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Gli articoli di Maurizio Ferrera pubblicati sul Corriere della Sera

I conti e il segreto di Angela (per non spaventare il partito)

di Maurizio Ferrera e Alexander Ricci

Il 26 gennaio scorso, annunciando l’inizio ufficiale dei negoziati per la nascita di una nuova Grosse Koalition, Martin Schulz (SPD) ha affermato che l’Ue ha bisogno di una Germania “pro-Europa”. Il ministro degli esteri Sigmar Gabriel (SPD) ha a sua volta ribadito il collegamento fra i progetti “Europa” e “GroKo”. Nei fatti, tuttavia, la trattativa in corso con la CDU-CSU si è incentrata soprattutto su temi nazionali, tanto che alcuni si chiedono se Schulz non agiti la bandiera blu con le stelle gialle soltanto per motivi tattici. Come se il rilancio del processo di integrazione (“Neuer Aufbruch”) sia  (stato) usato dal  Segretario della SPD – in caduta libera negli indici di gradimento – come “carota” per far digerire al partito una scelta controversa: quella di allearsi nuovamente con Merkel.

 

La bozza di accordo programmatico siglata dai due partiti non si dilunga molto sui dettagli Spesso però in politica il non detto conta più delle parole. La vaghezza degli impegni può celare un disegno condiviso fra i due leader:  tenersi le mani libere per promuovere, a governo formato, una agenda ambiziosa di riforme “europeiste”. Questo è ciò che pensa, ad esempio, una grande esperta di politica europea, Jana Puglierin (capo degli studi UE presso la prestigiosa DGAP, Deutsche Gesellschaft fur Auswärtige Politik). Leggendo fra le righe dell’accordo programmatico GroKo, la studiosa intravede i margini per una vera e propria svolta nella linea tedesca. I segnali sarebbero contenuti nella parte conclusiva del testo, ove si dice che “attraverso un bilancio per gli investimenti dell’Eurozona […] si potrebbero mettere a disposizione risorse per la stabilizzazione macroeconomica e la convergenza sociale , nonché per sostenere le riforme strutturali”. Secondo Puglierin, se Berlino davvero muovesse in questa direzione il processo di integrazione potrebbe fare un salto di qualità.

 

Sinora il principale ostacolo è sempre stato proprio il governo tedesco. Anticipandone le tradizionali resistenze, anche i tecnici più qualificati hanno smesso di fare proposte ambiziose. Un documento messo a punto da un gruppo internazionale di economisti – molti tedeschi- presso il Center for Economic Policy Research ( Policy Insight 91) ha recentemente affrontato la questione di un possibile budget dell’ Eurozona – opzione cara al governo francese. Il documento riconosce la desiderabilità di questa innovazione. Ma aggiunge subito che , se fosse introdotto, un simile strumento dovrebbe rispondere ad un parlamento adeguatamente rafforzato. Questo passo potrebbe però essere effettuato solo tramite una scelta “politica”, con profonde implicazioni.  Come dire: noi tecnici non ci prendiamo responsabilità che non ci competono e che sono più grandi di  noi. Sono i politici a dover dare luce verde e creare le condizione per l’Unione politica.

 

E’ possibile, come pensano gli studiosi della DGAP, che il riferimento esplicito ad un fondo di stabilizzazione da parte di Schulz e Merkel  voglia aprire un varco per questo scenario?  E che i silenzi successivi siano giustificati dal desiderio di non provocare la reazione degli alleati più conservatori e non complicare la nascita del governo? E’ possibile. La CDU è inquieta. La settimana scorsa (PER CHI LEGGERA’ LUNEDI) il Consiglio economico interno al partito della Cancelliera ha inviato una lettera dai toni accessi ai propri membri che si occupano di UE al tavolo dei negoziati. Il Consiglio si è detto preoccupato della virata: “La [CDU] non può continuare a seguire la SPD nella definizione della politica europea, visto che, sotto al termine ‘pro-Europa’, si nasconde soltanto una maggiore redistribuzione a favore dei Paesi in crisi […] Da chi, se non dalla CDU-CSU, dovrebbe arrivare una urgente e necessaria contro-proposta al piano di riforma suggerito da Macron e Juncker?”.

 

I giochi tedeschi sull’Europa sono dunque in pieno svolgimento. Il dialogo fra Parigi e Berlino certamente continuerà e resterà cruciale. Ma i destini della UE sembrano oggi appesi alle dinamiche negoziali e agli equilibri interni che si creeranno una volta instaurata la grande coalizione rosso-nera. E’ poco probabile che il programma in via di definizione entri nei dettagli. Sappiamo che Merkel ha interesse a liberarsi dal condizionamento ingombrante di Schäuble e Weidman e che Schulz ha dal canto suo interesse a tener fermo il Neuer Aufbruch non solo per il suo pedegree filo-europeista ma anche per controllare il suo partito e lanciare un segnale “progressista” al proprio elettorato. Seppure indebolito, il fronte conservatore che fa capo a Schauble è ancora vivo e vegeto.

 

A parte la Francia, nei prossimi mesi gli altri governi UE e i loro elettorati avranno pochi margini di manovra per incidere sull’agenda UE. Possono naturalmente peggiorare la propria posizione decidendo di non usarli, danneggiandosi da soli. Il rischio è  alto soprattutto per l’Italia, che andrà a votare fra un mese e si ritrova con alcuni leader e programmi a dire poco ambigui sui temi europei, quando non apertamente euroscettici.

 

http://www.euvisions.eu

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 5 febbraio 2018

 

 

 

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L’Italia che non riesce a mantenere le promesse

Finito il tormentone delle liste, il dibattito elettorale si sposterà  ora verso i programmi. Dovrebbe essere la parte più interessante e rilevante della campagna, quella in cui si affrontano temi che toccano nel vivo i nostri interessi e valori.  E in queste elezioni la posta in gioco è particolarmente elevata.

Nell’ultimo mese i vari leader hanno promesso mari e monti. E’ comprensibile che molti cittadini nutrano adesso seri dubbi sulla loro credibilità programmatica.  Non vale la pena approfondire più di tanto, si pensa:  quelle dei partiti sono solo promesse da marinaio. Dobbiamo però resistere alla rassegnazione.  La democrazia serve a selezionare non solo i nostri rappresentanti, ma anche le loro idee.

Nella maggior parte dei paesi gli impegni presi con gli elettori non sono  parole inconcludenti, ma contano davvero. Uno studio recente, condotto da un’equipe internazionale,  ha raccolto l’insieme delle promesse concrete fatte dai partiti di 12 paesi negli ultimi 20 anni e le ha confrontate con le misure adottate dai governi dopo le elezioni. Il risultato  è che più del  60% degli impegni sono stati effettivamente mantenuti. Il paese con il tasso più alto di attuazione è il Regno Unito (il 90%), seguito dalla Svezia (80%).  Ma anche Portogallo (78%) e Spagna (72%) se la cavano molto bene.  La serietà dei partiti non dipende dalla latitudine.

I casi più virtuosi sono quelli in cui c’è un partito che conquista la maggioranza assoluta e governa da solo. Come sappiamo, non accade più molto spesso  di questi tempi, neppure in Gran Bretagna.  I governi di coalizione hanno tassi di attuazione più bassi.  Ad esempio la Germania si attesta al 62%.  E contano anche  la durata in carica e il tipo di coalizione.  L’instabilità e la presenza al governo di partiti “populisti” di centro-destra si associano a tassi di attuazione inferiori alla media: è il caso dell’ Olanda (57%) o dell’ Austria (50%).

Nei governi sostenuti da più partiti conta molto la Presidenza del Consiglio.  Chi la controlla riesce  a mantenere una quota più alta dei propri impegni. Infine è importante  la presenza di  procedure e meccanismi decisionali che limitino i poteri di veto, ad esempio quelli delle regioni.

Come da copione, l’ Italia ha il tasso di attuazione più basso di tutto il campione: 45%. Solo il governo Prodi (1996-98) e quello Berlusconi II  (2001-2006) hanno fatto meglio, superando il 50%.  Sempre fascia bassa  ma  almeno decente, fra l’Irlanda e l’ Olanda.

Se il quadro è questo, dopo  il voto del quattro marzo  si profilano  purtroppo  tutte le condizioni per una tempesta perfetta. Sarà difficile formare un governo (quasi sicuramente di coalizione), definire una linea programmatica condivisa e coerente e, soprattutto, tradurla in pratica.  Oltre ad una lunga tradizione di instabilità, frammentazione e  a un assetto istituzionale pieno di punti di veto, sconteremo gli effetti di una legge elettorale disastrosa.

Allora ha ragione chi pensa che sia inutile dibattere sui programmi?  Assolutamente no. Proprio perché rischiamo la tempesta perfetta, dobbiamo considerare con molta attenzione le proposte dei partiti, valutandole sotto due prospettive.  Chiamerei la prima “innovatività sostenibile”:  impegni al cambiamento, anche incisivo, purché precisi nell’imputazione dei costi. La seconda è invece la “responsabilità di sistema”: parole chiare sui temi del debito pubblico, dell’euro, della politica estera e di sicurezza.  E anche dell’immigrazione, dell’ ordine pubblico  e dello stato di diritto.  Come dimostrano i  fatti di Macerata,  c’è il rischio di orribili rigurgiti xenofobi e illiberali, persino di esplosioni di violenza. Occorre fare ogni sforzo per stanare i partiti su questi due fronti, costringendoli in particolare a  fornire garanzie su quello della responsabilità.

Negli ultimi anni alcuni paesi hanno attraversato acque tempestose,  addirittura senza governi legittimati dal Parlamento:  pensiamo al  Belgio, alla Spagna o all’ Olanda. La stessa Germania non è ancora uscita dal caos post-elettorale.  Sbaglieremmo tuttavia a pensare che, in fondo, l’instabilità non conti così tanto, che  economia e società possano funzionare anche senza “la politica”.  In quei paesi, la difficoltà a formare un governo non hanno provocato danni perché i partiti maggiori sono riusciti a tenersi lontano dall’avventurismo. E, soprattutto, a mantenere ben salda le ancore dell’Europa e della democrazia liberale.

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 5 febbraio 2018

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Impoveriti e snobbati dalle élite. La rivalsa degli elettori populisti

conversazione tra MAURIZIO FERRERA e MARC LAZAR a cura di DARIO DI VICO

Che relazione c’è tra la diffusa percezione di crescita delle disuguaglianze e l’avanzata dei movimenti populisti? Quali sono le differenze rispetto al secolo scorso, quando la sinistra sapeva occupare con grande abilità il campo dei disuguali e legare il riscatto sociale al cielo della politica? Quali differenze ci sono tra i movimenti populisti francesi e italiani? Abbiamo sufficienti elementi per tracciare una sociologia del populismo? A queste e altre domande centrate sul nesso tra disuguaglianza e populismo hanno cercato di rispondere a Milano, su invito della Fondazione Corriere della Sera, Maurizio Ferrera, firma del quotidiano di via Solferino e politologo dell’Università statale di Milano, e il collega francese Marc Lazar, docente a Parigi Sciences Po e all’università Luiss di Roma.

MAURIZIO FERRERA (MF) –  Penso che occorra partire dalle caratteristiche differenti della disuguaglianza nel periodo attuale. La novità è che non si sono allargate solo le distanze tra le fasce di reddito, quelle che vengono misurate con l’indice di Gini, ma si è verificato questa volta anche un arretramento individuale. Un peggioramento della condizione di milioni di persone che ha dato origine a un sentimento profondo di deprivazione relativa, che a sua volta si è tradotto in aggressività sociale e politica. L’arretramento è stato trasversale rispetto alle classi tradizionali, non hanno perso tutti gli operai, ma le tute blu dei settori più esposti alla concorrenza internazionale. Non hanno perso i dipendenti statali e i pensionati sono arretrati molto meno degli occupati e dei giovani in cerca di lavoro. Questo caleidoscopio di effetti non ha permesso che lo scontento si aggregasse come nel Novecento e utilizzasse i corpi intermedi: questa volta ha prevalso la ricerca dei colpevoli, del capro espiatorio. E il populismo ha saputo indicare obiettivi facili: le élite e gli «altri», ovvero gli immigrati. In definitiva penso che il successo del populismo si debba innanzitutto alla crescita del sentimento di deprivazione relativa e all’esaurimento delle narrazioni novecentesche.

MARC LAZAR (ML) –  Alexis de Tocqueville ci ha raccontato come in Francia esistesse una particolare passione verso l’uguaglianza, ma oggi questa passione si è diffusa in tutta Europa, persino in Germania o nella Repubblica Ceca, dove i dati economici sono buoni. Tra i tedeschi l’87 per cento degli intervistati di un’ottima ricerca, Dove va la democrazia? , si dichiara molto preoccupato per la disuguaglianza, a Praga il 75. Storicamente i populisti si professavano liberisti, oggi si presentano come difensori di chi soffre e propongono la tutela dello Stato sociale, anche se in una formula esclusiva, ovvero riservata ai connazionali. E così il Front national ha potuto recuperare progressivamente il voto della sinistra che veniva dalle zone industriali, ma non c’è una spiegazione unica della forza dei populisti: ci sono molti fattori politici, culturali e religiosi. Dopo la vittoria di Emmanuel Macron in Francia si è detto che Marine Le Pen era finita, io non credo. Tutti gli ingredienti del populismo sono ancora lì e possono essere tuttora utilizzati anche in Francia.
Semplificando si può dire che nel populismo francese prevale l’elemento di protezione sociale, mentre in quello italiano l’agenda si apre con la critica della politica?

MF – Prima di Beppe Grillo il populismo italiano è stato a lungo rappresentato dalla Lega e in misura minore da Silvio Berlusconi. I 5 Stelle però sono emblematici come formazione politica, perché hanno saputo cavalcare l’aggressività generata dalla disuguaglianza, indirizzandola verso un aspro conflitto con le élite. La contrapposizione tra «noi e loro» ha dato vita a un’idea tutta orizzontale della democrazia, come se non ci fosse bisogno di un’organizzazione verticale capace di prendere decisioni. Si tratta di un enorme equivoco sul funzionamento delle democrazie, un magma fatto di anti-elitismo verticale e di confusione orizzontale al massimo grado: infatti sul sito del Movimento 5 Stelle si può trovare tutto e il suo contrario. Se Podemos e Syriza sono di sinistra, mentre Le Pen e l’olandese Geert Wilders sono sicuramente di destra, i grillini sono una cosa amorfa dal punto di vista della distinzione destra-sinistra.

ML –  Le Pen padre era liberista, Marine è per la protezione e per la spesa pubblica, ma non spiega come tenere in equilibrio i conti pubblici. C’è però un’altra dimensione: lei si presenta come una donna moderna, divorziata, ha due figli, fa l’avvocato e anche in questo caso assistiamo a un rovesciamento dell’identità della destra tradizionale. Un piccolo gruppo di tradizionalisti ha organizzato una manifestazione contro quello che chiamano il matrimonio per tutti (le nozze gay, ndr ) e Le Pen non ci è andata perché ha capito che chi vota per lei se infischia di queste cose. Dal canto suo Jean-Luc Mélenchon, di formazione trotskista e poi socialista, nell’ultima campagna elettorale ha cambiato totalmente posizione, si è ispirato ai modelli populisti dell’America Latina. Il popolo contro la Casta, non più destra contro sinistra. Mélenchon è più simile ai 5 Stelle e infatti è orientato a ristrutturare la sua organizzazione. Al ballottaggio non ha dato consegne di voto perché sapeva che il suo elettorato si sarebbe diviso, tra chi sceglieva Macron per un vecchio riflesso antifascista e chi considera invece il liberismo peggio del fascismo. È interessante anche la sociologia del voto. Per Le Pen hanno votato molti operai, per Mélenchon c’è il voto degli strati bassi della funzione pubblica, molto importante in Francia. Entrambi i partiti hanno avuto successo tra i giovani della fascia 18-24 anni, ma il Fn soprattutto tra i giovani con basso livello di istruzione, mentre con Melenchon troviamo i giovani laureati nelle università di massa, senza numero chiuso. I giovani pro-Macron vengono invece dalle Grandes Écoles e dalle business school . Il livello di istruzione si presenta quindi come una variabile esplicativa del voto.

MF – Il legame tra fattori di contesto, atteggiamento di chiusura e voto populista non va esaminato schematicamente, esistono anche una serie di filtri che differenziano le reazioni. Se sei un lavoratore a bassa qualifica che vive in un settore non esposto alla concorrenza internazionale, può darsi che tu non abbia perso il lavoro e nessuno della tua famiglia l’abbia perso: questa situazione ti vede meno propenso a votare populista rispetto ad altre famiglie che hanno affrontato la disoccupazione senza godere di sussidi. In Italia siamo particolarmente vulnerabili, perché il nostro welfare è spostato sulle pensioni e prevede pochi sussidi per i giovani, per chi perde il lavoro e chi ha tanti figli. Un secondo filtro riguarda la vita associata. Se partecipi all’attività delle organizzazioni e fai attività regolare, sei iscritto al sindacato, anche semplicemente leggi i giornali e parli di Europa o ancora hai fatto un viaggio all’estero, tutto ciò abbatte la propensione allo sciovinismo e alla chiusura, anche a parità di basso livello di istruzione. Questo ci dà un barlume di speranza, perché ci fa intravedere come ci siano azioni mirate da mettere in campo.

Abbiamo esaminato le questioni di ordine socio-economico e la relazione con la politica, parliamo ora dei valori. Di fronte all’offensiva del populismo si diffonde la sensazione di essere a una sorta di Anno Zero. Non ci sono narrazioni politiche competitive e la stessa adesione al principio di democrazia sembra messa in discussione.

MF – L’individualizzazione dei bisogni e delle aspirazioni, descritta in letteratura da Norbert Elias e più recentemente da Zygmunt Bauman, amplificata dai social network, rende più difficile far appello a valori di condivisione per giovani che hanno questo tipo di vita, frammentata e spacchettata. L’ultimo tentativo di immettere nel mercato delle idee una cornice valoriale diversa da quelle classiche del Novecento è stato la Terza via di Tony Blair. Quella visione piaceva perché metteva assieme l’idea dell’importanza di scegliere con le necessarie legature sociali e le rivisitava in una chiave di uguaglianza. Il progetto di Blair per essere credibile e incisivo aveva bisogno di una condizione: che ripartisse l’ascensore sociale. Di qui l’enfasi dei laburisti britannici sull’istruzione e la formazione professionale, ispirata all’ultimo periodo della storia del Novecento, gli anni Sessanta-Settanta, nel quale c’è stata mobilità sociale grazie all’istruzione di massa che ha consentito un salto mai fatto nei vent’anni precedenti e mai ripetuto dopo. La chiave è ancora lì.


ML – I populisti ora si presentano come democratici, in passato, nell’intervallo tra le due guerre, erano ostili alla democrazia. Oggi si dichiarano difensori della democrazia diretta e credono nei referendum. Propongono una democrazia immediata realizzata grazie alla tecnologia e il Movimento 5 Stelle è, nell’ambito dei partiti populisti, quello che ha sviluppato con maggiore originalità questa tendenza, infatti ha ispirato lo stesso Mélenchon. Nell’indagine di cui ho parlato, il 33 per cento dice che forse esiste un altro sistema equivalente alla democrazia, una risposta ambigua. Nelle altre risposte, specie tra i giovani, emerge che un regime più autoritario potrebbe essere anche accettato. Di fronte a questi riscontri dobbiamo ammettere che esiste un’interrogazione sul valore della democrazia e di conseguenza bisogna riprendere una narrazione che ne affronti i problemi di trasparenza e di organizzazione dei sistemi democratici. Ad esempio Macron sbaglia, secondo me, se abbandona la parola d’ordine della democrazia partecipativa e si presenta come un monarca repubblicano. Il politologo Pierre Rosanvallon sostiene che la gente non può aspettare 4-5 anni per votare e dire la sua, che bisogna trovare forme attraverso le quali il cittadino possa essere coinvolto tra un’elezione e l’altra. Non dimentichiamo che la democrazia si è affermata tra gli europei solo quando si è accoppiata a pace, prosperità e giustizia sociale. La situazione attuale riapre il dibattito: siamo a favore della democrazia perché ci sentiamo garantiti dal welfare sul nostro livello di vita o perché ci crediamo come valore assoluto? Credo che una parte del successo del populismo risieda in questa operazione: interroga gli europei sul nostro sistema di valori e questa domanda finisce oggettivamente per intercettare le sfide rappresentate dall’immigrazione, dalla presenza dell’Islam e dagli attentati.


Ci interroga e non ci trova adeguatamente preparati. Si sente la mancanza di un’elaborazione convincente su queste materie.

ML – Noi europei siamo molto aperti, accettiamo la diversità e le altre religioni, ma i due modelli con i quali l’accoglienza si è dispiegata, ovvero il multiculturalismo del Nord Europa e il modello repubblicano francese, sono entrambi in crisi e la sfida per noi diventa reinventare modelli di integrazione in un contesto molto più difficile dal punto di vista demografico. Il populismo gioca anche sulla paura dell’Islam e del resto ci sono avuti in 15 mesi la metà delle vittime causate dal terrorismo rosso e nero in 15 anni. Un trauma molto forte. Tanto che avevo paura di rappresaglie in Francia contro le comunità musulmane, e sono contento di essermi sbagliato perché tutto sommato non è accaduto. Vuol dire che i francesi sono riusciti a distinguere tra quelli che mettono le bombe e la maggioranza dei musulmani, ma la grande scommessa per le nostre società diventa «i musulmani sono disposti a denunciare quelli che sono pronti ad abbracciare il terrorismo?». Dobbiamo accettare l’idea che ormai abbiamo una pluralità di religioni, però non possiamo accettare che si rimettano in discussione delle nostre regole. Se i musulmani moderati non rispondono su questo punto, si crea terreno facile per la propaganda del populismo.
Forse anche perché siamo diventati occidentali riluttanti. Sembra che la democrazia occidentale la debba difendere solo l’intelligence.


MF – Direi democrazia liberale, espressione che contiene in sé sia il costituzionalismo sia il suffragio universale. In Ungheria e Polonia le destre oggi discutono proprio questo. Tornando all’islam, l’intellighenzia musulmana non ha mai operato un’operazione di esegesi critica dei testi sacri. Nessuno nelle facoltà cattoliche di Teologia pensa che la Bibbia vada interpretata alla lettera, mentre i dotti islamici a proposito del Corano pensano di sì. Non accettano l’idea che le regole letterali dei testi sacri erano appropriate per quel tempo e non per oggi. Quelli che hanno avuto il coraggio di affermarlo sono stati imprigionati. Purtroppo non possiamo aspettarci che le élite intellettuali teocratiche ci possano aiutare in un lasso di tempo utile. E allora possiamo contare solo su un processo di secolarizzazione delle giovani generazioni musulmane.

 

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 4 febbraio 2018

 

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Il discutibile «divieto» ai corsi in inglese nelle nostre università

Niente inglese, siamo italiani. Il Politecnico di Milano e altre università dovranno chiudere i percorsi di laurea nella lingua di Shakespeare. Lo hanno deciso i giudici. Ma il senso dei corsi in inglese non era un’offesa a Dante, ma quello di ampliare l’offerta formativa.

 

Il Politecnico di Milano e forse molti altri Atenei dovranno chiudere i  percorsi di laurea in inglese. E’ quanto ha disposto il Consiglio di Stato, applicando una precedente sentenza della Corte Costituzionale. Tenere ‘intieri corsi di studio” in una lingua diversa dall’italiano viola almeno tre principi della nostra Carta: il primato dell’italiano, la parità di accesso all’istruzione universitaria e la libertà di insegnamento.

La Corte fa il suo mestiere. Ma cercano di farlo anche le Università. Rettori e professori (anche se non tutti) sono partiti da una banale constatazione: l’inglese è oggi diventato la prima lingua franca di massa della storia, un fatto praticamente irreversibile. E’ curioso che la Corte non nomini mai esplicitamente l’inglese e insista nel parlare di “lingue diverse dall’italiano”. Così essa rifiuta infatti la premessa empirica che ha mosso le scelte degli Atenei. I quali non hanno voluto offendere l’onore della lingua di Dante, ma solo integrare e ampliare l’offerta formativa.

I giovani che non sanno l’ inglese restano esclusi dai circuiti più dinamici dell’economia, della cultura, della ricerca. E’ a questa parità di accesso che oggi bisogna guardare. I giudici hanno ragione a dire che oggi mancano “adeguati supporti formativi”. Ma traggono la conclusione sbagliata nel sostenere che i corsi di studio in inglese discriminano gli studenti che “non lo conoscono affatto”.  Sarebbe stato più logico suggerire agli Atenei di rimediare a questa lamentevole lacuna.

La supposta violazione della libertà d’insegnamento è  poi la motivazione meno condividibile. In molti ambiti  (non in tutti, certo) l’inglese è indispensabile per accedere a quel “sapere scientifico che deve essere trasmesso ai discenti”. Nelle discipline scientifiche e sociali la conoscenza dell’inglese è oggi una precondizione per fare ricerca e pubblicare. E ormai in tutti i concorsi per professori è previsto l’accertamento delle competenze linguistiche. Di quale libertà parliamo? Il diritto da tutelare è un altro: agli studenti vanno garantite opportunità, livelli e modalità formative (inglese incluso)  in linea con i migliori standard UE. Nel proprio paese, a costi abbordabili.

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 3 febbraio 2018.

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Ora il secondo welfare può diventare protagonista

Da più di un decennio la povertà dei minori è diventata una delle sfide più serie per il nostro paese e il suo futuro.  L’istituzione del reddito d’inclusione (REI) e, in particolare, del Fondo per il contrasto alla povertà educativa, costituiscono un primo passo per rispondere a tale sfida.

A muoversi non è stato però solo lo stato, ma anche le associazioni della società civile.  Protagonista sempre più vivace del “secondo welfare”,  il mondo del non profit ha prima sensibilizzato il governo, poi lo ha assistito nell’identificare le possibili soluzioni ed ora – a riforme adottate- è attivamente impegnato nell’attuazione delle nuove misure.

Nel caso del REI, il ruolo del non profit si concentra essenzialmente sul versante dei percorsi di integrazione lavorativa e sociale.  Nel caso del Fondo contro la povertà educativa vi è anche un sostanzioso sostegno finanziario da parte delle Fondazioni Bancarie, che partecipano al Comitato di indirizzo strategico insieme a rappresentanti del governo e del Terzo settore.  Save the Children ha dal canto suo fornito un contributo prezioso sia sul piano della raccolta di dati sia della sperimentazione di iniziative concrete.

Rispetto ad altri paesi UE, l’Italia si è accorta tardi dell’emergenza minori  e, almeno per ora, le risorse sono inadeguate rispetto alle dimensioni e alla gravità del problema.  Le innovazioni dell’ultimo biennio sono tuttavia un segnale positivo.  Esse rivelano un vero e proprio risveglio della società civile sul fronte del welfare.  Le Fondazioni bancarie sono in realtà attive da quasi un trentennio.  Hanno nel tempo finanziato e orchestrato un elevatissimo numero di  iniziative si inclusione a livello territoriale.  Lo stesso si può dire del Terzo Settore e, su scala più ridotta, Save the Children.  La novità di oggi è  il tentativo di fare sistema, di operare da protagonisti sul piano nazionale.   Non per sostituire lo stato, che deve introdurre e tutelare i diritti. Ma fungendo da complemento e (come nel caso del Rei e del Fondo povertà) e insieme  da “vedetta” (nel caso Cariplo, si può aggiungere “lombarda”) per individuare tradizionali bisogni non coperti e i nuovi rischi emergenti.

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 29 gennaio 2018

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Euro si, euro no. Dibattito utile solo ai social

di Maurizio Ferrera e Giovanni Pagano

 

“Non è più il momento di uscire dall’euro”. Il 9 gennaio scorso, dagli studi di Porta a Porta, Luigi di Maio ha impresso una decisa correzione di rotta rispetto alla posizione storica del Movimento 5 Stelle. In un tweet dello stesso giorno, Silvio Berlusconi ha dichiarato che il suo alleato Salvini “non ha più l’idea di uscire dall’Euro”. Oltre che sui mezzi di comunicazione tradizionali, queste dichiarazioni hanno suscitato un vortice di reazioni anche sui social media.

 

Uno studio di Euvisions ha analizzato il dibattito su Twitter.  Come si vede dalla figura, le uscite di Di Maio e Berlusconi hanno provocato un marcato “picco” di discussione alla quale hanno partecipato con i loro account leader politici, partiti e movimenti, esperti e intellettuali, singoli cittadini. I tweet raccolti e analizzati sono stati più di 60.000, tutti incentrati sulla questione euro e sul cambio di rotta dei Cinque Stelle e della Lega.

Le tre discussioni

 

Nel caos delle conversazioni, Euvisions ha identificato tre gruppi di utenti in base all’orientamento politico.  Il primo è quello dei simpatizzanti e politici del PD, i quali hanno colto l’occasione per attaccare la coalizione di centrodestra e soprattutto il M5S. In posizione più defilata si pone un secondo gruppo di conversazioni che coinvolgono Silvio Berlusconi, da poco approdato su Twitter. Il terzo e più ampio gruppo (più della metà dei tweet raccolti) è quello “sovranista”,  composto da chi si oppone all’euro e vorrebbe che l’Italia tornasse alla valuta nazionale. Quest’area si raccoglie intorno ad alcune figure “nodali” che animano il dibattito: ad esempio Alberto Bagnai, professore di economia all’Università di Pescara o Claudio Borghi, ora responsabile economico della Lega.

 

Le dichiarazioni di Di Maio e Salvini (o meglio, di Berlusconi su Salvini) hanno acceso due linee di conversazione: una più generale su Italia e euro; una più specifica sul repentino cambio di rotta dei due leader. All’interno dell’ area ‘sovranista’, vi è stata una reazione vigorosa da parte dei fautori dell’ Italexit: nella maggior parte dei loro tweet (circa il 60%) si reclama l’uscita dalla moneta unica. Questi messaggi, provenienti da simpatizzanti del M5S come della Lega o della destra estrema, sono accomunati da una generale ostilità verso la globalizzazione e da una nostalgia verso il protezionismo economico e le svalutazioni competitive. Anche nel gruppo berlusconiano vi sono stati tweet ostili alla moneta unica (circa il 40%) mentre la quota di euroscettici in seno al gruppo che simpatizza o rappresenta il PD  è molto più bassa (però c’è: interessante).

 

La seconda linea di conversazione ha riguardato le ‘giravolte’ dei due leader rispetto agli impegni presi ed è piena di accuse di inaffidabilità e di incoerenza. Da dove vengono queste critiche, e a chi sono dirette?  In buona parte provengono dal gruppo PD.  Più di due terzi dei tweet che originano da questo gruppo sbeffeggiano Di Maio e Salvini per aver cambiato idea. Le critiche sono però arrivate copiose anche dai sovranisti; molti hanno attaccato Di Maio, ma più ancora hanno preso di mira la Lega, esprimendo delusione per il riposizionamento di Salvini, attribuito alle pressioni di Berlusconi e all’alleanza con Forza Italia. Le parole usate sono state spesso forti (si veda la nuvola), arrabbiate, sdegnate.  Tra gli hashtag più diffusi in quest’area compare #iovotoCasaPound, segno che una parte dei  duri e puri considera persino di cambiare partito. La Lega è il partito che più esplicitamente ha cercato di intestarsi l’elettorato anti-euro: l’alleanza con FI è perciò vista come un “tradimento” della causa, dal momento che per Berlusconi la moneta unica non deve essere messa in discussione. I leghisti più esposti su questo fronte si sono difesi energicamente: dai  loro acount sono partiti appelli alla calma e rassicurazioni sul fatto che la Lega manterrà le proprie posizioni euro-scettiche.

Le conseguenze

 

A seconda del peso elettorale del fenomeno #noeuro, i riposizionamenti delle ultime settimane potrebbero avere conseguenze tanto sul M5S che sulla Lega. Per il momento il M5S non sembra voler riguadagnare i voti dell0’antieuropeismo più intransigente. La Lega è invece più disorientata e si difende proponendosi come  unico ‘voto utile’ per portare l’euro-scetticismo al governo.  Nella contesa per l’elettorato ‘responsabile’, a giudicare dal volume e dal contenuto delle conversazioni, il PD risulta più convincente rispetto a Forza Italia. Quest’ultimo partito ha partecipato al dibattito Twitter cercando di rinverdire la vecchia polemica con Prodi sul tasso di cambio lira-euro, a quasi vent’anni dalla sua introduzione.

 

Nessun partito è ancora intervenuto con una proposta forte sull’Europa. Per ora, l’agenda è in mano a francesi e tedeschi.  Le loro idee sono ambiziose. Nei dettagli si nascondono tuttavia insidie pericolose per il nostro Paese, sulle quali i nostri ondivaghi leader dovrebbero riflettere  molto più seriamente e fattivamente.

per approfondire:

http://www.euvisions.eu

Questo articolo è comparso anche sul Corriere Economia del 21 gennaio 2018

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I diritti aletici

conversazione tra Maurizio Ferrera e Franca D’Agostini

 

Maurizio Ferrera (MF): In una democrazia ciascuno può dire quello che vuole. Ma le “libere espressioni” non sono tutte uguali. Alcune sono infondate sul piano empirico. Altre sono incoerenti, fallaci o contradditorie. Inoltre, nei dibattiti pubblici c’è chi è sincero e c’è chi mente. Il termine fake news è ormai entrato nel linguaggio comune. Secondo alcuni, abbiamo varcato il confine della post-truth politics: un sistema in cui le interazioni nella sfera informativa e comunicativa smarriscono l’ancoramento a standard condivisi di verità e falsità. Questi sviluppi suscitano problemi in parte inediti e comprensibili preoccupazioni. Come si può arrivare a scelte collettive che incidano efficacemente sulla realtà senza un bussola? Tu hai scritto molto su questi temi. Puoi chiarire cosa intendiamo per “verità” e quale è il suo nesso con la politica?

Franca D’Agostini (FDA). Non sono sicura che le espressioni post-truth era (suggerita nel libro di Ralph Keyes del 2004) o post-truth politics catturino realmente la situazione in cui ci troviamo. La novità non è tanto il dilagare indisturbato di insensatezze, falsità e mezze verità: in fin dei conti è cresciuta la possibilità di ingannarsi e di essere ingannati, ma anche quella di smascherare gli inganni e trovare-dire la verità. Dunque finiamo in pari. Invece, l’aspetto nuovo è che ci siamo resi conto che esiste un problema di verità: l’«emergenza verità» è ormai universalmente riconosciuta. Dovremmo incominciare allora, come suggerisci, riconsiderando l’uso e il significato delle espressioni ‘è vero’, ‘è falso’. Alla domanda che tu sollevi risponderei con quella che i filosofi analitici chiamano una platitude, un’ovvietà: ciò di cui parliamo quando parliamo di verità è ancora il vero realistico, fissato da Platone: «vero è il discorso che dice le cose come stanno» (Cratilo, 385c). Quanto al rapporto di questa ovvietà con la politica, bisognerebbe abbandonare alcune idee preconcette. Anzitutto, come tu ricordi, le ragioni della verità sono state pensate in conflitto con la libertà di espressione, eppure la ragione principale per cui il free speech è una buona cosa è perché avvantaggia la verità: se lasci spazio alle obiezioni è più facile che tu scopra il vero. Ne segue che se si lascia parlare chi manifesta opinioni vistosamente false o mezze verità chiaramente fuorvianti non si rispetta il principio della libertà di opinioni, ma lo si danneggia. Inoltre, diamo alla parola ‘verità’ un valore dogmatico: lo consideriamo un concetto da «pugni sul tavolo» (A. Ross) o da «sguardo di Dio» (H. Putnam). Eppure l’aletheia nasce in Grecia come arma scettica, come regola primaria della skepsis, la ricerca.  Non per nulla, a condizioni normali non pensiamo al vero e al falso, ci pensiamo quando dobbiamo ragionare, dubitare, criticare, discutere. Infine, si è pensato che la verità non avesse alcun ruolo in democrazia. A quanto sembra era un errore, visto che come si dice nella Bibbia «la pietra scartata è diventata testata d’angolo». Il fatto è che la vita democratica è basata sulle opinioni (vere o false) dei politici e dei cittadini, dunque il vero potere in democrazia è potere del vero e del falso, perciò della funzione-verità, e di come ne facciamo uso.

MF: Nel pensiero e nella prassi politica si è sempre riconosciuto che i governanti non hanno il dovere di dire sempre il vero. Possono esserci occasioni in cui l’omissione della verità e persino la menzogna sono necessarie per tutelare ordine e sicurezza: il vecchio tema della ragion di stato, degli arcana imperii. Più in generale, la tradizione liberale (che ha inventato la libertà di pensiero e di espressione) ha sempre avuto un rapporto ambivalente con la nozione di verità, preferendo termini quali oggettività, veridicità, ragionevolezza, trasparenza. L’appello alla verità (come qualcosa di fisso, definitivo e incontrovertibile) si è spesso accompagnato a dogmatismi e manipolazioni ideologiche. L’ applicazione sistematica di quella che tu chiami la “funzione verità” non dovrebbe limitarsi o almeno concentrarsi nella sfera della scienza?

FDA. La riflessione sui «diritti aletici» (DA) (da aletheia, verità) avviata su Biblioteca della libertà è stata anche originata dal fatto che l’emergenza verità oggi riguarda tutti, gli individui come le collettività, la politica come la scienza e la cultura in generale. Aggirare il problema preferendo altri concetti come oggettività, trasparenza, ecc. (che comunque restano collegati al concetto di verità, se no non hanno alcun significato) non è più possibile. Piuttosto ci occorre un nuovo linguaggio. Se il politico di un tempo doveva «imparare a mentire», come consigliava Machiavelli, oggi il politico (ma in generale ogni parlante pubblico) deve imparare a dire la verità, ossia a fronteggiare il fatto che è diventato più facile smascherare le sue menzogne e le sue mezze verità ideologiche, e denunciare i suoi colpevoli silenzi. Ed è altrettanto facile distorcere le sue verità.

MF: Nel saggio su Biblioteca della Libertà tu connetti verità e politica tramite i “diritti aletici”. Sostieni cioè che per salvaguardare la verità come bene collettivo sia necessario introdurre delle garanzie formalizzate (un quadro di diritti/doveri) per contrastare le “sofferenze” aletiche, appunto, derivanti da informazioni false e manipolatorie oppure dal mancato riconoscimento pubblico di verità collettive e individuali. In particolare, secondo te la classe dei diritti aletici dovrebbe comprendere sei specifici diritti (si veda la tabella). Come giustifichi questo elenco e, prima ancora, la nozione un po’ sdrucciolevole (almeno in prima battuta) di “diritto alla verità”?

FDA. La formula «diritto alla verità» è entrata nell’uso in riferimento ai crimini dei governi totalitari, alla Shoà, e alla questione dei desaparecidos in Sudamerica. Però, come riconoscono Brunner e Stahl (Recht auf Wahrheit, 2016), non esiste ancora una chiara concettualizzazione del problema. Il fatto è che la conoscenza della verità è un bene (come è peraltro riconosciuto nei nostri codici) ma si tratta di un bene ambiguo. Perciò  ho suggerito di  allargare il campo, cioè ipotizzare che intorno al nostro uso del concetto si configurino diversi bisogni e interessi, alcuni dei quali sono reciprocamente correttivi. Per esempio, il diritto di essere riconosciuti come fonti credibili di verità (il DA3) dovrebbe essere consentito a tutti, ma non a tutti nella stessa misura (chiunque potrebbe spacciarsi come un autorevole medico, o biologo, o geologo), dunque dobbiamo fare riferimento alla scienza, come istituzione che conferisce una maggiore credibilità ad alcune persone. Ciò implica avere un sistema scientifico e universitario affidabile, che assegni credibilità in modo corretto (veridico), e a ciò corrisponde il quarto DA. La tutela del quarto DA è dunque garanzia per la giusta tutela del terzo.

MF: In generale, trovo le tue giustificazioni persuasive. Aprire una discussione concreta sui diritti aletici aiuta a richiamare l’opportunità che in democrazia la verità (nell’accezione scettica e critica di questo concetto) operi come regola costitutiva del discorso pubblico e vada come tale espressamente promossa e tutelata. Questa tutela può avvenire secondo me in tre forme. La prima è una deontologia “soft”, ossia il riconoscimento formale dei valori e principi aletici in codici di condotta o carte dichiarative. La seconda è la creazione di strumenti e istituzioni aletiche: regole che presiedano alla affidabilità e serietà di ricerca e istruzione, organizzazioni preposte alla produzione di conoscenza “vera” sulle principali questioni e politiche pubbliche. Il terzo possibile tipo di tutela è invece “hard”: l’introduzione di veri e propri diritti soggettivi e sanzionabili. Su quest’ultima nutro onestamente qualche perplessità.

 FDA. Sono d’accordo. La scoperta/creazione di nuovi diritti è sempre accompagnata da perplessità, e deve esserlo.  Non sopravvaluterei però le difficoltà. Almeno alcuni dei diritti che ho suggerito (senza dubbio il primo e il secondo, in parte il quarto) sono già previsti e salvaguardati, e si tratta solo di potenziarne la tutela, anche in modo “hard” come dici tu. Piuttosto, credo che il lavoro di riflessione sui DA sia ancora all’inizio. Ecco perché ho sostenuto che l’ultimo dei diritti da me elencati è condizione della salvaguardia di tutti gli altri: si tratta del diritto che abbiamo di vivere tra persone educate alla verità. Non educate ‘a dire la verità’ a ogni costo, ovviamente, ma a conoscere i rischi e i vantaggi che si legano all’uso della funzione-verità, e a saper usare quel che sanno o credono di sapere per la felicità propria e altrui. Come garantire una simile educazione è da stabilire.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 15 gennaio 2018

Bibliografia

D’Agostini: Disavventure della verità, Einaudi, 2002

—— Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico, Bollati Boringhieri, 2010

——– Introduzione alla verità, Bollati Boringhieri, 2011

——— “Logica, eristica ed educazione alla verità”, Eris. Rivista internazionale di argomentazione e dibattito, www.eris.fisppa.unipd/Eris, 2017

Besussi: Disputandum est. La passione per la verità nel discorso pubblico, Bollati Boringhieri 2012

——— (a cura di) Verità e politica. Filosofie contemporanee, Carocci

Elkins e A. Norris (a cura di), Truth and Democracy, University of Pennsylvania Press 2012

Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina, 2017

Keyes, The Post-Truth Era: Dishonesty and Deception in Contemporary Life, St.Martin’s Press, 2004

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Italia-Germania, sale lo spread della sfiducia

di Maurizio Ferrera e Alessandro Pellegata

 

La crisi economica non ha solo inasprito il risentimento verso la UE, ma sta anche erodendo quel capitale di fiducia reciproca che i diversi stati membri hanno faticosamente accumulato a partire dal Trattato Di Roma. In particolare sono aumentate le tensioni tra i paesi del Nord Europa, forti sostenitori delle politiche di austerità, e i paesi dell’area mediterranea, caratterizzati da una difficile ripresa economica e da un alto debito pubblico. Germania e Italia rappresentano in modo più emblematico queste due Europe. E i dati confermano che fra le loro opinioni pubbliche si è aperto un inedito divario su alcuni temi cruciali.

Legate da intense relazioni economiche, sociali e culturali, Germania e Italia hanno nel tempo condiviso uno spiccato e fattivo europeismo. Tuttavia negli ultimi anni le politiche e la missione dell’Europa sono passate da punto di incontro a fonte di tensione. In Germania il sostegno verso l’UE è alto e stabile, in Italia il filo-europeismo ha invece subito un declino con l’introduzione della moneta unica e un vero e proprio crollo durante la grande crisi. Italiani e tedeschi esprimono opinioni contrapposte anche sulla disponibilità ad aiuti finanziari verso gli stati membri in difficoltà e sulle responsabilità dei diversi paesi nella crisi economica (dati REScEU: www.resceu.it ).

La crisi dell’Eurozona e le conseguenti politiche di austerità hanno esacerbato alcuni tradizionali stereotipi e pregiudizi: italiani indisciplinati e imprudenti, tedeschi avari e inflessibili (tab. 1). Dal 2010 ad oggi, il favore dell’opinione pubblica del nostro paese nei confronti della Germania è passata dal 70% al 54%, il “raffreddamento” più marcato fra i grandi paesi (tab. 3). Insieme agli spagnoli, gli italiani sono diventati molto critici e pensano che la Germania abbia troppa influenza nella UE (tab. 2). Da altre indagini sappiamo che il 66% degli italiani crede che la Germania si impegni troppo per promuovere i propri interessi nazionali , ( il 53% dei tedeschi ritiene che si impegni troppo poco!). Inoltre, il 75% dei nostri connazionali ritiene che la Germania dovrebbe tenere in maggiore considerazione i problemi degli altri paesi UE e l’81% pensa che Berlino abusi del proprio ruolo. La stragrande maggioranza degli intervistati tedeschi ritiene invece che i problemi economici dell’Italia siano largamente imputabili a sé stessa (78%) e che Roma faccia ancora troppo poco per riformare stato ed economia (80%). Poiché la governance macroeconomica della UE è principalmente ispirata dalla Germania, non stupisce, da un lato, che la grande maggioranza dei tedeschi valuti positivamente il modo in cui Bruxelles gestisce l’economia europea né, dall’altro lato, che la stragrande maggioranza degli italiani si schieri sul fronte opposto (tab 4). Uno studio di prossima pubblicazione condotto da Olmastroni (Università di Siena) e Pellegata (Università di Milano) mostra come il risentimento degli italiani verso la UE, il loro giudizio negativo sull’operato della leadership tedesca e l’opinione sfavorevole verso la Germania siano strettamente associati.

La crescente divaricazione fra Nord e Sud e in particolare fra Germania e Italia fa molto male all’Europa. Come recita, fin troppo enfaticamente, il preambolo del rattato di Lisbona, la UE non è una collezione di stati collegati da un mercato unico e con una moneta comune. E’ una collettività politica plurinazionale impegnata in una cooperazione sempre più stretta in tutti gli ambiti e livelli. Le politiche economiche sono ovviamente  importanti. Ma la UE non può sopravvivere senza fiducia tra i popoli, senso di reciprocità e un minimo di benevolenza in caso di avversità, soprattutto quando queste sono la diretta conseguenza dello stare insieme. Salvaguardare queste condizioni è compito delle élite, dipende dalla loro capacità di orientare e guidare l’opinione pubblica, anche quella degli altri paesi. Le élite italiane hanno le loro colpe. Dato il proprio peso economico e geo-politico, la Germania ha tuttavia una dose di responsabilità in più. Speriamo che il nuovo governo di Berlino sappia esercitare questa responsabilità con maggiore convinzione ed efficacia.

http://www.euvisions.eu

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 8 gennaio 2017

 

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I valori nei bilanci dell’Unione europea

Nel 2018 entreranno nel vivo i negoziati per il periodo 2021-2026. La Commissione proporrà un sostanzioso incremento dei contributi, anche per compensare la perdita di 10 miliardi annui causata dalla Brexit

Non ditemi quali sono i valori a cui vi ispirate. Fatemi vedere il vostro bilancio e capirò subito quali sono. Così  diceva spesso Joe Biden (il vice di Obama)  ai suoi interlocutori con responsabilità di governo. Seppur modesto, anche la UE ha un proprio bilancio che finanzia molte iniziative in campo economico e sociale. L’ammontare delle risorse e i loro impieghi vengono definiti ogni anno entro un “quadro finanziario pluriennale”.  Nel 2018 entreranno nel vivo i negoziati per il quadro  2021-2026.  La Commissione proporrà un sostanzioso incremento dei contributi, anche per compensare la perdita di 10 miliardi annui  causata dalla Brexit. I Paesi “forti” del centro-nord  sono però ostili al cambiamento e soprattutto a ciò che la Germania chiama con sprezzo Transfer Union, ossia un bilancio a orientamento redistributivo.  Ai nastri di partenza si prepara uno  scontro fra interessi contrapposti.  Se adottiamo il punto di vista di Joe Biden, non sembra  proprio che i valori della coesione e della solidarietà  stiano giocando un qualche riconoscibile ruolo.

Questa assenza costituisce un doppio tradimento.  Nei confronti dei Trattati, innanzitutto, in particolare quello di Lisbona (2009), il quale include coesione e solidarietà fra i principi fondanti dell’Unione. Ma anche tradimento rispetto alla vocazione storica del bilancio comunitario, nato e cresciuto per attuare concretamente quei principi.  Certo, nel corso del tempo si è sempre rispettato il criterio del giusto ritorno:  ciascun paese membro deve derivare – nel medio e lungo periodo-  benefici  tangibili dall’integrazione, anche tramite la  “cassa finanziaria comune” .  Dopo l’ingresso di Irlanda, Grecia, Spagna e Portogallo il bilancio UE si è gradualmente orientato verso l’”accompagnamento”, tramite misure volte a sostenere paesi e regioni  più deboli e  contrastare i rischi di marginalizzazione e svantaggio direttamente connessi al mercato comune (e oggi alla moneta unica).

La memoria storica si sta purtroppo estinguendo; giova perciò ricordare alcune voci della prima e seconda generazione di padri fondatori. Il tedesco Walter Hallstein,  primo Presidente della CEE (1958-1967), disse chiaramente che il bilancio doveva aiutare la convergenza e insieme promuovere sentimenti di solidarietà fra i popoli.  Quando negli anni Settanta si iniziò a parlare di Unione Economica e Monetaria, l’influente Rapporto Werner, commissionato da Bruxelles, mise in guardia contro la minaccia di distorsioni economiche e sociali, potenzialmente rovinose per la legittimità politica. Secondo il successivo Rapporto Thompson, che preparò il terreno per il Fondo europeo di sviluppo regionale,  il binomio crescita- coesione era un “imperativo umano e morale”, senza il quale si sarebbero generate frustrazioni e disincanto fra gli elettori. Parole davvero profetiche.  Nel 1977, il Rapporto McDougall avanzò a sua volta  proposte  rivoluzionarie:  un bilancio minimo del 5-7% del PIL totale, un fondo europeo contro la disoccupazione e gli shock asimmetrici, uno schema di redistribuzione cross-nazionale dai Paesi più ricchi (e più avvantaggiati dall’unificazione) a quelli più poveri.  Delors cercò di dare tutta la sostanza possibile a queste intuizioni. Convinto sostenitore del mercato unico, riteneva essenziale accompagnarlo con una dimensione sociale. Ben conoscendo le resistenze dei paesi più forti, cercò di aggirare i governi nazionali istituendo legami diretti con le regioni (ma su questo fu successivamente sconfitto).

Da Maastricht in avanti la UE ha manifestato un vero e proprio sdoppiamento di personalità.  I valori dei padri fondatori hanno infarcito i preamboli dei vari Trattati, ma le politiche concrete di Bruxelles hanno proceduto in direzione opposta: condizionalità sempre più stringente nei trasferimenti di bilancio, responsabilità essenzialmente nazionali, “compiti a casa”. La disciplina fiscale e le riforme strutturali sono ovviamente importanti.  Ma sono anche politicamente divisive e a volte economicamente paradossali. Durante la crisi, ai paesi indebitati è stato ad esempio limitato o addirittura negato l’accesso ai fondi strutturali,  aggravando così i problemi economici.

Jacques Delors considerava la contrapposizione fra Paesi contribuenti e riceventi, creditori e debitori, “santi e “peccatori” l’esempio emblematico della non Europe. Purtroppo è quello che è successo durante l’ultimo decennio. Un altro politico  francese sta ora cercando di contrastare questa spirale disgregativa. Nel suo discorso di fine anno, Emmanuel Macron ha lanciato un appello per recuperare le ambizioni europee, non solo sul terreno economico, ma anche su quello della democrazia e della solidarietà.  Parole che oggi suonano innovative e controcorrente. Ma che non sono poi così diverse da quelle più volte ribadite dal nostro Antonio Giolitti, che fu Commissario europeo fra il 1977 e il 1985: se abbandoniamo a se stessa la dimensione della solidarietà, non avremo mai un’Europa unita.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 4 gennaio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Studi Umanistici da riqualificare. Gli USA insegnano

La crisi economica non ha solo inasprito il risentimento verso la UE, ma sta anche erodendo quel capitale di fiducia reciproca che i diversi stati membri hanno faticosamente accumulato a partire dal Trattato Di Roma. In particolare sono aumentate le tensioni tra i paesi del Nord Europa, forti sostenitori delle politiche di austerità, e i paesi dell’area mediterranea, caratterizzati da una difficile ripresa economica e da un alto debito pubblico. Germania e Italia rappresentano in modo più emblematico queste due Europe. E i dati confermano che fra le loro opinioni pubbliche si è aperto un inedito divario su alcuni temi cruciali.

Legate da intense relazioni economiche, sociali e culturali, Germania e Italia hanno nel tempo condiviso uno spiccato e fattivo europeismo. Tuttavia negli ultimi anni le politiche e la missione dell’Europa sono passate da punto di incontro a fonte di tensione. In Germania il sostegno verso l’UE è alto e stabile, in Italia il filo-europeismo ha invece subito un declino con l’introduzione della moneta unica e un vero e proprio crollo durante la grande crisi. Italiani e tedeschi esprimono opinioni contrapposte anche sulla disponibilità ad aiuti finanziari verso gli stati membri in difficoltà e sulle responsabilità dei diversi paesi nella crisi economica (dati REScEU: www.resceu.it ).

La crisi dell’Eurozona e le conseguenti politiche di austerità hanno esacerbato alcuni tradizionali stereotipi e pregiudizi: italiani indisciplinati e imprudenti, tedeschi avari e inflessibili (tab. 1). Dal 2010 ad oggi, il favore dell’opinione pubblica del nostro paese nei confronti della Germania è passata dal 70% al 54%, il “raffreddamento” più marcato fra i grandi paesi (tab. 3). Insieme agli spagnoli, gli italiani sono diventati molto critici e pensano che la Germania abbia troppa influenza nella UE (tab. 2). Da altre indagini sappiamo che il 66% degli italiani crede che la Germania si impegni troppo per promuovere i propri interessi nazionali , ( il 53% dei tedeschi ritiene che si impegni troppo poco!). Inoltre, il 75% dei nostri connazionali ritiene che la Germania dovrebbe tenere in maggiore considerazione i problemi degli altri paesi UE e l’81% pensa che Berlino abusi del proprio ruolo. La stragrande maggioranza degli intervistati tedeschi ritiene invece che i problemi economici dell’Italia siano largamente imputabili a sé stessa (78%) e che Roma faccia ancora troppo poco per riformare stato ed economia (80%). Poiché la governance macroeconomica della UE è principalmente ispirata dalla Germania, non stupisce, da un lato, che la grande maggioranza dei tedeschi valuti positivamente il modo in cui Bruxelles gestisce l’economia europea né, dall’altro lato, che la stragrande maggioranza degli italiani si schieri sul fronte opposto (tab 4). Uno studio di prossima pubblicazione condotto da Olmastroni (Università di Siena) e Pellegata (Università di Milano) mostra come il risentimento degli italiani verso la UE, il loro giudizio negativo sull’operato della leadership tedesca e l’opinione sfavorevole verso la Germania siano strettamente associati.

La crescente divaricazione fra Nord e Sud e in particolare fra Germania e Italia fa molto male all’Europa. Come recita, fin troppo enfaticamente, il preambolo del rattato di Lisbona, la UE non è una collezione di stati collegati da un mercato unico e con una moneta comune. E’ una collettività politica plurinazionale impegnata in una cooperazione sempre più stretta in tutti gli ambiti e livelli. Le politiche economiche sono ovviamente  importanti. Ma la UE non può sopravvivere senza fiducia tra i popoli, senso di reciprocità e un minimo di benevolenza in caso di avversità, soprattutto quando queste sono la diretta conseguenza dello stare insieme. Salvaguardare queste condizioni è compito delle élite, dipende dalla loro capacità di orientare e guidare l’opinione pubblica, anche quella degli altri paesi. Le élite italiane hanno le loro colpe. Dato il proprio peso economico e geo-politico, la Germania ha tuttavia una dose di responsabilità in più. Speriamo che il nuovo governo di Berlino sappia esercitare questa responsabilità con maggiore convinzione ed efficacia.

 

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 31 dicembre 2017

 

 

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