Archivi del mese: gennaio 2018

Ora il secondo welfare può diventare protagonista

Da più di un decennio la povertà dei minori è diventata una delle sfide più serie per il nostro paese e il suo futuro.  L’istituzione del reddito d’inclusione (REI) e, in particolare, del Fondo per il contrasto alla povertà educativa, costituiscono un primo passo per rispondere a tale sfida.

A muoversi non è stato però solo lo stato, ma anche le associazioni della società civile.  Protagonista sempre più vivace del “secondo welfare”,  il mondo del non profit ha prima sensibilizzato il governo, poi lo ha assistito nell’identificare le possibili soluzioni ed ora – a riforme adottate- è attivamente impegnato nell’attuazione delle nuove misure.

Nel caso del REI, il ruolo del non profit si concentra essenzialmente sul versante dei percorsi di integrazione lavorativa e sociale.  Nel caso del Fondo contro la povertà educativa vi è anche un sostanzioso sostegno finanziario da parte delle Fondazioni Bancarie, che partecipano al Comitato di indirizzo strategico insieme a rappresentanti del governo e del Terzo settore.  Save the Children ha dal canto suo fornito un contributo prezioso sia sul piano della raccolta di dati sia della sperimentazione di iniziative concrete.

Rispetto ad altri paesi UE, l’Italia si è accorta tardi dell’emergenza minori  e, almeno per ora, le risorse sono inadeguate rispetto alle dimensioni e alla gravità del problema.  Le innovazioni dell’ultimo biennio sono tuttavia un segnale positivo.  Esse rivelano un vero e proprio risveglio della società civile sul fronte del welfare.  Le Fondazioni bancarie sono in realtà attive da quasi un trentennio.  Hanno nel tempo finanziato e orchestrato un elevatissimo numero di  iniziative si inclusione a livello territoriale.  Lo stesso si può dire del Terzo Settore e, su scala più ridotta, Save the Children.  La novità di oggi è  il tentativo di fare sistema, di operare da protagonisti sul piano nazionale.   Non per sostituire lo stato, che deve introdurre e tutelare i diritti. Ma fungendo da complemento e (come nel caso del Rei e del Fondo povertà) e insieme  da “vedetta” (nel caso Cariplo, si può aggiungere “lombarda”) per individuare tradizionali bisogni non coperti e i nuovi rischi emergenti.

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 29 gennaio 2018

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Euro si, euro no. Dibattito utile solo ai social

di Maurizio Ferrera e Giovanni Pagano

 

“Non è più il momento di uscire dall’euro”. Il 9 gennaio scorso, dagli studi di Porta a Porta, Luigi di Maio ha impresso una decisa correzione di rotta rispetto alla posizione storica del Movimento 5 Stelle. In un tweet dello stesso giorno, Silvio Berlusconi ha dichiarato che il suo alleato Salvini “non ha più l’idea di uscire dall’Euro”. Oltre che sui mezzi di comunicazione tradizionali, queste dichiarazioni hanno suscitato un vortice di reazioni anche sui social media.

 

Uno studio di Euvisions ha analizzato il dibattito su Twitter.  Come si vede dalla figura, le uscite di Di Maio e Berlusconi hanno provocato un marcato “picco” di discussione alla quale hanno partecipato con i loro account leader politici, partiti e movimenti, esperti e intellettuali, singoli cittadini. I tweet raccolti e analizzati sono stati più di 60.000, tutti incentrati sulla questione euro e sul cambio di rotta dei Cinque Stelle e della Lega.

Le tre discussioni

 

Nel caos delle conversazioni, Euvisions ha identificato tre gruppi di utenti in base all’orientamento politico.  Il primo è quello dei simpatizzanti e politici del PD, i quali hanno colto l’occasione per attaccare la coalizione di centrodestra e soprattutto il M5S. In posizione più defilata si pone un secondo gruppo di conversazioni che coinvolgono Silvio Berlusconi, da poco approdato su Twitter. Il terzo e più ampio gruppo (più della metà dei tweet raccolti) è quello “sovranista”,  composto da chi si oppone all’euro e vorrebbe che l’Italia tornasse alla valuta nazionale. Quest’area si raccoglie intorno ad alcune figure “nodali” che animano il dibattito: ad esempio Alberto Bagnai, professore di economia all’Università di Pescara o Claudio Borghi, ora responsabile economico della Lega.

 

Le dichiarazioni di Di Maio e Salvini (o meglio, di Berlusconi su Salvini) hanno acceso due linee di conversazione: una più generale su Italia e euro; una più specifica sul repentino cambio di rotta dei due leader. All’interno dell’ area ‘sovranista’, vi è stata una reazione vigorosa da parte dei fautori dell’ Italexit: nella maggior parte dei loro tweet (circa il 60%) si reclama l’uscita dalla moneta unica. Questi messaggi, provenienti da simpatizzanti del M5S come della Lega o della destra estrema, sono accomunati da una generale ostilità verso la globalizzazione e da una nostalgia verso il protezionismo economico e le svalutazioni competitive. Anche nel gruppo berlusconiano vi sono stati tweet ostili alla moneta unica (circa il 40%) mentre la quota di euroscettici in seno al gruppo che simpatizza o rappresenta il PD  è molto più bassa (però c’è: interessante).

 

La seconda linea di conversazione ha riguardato le ‘giravolte’ dei due leader rispetto agli impegni presi ed è piena di accuse di inaffidabilità e di incoerenza. Da dove vengono queste critiche, e a chi sono dirette?  In buona parte provengono dal gruppo PD.  Più di due terzi dei tweet che originano da questo gruppo sbeffeggiano Di Maio e Salvini per aver cambiato idea. Le critiche sono però arrivate copiose anche dai sovranisti; molti hanno attaccato Di Maio, ma più ancora hanno preso di mira la Lega, esprimendo delusione per il riposizionamento di Salvini, attribuito alle pressioni di Berlusconi e all’alleanza con Forza Italia. Le parole usate sono state spesso forti (si veda la nuvola), arrabbiate, sdegnate.  Tra gli hashtag più diffusi in quest’area compare #iovotoCasaPound, segno che una parte dei  duri e puri considera persino di cambiare partito. La Lega è il partito che più esplicitamente ha cercato di intestarsi l’elettorato anti-euro: l’alleanza con FI è perciò vista come un “tradimento” della causa, dal momento che per Berlusconi la moneta unica non deve essere messa in discussione. I leghisti più esposti su questo fronte si sono difesi energicamente: dai  loro acount sono partiti appelli alla calma e rassicurazioni sul fatto che la Lega manterrà le proprie posizioni euro-scettiche.

Le conseguenze

 

A seconda del peso elettorale del fenomeno #noeuro, i riposizionamenti delle ultime settimane potrebbero avere conseguenze tanto sul M5S che sulla Lega. Per il momento il M5S non sembra voler riguadagnare i voti dell0’antieuropeismo più intransigente. La Lega è invece più disorientata e si difende proponendosi come  unico ‘voto utile’ per portare l’euro-scetticismo al governo.  Nella contesa per l’elettorato ‘responsabile’, a giudicare dal volume e dal contenuto delle conversazioni, il PD risulta più convincente rispetto a Forza Italia. Quest’ultimo partito ha partecipato al dibattito Twitter cercando di rinverdire la vecchia polemica con Prodi sul tasso di cambio lira-euro, a quasi vent’anni dalla sua introduzione.

 

Nessun partito è ancora intervenuto con una proposta forte sull’Europa. Per ora, l’agenda è in mano a francesi e tedeschi.  Le loro idee sono ambiziose. Nei dettagli si nascondono tuttavia insidie pericolose per il nostro Paese, sulle quali i nostri ondivaghi leader dovrebbero riflettere  molto più seriamente e fattivamente.

per approfondire:

http://www.euvisions.eu

Questo articolo è comparso anche sul Corriere Economia del 21 gennaio 2018

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I diritti aletici

conversazione tra Maurizio Ferrera e Franca D’Agostini

 

Maurizio Ferrera (MF): In una democrazia ciascuno può dire quello che vuole. Ma le “libere espressioni” non sono tutte uguali. Alcune sono infondate sul piano empirico. Altre sono incoerenti, fallaci o contradditorie. Inoltre, nei dibattiti pubblici c’è chi è sincero e c’è chi mente. Il termine fake news è ormai entrato nel linguaggio comune. Secondo alcuni, abbiamo varcato il confine della post-truth politics: un sistema in cui le interazioni nella sfera informativa e comunicativa smarriscono l’ancoramento a standard condivisi di verità e falsità. Questi sviluppi suscitano problemi in parte inediti e comprensibili preoccupazioni. Come si può arrivare a scelte collettive che incidano efficacemente sulla realtà senza un bussola? Tu hai scritto molto su questi temi. Puoi chiarire cosa intendiamo per “verità” e quale è il suo nesso con la politica?

Franca D’Agostini (FDA). Non sono sicura che le espressioni post-truth era (suggerita nel libro di Ralph Keyes del 2004) o post-truth politics catturino realmente la situazione in cui ci troviamo. La novità non è tanto il dilagare indisturbato di insensatezze, falsità e mezze verità: in fin dei conti è cresciuta la possibilità di ingannarsi e di essere ingannati, ma anche quella di smascherare gli inganni e trovare-dire la verità. Dunque finiamo in pari. Invece, l’aspetto nuovo è che ci siamo resi conto che esiste un problema di verità: l’«emergenza verità» è ormai universalmente riconosciuta. Dovremmo incominciare allora, come suggerisci, riconsiderando l’uso e il significato delle espressioni ‘è vero’, ‘è falso’. Alla domanda che tu sollevi risponderei con quella che i filosofi analitici chiamano una platitude, un’ovvietà: ciò di cui parliamo quando parliamo di verità è ancora il vero realistico, fissato da Platone: «vero è il discorso che dice le cose come stanno» (Cratilo, 385c). Quanto al rapporto di questa ovvietà con la politica, bisognerebbe abbandonare alcune idee preconcette. Anzitutto, come tu ricordi, le ragioni della verità sono state pensate in conflitto con la libertà di espressione, eppure la ragione principale per cui il free speech è una buona cosa è perché avvantaggia la verità: se lasci spazio alle obiezioni è più facile che tu scopra il vero. Ne segue che se si lascia parlare chi manifesta opinioni vistosamente false o mezze verità chiaramente fuorvianti non si rispetta il principio della libertà di opinioni, ma lo si danneggia. Inoltre, diamo alla parola ‘verità’ un valore dogmatico: lo consideriamo un concetto da «pugni sul tavolo» (A. Ross) o da «sguardo di Dio» (H. Putnam). Eppure l’aletheia nasce in Grecia come arma scettica, come regola primaria della skepsis, la ricerca.  Non per nulla, a condizioni normali non pensiamo al vero e al falso, ci pensiamo quando dobbiamo ragionare, dubitare, criticare, discutere. Infine, si è pensato che la verità non avesse alcun ruolo in democrazia. A quanto sembra era un errore, visto che come si dice nella Bibbia «la pietra scartata è diventata testata d’angolo». Il fatto è che la vita democratica è basata sulle opinioni (vere o false) dei politici e dei cittadini, dunque il vero potere in democrazia è potere del vero e del falso, perciò della funzione-verità, e di come ne facciamo uso.

MF: Nel pensiero e nella prassi politica si è sempre riconosciuto che i governanti non hanno il dovere di dire sempre il vero. Possono esserci occasioni in cui l’omissione della verità e persino la menzogna sono necessarie per tutelare ordine e sicurezza: il vecchio tema della ragion di stato, degli arcana imperii. Più in generale, la tradizione liberale (che ha inventato la libertà di pensiero e di espressione) ha sempre avuto un rapporto ambivalente con la nozione di verità, preferendo termini quali oggettività, veridicità, ragionevolezza, trasparenza. L’appello alla verità (come qualcosa di fisso, definitivo e incontrovertibile) si è spesso accompagnato a dogmatismi e manipolazioni ideologiche. L’ applicazione sistematica di quella che tu chiami la “funzione verità” non dovrebbe limitarsi o almeno concentrarsi nella sfera della scienza?

FDA. La riflessione sui «diritti aletici» (DA) (da aletheia, verità) avviata su Biblioteca della libertà è stata anche originata dal fatto che l’emergenza verità oggi riguarda tutti, gli individui come le collettività, la politica come la scienza e la cultura in generale. Aggirare il problema preferendo altri concetti come oggettività, trasparenza, ecc. (che comunque restano collegati al concetto di verità, se no non hanno alcun significato) non è più possibile. Piuttosto ci occorre un nuovo linguaggio. Se il politico di un tempo doveva «imparare a mentire», come consigliava Machiavelli, oggi il politico (ma in generale ogni parlante pubblico) deve imparare a dire la verità, ossia a fronteggiare il fatto che è diventato più facile smascherare le sue menzogne e le sue mezze verità ideologiche, e denunciare i suoi colpevoli silenzi. Ed è altrettanto facile distorcere le sue verità.

MF: Nel saggio su Biblioteca della Libertà tu connetti verità e politica tramite i “diritti aletici”. Sostieni cioè che per salvaguardare la verità come bene collettivo sia necessario introdurre delle garanzie formalizzate (un quadro di diritti/doveri) per contrastare le “sofferenze” aletiche, appunto, derivanti da informazioni false e manipolatorie oppure dal mancato riconoscimento pubblico di verità collettive e individuali. In particolare, secondo te la classe dei diritti aletici dovrebbe comprendere sei specifici diritti (si veda la tabella). Come giustifichi questo elenco e, prima ancora, la nozione un po’ sdrucciolevole (almeno in prima battuta) di “diritto alla verità”?

FDA. La formula «diritto alla verità» è entrata nell’uso in riferimento ai crimini dei governi totalitari, alla Shoà, e alla questione dei desaparecidos in Sudamerica. Però, come riconoscono Brunner e Stahl (Recht auf Wahrheit, 2016), non esiste ancora una chiara concettualizzazione del problema. Il fatto è che la conoscenza della verità è un bene (come è peraltro riconosciuto nei nostri codici) ma si tratta di un bene ambiguo. Perciò  ho suggerito di  allargare il campo, cioè ipotizzare che intorno al nostro uso del concetto si configurino diversi bisogni e interessi, alcuni dei quali sono reciprocamente correttivi. Per esempio, il diritto di essere riconosciuti come fonti credibili di verità (il DA3) dovrebbe essere consentito a tutti, ma non a tutti nella stessa misura (chiunque potrebbe spacciarsi come un autorevole medico, o biologo, o geologo), dunque dobbiamo fare riferimento alla scienza, come istituzione che conferisce una maggiore credibilità ad alcune persone. Ciò implica avere un sistema scientifico e universitario affidabile, che assegni credibilità in modo corretto (veridico), e a ciò corrisponde il quarto DA. La tutela del quarto DA è dunque garanzia per la giusta tutela del terzo.

MF: In generale, trovo le tue giustificazioni persuasive. Aprire una discussione concreta sui diritti aletici aiuta a richiamare l’opportunità che in democrazia la verità (nell’accezione scettica e critica di questo concetto) operi come regola costitutiva del discorso pubblico e vada come tale espressamente promossa e tutelata. Questa tutela può avvenire secondo me in tre forme. La prima è una deontologia “soft”, ossia il riconoscimento formale dei valori e principi aletici in codici di condotta o carte dichiarative. La seconda è la creazione di strumenti e istituzioni aletiche: regole che presiedano alla affidabilità e serietà di ricerca e istruzione, organizzazioni preposte alla produzione di conoscenza “vera” sulle principali questioni e politiche pubbliche. Il terzo possibile tipo di tutela è invece “hard”: l’introduzione di veri e propri diritti soggettivi e sanzionabili. Su quest’ultima nutro onestamente qualche perplessità.

 FDA. Sono d’accordo. La scoperta/creazione di nuovi diritti è sempre accompagnata da perplessità, e deve esserlo.  Non sopravvaluterei però le difficoltà. Almeno alcuni dei diritti che ho suggerito (senza dubbio il primo e il secondo, in parte il quarto) sono già previsti e salvaguardati, e si tratta solo di potenziarne la tutela, anche in modo “hard” come dici tu. Piuttosto, credo che il lavoro di riflessione sui DA sia ancora all’inizio. Ecco perché ho sostenuto che l’ultimo dei diritti da me elencati è condizione della salvaguardia di tutti gli altri: si tratta del diritto che abbiamo di vivere tra persone educate alla verità. Non educate ‘a dire la verità’ a ogni costo, ovviamente, ma a conoscere i rischi e i vantaggi che si legano all’uso della funzione-verità, e a saper usare quel che sanno o credono di sapere per la felicità propria e altrui. Come garantire una simile educazione è da stabilire.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 15 gennaio 2018

Bibliografia

D’Agostini: Disavventure della verità, Einaudi, 2002

—— Verità avvelenata. Buoni e cattivi argomenti nel dibattito pubblico, Bollati Boringhieri, 2010

——– Introduzione alla verità, Bollati Boringhieri, 2011

——— “Logica, eristica ed educazione alla verità”, Eris. Rivista internazionale di argomentazione e dibattito, www.eris.fisppa.unipd/Eris, 2017

Besussi: Disputandum est. La passione per la verità nel discorso pubblico, Bollati Boringhieri 2012

——— (a cura di) Verità e politica. Filosofie contemporanee, Carocci

Elkins e A. Norris (a cura di), Truth and Democracy, University of Pennsylvania Press 2012

Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina, 2017

Keyes, The Post-Truth Era: Dishonesty and Deception in Contemporary Life, St.Martin’s Press, 2004

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Italia-Germania, sale lo spread della sfiducia

di Maurizio Ferrera e Alessandro Pellegata

 

La crisi economica non ha solo inasprito il risentimento verso la UE, ma sta anche erodendo quel capitale di fiducia reciproca che i diversi stati membri hanno faticosamente accumulato a partire dal Trattato Di Roma. In particolare sono aumentate le tensioni tra i paesi del Nord Europa, forti sostenitori delle politiche di austerità, e i paesi dell’area mediterranea, caratterizzati da una difficile ripresa economica e da un alto debito pubblico. Germania e Italia rappresentano in modo più emblematico queste due Europe. E i dati confermano che fra le loro opinioni pubbliche si è aperto un inedito divario su alcuni temi cruciali.

Legate da intense relazioni economiche, sociali e culturali, Germania e Italia hanno nel tempo condiviso uno spiccato e fattivo europeismo. Tuttavia negli ultimi anni le politiche e la missione dell’Europa sono passate da punto di incontro a fonte di tensione. In Germania il sostegno verso l’UE è alto e stabile, in Italia il filo-europeismo ha invece subito un declino con l’introduzione della moneta unica e un vero e proprio crollo durante la grande crisi. Italiani e tedeschi esprimono opinioni contrapposte anche sulla disponibilità ad aiuti finanziari verso gli stati membri in difficoltà e sulle responsabilità dei diversi paesi nella crisi economica (dati REScEU: www.resceu.it ).

La crisi dell’Eurozona e le conseguenti politiche di austerità hanno esacerbato alcuni tradizionali stereotipi e pregiudizi: italiani indisciplinati e imprudenti, tedeschi avari e inflessibili (tab. 1). Dal 2010 ad oggi, il favore dell’opinione pubblica del nostro paese nei confronti della Germania è passata dal 70% al 54%, il “raffreddamento” più marcato fra i grandi paesi (tab. 3). Insieme agli spagnoli, gli italiani sono diventati molto critici e pensano che la Germania abbia troppa influenza nella UE (tab. 2). Da altre indagini sappiamo che il 66% degli italiani crede che la Germania si impegni troppo per promuovere i propri interessi nazionali , ( il 53% dei tedeschi ritiene che si impegni troppo poco!). Inoltre, il 75% dei nostri connazionali ritiene che la Germania dovrebbe tenere in maggiore considerazione i problemi degli altri paesi UE e l’81% pensa che Berlino abusi del proprio ruolo. La stragrande maggioranza degli intervistati tedeschi ritiene invece che i problemi economici dell’Italia siano largamente imputabili a sé stessa (78%) e che Roma faccia ancora troppo poco per riformare stato ed economia (80%). Poiché la governance macroeconomica della UE è principalmente ispirata dalla Germania, non stupisce, da un lato, che la grande maggioranza dei tedeschi valuti positivamente il modo in cui Bruxelles gestisce l’economia europea né, dall’altro lato, che la stragrande maggioranza degli italiani si schieri sul fronte opposto (tab 4). Uno studio di prossima pubblicazione condotto da Olmastroni (Università di Siena) e Pellegata (Università di Milano) mostra come il risentimento degli italiani verso la UE, il loro giudizio negativo sull’operato della leadership tedesca e l’opinione sfavorevole verso la Germania siano strettamente associati.

La crescente divaricazione fra Nord e Sud e in particolare fra Germania e Italia fa molto male all’Europa. Come recita, fin troppo enfaticamente, il preambolo del rattato di Lisbona, la UE non è una collezione di stati collegati da un mercato unico e con una moneta comune. E’ una collettività politica plurinazionale impegnata in una cooperazione sempre più stretta in tutti gli ambiti e livelli. Le politiche economiche sono ovviamente  importanti. Ma la UE non può sopravvivere senza fiducia tra i popoli, senso di reciprocità e un minimo di benevolenza in caso di avversità, soprattutto quando queste sono la diretta conseguenza dello stare insieme. Salvaguardare queste condizioni è compito delle élite, dipende dalla loro capacità di orientare e guidare l’opinione pubblica, anche quella degli altri paesi. Le élite italiane hanno le loro colpe. Dato il proprio peso economico e geo-politico, la Germania ha tuttavia una dose di responsabilità in più. Speriamo che il nuovo governo di Berlino sappia esercitare questa responsabilità con maggiore convinzione ed efficacia.

http://www.euvisions.eu

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 8 gennaio 2017

 

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I valori nei bilanci dell’Unione europea

Nel 2018 entreranno nel vivo i negoziati per il periodo 2021-2026. La Commissione proporrà un sostanzioso incremento dei contributi, anche per compensare la perdita di 10 miliardi annui causata dalla Brexit

Non ditemi quali sono i valori a cui vi ispirate. Fatemi vedere il vostro bilancio e capirò subito quali sono. Così  diceva spesso Joe Biden (il vice di Obama)  ai suoi interlocutori con responsabilità di governo. Seppur modesto, anche la UE ha un proprio bilancio che finanzia molte iniziative in campo economico e sociale. L’ammontare delle risorse e i loro impieghi vengono definiti ogni anno entro un “quadro finanziario pluriennale”.  Nel 2018 entreranno nel vivo i negoziati per il quadro  2021-2026.  La Commissione proporrà un sostanzioso incremento dei contributi, anche per compensare la perdita di 10 miliardi annui  causata dalla Brexit. I Paesi “forti” del centro-nord  sono però ostili al cambiamento e soprattutto a ciò che la Germania chiama con sprezzo Transfer Union, ossia un bilancio a orientamento redistributivo.  Ai nastri di partenza si prepara uno  scontro fra interessi contrapposti.  Se adottiamo il punto di vista di Joe Biden, non sembra  proprio che i valori della coesione e della solidarietà  stiano giocando un qualche riconoscibile ruolo.

Questa assenza costituisce un doppio tradimento.  Nei confronti dei Trattati, innanzitutto, in particolare quello di Lisbona (2009), il quale include coesione e solidarietà fra i principi fondanti dell’Unione. Ma anche tradimento rispetto alla vocazione storica del bilancio comunitario, nato e cresciuto per attuare concretamente quei principi.  Certo, nel corso del tempo si è sempre rispettato il criterio del giusto ritorno:  ciascun paese membro deve derivare – nel medio e lungo periodo-  benefici  tangibili dall’integrazione, anche tramite la  “cassa finanziaria comune” .  Dopo l’ingresso di Irlanda, Grecia, Spagna e Portogallo il bilancio UE si è gradualmente orientato verso l’”accompagnamento”, tramite misure volte a sostenere paesi e regioni  più deboli e  contrastare i rischi di marginalizzazione e svantaggio direttamente connessi al mercato comune (e oggi alla moneta unica).

La memoria storica si sta purtroppo estinguendo; giova perciò ricordare alcune voci della prima e seconda generazione di padri fondatori. Il tedesco Walter Hallstein,  primo Presidente della CEE (1958-1967), disse chiaramente che il bilancio doveva aiutare la convergenza e insieme promuovere sentimenti di solidarietà fra i popoli.  Quando negli anni Settanta si iniziò a parlare di Unione Economica e Monetaria, l’influente Rapporto Werner, commissionato da Bruxelles, mise in guardia contro la minaccia di distorsioni economiche e sociali, potenzialmente rovinose per la legittimità politica. Secondo il successivo Rapporto Thompson, che preparò il terreno per il Fondo europeo di sviluppo regionale,  il binomio crescita- coesione era un “imperativo umano e morale”, senza il quale si sarebbero generate frustrazioni e disincanto fra gli elettori. Parole davvero profetiche.  Nel 1977, il Rapporto McDougall avanzò a sua volta  proposte  rivoluzionarie:  un bilancio minimo del 5-7% del PIL totale, un fondo europeo contro la disoccupazione e gli shock asimmetrici, uno schema di redistribuzione cross-nazionale dai Paesi più ricchi (e più avvantaggiati dall’unificazione) a quelli più poveri.  Delors cercò di dare tutta la sostanza possibile a queste intuizioni. Convinto sostenitore del mercato unico, riteneva essenziale accompagnarlo con una dimensione sociale. Ben conoscendo le resistenze dei paesi più forti, cercò di aggirare i governi nazionali istituendo legami diretti con le regioni (ma su questo fu successivamente sconfitto).

Da Maastricht in avanti la UE ha manifestato un vero e proprio sdoppiamento di personalità.  I valori dei padri fondatori hanno infarcito i preamboli dei vari Trattati, ma le politiche concrete di Bruxelles hanno proceduto in direzione opposta: condizionalità sempre più stringente nei trasferimenti di bilancio, responsabilità essenzialmente nazionali, “compiti a casa”. La disciplina fiscale e le riforme strutturali sono ovviamente importanti.  Ma sono anche politicamente divisive e a volte economicamente paradossali. Durante la crisi, ai paesi indebitati è stato ad esempio limitato o addirittura negato l’accesso ai fondi strutturali,  aggravando così i problemi economici.

Jacques Delors considerava la contrapposizione fra Paesi contribuenti e riceventi, creditori e debitori, “santi e “peccatori” l’esempio emblematico della non Europe. Purtroppo è quello che è successo durante l’ultimo decennio. Un altro politico  francese sta ora cercando di contrastare questa spirale disgregativa. Nel suo discorso di fine anno, Emmanuel Macron ha lanciato un appello per recuperare le ambizioni europee, non solo sul terreno economico, ma anche su quello della democrazia e della solidarietà.  Parole che oggi suonano innovative e controcorrente. Ma che non sono poi così diverse da quelle più volte ribadite dal nostro Antonio Giolitti, che fu Commissario europeo fra il 1977 e il 1985: se abbandoniamo a se stessa la dimensione della solidarietà, non avremo mai un’Europa unita.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 4 gennaio 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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