Archivi del mese: ottobre 2012

La lunga notte delle famiglie

Maurizio Ferrera

La legge di stabilità appena varata dal governo è un provvedimento complesso e variegato: i suoi effetti distributivi sul reddito degli italiani sono difficili da stimare. A giudicare dal coro di proteste degli ultimi giorni, la parte più controversa riguarda i tagli a deduzioni e detrazioni fiscali e la tosatura delle prestazioni assistenziali. Quando si toccano i portafogli delle famiglie, le critiche sono inevitabili e spesso hanno carattere strumentale. Più che entrare nel merito di singole misure, conviene concentrarsi sulla direzione generale della manovra. La strada imboccata è quella giusta? Rispondo con una metafora: la strada è giusta, ma il governo ha messo il carro davanti ai buoi. Ha cioè agito senza avere gli strumenti per poter essere davvero efficace ed equo.
Nel nostro Paese il complesso fisco-welfare è un labirinto disordinato e incoerente, con scarsa capacità di sostenere le famiglie disagiate e di contrastare la (vera) povertà. Nel loro insieme, le prestazioni di assistenza sociale riducono il tasso di povertà relativa di un misero 8%, rispetto al 13% di Francia e Germania e al 17% dell’Inghilterra. Nella Ue solo Bulgaria e Lettonia fanno peggio. Circa la metà della spesa va a famiglie che non sono economicamente disagiate (sempre in termini relativi).
Data questa situazione, l’obiettivo di razionalizzare e «mirare» in modo più accurato i trattamenti, a cominciare da quelli di invalidità, in ragione dei bisogni reali e della situazione economica di chi li riceve è sacrosanto e questo governo non è certo il primo ad affrontare il problema.
Il fatto è che non disponiamo (ancora) dello strumento adatto per selezionare bisogni e redditi delle famiglie. Da almeno quindici anni, è su questo punto che «casca l’asino» delle politiche selettive all’italiana. Mario Monti ed Elsa Fornero lo sanno bene. Da mesi il governo sta lavorando proprio sullo strumento: una versione riveduta e corretta del cosiddetto Indicatore della situazione economica equivalente (Isee), già in uso per l’accesso ad alcune prestazioni a livello locale. Ecco allora la perplessità di fondo. Perché si è usata l’accetta per aggredire agevolazioni e trasferimenti invece di aspettare che il nuovo strumento fosse pronto? E se non si poteva aspettare, perché non si è proceduto più rapidamente con la riforma dell’Isee?
Sempre in tema di famiglie, vi è poi un secondo aspetto che delude: la scarsa attenzione nei confronti di chi si trova in povertà «assoluta» (senza beni essenziali per condurre una vita dignitosa), tre milioni e mezzo circa di famiglie. L’unico sostegno nazionale è rappresentato dalla «carta acquisti», che vale 40 euro al mese: un importo che si commenta da solo. La legge di stabilità ipotizza un rifinanziamento della carta per il 2013. Ma nell’ambito di uno stanziamento complessivo di 900 milioni di euro volto a finanziare «interventi di settore per le università statali, le politiche sociali, le famiglie, i giovani, la ricostruzione dell’Aquila e le missioni di pace all’estero». Quanto resterà per i poveri?
In Francia il «reddito di solidarietà attiva» garantisce a una famiglia nullatenente con due figli un trasferimento di circa mille euro al mese. La prestazione è stata introdotta da Sarkozy nel 2008. Poche settimane fa, Hollande ha imposto un prelievo dello 0,15% sulle pensioni, che raddoppierà nel 2014 per finanziare politiche a favore dei non autosufficienti. Certo la Francia non ha i nostri vincoli finanziari. Tuttavia l’esperienza d’Oltralpe indica un percorso: costruire un welfare più equo ed efficace si può. Ma bisogna prima volerlo, a destra come a sinistra.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 18 Ottobre 2012

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La dolce sorpresa delle imprese al femminile

Maurizio Ferrera

L’imprenditoria femminile è in rapida crescita in tutti i Paesi Ocse. Negli Stati Uniti le società con titolari donne sono ormai il 40% del totale, danno lavoro a 27 milioni di persone e generano più di un quinto del Pil. Le donne fondano, ogni anno, un numero di nuove imprese doppio rispetto agli uomini. Si tratta, è vero, di piccole iniziative, spesso situate nella residenza della titolare, con pochi dipendenti. Ma prodotti e servizi sono di alta qualità, il tasso di successo è elevato.

Per un volta, l’Italia non fa eccezione. Anzi, le titolari donne sono da noi più numerose che in Francia, Inghilterra e nella stessa Germania. Una interessante ricerca di Confartigianato presentata ieri alla Fondazione del Corriere segnala addirittura una lieve tendenza di crescita anche in tempi di crisi. E mette in risalto molte virtù del fare impresa al femminile: la capacità di delegare, di giocare in squadra, di gestire il multitasking . Virtù che hanno consentito alle donne di far breccia anche in settori high tech , tradizionalmente monopolizzati dagli uomini: un numero ancora piccolo ma crescente di imprenditrici opera nella chimica, nell’elettronica, nell’informatica, nelle telecomunicazioni, nella ricerca e sviluppo.

Certo, avere successo è ancora un percorso a ostacoli, a causa di stereotipi e pregiudizi duri a morire nonché delle difficoltà di conciliare le responsabilità lavorative con quelle familiari. I mariti-padri (in particolare quelli giovani e istruiti) sono oggi disponibili ad impegnarsi di più, tuttavia il grosso del carico domestico ricade ancora sulle donne, anche quando diventano imprenditrici di successo. Per la verità, dalla ricerca di Confartigianato non emerge una domanda acuta di welfare , di servizi sociali, di politiche di conciliazione. La piccola impresa a guida femminile costituisce forse l’ultima frontiera del familismo fai-da-te all’italiana, il massimo grado possibile di «integrazione creativa» tra sfera occupazionale e domestica. Plaudiamo pure all’intraprendenza (a volte eroica) delle nostre tante superdonne «titolari». Ma prepariamo anche il terreno per una più equilibrata configurazione tra lavoro, welfare e famiglia. L’esperienza internazionale ci insegna che dove questo è avvenuto si sono tratti enormi vantaggi non solo sul piano della qualità sociale ma anche della crescita e dell’occupazione.

La via da seguire oggi in Italia per superare i limiti e le contraddizioni del modello familista (conservandone, ovviamente, gli aspetti positivi) è quello di promuovere l’espansione di una nuova e moderna economia dei servizi motech . Si tratta di un neologismo basato su due idee. La prima e più familiare è quella di «tecnologia», in senso lato: i nuovi servizi devono sfruttare al massimo le opportunità offerte dai progressi dell’informatica e della comunicazione. La seconda idea è che il loro scopo deve essere motherly (materno), il «prendersi cura» dei bisogni personali e sociali dei consumatori, di facilitare la loro vita quotidiana (casa, lavoro, imprevisti), di migliorare il loro «star bene» (con se stessi, i familiari, i colleghi, gli amici). In lingua ebraica motek vuol dire «dolcezza»: il neologismo, coniato da uno studioso israeliano, vuole essere anche un richiamo di stile, la sottolineatura di atteggiamenti e modi di fare tipicamente femminili.

Giocando un po’ con le parole potremmo metterla così: l’enorme patrimonio di motek che le donne italiane investono oggi all’interno della famiglia deve abbinarsi al loro crescente spirito imprenditoriale per far decollare un articolato e fiorente settore di servizi motech . Negli altri Paesi Ue questo settore è già ben sviluppato, con forti ricadute in termini di occupazione: in Francia quasi un milione di nuovi posti di lavoro negli ultimi sette anni. Qualcuno potrebbe comprensibilmente obiettare: la forza dell’Italia sta nella manifattura, cosa c’entrano i servizi «dolci»? C’entrano: le analisi socioeconomiche dimostrano che questi servizi non sono un lusso, ma (anche) un fattore produttivo, un modo per accrescere la flessibilità lavorativa, la motivazione e la creatività dei dipendenti, l’efficienza del contesto economico.

Il decollo della nuova economia dei servizi va almeno inizialmente sorretto da intelligenti politiche pubbliche, che allarghino l’accesso al credito alle (aspiranti) imprenditrici, che promuovano reti e incentivino fiscalmente il ricorso a prestazioni che le famiglie italiane sono abituate a produrre entro le mura domestiche (in forme spesso sub-ottimali). In tempi di recessione, parlare di queste cose può suonare come una fuga in avanti. Teniamo però presente che in fondo al tunnel non c’è una luce che risplende da sé. Siamo noi che dobbiamo accenderla: con progetti, lungimiranza e tanta intraprendenza.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 2 Ottobre 2012

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