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Gli articoli di Maurizio Ferrera pubblicati sul Corriere della Sera

Ricordo di Gallino. Il corpo a corpo del professore col capitalismo globale

In una intervista del 2012, Luciano Gallino confessò di essere passato dalla letteratura alla sociologia, scorrendo gli scaffali della biblioteca USIS di Torino, presso il Consolato americano. Due esperienze giovanili che hanno contribuito, da un lato, a quello spessore culturale ad ampio raggio che non mancava di colpire i suoi studenti e, dall’altro, a quella apertura verso la sociologia americana, Den poco apprezzata a Palazzo Nuovo negli anni Settanta. Prima di arrivare all’Università, Gallino praticò la sociologia alla Olivetti di Adriano. L’aver osservato e in parte contribuito a modellare la prima grande «impresa responsabile» spiega l’atteggiamento sempre più critico maturato nel tempo da Gallino nei confronti del capitalismo neoliberista, in cui l’imperativo è «fare buoni affari e basta», massimizzare il valore per gli azionisti senza preoccuparsi di altro. Gallino, al quale è stata dedicata la Settimana del lavoro organizzata da Ismel e in corso in questi giorni a Torino, ha approfondito in varie direzioni il tema del lavoro e delle sue trasformazioni nell’epoca neoindustriale. Appassionato di informatica, era preoccupato per gli effetti negativi delle nuove tecnologie, sullo sfondo di mercati del lavoro sempre più precarizzati. A lui dobbiamo alcuni lucidi saggi di denuncia sulla rimercificazione e il degrado del lavoro, sullo scandalo delle «vite rinviate» di tanti giovani impossibilitati a guadagnare autonomia. Nei suoi ultimi lavori Gallino ha puntato il dito contro diseguaglianze, deterioramento ambientale e involuzione tecnocratica della politica. Per lui tutti questi fenomeni sono riconducibili a un macroscopico fattore: la finanziarizzazione del capitalismo, discussa in una appassionata trilogia di volumi.

Il commento: il corpo a corpo del professore con il capitalismo.

Lo strapotere impersonale dei fondi d’investimento e delle istituzioni finanziarie ha condotto ad un vero e proprio assoggettamento dei governi ai loro interessi. Non rinunciando, ma anzi partendo, dal pensiero critico, Gallino non si è fatto sedurre dal catastrofismo. Vi sono margini di scelta per riorientare la logica del capitalismo globale verso il perseguimento di autentici «scopi umani». Come? La prima condizione è una incisiva riregolazione del «finanzcapitalismo». Gallino guardava con favore i nuovi movimenti di massa come Occupy Wall Street 0 gli Indignados, considerandoli come segnali di un ritorno alla mobilitazione politica da parte degli oppressi. La seconda condizione è la difesa e insieme la modernizzazione del cosiddetto modello sociale europeo, sottraendo il processo d’integrazione alla mera logica del mercato e dell’austerità. La terza condizione è un complessivo ripensamento delle politiche industriali e del lavoro. Non è impossibile ammortizzare l’impatto della nuova rivoluzione tecnologica. Il sentiero deve passare attraverso il recupero dei valori dell’eguaglianza, della partecipazione e della condivisione. Proprio su questi è possibile fondare modi di produzione e scambio imperniati su logiche diverse dal profitto (pensiamo al terzo settore), capaci anche di creare molti nuovi posti di lavoro.

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 22 maggio 2018.

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Ma sono ancora troppe le giovani che lasciano

La digitalizzazione dell’economia è ormai una tendenza irreversibile, dalla quale non possiamo che aspettarci rilevanti benefici aggregati. Occorre però essere preparati al suo impatto sul lavoro e insieme non sottovalutare i suoi effetti (re)distributivi, anche sul piano delle pari opportunità fra uomini e donne. Nonostante la crescente domadda di specialisti nelle tecnologie della informazione e comunicazione (Ict), la percentuale di giovani europei con diplomi o lauree in questo settore sta diminuendo. La tendenza è particolarmente marcata fra le donne. Gli uomini che hanno seguito percorsi formativi in Ict sono quattro volte più numerosi delle donne e tre volte più numerosi fra gli occupati in questo settore. Un enorme problema è poi rappresentato dagli abbandoni delle occupate digitali, soprattutto dopo l’arrivo dei figli. Uno studio della Commissione Uè ha recentemente calcolato che la perdita annuale di produttività per l’economia europea causate dagli abbandoni delle occupate digitali è pari a circa 16,2 miliardi di euro («Women in the Digital Age», 8 marzo 2018). Lo studio mostra anche che le startup di proprietà femminile hanno maggiori probabilità di successo; ciò nonostante la partecipazione e la leadership femminile nel complesso delle imprese digitali sta diminuendo. Si tratta di dinamiche legate a fattori di carattere trasversale ma anche di natura più specifica e culturale. Le giovani donne che fanno studi tecnico-scientifici e considerano di intraprendere carriere in questo settore sono ancora troppo poche. Quest’anno, il grande tema «Lavoro e Tecnologia» sarà al centro del Festival dell’economia di Trento. Un panel organizzato dal think tank di giovani «Tortuga» (www.Tortugaecon.eu) approfondirà le conseguenze della digitalizzazione sull’occupazione femminile. Le donne devono aumentare la propria presenza su questo fronte. Aprendo la strada a forme diverse di lavoro e di organizzazione del tempo, il digitale può offrire infatti non solo prospettive di carriera e successo professionale, ma anche di una migliore qualità di vita.

Questo articolo è comparso anche sul Corriere Economia del 21 Maggio 2018

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Curiosità e piacere. La grande sfida? Riconquistare il quinto tempo Nasce Liberi Tutti

di Daniela Monti

Nel mondo del lavoro destrutturato e dell’economia dei risultati — come a Rischiatutto bisogna essere concentrati, focalizzati sull’obiettivo, se non porti a casa la preda prima o poi ci saranno conseguenze — al «come stai?» dell’amico incontrato al bar non si risponde più, con voce leggera, «bene grazie e tu?», piuttosto «ho un sacco di cose da fare».

Manca sempre il tempo. Nella Top Ten dei sintomi della «time poverty», l’epidemia da mancanza di tempo, c’è ordinare il pasto a domicilio, cenare alle 22, rispondere alle mail mentre si cammina, provare con Uber perché l’attesa del taxi è di 6 minuti, fare la lavatrice a notte fonda, acquistare tutto online, pianificare le uscite con gli amici a mesi di distanza (ora siamo già al «ci si vede questa estate?»). Usare lo shampoo a secco invece di lavare i capelli, farsi crescere la barba, comprare il parmigiano già grattugiato e l’insalata in busta. Tutto di corsa: il rallentamento è un territorio inesplorabile.

«Non ti prendi mai un po’ di tempo libero, mi rimprovera sempre mia moglie», dice l’economista Maurizio Ferrera, dunque, in fin dei conti, non si tratta di ignorare il problema — che il tempo libero dal lavoro sia importante tanto quanto il reddito, in teoria, è un concetto acquisito —, piuttosto di non saperlo risolvere. «Mettiamoci pure un po’ di sana competizione: così il lavoro diventa un’ossessione, io stesso ho difficoltà a darmi dei limiti — riprende Ferrera —. Ma potremmo avere più tempo libero se solo fossimo meno ambiziosi e imparassimo a lasciar correre». I numeri inchiodano: un europeo adulto in media dedica al lavoro retribuito e al lavoro di cura il doppio del tempo strettamente necessario e circa il 25% in più per la cura della propria persona. Il tempo dunque c’è — sembra esserci —, ma è speso male, le camicie si possono anche non stirare (i tessuti not iron li hanno inventati apposta), la doccia non è necessaria tutti i giorni, il metodo di Marie Kondo sul magico potere del riordino deve pure avere insegnato qualcosa e se la casa è meno zeppa di oggetti si fa prima a rassettarla.

L’organizzazione del lavoro retribuito è meno rigida rispetto al passato: la gabbia si è aperta, non esistono orari e calendari fissi, e la flessibilità porta maggiore discrezionalità nella scelta del come e soprattutto del quando fare le cose, negli spazi piccoli e in quelli grandi (con conseguenti ansie da prestazione, sbandamenti e sensi di colpa perché ogni lasciata è persa). Ma «la destrutturazione del tempo di lavoro può avere implicazione positive su tutti gli altri tempi della vita: il tempo delle necessità biologiche, quello per la cura di noi stessi e delle persone a cui vogliamo bene, il tempo dei sentimenti, perché le relazioni non sono acquisite una volta per tutte, vanno coltivate», riprende l’economista. Se ci si alza un’ora prima per andare a correre, si può farlo per portare avanti il lavoro e scappare dall’ufficio nel pomeriggio per esserci alla recita dell’asilo.

Vista così, la flessibilità lavorativa è una partita da giocare per riorganizzarsi meglio la vita — uomini e donne insieme, anche se le seconde partono sempre con l’handicap perché spendono il doppio delle ore rispetto agli uomini per attività domestiche non retribuite. Rivedere l’ordine delle priorità, non dire sempre no a chi ci sta a cuore e chiede attenzione adesso, non dopo le 18, né domani perché è sabato.

A essere diventato scarsissimo è il tempo discrezionale, cioè quello che resta dopo aver sottratto alle 24 ore tutti gli altri «tempi». A forza di fare per gli altri, non resta nulla per sé. Eppure questo quinto tempo — quello della curiosità e del piacere — «è importante per ricaricarsi, coltivare i propri interessi, stare in salute, immagazzinare energia per quando dobbiamo curare, curarci, amare, lavorare», e anche le aziende stanno imparando a riconoscerlo e valorizzarlo — quelle basate sulla conoscenza, i servizi avanzati, le posizioni più alte delle imprese —, insiste Ferrera, è il solo tempo capace di aprire spazi di cambiamento, innescare idee stravaganti che però portando più lontano del solito procedere step by step, da un problema all’altro, da un compromesso al successivo «altrimenti che senso avrebbe pagare ai dipendenti un team building a Palma di Maiorca? Perché oltre a stringere i rapporti fra colleghi si beve, si nuota, si visitano posti nuovi. Si pensa in modo diverso. Succede anche nell’accademia, spesso i convegni d’aggiornamento diventano anche occasioni di svago, io impiego parte di quel tempo per vedere mostre e approfondiscono interessi non legati necessariamente al lavoro, ma che in futuro potranno servirmi. Magari ci vado con mia moglie, così al tempo del lavoro e dello svago aggiungo il tempo per coltivare l’amore. Sono tempi sinergici». Il tempo liberato dagli schemi è la Grande Scommessa. Negoziare è la competenza chiave: pacchetti reddito/tempo che variano nelle diverse fasi della vita, fra i 20 e i 30 anni ci sta che il lavoro — se hai la fortuna di averlo e la fortuna al quadrato di avere quello giusto — si prenda il banco, ma già a 35 le priorità cambiano, c’è la famiglia e se non c’è bisogna investire tempo per provare a farsela. Chi non negozia, resta soffocato: ora è chiaro che dire sempre sì è rinunciare a se stessi.

«Mentre la povertà di reddito ha una possibile soluzione collettiva (facciamo crescere la torta, così ce n’è un po’ di più per tutti) con il tempo è più difficile, perché non si può far crescere il tempo, ma solo ridistribuirlo. In questo senso di può parlare di un’economia del tempo», chiude Ferrera. E racconta la sorpresa per una passeggiata serale ad Helsinki, con due colleghi, al termine di una sessione di studi. «E il bimbo dove lo avete lasciato?, ho chiesto. È al nido, hanno risposto. Perché il nido, lì, è sempre aperto. Ci sono tanti aspetti delle società che favoriscono o impediscono una riqualificazione virtuosa dell’utilizzo del tempo. In Italia abbiamo una lunga strada da fare».

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 14 maggio 2018

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Pensare il futuro (senza il peso delle ipoteche)

Nelle azioni dei governi e nei programmi dei partiti c’è sempre una dimensione nascosta, collegata al tempo. Ciò che sta a cuore ai politici è solo il presente, oppure c’è posto anche per il futuro?  La domanda non è né di destra né di sinistra.  Le possibili risposte hanno però enormi conseguenze sull’economia e sulla società, sull’eguaglianza e le opportunità dei cittadini.

In base al senso comune, è naturale  che la politica si occupi  del qui ed ora.  Nel lungo periodo, diceva Keynes, saremo tutti morti. Quanto alle generazioni future – ha poi aggiunto Woody Allen- che cosa mai hanno fatto loroper noi? Cogliamo l’attimo fuggente. In democrazia contano solo gli elettori di oggi. E in grande maggioranza questi si aspettano benefici immediati da chi vince: il governo  potrebbe non durare, chissà cosa può succedere.

In un paese come l’Italia (esecutivi instabili, parlamento caotico, burocrazia indolente), l’impazienza degli elettori è particolarmente elevata: non fidarsi è meglio. La strategia dei bonus, dei condoni, delle deroghe, dei micro-provvedimenti è stata una costante della Repubblica: il punto di equilibrio fra i tanti partiti in esasperata competizione fra loro, da un lato, e le tante categorie alla continua rincorsa di vantaggi corporativi, se possibile gratis, dall’altro lato.

Nel corso dell’ultima campagna elettorale si sono raggiunti record ineguagliati. I partiti hanno annunciato benefici immediati un po’ a tutti. Secondo l’Osservatorio sui conti statali della Università Cattolica, il Centro destra ha promesso misure per circa 135 miliardi, i Cinque Stelle per 105. Le coperture indicate sono poco credibili, ma soprattutto insufficienti.  In altre parole: la flat tax, l’abolizione della legge Fornero, il reddito di cittadinanza e così via verrebbero finanziati per gran parte in deficit: a contar male, almeno 60 miliardi di euro l’anno, scaricati sul debito.  Il fatto è che il controvalore in titoli di stato di questo mucchio di miliardi è di fatto una cambiale. Un “pagherò” che qualcuno dovrà prima o poi onorare. L’espressione è contro intuitiva: ma a pensarci bene si tratta di un gigantesco trasferimento dal futuro al presente. Non è che non ci occupiamo delle nuove generazioni. Stiamo lasciando loro un salatissimo conto per i nostri consumi di oggi, ipotecando le loro risorse di domani.

Una certa dose di “presentismo” da parte della politica  è ovviamente doveroso e inevitabile, in particolare nei momenti di crisi: primum vivere. Ma non si può esagerare. Una politica responsabile ha il dovere di guardare lontano, di creare (o salvaguardare) oggi le condizioni per la prosperità di domani. Dopo tutto, anche gli elettori presenti hanno interesse ad avere ospedali e  servizi sociali che tengano il passo coi tempi in termini di  qualità. Fra le nuove generazioni ci sono soprattutto figli e nipoti, non estranei. A loro servono asili, scuole, università, servizi per la formazione, politiche attive per l’impiego. In gergo, si chiamano infrastrutture sociali “capacitanti”, orientate alla valorizzazione di talenti, competenze, capitale umano, alla moltiplicazione delle opportunità, alla coltivazione di quel dinamismo economico e sociale che genera prosperità collettiva e la rende sostenibile.  Occuparsi del futuro significa investire in primo luogo  su questo tipo di infrastrutture.  Costano care, è vero. Richiedono un po’ di pazienza: gli effetti positivi emergono a poco a poco.  Ma già strada facendo si possono trarre alcuni benefici, ad esempio in termini di occupazione,  oppure – nel caso degli asili- in termini di conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa.   Già prima della crisi i livelli di spesa italiani erano inferiori a quelli dei principali paesi europei. Durante la crisi la situazione è peggiorata: è diminuita la spesa per istruzione e ricerca.  A dispetto di quanto si pensa e si dice, la spesa per la protezione sociale (ed in particolare per la protezione della vecchiaia) ha continuato invece ad aumentare.

Come è  emerso chiaro e forte durante la lunghissima campagna elettorale, i nostri politici non si distinguono solo per eccesso di “presentismo”, ma anche per dosi crescenti di euro-scetticismo.  I Cinque Stelle e la Lega si preparano ad uno scontro sulla UE proprio sul tema del deficit. Se non cambiano idea, andranno a Bruxelles a chiedere flessibilità per una massiccia operazione di redistribuzione inversa e perversa, dal futuro al presente.  E pensare che il negoziato sul  nuovo bilancio e, più in generale, la nuova e ambiziosa strategia UE per gli investimenti in infrastrutture economiche e sociali, costituirebbe  oggi per noi un’occasione unica per invertire la rotta dell’ultimo decennio. Mettendoci un po’ di impegno, potremmo ottenere  miliardi di risorse aggiuntive da destinare alle politiche per il lungo periodo, anche nel sociale.  Invece probabilmente ”alzeremo la voce in Europa”  per sforare il deficit e preservare i sussidi all’agricoltura.  Una strategia che ci penalizzerà tre volte:  resteremo isolati; non coglieremo l’opportunità di ottenere finanziamenti “virtuosi”; e rinunceremo a spingere la UE verso un impegno più deciso e consistente nei confronti di quel welfare di cui non sappiamo occuparci. Quello del futuro e per il futuro.

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 10 maggio 2018

 

 

 

 

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A Bruxelles avranno sentito la campana?

La reazione negativa dei “perdenti”  all’apertura economica e ai flussi migratori era una tempesta annunciata. Anzi, quasi perfetta. Gli esperti dicevano che ci sarebbero stati benefici per tutti, che la globalizzazione sarebbe stata un gioco a somma positiva. Si sbagliavano? No, ma solo se si ragiona in termini aggregati. Nessuna ricerca empirica ha dimostrato che il commercio internazionale e i flussi migratori abbiano prodotto danni a questo o quel paese, considerato nel suo complesso. Il fatto è, però, che costi e benefici si distribuiscono in maniera diversa fra categorie occupazionali e aree geografiche. Se dal livello macro passiamo a quello micro, i dati segnalano che, in effetti, ci sono stati vincenti e perdenti. L’integrazione europea ha “aperto”, ma ha lasciato ai sistemi nazionali di welfare l’onere di assorbire gli choc. Nei paesi ad alto debito/deficit, i margini di manovra fiscale sono stati pesantemente ristretti, aggravando il problema. Durante la crisi, Bruxelles ha agito come “scaricabarile”. La libertà di movimento ha creato sacche di svantaggio, la disciplina fiscale ha chiuso i rubinetti della spesa, i perdenti hanno diretto la loro frustrazione e il loro rancore  verso la UE, dando il voto ai partiti euro-scettici. Non era difficile prevederlo e forse si poteva anche prevenirlo. Ma così non è stato. L’Europa “matrigna” è diventata il capro espiatorio contro cui scagliarsi.

Si può spezzare questo circolo vizioso?  Si, ma solo a patto che la UE si faccia carico dei problemi da essa stessa creati.  Esistono già un Fondo per l’adeguamento alla globalizzazione, un Fondo di aiuto alle persone bisognose, un Fondo sociale per sostenere i territori. Ma sono noccioline. L’Italia ha proposto di istituire un Fondo europeo contro la disoccupazione ciclica, ha chiesto di fare i primi passi verso la mutualizzazione di qualche rischio comune. Voci inascoltate. Nel suo discorso alla Sorbona dello scorso autunno, Macron ha auspicato una Unione europea “che protegga”. Deve iniziare a protegger subito, sennò cesserà ben presto di essere una Unione.

 

Questo articolo è comparso anche sul Corriere Economia del 9 aprile 2018

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Il non voto delle donne e degli elettori smarriti

Dalle elezioni del cinque marzo è emerso un non-partito di cui nessuno parla:  il popolo degli astenuti. I voti non espressi sono stati quasi undici milioni e mezzo, un quarto del totale. Si tratta di una percentuale non insolita nelle democrazie contemporanee, che conferma una tendenza in atto da tempo anche in Italia. Il fenomeno resta tuttavia in sé preoccupante.

Chi non vota (o vota scheda bianca) può essere deluso, arrabbiato, disinteressato, semplicemente indeciso. Forse la definizione più ampia per caratterizzare questo gruppo eterogeneo è  quella di elettori “smarriti”: disorientati e (auto)-esclusi dai circuiti della partecipazione.  Per i partiti e i loro leader, il silenzio degli   “smarriti” dovrebbe essere un segale assordante, sintomo della loro incapacità di ascoltare, proporre,  rispondere. E soprattutto uno stimolo a riflettere e a capire.

Chi  sono gli smarriti?  E’ possibile tratteggiarne il profilo? Provo a farlo utilizzando i dati di un’inchiesta che ha sondato un campione di elettori poche settimane prima del voto (Pastel208), intercettando chi era indeciso e/o intendeva non votare.  Il fatto più singolare è che due terzi degli smarriti sono donne: più che nelle elezioni passate e più che negli altri paesi UE.  Come possiamo spiegarlo?

A pensarci bene  il fenomeno è meno sorprendente di quanto appaia.  La crisi ha colpito duro la società italiana, che sta insieme grazie alla famiglia e in particolare a madri, mogli, nuore, figlie.  Su questo fronte,  a dispetto della retorica si è fatto davvero poco. Per usare un eufemismo, diciamo che la  dimensione di genere non è stata proprio al centro delle preoccupazioni di chi ha gestito il risanamento e le riforme strutturali negli ultimi dieci anni.

Più della metà delle elettrici smarrite sono occupate. Svolgono prevalentemente attività impiegatizie. Nel privato, lavorano perlopiù in piccole o micro-imprese, con contratti precari. Sono dunque insicure e vulnerabili. Nel pubblico, sono soprattutto insegnanti.  In questo caso, lo smarrimento è probabilmente  dovuto alla cosiddetta “Buona Scuola”: una riforma bene intenzionatai, però comunicata male e attuata ancora peggio.

Un gruppo consistente di smarrite è costituito da casalinghe. Se avessero votato compatte, il loro “partito” avrebbe superato la soglia del 3%.  Sappiamo che all’interno di questa grande platea vi sono molte donne che vorrebbero lavorare, ma non possono o non riescono. Nell’area di residenza (pensiamo al Sud) non ci sono opportunità di impego,  oppure il carico di cura all’interno della famiglia rende il lavoro impossibile in assenza di servizi pubblici. Fra le madri,  la percentuale di smarrite è quasi doppia rispetto ai padri. Scoraggiamento, delusione, frustrazione – e anche rabbia – sono atteggiamenti comprensibili: se non cambia nulla, a che pro votare?

La situazione di svantaggio di questi sette milioni di donne si riflette chiaramente nelle preoccupazioni che esse esprimono. Molti dei temi che hanno dominato la campagna elettorale (tasse, debito, euro, immigrazione) hanno bassissima salienza per queste elettrici. Nella misura in cui la percepiscono, l’Unione europea è vista con favore. I problemi che angustiano le smarrite sono soprattutto la disoccupazione (e in questo sono uguali agli smarriti maschi) e il welfare: sanità, pensioni, lotta alla povertà. Il loro timore è che si indeboliscono o spariscano le (poche) ancore di sicurezza economica e sociale. Un dato significativo riguarda la corruzione, denunciata molto più dalle donne che dagli uomini.

Per definizione non è facile capire qual è l’orientamento politico delle donne smarrite. Quasi la metà di loro rifiuta di collocarsi sull’asse destra-sinistra. Fra chi accetta di farlo,  la maggioranza relativa opta tuttavia per il centro (35%), seguito dalla sinistra (30%) e dalla destra (21%).  Non sappiamo quanti degli smarriti rilevati dal sondaggio (il 30% circa del campione) si siano poi effettivamente astenuti il cinque di marzo.  Probabilmente una parte di loro ha votato, visto che i voti non espressi sono stati “solo” il 25%.  Con questi ordini di grandezza, il profilo che ho appena tratteggiato rimane più che plausibile nelle sue grandi linee.

I ragionamento contro-fattuali sono sempre scivolosi. Ma è naturale chiedersi se le cose avrebbero potuto andare diversamente. Io credo di sì, se solo i governi di centro-sinistra non avessero trascurato quella agenda donne che si era faticosamente fatta strada, anche grazie a questo giornale, prima della crisi.  Le elettrici smarrite non si sono lasciate sedurre dalle sirene anti-sistema. Non sono fuggite nei famosi “boschi” della sinistra dura e pura. Sono rimaste a casa loro, ad accudire figli e anziani, a conciliare il desiderio e l’esigenza di reddito con  la dura realtà della disoccupazione, dei contratti precari, dell’assenza di servizi. Avrebbero forse appoggiato proposte direttamente collegate ai loro problemi quotidiani. Un programma concreto di miglioramento del welfare, europeista, moderato, credibile sotto il profilo della lotta alla corruzione e della criminalità. I leader facciano un esame di coscienza: nessuno di loro ha fatto abbastanza.

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 6 aprile 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Interessi (troppo) nazionali

Sulla scia della crisi, la Ue è ormai diventata un’organizzazione intergovernativa. A fare e disfare sono gli esecutivi nazionali e l’arena chiave per tutte le decisioni più importanti è il Consiglio europeo, che riunisce appunto i Capi di stato e di governo.  Rispetto alle tradizioni e agli ideali dei Padri fondatori, si tratta di una deriva istituzionale pericolosa. L’integrazione può avanzare solo nella misura in cui si stemperano le contrapposizioni fra interessi nazionali e si aprono spazi per coalizioni transnazionali fra attori diversi: regioni, città, associazioni civiche e, soprattutto, parti sociali.  I vertici trilaterali periodici, come quello del 21 marzo, dovrebbero servire proprio a ricomporre il caleidoscopio europeo secondo logiche diverse da quelle territoriali, incarnate dalla Commissione europea.

Uno dei terreni più fertili per questa ricomposizione è quello delle politiche sociali e dell’occupazione. Anche qui la logica degli interessi nazionali è dura a morire: il mercato del lavoro e il welfare rimangono importanti bacini di consenso. Imprese e sindacati sono (o dovrebbero essere) invece ispirati da una logica diversa.  In presenza di una unione economica e monetaria è cruciale che tutti possano giocare alla pari. Senza coordinamento, supervisione, controllo e almeno un minimo di armonizzazione sono alti i rischi di dumping sociale – che preoccupa i sindacati- e di concorrenza sleale sul piano fiscale e regolativo, che preoccupa le imprese.

Alla base delle due nuove proposte della Commissione stanno due presupposti. Il mercato unico deve diventare un campo da gioco “equo”, capace di neutralizzare comportamenti opportunistici e fraudolenti nonché concorrenza sleale (Autorità europea del lavoro). Tramite il pilastro europeo dei diritti sociali, i paesi membri dovrebbero allineare – pur senza unificare- i propri sistemi di welfare in modo da consolidare i fondamenti di quella “economia sociale di mercato” su cui si basa il Trattato di Lisbona.  Le parti sociali sembrano aver capito qual è la posta in gioco. Speriamo che, facendo sponda con la Commissione e il Parlamento, imprese e sindacati riescano ad arginare ed aggirare i veti incrociati fra i governi che oggi stanno bloccando l’Europa.

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 26 marzo 2018

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Due obiettivi (realistici) per un’agenda sul lavoro

La principale preoccupazione degli italiani è la mancanza di lavoro e dunque di reddito.  L’indicazione è emersa forte e chiara in tutti i sondaggi pre-elettorali e in un paese ad alta disoccupazione e alta povertà la cosa certo non sorprende. Quali che siano i movimenti di queste prime settimane, il nuovo Parlamento nel suo insieme dovrebbe impegnarsi a prendere di petto entrambe le sfide.

Una particolare responsabilità ricade sul Movimento Cinque Stelle e sulla Lega.  Non solo perché hanno “vinto” le elezioni, ma anche perché hanno fatto promesse precise come il reddito di cittadinanza (per combattere la povertà) e la flat tax (per rilanciare crescita e occupazione). Nessuno dubita della buona fede di Di Maio e Salvini e dei loro programmi.  E’ però legittimo osservare che si tratta di approcci quasi specularmente diversi ed entrambi molto costosi.  In campagna elettorale, il reddito di cittadinanza e la flat tax sono peraltro stati presentati come soluzioni risolutive o quantomeno capaci di produrre benefici immediati sulle condizioni economiche degli italiani. Le aspettative sono elevate. Proprio per questo sarebbe bene promuovere una pacata riflessione post-elettorale sulla sfida lavoro-povertà.  Nessun partito può governare da solo. Senza una cornice comune di riferimento, il confronto tra progetti non può neppure iniziare.

Disoccupazione e povertà sono due facce della stessa medaglia. In Italia abbiamo molti più poveri di altri paesi UE perché la nostra economia non genera un numero sufficiente di posti di lavoro. E’ così dagli anni Cinquanta. In settant’anni, il divario in termini di occupazione rispetto a Francia e Germania è rimasto quasi invariato.  Persino la Spagna ha oggi un tasso di occupazione più alto del nostro. Certo, la composizione della povertà è profondamente mutata nel tempo: prima erano poveri soprattutto gli anziani, ora lo sono di più i minori. Anche la disoccupazione si concentra  fra i giovani. In larga misura, la radice del problema è però la stessa: una bassa domanda di lavoro, in particolare al Sud.

Quando i Cinque Stelle parlano di un reddito di 700 euro al mese per chi è senza mezzi, non propongono una cosa anomala rispetto agli standard europei: l’importo è simile a quello previsto in Austria o in Olanda. La differenza cruciale è che in quei paesi i beneficiari sono relativamente pochi : lì è molto più facile trovare un lavoro.  Stanti i nostri livelli di povertà, il reddito di cittadinanza a 700 euro ci costerebbe più dell’1% del PIL, il triplo rispetto a Austria o Olanda.  E’ questo il principale limite della proposta Cinque Stelle. E’ troppo focalizzata su un solo lato della medaglia: sussidiare la mancanza di lavoro, costi quello che costi.

La Lega accosta il problema dal versante opposto. Lavoro, lavoro, lavoro, ripete Salvini. Ma è ragionevole puntare tutto sulla flat tax, immaginando che questa possa accendere rapidamente il motore dell’occupazione? L’unica cosa certa è che una riforma come questa causerebbe subito un buco di bilancio.  E’ difficile quantificarlo, ma l’ordine di grandezza è vicino al costo del reddito di cittadinanza:  un punto abbondante di PIL. Le esperienze straniere di successo che vengono spesso citate non consentono di fare calcoli precisi sui ritorni della flat tax in termini di posti di lavoro. La creazione di occupazione è solo uno fra gli obiettivi della proposta della Lega. Si tratta tuttavia del piatto forte del “lavorista” Salvini: nel valutare le conseguenze della flat tax occorre dunque prestare massima attenzione alle sue ricadute su questo fronte.  Anche ammettendo che, a tempo debito, aumentino i posti di lavoro, che cosa facciamo nel frattempo dei poveri?  Il limite della Lega è quasi speculare a quello dei Cinque Stelle. Scommette tutto sulla riduzione del carico fiscale come antidoto alla disoccupazione: poi chi vivrà, vedrà.

Il mezzo è la cosa migliore, diceva Aristotele. Non sarebbe ragionevole incontrarsi a metà strada in Parlamento e concordare una agenda di massima per affrontare la sfida lavoro-povertà da entrambi i versanti? I Cinque Stelle si sono già lasciati scappare che il reddito di cittadinanza non si potrà introdurre tutto subito: bisognerà prima rafforzare i servizi per l’impiego. Il programma della Lega, dal canto suo, oltre alla flat tax prevede una incisiva riduzione degli oneri sociali per le imprese: una misura che in tutti i paesi ha avuto effetti positivi sulla creazione di posti di lavoro. Ecco allora due obiettivi realistici e promettenti su cui puntare nel breve periodo. Potenziare le politiche attive e ridurre il cuneo fiscale sarebbero peraltro in linea con le raccomandazioni UE e con alcune riforme già realizzate nelle passate legislature.  Contro la povertà abbiamo il reddito di inclusione.  Contro la disoccupazione abbiamo sperimentato con successo la decontribuzione. Nei processi di cambiamento vige una legge ferrea:  ovunque si voglia andare, si deve  partire dal punto in cui ci si trova. E’ questa la cornice di riferimento obbligata per il nuovo Parlamento, la base su vanno innestati i progetti di ulteriori riforme.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 24 marzo 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Macron-Merkel, Tasse avanza Battiamo un colpo

L’Europa ha già fatto irruzione nell’agenda politica. Quali saranno i contenuti del Documento di economia e finanza e chi lo voterà in Parlamento? Il governo uscente di Paolo Gentiloni proporrà un documento «asciutto» e non allegherà il cosiddetto Programma nazionale di riforma, dove si illustrano le priorità e gli strumenti di politica economica e sociale. Anche così il Documento sarà comunque una cartina di tornasole. Matteo Salvini (Lega) e Luigi di Maio (CinqueStelle) cercheranno di dare qualche segnale forte, coerente con gli slogan usati nel corso delle loro campagne elettorali. Europa e mercati potrebbero spaventarsi. Per entrambi i leader la discussione sul Documento di economia e finanza potrebbe rivelarsi un benefico bagno di realtà: la realtà dei numeri, delle scelte politicamente difficili. Nel corso del 2018 entrerà nel vivo la partita sui fondi Uè. Occorrerà decidere come ristrutturare il bilancio comune dopo la Brexit. Gli interessi in gioco per l’Italia sono molto consistenti e il negoziato non sarà solo tecnico. Un paese privo di governo e senza priorità condivise potrà farsi molto male. Il tema cruciale è però la riforma della governance dell’Unione monetaria. Sul piatto c’è un’ambiziosa proposta francese per creare un ministro delle Finanze europeo, dotato di un proprio budget. Berlino non è contraria, ma desidera stringere ancor di più le redini sulla disciplina fiscale. Senza proposte credibili l’Italia rischia di essere stritolata da un patto franco/tedesco, insensibile alle nostre esigenze di flessibilità. Per il nostro paese l’Unione europea è sempre stata un’ àncora di stabilità e modernizzazione. Il maggior rischio per i prossimi mesi è l’avventurismo, l’idea che convenga liberarsi dall’ àncora in base a diagnosi non fondate e aspettative taumaturgiche. Ciò che dice Bruxelles non è oro colato, ci sono margini per cambiamenti che tornino anche a nostro vantaggio. Per sfruttarli serve però una accorta e responsabile politica europea da parte del nuovo governo, non un vago e inconcludente euroscetticismo.

 

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 16 marzo 2018

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La storia non è un senso unico

Il discorso politico contemporaneo, soprattutto in Europa,  è sempre più intriso di “necessità”. La globalizzazione, si dice, impone conformità alle logiche di mercato. Le tecnostrutture sovranazionali dettano regole vincolanti basate su semplici numeri. Il motto di Margareth Thatcher – there is no alternative- domina le scelte di governo e sempre più anche quelle individuali (pensiamo almercato del lavoro). E’ il trionfo di quella colonizzazione del  “mondo della vita” da parte degli “imperativi sistemici” di cui parlano da molto tempo autori come Habermas o Honneth. Una dinamica che genera inevitabilmente nuove diseguaglianze: le capacità e le opportunità di adattamento non sono equamente distribuite. Gli elettori esprimono disagio e protesta.  Ma se non si danno alterative reali e credibili, il confronto democratico degenera in una inconcludente agitazione.

Nel suo ultimo libro, Salvatore Veca indica una strada per uscire da questo vicolo cieco. Di fronte alla dittatura del presente e delle sue supposte necessità, occorre recuperare il “senso della possibilità”. L’idea che non vi siano alternative nasce dalla nostra ignavia, dal mancato esercizio di spirito critico nei confronti dello status quo, dei paradigmi dominanti e delle loro false necessità. E, soprattutto, dalla rinuncia a usare l’immaginazione, a elaborare futuri possibili, a ” prenderci per mano, ragionare e operare per forme più decenti di convivenza”.

Veca è uno dei più noti e originali filosofi contemporanei. Il volume presenta i risultati di una nuova fase delle sue ricerche, che lo avevano portato prima a riflettere sull’incertezza (su cosa è il mondo e su ciò che vale) e poi sull’incompletezza (sulla natura e i limiti delle nostre interpretazioni del mondo). Per certi aspetti, il “senso della possibilità” è la pars construens del pensiero di Veca. Ai margini dell’ incertezza e del incompletezza si aprono infatti i varchi del possibile. Una modalità dell’essere che lo sottrae al necessario, che conferisce al presente (all’attualità) un carattere plastico e che apre margini per scegliere il futuro.

I capitolo del libro sono spesso tecnici, si confrontano con teorie e modelli situati alla frontiera del dibattito filosofico. Anche chi non padroneggia gli strumenti della filosofia e della logica trova però nel volume spunti di estremo interesse. Il “senso della possibilità” può essere usato come una chiave per aprire due “scatole” da cui sono scaturiti molti di quei  discorsi sulla necessità di cui oggi ci sentiamo prigionieri.

La prima scatola è quella della storia, dello sviluppo umano nel tempo. Noi siamo inevitabilmente immersi nel presente: l’attuale ha priorità su passato e futuro.   Ciò che è stato non può essere disfatto. E questo  pone alcuni vincoli ineludibili (dunque necessari) per costruire ciò che sarà. Eppure il presente  è circondato dal possibile. Lo è retrospettivamente, innanzitutto. Le cose avrebbero potuto andare altrimenti. La realtà di oggi (compresi i famosi “imperativi sistemici”) non èche il distillato, nel bene e nel male, di mondi possibili che abbiamo di volta in volta scartato nel passato in base a fattori e scelte contingenti. Il mondo attuale è l’unico sopravvissuto. Ma il senso della possibilità ci sottrae all’incubo dei destini inevitabili, degli ingranaggi storici che ci relegano al ruolo di automi. Usato in ottica prospettica, il senso della possibilità ci rende invece liberi di immaginare un’ampia gamma di scenari futuri e ci sprona all’impegno per valutarli e realizzarli.

La seconda scatola è quella della politica. Si tratta della sfera di attività umana che gestisce il presente,  lo guida nel mare aperto delle possibilità. La chiave di Veca fa però fatica ad entrare in questa scatola. Gli imperativi della necessità hanno come bloccato la serratura, soffocando il più potente generatore di mondi possibili che siamo riusciti a inventare come umani: la liberaldemocrazia. La colpa non è del “sistema”, intendiamoci, che è contingente nella sua genesi e non necessitante rispetto al futuro.  Il generatore liberaldemocratico si è inceppato perché  è stato usato in modo irresponsabile sia dai governati sia dai governanti.  Questi ultimi non hanno poi fatto adeguata manutenzione (pensiamo al deficit democratico della UE). Possiamo sbloccare la serratura? Ovviamente si, ma l’esercizio richiede alcuni atti di equilibrismo.  Chi governa il presente deve riappropriarsi del senso di possibilità, sfidando i tanti sacerdoti del “non si può fare altrimenti”. Chi agita l’inquietudine dei governati (pensiamo ai leader populisti) deve a sua volta calibrare la propria immaginazione in base ai materiali disponibili, oggi, nel reale. I mondi possibili sono tanti, ma non tutti sono accessibili dal punto in cui ci troviamo. E, come ricorda Veca, alcuni non sono neppure desiderabili.

 

Salvatore Veca Il Senso della posibilità, Feltrinelli, 2018

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 16 marzo 2018

 

 

 

 

 

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