Archivi del mese: dicembre 2015

L’Europa può salvarsi se diventa americana

conversazione di Maurizio Ferrera con Glyn Morgan

Dialogo Concorrenza globale, invecchiamento della popolazione, crisi del mondo arabo e migrazioni di massa sono slide che non si possono affrontare su scala nazionale. Chi lo pensa sbaglia tutto

Il filosofo Glyn Morgan: l’Unione deve assicurare prestazioni sociali minime Serve un bilancio federale più elevato

Glyn Morgan è uno dei pochi filosofi americani che si occupano di integrazione europea. In un libro del 2005 che ha fatto molto discutere — The Idea of a European Superstate, Princeton University Press — questo studioso ha sostenuto che se l’Europa vuole davvero rispondere alle nuove sfide globali (e allora l’Isis non c’era ancora) deve trasformarsi in un vero Stato unitario, ispirato agli standard della democrazia e della giustizia. Morgan ama l’Italia ed è spesso in visita al Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, in Piemonte. Proprio al Collegio si è da poco tenuto un convegno internazionale sulla crisi greca, che mi ha consentito di rivedere Glyn e di avere con lui un’interessante conversazione sulla Uè e il suo futuro.

MAURIZIO FERRERA — L’Unione europea è ancora in grave difficoltà. La crisi del debito è stata contenuta, ma non risolta. Molti Paesi si rifiutano di fare la propria parte sul tema dei rifugiati. A dispetto delle dichiarazioni retoriche, il sostegno concreto alla Francia dopo gli attacchi terroristici di novembre è stato molto tiepido. Il Regno Unito minaccia di andarsene. L’economia arranca, crescita e occupazione stentano a ripartire. La sensazione è che a monte di tutti questi problemi ci sia una debolezza di fondo del Vecchio Continente, un’incapacità di decifrare le trasformazioni epocali che stanno avvenendo a livello globale.

GLYN MORGAN — Le sfide da fronteggiare sono in effetti enormi, non hanno paralleli con quelle del passato. Guardiamo all’economia. Viviamo in un’epoca di capitalismo davvero globale, al quale partecipano ormai a pieno titolo anche Paesi come la Cina e l’India. In un processo che l’economista di Harvard Richard Freeman ha chiamato il «Grande Raddoppio», l’offerta globale di lavoro è aumentata da un miliardo e mezzo a quasi tre miliardi di lavoratori. Un numero crescente di aziende e persino intere filiere industriali europee hanno scoperto di non poter più sopravvivere nel nuovo contesto. L’Europa deve trovare il modo di competere in questo nuovo mondo. Ed è costretta a farlo mentre la sua società invecchia e le pressioni sul welfare aumentano. Un sistema sociale «anziano» è meno capace di tollerare cambiamenti e sperimentazioni incisive, ha meno volontà di esplorare nuovi modi di produrre. Consideriamo ad esempio imprese rivoluzionarie come Google, Facebook, Airbnb e Uber: tutte creazioni di giovani americani tra i venti e i trent’anni. Le sfide politiche sono altrettanto gigantesche. Il Nord Africa e il Medio Oriente sono invia di implosione. Stiamo assistendo non solo alla caduta di leader e regimi, ma a una ridefinizione dei confini. Sulla scia di questo ridisegno, è probabile che arrivino al potere forze politiche tutt’altro che appetibili per noi occidentali. Inevitabilmente, un gran numero di persone fuggirà dal caos e dalla violenza e cercherà di entrare in Europa. A meno di non militarizzare i confini e respingere i rifugiati verso una morte certa, le autorità europee non avranno altra scelta che ammetterli. Se l’immigrazione è inevitabile, l’esigenza è quella di trasformare gli immigrati in cittadini leali e produttivi. Questo insieme di sfide farebbe tremare i polsi a qualsiasi sistema di governo. E ancora più ingenuo è pensare che la risposta a simili sfide possa venire a livello nazionale, come pensano gli euroscettici.

MAURIZIO FERRERA — Il populismo e l’antipolitica sono in ascesa un po’ in tutti i Paesi membri, come mostrano da ultimo i casi francese e spagnolo. L’euro e più in generale l’integrazione sono spesso presi di mira come capri espiatori. Non credi che ci sia una relazione fra la rinascita del populismo e del radicalismo e l’assenza di un sistema credibile di rappresentanza a livello Uè? C’è chi parla della trasformazione delle istituzioni sovranazionali (la Commissione in particolare) in una sorta di «econocrazia», del pericolo di un nuovo «autoritarismo liberale» nel cuore dell’Europa, esercitato da tecnici sempre più distanti dai cittadini e senza vincoli di accountability, di responsabilità verso gli elettori…

GLYN MORGAN—Il grande successo dell’Europa è stata l’«incorporazione politica liberale» dei Paesi ex comunisti. Nessun Paese dell’Europa centrale e orientale è scivolato verso forme di autoritarismo neofascista o neocomunista: il liberalismo è riuscito a trionfare. Certo, l’assetto istituzionale Uè pone vincoli alla democrazia nazionale. Ma a me sembra un prezzo relativamente basso da pagare. Consideriamo anche che la Uè lascia le decisioni in aree elettoralmente salienti come le pensioni, il welfare, l’istruzione, l’ordine pubblico, le tasse sul reddito nelle mani dei governi nazionali. È assurdo dipingere l’Europa come un’istituzione non democratica.

MAURIZIO FERRERA — In linea di principio hai ragione. Ma i vincoli sui bilanci pubblici nazionali sono diventati molto stringenti. La Commissione e la Banca centrale sono intervenute in modo molto intrusivo nelle scelte di politica economica e sociale durante la crisi. Pensiamo alle lettere di Jean-Claude Trichet alla Spagna o all’Italia, che contenevano una dettagliata lista di riforme da varare come condizione per il sostegno finanziario. E pensiamo alle vicende greche.

GLYN MORGAN — È vero, i greci amano ritrarre la «troika» come antidemocratica. Nel luglio 2015, i tecnici Uè hanno ottenuto decisioni di austerità dal governo di Atene che sembravano sovvertire la volontà popolare espressa nel referendum. Ma è più corretto interpretare questa dimensione della crisi greca come uno scontro fra democrazie nazionali. Il popolo greco voleva ima cosa; il popolo tedesco (olandese, finlandese, slovacco e così via) ne voleva un’altra. Nessun sistema democratico ben ordinato può permettere a un segmento degli elettori di imporre perdite agli altri.

MAURIZIO FERRERA — Dipende da come si stabilisce chi perde e chi guadagna. Anche gli economisti più ortodossi riconoscono oggi che la Uè ha favorito i creditori a svantaggio dei debitori. Dopo tutto, le banche tedesche avevano prestato soldi alla Grecia per libera scelta, lucrando interessi più elevati rispetto a investimenti alternativi effettuati in Germania. Un’unione monetaria fra economie eterogenee non può funzionare senza una Banca centrale che funga da «prestatore di ultima istanza» e senza una certa quota di «mutualizzazione dei rischi» fra Paesi membri. Per muovere in questa direzione c’è bisogno però di una giustificazione non solo in chiave di necessità economica, ma anche di solidarietà: non sei d’accordo?

GLYN MORGAN — Invece di appellarsi alla solidarietà, un termine abusato che non ha chiaro significato, io preferirei usare un concetto di Alexis de Tocqueville: quello «proprio interesse correttamente inteso». I tedeschi hanno perseguito un proprio interesse definito in termini molto ristretti fin dall’inizio di questa crisi. Il cosiddetto bail out della Grecia nel 2010 è essenzialmente stato, come hai detto tu, un piano di salvataggio delle banche tedesche (olandesi e francesi): alcune sarebbero inevitabilmente fallite, se la Grecia fosse stata inadempiente. La retorica ipocrita dei tedeschi ha avvelenato il dibattito e ha portato a una spirale poco edificante di recriminazioni reciproche tra creditori e debitori. I tedeschi devono convincersi che il loro Paese ha tratto benefici sproporzionati dall’attuale sistema europeo di governance. E devono capire che molti europei percepiscono tale sistema come ingiusto. È nell’interesse di lungo periodo di tutti gli europei (tedeschi e greci, olandesi e italiani) individuare un sistema di governance che consenta chance di prosperità a tutti i popoli. Ho il sospetto che un tale sistema richiederà molta più centralizzazione di quanta ve ne sia al momento. Molta più Bruxelles e molta meno Berlino.

MAURIZIO FERRERA—Ma ciò comporta, come dicevo, l’elaborazione e la condivisione di una qualche concezione di giustizia.

GLYN MORGAN—Vero. Ma non credo che sia auspicabile o fattibile aspettarsi molto in termini di consenso sui dettagli che riguardano le tasse o il welfare. Abbiamo bisogno di accordo solo rispetto a una concezione di giustizia che si limiti a definire il minimo sociale di base. Al di sopra di questo minimo, le diverse regioni dovrebbero essere libere di fissare i propri livelli di tassazione e di welfare. Come negli Stati Uniti, dove il New Hampshire non ha alcuna imposta sul reddito o sulle transazioni commerciali, mentre uno Stato come New York ha imposte elevate in entrambi i casi. Nel corso del tempo, a mano a mano che gli europei diventeranno più mobili dal punto divista geografico, potranno decidere di spostarsi verso la regione che meglio si adatta alle loro preferenze.

MAURIZIO FERRERA — Ma gli Stati Uniti hanno anche un welfare federale (social securìty, tax credits, programmi di assistenza medica e sociale e così via: più del 15% del Pil), nonché un sistema di trasferimenti da Washington ai singoli Stati. Questi due elementi garantiscono un certo grado di solidarietà e redistribuzione sia inter-territoriale sia inter-personale. C’è più mobilità geografica, è vero. Ma il bilancio federale gioca un ruolo importantissimo in termini di stabilizzazione economica e sociale. Il bilancio Uè è meno dell’1% del Pil Uè. Lasciamo perdere le considerazioni di fattibilità politica. Non pensi che in Europa ci dovrebbe essere almeno una conversazione pubblica su questi temi?

GLYN MORGAN—Hai perfettamente ragione sulle differenza tra Uè e Usa. In realtà, non credo che l’Unione europea possa sopravvivere a lungo se non diventa molto più simile agli Stati Uniti. Vista dal punto di vista americano, l’Unione Europea oggi ricorda il sistema di governo basato sugli Articles ofConfederation, che fu in vigore solo per 12 anni prima della Costituzione federale del 1789. Tale sistema si dimostrò troppo decentrato per affrontare le sfide economiche e di sicurezza che l’America doveva fronteggiare. La centralizzazione del potere è sempre pericolosa, il governo federale Usa ha fatto cose terribili nella storia, sia in patria che all’estero. Ma, nonostante ciò, penso che l’Unione europea debba oggi centralizzare. Serve un bilancio federale molto più elevato e molta più redistribuzione tra gli Stati membri. Nel breve, penso ci sia bisogno di un dibattito serio su un sistema di assicurazione contro la disoccupazione a livello europeo. Anche se questo non è all’ordine del giorno, alcuni studiosi hanno iniziato a lavorare su questo tema. Hai citato in precedenza la questione della fattibilità. Un sistema di assicurazione contro la disoccupazione a livello europeo non è attualmente fattibile. Ma se non iniziamo a discuterne, non avremo nulla da offrire nel caso in cui l’attuale crisi si aggravasse. Diciamolo chiaro, nessuno pensa seriamente che la crisi greca sia finita. Entro i prossimi due anni partirà un nuovo ciclo di dibattiti sul futuro dell’Europa. Abbiamo bisogno di piani audaci, radicati in adeguati principi di giustizia.

MAURIZIO FERRERA — E quali principi potrebbero ispirare la politica nei confronti dei rifugiati e degli immigrati in generale? Il loro arrivo (e penso non solo a quelli che provengono dall’Africa o dal Medio Oriente, ma anche a quelli che si spostano dalla Polonia o dalla Romania al Regno Unito) suscita ostilità e risentimento da parte dei nativi. Soprattutto da parte di chi rischia di perdere il posto di lavoro. Per grandi segmenti di popolazione (e di elettorato) la solidarietà si ferma ai confini nazionali, addirittura regionali. C’è un problema politico, ma anche un interrogativo etico: l’ospitalità e l’accoglienza degli «stranieri» sono degli imperativi morali?

GLYN MORGAN — Assolutamente sì. Gli europei devono fare i conti con uno spiacevole fatto: il loro essere nati in società stabili e relativamente benestanti è frutto della sorte. Ciascuno di loro potrebbe essere nato in Ciad o in Niger. Le frontiere chiuse e impermeabili imprigionano le persone in condizioni di povertà. Tra il 1880 e il 1919 gli Stati Uniti accolsero più di 23 milioni di immigrati, molti dei quali italiani. Purtroppo, il dibattito sull’immigrazione in Europa è dominato dai nazionalisti. Tutti coloro che credono nell’uguaglianza naturale fra gli uomini e nella libertà di movimento come diritto fondamentale — due conquiste intellettuali proprio dell’Illuminismo europeo — devono far sentire, oggi, la loro voce.

Questo articolo è comparso anche su laLettura del 27 Dicembre 2015

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera

Laura Olivetti, custode dl modello Ivrea

Sabato Ivrea ha perduto “Lalla”. A soli 64 anni, si è spenta Laura Olivetti, l’ultima figlia di Adriano, il capitano coraggioso che aveva fatto della “ditta” di famiglia una multinazionale con 36.000 dipendenti. Trasformando il capoluogo del Canavese in un modello di città industriale a misura d’uomo. “La fabbrica era per me un’entità presente nella vita della mia famiglia, dei miei amici, della mia città. Era quello che faceva muovere tutto, era al centro del pensiero e dei discorsi fatti in casa. Era una «persona» di famiglia”. Così Laura raccontò la sua infanzia eporediese in occasione del centesimo compleanno della Olivetti. Lasciandosi sfuggire di aver vissuto come una “usurpazione” l’arrivo di Carlo De Benedetti nel 1978 (anche se aggiunse subito che dopo tutto “fu un bene così”).

Il dispiacere più grande giunse nel 2003. Soffocata dai debiti, Olivetti si fonde con Telecom Italia, perdendo il nome. Per Laura fu una vera e propria offesa. In quel momento, era a capo della Fondazione Olivetti, di cui era diventata Presidente nel 1997. Decise non solo di accrescere il proprio impegno ma anche di riallacciare i rapporti fra la Fondazione e Ivrea: per lavorare, disse, alla “valorizzazione degli asset intangibili che ancora esistono e che attraverso il capitale umano producono innovazione, i germogli dei semi lasciati dalla Olivetti”.

Laura è stata un’importante figura intellettuale, impegnata nello studio e nella cura del disagio mentale, instancabile organizzatrice culturale, filantropa creativa e intelligente. Nella prefazione dell’ultimo Rapporto della Fondazione, scritta lo scorso maggio, si diceva convinta che l’esperienza di suo padre avesse ancora molto da insegnare sui rapporti fra operai e management, fra aziende e territori. Se è vero che in molti paesi sta ritornando il capitalismo “dinastico”, basato su imprese possedute da singole famiglie, allora Laura aveva ragione. Ma, senza di lei, tener viva la memoria del modello Olivetti sarà senz’altro più difficile.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 21 dicembre 2015

 

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera