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Gli articoli di Maurizio Ferrera pubblicati sul Corriere della Sera

Quando si smette di essere giovani?

Più di quindici, meno di trenta. Questa è la fascia d’età in cui si è “giovani” secondo Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea. Prima si è bambini e ragazzi. Dopo si viene classificati come adulti. Non tutti sono d’accordo con queste soglie. Alla domanda “quando finisce secondo lei la giovinezza?”, la risposta più frequente è trentacinque anni. Si tratta di una media fornita dai sondaggi UE, che nasconde però grandi differenze fra Paesi. Gli scandinavi allungano la soglia Eurostat di soli tre anni. Per i greci invece la giovinezza dura fino ai cinquantadue. Poi si diventa adulti per un breve periodo e a sessantacinque arriva la pensione. Sarà anche per questo che il sistema previdenziale ellenico ha accumulato nel tempo un deficit enorme.

 

La bellezza, diceva Shakespeare, dipende dagli occhi di chi guarda. Oggi è così anche per l’età: una questione di percezioni e sensazioni. Abiti e cosmetici possono rendere il nostro aspetto indecifrabile dal punto di vista anagrafico. Il progresso medico ha rallentato l’invecchiamento biologico. Così tendiamo a dilatare la fase di vita associata al dinamismo, alla libertà, al gusto di cambiare. Per la grande massa della popolazione, in realtà, questa fase esiste solo da mezzo secolo o poco più. Prima i bambini passavano direttamente dall’infanzia alla vita adulta, che voleva dire lavoro, duro lavoro. Così succede ancora oggi nei Paesi in via di sviluppo. Secondo i sociologi, la giovinezza ha due tratti distintivi. Primo, il desiderio di sperimentare, di mettersi in gioco sul piano pratico e soprattutto su quello “esistenziale”. Aprendosi a quel turbinio di esperienze tramite cui si forma l’identità, si definisce un progetto di vita. In parallelo, vi è un secondo tratto: la graduale assunzione di responsabilità. Si inizia a lavorare e a guadagnare, ad avere relazioni stabili di coppia, per alcuni (sempre meno) arrivano anche i figli.

 

Questi due processi sono per loro natura fluidi e spesso conflittuali. Affermare se stessi significa opporsi a genitori, amici, insegnanti, fidanzati, non aver paura di rompere consuetudini e aspettative. La generazione del baby boom, nata tra la fine della guerra e gli anni Sessanta, è stata la prima gioventù “di massa” della storia, con luoghi, simboli, miti comuni e con tanta voglia di opposizione. Pensiamo al Sessantotto, ai movimenti hippy, alla rivoluzione sessuale e alla musica rock. Ricordando la sua girovagante giovinezza, il regista Wim Wenders (classe 1945, pioniere del boom) ha confessato in una intervista: «Senza rock, niente sogni. Senza sogni, niente coraggio. Senza coraggio, niente azioni». Una sequenza condivisa, credo, da tutta la mia generazione (classe 1955). Dopo l’era delle grandi rotture è arrivato il “reflusso”. I baby boomers hanno trovato il posto fisso, hanno messo su famiglia, si sono rassegnati ad accettare le responsabilità. Le generazioni successive sono diventate più tranquille, rompono meno. Dagli anni Novanta in poi, la giovinezza ha iniziato una metamorfosi che la rende più sfumata nei suoi confini temporali e più eterogenea nei suoi valori e comportamenti. I social media hanno moltiplicato i contatti in modo esponenziale. Ma le comunità virtuali non fanno massa, sono prive di compattezza e di calore intersoggettivo. Come la società nel suo complesso, anche la gioventù è diventata “liquida”, sfuggente e ondivaga. Meno dogmatica rispetto al passato, certo, ma anche meno impegnata.

 

I giovani continuano a sperimentare, però lo fanno sfruttando gli spazi di libertà aperti dalle loro madri e dai loro padri. Il ventenne di oggi non deve lottare per affermare nuovi valori e cercare la propria identità. Afferma e cerca sotto gli occhi benevoli dei genitori. Le “diversità” non sono più un tabù. Le mura di scuola e quelle di casa sono diventate di gomma. A volte così confortevoli che, come nel film Tanguy, i trentenni finiscono per restare incollati alle loro camerette di adolescenti. Il fenomeno è quasi patologico in Italia. Riguarda ormai persino gli Stati Uniti, dove molti ragazzi tornano da mamma e papà quando finiscono il college. Il ritardo con cui i giovani approdano alle responsabilità della vita adulta è anche la conseguenza delle trasformazioni economiche. I boomers sono entrati nella cittadella del lavoro garantito e si sono chiusi dentro. I millennials invece sono destinati a ricevere l’Oscar della precarietà. Rischiano anche un poco invidiabile primato: quello di essere più poveri dei loro nonni e genitori (almeno fino all’eredità). È obiettivamente difficile pagare un affitto, sposarsi e fare figli in simili condizioni.

 

La sfida economica è seria, ma non va esagerata. I dati segnalano infatti che non sono solo i precari da mille euro al mese a differire il matrimonio e l’arrivo dei figli. Lo fa anche chi non ha problemi di reddito e lavoro. In parte si tratta quindi di una scelta. La riluttanza ad assumere impegni di coppia e responsabilità genitoriali riguarda oggi anche (e in certi contesti soprattutto) le giovani donne. Di nuovo, è un fatto storicamente inedito. Una conquista in termini di libertà e pari opportunità per un genere (quello femminile) da sempre eterodiretto. Ma al tempo stesso un fattore aggiuntivo di “liquidità”. Come evitare che l’inseguimento dell’auto-affermazione non degeneri in una sequenza di scelte fini a se stesse? Con effetti perversi sul piano collettivo in termini di calo demografico e sostenibilità del welfare? Ci vogliono innanzitutto incisive riforme sociali per allargare le porte del mercato occupazionale, restituire un minimo di stabilità ai percorsi lavorativi, offrire robusti sostegni alle coppie con figli e alle madri che lavorano. Ma la sfida è anche culturale. E qui la risposta è più difficile. Secondo alcuni filosofi francesi, è ora di smetterla con la retorica giovanilistica, dobbiamo spostare l’attenzione sull’età adulta e le sue qualità: esperienza, responsabilità, autonomia. I romani parlavano di gravitas, in Francia si è coniato il neologismo adultie. Un approdo esistenziale da raggiungere possibilmente entro i trent’anni, proprio come dice Eurostat.

Ai molti tardo-ventenni del nostro Paese che indulgono nella liquidità vanno senz’altro fornite più risorse e più opportunità. Ma è giusto chieder loro di rimboccarsi le maniche, di diventare “capitani coraggiosi”. Non è solo il verso di una canzone di Battiato (quella sul centro di gravità permanente), ma è soprattutto il titolo di uno straordinario romanzo di Kipling. In cui un ragazzo un po’ viziato riesce a conquistarsi con le unghie e con i denti la maturità e l’equilibrio di uomo adulto.

 

Questo articolo è comparso anche su Sette del Corriere della Sera del 6 luglio 2017.

 

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Consigli ai giovani. E non solo

Se la disoccupazione giovanile è così alta in Italia non dobbiamo prendercela solo con la crisi. Parte di questo drammatico problema risiede nel divario fra le competenze maturate a scuola e quelle richieste dal sistema produttivo. Secondo alcune stime, se non ci fosse questo divario la disoccupazione fra i 15 e i 29 anni potrebbe ridursi dal 28% al 16%. Una cifra impressionante.

 

Al Nord, non si trovano laureati in ingegneria e altre discipline scientifiche. Al Sud, mancano diplomati con buona formazione da inserire nel turismo, nei servizi culturali, sanitari e sociali. Titolo di studio a parte, quali sono le maggiori carenze lamentate dalle imprese? Una recente ricerca della Confindustria di Bergamo (la seconda provincia industriale d’Europa, dopo Brescia) fornisce interessanti indicazioni. I neo-assunti sono scarsi in matematica di base, non parlano bene l’inglese né altre lingue straniere. Anche l’informatica e l’italiano scritto lasciano a desiderare. Le carenze più gravi riguardano però la capacità logica, l’attitudine alla leadership, la creatività. Sono quelle “meta-competenze” che rendono capaci di attivare conoscenze e abilità più specifiche per affrontare problemi complessi. E che incentivano a mantenere flessibilità di pensiero e curiosità ad ampio spettro.

 

Come si formano tali meta-competenze? Non c’è una ricetta prestabilita. Molti giovani le maturano spontaneamente; alcuni insegnanti sono capaci di stimolarle. I nostri istituti secondari producono talenti apprezzati in tutto il mondo. Ce ne saranno sicuramente molti anche fra i quattrocentocinquantamila maturandi che in questi giorni stanno sostenendo gli esami di stato. Non si può tuttavia contare solo sulla spontaneità. Le meta-competenze possono e devono essere deliberatamente coltivate, tramite approcci e pratiche educative già ben sperimentate in altri paesi. Secondo le ricerche della Fondazione Agnelli, nelle scuole italiane prevale ancora la didattica ex cathedra incentrata sul programma ministeriale, c’è poca apertura verso i metodi che gli esperti chiamano “euristici” perché volti a consolidare abilità trasversali e, appunto, meta-competenze.

 

L’anello più debole è la scuola media. La divisione fra licei, istituti tecnici e professionali incentiva poi una differenziazione per materie, una concentrazione eccessiva sui contenuti a scapito delle abilità. L’inarrestabile attrazione degli studenti verso i percorsi liceali sta poi svalutando, anche simbolicamente, i saperi tecnici. Perché non istituire un liceo “tecnologico”? Oggi esiste, all’interno del liceo scientifico, un indirizzo di scienze applicate, scelto da circa il 7% degli studenti: una percentuale simile a quella di chi opta per i licei artistici, sportivi e musicali. Un’altra buona idea sarebbe il potenziamento dei cosiddetti cicli brevi (due anni) dell’istruzione terziaria. In molti paesi, fra cui gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Austria, la Spagna, la Danimarca, questi percorsi attraggono fra il 10 e il 20% dei diplomati. Da noi sono stati creati gli Istituti Tecnici Superiori, intesi come “scuole ad alta specializzazione tecnologica”. Intento buono, realizzazione molto deludente: solo 93 istituti, con meno di ottomila frequentanti (in Sicilia 360, in Campania 180).

 

Ai nostri studenti manca infine il sostegno di adeguati servizi di orientamento. Dopo la maturità, il percorso universitario è scelto in base ad interessi personali, prevalentemente vicino a casa e famiglia. Le prospettive occupazionali e di carriera si situano agli ultimi posti fra i criteri di selezione. Se un giovane prova una profonda vocazione intellettuale per una dato campo del sapere, è senz’altro giusto che l’assecondi. Ma tutte le scelte hanno implicazioni pratiche, di cui bisogna essere ben consapevoli. Come ammonisce Seneca nel brano proposto ieri per la seconda prova del liceo classico, persino la filosofia “non risiede nelle parole, ma nei fatti”.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 23 giugno 2017

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Il nuovo welfare nell’era del lavoro fluido

Alcuni Paesi hanno già avviato riflessioni strategiche su come riorganizzare il mercato per innestare una nuova fase di crescita sostenibile, capace di contrastare la precarietà e l’esclusione

 

La ripresa economica sta finalmente attenuando il dramma della disoccupazione. Alcuni Paesi hanno già avviato riflessioni strategiche su come riorganizzare il mercato del lavoro per innestare una nuova fase di crescita sostenibile, capace di contrastare la precarietà e l’esclusione. L’obiettivo non è facile da raggiungere. Lo sviluppo dipende in modo sempre più stretto dalle innovazioni tecnologiche, dal commercio internazionale, dalla conquista o addirittura creazione di nuovi mercati, dalla digitalizzazione. Il lavoro certo non sparirà, ma diventerà sempre più fluido, le mansioni di routine si contrarranno rapidamente e i vari settori produttivi saranno esposti a veri e propri effetti «marea»: espansioni repentine seguite da contrazioni, non interamente prevedibili.

Per gestire queste dinamiche in modo inclusivo occorre riorganizzare la solidarietà sociale. Alcuni parlano di «fluidarietà». Il termine è un po’ ambiguo ed è un misto tra solidarietà e fluidità dell’occupazione. Ma può avere connotazioni positive se pensato come un complemento e non a sostituzione del welfare esistente.

Oggi i sistemi di tutela sono incentrati su sussidi accompagnati da politiche attive per riportare le persone al lavoro aiutandole nel frattempo. La rapidità dei mutamenti in atto richiede però di introdurre altri strumenti, di natura preventiva e che sostengano, proteggano e aumentino la capacità dei lavoratori di reinserirsi in un contesto strutturalmente mutevole.

E’ la cosiddetta “occupabilità” di cui si parla da circa un ventennio, e a molti addetti ai lavori può sembrare una nozione ormai trita. La novità è però che in vari Paesi questa nozione si è finalmente tradotta in schemi concreti. I Paesi scandinavi stanno sperimentando sistemi di smistamento intersettoriale e interprofessionale dei lavoratori per far fronte agli effetti marea di cui parlavamo. In Olanda e Germania (ma anche in Canada e Australia) i lavoratori effettuano test periodici di “occupabilità”, che consentono loro di accertare lo stato delle proprie competenze. Alcuni propongono che queste forme di accertamento periodico e gli eventuali aggiornamenti diventino una nuova forma di assicurazione sociale. In Francia esiste da qualche anno un programma che si chiama «conto personale di attività», sul quale lo Stato, i datori di lavoro e gli stessi cittadini (volontariamente) depositano risorse finanziarie da prelevare per esigenze di formazione. In alcuni casi, lo Stato accredita contributi sul conto per attività svolte in campo sociale. Naturalmente l’investimento in «occupabilità» deve iniziare ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro. La scuola svolge un ruolo cruciale, purché venga riorientata verso la trasmissione di conoscenze trasversali e la promozione di meta-competenze (come le capacità logiche), quelle che non diventano mai obsolete anche in contesti lavorativi fluidi.

Come finanziare le nuove forme di «fluidarietà»? In parte si tratta di schemi e programmi che possono essere gestiti anche sotto il profilo delle risorse dalle parti sociali nell’ambito della contrattazione decentrata, in altra parte devono attivarsi i territori; la digitalizzazione e la virtualizzazione di molte filiere non spezzerà il legame fra lavoro e spazio geografico. «Occupabilità» fa rima con mobilità e i giovani dovranno essere pronti a muoversi più di quanto non facciano oggi, soprattutto nel nostro Paese. Ma non sarà né possibile né desiderabile sganciare il lavoro dal territorio. Teniamo anche conto che tutta la cosiddetta economia bianca, connessa all’invecchiamento demografico e alla crescente domanda di servizi legati al benessere della persona e all’intrattenimento (turismo compreso), manterrà un forte ancoramento territoriale e registrerà una massiccia espansione nei prossimi decenni.

Non sarà possibile far gravare i costi di questa riorganizzazione solo sulle imprese e i singoli territori. Tutti dovranno contribuire. Cambiare le modalità di finanziamento del welfare è l’altra grande sfida che dobbiamo affrontare per sostenere la crescita inclusiva in un mercato del lavoro sempre più fluido.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 16 giugno 2017

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Ha dato il lavoro ai tedeschi ora è il turno della Francia

Peter Hartz, l’uomo che ha permesso la piena occupazione in Germania, lancia un progetto in asse con Macron. L’idea di un maxi piano per favorire l’impiego dei giovani. Per ora limitato a Parigi e Berlino, ma da estendere

di Maurizio Ferrera e Alexander Damiano Ricci

“Non potrebbe esserci  un progetto migliore di Europatriates sul quale trovare un con il nuovo Presidente francese, Emmanuel Macron. Europatriates potrebbe diventare la scintilla di una nuova ondata di europeismo”. Sono le parole pronunciate un paio di settimane fa, a Berlino, da Peter Hartz, ex-dirigente Volkswagen, ma soprattutto ex-Presidente della Commissione sulle riforme del mercato del lavoro tedesco, che ispirò, agli inizi degli anni Duemila, il piano governativo “Agenda2010” dell’allora governo Schröder. Ma cos’è esattamente Europatriates? E perché Macron è un interlocutore di Hartz?

Il progetto riguarda il lavoro dei giovani  (vedi box), da promuovere attraverso nuovi strumenti e metodologie.  Le risorse necessarie si aggirerebbero intorno 40 mila euro a partecipante, tutto incluso. Una cifra consistente. Che però riflette e quantifica  lo svantaggio di cui soffrono oggi i giovani per i mancati investimenti nell’istruzione, nella formazione, nelle politiche attive.  Chi dovrebbe mettere a disposizione le risorse? In parte, la Commissione europea, alla quale, tra le altre cose, Hartz non risparmia una stoccata: “Ha il potere e gli strumenti necessari; ora ha a disposizione anche le idee”.

Al di là degli obiettivi e dei contenuti di Europatriates, l’intervento di Hartz indica anche che il rinvigorimento dell’asse Berlino-Parigi non passa soltanto dal canale intergovernativo.  Peter Hartz intrattiene da tempo legami con l’establishment francese. Nel novembre del 2014, l’ex Presidente Volkswagen  era stato ospite del think tank francese En temps réel, a Parigi, proprio per presentare Europatriates.  In quella occasione venne ricevuto da  Hollande e si vociferò addirittura di un suo potenziale coinvolgimento nella progettazione delle riforme francesi. Che poi però non si concretizzò.  Sempre al 2014 risale il legame tra Macron e Hartz. I due ebbero un incontro  poco dopo la nomina del primo a Ministro dell’Economia, in seguito alle dimissioni del “radicale”  Arnaud Montebourg. In una intervista successiva, Hartz confessò di essere rimasto impressionato dalla determinazione di Macron.

Il neo-Presidente francese non è stato l’unico interlocutore di Hartz.  Nel gennaio del 2015 vi fu infatti un incontro con  un esponente dell’Ump di Sarkozy (un partito che allora stava cambiando nome in Les Republicains).  Si trattava di Bruno Le Maire, attuale Ministro dell’Economia nel nuovo governo di Édouard Philippe.

Le cattive condizioni del mercato del lavoro sono uno dei principali handicap dell’economia francese.  Lo ha ribadito da poco la Commissione UE nelle sue Raccomandazioni specifiche per paese. Negli ultimi anni è stato fatto più di un tentativo di cambiamento, ma senza grande successo.  Macron intende riprovarci. E al tempo stesso vuole modificare varie cose dell’agenda e della governance UE.  Per questo tuttavia occorre il consenso della Germania. Molti politici tedeschi hanno storto il naso di fronte alle proposte di  Parigi – soprattutto i liberali e la destra dell’Unione cristiano sociale (Csu). Per aprire il dibattito sulle riforme Ue, la Germania chiede una cosa precisa al nuovo inquilino dell’Eliseo: credibilità nelle riforme interne.

Le Maire ha già cercato di rassicurare Wolfgang Schäuble . In un recente incontro a Berlino, i due hanno messo a punto un’agenda comune.  Il Ministro francese ha però espressamente dichiarato che la “Francia rispetterà tutti gli impegni presi, alla lettera”, a partire dai livelli di deficit pubblico.

Le parole di Le Maire bastano come garanzia? Forse. In caso contrario, potrebbe esserci posto per un garante tedesco di livello, Peter Hartz appunto. Del resto, lui si è già detto disponibile.  Sui temi del lavoro, la coppia Merkron (Merkel e Macron)  potrebbe trasformarsi in MacHartz.  Se a beneficarne fossero davvero i giovani (possibilmente di tutti i paesi),  questo menage a troi  sarebbe più che benvenuto.

 


L’idea: Europatriates

L’osservazione. Alcuni Paesi dell’Ue hanno una capacità di formazione professionale eccessiva. Altri, sperimentano una svalutazione del proprio capitale umano.

La soluzione win-win. Un apprendistato all’estero, mirato al mantenimento del capitale umano, al suo re-impiego, ma anche allo sviluppo di servizi nei mercati del lavoro di partenza. Inizialmente, l’iniziativa potrebbe riguardare 250 mila giovani francesi e mezzo milione di tedeschi.

Il percorso. Il partecipante re-definisce le proprie ambizioni (coaching e diagnosi dei talenti), monitora le caratteristiche dei mercati del lavoro tramite l’utilizzo di un software open source (radar occupazionale), dialoga i suoi colleghi (polylog) e fruisce di un corso di lingua.

Il network. Le metodologie sono condivise online per replicare le best practices altrove (scale-up), a fronte di una sottoscrizione (social franchising).

Il costo. 215 miliardi di euro per un piano UE calibrato sul numero dei giovani disoccupati europei

Copertura finanziaria. Un fondo pubblico-privato presso la Banca europea degli investimenti (Bei). Le transazioni (azienda-tirocinante) potrebbero essere gestite per mezzo di uno strumento finanziario flessibile: i certificati di apprendistato (European apprenticeship time asset). Imprese e tirocinanti potrebbero convertire le ore-tirocinio in liquidità, a seconda delle esigenze.

 Per maggiori dettagli si vedano i seguenti link: ww.europatriates.eu/en;  www.shsfoundation.de/en      

    www.euvisions.eu


 

Questo articolo è comparso anche su L’Economia del Corriere della Sera del 28 maggio 2017

 

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Un nuovo istituto su lavoro e welfare, ma deve poter funzionare

Nel panorama degli enti pubblici c’è una new entry. Si chiama Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) e il suo compito sarà monitorare, valutare e contribuire alla progettazione delle “riforme”, in particolare quelle sul lavoro e sul welfare.  Di nuovo l’INAPP ha per ora solo il nome e il Presidente (Stefano Sacchi).  La struttura e il personale sono infatti quelli dell’ISFOL, creato negli anni Settanta per promuovere la indagini e sperimentazioni nel campo della formazione professionale e poi allargatosi anche alla gestione di programmi co-finanziati dalla UE.

C’era bisogno di cambiare? Decisamente si, L’ISFOL era diventato un centro senz’anima: ricerche e rapporti pressoché clandestini e senza impatto sul policy-making;  coinvolgimento diretto nell’attuazione di politiche,  un compito che richiede competenze molto diverse da quelle di chi vuole fornire conoscenze utili  e strategiche ai governi.

Di queste conoscenze abbiamo oggi bisogno come il pane.  In Italia le cosiddette riforme si fanno quasi sempre senza un’adeguata base empirica, avendo in mente obiettivi politici e scegliendo gli strumenti in base a logiche  giuridico-contabili. Negli altri paesi esistono invece centri che fanno programmazione strategica e immettono nel dibattito pubblico analisi e proposte orientate al futuro. I politici ne traggono grande beneficio, temperando la propria inesorabile propensione a privilegiare il presente.

Riuscirà INAPP a colmare questa lacuna? L’istituto nasce con uno statuto contorto, che lo lega mani e piedi al Ministero del Lavoro e all’ANPAL. L’organizzazione interna va ridisegnata, il finanziamento è incerto. C’è il rischio che tutto cambi perché niente cambi. Ma c’è anche un’opportunita’ davvero importante, che non va sprecata.  Sospendiamo il giudizio, in attesa di vedere i primi risultati. Sempre che il governo metta l’INAPP in condizioni di funzionare bene.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 24 maggio 2017

 

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Meno di un mese fa, una Raccomandazione della Commissione europea ha invitato gli Stati membri ad assicurare un reddito minimo adeguato a chiunque non disponga di risorse sufficienti. L’Italia è praticamente l’unico paese a non avere uno schema nazionale di questo genere. Di conseguenza, ha anche uno dei tassi di povertà assoluta (soprattutto minorile) più alti della UE. Visto che adesso “ce lo chiede anche l’Europa”, è urgente colmare la lacuna.

Di fatto occorre completare il percorso iniziato durante il governo Letta, che nel 2013 avviò la sperimentazione del Sostegno attivo all’inclusione (SIA). Matteo Renzi ha ottenuto dal Parlamento la delega a riformare l’assistenza sociale e a introdurre un Reddito di inclusione (REI)che garantisca su tutto il territorio l’accesso a beni e servizi “ necessari a condurre un livello di vita dignitoso”. Il Parlamento ha dato il via libera a marzo: un milione e settecentomila persone in condizioni di povertà assoluta potranno così contare su un trasferimento pubblico sotto forma di diritto soggettivo, non come assistenza discrezionale. Troppo poco, sostengono alcuni e in particolare i Cinque Stelle, che hanno formulato una proposta molto più ambiziosa e costosa. Ma il passo avanti c’è stato, e nella giusta direzione: una buona notizia.

Sull’efficacia del REI gravano tuttavia le ombre di un “se” e di un “ma”. Come precisa la Commissione europea, per chi è povero ma può lavorare il sussidio deve essere accompagnato da incentivi e servizi di inserimento nel mercato del lavoro. Questo tassello  è stato difficile da realizzare anche in quei paesi che hanno amministrazioni pubbliche efficienti e preparate. Soprattutto nel Mezzogiorno, i servizi per l’impiego quasi non esistono. Se, da un lato, è inaccettabile che in un paese prospero centinaia di migliaia di bambini crescano in povertà assoluta, dall’altro lato non bisogna sottovalutare il rischio che il REI si limiti a “pagare la povertà” senza promuovere l’auto-sufficienza economica dei beneficiari.

Il “ma” riguarda il lavoro. Gli alti tassi di povertà sono primariamente dovuti alla mancanza di occupazione. Non è solo colpa della crisi (e men che meno del Jobs Act, come qualcuno assurdamente suggerisce). Si tratta piuttosto di un problema dalle radici profonde che l’Italia si porta dietro da lungo tempo. Sin dagli anni Sessanta, rispetto alla Francia e alla Germania il nostro tasso di attività è rimasto stabilmente più basso di dieci punti o più: milioni di posti di lavoro in meno, e dunque di redditi. Il divario persiste ancora oggi e persino la Spagna è riuscita a superarci. Questi dati smentiscono chi oggi sostiene che “non c’è più lavoro per tutti”, che non se ne può creare di nuovo. E che l’unica soluzione sia redistribuire quello che c’è, garantendo un reddito di cittadinanza a tutti. Il mutamento tecnologico e la globalizzazione minacciano, è vero, molte delle produzioni e occupazioni tradizionali. La sfida però è quella di inventarne di nuove, non di rassegnarsi.

Il deficit di lavoro è dovuto a colli di bottiglia mai seriamente rimossi: barriere alla concorrenza, una fiscalità punitiva, oneri sociali troppo alti, ostacoli al lavoro femminile e così via. Per fare un solo due esempi, nel settore turistico (in cui dovremmo primeggiare) abbiamo un milione e mezzo di posti di lavoro in meno rispetto alla Francia, e quasi trecentomila in meno nei servizi ad alta intensità di conoscenza e tecnologia. Il potenziale per una maggiore occupazione esiste, ma non siamo capaci di realizzarlo.

Accogliamo con favore i piccoli progressi sul fronte del REI e impegnamici a proseguire. Parliamo però anche di lavoro. Se non colmiamo il deficit, come possiamo aspettarci di crescere allo stesso ritmo degli altri paesi? E se non aumentano le occasioni di percepire un reddito dal mercato, come facciamo a sussidiare i milioni di persone che potrebbero, vorrebbero e dovrebbero lavorare? Quando, vent’anni fa, fu sperimentato per un breve periodo il “reddito minimo d’inserimento”, in alcuni comuni del Sud fece domanda più della metà dei residenti, per mancanza di alternative.

Il modello di sviluppo italiano sta perdendo colpi a una velocità crescente. Oggi si apre a Napoli il primo Festival sullo Sviluppo Sostenibile. Nelle prossime settimane vi saranno decine di eventi e dibattiti. Speriamo che emergano maggiore consapevolezza dei problemi, nonché diagnosi e proposte su come affrontare povertà e mancanza di lavoro: le due sfide si possono risolvere solo insieme.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 22 maggio 2016

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È un dovere pagare le tasse ma il prelievo deve essere equo

Quando il pastore americano Jonathan Mayhew, in un sermone del 1750,  pronunciò la celebre frase No Taxation without Representation, non immaginava certo di aver appena definito il fondamento del patto fiscale democratico: lo stato può tassare solo se espressamente autorizzato dai cittadini. Nato per limitare il potere pubblico, il principio dell’autorizzazione democratica ha in realtà consentito nel tempo un’incessante aumento del prelievo. Dagli anni Cinquanta le entrate dello stato italiano sono ad esempio più che raddoppiate in percentuale sul PIL (oggi al 48%). I sondaggi segnalano che quote crescenti di elettori, non solo in Italia, ritengono un simile carico eccessivo e vessatorio.

Questa “alienazione” fiscale ha innanzitutto motivazioni utilitariste: pensiamo di pagare troppo per i benefici che riceviamo. Un calcolo preciso è impossibile, ma è vero che molti servizi pubblici sono di qualità scadente e potrebbero essere trasferiti al mercato. La psicologia cognitiva insegna tuttavia che tendiamo inevitabilmente  a sovrastimare le perdite e a sottostimare i guadagni, soprattutto se potenziali (ad esempio assistenza gratuita in caso di malattia). Siamo inoltre continuamente tentati dal cosiddetto free riding: la corsa gratis, cioè ottenere qualcosa senza pagarla. La sensazione di essere tartassati è in parte frutto di simili disposizioni. Lo stato non può rinunciare al “bastone” per farci pagare le tasse. Deve usare forme di controllo capaci di contrastare l’evasione, cercando però di non diventare oppressivo.

Il patto fiscale è oggi in crisi anche per ragioni di natura culturale: si sono affievoliti quei  sentimenti di appartenenza collettiva sui quali hanno storicamente poggiato le “etiche dei doveri”. Uso il plurale perché nella cultura europea ci sono etiche diverse. Nei paesi nordici la parola tassa vuol dire anche tesoro condiviso. Nei paesi latini il termine imposta (impot, impuesta) evoca invece la sottrazione forzosa di ciò che è nostro. E’ proprio in Sud Europa che il generale indebolimento delle appartenenze, combinandosi con tradizioni conflittuali, pone oggi al patto fiscale una sfida di particolare intensità.

La tassazione (livelli, modalità, equità) è sicuramente destinata a rimanere una questione politica centrale. Per contenere il rischio di alienazione (e protesta) fiscale, il principio di autorizzazione democratica da solo non basta più. Occorre razionalizzare la spesa pubblica, modernizzare l’esazione rendendola più equa e, soprattutto, recuperare soglie minime di etica della cittadinanza, ricordando che non ci possono essere diritti senza doveri.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 14 maggio 2017

 

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Gli autogol dei governi: più cobra a Delhi, l’inflazione in Italia

L’inaugurazione della diga di Assuan sul fiume Nilo, nel 1970, fu salutata come una benedizione per l’agricoltura e come un grande successo economico. Secondo le previsioni, i suoi costi sarebbero stati riassorbiti dopo pochi anni. Col passare del tempo, tuttavia, comparve un serio problema. Prima del progetto, i sedimenti del Nilo rendevano fertili le pianure a valle di Assuan. Lo sbarramento tratteneva invece i sedimenti sul fondo del nuovo lago Nasser, rendendoli inutili. Gran parte dell’energia elettrica generata dalla diga dovette essere impiegata per alimentare impianti di fertilizzazione artificiale. Un effetto boomerang, insomma: l’iniziale successo si ritorse, almeno in parte, contro se stesso. Questo tipo di fenomeni sono ben noti agli ingegneri e agli scienziati in generale. In un manuale su tecnologie e complessità, John Gall  ha formulato due principi universali: l’introduzione di nuovi sistemi porta inevitabilmente  nuovi problemi; più un sistema è complicato, più genera effetti imprevisti. Riflettendo sullo stesso tema, Edward Tenner ha coniato a sua volta il termine “effetto rivincita”. Dopo un primo periodo di successo, la realtà si ribella contro le innovazioni scientifiche. Esempio emblematico: l’avvento degli antibiotici, che hanno finito per selezionare ceppi di batteri resistenti contro i quali non sembra per ora esserci rimedio.

La vendetta della realtà non è un’esclusiva della sfera scientifico-tecnologica ma caratterizza anche il mondo sociale. Alcune sue varianti hanno assunto nomi curiosi, tratti da eventi realmente accaduti. Prendiamo il cosiddetto effetto Streisand. Nel 2003 l’attrice omonima intentò una causa legale contro un sito web che aveva postato alcune foto della sua villa di Malibu. Invece di scoraggiare nuove intrusioni nella sua privacy, l’azione di Barbara Streisand ebbe l’effetto contrario. Le visualizzazioni del sito incriminato passarono da poche migliaia a mezzo milione nel mese successivo alla notizia.

Le conseguenze non previste sono state molto discusse nella storia del pensiero politico. John Locke fu tra i primi a sottolineare i casi di conseguenze negative. Criticò  ad esempio ferocemente un provvedimento del governo sui  tassi di interesse che mirava ad aiutare i debitori ma che, secondo lui, avrebbe finito per penalizzarli. Con la sua metafora della “mano invisibile”, Adam Smith illustrò a sua volta il caso più emblematico di conseguenze non intenzionali positive: il mercato. Esso infatti produce benefici per tutti a partire dall’auto interesse individuale: “non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dalla cura che essi hanno per il proprio interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro interesse personale” (A. Smith, La Ricchezza delle Nazioni).

La più compiuta trattazione del fenomeno si deve a Robert K.Merton. In un famoso articolo uscito nel 1936 sull’American Sociologica Review, il grande sociologo della Columbia University distinse fra tre tipi di conseguenze non previste, a seconda che esse generino  effetti negativi, positivi o semplicemente perversi, in quanto opposti a quelli attesi (l’effetto boomerang vero e proprio). Questi ultimi derivano spesso da incentivi scorretti messi in atto dalle autorità pubbliche. Un economista tedesco, Hans Sieber, ha studiato a fondo la propensione di molte politiche governative (soprattutto in campo economico) a ritorcersi contro se stesse. Il libro più noto di Sieber si chiama, curiosamente, The Cobra Effect ed è ripreso da un fatto storico. Durante il periodo coloniale il governo inglese dell’India, preoccupato per l’alto numero di serpenti nelle strade di Dehli, offrì una piccola taglia per ogni esemplare ucciso. Molti indiani iniziarono ad allevare cobra col preciso intento di ucciderli e incassare il denaro. Il governo se ne accorse ed eliminò la ricompensa. A quel punto però gli allevatori liberarono i serpenti, che invasero le strade della capitale, moltiplicandosi rapidamente: un boomerang, è il caso di dirlo, davvero velenoso. Il libro di Sieber discute molti esempi come questo di incentivi perversi.

Nel suo articolo pioneristico, Merton elencò cinque possibili cause alla base delle conseguenze impreviste. La prima è l’ ignoranza: non teniamo conto di informazioni che pure sono disponibili oppure l’informazione disponibile è incompleta. La seconda è l’errore: assunti scorretti, ragionamenti fallaci. Colpa nostra, dunque? Spesso si. Ma non esageriamo. Come mostrò già negli anni Cinquanta un premio Nobel per l’Economia, Herbert  Simon, la razionalità umana è limitata, non corrisponde a quella (perfetta) attribuita dalla teoria neo-classica al famoso homo economicus. Ignoranza ed errore sono costitutivamente inevitabili, e con loro gli effetti imprevisti dell’azione. La lista di Merton include poi altre due cause: la prevalenza del breve periodo e i pregiudizi di valore. Entrambi operano spesso nella sfera politica. Costretti come sono dal ciclo elettorale, i governi tendono ad esempio a privilegiare decisioni che producono benefici immediati e concentrati. Pensiamo all’aumento delle pensioni. Nel breve periodo questa decisione piace agli elettori più anziani e può non creare problemi fiscali. Se la popolazione invecchia, però, nel lungo termine il sistema pensionistico diventa insostenibile, costringendo le generazioni future a pesanti sacrifici E’ quanto successe in Italia negli anni Sessanta, quando i nostri politici introdussero la formula pensionistica più generosa del mondo. A loro discapito, possiamo dire che all’epoca nessuno avrebbe immaginato un invecchiamento demografico così rapido e marcato. E’ solo tenendo conto di questa attenuante che possiamo parlare di effetto non previsto. Certo è che tale scenario non venne neppure ipotizzato: ci furono anche ignoranza ed errore. In quell’epoca operò anche il cosiddetto pregiudizio di valore (quarta causa), ossia l’acritica adesione ad un assunto valutativo senza preoccuparsi delle conseguenze. Ricordate “il salario come variabile indipendente”, costi quel che costi? Questo pregiudizio aprì la strada a un ventennio di inflazione incontrollabile.

La quinta causa di Merton è costituita dalle cosiddette profezie controproducenti (self-defeating prophecies), quelle che si ritorcono contro chi le fa. Durante la crisi del 1929, molti risparmiatori si convinsero che le banche sarebbero fallite e si precipitarono a ritirare i propri risparmi. Rimasti a corto di liquidità, molti istituti fallirono per davvero. Su scala storica più ampia, pensiamo alla profezia di Marx circa la concentrazione della ricchezza fra capitalisti e la proletarizzazione dei lavoratori. Nel Nord-Europa l’allarme marxista spinse gli operai ad organizzarsi in sindacati e partiti, scongiurando la proletarizzazione e salvando il capitalismo da quel crollo che lo studioso tedesco riteneva inevitabile.

Sulla scia di Merton, il fenomeno degli effetti non previsti è diventato uno dei temi più studiati dalla sociologia dell’azione. Raymond Boudon si è ad esempio occupato a fondo dei meccanismi di aggregazione delle azioni individuali e delle sue conseguenze non intenzionali. Nel suo libro sulla diseguaglianza di opportunità, il sociologo francese ha spiegato perché l’aumento delle opportunità educative connesso alla scuola di massa non si è tradotto in una diminuzione delle diseguaglianze sociali. Se più giovani raggiungono il diploma, quest’ultimo varrà di meno nel mercato del lavoro. Boudon parla di ”effetto neutralizzazione”: quando tutti fanno la stessa cosa per ottenere un vantaggio comparativo nessuno può raggiungere quello scopo. Un po’ come la folla manzoniana che si mette in punta dei piedi per vedere meglio: nessuno ovviamente ci riesce.

Gli effetti imprevisti sono stati esplorati a fondo anche dagli psicologi, con applicazioni importanti nel mondo della persuasione pubblicitaria e del marketing politico. E’ stato ad esempio scoperto che i messaggi comunicativi che contengono qualche elemento di discredito alla lunga sono i più persuasivi. Poniamo che un candidato alle elezioni compaia in un manifesto pubblicitario, nel quale però si capisce che c’è qualcosa di strano (ad esempio una nota che precisa che il manifesto è stato finanziato da un avversario politico). Dapprima la “stranezza” suscita sospetto e inibisce la persuasione. Il messaggio però resta impresso. Col passare del tempo si dimentica la stranezza e l’ impressione diventa favorevole. E’ contro intuitivo, ma  funziona davvero così. Gli psicologi lo chiamano sleeper effect, perché l’effetto positivo si manifesta dopo un certo periodo di “sonno”.

Individuare i meccanismi alla base degli effetti non previsti significa poterli almeno in parte controllare, Il boomerang, si sa, veniva anticamente usato come arma da combattimento. Siccome, nel mondo sociale, gli effetti boomerang sono spesso negativi, è giusto comprenderne bene il funzionamento e mettere in atto le più efficaci tattiche di difesa. Cercando di sconfiggere la realtà prima che questa possa prendersi la rivincita.

 

Biblio

Gall, John. The Systems Bible: The Beginner’s Guide to Systems Large and Small (Third Edition of SYSTEMANTICS), General Systemantics Press/Liberty, 2003. ISBN 0-9618251-7-0.

Tenner, Edward. Why Things Bite Back: Technology and the Revenge of Unintended Consequences. New York: Knopf, 1996.

Horst Siebert, Der Kobra- Effekt. Wie man Irrwege der Wirtschaftspolitik vermeidet, Deutsche Verlags-Anstalt, 2002. ISBN 978-3421055620

  1. Boudon L’inégalité des chances, Paris, 1973;
  2. Boudon Effets pervers et ordre social, Paris, 1977;

 

 

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del 07 maggio 2017

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Serve un nuovo equilibrio tra nord e sud europa

La lunga crisi economico-finanziaria ha creato forti contrapposizioni fra gli stati europei. Quel poco di identità comune costruita nel corso dei decenni si è significativamente erosa e, con essa, la legittimità della UE come istituzione dotata di competenze e poteri sovranazionali. In un simile contesto, bene hanno fatto Esposito e Galli della Loggia (Corriere di lunedì) a richiamare l’attenzione sul tema dell’identità europea. Senza un senso di comune appartenenza, nessuna  istituzione di “governo” può funzionare e persino sopravvivere.

L’identità  è un contenitore di specifiche credenze (memorie storiche, valori, conoscenze e interpretazioni condivise). Ma le sue origini e il suo radicamento nelle coscienze individuali è una questione di processi: di interazioni, confronti, esperienze collettive. Come notano Esposito e Galli della Loggia, per forgiare identità stabili, fondare e consolidare nuove comunità territoriali le interazioni debbono anche riguardare questioni squisitamente politiche: chi decide cosa?  E, prima ancora, perché dobbiamo stare insieme e sottorporci ad un’autorità comune? Negli anni Cinquanta l’Europa nacque sulla scia di domande simili e, seppur fragile, il contenitore identitario si è formato. Ma oggi rischia di rompersi.

La proposta che Esposito e Galli formulano per affrontare la sfida è molto ambiziosa: l’elezione diretta, da parte dell’intero corpo elettorale europeo, di un Presidente UE e di due Vice-presidenti, uno per gli esteri e l’altro per la difesa. Un simile passo richiede naturalmente  una incisiva revisione dei Trattati, processo lungo e faticoso. Nell’attesa, conviene forse immaginare qualcosa di meno impegnativo ma pur sempre utile sul piano identitario.

I due fronti su cui lavorare sono essenzialmente due: rilanciare il principio dell’eguaglianza politica fra paesi membri; promuovere un nuovo equilibrio fra la cultura (germanica) della stabilità e la cultura (greco-latina) della solidarietà.

In base ai Trattati, i paesi membri sono tutti uguali. Progressivamente il loro peso decisionale è stato calibrato in base alla popolazione. Sulla scia delle riforme introdotte durante la crisi, gli attuali sistemi di voto tendono però oggettivamente a favorire le coalizioni fra paesi del Nord, imperniate sulla Germania. Inoltre, le pratiche informali del Consiglio sono, spesso, spudoratamente asimmetriche. Nei  negoziati sul bail out della Grecia, i rappresentanti eletti del popolo ellenico sono stati spesso trattati come zombie (l’espressione è di Habermas), alla mercé di improvvisati direttôri fra potenti, sempre presieduti da Merkel e/o Schäuble. Come stupirsi se poi gli elettori votano sulla base di interessi e identità esclusivamente nazionali?

Il secondo nodo riguarda il nesso fra responsabilità nazionali e solidarietà paneuropea. Durante la crisi, l’Europa si è trasformata in una Unione di “aggiustamenti fiscali” su base nazionale (i famosi compiti a casa), all’interno di un rigido quadro di regole e sanzioni disciplinari. Lo spirito della coesione sociale e territoriale, nato nei lontani anni Settanta, è andato quasi completamente smarrito. Un paradosso, visto che nel frattempo l’Unione economica e monetaria ha moltiplicato le interdipendenze fra paesi.

Il compito di affrontare le sfide dell’eguaglianza e della solidarietà spetta alle élite. Ciò che serve è un chiarimento politico-culturale serio, anche duro, fra i leader europei, soprattutto all’interno dell’eurozona. A metà degli anni Ottanta, al fine di lanciare il cosiddetto dialogo sociale europeo, Jacque Delors rinchiuse imprenditori e sindacati –che non facevano che litigare- nel castello di Val Duchesse in Belgio fino a quando non si accordarono. Oggi abbiamo bisogno di una nuova e ambiziosa Val Duchesse. Questa volta per lanciare un dialogo europeo su “responsabilità e solidarietà fra eguali”.

Naturalmente una simile iniziativa sarebbe inizialmente divisiva: il suo scopo dovrebbe proprio essere quello di alzare la polvere sotto i tappeti. Ma il percorso di formazione degli stati nazionali (soprattutto quelli multi-religiosi e/o multi-nazionali) è stato punteggiato di momenti di contrasto fra elite, seguiti da qualche accordo ‘consociativo’ volto proprio a  tenere assieme comunità territoriali fragili ed eterogenee e accompagnarle verso la piena democratizzazione. Certo, i Trattati andranno prima o poi cambiati. Senza un nuovo  patto politico-culturale fra chi oggi rappresenta e guida i popoli europei, nessun progresso istituzionale sarà tuttavia possibile. E il declino della Ue diventerà a questo punto irreversibile.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 12 aprile 2017

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Zero fedeltà, ecco la politica volatile

Sin dai suoi albori, la cultura giudaico-cristiana ha sempre attribuito grande valore alla fedeltà. Nell’Antico Testamento essa stava alla base dell’alleanza fra Dio e il suo popolo. Nel Vangelo, Gesù ammonisce chi si pone al servizio di due padroni. Dall’età classica in poi, i legami di fedeltà hanno fondato molte e rilevanti pratiche politiche: la clientela in epoca romana, il vassallaggio feudale, le relazioni fra nobili e sovrani assoluti, il notabilato ottocentesco. E, naturalmente, tutte le forme di nazionalismo.

L’avvento della democrazia di massa ha posto una prima sfida al primato della fedeltà. Votare significa scegliere, anche a costo di rompere i tradizionali legami di appartenenza. Il mandato rappresentativo ha a sua volta trasformato i membri del Parlamento da portavoce di interessi particolari a interpreti di istanze generali. Nel corso del Novecento, il mandato imperativo è rimasto in vigore solo nei paesi comunisti, spesso usato come strumento di ricatto.

La democrazia ha promosso nuovi equilibri fra fedeltà e autonomia di scelta. Ma per gran parte del secolo scorso i comportamenti politici sono stati pur sempre modellati dalle grandi organizzazioni di massa: partiti, sindacati, chiese. Gli elettori erano prevalentemente “affiliati”, decidevano in base ad identità ideologiche forgiate dalla vita associativa. I loro rappresentanti erano perlopiù vincolati alla disciplina di partito, guai a cambiare casacca in Parlamento.

Negli ultimi decenni tutto questo è velocemente cambiato. Dagli anni Sessanta ad oggi gli iscritti ai partiti sono calati dal 20% al 5% degli elettori. I tassi di sindacalizzazione sono scesi di una quindicina di punti, così come la quota di votanti che dichiarano un’appartenenza religiosa.

Le basi organizzative della politica si sono sfaldate, forse in modo irreversibile, a seguito di profonde trasformazioni sociali e culturali. Nella misura in cui ancora esiste, la grande fabbrica ha smesso di essere il luogo primario di socializzazione politica, le ideologie del Novecento hanno perduto la loro forza di attrazione e mobilitazione. Nel tempo libero, le persone fanno cose diverse, perseguono una pluralità di interessi. Come ha scritto il politologo americano Robert Putnam, spesso “giocano a bowling da sole” (in America, almeno): un processo di individualizzazione alimentato dai media, soprattutto da internet.

All’ascesa dell’elettore “volatile” ha fatto da contraltare quella del parlamentare “mobile”. La flessibilità del mandato rappresentativo ha consentito e incoraggiato il passaggio da una squadra a un’altra, da un campo a un altro. In molti parlamenti sono nate le coalizioni arcobaleno: multicolori, cangianti, sfuggenti. Come la società, anche la politica è diventata liquida e infedele.

Dobbiamo preoccuparci? In parte sì. Nessuna comunità politica può prosperare o persino sopravvivere senza una soglia accettabile di lealtà: orizzontale, nei rapporti fra cittadini, e verticale, nei rapporti fra governanti e governati. Sbaglia però chi erige la fedeltà a valore assoluto. L’avevano già messo in luce la tragedia (Eschilo) e la filosofia (Platone) greche: in morale come in politica ciò che conta è scegliere con giudizio. Mai con superficialità, sempre secondo ragione, in certi casi si può e si deve essere infedeli. Sennò la storia non sarebbe che una grigia e ripetitiva linea retta, che avanza solo perché passa il tempo.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 10 aprile 2017.

 

 

 

 

 

 

 

 

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