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Gli articoli di Maurizio Ferrera pubblicati sul Corriere della Sera

La ragione in sonno dell’Europa

Maurizio Ferrera

Nella politica europea si è aperta una stagione di conflitto sempre più acceso fra passioni e ragioni. Ogni giorno ha il suo dramma di aggressioni verbali, fake news, azioni impulsive, semplificazioni manichee fra beni e mali. Le discussioni e i ragionamenti basati su dati di realtà sono relegati (se va bene) in sedi appartate, non sempre influenti, lontane dai riflettori. La ragione è oggi più derisa che ascoltata.

Il fenomeno non è solo italiano. Nel Regno Unito si sta svolgendo una tragedia il cui esito peserà per decenni: una Brexit senza accordo (no deal) che sfida ogni sensatezza. Il partito che ha promosso e vinto il referendum (l’Ukip) non esiste più. La torcia dell’indipendentismo è oggi in mano a una eccitata minoranza di conservatori, che non vogliono sentire ragioni. Rappresentano, è vero, la pancia dell’Inghilterra di provincia. Ma tengono in scacco l’intero Paese, opportunisticamente appoggiati dai laburisti e dagli Unionisti nord-irlandesi.

La Spagna è di nuovo alle prese con la spinosa questione catalana.
La radice del confronto riguarda passioni politiche di natura “primitiva”: quel complesso di sentimenti, affetti, convinzioni che definiscono l’identità di un popolo, l’appartenenza di gruppo. Una miscela che può tingersi di rosso, perché “dolce e dignitoso è per la patria morire” (Orazio e prima di lui Tirteo).

Sanchez ha rotto con i rappresentanti catalani, il governo è caduto, l’unica cosa certa è che alle elezioni anticipate crescerà Vox, il nuovo partito neo-franchista di “vera destra” nazionalista.

La Francia è sotto l’attacco di una ribellione sociale che ricorda quella della Vandea durante la Rivoluzione. È di nuovo esploso l’antico risentimento della provincia contro Parigi e i suoi “re”. I gilets jaunes hanno interessi disparati e disomogenei, ciò che accomuna la loro frangia militante è l’ardore protestatario, la rabbia contro l’establishment.

L’Italia è in un certo senso l’avanguardia di questa tendenza. Siamo il primo Paese in cui il fervore populista ha conquistato il governo. I toni accesi e le promesse fantasmagoriche vanno bene quando si è all’opposizione ma non si addicono alla stanza dei bottoni. Di fronte alla dura realtà e ai suoi vincoli, le passioni non sanno cosa fare, litigano fra loro come nel bel cartone animato Inside Out. Ma in quel caso la lotta fra impulsi contrastanti riguardava il cervello di un’adolescente, non il governo di un grande Paese. In autunno, la formazione della legge di bilancio è stata un ottovolante di colpi di scena e batticuori. Per fortuna siamo scesi dalla carrozza avendo fatto pace con la Ue.

Come si è arrivati a questo punto? Il gran ritorno delle passioni è in gran parte connesso ai fallimenti della ragione durante il decennio di crisi. Molti degli esecutivi in carica – compresa la Commissione di Bruxelles – hanno giocato in modo freddo, basato su regole e numeri. Anni di sacrifici, ripresa incerta. Non si sono comprese le ansie della gente, né soprattutto le loro radici: l’aumento dei rischi, la riduzione delle opportunità, il senso crescente di privazione relativa (rispetto ad altri, rispetto a prima). Un fenomeno che ha interessato tutta la classe media, e tutti i giovani. Frustrazione e rabbia hanno cercato sollievo nella nostalgia di un passato più sicuro. Oppure nella ricerca di un futuro radicalmente diverso, costi quello che costi (il no deal, la secessione catalana, l’insurrezione in Francia, il sostegno senza se e senza ma per Di Maio e Salvini in Italia).

Le passioni sono un fattore connaturato alla politica. Ma lo è anche la ragione. Oggi il problema dell’Europa è come recuperare l’equilibrio. I segnali non sono confortanti. I conservatori inglesi si cullano nella fantasia (solo apparentemente ragionevole) di un progetto neo-imperiale (“we go global”), mentre Corbyn si rifugia nel massimalismo protezionista della sinistra novecentesca. Sanchez (e Rajoy) tentano la vecchia strategia del panem et circenses: catalani state buoni, vi daremo più soldi.

In Italia, a cercar bene s’intravede forse qualche spiraglio. Sulla questione Tav sono stati gli istinti (quelli della “pancia” dei Cinque Stelle) ad affidare l’analisi costi-benefici ad una Commissione chiaramente di parte. Ma avere sul tavolo una relazione tecnica è un passo avanti: sui dati e sugli argomenti si può aprire una discussione “ragionevole”. Anche nel centrosinistra qualcosa di muove: comunque lo si valuti, il “calendismo” è un segnale di innovazione ben impostata e coerente nei contenuti dello stile. Sia al governo che all’opposizione i segnali restano per ora appesi a un filo.

La Francia è forse il caso più promettente. Fedele alla tradizione illuminista, Macron ha reagito alla rivolta avviando un “grande dibattito” sul futuro, che copre tutti i temi scottanti: welfare, fisco, ambiente, servizi pubblici, democrazia e cittadinanza (https://granddebat.fr/). Può darsi che il dibattito sia visto, ancora una volta, come gioco retorico delle élite. È comunque un’iniziativa degna della massima attenzione, anche da parte italiana.

E la Germania? Per ora sembra l’unico Paese dove al governo prevalgano ancora sangue freddo e mente lucida. Ma anche nella società tedesca covano rabbia e risentimento. Alternative für Deutschland (Afd) è l’opportunistico collettore di crescenti pulsioni xenofobe e etno-nazionaliste. I servizi segreti hanno denunciato l’allarmante doppiezza di Afd e la presenza inquietante nei suoi ranghi di pericolose fazioni razziste. Sul versante opposto, il partito dei Verdi ha però lanciato un promettente progetto liberal-riformista, volto a combinare ambientalismo, economia aperta e integrazione sovranazionale. Il 2019 sarà il momento della verità per la politica tedesca ed europea. La presenza di una leadership responsabile a Berlino è fondamentale per tenere insieme la Ue.

Il sonno della ragione genera mostri. Francisco Goya immortalò questa celebre frase in una drammatica immagine a stampa. Il grande pittore spagnolo pensava però che le “grandi meraviglie” nascano solo dall’unione fra la logica della ragione e la fantasia delle passioni: un connubio iscritto nel Dna della civiltà europea. Tornerà l’equilibrio fra i due elementi nella sfera politica? Difficile che ciò avvenga prima delle elezioni di fine maggio. Se lo squilibrio persistesse anche dopo (o si amplificasse), dovremo tuttavia prepararci ai mostri di Goya. Qualcuno di loro potrebbe davvero trasformarsi in realtà.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 18 Febbraio 2019

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All’euro serve più welfare (e lavoro). I populismi alla partita di maggio

L’«Europa sociale» era nel trattato di Maastricht. Ma non è mai decollata. Oggi la Ue propone un fondo per sostenere gli investimenti in caso di crisi, ma è decisivo un meccanismo contro il rischio disoccupazione

Maurizio Ferrera

Con questo articolo inizia una serie di contributi sulla possibile istituzione di una Unione sociale europea, uno dei grandi temi di dibattito in vista delle elezioni di fine maggio per il rinnovo del Parlamento europeo. Ulteriori approfondimenti sul sito di Euvisions (www.euvisions.eu)

Fu il Trattato di Maastricht (1992) a creare ufficialmente l’Unione economica e monetaria. In quel Trattato dovevano figurare anche ambiziosi obiettivi di politica sociale. Per l’opposizione del Regno Unito, quasi tutti furono tuttavia relegati in un semplice Protocollo. Da allora la costruzione di una «Europa sociale» è il Santo Graal di tutte le forze progressiste, soprattutto in Francia e nell’Europa del Sud.

Alcuni passi in avanti sono stati effettivamente compiuti. Il bilancio europeo ha riservato risorse crescenti per combattere povertà e disoccupazione. Molte riforme nazionali nel campo delle pari opportunità, dei congedi parentali, della sicurezza sui luoghi di lavoro, delle tutele peri precari sono state decise a Bruxelles. In molti Paesi membri la Ue ha favorito l’introduzione degli schemi di reddito minimo garantito. La «dote lavoro» della Regione Lombardia è in parte finanziata proprio dalla Ue.

Si può fare di più? Certamente. Ma non tutti sono d’accordo. Secondo il principio di sussidiarietà, la politica sociale spetta ai governi nazionali. Molti esperti ritengono poi che l’intervento sociale dell’Unione non avrebbe valori aggiunti. Il primo nodo da sciogliere sulla strada di «più Europa Sociale» è perciò quello di giustificare la sua desiderabilità: perché serve?

Flessibilità e sicurezza

L’idea che debba esserci un «corollario sociale» all’unificazione monetaria non è nuova. Già negli anni Novanta, l’obiettivo di riforma dei mercati del lavoro veniva giustificato proprio in base all’imminente avvio dell’unione monetaria. La Strategia europea per l’occupazione lanciata nel 1997 sottolineava l’esigenza di flessibilità dal punto di vista dell’offerta (flexicurity), da perseguire a livello nazionale sotto coordinamento Ue. Il decennio di crisi indica tuttavia che alla flessibilità occorre oggi aggiungere anche l’obiettivo della stabilità. Il quale richiede l’azione collettiva: dispositivi assicurativi condivisi. La resilienza dei welfare state nazionali deve diventare una questione di interesse comune in un’Unione monetaria. Tutte le unioni monetarie sono implicitamente «unioni assicurative», basate sulla centralizzazione dei rischi bancari e in buona parte anche del rischio disoccupazione. L’Uem sta gradualmente istituendo una Unione bancaria. Ma ha anche bisogno, oggi più che mai, di stabilizzatori fiscali basati su logiche assicurative. La Commissione propone un fondo a sostegno degli investimenti pubblici quando, a causa di una crisi, i governi devono far fronte alla riduzione del gettito e a maggiori spese correnti. Ma il passo chiave è la riassicurazione degli schemi nazionali a protezione della disoccupazione.

La condivisione del rischio disoccupazione aumenterebbe la capacità di recupero a seguito di choc asimmetrici. In secondo luogo, i sistemi assicurativi nazionali creano esternalità; un Paese che si assicura adeguatamente aiuta anche i suoi vicini. È dunque nell’interesse dell’Eurozona promuovere e gestire questo tipo di esternalità virtuose. Stante la diversità dei punti di partenza, la Ue dovrebbe però da subito promuovere e sostenere la convergenza verso i seguenti obiettivi: sussidi di disoccupazione sufficientemente generosi; tassi di copertura sufficientemente ampi; riduzione delle segmentazioni assicurative nazionali, soprattutto quelle a sfavore dei contratti precari; attivazione delle persone disoccupate; riserve di bilancio in modo che gli stabilizzatori automatici possano fare il loro lavoro in tempi difficili.

Oltre che richiedere forme di condivisione dei rischi, le unioni monetarie necessitano di mercati integrati e competitivi per beni e servizi, basati sulla mobilità transfrontaliera del lavoro. Da ciò deriva la necessità di un secondo corollario sociale Ue, relativo al funzionamento del mercato unico. Fra i suoi ingredienti dovrebbero esserci regole per il distacco dei lavoratori da un Paese all’altro, la fissazione di standard minimi per i regimi salariali nazionali, trasparenti, prevedibili e universali nella copertura. Tale corollario serve non solo per l’eurozona, ma per l’intera Ue. Il rafforzamento della dimensione sociale dell’integrazione serve dunque come complemento necessario dell’integrazione economico-monetaria.

Ma ci sono altre ragioni che giustificano la desiderabilità di più Europa Sociale. Il Trattato di Lisbona (2009) ha delineato le aspirazioni normative fondamentali del progetto europeo, fra le quali spiccano la giustizia e le protezione sociali, nonché la coesione sociale e la solidarietà fra Paesi membri (si veda il grafico).

Si tratta di fini «in se», che in qualche modo dovrebbero vincolare le scelte di politica economica e monetaria. Il rispetto effettivo di queste aspirazioni svolge inoltre un cruciale ruolo politico. Nessuna collettività territoriale può sopravvivere e prosperare senza il sostegno diffuso delle persone soggette alla sua giurisdizione. Consenso e legittimità non dipendono solo dall’efficacia delle politiche ma anche dalla loro equità. I cittadini devono percepire che le autorità responsabili delle decisioni collettive rappresentino in qualche modo l’interesse collettivo, prendendosi cura di tutti i settori/strati della popolazione, per quanto deboli e periferici. Se non diventa esplicitamente e tangibilmente più sociale (che poi è il modo di essere più vicina agli elettori), la Ue rischia davvero di non superare la morsa del sovranismo e del nuovo populismo.

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Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 11 Febbraio 2019

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Le parole dei ministri e la prova dei fatti

Lo stile di governo Le dichiarazioni sui migranti e sulla sicurezza, le promesse sullo sviluppo, il lavoro e gli investimenti: l’esecutivo continua a vendere promesse 

Maurizio Ferrera

La vicenda della nave Diciotti ha indotto il governo a misurarsi con il grande tema della «responsabilità». La magistratura ha chiesto al Parlamento di rendere formalmente imputabile il ministro Salvini per eventuali reati personali. Il premier Conte ha deciso di spostare la discussione dal piano giuridico a quello politico. Mi assumo io la responsabilità, ha sostanzialmente detto. Le scelte sul caso Diciotti sono state condivise dall’intero governo e hanno risposto a gravi minacce pubbliche, ha aggiunto. Per ora non c’è evidenza che comprovi le affermazioni del governo: bisogna aspettare le carte. Sin d’ora è però utile riflettere su alcune implicazioni generali di questo specifico episodio.

Quello di responsabilità politica è un concetto impegnativo. In democrazia, chi governa deve tener in conto gli interessi degli elettori (in particolare i propri) ed è principalmente a loro che deve dare conto delle proprie scelte. Il tutto, ovviamente, nel rispetto dei vincoli dello stato di diritto. Ma non c’è solo la responsabilità elettorale. L’azione di governo deve poggiare su alcuni elementi essenziali: competenza, capacità di diagnosticare correttamente i problemi, di rispondere a sfide improvvise e soprattutto di salvaguardare le condizioni che consentono al sistema-Paese di crescere in un contesto di stabilità sociale e politica. Prendiamo un momento per buona la giustificazione offerta da Conte sul blocco degli sbarchi: minacce alla sicurezza.

Ma minacce simili non provengono anche dalla disastrosa gestione delle strutture in cui vengono parcheggiati i migranti già sbarcati? Molti di loro fuggono e si riversano sulle strade come clandestini. Un fenomeno che si aggraverà con le restrizioni del decreto Salvini. Perché il governo non si fa carico anche di queste sfide?

Giovanni Sartori distingueva fra responsabilità dipendente o «ricettiva» (quella verso gli elettori) e responsabilità indipendente o «funzionale». In questo secondo caso, il punto di riferimento è «l’interesse dell’intero», non quello di questa o quella parte. Si può discutere sui contenuti e sui modi di tutelare questo interesse. Tuttavia alcuni beni collettivi sono scontati, in particolare lo sviluppo del Paese nelle sue varie dimensioni, a partire da quella economica.

Su questo fronte il governo sta giocando col fuoco. L’Istat ha confermato che l’Italia è in recessione. Alcuni ministri hanno cercato prima di screditare dati e analisi. Poi di incolpare i governi precedenti. Un tentativo che lascia il tempo che trova. Solo i posteri potranno azzardare sentenze e comunque i fatti di oggi riguardano solo ed esclusivamente chi governa oggi. È vero che anche gli altri Paesi Ue rallentano. Ma, appunto, «rallentano», mentre noi precipitiamo sotto lo zero. Come ha ricordato ieri il Governatore Visco, le frenate congiunturali degli altri Paesi tendono da noi a trasformarsi in periodi di persistenti stagnazioni.

Altro che boom imminente (Di Maio) o fra sei mesi (Conte) per gli effetti della legge di bilancio. Secondo gli esperti, l’impatto sul Pil di quota cento e del reddito di cittadinanza (i due piatti forti) sarà uno zero virgola. Abbastanza per parlare di «ripresa incredibile», di un 2019 «bellissimo» (sempre Conte)?

Quanto ai famosi investimenti, senza ima dettagliata strategia di sblocco l’idea che vi possa essere un rapido impatto sul Pil non è credibile. Come ha osservato Dario Di Vico su queste colonne (Corriere 1 febbraio), il nodo degli investimenti pubblici è intricatissimo e il governo non sembra proprio avere la capacità tecnico-amministrativa per districarlo.

È lecito inoltre esprimere forti dubbi sulle ambiziose iniziative di accompagnamento al lavoro previste per i beneficiari del reddito di cittadinanza e dunque sulla crescita dell’occupazione. Ci sarà infatti una sfasatura temporale tra l’erogazione dei primi sussidi e l’entrata in vigore di quelle iniziative. È chiaro che i tempi di erogazione rispondono a logiche elettorali: l’interesse dell’«intero» può aspettare.

Quanto più la responsabilità elettorale prevale sulla responsabilità funzionale, tanto più è probabile che l’interesse generale sia sacrificato rispetto agli interessi di parte. O meglio, gli interessi «supposti». Molti dei nuovi pensionati si ritroveranno a casa con un trasferimento inferiore a quello standard e senza possibilità di integrarlo con altri redditi da lavoro. I loro figli e nipoti vedranno aumentare il già enorme fardello che il debito pubblico scarica sulle loro spalle. Questi effetti convengono davvero alle «parti» rappresentate da Di Maio e Salvini?

Il governo non sembra misurarsi con i fatti, preferisce vendere illusioni. Se l’impostazione non cambia, invece di proteggere e promuovere l’intero, questo governo rischia di spezzarlo. A quel punto non ci sarà certo bisogno della palla di cristallo per indovinare quale sarà la sentenza dei nostri posteri sulle politiche gialloverdi: gravemente insufficienti.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 3 Febbraio 2019

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Quanto costa l’ «odi et amo» per l’Europa

Maurizio Ferrera

Pochi lo ricordano, ma quella di oggi non è la prima controversia sulla Brexit, ma la seconda. Già nel 1975, appena tre anni dopo l’adesione, gli elettori britannici furono chiamati a decidere se rimanere o uscire dalla Comunità europea. Una schiacciante maggioranza (67%) votò «Remain». Ma anche allora nei mesi prima del voto ci fu molta confusione. I conservatori  erano favorevoli a rimanere (inclusa la giovane Margareth Thatcher), i laburisti erano spezzati in due. Il premier Harold Wilson, laburista, era a favore. Ma pezzi grossi del partito come Tony Benn e Michael Foot erano nettamente contrari, così come lo era la base del partito: per non spaccarsi, il Labour non prese una posizione ufficiale. La situazione odierna è ovviamente diversa, un referendum si è già tenuto nel 2016 e una risicata maggioranza si è espressa per il Leave. Le convulsioni di queste settimane riguardano l’arena parlamentare, non quella elettorale. Esiste una scadenza temporale ben precisa e — ad oggi — automatica. Senza un ripensamento il Regno Unito esce senza intesa il 29 marzo: la hard Brexit. Ci sono tuttavia alcune similitudini fra il 1975 e oggi. La Premier in carica è conservatrice, ma anche in questo caso il suo partito è diviso. E ora come allora il Labour non ha preso una posizione ufficiale, il suo leader, Jeremy Corbyn, sembra solo interessato a rubare il posto a May: per fare cosa, non si sa. Il modello di democrazia alla Westminster è tradizionalmente considerato come quello più capace di decidere e governare. Tale qualità evapora rapidamente, però, quando si tratta di definire i rapporti con l’Europa. In questo caso, gli inglesi «odiano e amano» allo stesso tempo. Faticano a decidersi e, come nella poesia di Catullo, non sanno spiegare perché e si tormentano. Tenendo l’Europa col fiato sospeso.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 21 Gennaio 2019

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Sovranisti più vicini all’Europa

Maurizio Ferrera

Alle prossime elezioni europee si presenterà un numero senza precedenti di partiti appartenenti alla destra neonazionalista. Non conquisteranno la maggioranza, ma è possibile che diventino il secondo raggruppamento dopo i popolari. Giusto dunque chiedersi quali progetti i sovranisti abbiano in mente. Per ora non ci sono programmi e andare oltre un generico accordo in negativo, a difesa dei popoli contro i famosi burocrati non eletti, è tutt’altro che facile. Si possono tuttavia intravedere alcuni primi indizi.

Innanzitutto è chiaro che questi partiti non vogliono più demolire la Ue e abbandonare l’euro. Marine Le Pen l’ha ormai riconosciuto espressamente (Corriere del 18 gennaio). Dal canto suo l’olandese Geert Wilders ha messo da parte la cosiddetta Nexit. Heinz-Chrisrian Strache, il vicecancelliere austriaco del Partito della Libertà (destra neonazionalista) avrebbe voluto l’euro del Nord e quello del Sud. Ora che Salvini ha accettato di rimanere nell’eurozona e di rispettare il Patto di stabilità, Stracher ha cambiato idea. Quanto ai leader del gruppo di Visegrad (fra cui spiccano Orbàn e Kaczynski), i copiosi fondi strutturali che arrivano da Bruxelles fanno troppa gola per pensare di uccidere la gallina dalle uova d’oro.

L’avvicinarsi delle elezioni sta accelerando la «normalizzazione» in senso europeo dei sovranisti. Da partiti di lotta antisistema, alcuni di loro sono diventati partiti di governo (a cominciare dalla Lega).

Laddove non sono ancora nella stanza dei bottoni, questi partiti, vorrebbero comunque entrarci presto. Sappiamo che governare vuol dire scendere a compromessi, diventare realisti: il che nell’Europa di oggi significa in primo luogo rispettare le regole della Ue, in modo da poter trarre tutti i vantaggi dell’integrazione.

Secondo Le Pen, rinunciare all’uscita dall’euro non significa naturalmente accettare «questa» Ue: l’obiettivo resta costruire «un’altra Europa». Per capire, occorre rispolverare le radici del lepenismo orginario, quello degli anni Ottanta del secolo scorso, fortemente ispirato alle idee della Nouvelle Droite francese. In quel contesto, «Europa» voleva dire civiltà europea, intesa come un insieme di idee e valori condivisi, contrapposti a quelli di altre culture e in particolare dell’Islam. È una visione che ricorre ancora frequentemente nei discorsi di Marine Le Pen, e che spesso affiora anche in Salvini o Wilders. Una visione che tocca molte corde all’interno di elettorati nazionali sempre più impauriti dall’immigrazione, dalla disoccupazione, dal terrorismo, dal carattere multi-etnico delle nostre società. Nel suo ultimo romanzo sui sentimenti popolari profondi della Middle England (dove si sono concentrati i voti a favore della Brexit), Jonathan Coe racconta molto bene il risentimento dei nativi nei confronti di tutti i residenti non bianchi: i cosiddetti BAMEs (Black, Asian and Minority Ethnic), nonché la crescente insofferenza nei confronti dei canoni politically correct. La condivisione di questo humus culturale potrà fornire un punto di appoggio per sviluppare una qualche agenda comune fra sovranisti.

Sul tema della difesa dei confini esterni ad esempio, forse sul terrorismo. Sull’accesso e lo status degli extra-comunitari, la loro libertà di soggiorno e movimento (da ridurre), i requisiti di integrazione linguistica e culturale per ottenere la residenza, le procedure di naturalizzazione (da rendere più difficili). Così come su altri temi di natura identitaria, ad esempio cultura ed educazione. Sui temi economici e sociali sarà invece difficile trovare convergenze. Il gruppo sovranista sarà infatti attraversato da quelle stesse divisioni Nord-Sud (creditori/debitori) e Est-Ovest (libertà di movimento) che riguardano ormai tutte le famiglie partitiche europee. Mentre però all’interno di queste ultime la presenza di ideologie solidaristiche e pro-Ue ha contenuto le tensioni, nel gruppo sovranista queste non potranno che amplificarsi, visto che il Dna dei singoli partiti è proprio la difesa degli interessi nazionali. L’unico altro fronte su cui potranno emergere posizioni comuni è quello istituzionale. Come ha, di nuovo, detto Marine Le Pen, i Trattati sono flessibili, con la giusta interpretazione si possono fare cose molto diverse da quelle sin qui fatte.

Saranno alla fine i numeri a decidere l’influenza dei sovranisti nel nuovo Parlamento. Lo Spitzenkandidat, capolista dei popolari, Manfred Weber, ha già annunciato di non avere preclusioni ad allearsi con la destra. Per un politico che proviene da quella tradizione cristiano-democratica cui appartenevano i Padri fondatori, si tratta di una dichiarazione imprudente e affrettata. Del resto, però, se l’altra grande tradizione europeista, quella socialista e democratica, non esce dal letargo, è difficile immaginare scenari alternativi. La sconfitta di «questa» Ue sarà perciò in larga misura auto-inflitta. L’Unione sopravvivrà, ma l’instabilità è destinata ad aumentare men-tre diminuirà la capacità di prendere decisioni per la crescita, l’occupazione e la sostenibilità di tutta l’economia europea.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 19 Gennaio 2019

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I valori e i vantaggi offerti dalla scienza

Maurizio Ferrera

Beppe Grillo ha firmato il Patto trasversale sulla Scienza promosso da Roberto Burioni e Guido Silvestri, due noti e autorevoli docenti e studiosi di medicina. Si tratta di un segnale importante, in controtendenza rispetto agli atteggiamenti anti-scientifici dei 5 Stelle: emblematico il caso dei vaccini. A giudicare dai social media, non tutta la base grillina condivide questa scelta. Beppe Grillo resta nondimeno il fondatore e padre nobile del Movimento. La sua posizione ha comunque peso politico e rilevanza simbolica.

Il Patto sulla Scienza dice cose molto semplici, che dovrebbero essere scontate in ogni democrazia liberale. Primo: la scienza è un valore, in quanto produce conoscenze affidabili sul mondo e ci indica sia come trarne vantaggio sia come evitare danni (pensiamo alle epidemie o ai disastri naturali). Secondo: occorre combattere la pseudoscienza, ossia tutte le idee e indicazioni che non rispettano quei criteri di metodo che da secoli ispirano il lavoro degli scienziati. Chi stabilisce i criteri e chi «accredita» la qualità di un lavoro scientifico? La comunità scientifica, e solo questa. Come rammenta il Patto, la scienza non ha colore politico. I politici possono trascurare le indicazioni degli scienziati. Ma non possono giustificarsi dicendo che gli scienziati sbagliano, che le conoscenze accettate e condivise dalla comunità scientifica non «dicono la verità».

Gli ultimi due punti del Patto spiegano in che modo si deve promuovere e proteggere la scienza. Innanzitutto occorre mettere i cittadini in condizioni di riconoscere la conoscenza affidabile da quella che non lo è. In secondo luogo, bisogna mettere gli scienziati in condizione di lavorare autonomamente, garantendo un flusso adeguato di risorse.

Ho menzionato la parola «verità». Di questi tempi è frequente sentire che la verità non esiste, oppure che ce ne sono tante e che ciascuno può scegliere la sua. E poi: gli scienziati non sono mai neutrali — si dice —, spesso agiscono in base a interessi di parte. Il cosiddetto progresso scientifico non dimostra forse che ciò che appare vero in un dato momento a un certo punto viene gettato nel cestino delle falsità? Osservazioni comprensibili. Gli scienziati sono donne e uomini in carne e ossa, e dunque imperfetti, «legni storti», come diceva Kant. Il loro lavoro «scopre» le cose per tentativi ed errori. La conoscenza scientifica è dunque sempre provvisoria, valida fino a prova contraria. Ciò che dovrebbe succedere (una guarigione) non succede; accadono eventi non previsti, spesso indesiderati (una calamità). Solo gli scienziati possono tuttavia stabilire se e quando una prova contraria è decisiva per il destino di una teoria.

Grazie a Internet, ciascuno di noi può oggi farsi un’idea riguardo a qualsiasi fenomeno. È forte la tentazione di decidere da soli. Sulla Rete si trovano le tesi più incredibili. Negli Stati Uniti c’è un gruppo che sostiene che la terra in realtà sia piatta. I «terrapiattisti» si sono trasformati in un movimento, che ora si riunisce periodicamente in compagnia di pseudo-scienziati. Per ora, non fanno male a nessuno. Ma un conto è sostenere credenze false relativamente innocue. Un altro conto è danneggiare gli altri sulla base di opinioni dogmatiche, non suffragate da evidenza e ragionamento. Non solo su temi che riguardano la fisica o la medicina, ma anche l’immigrazione o le differenze razziali.

Nei dibattiti pubblici, soprattutto in televisione, il confronto fra due punti di vista si conclude talvolta con uno dei due interlocutori (spesso un Cinque Stelle) che liquida l’altro dicendo «è una sua opinione, io non sono d’accordo». In alcuni casi è davvero difficile procedere al di là delle opinioni. Ma per una grande quantità di temi c’è davvero modo di controllare come stanno le cose, di stabilire chi ha ragione. Un’abitudine ancor peggiore è fermare il confronto politico dicendo: se «quello» non è d’accordo con me, che ho vinto le elezioni, allora si candidi (pensiamo a Salvini). Un’assurdità. Come insegnava Bobbio, la verità non si decide a maggioranza. I cittadini di una democrazia possono deliberare su moltissime questioni. Ma l’idea che possa esistere un cittadino «totale», titolato a sottrarsi ad ogni forma di autorità basata sulla competenza invece che sulla maggioranza è l’anticamera della dittatura.

Torniamo al Patto sulla Scienza. Il testo richiama la politica a «legiferare» contro la pseudo-scienza. Se ciò che si chiede è l’adozione di norme che rafforzino la sfera scientifica e che leghino le mani ai politici nella presa di decisioni in certi ambiti delicati (ad esempio costringendoli a chiedere il parere degli scienziati e a tenerne adegua-tamente conto), l’appello è ineccepibile. Non bisogna però mai affidare alla politica il ruolo di giudice nelle controversie scientifiche e nemmeno quello di scendere a compromessi incoerenti, come nel caso dell’«obbligo flessibile» alla dichiarazione vaccinale da parte dei genitori.

Il messaggio operativo più importante del Patto è quello che riguarda l’informazione e la scuola. È in queste due sfere che si deve imparare a usare correttamente il concetto di verità. Il che vuol dire una cosa semplice, ben riassunta già da Platone: verità è dire le cose come stanno. Pensare e parlare ricordando sempre che «là fuori» c’è una realtà ostinata e indipendente dalle nostre opinioni. E che può danneggiarci seriamente se ci illudiamo di poterla ignorare o peggio ancora piegare a nostro libero piacimento.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 12 Gennaio 2019

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Il coraggio di superare il tabù di Berlino e i suoi rischi

Maurizio Ferrera

Al netto di qualche ingenuità ed eccesso di ambizione, il programma dei Verdi si candida ad essere la novità forse più significativa delle elezioni europee del prossimo maggio. Le proposte non sono solo volte a rilanciare l’Unione, ma anche a renderla più sociale, nel tentativo di ricollegarla ai problemi e alle aspettative dei cittadini. Colpisce in particolare la coraggiosa disponibilità a superare quel tabù tedesco che negli anni passati ha bloccato gli avanzamenti sul terreno della solidarietà: la cosiddetta Transfer Union, la trasformazione della Ue in un veicolo di redistribuzione permanente fra i paesi membri più ricchi e virtuosi e i paesi del Sud. Questo tabù — peraltro costruito dai politici e in particolare da Schäuble come una vera e propria caricatura moralizzante, imperniata sulla contrapposizione quasi religiosa fra santi e peccatori — è stato fatto proprio anche dalla Spd, che ha contribuito a rafforzarlo.

L’Unione economica e monetaria ha prodotto molti benefici. Ma ha generato anche nuovi rischi di natura sistemica (che dipendono, cioè, proprio dall’esistenza della Uem in quanto tale). Tali rischi penalizzano con particolare intensità i paesi più deboli, i quali non possono farvi fronte autonomamente se non peggiorando la propria situazione. Lo stesso colosso tedesco potrebbe scoprire un giorno di avere i piedi di argilla a fronte di dinamiche più grandi di lui e imprevedibili. Una ragionevole strategia di condivisione dei rischi è la chiave di volta per garantire la stabilità dell’Uem e più in generale della Ue. Nel nuovo Parlamento europeo il gruppo ecologista potrà giocare un ruolo importante, soprattutto se i Grünen porteranno a casa un nuovo successo elettorale.

Non è chiaro in che misura il loro programma possa essere condiviso da altre formazioni dello stesso gruppo. Uno degli Spitzenkandidaten di questo gruppo sarà naturalmente un tedesco, il secondo olandese. Verrà cioè dal più grande e importante paese di quella nuova Lega Anseatica che oggi si oppone fermamente alla flessibilità e alla solidarietà. C’è da sperare che l’onda verde riesca davvero a farsi largo anche nel mare del Nord.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 17 Dicembre 2018

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Il legame che ora va difeso

Maurizio Ferrera

Se davvero succederà (come sembra ormai difficile da evitare), la Brexit avrà serie conseguenze per tutte le economie europee. Per quella del Regno Unito gli effetti saranno però devastanti. Le imprese e le banche inglesi sono sgomente, i sindacati molto preoccupati. Il ministro degli Esteri non esclude che ci possano essere dei tumulti per le strade, quello della Sanità sta preparando un ponte aereo per garantire i medicinali agli ospedali, nel caso si bloccassero le frontiere. Come si è potuti arrivare a una situazione tanto assurda?

Le responsabilità sono molteplici. Tutto è nato con l’incauta promessa elettorale fatta da David Cameron nel 2015, quella di indire un referendum sulla Ue. Poi le intransigenti linee rosse che Bruxelles ha posto in tema di controllo dell’immigrazione verso il Regno Unito: una maggiore flessibilità avrebbe consentito a Cameron di evitare la consultazione popolare. La propaganda menzognera e manipolatoria dell’Ukip e di tanti conservatori anti-Ue ha fatto il resto. Una risicata maggioranza di elettori si è fatta convincere a votare leave.

Dopo il referendum, la sequenza di errori è continuata. L’establishment politico e burocratico inglese ha smarrito la sua proverbiale capacità di maneggiare i problemi complessi, di valutare nei dettagli i possibili scenari. La domanda posta agli elettori era chiara e semplice: restare oppure uscire. Ma l’élite politica non poteva non sapere che l’uscita sarebbe stata difficile. Che non si trattava di chiudere una porta e aprirne un’altra per fendere incontrastati le onde della globalizzazione. L’economia internazionale non è più una prateria da conquistare cantando l’inno Rule Britannia. È diventata un sistema complesso, pieno di regole che vanno rispettate o ri-negoziate. Un percorso a ostacoli molto rischioso senza lo scudo Ue.

Può darsi che durante il negoziato degli ultimi mesi le linee rosse di Bruxelles siano state, di nuovo, eccessive. In uno dei tanti vertici recenti sulla Brexit, una stizzita Theresa May ha chiesto «rispetto» per le sue richieste. Un’osservazione legittima. Ma a Bruxelles l’impressione è che Londra si aspettasse di abbandonare la Ue alle proprie condizioni: una sorprendente ingenuità. Soprattutto considerando che c’è una scadenza (il 29 marzo 2019) oltre la quale la posizione degli altri partner prevale automaticamente e che senza accordo Londra si troverà a saltare nel vuoto. Un’ipotesi che è diventata più probabile con l’indebolimento della premier, che ieri sera è stata confermata ma col voto contrario di un numero sorprendentemente elevato di parlamentari conservatori.

Col senno di poi, sono in molti a ritenere che la «clausola di secessione» introdotta nel Trattato di Lisbona sia stato un grave errore. Il famoso articolo 50 ha indebolito quel sentimento di «affezione» nei confronti dell’Unione che si sviluppa spontaneamente nelle collettività politiche nate per condividere un progetto comune senza limiti temporali. L’esplicita previsione di una opzione di uscita logora l’affectio societatis e tende a ridurre la cooperazione a una mera questione di costi e benefici. Nel dibattito che si svolse su questa clausola già all’inizio degli anni 2000, l’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer disse che la Ue non poteva trasformarsi nel salone di un grande albergo, nel quale si può entrare per poi uscire volteggiando. Dare questa impressione, metterla addirittura nero su bianco, sarebbe stato un invito a nozze per i partiti euroscettici. L’allora ministro degli esteri francese, Hubert Vedrine, rispose che la clausola non sarebbe stata usata con leggerezza: «Non dobbiamo sottovalutare la saggezza dei nostri popoli». La sua era una visione «greca» della democrazia. Come il coro delle tragedie, il popolo deve essere insieme spettatore e partecipante della rappresentazione democratica. All’epoca di questo dibattito non eravamo però ancora entrati nella politica della post-verità. Né sapevamo che la globalizzazione avrebbe potuto far scoppiare crisi improvvise e distruttive. E che anche i grandi Paesi europei sarebbero diventati troppo piccoli per farcela da soli. Soprattutto, ci eravamo dimenticati che l’eccesso di democrazia diretta gettò l’Atene classica nelle mani dei demagoghi e la condannò a diventare una provincia dell’impero macedone. Uniti nella diversità: questa è l’unica prospettiva che i popoli europei hanno oggi per salvaguardare la propria prosperità (e la pace) nel futuro. La diversità è e deve restare legittima perché si tratta di un valore e insieme di una risorsa, una garanzia di dinamismo. Ma a condizione che non venga meno l’impegno verso l’Unione, sennò la diversità si trasforma in isolamento auto-distruttivo. Questa è — per ora — la lezione della Brexit. La geografia assegna le isole britanniche al continente europeo. Prima del 29 marzo c’è ancora un po’ di tempo per evitare che la politica recida questo legame, con un atto di colpevole irresponsabilità.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 13 Dicembre 2018

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La sostenibilità di Bruxelles. Ecco il «Welfare capitalism»

Non soltanto regole e paletti, come vuole la retorica sovranista: l’Unione spinge sull’integrazione di mercati e banche con obiettivi sociali. Il maxifondo InvestEU per l’occupazione e la discussione sui piani a sostegno delle infrastrutture.

Maurizio Ferrera

Nel dibattito pubblico di molti paesi, la coppia «Unione euro­pea» e «mercati finanziari» è spesso usata come spauracchio per alimentare l’euroscetticismo. Chi guarda con favore o almeno realismo all’integrazione europea, intuisce che l’unione dei mercati dei capitali e l’unione bancaria sono due processi necessari e positivi, ma tende a coglie­re principalmente la loro dimensione regolativa e magari a percepirla come un nuovo regime vincolatorio, magari un po’ troppo rigido e germano-cen­trico (una percezione che contiene pe­raltro più di un grano di verità).

L’integrazione finanziaria non è però fatta solo di supervisione e disciplina. La strategia generale che ispira la Ue su questo fronte è infatti ispirata al pa­radigma della sostenibilità elaborato dall’Onu, in base al quale tutte le poli­tiche pubbliche devono incentrarsi sulla preservazione e il rafforzamento delle condizioni di base che rendono possibile lo sviluppo umano e la sua prosecuzione nel futuro.

Gli sviluppi

Non c’è bisogno di scomodare Max Weber per ricordare che le banche hanno giocato un ruolo cruciale nel promuovere il capitalismo europeo: è stata la crescente disponibilità di cre­dito a incentivare lo spirito di iniziati­va, l’espansione dei commerci e delle innovazioni tecnologiche. Sin dalle proprie origini tardo medievali, i flus­si di credito-debito hanno svolto an­che altre funzioni, operando come un fiume carsico di irrigazione sociale. Pensiamo ai Monti di pietà— di origi­ne francescana— e alle loro attività di assistenza ai bisognosi; alla filantro­pia delle grandi società di prestito co­me quella dei Fugger e dei Welser, banchieri di Papi e imperatori. E, nel­l’Ottocento, alla nascita di istituzioni di credito rivolte ai piccoli risparmia­tori, imprenditori e commercianti, al­le comunità locali (mutual savings banks, Volksbanken, casse rurali e così via).

Il paradigma della «finanza sosteni­bile» — soprattutto nella declinazio­ne che adesso sta dando l’Ue — si can­dida oggi a intrecciare di nuovo la di­mensione commerciale e quella so­ciale connaturate alla tradizione bancaria europea, mobilitando en­trambe verso la costruzione di un wel­fare capitalism — un modello di capi­talismo democratico e sociale — su scala paneuropea, capace di affronta­re la globalizzazione senza rinunciare a quegli obiettivi di «piena occupazio­ne, progresso sociale, tutela e qualità dell’ambiente» che figurano nel pre­ambolo del Trattato di Lisbona.

Paradigma

Fra i tanti pilastri del paradigma «fi­nanza sostenibile» due sono particolarmente importanti. Il primo concerne direttamente il mondo bancario dei Paesi membri e mira a promuovere (con incentivi, re­golazione, benchmark, monitoraggio, valutazione) la crescita di investimenti «sostenibili e responsabili», ossia strategie di impiego dei capitali in un ottica di lungo periodo. Negli ultimi anni la maggioranza delle banche eu­ropee ha già imboccato questa strada, tramite il lancio di nuovi prodotti (co­me i green bonds o i social impact bon­ds) e di investimenti sociali diretti sia per i propri dipendenti sia e soprattut­to per gli stakeholder esterni. I fronti d’azione sono molteplici: educazione finanziaria, istruzione e formazione dei giovani, conciliazione, diversità e pari opportunità, sviluppo locale e più in generale iniziative di «secondo wel­fare». Le ricerche disponibili indicano che la quantità e la qualità di queste iniziative dipendono anche dal dialo­go e la collaborazione fra le parti socia­li all’interno del mondo bancario e fra queste e la società civile.

Il secondo pilastro concerne il livello Ue e, sulla scia del piano Juncker, pre­vede l’istituzione di uno o più stru­menti organizzativi e finanziari pan­europei volti a catalizzare gli investi­menti verso settori cruciali per la so­stenibilità in tutte le sue dimensioni. Dal 2020 diventerà operativo un nuovo maxi fondo denominato InvestEU, che riunirà tutti gli strumenti esistenti per rilanciare l’occupazione e rinnovazio­ne in uriottica di sostenibilità. È poi in discussione l’idea di istituire un mec­canismo denominato «Sustainable Infrastructure Europe», esteso alle infrastrutture sociali. La Ue registra oggi condizioni di cronico sotto-finanzia­mento delle infrastrutture fisiche e soprattutto di quelle sociali (scuole, ospedali, centri di formazione e assi­stenza sociosanitaria).

Non è solo colpa della crisi, ma anche di impedimenti normativi e organiz­zativi. La piena realizzazione del­l’unione dei mercati dei capitali e del­l’unione bancaria dovrebbe spianare la strada, ma solo un ambizioso e mi­rato coordinamento su scala transnazionale sarà in grado di moltiplicare le risorse finanziarie e canalizzarle verso obiettivi di sviluppo sostenibile e in­clusivo. Non si tratta, si badi bene, di sostituire il finanziamento e il welfare pubblico, ma solo di contribuire alla sua resilienza e sostenibilità nel tem­po.

Sarebbe bene che il dibattito pubbli­co prestasse maggiore attenzione a queste dinamiche. Anche prima dell’onda sovranista, i politici nazionali sono stati sempre molto avari nel riconoscere credito politico alla Ue, usandola piuttosto co­me capro espiatorio.

Ma senza legittimazione e consenso elettorale, l’Unione europea non può progredire e forse neppure sopravvi­vere. E senza l’azione della Ue non po­trà prendere forma quel nuovo model­lo di welfare capitalism paneuropeo dal quale dipende la prosperità delle future generazioni.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera Economia del 3 Dicembre 2018

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Che sbaglio essere solo attori non protagonisti

Maurizio Ferrera

È la prima volta, in più di sessant’anni di storia dell’integrazione, che si sta preparando un’ambiziosa riforma Ue senza la partecipazione attiva dell’Italia. Con la Brexit, siamo diventati il «terzo grande», potremmo e dovremmo svolgere un ruolo cruciale nella definizione dell’agenda europea. L’auto-esclusione di Roma dalla partita che si è aperta a Bruxelles sul bilancio dell’eurozona (un primo tassello della vasta e articolata strategia concordata a Meseberg tra Berlino e Parigi) è destinata a provocare gravi danni.

L’Italia non ha mai fatto parte del «motore franco-tedesco», ma dietro le quinte — e in alcuni casi in maniera esplicita — i nostri governi hanno operato come mediatori e facilitatori dei vari accordi, contribuendo con idee e iniziative politiche a superare i blocchi e a orchestrare il consenso. Agendo come mediatrice — a volte addirittura come ago della bilancia — degli equilibri europei, l’Italia è anche riuscita nel tempo a modellare le decisioni Ue in modo da non essere penalizzata.

Questa strategia raggiunse il culmine durante i negoziati del Trattato di Maastricht. Andreotti, De Michelis e Carli fecero un ingegnoso gioco di squadra per favorire l’intesa franco-tedesca e al tempo stesso neutralizzare alcune richieste del Regno Unito (che non voleva l’euro) e dell’Olanda (che lo voleva, ma senza di noi). Anche i governi della cosiddetta Seconda Repubblica hanno seguito questa strategia. Pur con alti e bassi, negli snodi cruciali del processo d’integrazione la nostra politica europea è sempre riuscita a prendere due piccioni con una fava: favorire l’integrazione e al tempo stesso modellarne il profilo.

Quello che chiamiamo il «vincolo esterno» è stato in realtà pazientemente costruito nel tempo con il nostro fattivo contributo.

Tria, Savona e Moavero sono certamente consapevoli dei rischi che l’Italia corre rompendo oggi questa lunga tradizione. Forse dietro le quinte stanno cercando di tenere aperto qualche spiraglio di dialogo. Salvini e Di Maio stanno invece facendo di tutto e di più per isolarci da Bruxelles, mettendo in serio pericolo il principale contrafforte della stabilità politica ed economica italiana dal dopoguerra ad oggi.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 26 Novembre 2018

 

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