Archivi del mese: novembre 2014

I criteri inaccessibili del giudizio dell’Ue

Deficit democratici i parametri adottati dall’Unione per il giudizio sulla nostra legge di stabilità sono poco trasparenti e privi di controllo da parte dei cittadini serve un nuovo compromesso tra tecnica e politica.

23 ottobre 2014

Pericolo scampato, almeno per ora. Dando ascolto alle argomentazioni del ministro dell?Economia Pier Carlo Padoan, l’Unione europea ha dato il via libera alla legge di stabilità. Almeno fino alla verifica del prossimo marzo, non dovremo fare ulteriori sacrifici sul fronte del deficit. Il confronto tra Roma e Bruxelles sui saldi di bilancio merita però alcune riflessioni generali sugli equilibri tra «tecnica» e politica in Europa. L?elemento chiave usato dalla Commissione per valutare i conti dei Paesi membri si chiama «deficit strutturale». In parole povere, è il saldo fra entrate e uscite pubbliche, corretto in modo da tenere conto della recessione. Per calcolarlo, la Commissione impiega metodi sofisticati, che includono la stima del «prodotto potenziale», ossia quello che l?economia italiana potrebbe generare se non ci fosse la crisi. Si tratta di un artefatto statistico. Un prodotto che non esiste non può essere osservato: è una specie di «fantasma», la cui grandezza dipende da chi lo disegna. Il metodo della Commissione è condiviso da molti esperti. Ma non da tutti (si veda in proposito il dibattito su Lavoce.info). Nei giorni scorsi Padoan ha fatto un?affermazione alquanto clamorosa: se invece del metodo Ue usassimo quello dell?Ocse, oggi l?Italia sarebbe addirittura in avanzo strutturale. Potremmo così disporre di risorse aggiuntive da destinare a lavoro e crescita. La stessa Banca centrale europea ha espresso dubbi sui metodi di stima attualmente in uso.Chi ha deciso questi metodi? Visto che i saldi di bilancio dei Paesi membri possono cambiare di svariati miliardi all?anno a seconda delle formule di calcolo, la domanda non è certo peregrina. Pur di natura tecnica, decisioni così rilevanti non possono essere prive di una qualche legittimazione democratica. Dovrebbero in altre parole essere il frutto di procedure riconducibili, in ultima analisi, ai canali della rappresentanza popolare. Se si prova a ricostruire la cosiddetta «base legale» su cui poggia la scelta dei metodi, ci si perde tuttavia in un labirinto di norme legislative e regolamenti. In un pomeriggio di ricerche, chi scrive non è riuscito a trovare il bandolo della matassa.L?impressione è che la formula di calcolo utilizzata dalla Commissione sia stata elaborata da gruppi ristretti di funzionari ed esperti. L?autorizzazione «democratica» è provenuta da una delega ex ante o da una ratifica ex post da parte del Consiglio. C?è però da chiedersi: scelte così delicate e, alla fine, discrezionali possono essere assunte ed applicate in sedi pressoché inaccessibili all?opinione pubblica? Quando sono in gioco le opportunità di vita di milioni di cittadini è giusto che le istituzioni rappresentative firmino deleghe in bianco o approvino a scatola chiusa? Che rinuncino al diritto di essere «tenute in conto» dai tecnici, di «chiedere conto» delle loro decisioni, «per conto» dei propri elettori? L?Unione europea sta perdendo il sostegno popolare anche per questa abdicazione. Forse è ora che la democrazia entri nelle torri d?avorio di Bruxelles e fronteggi i molti fantasmi che le abitano. Matteo Renzi ha esagerato a prendersela con «la banda di burocrati europei». Ma ha fatto bene a chiedere maggiore trasparenza e ad insistere per una definizione condivisa, ma politica , di cosa vuol dire «flessibilità» nell’applicazione delle regole fiscali. Certo, la politica può fare danni. Ma la tecnica non è depositaria di verità assolute, né di metodi infallibili. Le sue diagnosi poggiano sempre su qualche premessa discrezionale e proprio per questo anche le sue ricette possono risultare inefficaci e perfino causare effetti perversi: ad esempio impedire la ripresa economica per un eccesso di austerità. Solo un nuovo compromesso fra politica e tecnica può oggi salvare l?Ue. Soprattutto se ci si propone (come sarebbe auspicabile) di trasferire a Bruxelles maggiori quote di sovranità. L?Europa ha un disperato bisogno di crescita e lavoro. Ma se vuole riavvicinarsi ai cittadini e combattere i populismi, deve essere in grado di darsi un «senso», una missione legittimante. La posta in gioco è altissima e la soluzione non può che venire dalla politica: una politica lungimirante, consigliata da una tecnica consapevole dei propri limiti.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 23 novembre (p.24)

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La missione incompiuta di Matteo Renzi sul Jobs Act

E dopo l’approvazione del provvedimento la battaglia sarà sul campo
15 novembre 2014

La bufera sull’articolo 18 si sta finalmente placando. Il compromesso raggiunto sui licenziamenti disciplinari è ragionevole. Ora è bene concentrarsi sui punti davvero decisivi per il Jobs Act. La riscrittura del codice del lavoro, in primo luogo, al fine di semplificare l’attuale giungla di norme e favorire rapporti di lavoro più stabili. Secondo: la riforma degli ammortizzatori sociali. Rispetto al sistema attuale, servono molte “aggiunte” per tutelare adeguatamente tutti i disoccupati. Ma bisogna anche sfrondare (e di molto) la cassa integrazione, a cominciare da quella in deroga, che è diventata un carrozzone iniquo, inefficace e mangiasoldi. Infine, occorre unarivoluzione delle politiche attive, ossia i servizi per la ricollocazione di chi perde il lavoro.

I critici del Jobs Act chiedono che il governo stanzi più risorse con la legge di stabilità. La richiesta è sensata, manessuno sembra preoccuparsi delle questioni progettuali e organizzative, che sono forse più importanti. Nella tradizione italiana, riformare significa cambiare le norme e, quasi sempre, spendere più soldi. Senza un disegno coerente, incentivi efficienti, capacità organizzative e di attuazione non si va però da nessuna parte. Il governo ha incaricato un gruppo di esperti di pensare concretamente a questi aspetti. Era ora, è il caso di dire.

Per la riuscita del Jobs Act la gestione della “condizionalità” (il collegamento tra la fruizione dei sussidi e la disponibilità al lavoro) o la creazione di un’Agenzia nazionale del lavoro, che superi la frammentazione regionale e governi in modo intelligente l’incontro fra domanda e offerta, conteranno molto di più delle regole sui licenziamenti. Non s’illuda Matteo Renzi di poter dire “missione compiuta” dopo l’approvazione della legge delega o dei decreti delegati. La vera battaglia (quella sul campo) comincerà dopo. E non sarà una passeggiata.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 15 novembre (p.24)

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Social innovation beyond the State. Italy’s Secondo Welfare in a European perspective

04 novembre 2014

Percorsi di secondo welfare, in collaborazione con il Centro Einaudi, presenta il nuovo working paper della collana 2WEL dal titolo “Social innovation beyond the State. Italy’s Secondo Welfare in a European perspective”. L’elaborato è stato realizzato in occasione della Conferenza internazionale “Promuovere l’innovazione per il progresso sociale: Proposte per le politiche europee“, organizzata dal III Gruppo “Attività diverse” del Comitato Economico e Sociale Europeo in collaborazione con la Fondazione Cariplo e con il Forum Ania Consumatori, per inquadrare il ruolo del secondo welfare all’interno della prospettiva europea. Diversi elementi contenuti all’interno del presente working paper sono stati ripresi nella Milan Declaration, con cui il CESE ha lanciato una concreta proposta di riforma delle politiche sociali europee del futuro.

Gli autori

Maurizio Ferrera è professore di Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano ed è attualmente membro del Consiglio di Amministrazione del Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi di Torino. Ha inoltre partecpiato a diverse Commissioni di consulenza a livello nazionale e comunitario ed è componente di numerosi comitati editoriali di riviste accademiche. I suoi principali campi di ricerca sono la politica comparata e l’analisi delle politiche pubbliche, con particolare riferimento alle problematiche dello stato sociale e dell’integrazione europe. Con M. Rhodes cura la collana “Routledge/EUI Studies in the Political Economy of the Welfare State”. Nel 2013 l’European Research Council gli ha assegnato l’Advanced Grant quinquennale per il progetto di ricerca “Reconciling Economic and Social Europe: Ideas, Values and Consensus” (REScEU).

Franca Maino è ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano e direttrice del Laboratorio “Percorsi di secondo welfare”. E’ membro del comitato di redazione di importanti riviste quali “Rivista Italiana di Politiche Pubbliche” e “Stato e Mercato”. E’ componente del comitato scientifico della Fondazione Welfare Ambrosiano e di AssoPrevidenza. I suoi principali campi di ricerca sono il welfare state e la politica sociale comparata con particolare riferimento alla politica sanitaria, alla politica scolastica, ai processi di decentramento e regionalizzazione, alle riforme della pubblica amministrazione. Recentemente ha partecipato al progetto “Combating Poverty in Europe” (COPE) realizzato nell’ambito del 7° Programma Quadro dell’Unione Europea. Nel 2013 con M. Ferrera ha curato il Primo Rapporto sul Secondo Welfare in Italia.

Abstract

Da almeno due decenni i Paesi europei stanno cercando di riformare i propri modelli sociali, basati su strutture demografiche e socio-economiche ormai obsolete e superate. La coerenza tra le ambizioni programmatiche e la realizzazione di questi cambiamenti sostanziali, tuttavia, non è di facile interpretazione. Le riforme introdotte a livello nazionale, che si sono principalmente concentrate sull’implementazione di grandi programmi di protezione sociale, non appaiono infatti in grado di affrontare le numerose trasformazioni sociali in atto. Al fine di cogliere l’ampiezza e la natura del cambiamento, risulta quindi necessario andare oltre il perimetro del settore pubblico, indirizzando l’attenzione verso gli sviluppi che stanno interessando il mercato e la società civile, ed in particolare quelle nuove forme di intreccio, collaborazione e sinergia che stanno riguardando queste due sfere (cui, sempre più spesso, si aggiunge anche il settore pubblico) nell’ambito delle politiche di welfare. Per indicare l’insieme delle esperienze di welfare non-pubblico sviluppatesi negli ultimi dieci anni, nel dibattito italiano è stato recentemente coniato il termine “secondo welfare”, che senza dubbio presenta più di un legame con la discussione sul futuro delle politiche sociali a livello europeo. Il working paper si concentra sulle forme “poco visibili” di innovazione sociale e sui progetti e iniziative di secondo welfare in atto, descrivendo alcuni risultati recenti raggiunti in tale ambito. Dopo aver individuato il quadro generale di riferimento attraverso definizioni analitiche e chiarimenti intorno al concetto di secondo welfare, saranno illustrate alcune dinamiche emergenti in diversi Paesi europei. Nella seconda parte verrà quindi approfondito il dibattito e lo sviluppo di alcune iniziative nel contesto italiano, in particolare attraverso la descrizione di esperienze implementate in Lombardia nell’ambito della conciliazione famiglia-lavoro. Nella parte finale sarà delineato un primo bilancio sul ruolo del secondo welfare nel quadro italiano, indicando trend, rischi e opportunità del modello, che potenzialmente possono essere di grande interesse anche per gli altri Paesi UE.

Questo articolo è apparso su www.secondowelfare.it il 4 novembre 2014

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Legge di Stabilità, le virtù e i difetti nascosti

Meno pressione fiscale su imprese e famiglie per generare investimenti, consumi e posti di lavoro. Ma non mancano le ombre.
18 ottobre 2014

Nella bozza inviata a Bruxelles, la Legge di Stabilità è presentata come strumento «per la crescita»: meno pressione fiscale su imprese e famiglie e dunque – si spera – più investimenti, consumi e posti di lavoro. Le cifre confermano che stavolta l’impegno del governo è significativo: 36 miliardi fra entrate ed uscite. L’Irap e i contributi sociali per i neo-assunti (a tempo indeterminato) scenderanno. Il bonus di 80 euro sarà confermato, mantenendo le promesse fatte a maggio. I lavoratori che lo vorranno potranno attingere da subito a una quota del Tfr. Per la prima volta, poi, si concede un po’ di respiro fiscale a quel milione circa di «partite Iva» senza le quali interi settori produttivi sarebbero già scomparsi. Non sono previsti tagli diretti alla spesa sociale. Anzi, ci saranno risorse aggiuntive per gli ammortizzatori, la famiglia e la scuola. Qui l’intento è virtuoso, ma tutto dipenderà da come i soldi verranno spesi. Colpisce l’inadeguatezza dei fondi destinati al contrasto alla povertà, nonostante le esortazioni a fare di più su questo fronte ricevute a giugno proprio dalla Ue.

Le coperture sono il punto più debole della manovra. Non solo (e forse non tanto) per gli 11 miliardi di maggior deficit, ma per l’aleatorietà di molti dei tagli previsti. Quella spending review che doveva dare inizio ad una incisiva razionalizzazione dell’intero settore pubblico ha partorito una covata di sfuggenti topolini. Ci sono alcuni tagli lineari, una gran quantità di microriduzioni, blocco generalizzato dei contratti nel pubblico impiego, tetti a Regioni ed Enti locali (sui quali si sta originando una spirale di polemiche: come spesso succede, la verità sta nel mezzo).Sicuramente la scure eliminerà varie spese inutili. Non c’è però stata una svolta nell’individuazione di inefficienze e sprechi, andando alla radice dei problemi. Inoltre molti dei provvedimenti di riduzione della spesa non saranno immediatamente esecutivi. Come al solito, richiederanno quella catena di misure attuative e «concerti fra ministeri» che hanno già affossato molte passate riforme.

Come reagirà l’Unione europea? Non è da escludere che la Commissione s’impunti (a questo punto assurdamente) su una questione di decimali. È possibile però che le perplessità Ue siano legate più alla bassa credibilità delle politiche italiane che ai livelli di deficit e debito. Senza nulla togliere alle capacità del ministro Padoan, fra lo smilzo documento in inglese presentato a Bruxelles e la disordinata bozza in italiano uscita dal Consiglio dei ministri c’è un divario preoccupante. I documenti degli altri Paesi sono molto più ricchi di dettagli e valutazioni, i loro impegni risultano così più affidabili. Sul versante della «serietà», Matteo Renzi ha ancora molto lavoro da fare. Non solo per convincere l’Europa a concedere maggiore flessibilità, ma anche per garantire ai cittadini effettività ed efficacia dell’azione di governo. Condizione necessaria affinché le norme di legge abbiano un qualche impatto sulla realtà, nella direzione auspicata.

Questo articolo è apparso su www.secondowelfare.it il 18 ottobre 2014

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La rivincita dei mestieri, frutto felice della crisi

Iniziative volte a insegnare ai giovani mestieri vecchi e nuovi
27 settembre 2014

Sta tornando di moda una parola antica: mestiere. La genealogia è nobile, viene dal latino ministerium, ossia servizio pubblico, ufficio. Dal Medioevo all’età moderna, mestiere significò «esercizio di un’arte». Nella seconda metà del Novecento la parola si è svilita. Il lavoro nobile è diventato «professione», il mestiere un’attività ripetitiva, faticosa. Con la proliferazione dei contratti precari e dei mini jobs, il termine ha però riacquistato credito. Sono nate molte iniziative volte a insegnare ai giovani vecchi e nuovi mestieri, appunto: gelataio, orefice, mobiliere, ma anche webmaster, esperto di social media, operatore grafico.

Una delle esperienze più di successo è quella di Piazza dei Mestieri, a Torino. Si tratta di una Fondazione che offre formazione e percorsi di inserimento nel lavoro, soprattutto ad adolescenti. La «piazza» è sia un luogo reale (al centro di una ex conceria) sia ideale: una modalità di incontro e scambio fra partecipanti. Nelle aule della Fondazione negli ultimi 10 anni sono passati più o meno 3.000 ragazzi e ragazze (per la metà provenienti da famiglie disagiate). Dopo il corso, l’85% ha ottenuto un inserimento lavorativo immediato.

Dal 2011 Piazza dei Mestieri ha aperto una sede a Catania, che ha già coinvolto 400 giovani. La settimana prossima a Torino la Fondazione celebra il proprio decennale: ne ha senz’altro ragione. Iniziative simili stanno diffondendosi anche nell’istruzione superiore. In Brianza ha aperto una scuola di specializzazione per il settore legno-arredo. A Pollenzo si allevano chef di eccellenza mondiale. Il rafforzamento della formazione «di mestiere» è condizione indispensabile per risolvere il dramma della disoccupazione giovanile. E si tratta di una sfida per tutti: governo, imprese, sindacati e organizzazioni della società civile.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 27 settembre

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Il semaforo ideologico

Superare le ideologie per una vera riforma del lavoro
21 settembre 2014

Le riforme vanno fatte osservando i problemi concreti della società e non i semafori delle ideologie. E in politica chi strilla di più non merita necessariamente di ricevere maggiore attenzione. Queste celebri affermazioni di Tony Blair forniscono un’utile bussola per valutare ciò che sta accadendo in Italia sul fronte del lavoro.

Giovedì scorso il Senato ha approvato in Commissione il disegno di legge delega noto come Jobs act . Gli obiettivi sono molteplici e ambiziosi: estensione e rafforzamento degli ammortizzatori sociali e delle politiche per l’impiego, misure per l’occupazione femminile e la conciliazione vita-lavoro, semplificazioni di norme e adempimenti, anche al fine di attirare investimenti esteri. Il testo contiene inoltre una delega al governo per introdurre un nuovo «contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti» che superi l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Su quest’ultimo punto si è scatenata l’opposizione dei sindacati, Cgil in testa, e di una parte del Pd. In base a un riflesso quasi automatico, il semaforo ideologico della vecchia sinistra ha subito acceso la luce rossa. L’idea di ricalibrare le tutele per i nuovi assunti (senza toccare, si badi bene, i contratti in essere) è stata bollata come un inaccettabile attacco ai diritti fondamentali e alla stessa dignità dei lavoratori. I sistemi europei che non prevedono il reintegro in caso di licenziamento sono forse delle giungle?

Tutti hanno ovviamente il diritto di esprimere (anche «strillando») la propria opinione. Per chi è interessato alle buone riforme, la domanda da porre è però molto semplice: il Jobs act affronta in modo serio i problemi concreti dell’economia e della società italiana di oggi? E fornisce risposte promettenti?

Com’è tristemente noto, il dramma del nostro mercato del lavoro riguarda soprattutto i giovani: due milioni e 300 mila senza occupazione e altrettanti «precari». Su cento fortunati che trovano un lavoro subordinato, meno di 50 hanno un contratto a tempo indeterminato: in Francia e Germania sono più di 60, nei Paesi nordici e in Gran Bretagna (dove ha governato la Thatcher) sono più di 70. La stragrande maggioranza del mondo giovanile non conosce né l’articolo 18 né la cassa integrazione. I contratti atipici hanno scarsissime tutele in caso di mancato rinnovo e conseguente disoccupazione. Meno di un quarto di chi ha un lavoro dipendente riceve formazione professionale: in Germania e in Gran Bretagna almeno la metà, in Danimarca il 75%. Non v’è da stupirsi se i sondaggi internazionali rivelano che i nostri giovani (soprattutto le donne) sono i più insicuri, i più scoraggiati e pessimisti rispetto alle chance di carriera, i più angosciati dal timore di perdere il posto e non trovarne un altro.
È a questi problemi concreti che guarda il Jobs act , con un duplice intento.

Da un lato, fare in modo che le imprese tornino ad assumere con contratti «buoni», a tempo indeterminato, investendo sulla formazione dei giovani. Dall’altro lato, assicurare a tutti un pacchetto di sostegni in denaro e in servizi per far fronte agli eventuali periodi di disoccupazione. La sequenza virtuosa su cui scommette il Jobs act è questa: con un sistema di regole più semplici e flessibili, le imprese assumeranno di più, e con contratti molto più stabili di quelli attuali. Le tutele saranno estese e rafforzate, ma in forme compatibili con la flessibilità, anche in uscita: non riguarderanno più il singolo posto di lavoro, bensì la transizione da un posto ad un altro, come avviene in tutti i Paesi Ue. Se la sequenza si attiva, la riforma contribuirà a risolvere il problema economico-sociale più drammatico che il nostro Paese si trova ad affrontare dopo la ricostruzione post-bellica e la crisi degli anni Settanta.

Il Jobs act che andrà preso in votazione al Senato è lungi dall’essere perfetto. Per superare l’articolo 18 basta una norma, mentre per allargare le tutele occorre un lavoro difficile e paziente di progettazione istituzionale, finanziaria, organizzativa. Una sinistra pragmatica e responsabile incalzerebbe il governo su questo fronte, invece di arroccarsi a difesa dello status quo. D’altro canto, un mondo imprenditoriale che ha molto da guadagnare dalla riforma potrebbe ben dare qualche segnale positivo: ad esempio confermando pubblicamente che la scommessa del Jobs act non è un azzardo, che le imprese sono pronte a fare la loro parte.

Ci aspettano settimane di turbolenza politica e sociale. Il governo ascolti tutti, anche chi strilla, e non esasperi lo scontro. Ma vada avanti per la sua strada: il semaforo che conta è quello delle buone soluzioni ai problemi reali degli italiani, non quello delle vecchie sirene ideologiche.

Questo articolo è stato pubblicato su Il Corriere della Sera del 21 settembre 2014

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Un fondo UE contro la disoccupazione giovanile

L’idea di Peter Hartz per riformare il mercato del lavoro europeo: un servizio per l’impiego che promuova la mobilità transfrontaliera dei giovani
12 settembre 2014

Una figura di peso è ricomparsa sulla scena politica tedesca. Si tratta di Peter Hartz, l’ex dirigente della Volkswagen che ispirò le riforme del mercato del lavoro adottate fra il 2003 e il 2005. Negli ultimi mesi, Herr Hartz ha espresso valutazioni critiche circa il miracolo occupazionale della Germania e si è detto addirittura «indignato» di come l’Unione europea (non) stia reagendo al dramma della disoccupazione giovanile. Giudizi che non collimano certo con le posizioni di Angela Merkel. Per la Cancelliera, infatti, il mercato del lavoro è competenza dei governi: sono loro a dover fare i «compiti a casa», possibilmente imitando la Germania.

Hartz riconosce che l’occupazione tedesca è molto cresciuta nell’ultimo decennio e che «un lavoro qualsiasi è meglio della disoccupazione». Ma non gli piace il dualismo che si è creato fra garantiti e precari e non va per nulla fiero dei tanto decantati minijobs . Nel 2002 la Commissione da lui stesso presieduta aveva messo in guardia contro questo scenario, proponendo un salario minimo di 7,5 euro l’ora e un reddito garantito di 500 euro mensili per i senza lavoro. Tali misure avrebbero arginato, appunto, la proliferazione di lavori mal pagati e poco qualificati, nonché l’aumento di povertà e diseguaglianza. Ci sono voluti più di dieci anni perché il governo federale introducesse (nel luglio scorso) il salario minimo. E non è detto che questa riforma riesca ora a contrastare squilibri ormai consolidati nel mercato del lavoro.

Sull’Europa il signor Hartz avanza una proposta molto interessante: l’istituzione di una sorta di servizio «comune» per l’impiego, volto a promuovere la mobilità transfrontaliera dei giovani. Due gli strumenti previsti. Da un lato un sistema omogeneo e unificato di «diagnosi dei talenti», capace di monitorare attitudini e competenze. Dall’altro lato un «radar per l’impiego», che censisca i posti disponibili entro l’intero perimetro europeo e segnali tutte le occasioni e tutti i contesti in cui è vantaggioso fare (piccola) impresa. Il servizio sarebbe coordinato dall’Ue, con un meccanismo di franchising per l’apertura di centri del lavoro a livello locale. Gli incentivi dovrebbero essere congegnati in modo che i partecipanti mantengano i legami con la regione di origine, per evitare fughe permanenti di cervelli. I giovani non diventerebbero espatriati permanenti, ma «euro-patriati» per un periodo limitato.

Un simile schema costerebbe caro: circa 30 mila euro per partecipante. I giovani disoccupati nella Ue sono più di 5 milioni. Anche se, per cominciare, fosse interessato solo il 10%, si tratterebbe comunque di una somma pari a 15 miliardi. È proprio su questo fronte che Hartz diventa ambizioso. A finanziare dovrebbe essere la Ue. La proposta è quella di istituire un fondo che emetta «titoli formativi», alimentato da investimenti dei Paesi membri ma anche di istituzioni private e imprese. L’Unione non è pronta, ammette Hartz, per mutualizzare i debiti pubblici nazionali. Ma una cosa la può fare subito: stabilire che questo tipo di investimenti siano scorporati dal computo del deficit di bilancio. La famosa «flessibilità», insomma, declinata al servizio degli under 25.

Per risolvere il dramma della disoccupazione servono idee, risorse e decisioni politiche. Herr Hartz ci metterebbe le idee (ha già avviato uno schema sperimentale nella Saar). L’Unione europea faciliterebbe il reperimento delle risorse. Manca però la decisione politica. E quest’ultima presuppone la disponibilità tedesca: si ritorna sempre lì. Negli ultimi mesi, il governo di Berlino ha stoppato con un secco no la proposta di istituire un programma Ue per co-finanziare gli ammortizzatori sociali nazionali. Lungi dal considerare la disoccupazione giovanile come una sfida comune (in quanto in parte connessa al funzionamento dell’Unione monetaria), la Cancelliera non perde occasione di ribadire il suo Nein a qualsiasi forma di «socializzazione» dei rischi fra Paesi.Usque tandem?, è il caso di chiedere. La pazienza dei giovani europei si sta esaurendo, senza decisioni sagge e lungimiranti l’Europa rischia di morire.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 12 settembre

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Minijob e servizi all’impiego, il modello tedesco

Luci e ombre delle riforme Hartz, che hanno cambiato il volto del lavoro in Germania. Quali spunti per l’Italia?
03 settembre 2014

La riforma del mercato del lavoro deve ispirarsi al modello tedesco. Così ha detto il 1° settembre Matteo Renzi, allineandosi a molte autorevoli voci italiane ed europee. Per i non addetti ai lavori sorgono spontanee due domande: perché dobbiamo imitare proprio la Germania? E in che cosa, esattamente? Rispetto all’Italia, la performance occupazionale tedesca è di gran lunga più brillante. A fine luglio il tasso di disoccupazione era al 4,9%, di contro al 12,6% in Italia. Nel caso dei giovani, il divario diventa impressionante: circa 8% in Germania, più del 42% in Italia. Lo stesso vale per l’occupazione femminile: 72% contro il 50%. I livelli odierni sono stati conquistati passo dopo passo dalla Germania nel corso dell’ultimo decennio, a dispetto della crisi.

Nel 2003 la prima economia Ue era considerata il grande malato d’Europa, con tassi di disoccupazione persino più alti di quelli italiani. Il modello tedesco si presta a essere un punto di riferimento proprio per la sua capacità di creare posti di lavoro, anche in tempi difficilissimi. A che cosa è dovuto questo «miracolo»? La risposta più comune, anche a Berlino, è questa: il merito è delle cosiddette riforme Hartz, introdotte dal Cancelliere socialdemocratico Schröder fra il 2003 e il 2005. Si è trattato di quattro diversi pacchetti legislativi che hanno ridotto la generosità delle prestazioni pubbliche, riorganizzato i servizi per l’impiego, introdotto nuove tipologie di lavoro flessibile e di sussidi ai bassi salari. Secondo molti esperti, le riforme Hartz sono però solo una parte della verità, e forse non la più importante.

Il successo è soprattutto figlio della moderazione salariale negoziata fra imprese e sindacati, grazie al peculiare sistema tedesco di relazioni industriali. Hanno inoltre svolto un ruolo di primo piano la stabilità dell’euro e la disponibilità di credito a buon mercato: entrambi hanno permesso alle imprese di rimanere competitive. In poche parole, l’Unione economica e monetaria ha fatto molto bene alla Germania.

Va inoltre detto che le riforme Hartz hanno dato luogo a luci e ombre. Moltissimi giovani, donne e ultracinquantenni sono ad esempio intrappolati nei cosiddetti minijobs: lavori part time pagati 400 euro al mese (anche se spesso integrati da trasferimenti pubblici, che consentono di raggiungere i 1.000 euro). Questo spiega perché, pur essendo ritenute responsabili del miracolo, le riforme Hartz siano a tutt’oggi molto impopolari fra l’opinione pubblica, criticate soprattutto da quel partito socialdemocratico che dieci anni fa incaricò un consigliere d’amministrazione della Volkswagen (Peter Hartz, appunto) di presiedere una Commissione tecnica per le riforme.

Se teniamo conto del quadro completo, quale lezione può l’Italia trarre dall’esperienza tedesca? Alcuni fattori che hanno giocato un ruolo positivo in Germania da noi remano contro. La stabilità dell’euro è un bene per il sistema Italia, ma erode i margini delle nostre imprese e la loro propensione ad assumere. Lo spread ha alzato il costo del credito, penalizzandoci fortemente negli ultimi ani. Queste dinamiche andrebbero ricordate oggi al governo tedesco per contrastarne la filosofia dei «compiti a casa»: non tutto dipende dalle riforme interne. Nella misura in cui queste ultime possono fare la differenza, la lezione tedesca non è né chiara né univoca. Non si può fare «copia e incolla», occorre approfondire i dettagli delle riforme Hartz per individuarne i lati davvero positivi.

In base alle ricerche disponibili, le misure più virtuose sembrano essere state: la riforma dei servizi per l’impiego(compresi i voucher) e il potenziamento della formazione professionale; i sussidi per l’auto-impiego; alcuni aspetti (non tutti) dei contratti «mini» e «midi» (fino a 600 euro). Se c’è uno staff tecnico nel governo Renzi che sta riflettendo sul Jobs Act, farebbe bene a concentrarsi soprattutto su questi elementi. Resta il terzo fattore di successo sopra menzionato: le relazioni industriali e la contrattazione salariale. Su questo fronte la Germania ha davvero molto da insegnare. Ma ad apprendere non può essere solo il governo. Occorrono l’interesse e la disponibilità delle parti sociali: entrambe. E qui, a dire il vero, i segnali di cambiamento sono molto pochi, anche sul piano della capacità di analisi e della definizione di priorità strategiche.

Questo articolo è apparso su www.secondowelfare.it il 3 settembre 2014

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Le buone regole per favorire le assunzioni

Sempre più acceso il dibattito sulla riforma del lavoro
13 agosto 2014

Per la politica italiana, agosto è sempre stato il mese delle dichiarazioni a effetto e dei ballons d’essai sui temi più controversi. Non stupiscono dunque né la recente proposta di Angelino Alfano sull’abolizione dell’articolo 18 «entro la fine d’agosto», né la lapidaria risposta di Marianna Madia, secondo cui l’art. 18 «non è un problema». Matteo Renzi sta gettando acqua sul fuoco. Anche per il presidente del Consiglio non è il caso di aprire una simile discussione. Ma le regole vanno senz’altro cambiate, con un intervento di più ampia portata che magari porti a «riscrivere l’intero Statuto dei lavoratori».

Tra le righe di questi diverbi estivi, apparentemente innocui, si nasconde un problema serio: il governo sta incontrando grandi difficoltà nel delineare un quadro di riferimento chiaro e dettagliato sulla riforma del lavoro, compresa l’inevitabile questione dei rapporti contrattuali e della flessibilità in uscita. Senza un tale quadro, a settembre si rischiano pericolose tensioni politiche.Non tutti lo ricordano, ma l’articolo 18 ha già subito dei ritocchi con la riforma Fornero del 2012. In caso di controversie sul licenziamento, il datore di lavoro e il dipendente possono ora avviare una procedura di «conciliazione» e accordarsi su una indennità monetaria, che varia in base all’anzianità di servizio. Il ricorso al giudice resta comunque possibile. La riforma ha modificato il «rito» giudiziale, cercando di renderlo più leggero e veloce.

Quale è stato l’effetto di questi ritocchi? Non lo sappiamo. Nel rapporto di monitoraggio dello scorso gennaio, la «valutazione» del nuovo articolo 18 è contenuta in una paginetta (su più di 50), da cui si evince che il numero di conciliazioni avviate è di circa 20 mila. Poche? Tante? In che tipo di imprese? Con quali risultati? Nessun dato, nessuna risposta.
Come si fa a parlare di articolo 18 (nel bene e nel male) senza una base empirica di riferimento? In una recente intervista il ministro del Lavoro Giuliano Poletti (cui spetterebbe il compito di raccogliere informazioni e valutare) ha detto che quell’articolo non è un totem e che, come tutte le norme umane, può essere modificato (una posizione fatta propria nelle ultime ore dallo stesso Renzi).

Senza argomenti e proposte serie, l’immagine del totem però si rinforza, i contrasti si polarizzano in base a principi inconciliabili. Così si va dritti verso quello scenario che si vorrebbe scongiurare. In attesa di valutazioni circostanziate della riforma Fornero, il governo può naturalmente fare molte altre cose in tema di relazioni contrattuali. Le più ragionevoli sono la semplificazione del codice del lavoro e la sperimentazione di nuove forme di assunzione a tempo indeterminato, ispirate alle pratiche virtuose di altri Paesi e rispettose delle norme protettive previste dalla Ue.

Il disegno di legge delega sul lavoro (il cosiddetto Jobs Act) sembrava andare proprio in questa direzione. Sul contratto «a tutele crescenti» (proposto da Pietro Ichino) si è tuttavia aperta una accesa controversia all’interno della maggioranza, che ha bloccato tutto. Cosa intende fare il governo alla riapertura del Parlamento? La domanda è cruciale non solo sul piano dei contenuti, ma anche dei tempi. La previsione è quella di far approvare la legge delega entro dicembre. Poi il governo dovrà predisporre i decreti delegati, superando il vaglio di conformità del Parlamento. Infine ci vorranno i famigerati provvedimenti attuativi.

Con questa scaletta saremo fortunati se la riforma entrerà in vigore fra un anno e mezzo. Solo a quel punto avremo il nuovo codice e potranno avviarsi le sperimentazioni. In tutti i Paesi le riforme contemplano provvedimenti di attuazione. Solo in Italia questo processo richiede tempi biblici (e non è unicamente colpa del bicameralismo). Le regole non «creano» lavoro, siamo d’accordo. Ma alcune facilitano, altre ostacolano le assunzioni (quelle «buone», a tempo indeterminato) da parte delle imprese. Da noi prevalgono le seconde e le conseguenze sono pagate soprattutto dai giovani. Perciò non possiamo aspettare la fine del 2015 per avere la riforma.

Francesco Giavazzi e Alberto Alesina hanno proposto di accelerare drasticamente i tempi, in modo da presentare a Bruxelles i decreti delegati insieme alla legge di stabilità per il 2015 (Corriere, 8 agosto). Credo che sarebbe già un bel risultato approvare entro ottobre la legge delega, magari con una sintesi di ciascun decreto delegato che il governo intende poi varare e un cronoprogramma. A torto o a ragione, gli investitori internazionali si aspettano il superamento del «totem». Se non li convinceremo in tempi rapidi che con il Jobs Act il governo italiano intende cambiare nel profondo tutto il nostro mercato del lavoro (circoscrivendo così anche la portata e la rilevanza dell’articolo 18), dovremo rassegnarci alla recessione. E sarà solo colpa nostra.

Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 13 agosto 2014

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Il gambero delle pensioni

Costi e benefici del decreto 90: ecco perché occorre fare attenzione
31 luglio 2014

La riforma pensionistica Fornero ha avuto due grandi meriti: il contenimento della spesa e l’introduzione di nuove regole uguali per tutti. Il sacrificio chiesto agli italiani è stato elevato. Ma eravamo davvero in una situazione di emergenza finanziaria, peraltro non ancora interamente superata.

La riforma ha subìto nel tempo vari aggiustamenti, soprattutto per risolvere il problema degli esodati. A causa di una sottovalutazione delle loro conseguenze, i nuovi criteri rischiavano di lasciare alcune categorie «senza stipendio e senza pensione». La stragrande maggioranza di questi lavoratori ha dovuto così essere «salvaguardata» con deroghe ad hoc . In un Paese imbevuto di cultura corporativa, la strada delle deroghe è però sempre pericolosa: si sa quando inizia ma non quando finisce.

Il decreto 90 sulla pubblica amministrazione, attualmente in fase di conversione in Parlamento, offre un esempio emblematico di questa sindrome: il testo contiene alcune misure che causeranno ulteriori smottamenti della riforma. Vi è innanzitutto la settima deroga «esodati», che consentirà a 4 mila insegnanti di andare in pensione con le regole pre Fornero, avendo maturato i requisiti previsti («quota 96» sommando età e anzianità contributiva) entro il 2012. Si tratta, si badi bene, di persone che negli ultimi due anni hanno continuato a lavorare con regolare stipendio e che con gli esodati non c’entrano nulla. Tuttavia il loro caso è stato fatto rientrare, per il rotto della cuffia, nella logica delle «salvaguardie». Nell’insieme, i costi delle deroghe sinora approvate lieviteranno a più di 11 miliardi di euro, con comprensibili preoccupazioni da parte del ministero dell’Economia.

Altre norme del decreto riguardano i dipendenti pubblici. Le varie amministrazioni potranno mettere a riposo «d’ufficio» i propri funzionari a partire da 62 anni (con deroghe per professori, medici, magistrati), senza penalizzazioni. L’obiettivo è la cosiddetta staffetta fra generazioni: un funzionario anziano (presumibilmente inefficiente) esce e fa posto a un giovane. Qui siamo lontani mille miglia dalla logica delle salvaguardie. Come tante volte in passato, si stravolgono le regole previdenziali per raggiungere finalità di altra natura, in questo caso il ricambio del personale.

Siamo sicuri che valga la pena imboccare di nuovo la via dei prepensionamenti? L’operazione non è a costo zero: si risparmia lo stipendio del dipendente anziano, ma si deve pagare subito la sua pensione. Anche i guadagni di efficienza sono tutti da dimostrare. Il collocamento a riposo discrezionale rischia di diventare merce di scambio fra amministrazioni e dipendenti, in barba a genuine logiche organizzative e meritocratiche.

La staffetta generazionale è già stata sperimentata in altri Paesi europei e persino in Italia, nel settore privato, con risultati deludenti. Ciò suggerirebbe prudenza, nonché una riflessione dettagliata su costi e benefici. A leggere la documentazione sui siti di governo e Parlamento, si rimane colpiti dall’assenza di una qualsiasi base tecnica che giustifichi il provvedimento. Attenzione: per rincorrere un obiettivo incerto e forse illusorio, rischiamo di minare nel profondo l’architettura della riforma Fornero, compromettendone efficacia finanziaria ed equità distributiva. Meglio pensarci bene.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 31 luglio 

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