Archivi del mese: giugno 2015

Cari intellettuali, sull’Unione siete ingenui e poco ambiziosi

Negli ultimi mesi il dibattito sull’euro-crisi è stato dominato da due eccessi: tecnicismo e moralismo. Da un lato, balletti quotidiani di cifre e di sigle sconosciute e incomprensibili ai più. Dall’altro lato, giudizi su buoni e cattivi, santi e peccatori, creditori e debitori. E’ mancato uno spazio di discussione intermedio, ancorato ai fatti ma ispirato a principi, e soprattutto capace di guardare lontano. Qualcuno già parla di un nuovo “tradimento dei clerici”, resuscitando la formula usata da Julien Benda negli anni Venti per denunciare la viltà e la partigianeria degli intellettuali.

Pur non del tutto priva di fondamento, l’accusa è esagerata. Alcune grandi voci della cultura europea si fanno periodicamente sentire. Ieri è toccato a Jürgen Habermas. In un lungo intervento sulla Süddeutsche Zeitung, il decano dei filosofi continentali ha preso una posizione molto critica nei confronti della élite  politica tedesca. E’ scandaloso, dice Habermas, che la vicenda greca sia degenerata in uno “scontro fra popoli”, e che il possibile fallimento di uno stato venga trattato alla stregua di una insolvenza privata. E lo scandalo nello scandalo è l’ostinazione con cui il governo tedesco difende regole e assetti istituzionali che hanno amplificato a dismisura gli effetti della crisi. Le elezioni greche hanno introdotto un po’ di sabbia negli ingranaggi dell’Eurozona. Un fatto salutare, ma Tsipras lo sta in buona parte sprecando, incapace com’è di europeizzare il confronto e di opponendo al paradigma dell’austerità una nuova visione dell’Europa.

E’ un peccato, perché i tempi sarebbero invece maturi per un cambiamento. Ne è convinto Amartya Sen, un’altra illustre voce che ha recentemente parlato sul New Statesman (il 4 giugno scorso). Anche il noto filosofo-economista se la prende con i leader politici, assolvendo (in maniera a mio avviso troppo disinvolta) le truppe di economisti-consiglieri che hanno orientato le scelte delle varie istituzioni europee. Sen fa però un’osservazione di cui la UE dovrebbe far tesoro. Riforme strutturali e austerità “indiscriminata” non debbono accompagnarsi per forza. Tenerle assieme è stato un errore madornale: è come dare a un paziente con la febbre un antibiotico (le riforme strutturali, necessarie per la crescita) mescolato a veleno per i topi (avanzi primari di tre o quattro punti di PIL, come chiesto alla Grecia: un viatico per il soffocamento).

Sia Habermas sia Sen auspicano un risveglio della Politica con la p maiuscola. Un auspicio condivisibile, ma a mio avviso insufficiente. Se è vero che servono nuove visioni, è un po’ ingenuo pensare che possa essere l’attuale classe politica europea ad elaborarle. Con ogni probabilità la crisi greca si risolverà con un compromesso dell’ultim’ora, scarsamente coerente e potenzialmente instabile. Ciò che serve è uno scatto di ambizione progettuale, un richiamo forte alla responsabilità storica che la leadership europea deve oggi esercitare. Se davvero siamo allo scontro fra popoli, la politica non può limitarsi a mediare, deve “riconciliare”: un processo delicato, al quale gli intellettuali hanno il dovere di contribuire in prima persona.

Parlando ieri alla Statale di Milano, la filosofa franco-bulgara Julia Kristeva ha proposto l’istituzione di una Accademia culturale europea, un luogo capace di generare idee-valore che consentano alle culture politiche nazionali di uscire dall’attuale “depressione”. Occorre ben altro, dirà qualcuno. Ma la formazione di nuove comunità politiche è un processo molto lento e in parte imprevedibile. Anche i piccoli semi possono produrre grandi risultati.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 24 giugno 2015

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Un leader e un patto politico per un’Europa «all’americana»

L’euro-crisi ha fatto danni come una guerra. Ripariamoli con una nuova Costituzione.

In  un articolo apparso sul «New York Times» nell’aprile 2014, l’ex consigliere economico del presidente della Commissione europea Barroso, Paul Legrain, sostenne una tesi forte: in Europa vige ormai un regime di «colonialismo fiscale». I Paesi più forti (e la Germania in particolare) hanno messo sotto tutela finanziaria i Paesi più deboli. In effetti, i vincoli fiscali, le regole di sorveglianza e le minacce di sanzione introdotte durante la crisi hanno dato vita a una inedita forma di  “democrazia vigilata”, che non ha quasi paragoni sotto il profilo storico o comparato. La clausola del no bail-out (divieto di salvataggio) in caso di insolvenza esiste in tutti i sistemi federali. Gli Stati americani sono individualmente responsabli per eventuali default e quasi tutti hanno nella propria Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio. In apparenza, la situazione è simile a quella dell’Eurozona. Ma la realtà è molto diversa. Negli Usa infatti esiste un bilancio federale che finanzia investimenti pubblici ed eroga trasferimenti agli Stati, in modo da stabuizzare le loro economie e promuovere la crescita. È questo secondo elemento che manca oggi, drammaticamente, in Europa. Bruxelles non dispone di risorse proprie per far fronte a shock asimmetrici. Quando questi si verificano (l’euro-crisi) l’unica possibilità è che i Paesi più ricchi prestino soldi a quelli in difficoltà. Non per aiutarti a crescere, ma per consentire loro di ripagare i debiti; non per  solidarietà, ma per interesse. Dove questo sistema ci ha condotti è ormai sotto gli occhi di tutti: stagnazione economica, risentimento sociale e radicalizzazione politica. L’ultimo libro di Sergio Fabbrini, Which European Union? (da poco uscito per la Cambridge University Press), ci aiuta a capire le ragioni profonde della crisi UE e a individuare possibili via di uscita. Fabbrini è un noto e autorevole comparatista, grande conoscitore dei sistemi politici europei e di quello statunitense. La UE —questa la sua tesi centrale — non potrà mai diventare un super-stato, dotato di un governo centrale monocratico. Può solo evolvere verso un’«unione federale» caratterizzata da una molteplicità di centri decisionali che si controbilanciano. Questo tipo di regime politico può sicuramente funzionare in modo efficace. Ma solo a patto di possedere alcuni requisiti che la UE ancora non ha. A differenza degli Stati federati (che si formano per disaggregazione dal centro: ad esempio Belgio o Spagna, per certi aspetti ormai anche l’Italia), le unioni federali nascono dal basso, attraverso l’aggregazione di comunità politiche preesistenti. Gli esempi paradigmatici sono gli Stati Uniti e la Svizzera. I popoli (al plurale) americani divennero membri di una unione con la Dichiarazione d’indipendenza del 1776, cui seguì la Costituzione federale approvata a Filadelfia nel 1789. A loro volta, i cantoni svizzeri — per secoli collegati in una lasca confederazione — costituirono una vera e propria unione solo nel 1848, dotandosi di un testo costituzionale condiviso. Le unioni federali sono sistemi compositi (compound). Il termine fu coniato da James Madison durante la Convenzione di Filadelfia per sottolineare un’esigenza fondamentale: garantire ciascuna entità dell’Unione contro la possibile tirannia della maggioranza. Perciò la Costituzione americana (come del resto quella svizzera) disegnò un assetto istituzionale radicalmente anti-centralista. A livello orizzontale, i poteri del governo di Washington sono divisi fra istituzioni diverse (Presidenza, Congresso, Corte Suprema); a livello verticale, il potere è accuratamente diviso fra centro federale e Stati. Certo, il carattere composito di questo assetto può dar luogo a incoerenze e stalli decisionali. Ma l’esperienza americana dimostra che è possibile mantenere equilibri efficaci fra poteri e competenze: nell’esempio da cui siamo partiti, no bailout degli Stati, ma responsabilità federale per la crescita. Il processo di integrazione europea può essere visto come cammino graduale verso un’unione federale. Ma è stato un cammino più tortuoso e meno «pulito» di quelli svizzero e statunitense, soprattutto a causa delle divergenze fra gruppi di Stati circa la destinazione finale. Per un primo gruppo, guidato dal Regno Unito, con i Paesi nordici e, in buona misura, quelli centro-europei, la UE deve limitarsi a essere una comunità economica, un grande spazio per gli scambi di mercato. Londra non vuole sentir parlare di federalismo. Durante i negoziati per il Trattato costituzionale europeo, nei primi anni Duemila, gli inglesi si rifiutavano persino di pronunciare quella parola e usavano un’abbreviazione dispregiativa: the f-word. Per i Paesi continentali, la UE deve invece trasformarsi in una vera unione federale. Ma all’interno di questo gruppo si oscilla fra due possibili modelli: quello dell’unione parlamentare, ossia, mutatis mutandis, una democrazia rappresentativa modellata sull’esperienza degli Stati nazionali; e quello dell’unione intergovernativa, cioè una forma di cooperazione stabile fra governi nazionali su alcune politiche strategiche. Tradizionalmente, Germania e Italia erano schierate a favore del primo modello, la Francia del secondo. Fabbrini osserva giustamente che i tre tipi di unione coesistono oggi l’uno accanto all’altro in maniera confusa e incoerente, il Trattato di Lisbona (2009) ha cercato di fare un po’ d’ordine, ma senza riuscirvi fino in fondo. Quel che è peggio, durante la crisi i Paesi  dell’Eurozona hanno rafforzato la cooperazione intergovernativa (vedi il fiscal compact, un trattato separato da Lisbona per il governo macro-economico dell’Eurozona), rendendo il sistema ancora più complesso. Che fare? Fabbrini propone una triplice ricetta: separare, ricomporre, connettere. Innanzitutto, prendere atto delle divergenti finalità fra i due gruppi di Paesi ed estrarre la comunità economica dall’alveo dell’unione federale, delineando per la prima un sistema di gestione semplice e leggero. Poi si deve ridisegnare l’architettura dell’Unione, ricomponendo le tensioni fra modello parlamentare e intergovernativo. Qui Fabbrini ha in mente un ordinamento «all’americana», imperniato su un euro-esecutivo duale (Presidenza del Consiglio europeo e Commissione), due euro-assemblee rappresentative (Parlamento e Consiglio dei ministri) e la Corte di Giustizia. Infine, occorre connettere la comunità economica allargata all’unione federale più ristretta, per il tramite di un qualche accordo flessibile. Il cuore della proposta di Fabbrini sta naturalmente nel «ricomporre». Giustamente l’autore sostiene che l’unione federale deve nascere attraverso un solenne patto politico (politicai compact) fra gli Stati contraenti e l’adozione di una nuova Costituzione. Una grossa sfida, che richiede «leadership politica della più alta qualità», capace di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Il volume è interessantissimo nel suo complesso, originale e persuasivo nella diagnosi, ricco di spunti (anche se da approfondire) nella prescrizione. Ma lascia il lettore con il fiato sospeso. Da dove verrà mai la leadership indispensabile per uscire dall’attuale disordine? Diciamolo chiaro, nei due unici esempi storici di cui disponiamo, la leadership emerse a seguito di guerre: quella di indipendenza in America e quella del Sonderbund (fra cantoni cattolici e protestanti) in Svizzera. La crisi dell’euro ha avuto effetti simili a quelli di un evento bellico su vasta scala, ma la leadership di qualità non è (ancora?) emersa. L’instabilità politica e militare sui fronti Est e Sud dell’Europa generano crescenti problemi di sicurezza, ma certo nessuno si augura una guerra. Leader cercansi disperatamente: questo è il messaggio di quasi tutti gli studi che si pubblicano oggi sull’Europa. Guardando i giri di valzer ormai quotidiani fra Merkel, Hollande, Juncker e gli invitati di turno, a noi cittadini tocca, finché riusciamo, restare in apnea.

Questo articolo è comparso anche su “La Lettura” de Il Corriere della Sera del 20 giugno 2015

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Un welfare così è ancora welfare?

il 18 giugno alle 17.30 Ferrera parla all’evento organizzato dall’Università LUISS del ciclo: Capire la crisi: le conseguenze.

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Ciò che Tsipras (non) dice all’Europa. E poi ai Greci.

La vittoria elettorale di Syriza è stata salutata con simpatia da molti settori della sinistra europea e italiana in particolare: un trionfo della democrazia contro la tecnocrazia, la difesa del welfare contro l’austerità neo-liberista. Nell’intervista di ieri al Corriere, Tispras ha indossato i panni del cavaliere solitario in guerra contro l’ingiustizia, lanciando bordate non solo contro la Commissione e la Germania, ma anche con i suoi colleghi sud-europei, colpevoli di fingere che i torti subiti dalla Grecia non li riguardino pur di tranquillizzare i mercati finanziari.

Alcuni giudizi espressi dal  Primo Ministro di Atene non sono privi di fondamento. Le condizioni che la Troika (ora ridefinita come Gruppo di Bruxelles) ha imposto al suo paese a partire dal 2010 sono state molto severe e intransigenti, troppo focalizzate sui tagli di bilancio e insensibili alle esigenze della crescita.

Sorprendono però quasi tutte le critiche di Tsipras alle attuali proposte UE.  Chi conosce i documenti sa che nessuno, ma proprio nessuno sta chiedendo alla Grecia di “abolire le pensioni più basse e i sussidi che riguardano i cittadini più poveri”.  L’invito è semmai quello di riformare un sistema sperequato a favore dei redditi più alti,  che ancora consente ai dipendenti pubblici di andare in pensione anticipata prima dei 55 anni (costo: 1 miliardo e mezzo di euro l’anno, quasi un punto di PIL, solo per queste pensioni). A gennaio sarebbe dovuta entrare in vigore una riforma che avrebbe, fra l’altro,  rafforzato le pensioni più basse . Tsipras ha “ucciso” (parole sue) questa riforma. Quanto ai sussidi ai  più poveri, la Commissione invita la Grecia a razionalizzare gli strumenti esistenti  e a introdurre un reddito minimo garantito.  Il Ministro per gli affari sociali ha risposto che il reddito minimo “è roba da Africa” e che il governo vuole procedere con altre misure.  Intanto, una delle prime mosse del nuovo governo è stata la firma di un generoso contratto per i dipendenti della DEPA (equivalente greco dell’Enel). E nel Ministero delle Finanze sono stati ri-assunti centinaia di addetti alle pulizie, con tanto di indennità aggiuntiva. Prima della ri-assunzione, una cooperativa esterna puliva il palazzo con trenta persone.  Gli esempi potrebbero continuare. Il punto da sottolineare è, tristemente, questo: Tsipras e Varoufakis fanno prediche “di sinistra” quando parlano all’Europa, ma in casa propria sono schierati a difesa di uno status quo che avvantaggia selezionate categorie di lavoratori del settore pubblico, altamente sindacalizzate,  e del mondo professionale piccolo-borghese.

C’è da sperare che le sinistre europee sappiano prendere bene le misure al fenomeno Syriza: un misto di radicalismo anni Settanta e di nazionalismo euroscettico. Come ha spiegato Manos Matzaganis in un lucido contributo sul sito Openemocracy.net, questo partito affonda le sue radici  nella persistente polarizzazione ideologica e nel populismo etnocentrico della cultura politica greca, causa ed effetto, al tempo stesso, dei ritardi di modernizzazione di questo paese.

In Grecia c’è davvero un’emergenza sociale e la UE ne è parzialmente responsabile. Ma il welfare ellenico era un iniquo colabrodo già molto prima della crisi. La Commissione UE ha ragione da vendere quando chiede di riformarlo.

Salvare la Grecia conviene a tutti. Tsipras ne è consapevole e per questo ha tirato così a lungo la corda. Ma restare nella famiglia UE significa anche rispettarne le regole. Prima fra tutti, quella di mantenere un legame “decente” fra ciò che si dice e ciò che si fa.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 10 giugno 2015

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Dibattito: “Cercasi welfare. Tra vecchi e nuovi diritti”

Maurizio Ferrera è intervenuto al Festival dell’Economia di Trento, durante il quale ha discusso con Paola Pica de “Il Corriere della Sera” di nuove sfide per il welfare europeo.

è possibile ascoltare il dibattito sul sito di Radio Radicale.

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Due buone notizie e un’ombra

Dall’Istat arriva finalmente una buona notizia sul fronte che più preoccupa gli italiani: il lavoro. In aprile c’è stato un incremento di quasi centosessantamila occupati, principalmente nei servizi.

Dall’analisi dei dati emergono alcune tendenze interessanti, che sembrano smentire previsioni e credenze diffuse fra esperti e opinione pubblica.

Quando arriverà la ripresa – abbiamo spesso sentito dire- i suoi frutti in termini di occupazione si vedranno solo molti mesi dopo. Sembra che stia avvenendo il contrario: il PIL sta crescendo (+0,3% nel primo trimestre di quest’anno) e aumentano anche i posti di lavoro. E’ presto per cantar vittoria, ma se continuasse così eviteremmo l’incubo della jobless growth, ossia quella crescita senza occupazione che è stata la malattia europea (e italiana in particolare) negli anni Novanta.

Un fenomeno simile si sta verificando nel rapporto fra occupazione giovanile e regole sul pensionamento. Tanti italiani pensano che, se gli anziani sono costretti ad andare in pensione più tardi, i giovani avranno meno opportunità di trovare lavoro. L’Istat segnala che non è necessariamente così. Ciò che si registra è una diminuzione della disoccupazione fra chi ha meno di 25 anni (-1,3% in aprile, -1,6% su base annua) e al tempo stesso un maggior numero di ultracinquantacinquenni che continuano a lavorare (+ 0,4% nell’ultimo trimestre). Si tratta di  una dinamica virtuosa, che va approfondita bene prima di introdurre eventuali modifiche dell’età pensionabile.

La terza smentita ha a che fare con gli effetti delle politiche introdotte nell’ultimo anno. Qui l’aspettativa era che i loro effetti avrebbero riguardato i tipi di contratto (più stabili) ma non la quantità di posti di lavoro. L’Istat conferma invece un impatto positivo su entrambi i fronti. Da gennaio in poi, e soprattutto nel mese di aprile, abbiamo avuto più occupati in assoluto e, fra questi, più contratti a tempo indeterminato (incentivati dall’abbattimento dei contributi) oppure a termine (a seguito della maggiore flessibilità introdotta un anno fa).

Tutto rose e fiori, dunque? L’Istat tratteggia l’immagine di un mercato del lavoro più dinamico di quanto percepiamo. La spiegazione forse si nasconde in una estesa e persistente zona d’ombra: l’industria. Qui i dati sono piuttosto negativi: – 0,9% occupati rispetto a un anno fa. All’interno del settore sono inoltre molto numerosi i contratti a termine e il part time involontario. Insomma, le aziende non sono ancora tornate ad assumere seriamente, come facevano prima della crisi. Può darsi che ciò sia dovuto al riassorbimento dei cassintegrati, oppure alle persistenti fragilità dell’economia internazionale.

Il dato Istat può essere anche il sintomo di una sofferenza reale delle imprese o di strategie di disimpegno verso le proprie risorse umane (flessibilità numerica senza investimenti in di lungo periodo, a cominciare dalla formazione). Oppure ancora di comportamenti “mordi e fuggi” da parte di investitori stranieri (il caso Whirlpool insegna).

I sindacati chiedono politiche industriali, gli imprenditori meno tasse e contributi. Forse ciò che serve è innanzitutto una riflessione seria sul lavoro nell’industria e il suo futuro. In un paese con la nostra tradizione manifatturiera, sarebbe un delitto non investire collettivamente nell’occupazione “blu”. Non quella degli operai in tuta alla catena di montaggio, ovviamente, ma quella a media e alta specializzazione, all’interno di tecno-fabbriche capaci di muoversi con successo nell’economia globale.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 4 giugno 2015

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