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Ha dato il lavoro ai tedeschi ora è il turno della Francia

Peter Hartz, l’uomo che ha permesso la piena occupazione in Germania, lancia un progetto in asse con Macron. L’idea di un maxi piano per favorire l’impiego dei giovani. Per ora limitato a Parigi e Berlino, ma da estendere

di Maurizio Ferrera e Alexander Damiano Ricci

“Non potrebbe esserci  un progetto migliore di Europatriates sul quale trovare un con il nuovo Presidente francese, Emmanuel Macron. Europatriates potrebbe diventare la scintilla di una nuova ondata di europeismo”. Sono le parole pronunciate un paio di settimane fa, a Berlino, da Peter Hartz, ex-dirigente Volkswagen, ma soprattutto ex-Presidente della Commissione sulle riforme del mercato del lavoro tedesco, che ispirò, agli inizi degli anni Duemila, il piano governativo “Agenda2010” dell’allora governo Schröder. Ma cos’è esattamente Europatriates? E perché Macron è un interlocutore di Hartz?

Il progetto riguarda il lavoro dei giovani  (vedi box), da promuovere attraverso nuovi strumenti e metodologie.  Le risorse necessarie si aggirerebbero intorno 40 mila euro a partecipante, tutto incluso. Una cifra consistente. Che però riflette e quantifica  lo svantaggio di cui soffrono oggi i giovani per i mancati investimenti nell’istruzione, nella formazione, nelle politiche attive.  Chi dovrebbe mettere a disposizione le risorse? In parte, la Commissione europea, alla quale, tra le altre cose, Hartz non risparmia una stoccata: “Ha il potere e gli strumenti necessari; ora ha a disposizione anche le idee”.

Al di là degli obiettivi e dei contenuti di Europatriates, l’intervento di Hartz indica anche che il rinvigorimento dell’asse Berlino-Parigi non passa soltanto dal canale intergovernativo.  Peter Hartz intrattiene da tempo legami con l’establishment francese. Nel novembre del 2014, l’ex Presidente Volkswagen  era stato ospite del think tank francese En temps réel, a Parigi, proprio per presentare Europatriates.  In quella occasione venne ricevuto da  Hollande e si vociferò addirittura di un suo potenziale coinvolgimento nella progettazione delle riforme francesi. Che poi però non si concretizzò.  Sempre al 2014 risale il legame tra Macron e Hartz. I due ebbero un incontro  poco dopo la nomina del primo a Ministro dell’Economia, in seguito alle dimissioni del “radicale”  Arnaud Montebourg. In una intervista successiva, Hartz confessò di essere rimasto impressionato dalla determinazione di Macron.

Il neo-Presidente francese non è stato l’unico interlocutore di Hartz.  Nel gennaio del 2015 vi fu infatti un incontro con  un esponente dell’Ump di Sarkozy (un partito che allora stava cambiando nome in Les Republicains).  Si trattava di Bruno Le Maire, attuale Ministro dell’Economia nel nuovo governo di Édouard Philippe.

Le cattive condizioni del mercato del lavoro sono uno dei principali handicap dell’economia francese.  Lo ha ribadito da poco la Commissione UE nelle sue Raccomandazioni specifiche per paese. Negli ultimi anni è stato fatto più di un tentativo di cambiamento, ma senza grande successo.  Macron intende riprovarci. E al tempo stesso vuole modificare varie cose dell’agenda e della governance UE.  Per questo tuttavia occorre il consenso della Germania. Molti politici tedeschi hanno storto il naso di fronte alle proposte di  Parigi – soprattutto i liberali e la destra dell’Unione cristiano sociale (Csu). Per aprire il dibattito sulle riforme Ue, la Germania chiede una cosa precisa al nuovo inquilino dell’Eliseo: credibilità nelle riforme interne.

Le Maire ha già cercato di rassicurare Wolfgang Schäuble . In un recente incontro a Berlino, i due hanno messo a punto un’agenda comune.  Il Ministro francese ha però espressamente dichiarato che la “Francia rispetterà tutti gli impegni presi, alla lettera”, a partire dai livelli di deficit pubblico.

Le parole di Le Maire bastano come garanzia? Forse. In caso contrario, potrebbe esserci posto per un garante tedesco di livello, Peter Hartz appunto. Del resto, lui si è già detto disponibile.  Sui temi del lavoro, la coppia Merkron (Merkel e Macron)  potrebbe trasformarsi in MacHartz.  Se a beneficarne fossero davvero i giovani (possibilmente di tutti i paesi),  questo menage a troi  sarebbe più che benvenuto.

 


L’idea: Europatriates

L’osservazione. Alcuni Paesi dell’Ue hanno una capacità di formazione professionale eccessiva. Altri, sperimentano una svalutazione del proprio capitale umano.

La soluzione win-win. Un apprendistato all’estero, mirato al mantenimento del capitale umano, al suo re-impiego, ma anche allo sviluppo di servizi nei mercati del lavoro di partenza. Inizialmente, l’iniziativa potrebbe riguardare 250 mila giovani francesi e mezzo milione di tedeschi.

Il percorso. Il partecipante re-definisce le proprie ambizioni (coaching e diagnosi dei talenti), monitora le caratteristiche dei mercati del lavoro tramite l’utilizzo di un software open source (radar occupazionale), dialoga i suoi colleghi (polylog) e fruisce di un corso di lingua.

Il network. Le metodologie sono condivise online per replicare le best practices altrove (scale-up), a fronte di una sottoscrizione (social franchising).

Il costo. 215 miliardi di euro per un piano UE calibrato sul numero dei giovani disoccupati europei

Copertura finanziaria. Un fondo pubblico-privato presso la Banca europea degli investimenti (Bei). Le transazioni (azienda-tirocinante) potrebbero essere gestite per mezzo di uno strumento finanziario flessibile: i certificati di apprendistato (European apprenticeship time asset). Imprese e tirocinanti potrebbero convertire le ore-tirocinio in liquidità, a seconda delle esigenze.

 Per maggiori dettagli si vedano i seguenti link: ww.europatriates.eu/en;  www.shsfoundation.de/en      

    www.euvisions.eu


 

Questo articolo è comparso anche su L’Economia del Corriere della Sera del 28 maggio 2017

 

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È un dovere pagare le tasse ma il prelievo deve essere equo

Quando il pastore americano Jonathan Mayhew, in un sermone del 1750,  pronunciò la celebre frase No Taxation without Representation, non immaginava certo di aver appena definito il fondamento del patto fiscale democratico: lo stato può tassare solo se espressamente autorizzato dai cittadini. Nato per limitare il potere pubblico, il principio dell’autorizzazione democratica ha in realtà consentito nel tempo un’incessante aumento del prelievo. Dagli anni Cinquanta le entrate dello stato italiano sono ad esempio più che raddoppiate in percentuale sul PIL (oggi al 48%). I sondaggi segnalano che quote crescenti di elettori, non solo in Italia, ritengono un simile carico eccessivo e vessatorio.

Questa “alienazione” fiscale ha innanzitutto motivazioni utilitariste: pensiamo di pagare troppo per i benefici che riceviamo. Un calcolo preciso è impossibile, ma è vero che molti servizi pubblici sono di qualità scadente e potrebbero essere trasferiti al mercato. La psicologia cognitiva insegna tuttavia che tendiamo inevitabilmente  a sovrastimare le perdite e a sottostimare i guadagni, soprattutto se potenziali (ad esempio assistenza gratuita in caso di malattia). Siamo inoltre continuamente tentati dal cosiddetto free riding: la corsa gratis, cioè ottenere qualcosa senza pagarla. La sensazione di essere tartassati è in parte frutto di simili disposizioni. Lo stato non può rinunciare al “bastone” per farci pagare le tasse. Deve usare forme di controllo capaci di contrastare l’evasione, cercando però di non diventare oppressivo.

Il patto fiscale è oggi in crisi anche per ragioni di natura culturale: si sono affievoliti quei  sentimenti di appartenenza collettiva sui quali hanno storicamente poggiato le “etiche dei doveri”. Uso il plurale perché nella cultura europea ci sono etiche diverse. Nei paesi nordici la parola tassa vuol dire anche tesoro condiviso. Nei paesi latini il termine imposta (impot, impuesta) evoca invece la sottrazione forzosa di ciò che è nostro. E’ proprio in Sud Europa che il generale indebolimento delle appartenenze, combinandosi con tradizioni conflittuali, pone oggi al patto fiscale una sfida di particolare intensità.

La tassazione (livelli, modalità, equità) è sicuramente destinata a rimanere una questione politica centrale. Per contenere il rischio di alienazione (e protesta) fiscale, il principio di autorizzazione democratica da solo non basta più. Occorre razionalizzare la spesa pubblica, modernizzare l’esazione rendendola più equa e, soprattutto, recuperare soglie minime di etica della cittadinanza, ricordando che non ci possono essere diritti senza doveri.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 14 maggio 2017

 

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L’ambiguità dei 5 stelle rischia di diventare cronica

In politica l’ambiguità è un’arma a doppio taglio. Non dire troppo su cosa si vuole fare (principi, programmi) può attrarre elettori insoddisfatti, disorientati, delusi. Ma non aiuta quando un movimento deve fare alleanze, men che meno quando si trova a governare.

Il discorso protestatario di Grillo, imperniato sulla continua denigrazione dello status quo, su richiami a valori prevalentemente procedurali (democrazia diretta) o comportamentali (onestà, trasparenza) ha in effetti conquistato quote crescenti di elettori alienati dalla politica, soprattutto giovani. Ma alla prime prove importanti di governo (Roma) e di coalizione con altri partiti(Parlamento europeo) è subito cascato l’asino. L’ambiguità ideologica e l’improvvisazione programmatica si sono rivelate un grande handicap.

Nel Parlamento europeo i gruppi sono prevalentemente ordinati un base alla tradizionale dimensione destra-sinistra, quella che consente di catturare subito la collocazione ideologica e programmatica di un partito. Ci sono i Socialisti e i Popolari (da sempre in coalizione), seguiti dai liberali. Sulla destra stanno le formazioni euroscettiche (ostili all’euro, all’immigrazione, all’apertura commerciale). Al polo opposto si collocano invece i gruppi di sinistra radicale. Nel 2014, Grillo ha scelto di apparentarsi con Farage, l’uomo della Brexit, sulla base di un vago programma anti-europeista e pro-referendario. Questo improvvido legame non ha oggi più senso. I Cinque Stelle hanno accostato altri gruppi, ma hanno trovato udienza solo da parte dei liberali. I quali però, alla stretta finale, hanno preso atto di non avere alcuna affinità ideale e programmatica con Grillo.

La verità è che il profilo dei Cinque Stelle è quasi del tutto indecifrabile nel panorama politico europeo, anche in raffronto ai tanti nuovi partiti di protesta nati qui e la nell’ultimo decennio, i quali non hanno mai smarrito l’ancoramento alla dimensione destra-sinistra. Per limitarci al Sud Europa, Podemos e Syriza s’ispirano alla sinistra radicale, Ciudadanos è una formazione moderata di centro, La Lega è di destra, Alba Dorata o Anel in Grecia sono di destra estrema. I Cinque Stelle rifiutano invece per principio ogni caratterizzazione in questa chiave. Sostengono che destra e sinistra sono categorie superate, ormai irrilevanti. Peccato che pressoché tutte le grandi sfide politiche di oggi presuppongono ancora oggi scelte di valore imperniate sulle classiche opposizioni libertà-uguaglianza, apertura-chiusura, mercato-stato, Occidente-Russia. In assenza di un quadro simbolico generale (per crederci basta una breve lettura del programma sul sito di Grillo),l’azione politica si riduce a uno spezzatino di piccole misure, magari anche ragionevoli, ma isolate, incapaci di fornire un senso generale di marcia, una meta. Restano gli slogan sull’onestà e la democrazia diretta: contenitori vuoti, che vanno riempiti di contenuti.

Quanto potrà durare questa ambiguità? Può una formazione che rappresenta fra il 20 e il 30 percento dell’elettorato limitarsi a criticare l’esistente senza spiegare bene dove vuole andare e limitandosi a piccole proposte? Il cosiddetto  reddito di cittadinanza avrebbe potuto costituire  la base per costruire una visione articolata e coerente del modello sociale italiano o persino europeo. Per ora così non è stato. Anzi, l’espressione stessa è fortemente ambigua rispetto al dibattito internazionale e molti pentastellati la usano a sproposito, anche rispetto alla proposta di legge da loro stessi depositata.

Senza un chiarimento, i Cinque Stelle rischiano di dissipare un significativo capitale politico, di restare isolati e inconcludenti. E di costringere la politica italiana a una nuova, lunga stagione di stallo, dovuto alla presenza ingombrante di una  formazione che non ha il coraggio di schierarsi e di pensare in grande. E dunque condannata a non maturare mai la competenza e la responsabilità indispensabili per governare.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera dell’11 dicembre 2017.

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Perché non ci conviene uscire dalla moneta unica

Un’eventuale Italexit non ci darebbe alcun vantaggio Ci ritroveremmo con gli stessi problemi, alla mercé della speculazione internazionale. Battiamoci piuttosto per rendere il governo dell’eurozona più congeniale alle nostre sfide

 

Intervistato ieri da Federico Fubini su questo giornale, un autorevole economista tedesco, Michael Fuest, ha evocato senza mezzi termini la possibilità di un’uscita dell’Italia dall’euro. Lo scenario è ormai apertamente discusso in Germania, e non solo nei circoli accademici.

L’ipotesi di una “Italexit” viene presentata in due varianti. La prima è “benevola”: dovete uscire perché vi conviene. Con una svalutazione esterna la vostra economia si aggiusterebbe rapidamente e non dovreste più fare i sacrifici legati alle riforme strutturali. La seconda variante è invece più “malevola”. Dovete uscire perché conviene a noi, cioé alla Germania. Il vostro debito pubblico è un rischio sistemico per tutta la zona euro, potremmo essere chiamati a prestarvi dei soldi per evitare la bancarotta. Siete un paese “unwilling to reform” (come ha scritto l’Economist): indisponibile alle riforme. E per giunta vi ritrovate con forze politiche anti-europee e inaffidabili come i Cinque Stelle e la Lega Nord.

Di fronte a valutazioni e raccomandazioni come queste non possiamo più fare finta di niente. E’ meglio discuterle apertamente, a ragion veduta e non a fini di opportunismo elettorale. Dunque: una  eventuale Italexit ci converrebbe oppure no? Per rispondere occorre considerare almeno tre aspetti.

Il primo riguarda il declino economico italiano dell’ultimo quindicennio e le sue cause. I vincoli dell’Unione economica e monetaria hanno ristretto i margini di manovra del governo, di imprese e sindacati: questo è innegabile. Il ristagno della produttività, gli alti costi del lavoro, i bassi investimenti esteri, l’inefficienza della pubblica amministrazione e di molti servizi privati, la criminalità organizzata: tutte queste debolezze del modello italiano (e si tratta solo di esempi, la lista è lunga) hanno radici profonde. L’euro ha amplificato i problemi, certo non li ha creati. Se tornassimo alla lira ce li ritroveremmo tali e quali. Una grande svalutazione potrebbe ridarci fiato per un po’. Ma come accadeva negli anni Settanta e Ottanta, l’affanno poi tornerebbe e a soffrirne sarebbero soprattutto i lavoratori.

Il secondo aspetto ha a che fare con la UE e in particolare con governance dell’Eurozona. Durante la crisi finanziaria, il Patto di Stabilità e Crescita è stato reso molto più rigido, introducendo una disciplina fiscale chiaramente “punitiva”. Sarebbe esagerato dire che la riforma sia stata fatta da e per la Germania. Ma le nuove regole non tengono conto delle asimmetrie fra paesi, amplificano la visibilità dei danni (reali o eventuali) che i paesi del Sud possono procurare ai paesi del Nord, mentre offuscano i danni che i secondi procurano ai primi. E sicuramente non facilitano il recupero di crescita e occupazione delle economie periferiche. Quando ci consigliano di abbandonare la moneta comune, gli amici tedeschi assumono che l’euro continui a funzionare con le regole attuali. E che il nostro paese non riesca, non possa, non debba sforzarsi di cambiarle. O si fa come vuole Schäuble, oppure si fa come vuole Schäuble: secundum non datur.

Il terzo aspetto è il più preoccupante. Chi ipotizza l’Italexit pensa a un percorso negoziato e ordinato. Ma si tratta di uno scenario plausibile? Come reagirebbero i mercati al solo accenno di un negoziato? Altro che ordine. La finanza internazionale si butterebbe a capofitto nella mischia per speculare e razziare. E’ difficile fare stime, ma non si tratterebbe certo di una passeggiata. Di quanto saremmo costretti a svalutare, quanto salirebbe l’inflazione, come farebbero i debitori italiani (compresi i privati) a onorare i loro debiti in euro? Le crisi valutarie e le ristrutturazioni dei debiti hanno effetti imprevedibili, quasi sempre più disastrosi di quelli immaginati. E soprattutto danno origine a forti redistribuzioni di reddito a svantaggio dei più deboli.

In sintesi, uscire dalla moneta unica non ci conviene affatto. Ci ritroveremmo con gli stessi problemi, più poveri, più soli, alla mercé della speculazione internazionale. Battiamoci piuttosto per rendere il governo dell’Eurozona più congeniale alle nostre sfide. E soprattutto continuiamo a rinnovarci, dimostrando a Cassandre e Soloni che siamo “willing to reform”. Senza bisogno di umilianti (e spesso interessati) richiami da parte di Bruxelles o della Germania.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 16 dicembre 2016

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Creiamo la cittadinanza europea nell’epoca della Brexit

Una scelta di questo genere consentirebbe di offrire ai britannici l’opzione di mantenere il passaporto Ue e dunque i diritti di movimento ad esso collegati.

Quando si parla di Brexit, è opportuno ricordare che solo il 37% circa degli aventi diritto al voto si è espresso per il Leave. Su più di 44 milioni di elettori, 12 non sono andati alle urne e altri 15 circa hanno votato per il Remain. Con l’uscita dalla UE, questi 27 milioni di elettori saranno privati della cittadinanza europea. Corrispettivamente, più di tre milioni di cittadini UE che risiedono nel Regno Unito rischiano di perdere i diritti connessi al loro passaporto color porpora: accesso al mercato del lavoro, al welfare, all’esercizio di commercio e professioni e così via.

Si tratta di una “sottrazione di diritti” di proporzioni storicamente inedite. A livello nazionale, nessun regime democratico consente a una minoranza di revocare la nazionalità alla maggioranza. L’Unione Europea non è una nazione né uno stato federale. Ma ha pur sempre istituzioni sovranazionali che possono produrre leggi vincolanti e le sentenze della sua Corte di Giustizia prevalgono sugli ordinamenti nazionali. Annullare il pacchetto di diritti incorporati nel passaporto UE non è cosa da poco.

Dal punto di vista strettamente legale, il “vulnus” che la Brexit rischia di provocare è connesso al fatto che la cittadinanza europea è, come si dice, di secondo ordine: si aggiunge alle cittadinanze nazionali. Ai tempi del Trattato di Maastricht (che introdusse queste regole, nel 1992), nessuno avrebbe mai immaginato che uno dei paesi firmatari, il Regno Unito appunto, decidesse di uscire: questa opzione non era neppure contemplata. L’ha introdotta il Trattato di Lisbona, senza però occuparsi delle implicazioni sul piano della cittadinanza. Un errore che ora rischiamo di pagare caro, anche in termini di standard liberaldemocratici.

C’è modo di rimediare? A trattati vigenti no, purtroppo. Ma vale almeno la pena di riflettere. Nelle Unioni federali, come Svizzera o Stati Uniti, il fondamento della cittadinanza è stato molto dibattuto: stati/cantoni o la federazione in quanto tale? Per lungo tempo, la cittadinanza federale è stata mediata da quella delle “parti costituenti”, come nella UE. In Svizzera ancora oggi si appartiene innanzitutto a un cantone e solo in secondo ordine alla confederazione. Negli Stati Uniti, invece, la cittadinanza federale è stata gradualmente scorporata da quella degli stati e ora la sequenza è capovolta. In quanto US citizens si è automaticamente cittadini anche dello stato in cui si risiede. Non si potrebbe seguire la traiettoria americana anche in Europa?

Una originale proposta in tal senso è stata formulata da un acuto studioso dell’integrazione europea, il politologo Glyn Morgan. In un saggio appena pubblicato sulla rivista Biblioteca della Libertà (www.centroeinaudi.it), Morgan suggerisce di svincolare la cittadinanza UE dalle cittadinanze nazionali. Ciò consentirebbe di offrire ai cittadini britannici l’opzione di mantenere il passaporto europeo e dunque i diritti di movimento e non discriminazione ad esso collegati. Si neutralizzerebbe in questo modo il vulnus di una illiberale sottrazione di diritti a chi non ha votato per la Brexit. Il governo di Londra dovrebbe però offrire immediata naturalizzazione a quei residenti UE che vogliono conservare i propri diritti sul suolo britannico.

Una possibile obiezione è che altri Paesi Membri, tiepidi verso la UE, chiedano di ricevere lo stesso trattamento. Per neutralizzare questo scenario (di fatto una secessione morbida), si potrebbe far pagare un contributo (Morgan propone 10 mila euro) ai britannici che vogliono mantenere il passaporto UE. A chi non può permetterselo si dovrebbe chiedere un po’ di lavoro volontario.

Si tratta naturalmente di un ballon d’essai. Ma intorno alla Brexit oggi ne circolano davvero tanti. Uno dei più fantasiosi è quello di creare un nuovo stato, chiamato INIS, dalle iniziali di Ireland, Northern Ireland e Scotland. Siccome questi territori fanno già parte della UE, per costituire l’INIS si potrebbe seguire una variante della procedura a suo tempo seguita per incorporare i territori della Germania Est.

Per uscire dal vicolo cieco, l’Unione ha bisogno di liberarsi dagli schemi tradizionali e dall’eccesso di regole che la imbrigliano. E soprattutto ha bisogno di leader che sappiano esercitare un po’ di creatività. Non si esce dall’impasse stando fermi o facendo un po’ di merkeln (neologismo tedesco che significa tentennare). E’ tempo di nuovi orizzonti e anche un po’ di fantasia. Per dirla con Sheldon Wolin, un grande filosofo politico americano, politics is vision. Ed è precisamente di questa politica che abbiamo bisogno oggi in Europa.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 23 settembre 2016.

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Ordine e disordine, guerra e pace, la politica nella nuova Europa

Si apre oggi presso l’Università Statale di Milano il XXX Convegno annuale della Società Italiana di Scienza Politica. Costituita nel 1973, la SISP raggruppa 350 politologi che lavorano nell’accademia, non solo nel nostro Paese. Le associazioni scientifiche continuano a svolgere un importante ruolo culturale e sociale, come luoghi privilegiati di dialogo e di confronto di esperienze di ricerca e didattiche, verifica di conoscenze e sviluppo di collaborazioni. Un ruolo che appare ancor più rilevante nella crisi che vive oggi l’autorevolezza scientifica nella indistinta confusione della rete. Su internet, infatti, pregiudizi, stereotipi, ricerca di capri espiatori sono posti sullo stesso piano delle analisi scientificamente fondata della realtà politica.

Il programma del Convegno (che durerà fino a sabato) è molto ricco e offre un emblematico “spaccato” dei temi e dei metodi di ricerca di una disciplina ormai entrata anche in Italia nella fase di piena maturità. Scorrendo la lista delle tre sessioni plenarie e degli ottantasei panel colpisce, in questa edizione,  la prevalenza di titoli che evocano instabilità, conflitti, crisi e guerre. Si parlerà, naturalmente, anche di recessione economica, di riforme, di assetti istituzionali. Ma emerge in modo evidente anche una rinnovata attenzione verso i temi della sicurezza, dei flussi di rifugiati, delle grandi migrazioni e soprattutto del terrorismo (tre panel saranno dedicati a Giulio Regeni e Valeria Solesin).

Al centro dell’interesse ritornano dunque i temi classici della scienza politica: ordine/disordine, cooperazione/conflitto, pace/guerra. Con una duplice sfida conoscitiva: delineare i tratti specifici che tali “polarità” assumono nell’attuale fase storica e nei vari contesti regionali e identificare le dinamiche geo-economiche e geo-politiche che generano spinte centrifughe e antagonismi. L’instabilità è ormai endemica non solo in un sistema internazionale a egemonia debole (sulla scia del “declino americano”) e caratterizzato dal cosiddetto scontro di civiltà fra Occidente e Islam. Ma affligge in misura crescente anche gli stati nazionali, indebolendo le loro capacità di integrazione politica e sociale.

Il convegno dedicherà varie sessioni alla crisi della democrazia rappresentativa e della sua istituzione chiave, il partito politico, pur senza trascurare alcuni segnali di innovazione (mobilitazioni “movimentiste”, risveglio della società civile e delle sue associazioni, esperimenti di democrazia diretta e deliberativa). Le democrazie consolidate dell’Europa e del Nord-America mostrano crescenti difficoltà nell’organizzare il consenso e nel promuovere politiche efficaci. L’Unione Europea, fino a pochi anni fa additata come esempio di democrazia post-nazionale, deve oggi fronteggiare la sfida del nazional-populismo e persino della secessione (Brexit). A loro volta, i processi di democratizzazione dei paesi post-coloniali e in via di sviluppo registrano preoccupanti segnali di involuzione.

E il nostro Paese?  In un evento SISP non possono certo mancare analisi, riflessioni e confronti sul sistema politico italiano. Ed infatti il convegno della Statale affronta molti dei nodi problematici della politica italiana, dalla transizione istituzionale (a cominciare dalla riforma costituzionale) alle riforme economiche e sociali, alla politica estera.

L’incontro di Milano offre non solo l’occasione per approfondire le tendenze della politica, ma anche per capire come la si studia in modo rigoroso e sistematico. Per questo nel convegno SISP si parlerà molto anche di concetti, teorie e metodi su cui fondare il consenso degli studiosi. Un consenso tanto più necessario in una scienza con un’identità disciplinare meno accentuata rispetto ad altre, più pluralista al suo interno e più aperta al dialogo con altre scienze sociali, in particolare la sociologia, la storia, l’economia, il diritto e la filosofia politica. Queste caratteristiche non sono una debolezza, ma al contrario un valore, una risorsa: purché si accompagnino a un consenso di fondo circa le regole da seguire per condurre ricerche metodologicamente rigorose e teoricamente fondate. Nel contesto italiano, si tratta di seguire la lezione di “chiarezza” di grandi maestri come Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, i cui nomi verranno spesso ricordati, c’è da scommetterlo, nel corso del convegno milanese.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 15 settembre 2016

 

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L’Italia e i sospetti europei

Sulla scia del drammatico terremoto in Italia centrale, Matteo Renzi ha riaperto la questione della cosiddetta flessibilità, chiedendo a Bruxelles un consistente sconto sul deficit pubblico del 2017. Sarebbe la terza volta dal 2015. A questo punto è chiaro che non si tratta solo di iniziative giustificate da eventi imprevisti, quanto piuttosto del tentativo di rinegoziare quel “vincolo esterno” sul bilancio pubblico che negli anni è diventato sempre più stretto. E che compromette i margini di manovra considerati essenziali per il governo dell’economia.

Dal punto di vista interno, l’obiettivo appare comprensibile e legittimo. Lo stesso si può dire, però, dei dubbi e delle resistenze dei nostri partner, a cominciare dalla Germania. Osservato dall’esterno, il sistema-Italia continua infatti a produrre segnali contrastanti. Al dinamismo di alcuni settori produttivi si contrappone un preoccupante ristagno dell’economia nel suo complesso, recentemente confermato dall’Istat. I turisti che viaggiano per il nostro paese colgono gli indizi di una società prospera. E le statistiche confermano che la ricchezza privata degli italiani è fra le più elevate d’Europa. Eppure abbiamo un debito pubblico enorme e tuttora in crescita, livelli di povertà (soprattutto minorile) da Terzo Mondo, servizi pubblici scadenti. Persino dal terremoto, con il suo terribile fardello di vittime e distruzione, sono emersi messaggi ambigui. Da un lato, una grande mobilitazione di solidarietà spontanea, testimonianza di un robusto e diffuso capitale sociale. Dall’altro, la persistente diffusione di indegni fenomeni di inefficienza, corruzione e frodi nell’uso delle risorse pubbliche, in occasione del precedente terremoto.

Verso l’Europa Matteo Renzi ha adottato un discorso nuovo, tutto incentrato sulla rottura con il passato e sulle riforme. Il 31 agosto il Presidente del Consiglio ha riassunto in trenta slides altrettanti successi del proprio governo: dall’occupazione alle tasse, dagli interessi sul debito alla giustizia. Un esercizio utile, per carità. Ma chi ci osserva dall’esterno, per quanta simpatia possa avere per il nostro premier, sa bene che si potrebbero compilare altrettante slides sui vizi persistenti del sistema-Italia, nonché sulle questioni che sono rimaste ai margini dell’agenda governativa: lavoro femminile (siamo ancora il fanalino UE), ricerca e sviluppo, economia sommersa e illegale e soprattutto il drammatico e crescente divario del Mezzogiorno dal resto del paese.

E’ in questa cornice che vanno inquadrate le perplessità europee a concedere quel credito (anche finanziario) che il governo rivendica. Il paradigma dell’austerità, caro a molti commissari UE e ministri dell’Eurogruppo, spiega una parte non secondaria di queste perplessità. Ma il resto è colpa nostra. Della “politica”, in primo luogo. In buona parte, però, anche di quei corpi intermedi (sindacati, associazioni imprenditoriali, corporazioni varie) che oggi chiedono a gran voce più coinvolgimento nei processi decisionali.

Non possiamo stupirci se a Bruxelles il tentativo di rinegoziare il vincolo esterno possa sembrare una tattica opportunista, volta a comprare tempo e risorse che poi verranno utilizzate in modi non virtuosi. La credibilità internazionale è un bene difficile da conquistare. Renzi non ha torto quando dice che le riforme richiedono tempi lunghi per dispiegare i propri effetti. Siamo tuttavia sicuri che l’agenda del governo sia sufficientemente ambiziosa, basata su una diagnosi articolata e coerente di tutte le ombre? Ammesso (ma, francamente, non concesso) che lo sia, quali sono esattamente gli strumenti con cui realizzarla con tempi non biblici? Dov’è quella “squadra” di esperti, da tempo promessa, che dovrebbe progettare, monitorare, valutare le politiche pubbliche? E infine: in che misura i famosi corpi intermedi concordano sulla diagnosi di base e sulle linee strategiche per il cambiamento?

Senza risposte chiare a questi interrogativi, è difficile dissipare i sospetti. E invece di essere (se usata bene) una soluzione per far ripartire la crescita, la riduzione del vincolo esterno rischia di alimentare molti dei vecchi vizi, relegandoci in una lunga eclisse di ristagno economico e sociale.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 8 settembre 2016.

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I fossati culturali in Europa stanno diventando pericolosi

L’euroscetticismo è un nemico agguerrito e insidioso, la battaglia sarà lunga. Il primo fronte su cui i leader filoeuropei devono combattere è quello del discorso pubblico. Impegnandosi all’interno di ciascun Paese, ma con l’obiettivo di salvaguardare l’Ue.

La prima settimana post-Brexit si conclude con segnali non certo rassicuranti. Sui tempi e le modalità di uscita del Regno Unito dalla UE regna una grande incertezza. In Spagna per la seconda volta le elezioni non sono riuscite a produrre un governo. In Austria si tornerà presto a votare per il Presidente della Repubblica. Nel loro incontro di Berlino, Merkel, Hollande e Renzi (il «nuovo direttorio») si sono sforzati di rassicurare opinioni pubbliche e mercati, ma hanno anche mostrato di non avere una strategia condivisa su come tenere insieme la UE e rispondere all’ondata euroscettica. La Cancelliera ha riproposto l’immagine di un’ «Europa dei risultati», capace di portare benefici tangibili ai cittadini (soprattutto ai giovani). Ha però ribadito che bisogna rispettare i patti e le regole vigenti. Ancora «compiti a casa», dunque: niente concessioni. Hollande e Renzi hanno rilanciato l’immagine di un’Europa «sociale» .

Il Presidente francese ha chiesto un bilancio comune dell’Euro-zona, sostegni agli investimenti pubblici e privati, armonizzazione fiscale e sociale. Renzi ha difeso la UE come “casa comune”, ma dicendo che occorre renderla più «umana» e più equilibrata nei rapporti fra paesi creditori e debitori. Persistono dunque forti divergenze fra la visione germanica della UE e quella latina. La prudenza tedesca è comprensibile. Merkel è sotto attacco da parte degli euroscettici di casa propria, strenui oppositori di ogni forma di redistribuzione fra paesi. La Cancelliera è anche mossa da una preoccupazione autenticamente paneuropea. Se salta la «cultura della stabilità», i mercati internazionali si spaventano e l’euro rischia di crollare.

Altrettanto comprensibili sono gli appelli di Hollande e Renzi. Nei Paesi latini l’euroscetticismo è alimentato non solo dall’immigrazione (come nel Regno Unito, in Olanda o in Austria), ma anche dall’austerità.

Molti elettori sono ormai convinti — a torto o a ragione — che a Bruxelles interessino solo il mercato e il pareggio di bilancio, senza riguardo per il welfare, la povertà, le diseguaglianze. Se l’Europa tradisce la «cultura della solidarietà», sono i cittadini a spaventarsi. Anche in questo caso l’euro rischia di crollare, aprendo la porta ad una spirale di possibili exit.

Da questa infernale tenaglia si può uscire solo in un modo: riconciliando stabilità e solidarietà entro un quadro simbolico (e poi istituzionale) che le contenga entrambe e sappia così parlare sia ai mercati sia agli elettori.

Stabilità significa capacità di durare nel tempo. Oggi le norme Ue si concentrano troppo sugli equilibri finanziari di corto periodo e poco sulle risorse necessarie per prosperare nel lungo periodo. Prendiamo il caso della Grecia: persino il Fondo monetario internazionale riconosce che questo Paese non ha nessuna possibilità di tornare a crescere «stabilmente» (appunto) alle condizioni imposte dalla Troika, prevalentemente incentrate sui saldi di bilancio.

Solidarietà significa condivisione dei rischi comuni e aiuto reciproco in caso di avversità «immeritate». Non è un principio alieno al processo di integrazione. È stato uno dei criteri guida dei Padri fondatori e ha ispirato nel tempo le politiche di coesione. Alcuni Paesi ne hanno approfittato e oggi l’Europa germanica teme che la solidarietà incoraggi l’opportunismo, premiando le cicale a scapito delle formiche. Senza responsabilità da parte di chi riceve aiuto, la condivisione genera risentimento.

È soprattutto ai leader dei tre Paesi più grandi che tocca oggi il compito di ricomporre la cornice europea di valori e obiettivi. In essa devono trovare spazio anche i problemi dell’immigrazione e della sicurezza. Ma i temi cruciali sono quelli economico-sociali, attraversati dal fossato culturale fra Nord germanico e Sud latino.

Dopo lo choc della Brexit, chi resta «dentro» deve riflettere bene sulla casa comune, sulla sua missione, sugli strumenti più adatti a proteggerla, a mantenerla prospera e coesa. L’euroscetticismo è un nemico agguerrito e insidioso, la battaglia sarà lunga. Il primo fronte su cui i leader filoeuropei devono combattere è quello del discorso pubblico. Impegnandosi all’interno di ciascun Paese, ma con l’obiettivo di salvaguardare l’intera Unione.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 1 luglio 2016

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La germanizzazione dell’Europa

L’ossessione tedesca per la stabilità finanziaria è principalmente associata alle immagini di Wolfgang Schäuble, il potente ministro delle Finanze, e di Jens Weidman, il presidente della Bundesbank. In effetti sono loro i più ostinati guardiani dell’austerità. Negli ultimi anni, senza peli sulla lingua, questi due personaggi hanno spesso rimproverato i paesi sud-europei per il loro lassismo, esaltando le virtù germaniche. Da qualche mese, hanno iniziato a prendersela direttamente con Mario Draghi: il suo quantitative easing sarebbe inefficace, illegale e, soprattutto, dannoso per i risparmiatori e persino per la stabilità politica della Germania.

Angela Merkel ha un’immagine più rassicurante. Tutti sanno che è contraria agli eurobond e favorevole ai “compiti a casa”. Ma il suo linguaggio è più garbato, il suo stile meno diretto, a volte addirittura titubante. La nuova politica di accoglienza dei rifugiati l’ha fatta apparire umana ed ospitale. “Suvvia, possiamo farcela”, ha detto a Monaco lo scorso settembre, annunciando l’apertura delle frontiere ai siriani. Interpretando così il ruolo di una brava mamma –Mutti, in tedesco- ferma nell’educare i propri figli ma anche affettuosa nei momenti di bisogno.

Al di là di questi tratti, qual è la vera natura di Angela Merkel come leader politico? Non si governa per più di dieci anni un grande paese senza doti di comando, senza un’efficace strategia di conquista e mantenimento del potere. Qualche anno fa, in un breve libro che fece discutere, Ulrich Beck coniò il termine “Merkievelli”: Angela sarebbe un misto di opportunismo e ambizione. Un profilo simile è stato da poco tracciato da Wolfgang Streeck, un sociologo internazionalmente noto, per molto tempo direttore del prestigioso Istituto Max Planck per la ricerca sociale di Colonia. E anche un indiscusso maitre-à-pensé della sinistra, erede della scuola di Francoforte. In un saggio uscito ai primi di maggio sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, Streeck ha proposto una definizione ancora più  critica rispetto a quella di Beck. Merkel è un leader politico postmoderno, caratterizzata da un disprezzo premoderno sia per le “cause” (i valori) sia per il popolo: un pericolo per la democrazia in Germania e per i destini dell’Unione europea nel suo complesso.

All’interno della Germania, il “sistema Merkel” è imperniato sulla de-mobilitazione selettiva degli avversari. Se emerge una questione controversa, la Cancelliera dapprima tace, poi si finge d’accordo, badando bene di non alienarsi le simpatie dell’opinione pubblica. Non prende impegni precisi. Quando passa il polverone, Angela decide poi come vuole. Cambiando spesso idea (come sul nucleare). Oppure tornando sui propri passi, come sui rifugiati. Infatti quando si è accorta che, a fronte dei flussi inarrestabili provenienti dalla rotta balcanica, l’amministrazione pubblica “non poteva farcela”, che stava montando l’opposizione esplicita della Baviera e di altri Länder e, soprattutto, che l’appoggio degli elettori stava calando, la Cancelliera ha fatto marcia indietro, rimangiandosi l’impegno a non porre limiti agli accessi e cercando di scaricare il barile su altri paesi, “europeizzando” costi e responsabilità.

La crisi dei rifugiati ha messo a nudo anche un altro tratto del sistema Merkel: la spregiudicatezza istituzionale, che ha trasformato il Cancellierato in una sorta di “Presidenza personale”. Fra settembre e gennaio, Angela ha gestito la crisi  arrogandosi prerogative di cui non disponeva. Il Ministero degli Interni è stato escluso dalle principali decisioni, l’apertura delle frontiere non è stata preceduta da alcuna delibera parlamentare o del governo. Chi faceva domande sulla base legale della nuova Wilkommenspolitik veniva tacciato di “fare il gioco della destra”, una sanzione retorica potentissima nell’ambiente politico e intellettuale tedesco. Un’altra caratteristica del sistema Merkel, secondo Streeck, è proprio la scomunica di ogni espressione e forma di dissenso. Può entrare nelle grazie del sistema solo chi è pronto alla deferenza, al sacrificium intellectus.

Anche sul versante europeo esiste un riconoscibile sistema Maerkel. Il suo tratto principale è dare per scontato che l’interesse della UE debba coincidere con quello tedesco. Ma attenzione: non si tratta di una subordinazione del secondo al primo (la via della Germania europea, a suo tempo già auspicata da Thomas Mann e da molti altri intellettuali dopo di lui), bensì del suo contrario: la via di un’Europa sempre più tedesca. Ciò che è bene per la Germania è, per definizione, bene anche per tutti gli altri Paesi membri. Per sistema Merkel, dice Streeck, non c’è nulla di immorale in questa posizione. Anzi, essa è vista come la quintessenza della moralità. L’intellighenzia merkeliana identifica il controllo tedesco della UE come il trionfo del post-nazionalismo, o meglio di quell’anti-nazionalismo che sarebbe la grande lezione prodotta proprio dalla storia della Germania. Così, in parte senza neppure rendersene conto, l’interesse nazionale di Berlino viene assunto, quasi per auto-evidenza, come moralmente superiore a quello degli altri.

Anche in questo caso, Streeck si riallaccia alle tesi di Beck. Lo studioso bavarese (tristemente scomparso l’anno scorso) aveva infatti già osservato come durante la crisi fossero riemerse alcune caratteristiche non proprio commendevoli della tradizionale cultura tedesca: la pretesa di monopolizzare la conoscenza della “verità”, la difficoltà a guardare il mondo con l’occhio degli altri, a confrontarsi con punti di vista diversi, l’inclinazione al moralismo. Una diagnosi fatta propria, in alcune recenti interviste, anche da Habermas.

Il saggio di Streeck ha fatto discutere. Sulla stampa sono apparsi diversi commenti che, pur riconoscendo i grani di verità presenti nel discorso di questo studioso, ne hanno anche messo in luce i punti deboli. Il principale è stato sottolineato da Gustav Seibt, sulla Süddeutsche Zeitung: Streeck ragiona come se non esistesse alcun Draussen, ossia un contesto esterno alla Germania caratterizzato da altri attori e da rapide trasformazioni, all’interno del quale la Cancelliera si trova ogni giorno a decidere. Ciò che sembra “opportunismo” visto nell’ottica del sistema politico nazionale spesso è un inevitabile aggiustamento a improvvisi cambiamenti esterni: il Draussen, appunto.

La ricezione nel complesso tiepida delle posizioni di Streeck è anche dovuta al suo radicale pessimismo nei confronti dell’integrazione europea, da lui vista essenzialmente come cavallo di Troia del neo-capitalismo: la tesi espressa nel suo ultimo libro, Tempo guadagnato. Per Streeck oggi la vera questione, non è se, ma come proteggere l’Europa dagli artigli della Cancelliera, smantellando Schengen, Dublino e lo stesso euro.

Quale che sia il giudizio sul supposto “sistema Merkel” per la democrazia tedesca, lo scenario di una Germanizzazione dell’Europa non è solo un’invenzione degli eredi del pensiero critico francofortese. Si tratta di un’ipotesi ben presente e molto discussa nel dibattito europeo, anche da parte di chi è a favore dell’euro e non crede ai complotti. In un recente volume dal titolo Europe’s Orphan, il giornalista Martin Sandbu, firma di punta del Financial Times, ha ad esempio apertamente denunciato le élites tedesche per le loro pretese egemoniche (assecondate dall’opportunismo francese) e per le loro inclinazioni pedagogiche. Sandbu è convinto che l’Unione monetaria sia stata una buona idea e possa essere conservata, purché Berlino abbandoni l’idolatria della stabilità e la condanna moralistica del debito.

Già, ma cosa potrebbe indurre questa svolta culturale e politica? Il culto della stabilità (e in parte anche il moralismo) sono estremamente radicati in Germania, affondano le loro radici nella tragica esperienza di Weimar e nelle dottrine ordoliberali elaborate da alcuni padri fondatori della Repubblica federale: da Eucken a Ehrard. In un recente convegno presso la Hertie School of Government di Berlino, diversi studiosi hanno sottolineato come  l’ordoliberalismo (definito nel titolo come An irritating German Idea)si sia gradualmente trasformato in una “religione civile” per l’establishment tedesco, soprattutto in seno alla CDU. Secondo questa tradizione di pensiero, il fine del potere pubblico è quello di imbrigliare società e politica tramite le regole di mercato e la disciplina morale. Un approccio che ricorda il teismo leibniziano, imperniato sulla metafora di quell’”orologio perfetto” che Dio si limita ad osservare, dopo averlo creato. Nel sistema ordoliberale – come raccomandava Lutero-  non c’è posto per i debitori: indebitarsi è “colpa” (Schuld).  Chi dubita della presa che queste idee hanno sull’élite tedesca non ha che da leggere alcuni dei discorsi che il presidente della Bundesbank pronuncia nel suo paese. Nel 2014, a Kronberg, Weidman discettò di storia e menzionò i provvedimenti di amnistia adottati nel Settecento dalla Prussia, precisando –con apprezzamento- che essi escludevano “assassini e debitori”.

Lo scenario della Germanizzazione ovviamente non conviene agli altri Paesi UE, sicuramente non a quelli latini. Non è per ora plausibile, tuttavia, che si formi un qualche contrappeso. La Francia ha paura dei mercati, considera conveniente restare sotto le ali protettive di Berlino fingendo di co-gestire quella relazione speciale fra le due capitali ormai visibilmente superata. La Spagna è senza governo da molti mesi e non è detto che riesca a recuperare la tradizionale stabilità politica. L’Italia si sta dando molto da fare. Ma le sue debolezze economiche e il suo scarso capitale reputazionale (basa leggere il penultimo numero dell’Economist) le impediscono di giocare in prima fila. Non resta che sperare nelle dinamiche del Draussen. Cioè che le sfide esterne alla UE (a cominciare da quelle relative alla sicurezza) inducano la Cancelliera e il suo “sistema” a perseguire l’unica strategia che consente oggi all’Unione di consolidarsi e, prima ancora, di sopravvivere: un’autentica europeizzazione, il più possibile depurata dalle pulsioni germanizzanti.

Questo articolo è apparso anche su “La Lettura” del Corriere della Sera del 22 maggio 2016.

 

Bibliografia

W.Streeck, Merkels neue Kleider, FAZ, 4 maggio 2016 (apparso in prima versione su The London Review of Books, 31 marzo 2016)

W.Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Il Mulino, 2013

Martin Sandbu, Europe’s Orphan: The Future of the Euro and the Politics of Debt, Princeton University Press

Gustav Seibt, Opportunismus ohne Obergrenze, Süddeutsche Zetung, 7 aprile 2016

Ulrich Beck, Europa tedesca, Laterza, 2013.

Ordoliberalismus as an irritating German Idea. Convegno internazionale, Berlino, Hertie School of Governance, 13-14 maggio 2015 (http://www.resceu.eu/events-news/events/conference-ordoliberalism-as-an-irritating-german-idea.html)

Michael Braun, Mutti. Angela Merkel spiegata agli italiani, Laterza, 2015

Donatella Campus, Lo stile del leader.Decidere e comunicare nelle democrazie contemporanee, Il Mulino, 2016

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L’equità cheMerkel chiede vale anche per la Germania

Nella sua recente visita a Roma Angela Merkel ha parlato di immigrazione, governo dell’eurozona e politica estera. Sui contenuti è rimasta sulle generali, ma ha toccato alcune questioni di metodo fondamentali per il futuro dell’Unione.

Innanzitutto ha proposto di collegare i tre temi e di cercare un “grande compromesso” basato sul mutuo vantaggio. Nella sua ormai lunga storia, l’Europa è riuscita a superare molte crisi tramite ciò che gli esperti chiamano package deals, ossia accordi basati su ampi “pacchetti” di misure, in modo che ciascun paese membro possa guadagnare qualcosa. L’idea della Cancelliera non è quindi originale. Anzi,il Presidente della Commissione Juncker aveva già proposto qualcosa di simile nel Consiglio europeo dello scorso febbraio. Il suo piano era però clamorosamente fallito per la strenua opposizione dei paesi centro-orientali sul fronte dell’immigrazione. L’importante novità emersa dall’incontro romano è la disponibilità della Cancelliera ad esporsi in prima persona per definire il “pacchetto”.

La seconda questione di metodo riguarda il processo di integrazione in generale. Angela Merkel ha rilanciato l’ipotesi di creare un nucleo centrale di paesi (Italia inclusa) interessati a condividere la sovranità in aree cruciali come sicurezza e  controllo delle frontiere, fisco, politica estera. La cosiddetta integrazione differenziata è già un fatto in molti ambiti: dall’Unione monetaria a Schengen, dal controllo del crimine al diritto di famiglia. Ma con la Brexit rischia di trasformarsi in una gara al ribasso. Anche se prevalesse –come ci auguriamo- l’opzione remain (restare nell’Unione), il referendum inglese aprirà un lungo negoziato su deroghe e uscite selettive dalle regole vigenti e molti altri paesi si accoderanno. Il progetto di una Unione politica ristretta darebbe un segnale importante in direzione opposta: differenziazione al rialzo.

Sempre sul metodo, Merkel ha detto poi una terza cosa, passata un po’ inosservata. Per far avanzare l’Europa, “abbiamo bisogno di equità” nelle relazioni fra paesi. La Cancelliera ha fatto l’esempio dell’immigrazione: i paesi del Nord (a cominciare dall’Austria) non possono scaricare su quelli del Sud responsabilità e costi per controllare i flussi dal Nord Africa.  Si tratta infatti di un problema comune, che richiede criteri distributivi condivisi. Ben detto: ma l’equità deve valere anche per la gestione dell’Unione economica e monetaria. La recente offensiva della Bundesbank contro il debito italiano, la rigidità di Schäuble sul risanamento greco non vanno in questa direzione: attribuiscono meriti e colpe in base a parametri che privilegiano platealmente l’interesso tedesco. A Roma Merkel ha riconosciuto che anche la Germania ha il suo carico di “compiti a casa” da fare. Dovrebbe ripeterlo a Francoforte e Berlino. Mettendo in cima alle priorità la riduzione del surplus commerciale tedesco, che tarpa le ali all’intera economia dell’Eurozona.

Certo, una conferenza stampa a Roma può lasciare il tempo che trova. La Cancelliera è nota per una tattica politica che gli esperti chiamano “de-mobilitazione selettiva”: fingere di essere d’accordo con gli interlocutori per dar loro un contentino, senza però entrare nel merito dei temi controversi, in modo da tenersi le mani libere. In un articolo apparso qualche giorno fa sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, il politologo Wolfgang Streeck ha attaccato senza mezzi termini il “sistema Merkel”, basato su machiavellici opportunismi e sul disegno di imporre una stretta egemonia tedesca sulla UE e i suoi destini. Streeck spesso esagera, ma non è una voce isolata ed è ben possibile che nella sua diagnosi ci sia un grano di verità.

Le tre questioni di metodo sollevate a Roma dalla Cancelliera sono condivisibili, promettenti e in linea con gli interessi italiani. Il nostro governo farà bene però a non abbassare la guardia e a prepararsi in modo accurato sui contenuti, continuando a fare proposte. Il richiamo all’equità non va lasciato cadere. Purché si tratti di autentica “equità europea”, che vincoli la Germania a comportamenti responsabili verso tutta la UE e a condividere i rischi a fronte di tutte le sfide comuni.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 9 maggio 2016.

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