è una sfera, l’umanità non può disperdersi all’infinito. Quando un posto è pieno di persone e povero di risorse, è naturale che le persone vogliano spostarsi. La storia ha però creato stati e confini. Per molti aspetti, è stato un bene: sono nate culture e civiltà diverse. Tuttavia dai confini sono nate anche le guerre, i dissidi fra i popoli. E l’assedio dei migranti alle frontiere esterne dell’Unione europea -oggi soprattutto quelle mediterranee- sta riattivando quei dissidi fra le nazioni europee che speravamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle.

L’immigrazione suscita paura, l’istinto primario e primordiale della nostra specie. Paura fisica, culturale, in particolare economica. Veniamo da una lunga crisi, molti italiani hanno visto peggiorare le proprie condizioni di vita. Il lavoro scarseggia, il welfare è diventato meno generoso. Se arrivano “loro”, ci perdiamo “noi”. Da questo ragionamento ai respingimenti, alla noncuranza persino rispetto alle morti in mare il passo è breve. Chi lo fa, spesso è indotto a farne un altro: “loro” sono di un’altra razza, qui non devono proprio venire.

LA PAURA È COMPRENSIBILE: ma è anche fondata? Gli immigrati ci sottraggono davvero risorse preziose? Sono domande a cui si può rispondere con dati precisi. Stabilire la verità dei fatti aiuta a contenere le emozioni, toglie di mezzo impressioni e illusioni. Se crediamo nella ragione e abbiamo una mente aperta, i fatti ci inducono a essere più pacati nelle nostre valutazioni.

Partiamo dagli immigrati che già sono fra di noi. Nell’ultimo ventennio l’Italia si è rapidamente trasformata da un Paese di emigrazione (intere fiumane di connazionali sono partiti per l’America, l’Argentina, poi la Germania, il Belgio) a un Paese d’immigrazione. Oggi ci sono più di 5 milioni di persone non nate in Italia (fra cui un milione di minori), 8,3% della popolazione residente. Vivono a nostre spese? No. Se sono adulti, lavorano. Due milioni e mezzo hanno un regolare contratto. Se consideriamo anche i lavori non dichiarati (ad esempio, molte badanti che pure hanno la residenza), possiamo dire che la sotto-popolazione immigrata ha un tasso di occupazione più alto della media. Si stima che il lavoro degli immigrati regolari generi valore aggiunto per più di 130 miliardi di euro l’anno, circa 9% del Pil. Ci sono mezzo milione di piccole e medie imprese fondate e gestite da immigrati, che danno lavoro ad altri immigrati ma anche a molti italiani. Il gettito Irpef degli immigrati è pari a 7,5 miliardi, quello dei loro contributi sociali pari a 11 miliardi e mezzo. Tito Boeri, Presidente dell’lNPS, ha ragione da vendere: se non ci fossero “loro”, come si pagherebbero le pensioni ogni mese? Su quindici milioni circa di trattamenti pensionistici, solo 43.000 vanno a immigrati. Il resto va a “noi”. Già, si ribatte, ma anche “loro” andranno un giorno in pensione. Vero, ma teniamo conto che le famiglie di immigrati (almeno quelle di prima generazione) fanno più figli. Visto che questi bambini diventeranno grandi (da italiani, ci auguriamo) e lavoreranno, saranno i loro contributi a finanziare le pensioni dei loro genitori, e magari resterà un avanzo anche per “noi”. Sì, ma gli immigrati che si curano nei nostri ospedali, che ottengono gli alloggi popolari, persino sussidi e agevolazioni dai Comuni? Se sono regolari, usano un welfare che è largamente finanziato da tasse e contributi di altri immigrati, esattamente come succede per i “nostri” anziani, o disoccupati, o disabili.

Certo, oltre ai regolari in Italia ci sono fra i quattrocento e i cinquecentomila irregolari o “clandestini”. Sono extracomunitari che arrivano da Paesi dove il visto non è richiesto. Fingono di essere turisti, ma poi si fermano. Oppure sono migranti sfuggiti alle maglie del sistema di accoglienza, in attesa di riuscire a varcare i nostri confini e dirigersi vero il Nord Europa. Alcuni lavorano nel sommerso, esposti a ogni genere di angherie e sfruttamento. Qualcuno commette reati, succede in tutte le comunità. Altri girano nelle nostre città, lavano i vetri, vendono cianfrusaglie, chiedono l’elemosina. Nessuno li vuole, neppure i Paesi da cui sono partiti. Ce ne sono alcuni che camminano con pile di libri che parlano di posti lontani. Chi si ferma ad ascoltarli a volte incontra giovani istruiti e dopo aver comprato uno dei loro testi si chiede se non ci sia un modo migliore per metter a frutto la loro istruzione.

Veniamo agli “sbarchi”, ai migranti che vengono prevalentemente dall’Africa: è su questo che oggi si litiga. Hanno iniziato ad arrivare in massa dopo la caduta di Gheddafi, il picco si è avuto nel 2016: 180.000 sbarchi, la maggior parte dopo un salvataggio in mare, altrimenti sarebbero affogati. È a seguito di questa ondata che sono iniziati i problemi organizzativi e, si dice, gli “immani” costi. Dopo lo sbarco, i migranti vanno identificati, alloggiati, nutriti, in molti casi curati. E poi? Ormai la maggior parte chiede asilo e protezione umanitaria. È una procedura che in Italia può durare anni. Nel frattempo i richiedenti non hanno diritto a un permesso di circolazione o lavoro. Vengono perciò tenuti nel centri di accoglienza. Ed è qui che casca l’asino.

PER FUNZIONARE, l’accoglienza richiede organizzazione. Inoltre costa, in particolare quando è inefficiente. Sulla carta, l’Italia ha un sistema ben disegnato (si chiama SPRAR – Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati). Consiste in una rete di enti locali che, accedendo ad un Fondo nazionale, dovrebbero realizzare progetti di integrazione e formazione, insieme a cooperative esterne. Ma tantissimi comuni dicono: non nel mio giardino (la nota sindrome NIMBY), facciano gli altri. Il risultato è che la stragrande maggioranza dei migranti viene parcheggiata in centri di accoglienza straordinaria, gestiti direttamente dalle prefetture. Secondo una recente indagine della Corte dei Conti, qui succede un po’ di tutto. Strutture residenziali fuori norma, sovraffollamento, infiltrazioni mafiose, standard igienici sotto soglia, pochi controlli. E soprattutto poco o nulla da fare: i migranti stanno lì a bighellonare, alcuni escono e rientrano, altri scappano, nessuno gli insegna l’italiano. In questo limbo di attesa per il responso dei giudici ci sono circa trecentocinquantamila persone. Un grande fascio di erbe indistinte. Per dirla di nuovo con Brecht: nel fascio si può essere buoni quanto si vuole, ma nessuno te lo riconosce. Vi sono naturalmente delle eccezioni. Alcuni prefetti, alcuni Comuni, alcune cooperative hanno davvero fatto miracoli: corsi di formazione, lavori socialmente utili e stage, ripopolazione di bellissimi borghi dei nostri Appennini. Ma, come sempre in Italia, il funzionamento medio del sistema è scadente, con punte di eccellenza ma anche di indecenza.

Chi paga? L’accoglienza costa nel complesso fra i quattro e i cinque miliardi l’anno. L’Unione europea ci ha autorizzato a finanziarli in deficit, come se fosse un investimento sociale sul futuro. In parte lo è o lo sarebbe. Molti di questi migranti potrebbero fare lavori che noi italiani non vogliamo più fare (agricoltura, edilizia). Alcuni sono istruiti, potremmo impiegarli nella sanità, nel sociale, nelle fabbriche. E, come si è detto, abbiamo un grande bisogno di nuovi contribuenti per pagare le pensioni. Keynes ci ha insegnato che la spesa in deficit è accettabile quando i soldi si usano per preparare il futuro. Ma ci deve essere, appunto, preparazione: un grande progetto, una strategia di attuazione, coordinamento, monitoraggio, valutazione (per non parlare di onestà e buone maniere). Da noi la politica si è invece focalizzata solo sui paroloni, pronunciando verdetti generali: bisogna accoglierli, no bisogna respingerli; sono utili qui da noi, no se ne stiano a casa loro. Nessuno che abbia fatto ragionamenti empirici, scelte pragmatiche.

Questo vale anche per le famose spese immani. Si dice: i quasi cinque miliardi sono troppi, sono uno “spreco”, vanno a “loro” invece che essere spesi per “noi”. Non è così. Quando va bene, a ciascun migrante arrivano due euro e mezzo al giorno per le piccole spese. Vengono alloggiati e nutriti, questo è vero; d’altra parte, non gli è consentito lavorare. In realtà il grosso della spesa va a italiani: ai proprietari delle strutture di accoglienza, ai fornitori, alle cooperative e così via. L’accoglienza è diventata un business. Con molte ombre (c’è gente senza scrupoli che si è arricchita, e molto), ma anche qualche luce. Il terzo settore ha potuto crescere e rafforzarsi, gli appalti per i progetti hanno dato reddito e lavoro a molti disoccupati nativi. L’aumento (abbastanza sorprendente, vista la crisi) di occupazione femminile nelle regioni del Sud è stato quasi tutto “tirato” dal sistema dell’accoglienza.

SE SOLO IL NOSTRO STATO (ma anche la società civile) avessero più capacità organizzativa e un po’ più di lungimiranza, la sfida dei migranti non sarebbe così drammatica. Da problema intrattabile potrebbe trasformarsi in soluzione: anzi un menù di soluzioni per affrontare il calo demografico, la sostenibilità delle pensioni, il rilancio dei servizi sociali e dell’agricoltura, il depopolamento delle aree interne e così via. È giusto chiedere agli altri Paesi europei aiuti per le emergenze e redistribuzione degli sbarchi. È anche ora che l’Unione europea si svegli e lanci un grande piano Marshall per lo sviluppo dell’Africa. Ma se il sistema di accoglienza italiano è un colabrodo inefficiente, dobbiamo prendercela solo con noi stessi. E rimboccarci tutti le maniche: ci conviene.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Sette del 19 Luglio 2018

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Le «manine», la politica e l’imprescindibile verità dei numeri

Maurizio Ferrera

Non è la prima volta che si parla di una «manina» che modifica un testo legislativo in bozza. Facciamo in modo che sia anche l’ultima. Si predisponga un percorso—protetto da password—peri il transito dei testi ufficiali da un ufficio a un altro, sino all’approdo in Parlamento. Non dovrebbe essere difficile neppure per un Paese poco digitalizzato come il nostro. Potremo così smettere di sprecare tempo in sterili polemiche. Nello specifico, la vicenda di questi giorni solleva però due questioni serie. La tabella che non piace al ministro Di Maio contiene stime finanziarie sulle nuove norme sul lavoro. Che cosa si contesta? Le fonti, il metodo, i calcoli? Il governo si è posto l’obiettivo di scoraggiare i contratti precari e favorire quelli stabili. Ma avrà ben fatto un qualche ragionamento sull’efficacia, anche quantitativa, degli strumenti prescelti. Si apra allora un confronto pacato sui punti di vista, sul modo di ordinare e analizzare i dati. Accuse e sospetti confondono solo le idee dei cittadini. L’altra questione riguarda il rapporto fra verità di fatto e decisioni politiche. Ogni governo ha un programma e ha diritto di perseguirlo in base a valutazioni politiche. Nessuna decisione può però prescindere dalla realtà. Il confronto fra punti di vista ha senso nella misura in cui condivide un punto di riferimento empirico. Le polemiche del governo sui conti previdenziali, sui numeri dell’immigrazione e del mercato del lavoro tradiscono una preoccupante insofferenza verso la «materiafattuale» che dovrebbe essere il punto di partenza di ogni provvedimento e che ne costituisce anche il limite. Chi governa non può prendersela coi dati né screditare le istituzioni serie (non molte, in Italia: l’Inps è una di queste) che li producono e li analizzano. Hanna Arendt diceva che i fatti hanno un’inflessibile e vistosa ostinatezza. Non possono essere cambiati a proprio piacimento. Su questo fronte il governo Conte non sta esordendo bene. Le belle parole (come «dignità») e le dichiarazioni a effetto possono impressionare nei primi cento giorni. Dopo contano i risultati. Cioè, appunto, i fatti e i dati che li misurano.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 17 Luglio 2018

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Giovani e donne nella trappola della famiglia

Maurizio Ferrera

Il dibattito sulla disoccupazione, in particolare quella giovanile, è dominato dalla questione dei contratti e dei diritti. Ci si indigna per la precarietà, si invoca «dignità», si sostiene che se i giovani non trovano lavoro è colpa delle imprese che delocalizzano all’estero e sostituiscono i dipendenti con le macchine. O ancora ci si scaglia contro la riforma Fornero, rea di aver trattenuto tanti lavoratori anziani nelle imprese, le quali altrimenti avrebbero assunto giovani. Nessuno si chiede mai: ma in quali settori mancano, esattamente, i posti di lavoro nel nostro Paese? O, invertendo la prospettiva, negli altri paesi in quali comparti economici s’inseriscono i giovani che escono dai canali formativi? La prima indicazione contro corrente che emerge dalla tabella è che la nostra industria continua a tirare molto in termini di occupazione. Resta il problema dei contratti a tempo determinato, è vero. Ma non c’è un problema di quantità, tutt’altro. Se non ci fosse disallineamento fra competenze scolastiche e esigenze delle imprese, forse potrebbero essere assorbiti ancora più giovani. Il divario sta tutto nei servizi pubblici e in particolare sociali. Come ricorda Filippucci, c’è stato il blocco del turnover a causa dell’austerità e dei vincoli di bilancio. Ma non può essere solo questo. L’assenza di quasi un milione di occupati nei servizi sociali non è un effetto della crisi o dei risparmi. È un deficit storico, che viene da lontano e ha a che fare con la coppia familismo- pensionismo. Il welfare italiano ha sempre privilegiato i trasferimenti monetari agli anziani. Alle famiglie con figli piccoli solo le briciole, anche in questo caso perlopiù sotto forma di assegni, sussidi e detrazioni monetarie. Così i nuclei familiari sono diventati delle piccole aziende fai da te: auto-produzione di cura, assistenza a bambini e anziani, servizi domestici, dai pasti alle pulizie, dal bucato alle ripetizioni scolastiche. Un modello sociale ripiegato su se stesso: la famiglia può trasformarsi in una trappola per giovani e donne, la solidarietà intergenerazionale diretta attraverso le pensioni dei nonni crea disparità e disfunzionalità. E soprattutto non genera crescita né occupazione. Il piatto forte del nuovo governo sarà, a quel che si annuncia, un mix di età di pensionamento più bassa e maggiori sussidi col reddito di cittadinanza. Di investimenti nel sociale neppure l’ombra. Davvero difficile, così, contrastare il declino.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 16 Luglio 2018

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COSÌ ALLO STATO MANCANO OLTRE DUE MILIONI DI POSTI

Scuole, ospedali e welfare soffrono. Il gap occupazionale con l’Europa azzerato da industria e agricoltura. Stiamo forse rinunciando all’economia della salute e della cultura?

Francesco Filippucci

Rispetto agli altri paesi europei, l’Italia ha note­voli «buchi» di posti di lavoro in alcuni specifici settori: istruzione, sanità, servizi sociali e, sor­presa, nella pubblica amministrazione. Come segnala il grafico in pagina, il divario è particolarmente pro­nunciato per quanto riguarda l’occupazione giovanile. In altre parole, se il nostro Paese avesse avuto nell’ultimo decennio un tasso di occupazione specifico in tali settori equivalente alla media Ue a 15, questo avrebbe significato quasi due milioni di posti di lavoro in più. Il dato va interpretato con cautela: in Italia l’occupazione è in generale più bassa rispetto agli altri paesi europei, tanto che gli unici settori dove superiamo la media dell’Unione a 15 sono agricoltura e pesca e, significativamente, il manifatturiero. Tuttavia, è sorprendente notare come i settori più indietro dal punto di vista occupazionale siano quelli che potrebbero es­sere più rilevanti a livello sociale e cruciali per il benes­sere di lungo periodo del paese.

Tagli
Quali sono le cause di questi buchi? I settori deficitari riguardano la produzione di beni «pubblici», ossia quelli con un impatto non solo sull’utente ma sulla co­munità circostante, che dovrebbe avere interesse a ga­rantirne un sufficiente sviluppo. In altre parole, non è scontato che il mercato riesca ad offrire «da solo» un livello efficiente di istruzione, sanità e amministrazio­ne pubblica (giustizia, sicurezza, funzionamento de­gli organi dello stato e enti territoriali), settori che hanno di conseguenza visto storicamente un ruolo preponderante dell’intervento pubblico in tutti i Pae­si.

Negli ultimi anni però la crisi ha drasticamente ridot­to le risorse a disposizione dei governi italiani, facen­do crollare gli investimenti ed arrivando in alcuni casi al blocco delle assunzioni. Secondo alcuni, inoltre, un certo «familismo», tipico della nostra cultura, contri­buirebbe ad abbassare i livelli di occupazione in tutti i settori dove è la famiglia, sopratutto le donne, ad offri­re in maniera informale i vari tipi di «servizi alla perso­na». Infine i settori in questione sono necessariamen­te meno trainati dalle esportazioni, ed hanno partico­larmente sofferto la lunga crisi della domanda inter­na. È una dinamica che sembra indicare come il nostro Paese si stia allontanando dall’essere un’econo­mia «della salute e della conoscenza», a differenza de­gli altri paesi avanzati, rimanendo invece concentrato su settori più tradizionali, come il turismo o l’agricol­tura, o sull’export manifatturiero.

Un po’ di privato
Invertire la rotta può sembrare difficile, consideran­do che gli ostacoli sono annosi e complessi da affron­tare senza sufficiente capitale politico e finanziario. Lo Stato dovrebbe dare priorità all’investimento in questi settori, in base a un ambizioso e documentato progetto strategico (nel Regno Unito si chiama evi­dence-based policy planning), quando al contrario negli ultimi anni la tendenza è stata a tagliare investimenti a favore di spese correnti. Difficile pensare sem­plicemente di assumere dipendenti pubblici, aumen­tando il carico fiscale, senza individuare i «colli di bot­tiglia» che impediscono la crescita di questi settori.

Una strada nuova potrebbe essere quella di favorire il coinvolgimento del settore privato, che in Italia ha già iniziato ad offrire molti servizi sociali innovativi, ad esempio con la crescita welfare aziendale. All’estero non mancano gli esempi di veri e propri «mercati» nei settori della formazione, della sanità, dell’investimen­to sociale, in cui capitali privati vengono indirizzati dal regolatore pubblico, con strumenti come la voucherizzazione, gli sgravi fiscali, i social bond. Portare alla luce nuovi modi di investire e rilanciare l’occupazione in istruzione, sanità, assistenza e sviluppo territoriale è, in ogni caso, una sfida che coinvolge la politica, l’in­formazione, e chiunque abbia a cuore il cammino del­la nostra economia verso un sentiero di benessere ed inclusione sociale, invece che di sempre più evidente declino.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 16 Luglio 2018

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Riformare l’euro: le responsabilità dei paesi vincitori

Durante la crisi la Germania ha abdicato alle proprie responsabilità (…) Insistere su criteri validi a prescindere a volte riflette l’interesse di chi ne è favorito – Claus Offe

Conversazione tra Maurizio Ferrera e Claus Offe

MAURIZIO FERRERA — Di recente hai scritto molto sull’Europa e sei anche uno dei pochi influenti intellettuali tedeschi che criticano apertamente le politiche europee della Germania. Vedi un nesso tra le disfunzionalità dell’Unione monetaria e la crisi sociale e politica, specialmente nell’Europa meridionale?

CLAUS OFFE — Certamente. L’Unione monetaria è divisiva: alcuni Paesi vincono, altri perdono e il divario si allarga. L’euro lega le mani dei Paesi del Sud, che sono costretti ad adattarsi alle sfide della competitività attraverso svalutazioni «interne», ossia comprimendo i salari e le spese sociali. Ma ciò rischia di essere dannoso per la crescita, l’occupazione e la riduzione del debito pubblico attraverso il cosiddetto dividendo fiscale. Le condizioni di vita delle famiglie sono marcatamente peggiorate, dando origine a un malcontento e a una protesta sempre più rabbiosa, anche se spesso mal indirizzata. I Paesi perdenti non possono più stabilire un loro specifico obiettivo di inflazione, ora fissato dalla Bce. Allo stesso tempo, i bassissimi tassi di interesse, anch’essi determinati dalla Bce, avvantaggiano i Paesi vincitori rendendo meno costoso il loro debito pubblico.

MAURIZIO FERRERA — Questo però è vero anche per i Paesi del Sud. In realtà la Germania si lamenta dei bassi livelli dei tassi d’interesse…

CLAUS OFFE — Ma omette di riconoscere che dal 2007 ad oggi ha risparmiato 294 miliardi di euro di interessi sul debito, una cifra che vale quanto un intero anno di spese federali. Un altro vantaggio per i Paesi vincitori è che il cambio fisso dell’euro funziona come sussidio alle loro esportazioni. Non stupisce che la Germania non mostri alcuna inclinazione a condividere i frutti che le regole dell’euro hanno generato per la propria economia con quei Paesi che invece da queste stesse regole sono stati indirettamente penalizzati.

MAURIZIO FERRERA — Già nel tuo libro del 2012 avevi parlato di una «Europa in trappola». Da allora gli effetti della crisi hanno provocato una profonda e allarmante questione sociale, dalla quale è molto difficile uscire.

CLAUS OFFE — Viene in mente la metafora del «mulino satanico», coniata dallo storico Karl Polanyi: ossia quell’ «abisso di degradazione umana» che si verificò agli albori del capitalismo europeo. Ciò che rende il mulino di oggi particolarmente «satanico» è che nessuno può razionalmente decidere di abbandonare l’euro. A dispetto della propaganda demagogica, un’ uscita unilaterale provocherebbe enormi danni. A meno che non si trovi un modo per riformare le regole e introdurre forme di compensazione per i perdenti, rimarremo tutti intrappolati nel «mulino». E più a lungo dura la trappola, più diventa politicamente difficile intraprendere un serio percorso di riforma. La riforma dell’ unione monetaria e l’attivazione di investimenti transazionali su larga scala finanziati dai Paesi vincitori rimane l’unica via di uscita collettivamente razionale. Ma il tempo per avviare un simile percorso si sta rapidamente esaurendo.

MAURIZIO FERRERA — Come Stato membro più grande e come maggiore potenza economica dell’Europa, ci si aspetterebbe che la Germania svolgesse le funzioni di un «egemone benevolo», capace di riconciliare i propri interessi nazionali con quelli degli altri Paesi e, più in generale, con la sostenibilità economica e politica di lungo periodo dell’Unione europea in quanto tale.

CLAUS OFFE — Durante la crisi la Germania ha largamente abdicato alle proprie responsabilità in Europa e per l’Europa. Ha cercato di imporre il proprio modello economico e sociale, in base a quella che definirei la «teoria dei vasi di fiori». Le regole che hanno funzionato così bene a casa «nostra» — così la predica tedesca — sarebbero vantaggiose anche per «voi», se solo foste in grado di rispettarle, come peraltro vi chiede la Ue. Basta usare gli stessi semi e lo stesso fertilizzante e nasceranno gli stessi fiori anche in vasi diversi. La tesi è sbagliata perché ignora o nega l’interdipendenza sistemica: la Germania è la Germania perché ha potuto trarre vantaggi, senza condividerli, dal sistema Ue e dalle interdipendenze fra Paesi — l’opposto dei vasi di fiori separati.

MAURIZIO FERRERA — Il mantra delle élite tedesche e nordeuropee durante la crisi è stato pacta sunt servanda. Un principio più che ragionevole. Ma il diritto romano prevedeva anche la clausola rebus sic stantibus: agli obblighi di un patto si può derogare in caso di mutamenti significativi delle circostanze …

CLAUS OFFE — Le regole istituzionali non sono mai «date»; sono sempre frutto di decisioni umane. Seguire la routine consente di evitare decisioni scomode o difficili. Ma gli attori sociali possono anche decidere di infrangere le regole, e talvolta ci sono buone ragioni per farlo, per esempio quando non si applica la clausola da te ricordata. A un certo punto le regole possono avvantaggiare una sola delle parti a cui si applicano; oppure la persistenza di regole uniformi finisce per creare disparità di condizioni. Certo, in assenza di buone ragioni è corretto rispettare i patti. Ma l’applicazione di una regola può fallire, o può comportare la violazione di altre regole. Tutto dipende da come valutiamo la qualità delle ragioni che ciascuna parte adduce. Per evitare rotture, in certi casi è opportuno piegare o sospendere temporaneamente le regole. Ma insistere su criteri validi «a prescindere» a volte riflette l’interesse di chi ne è favorito piuttosto che un atteggiamento genuinamente ispirato al principio secondo cui le regole vanno rispettate.

MAURIZIO FERRERA— Un’altra massima speso ripetuta è che non possiamo separare «controllo» e «responsabilità»: chi decide autonomamente una azione deve essere ritenuto responsabile delle sue conseguenze. Mi chiedo fino a che punto, in un sistema complesso come l’Unione economica e monetaria, sia davvero possibile determinare tutte le conseguenze delle azioni di ciascun governo e attribuire responsabilità univoche … Ovviamente, non sto negando che esistano le responsabilità nazionali, ci mancherebbe. Ma non credi che la retorica dei «santi» e dei «peccatori» sposata dalle élite tedesche sia cresciuta oltre i limiti dell’accettabilità politica, etica e persino epistemica (oltre un certo punto, non siamo più in grado di distinguere cause e effetti)?

CLAUS OFFE — Non potrei essere più d’accordo. I vincitori tendono ad attribuire il proprio successo a talento e impegno, mentre i perdenti preferiscono incolpare le circostanze avverse. I vincitori accusano i perdenti di non aver obbedito ai precetti della prudenza e della coerenza morale, mentre i perdenti considerano i vincitori come baciati dalla fortuna o li accusano di aver tratto vantaggi a spese altrui. Queste due narrazioni vanno valutate nel merito specifico, ma bisogna evitare che le narrative dei vincitori prevalgano: il rischio è alto in una sfera pubblica multilingue e quindi frammentata come quella dell’Ue. Per usare un noto aneddoto di Bertolt Brecht, «dove niente sta al posto giusto, c’è disordine». Dal che sembra discendere logicamente che «dove al posto giusto non c’è niente, lì c’è ordine» (l’ordine, il valore assoluto degli ordoliberali!). L’ossessione dottrinaria per l’applicazione delle regole può essere devastante. Lasciami finire con una battuta, tratta da un commento del Financial Times (6 maggio 2018). Nel 1989 un esempio emblematico di probità fiscale e austerità, ovvero il dittatore rumeno Nicolae Ceausescu, si vantava per il fatto che il suo Paese aveva un avanzo di bilancio pari a 9 miliardi di dollari. Entro la fine di quell’anno il suo regime era improvvisamente collassato e lui stesso non era più tra i vivi.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 6 Luglio 2018

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«UNA SCOSSA ALL’EUROPA DAI GIOVANI»

Si chiama Volt ed è presente in quattro Paesi. «E presto arriverà in Italia», spiega il co fondatore Andrea Venzon. Vuole creare un partito transnazionale e cerca leader locali. Ma rigorosamente under 35 anni

Alexander Damiano Ricci

Non sono né di destra, né di sinistra, ma si definiscono «progressisti». Hanno un’età media di 35 anni e il 70% non ha mai avuto una tessera di partito. Eppure, vogliono «trasformare in maniera radicale il modo di fare politica e le istituzioni europee». È l’identikit dei membri di Volt, un movimento-associazione che ha l’ambizione di creare il primo partito transnazionale della storia del Vecchio Continente. Nato nel 2016, dall’intuizione di tre giovani europei come risposta alla Brexit, Volt vuole candidarsi alle elezioni del Parlamento europeo del 2019. «È un movimento progressista composto da un’associazione paneuropea (Volt Europa) e antenne nazionali—spiega Andrea Venzon, l’ideatore, cofondatore e Presidente di Volt Europa —. Un’organizzazione politica che rappresenti cittadini a livello locale, nazionale ed europeo in tutti gli Stati Membri Ue».

Concretamente, come si crea?
«Servono almeno 7 partiti in altrettanti Paesi Membri e parlamentari eletti in ogni Stato. Oggi, Volt è già presente in forma partitica in Belgio, Bulgaria, Germania, Spagna e, tra poco, anche in Italia».

Volt si definisce progressista. Vuol dire di sinistra?
«No. Progressisti significa proiettarsi verso il futuro. Volt è una forza «moderata» che copre uno spettro che va dal centrosinistra al centrodestra. Abbiamo cinque obiettivi da articolare a seconda dei contesti nazionali e a livello europeo».

Quali sono?
«La creazione di uno Stato intelligente attraverso la modernizzazione dell’amministrazione pubblica; l’avvio di un rinascimento economico basato sulla crescita; il recupero di elevati standard di uguaglianza sociale a livello intra-nazionale e intra-regionale; attivare un processo per cui l’Ue possa influire sui trend globali; la definizione di forme di partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica, senza sfociare nella democrazia diretta».

E la riforma della governance Ue?
«Dobbiamo riformare in modo radicale l’Unione europea, a partire dal rafforzamento del ruolo del Parlamento europeo che deve avere il potere di iniziativa legislativa».

Tutto qua? Non è una proposta debole di fronte alle critiche anti-Ue di forze radicali come la Lega?
«Va trovata una soluzione europea al fenomeno migratorio. Dublino deve lasciare il posto a un sistema di distribuzione vincolante, sostenuto da forti penalizzazioni economiche. Serve anche un piano finanziario per creare sviluppo e stabilità nel continente africano».

Eppure non c’è soltanto il nodo migratorio a spingere i vostri concorrenti …
«Necessitiamo un budget per l’Eurozona finanziato attraverso una corporate tax. In secondo luogo, un Meccanismo europeo di stabilità ancorato democraticamente all’Eurogruppo e che funzioni sulla base di maggioranze qualificate. In terzo luogo, l’Ue va democratizzata con nuove procedure per l’elezione del Parlamento europeo. Oggi, nella maggior parte dei casi, non esiste un legame tra Eurodeputati e territori».

Volt ci sarà alle elezioni del Parlamento europeo del 2019?
«Sì. C’è un’opportunità da cogliere e spazi politici da occupare. Puntiamo a intercettare le preferenze dei giovani tramite il “community organising”, ovvero: ristrutturare le pratiche politiche, a partire dalle comunità locali. Vogliamo fondere il meglio della politica tradizionale con le possibilità offerte della digitalizzazione. Un po’ come fece Obama, nelle elezioni del 2008.»

Ci spieghi meglio
«È necessario ricreare leadership e partecipazione dal basso. Ciò implica un investimento di risorse sul territorio; ma anche la disponibilità delle leadership locali a dialogare con tutti i livelli politici: locale, nazionale ed europeo. Community organising vuol dire focalizzarsi sulle persone e scommettere sulle loro capacità creative e cooperative».

Come si crea la connessione locale-nazionale Europa?
«Abbiamo creato un’accademia online per i leader locali. Ogni volta che c’è un evento a cui Volt partecipa, organizziamo sessioni di formazione, durante le quali esperti di policy aggiornano i nostri membri locali».

Perché è importante creare una politica transnazionale?
«Perché, di fronte a trend nazionalisti ed estremisti, è necessario avere una voce alternativa che giunga a tutti e da tutti gli angoli d’Europa. Un movimento transazionale è la nostra unica speranza per riformare l’Unione europea con iniziative concrete. Il caso Macron lo dimostra alla perfezione: i grandi piani di riforma dei leader nazionali sono costantemente fermati dall’opposizione di altri Paesi. Se Volt avrà successo, non sarà più cosi».

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera Economia del 1 Luglio 2018

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L’impegno e una fede di bandiera

Maurizio Ferrera

Ai primi di giugno si è tenuto a Strasburgo lo European Youth Forum, una piattaforma alla quale partecipano più di cento associazioni giovanili. In occasione dell’incontro, sono stati resi noti i dati dello Youth Progress Index, un indicatore che misura il benessere dei giovani in base ad una serie di dimensioni: condizioni di vita, opportunità di crescita educativa, professionale e personale. Come si vede dalla tabella, i giovani europei sono fra i più «progrediti» del mondo. L’Italia è al 30esimo posto, con un deficit molto marcato in termini di opzioni e accesso all’istruzione terziaria. È però da notare che tale deficit tende a caratterizzare anche altri Paesi Ue. I loro punteggi restano alti, ma dipendono più dalle buone condizioni di vita che dalle opportunità offerte ai giovani. I Paesi guida su questo fronte sono piuttosto il Canada, l’Australia e gli Stati Uniti. I giovani europei percepiscono il deficit di opportunità, ma stentano a mobilitarsi politicamente. Restano prevalentemente europeisti, ma in modo passivo: distante anni luce dall’intraprendenza di quei giovani (i loro nonni) che negli anni Cinquanta manifestavano lungo il confine del Reno per chiedere l’abolizione delle frontiere. La nascita di nuove associazioni pro-Ue come Volt (nell’articolo a fianco) è un segnale positivo di intraprendenza. Di aggregazioni transnazionali a difesa dell’integrazione si è parlato molto al Forum di Strasburgo. Ma non è emersa una chiara disponibilità a collaborare. Con l’aria che tira, andare in ordine sparso alle elezioni del 2019 non è certo la strategia migliore per riformare la Ue.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 2 Luglio 2018

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