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Gli articoli di Maurizio Ferrera pubblicati sul Corriere della Sera

Perché (forse) Bruxelles vale una messa

Maurizio Ferrera

La questione più spinosa della riforma dell’eurozona è la condivisione dei rischi. E’ opportuno e desiderabile procedere verso forme di «mutualizzazione» fra Paesi? In base a quali criteri va cercata la risposta?

La discussione è interamente dominata da economisti inseriti nei gangli decisionali della Unione europea e dei governi nazionali. Fra questi ultimi, prevalgono l’approccio e il peso degli esperti tedeschi. Non sorprende dunque che la cornice del dibattito sia esclusivamente permeata dai principi dell’efficienza e in particolare dall’ossessione tedesca per due obiettivi: la stabilità e la responsabilità nazionale. Siccome i governi (in particolare quelli del Sud) sono spesso proni alla irresponsabilità, meglio evitare — si sostiene — condivisioni dei rischi e imporre invece regole rigide e automatiche.

Il grafico pubblicato qui sotto è per i tecnici di Berlino la prova dello scandalo. Dal 2012 sono costantemente aumentate le violazioni del Patto, sulla scia della maggiore flessibilità della Commissione nel computare o meno certi tipi di spesa. Per Berlino, la discrezionalità è un peccato mortale.

Senza ovviamente sottovalutare le considerazioni di natura economica, c’è da chiedersi se questa sia l’unica cornice rilevante per il dibattito sull’euro e dunque sul futuro dell’Unione. La condivisione del rischio ha rilevanti implicazioni etiche e politiche. Le prime — che cosa è «giusto» fare in una Unione tra Paesi che hanno scelto di avere la stessa moneta—sono oggi totalmente ignorate. Le seconde sono considerate una specie di tabù. Se i governi eletti sono attori irresponsabili, le loro ragioni sono per definizione inaccettabili in quanto riflesso di tattiche opportunistiche. Poco importa se, come sta clamorosamente accadendo, l’Unione europea rischia oggi di crollare sotto i colpi di partiti euroscettici, votati da elettori sempre più irascibili e arrabbiati con i «tecnocrati non eletti».

L’Unione europea non può sopravvivere come sistema politico senza la colla della solidarietà. Solo la politica è in grado di produrla. E’ possibile che ciò richieda proprio quella flessibilità invisa al gotha economico di Berlino.

Però forse, per parafrasare un noto detto, oggi Bruxelles (ovvero la difesa del progetto europeo) val bene una messa.

pezzo MF

Questo articolo è comparso anche su il Corriere della Sera Economia del 15 Ottobre 2018

 

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Europa e debito: l’azzardo che temono i moderati

Maurizio Ferrera

L’aumento dello spread sui titoli italiani non dipende da un complotto, ma da legittime e comprensibili preoccupazioni nei confronti di ciò che sta accadendo in Italia. Per convincersene basta dare un’occhiata ai mezzi d’informazione internazionali. Le misure, i progetti, le dichiarazioni del nuovo governo giallo-verde sono considerate come primo «assaggio» di una trasformazione politica — il sovranismo al governo — che potrebbe in futuro interessare altri Paesi europei e forse la stessa Unione. Dopo la Germania e la Francia, siamo il terzo Paese per peso politico, abbiamo la seconda manifattura d’Europa, condividiamo moneta e mercato con altri 19 Paesi membri. E ci stupiamo se gli altri ci osservano e ci giudicano?

I timori non provengono solo dal cosiddetto establishment, i «poteri forti». Ad essere perplessi e inquieti sono anche gli elettori moderati, quelli che si collocano fra il centrodestra e il centrosinistra e che desiderano il cambiamento ma in forme ordinate e prevedibili. E che ancora credono nel progetto europeo, anche se magari non condividono tutte le politiche Ue. Un recente rapporto del Pew Research Center segnala che questi elettori costituiscono ancora la maggioranza nei principali Paesi: Germania (68%), Francia (53%), Spagna (51%), Olanda (72%), Svezia (8O%). In Italia la percentuale è al 47% e può darsi che sia recentemente diminuita.

Ma stiamo in ogni modo parlando di una quota consistente di elettori, che molto probabilmente condividono i dubbi e i timori di tutti i moderati europei in merito allo scenario che si è aperto con la formazione del governo Di Maio-Salvini.

La situazione italiana preoccupa per due motivi. Innanzitutto per gli sviluppi economici interni: debito, deficit e soprattutto i contenuti della manovra. L’obiettivo del governo è «risarcire» una lunga serie di categorie dai costi della crisi e, al tempo stesso, dare impulso al Pil. È vero che a certe condizioni non è impossibile conciliare la redistribuzione con la crescita. Ma è un’operazione che richiede strategie molto articolate e mirate, da realizzare tramite strumenti di alta precisione. Al di là dei numerini, ciò che sconcerta gli investitori internazionali e le istituzioni Ue è l’improvvisazione con cui il governo sta procedendo, i suoi continui ondeggiamenti, la mancanza di informazioni. I Cinque Stelle hanno presentato un primo disegno di legge sul reddito di cittadinanza nel 2013, ma sono arrivati al Ministero del Lavoro senza dati, stime, idee concrete. Di Maio ha scaricato sul ministro Tria il compito di «trovare i soldi». La stessa cosa si può dire per la flat tax voluta dalla Lega. Aspettiamo di esaminare la proposta di Legge di Bilancio. Intanto per chi ci guarda dall’esterno la strategia di spesa del governo appare come un vero e proprio azzardo. Come dargli torto?

La seconda preoccupazione riguarda l’Europa. Che cosa si propone esattamente il primo governo sovranista Ue su questo fronte? Sinora gli unici segnali sono stati di tipo esclusivamente negativo. Si è iniziato con il famigerato Piano B sull’uscita dell’Italia dall’euro (che ogni tanto riemerge in qualche dichiarazione). Si è continuato con i pugni sul tavolo sugli sbarchi e gli ammiccamenti a Orbàn (e Putin). Ora è iniziata una prova di forza con la Commissione sui famosi numerini, senza capire che il vero problema sono i contenuti. Il tutto condito da un linguaggio aggressivo e persino minaccioso. Giustamente mercati e partner si chiedono: Roma vuole distruggere la Ue? Si sta candidando ad essere l’epicentro di un terremoto che sconquasserà quell’edificio che l’Italia contribuì a fondare sessanta anni fa? Se non è questa l’idea, come si vuole cambiare l’Unione, esattamente?

Il ministro Savona ha preparato un documento per una nuova «Politeia» europea, che ha un approccio critico sull’austerità, ma è costruttivo per il futuro. Si tratta di una proposta condivisa e ufficiale? Sono queste le domande che si pone chi deve decidere se comprare i nostri titoli di stato. E sicuramente anche i leader di molti altri Paesi, con i loro elettori. L’impressione è peraltro che se lo stia chiedendo anche un numero crescente di italiani.

Vista dall’esterno, l’Italia rischia di diventare un focolaio di instabilità economica e politica da cui dipende in larga parte il destino di tutto il continente. La lunga crisi ha avuto da noi dei costi sociali particolarmente elevati, il desiderio di cambiare è comprensibile. I salti nel buio sono però molto rischiosi. L’unica inquietante certezza è che non si sa dove finiremo.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 9 Ottobre 2018

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Così il silenzio delle élite fa crescere timori e paure

Maurizio Ferrera

Disorientamento e molta con­fusione. Questo è il segnale che emerge quando si chiede agli italiani cosa pensano dell’immi­grazione. Non è un fenomeno «strano».

Le scienze cognitive confermano che nella mente delle persone convivono spesso idee e valuta­zioni contraddittorie. Certi feno­meni, come l’immigrazione, sono come dei crocevia in cui si interse­cano percezioni e valori in contra­sto fra loro.

Se pensiamo ai luoghi da cui arri­vano, alle sofferenze patite, gli im­migrati ci fanno pena, proviamo compassione. Se invece pensia­mo alle loro «pretese» di lavoro e welfare «qui da noi», allora ci danno fastidio. È possibile che questa doppiezza duri anche a lungo.

Ci sono però delle situazioni o eventi che possono far pendere definitivamente la bilancia verso l’uno o l’altro lato. In primo luogo, le esperienze in prima persona, gli incontri diretti con il fenome­no immigrazione. In secondo luo­go, l’esposizione ripetuta a infor­mazioni, opinioni, discorsi unila­terali. Nel nostro caso, soprattutto discorsi xenofobi, che aizzano la paura: il nostro cervello è evoluti­vamente programmato per dare priorità alla chiusura difensiva piuttosto che all’apertura collabo­rativa. È quasi superfluo sottoline­are come nell’attuale contesto ita­liano la circolazione di questo tipo di discorsi sia sempre più pervasiva, soprattutto sui social media.

Non sorprenderebbe, dunque, che l’incertezza valutativa di molti italiani finisse per collassare verso orientamenti negativi, tenden­zialmente allineati a quelli del go­verno e del ministro dell’Intemo Matteo Salvini in particolare. Il ri­schio è forte e solo una rapida mo­bilitazione comunicativa delle éli­te pro-Europa potrebbe controbi­lanciarlo.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 1 Ottobre 2018

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Migranti, poche idee e confuse. Il paradosso economico.

La metà degli italiani è favorevole a chiudere i confini, ma tre su quattro vogliono accogliere chi scappa dalla guerra. Vince l’incertezza del futuro e il senso di abbandono da parte dell’Ue. Anche nei cittadini che la difendono.

Alessandro Pellegata

Il fenomeno dell’immigrazione sta diventando sempre più divisivo nelle società del mondo occidenta­le. Un recente rapporto pubblicato dal­l’organizzazione non-profit More in Common mostra come sul tema dell’immigrazione l’opinione pubblica italiana risulti più frammentata sia di quanto viene solitamente dipinto da una parte dei media e dei partiti politi­ci sia rispetto a quanto emerge in altri paesi Ue (Francia, Germania e Olan­da). Lo studio mostra come circa metà degli intervistati non abbia posizioni chiare e coerenti sulle diverse implica­zioni di questo complesso fenomeno. Infatti mentre l’opinione pubblica ap­pare spaccata a metà sull’opportunità di chiudere i confini nazionali, quasi tre intervistati su quattro sono favore­voli al diritto d’asilo per coloro che scappano da guerre e persecuzioni. Inoltre il 6o% guarda con preoccupa­zione al crescente razzismo e alle pro­fonde divisioni in seno alla società ita­liana.

La spiegazione
Come si può spiegare questo appa­rente paradosso tra il giudizio com­plessivamente negativo degli italiani sull’impatto dell’immigrazione e al contempo la loro apertura a politiche di solidarietà? I dati contenuti nel rap­porto di More in Common forniscono alcuni spunti di riflessione. Innanzi­tutto nell’esprimersi sull’immigrazione gli italiani tendono a non distin­guere tra migranti economici e richie­denti asilo ma accomunano queste due categorie sotto l’unica etichetta di stranieri. Inoltre una vasta maggioran­za di intervistati, anche tra coloro che si dichiarano più accoglienti, esprime preoccupazione per l’impatto negati­vo dell’immigrazione sull’economia italiana. Questo dato si inserisce in un clima generale di scoraggiamento per la situazione economica. In tutti i seg­menti di popolazione identificati dal­lo studio la disoccupazione emerge come il problema più pressante e solo il 16% del campione ritiene che l’Italia abbia giovato del processo di globaliz­zazione; dato questo che distingue nettamente l’opinione pubblica italia­na da quella francese, tedesca e olan­dese.

Le paure degli italiani si manifestano anche in tema di sicurezza e di minac­cia alla cultura nazionale. Solo il 29% degli intervistati crede infatti che i mi­granti facciano sforzi concreti per in­tegrarsi. Infine, il rapporto mostra co­me il problema dell’immigrazione debba essere letto in un quadro più ampio di insoddisfazione verso lo sta­tus quo, sfiducia nei confronti delle istituzioni e incertezza per il futuro del nostro paese. Emerge una profonda convinzione che le autorità italiane non sappiano fronteggiare il proble­ma dell’immigrazione e che al con­tempo queste vengano abbandonate dalle istituzioni europee e dagli altri stati a gestire da sole tale fenomeno. Quest’idea è radicata nella maggioran­za anche di coloro che supportano l’Ue.

I partiti anti-establishment soffiano sul fuoco fomentando le paure di chi si sta sempre più spostando su posizioni autoritarie (più del 70% dei risponden­ti pensa che ci voglia un leader forte per risolvere i problemi). Tuttavia, questo tipo di sentimenti sembra derivare da una miscela di austerità econo­mica, senso di declino culturale, cor­ruzione e sfiducia verso le istituzioni. Per fronteggiare questo scenario la po­litica dovrebbe cercare di capire le fru­strazioni degli italiani e produrre sfor­zi concreti per migliorare le condizioni economiche e sociali di quei cittadi­ni che si sentono schiacciati tra un futuro incerto e istituzioni inefficienti. Più solidarietà tra stati europei e un maggior coordinamento Ue nella ge­stione dell’immigrazione contribui­rebbero inoltre ad alleviare il senso di abbandono espresso da molti italiani.

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Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 1 Ottobre 2018

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Il ritorno rovinoso all’assistenzialismo della Prima Repubblica

Il tempo stringe, ma non si capisce ancora che cosa i 5 Stelle intendano per «reddito di cittadinanza». Sul loro blog plaudono alla proposta Macron (che vuole fondere in un’unica prestazione tutti gli esistenti sussidi assistenziali) e al sindaco di Chicago (che vuole sperimentare un reddito incondizionato). Nell’imbarazzo della scelta, la prima e scontatissima mossa sarà l’aumento delle pensioni minime, non è chiaro se utilizzando l’Isee (come sarebbe logico) oppure no. Perché non si costruisce partendo da ciò che già c’è? Abbiamo un sussidio alla povertà: si chiama Rei. Va migliorato, non fatto fuori. Prendendo spunto da Macron, si potrebbe semmai far confluire qui molte delle altre misure assistenziali. Esiste già anche un’assicurazione contro la disoccupazione, allineata agli standard europei. Che senso ha — come si sente proporre — scippare questo schema dei suoi introiti contributivi per finanziare il reddito di cittadinanza? Di Maio vuole anche reintrodurre la Cassa Integrazione per cessazione di attività. Ma se un’azienda chiude, non ci sono più ore di retribuzione da «integrare». Come in tutti gli altri Paesi, si deve ricorrere alle prestazioni di disoccupazione (da noi la Naspi). La nuova misura, si ripete, sosterrà i bisognosi permettendo loro di rientrare nel mondo del lavoro. Per questo si potenzieranno i centri pubblici per l’impiego. La maggioranza delle persone povere risiede al Sud, molti sono immigrati (non è che li escluderanno dalla misura? Il diritto Ue non lo consente). Conosciamo i problemi dell’economia meridionale. Anche se i centri per l’impiego diventassero più numerosi ed efficienti di quelli tedeschi, non si capisce quali e quanti posti di lavoro essi potranno offrire. L’esito più probabile è che si aumentino i dipendenti dei centri regionali e poi si trasformino i beneficiari in lavoratori socialmente utili a vita. Altro che rivoluzione. Un rovinoso ritorno al peggiore assistenzialismo della Prima Repubblica.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 18 Settembre 2018

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Ma fa bene al cuore e ai portafogli (di tutti)

Sociologi ed economisti non hanno dubbi. Il congedo di paternità fa bene sia alle famiglie che all’economia. Se dopo la nascita di un bambino i padri stanno un po’ a casa, non ne beneficia solo il rapporto con i figli ma anche l’intesa di coppia. L’armonia in famiglia accresce la fiducia, la serenità e l’autostima di entrambi i partner. E sappiamo che la sfera delle relazioni affettive condiziona in modo molto significativo quella del lavoro.

Gli studi economici che hanno valutato l’impatto dei congedi di paternità segnalano chiaramente che essi hanno effetti positivi sul rendimento e sul morale dei dipendenti, nonché sul loro attaccamento verso l’impresa. I costi organizzativi sono così controbilanciati da netti guadagni in produttività.

In molte imprese il congedo dei padri è ancora scoraggiato e stigmatizzato. Ma l’esperienza internazionale indica che questo tipo di resistenze si attenua al crescere del numero di padri che scelgono questa opzione, anche in altre imprese, grazie a una sorta di effetto domino. Il congedo di paternità è anche — e ovviamente— una misura di pari opportunità. Per gli uomini, ma soprattutto per le donne, in quanto contribuisce a contenere quelle ‘penalità’ in termini di reddito e carriera che colpiscono le neo-madri che lavorano. In Svezia si è stimato che per ogni mese di congedo fruito dei padri le retribuzioni delle madri crescono in media del 7%. Nel Quebec — che ha introdotto il congedo obbligatorio solo pochi anni fa — si stima che l’incremento sia pari addirittura al 25%. C’è davvero da augurarsi che fra le tante voci di spesa che il governo Conte intende inserire nella legge di Stabilità non manchi il rifinanziamento il congedo di paternità. Rendendolo, possibilmente, una misura strutturale.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 17 Settembre 2018

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Conto alla rovescia, per i congedi di paternità

Se il governo non conferma, in Italia finirà a dicembre. Anche in Europa la proposta di direttiva che fissa a 10 giorni il termine minimo (per noi oggi è da 2 a 4 giorni) rischia di essere vanificata dal rinvio alle decisioni nazionali

La Legge di Bilancio 2017 aveva esteso per l’anno in corso il congedo di paternità obbligatorio remunerato da 2 a 4 giorni: una durata che resta simbolica in termini di impatto, ma che ha un enorme valore culturale, oltre a rappresentare un traguardo faticosamente conquistato. Trattandosi di una sperimentazione, questa misura è però destinata ad esaurirsi entro la fine dell’anno se l’attuale Governo non deciderà di confermarla. A suonare il campanello d’allarme è una petizione online promossa da studiosi e professionisti che si occupano di politiche per la famiglia, in cui si chiede che il congedo sia reso strutturale e venga ampliato a 10 giorni, così come già previsto in molti altri paesi europei.

La carenza di misure a sostegno della famiglia, combinandosi con un atteggiamento culturale ancora diffuso che vede la cura dei figli come prerogativa principalmente materna, ha un impatto negativo sulle possibilità di conciliazione tra responsabilità di cura e occupazione. In tale scenario, il congedo di paternità è una misura a forte valenza non solo simbolica ma anche strategica in quanto sfida proprio questa concezione. Inoltre, dando ai padri la possibilità di trascorrere più tempo con i figli, i congedi di paternità favoriscono il loro coinvolgimento (anche emotivo) nelle attività di cura e promuovono indirettamente relazioni di genere meno asimmetriche.

Minima e indennità

Il tema dei congedi di paternità e, più in generale, la necessità di azioni volte a promuovere una condivisione più paritaria delle responsabilità di cura, recentemente ha acquisito maggiore rilevanza anche a livello europeo, grazie a un’iniziativa della Commissione, che nell’aprile 2017 ha avanzato una proposta di direttiva in materia. Sul versante dei congedi di paternità, il progetto — che fissa una soglia minima pari a 10 giorni, con una compensazione economica al livello almeno dell’indennità di malattia — segnerebbe un passo avanti considerevole, in quanto non esistono al momento norme comuni europee come invece avviene già da tempo per i congedi di maternità e genitoriali. Se in molti paesi queste disposizioni avrebbero un effetto piuttosto limitato, in quanto le regole a livello nazionale sono già più vantaggiose di quelle minime proposte a livello europeo, per altri stati membri (tra cui l’Italia) la portata innovativa sarebbe decisamente più ampia.

L’eterogeneità esistente fra i modelli regolativi nazionali e fra i sistemi di welfare, insieme alle diverse sensibilità delle forze politiche nel Parlamento europeo e dei Governi in seno al Consiglio, hanno storicamente contribuito a rendere l’accordo su tali temi particolarmente difficile. Al momento, tuttavia, la questione del congedo di paternità non sembra aver trovato particolari resistenze nel Parlamento europeo, che lo scorso luglio si è espresso a favore della direttiva, avanzando diverse richieste di modifica su altri aspetti, inerenti i congedi genitoriali e di cura.

Marcia indietro?

Il Consiglio, nella posizione approvata a giugno, ha invece proposto emendamenti anche in relazione al congedo di paternità, che ne svuotano di fatto la portata lasciando piena flessibilità agli stati nel definire sia la durata sia la compensazione economica ritenuta adeguata. In questo scenario, a settembre sono iniziati i negoziati informali tra Commissione, Consiglio e Parlamento, dove il voto in plenaria è atteso per il 14 gennaio. Basteranno questi mesi per trovare un accordo senza che la sua innovatività venga affossata? L’iter della proposta di direttiva che mirava a rafforzare le regole in materia di congedo di maternità, presentata nel 2008 e ritirata dalla Commissione nel 2015 dopo sette anni di veti in Consiglio, non consente grande ottimismo. La politica nazionale nel frattempo è dunque chiamata ad agire.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere Economia del 17 Settembre 2019

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Senza eurobond e pochi fondi: siamo ancora a rischio choc

Maurizio Ferrera

Il negoziato sul bilancio Ue s’intreccia con una discussione parallela di grande rilevanza: la possibile istituzione di un bilancio separato per l’Eurozona. La crisi ha dimostrato che la politica della Bce e il coordinamento delle politiche fiscali nazionali non bastano per far funzionare l’Unione economica e monetaria. Ciò che manca è un qualche meccanismo di stabilizzazione comune capace di far fronte agli choc asimmetrici che colpiscono (sovente non per colpa loro) alcuni paesi ma non altri.

Negli stati federali questi choc sono attutiti da due elementi (il bilancio dello stato centrale e la presenza di mercati finanziari fortemente integrati) che non sono operativi nell’Eurozona. Anche sulla creazione di un fondo di stabilizzazione comune è già emersa una linea di conflitto fra i paesi nel Nord (contrari) e quelli del Sud (favorevoli).

La Francia ha proposto la costituzione di un bilancio per l’eurozona, con risorse fra l’1% e il 2% del Pil, gestito da un ministro europeo delle Finanze.

I tedeschi vorrebbero invece utilizzare il Meccanismo europeo di stabilità (Esm), attribuendogli anche funzioni di monitoraggio e disciplina. Su pressione di Macron, Angela Merkel si è però recentemente detta favorevole alla creazione di un fondo per sostenere sviluppo e convergenza.

È ciò che ha già di fatto proposto la Commissione: 30 miliardi di risorse aggiuntive per sostenere gli investimenti in paesi colpiti da choc particolarmente acuti. L’Italia aveva lanciato l’idea di un fondo comune per la stabilizzazione della disoccupazione, una proposta che è rientrata nel tavolo delle trattative.

Il vero nodo è rappresentato dalle risorse. Per superare una soglia minima di funzionalità, il nuovo meccanismo dovrebbe avere facoltà di indebitarsi, emettendo obbligazioni comuni. Quasi impossibile che la Germania accetti. La vulnerabilità dell’Eurozona è così destinata a restare molto elevata e un’altra grave crisi finanziaria potrebbe, di nuovo, mettere a repentaglio la sopravvivenza dell’euro.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 30 Luglio 2018

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Chi vince (il Sud) e chi perde con la cassa di Bruxelles

Le nuove criticità, immigrazione e sicurezza, pesano sul confronto per il budget ’21-’27. Più fondi a Italia, Spagna e Grecia. I contraccolpi sui finanziamenti alla politica agricola.

Niccolò Donati

Ogni sette anni, la Commissione mette gli Stati Membri intorno ad un tavolo per negoziare il bilancio pluriennale dell’Unione Europea. Quello che nasce come solenne momento di riflessione sullo sviluppo futuro delle politiche europee, finisce, quasi inesorabilmente, in una bagarre tra Stati. Le trattative correnti per la programmazione 2021-2027 non sembrano fare eccezione: già dalle fasi iniziali, emergono quattro aspetti potenzialmente conflittuali. Il primo riguarda il «quanto». Secondo la compagine dei «quattro frugali» (Svezia, Danimarca, Austria ed Olanda) l’Unione Europea ha speso troppo in passato e deve sottoporre il budget ad una cura dimagrante.

Non è però questa l’opinione di Germania e Francia che, riconoscendo la criticità della fase attuale, hanno dichiarato di essere disposte a contribuire più generosamente, senza però specificare alcuna cifra. La Commissione ha quindi cautamente proposto un bilancio che si attesta intomo al 1% del Pil europeo. Tale cifra, che nelle precedenti trattative aveva già messo d’accordo gli Stati membri, va tuttavia valutata in relazione alla funzione del budget, cioè al «perché» della spesa.

Tagli e priorità
La doppia sfida dell’immigrazione (integrazione e sicurezza), il completamento del Mercato Unico e la lotta alla disoccupazione sono stati identificati dalla Commissione come settori da rafforzare. Se però l’ammontare complessivo delle risorse non aumenta, ne consegue una riduzione dell’impegno su altri fronti «tradizionali», in questo caso Politica Agricola Comune e Politica di coesione, che, secondo il think tank Bruegel, subiranno tagli in valore reale rispettivamente del 15% e del 7%. Tale riconfigurazione della spesa suggerisce anche qualcosa riguardo a «chi» beneficerà del budget: la tabella mostra come, nelle preallocazioni della politica di coesione, il baricentro della spesa si sposti dalla «periferia» Est (Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca) a quella Sud (Italia, Grecia, Spagna).

Oltre alle nuove priorità di spesa che avvantaggeranno i paesi maggiormente colpiti dalla crisi finanziaria e migratoria, questo dovrebbe avvenire anche in ragione della modifica del cosiddetto «metodo Berlino» per l’allocazione dei fondi.

Secondo la Commissione il calcolo dovrà includere, oltre al Pil prò capite, anche nuovi indicatori quali i tassi di disoccupazione e la presenza di migranti sul territorio, quest’ultima una condizione che favorisce stati della «Vecchia Europa» e del Sud in particolare già da tempo impegnati su questo fronte. L’ultimo aspetto controverso è il «quando»: la Commissione preme per un’approvazione rapida, in modo da anticipare le elezioni europee di maggio 2019.

C’è infatti il rischio che il budget diventi oggetto di disputa in campagna elettorale, venendo poi contestato o addirittura bloccato dal nuovo Parlamento eletto. Sul versante opposto, gli Stati che si prospettano come «perdenti», Polonia e Ungheria in primis, sono pronti a sfruttare la debolezza strategica delle elezioni per ottenere un esito più favorevole dalle negoziazioni. In questo quadro, è evidente un motivo conduttore: una cassa comune insufficiente sembra acuire i problemi politici dell’Unione piuttosto che risolverli, imponendo tagli in aree di spesa come Politica Agricola Comune e Politica di coesione, entrambe ancora percepite da molti Stati Membri come componenti essenziali per lo sviluppo e come beneficio irrinunciabile della loro appartenenza alla Ue.

D’altro canto, il richiamo del budget all’1% del Pil europeo si è mostrato, negli anni, un simbolo straordinariamente potente: segnala, tra le altre cose, la volontà comune di evitare «pericolose» fughe in avanti, lato spesa, nel processo di integrazione europea. In tutto questo l’Italia sarà favorita con risorse aggiuntive quantificabili in 23 miliardi di euro: sarà poi compito delle nostre amministrazioni metterle a buon uso.

 

corriere

 

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 30 Luglio 2018

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Decreto Dignità: la miopia sul lavoro precario

Maurizio Ferrera

Il «Decreto Dignità» ha come bersaglio principale il lavoro a termine, considerato come fonte primaria di insicurezza per un grandissimo numero di giovani. Secondo il governo la soluzione sta nei disincentivi alle imprese, sotto forma di vincoli e penalità contributive. Questa impostazione ha creato un crescente antagonismo fra governo e Confindustria, e nel dibattito pubblico sono riemersi toni e simboli (come il termine «padroni») che ricordano gli anni Settanta. Il desiderio del ministro Di Maio di dare un segnale immediato, e possibilmente a costo zero, sui temi di sua competenza può essere comprensibile. È però doveroso chiedersi se l’approccio prescelto sia corretto. La precarietà di lavoro e reddito riguarda non solo i contratti a termine, ma anche molte altre categorie occupazionali come lavoratori autonomi, partite Iva, start up di nuove piccole imprese. Il tempo determinato non è una «piaga» dell’industria: è più diffuso nei servizi e riguarda persino la pubblica amministrazione. Il lavoro non standard è in rapida diffusione in tutti i Paesi Ue. In Francia, Olanda, Paesi nordici, Spagna, Portogallo, la quota di occupati che si trova in questa situazione è più elevata che in Italia. Stanno poi nascendo figure professionali completamente nuove intorno alle cosiddette piattaforme della gig economy: siti online dove si incrociano domanda e offerta di prestazioni che possono essere svolte «in remoto» (spesso da casa propria) su scala globale.

La Ue stima che il 2% della popolazione adulta sia già oggi coinvolto in questo tipo di attività. Secondo gli esperti il tradizionale contratto a tempo indeterminato è destinato a giocare un ruolo sempre più ridotto nel mercato occupazionale di domani. Il lavoro non sparirà, ma sarà sempre più flessibile: frequenti cambiamenti di posizione, anche in settori diversi, accelerazioni e rallentamenti nelle quantità e nei tempi di attività, in parte espressamente scelti, alternanza fra lavoro e formazione e cosi via.

In un contesto simile, insistere con le tutele contrattuali sul posto di lavoro è come tappare con un dito una diga piena di buchi. Certo, si devono contrastare gli abusi e degenerazioni. Ma occorre farlo con una matita a punta fine, in base a conoscenze dettagliate di pratiche e contesti, non con provvedimenti che fanno di ogni erba un fascio. Per quei settori dove è ancora possibile la transizione dal lavoro a termine a quello stabile, la diga dei vincoli e delle penali rischia anzi di diventare un rimedio peggiore del male (l’allarme lanciato dall’Inps). In tutta l’area del lavoro indipendente a basse garanzie le cose poi non cambierebbero di una virgola.

Siamo dunque condannati a un destino di insicurezza «indegna»? No, ai giovani si possono offrire prospettive di vita molto meno fosche e vulnerabili di quelle attuali. Le dighe alla precarietà vanno tuttavia costruite altrove. È la sfera del welfare che deve farsi carico di questo problema. Lo stato sociale è nato per fornire sicurezza di fronte ai bisogni dei lavoratori/cittadini. Nel tempo ha perso adattabilità, rimanendo ancorato al catalogo dei rischi tipici della società industriale fordista. La sfida è oggi quella di rimettere le politiche sociali in sintonia con l’economia e il mercato del lavoro dell’era postindustriale. Proviamo a immaginare un giovane con un contratto «precario» che possa contare su un pacchetto di prestazioni e servizi slegati dal posto di lavoro: un flusso di reddito calibrato sulle sue esigenze familiari (anche tramite crediti d’imposta), garanzie di formazione e aggiornamento professionale gratuiti, sostegni efficaci per l’inserimento o la ricollocazione lavorativa, congedi pagati in caso di malattia o maternità/paternità, assegni universali che assorbono gran parte dei costi dei figli e accesso gratuito ai nidi d’infanzia. Aggiungiamo la disponibilità di abitazioni nell’edilizia pubblica e di sussidi per l’affitto, nonché un sistema di «finanza inclusiva» che —tenendo conto del pacchetto di prestazioni garantite dallo Stato— fornisca opportunità per prestiti e anticipi. Pensiamo, ancora, a una rete di servizi alle persone, con agevolazioni fiscali, che faciliti la conciliazione vita-lavoro e la mobilità territoriale. In un simile contesto i giovani sarebbero ancora schiacciati o paralizzati dall’insicurezza? Quasi sicuramente no.

Un welfare di questo tipo esiste già in alcuni Paesi. Non sto parlando solo della Scandinavia. Molte di queste misure sono già realtà in Paesi come la Francia, l’Olanda e in parte anche la Germania. Lì la quota di contratti a termine è più o meno pari a quella italiana. Ma gli effetti negativi della precarietà lavorativa risultano molto attutiti.

È questa la strada maestra contro l’insicurezza. Il nuovo modello di welfare deve slegarsi in larga parte dal rapporto di lavoro e dal finanziamento contributivo. Nel nostro Paese la sfida è molto difficile: abbiamo un welfare ancora fortemente «lavoristico» e vincoli di bilancio molto stringenti. Ma ci sono margini di manovra, soprattutto tramite ambiziose strategie di riordino dell’esistente: dal coacervo di prestazioni assistenziali alla montagna delle detrazioni fiscali; da una maggiore partecipazione al costo dei servizi da parte dei ceti benestanti all’uso smart dell’elevato stock di risparmio privato. Il «reddito di cittadinanza», se ben disegnato, può diventare un tassello di questo progetto. Del tutto fuori linea sarebbe invece qualsiasi operazione di riforma delle pensioni su larga scala, al di là di alcune calibrature ai margini.

Il mercato del lavoro di ieri non tornerà; quello di domani è caratterizzato da rischi e opportunità molto diversi dal passato.

Ci troviamo di fronte a una transizione epocale, la sfida riguarda tutti, non solo le imprese: è in gioco il ridisegno della cittadinanza sociale. Si tratta di un grosso sforzo. Che va orchestrato dalla politica, con un’ottica lungimirante e responsabile.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 21 Luglio 2018

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