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Consigli ai giovani. E non solo

Se la disoccupazione giovanile è così alta in Italia non dobbiamo prendercela solo con la crisi. Parte di questo drammatico problema risiede nel divario fra le competenze maturate a scuola e quelle richieste dal sistema produttivo. Secondo alcune stime, se non ci fosse questo divario la disoccupazione fra i 15 e i 29 anni potrebbe ridursi dal 28% al 16%. Una cifra impressionante.

 

Al Nord, non si trovano laureati in ingegneria e altre discipline scientifiche. Al Sud, mancano diplomati con buona formazione da inserire nel turismo, nei servizi culturali, sanitari e sociali. Titolo di studio a parte, quali sono le maggiori carenze lamentate dalle imprese? Una recente ricerca della Confindustria di Bergamo (la seconda provincia industriale d’Europa, dopo Brescia) fornisce interessanti indicazioni. I neo-assunti sono scarsi in matematica di base, non parlano bene l’inglese né altre lingue straniere. Anche l’informatica e l’italiano scritto lasciano a desiderare. Le carenze più gravi riguardano però la capacità logica, l’attitudine alla leadership, la creatività. Sono quelle “meta-competenze” che rendono capaci di attivare conoscenze e abilità più specifiche per affrontare problemi complessi. E che incentivano a mantenere flessibilità di pensiero e curiosità ad ampio spettro.

 

Come si formano tali meta-competenze? Non c’è una ricetta prestabilita. Molti giovani le maturano spontaneamente; alcuni insegnanti sono capaci di stimolarle. I nostri istituti secondari producono talenti apprezzati in tutto il mondo. Ce ne saranno sicuramente molti anche fra i quattrocentocinquantamila maturandi che in questi giorni stanno sostenendo gli esami di stato. Non si può tuttavia contare solo sulla spontaneità. Le meta-competenze possono e devono essere deliberatamente coltivate, tramite approcci e pratiche educative già ben sperimentate in altri paesi. Secondo le ricerche della Fondazione Agnelli, nelle scuole italiane prevale ancora la didattica ex cathedra incentrata sul programma ministeriale, c’è poca apertura verso i metodi che gli esperti chiamano “euristici” perché volti a consolidare abilità trasversali e, appunto, meta-competenze.

 

L’anello più debole è la scuola media. La divisione fra licei, istituti tecnici e professionali incentiva poi una differenziazione per materie, una concentrazione eccessiva sui contenuti a scapito delle abilità. L’inarrestabile attrazione degli studenti verso i percorsi liceali sta poi svalutando, anche simbolicamente, i saperi tecnici. Perché non istituire un liceo “tecnologico”? Oggi esiste, all’interno del liceo scientifico, un indirizzo di scienze applicate, scelto da circa il 7% degli studenti: una percentuale simile a quella di chi opta per i licei artistici, sportivi e musicali. Un’altra buona idea sarebbe il potenziamento dei cosiddetti cicli brevi (due anni) dell’istruzione terziaria. In molti paesi, fra cui gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Austria, la Spagna, la Danimarca, questi percorsi attraggono fra il 10 e il 20% dei diplomati. Da noi sono stati creati gli Istituti Tecnici Superiori, intesi come “scuole ad alta specializzazione tecnologica”. Intento buono, realizzazione molto deludente: solo 93 istituti, con meno di ottomila frequentanti (in Sicilia 360, in Campania 180).

 

Ai nostri studenti manca infine il sostegno di adeguati servizi di orientamento. Dopo la maturità, il percorso universitario è scelto in base ad interessi personali, prevalentemente vicino a casa e famiglia. Le prospettive occupazionali e di carriera si situano agli ultimi posti fra i criteri di selezione. Se un giovane prova una profonda vocazione intellettuale per una dato campo del sapere, è senz’altro giusto che l’assecondi. Ma tutte le scelte hanno implicazioni pratiche, di cui bisogna essere ben consapevoli. Come ammonisce Seneca nel brano proposto ieri per la seconda prova del liceo classico, persino la filosofia “non risiede nelle parole, ma nei fatti”.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 23 giugno 2017

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Il nuovo welfare nell’era del lavoro fluido

Alcuni Paesi hanno già avviato riflessioni strategiche su come riorganizzare il mercato per innestare una nuova fase di crescita sostenibile, capace di contrastare la precarietà e l’esclusione

 

La ripresa economica sta finalmente attenuando il dramma della disoccupazione. Alcuni Paesi hanno già avviato riflessioni strategiche su come riorganizzare il mercato del lavoro per innestare una nuova fase di crescita sostenibile, capace di contrastare la precarietà e l’esclusione. L’obiettivo non è facile da raggiungere. Lo sviluppo dipende in modo sempre più stretto dalle innovazioni tecnologiche, dal commercio internazionale, dalla conquista o addirittura creazione di nuovi mercati, dalla digitalizzazione. Il lavoro certo non sparirà, ma diventerà sempre più fluido, le mansioni di routine si contrarranno rapidamente e i vari settori produttivi saranno esposti a veri e propri effetti «marea»: espansioni repentine seguite da contrazioni, non interamente prevedibili.

Per gestire queste dinamiche in modo inclusivo occorre riorganizzare la solidarietà sociale. Alcuni parlano di «fluidarietà». Il termine è un po’ ambiguo ed è un misto tra solidarietà e fluidità dell’occupazione. Ma può avere connotazioni positive se pensato come un complemento e non a sostituzione del welfare esistente.

Oggi i sistemi di tutela sono incentrati su sussidi accompagnati da politiche attive per riportare le persone al lavoro aiutandole nel frattempo. La rapidità dei mutamenti in atto richiede però di introdurre altri strumenti, di natura preventiva e che sostengano, proteggano e aumentino la capacità dei lavoratori di reinserirsi in un contesto strutturalmente mutevole.

E’ la cosiddetta “occupabilità” di cui si parla da circa un ventennio, e a molti addetti ai lavori può sembrare una nozione ormai trita. La novità è però che in vari Paesi questa nozione si è finalmente tradotta in schemi concreti. I Paesi scandinavi stanno sperimentando sistemi di smistamento intersettoriale e interprofessionale dei lavoratori per far fronte agli effetti marea di cui parlavamo. In Olanda e Germania (ma anche in Canada e Australia) i lavoratori effettuano test periodici di “occupabilità”, che consentono loro di accertare lo stato delle proprie competenze. Alcuni propongono che queste forme di accertamento periodico e gli eventuali aggiornamenti diventino una nuova forma di assicurazione sociale. In Francia esiste da qualche anno un programma che si chiama «conto personale di attività», sul quale lo Stato, i datori di lavoro e gli stessi cittadini (volontariamente) depositano risorse finanziarie da prelevare per esigenze di formazione. In alcuni casi, lo Stato accredita contributi sul conto per attività svolte in campo sociale. Naturalmente l’investimento in «occupabilità» deve iniziare ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro. La scuola svolge un ruolo cruciale, purché venga riorientata verso la trasmissione di conoscenze trasversali e la promozione di meta-competenze (come le capacità logiche), quelle che non diventano mai obsolete anche in contesti lavorativi fluidi.

Come finanziare le nuove forme di «fluidarietà»? In parte si tratta di schemi e programmi che possono essere gestiti anche sotto il profilo delle risorse dalle parti sociali nell’ambito della contrattazione decentrata, in altra parte devono attivarsi i territori; la digitalizzazione e la virtualizzazione di molte filiere non spezzerà il legame fra lavoro e spazio geografico. «Occupabilità» fa rima con mobilità e i giovani dovranno essere pronti a muoversi più di quanto non facciano oggi, soprattutto nel nostro Paese. Ma non sarà né possibile né desiderabile sganciare il lavoro dal territorio. Teniamo anche conto che tutta la cosiddetta economia bianca, connessa all’invecchiamento demografico e alla crescente domanda di servizi legati al benessere della persona e all’intrattenimento (turismo compreso), manterrà un forte ancoramento territoriale e registrerà una massiccia espansione nei prossimi decenni.

Non sarà possibile far gravare i costi di questa riorganizzazione solo sulle imprese e i singoli territori. Tutti dovranno contribuire. Cambiare le modalità di finanziamento del welfare è l’altra grande sfida che dobbiamo affrontare per sostenere la crescita inclusiva in un mercato del lavoro sempre più fluido.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 16 giugno 2017

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Ha dato il lavoro ai tedeschi ora è il turno della Francia

Peter Hartz, l’uomo che ha permesso la piena occupazione in Germania, lancia un progetto in asse con Macron. L’idea di un maxi piano per favorire l’impiego dei giovani. Per ora limitato a Parigi e Berlino, ma da estendere

di Maurizio Ferrera e Alexander Damiano Ricci

“Non potrebbe esserci  un progetto migliore di Europatriates sul quale trovare un con il nuovo Presidente francese, Emmanuel Macron. Europatriates potrebbe diventare la scintilla di una nuova ondata di europeismo”. Sono le parole pronunciate un paio di settimane fa, a Berlino, da Peter Hartz, ex-dirigente Volkswagen, ma soprattutto ex-Presidente della Commissione sulle riforme del mercato del lavoro tedesco, che ispirò, agli inizi degli anni Duemila, il piano governativo “Agenda2010” dell’allora governo Schröder. Ma cos’è esattamente Europatriates? E perché Macron è un interlocutore di Hartz?

Il progetto riguarda il lavoro dei giovani  (vedi box), da promuovere attraverso nuovi strumenti e metodologie.  Le risorse necessarie si aggirerebbero intorno 40 mila euro a partecipante, tutto incluso. Una cifra consistente. Che però riflette e quantifica  lo svantaggio di cui soffrono oggi i giovani per i mancati investimenti nell’istruzione, nella formazione, nelle politiche attive.  Chi dovrebbe mettere a disposizione le risorse? In parte, la Commissione europea, alla quale, tra le altre cose, Hartz non risparmia una stoccata: “Ha il potere e gli strumenti necessari; ora ha a disposizione anche le idee”.

Al di là degli obiettivi e dei contenuti di Europatriates, l’intervento di Hartz indica anche che il rinvigorimento dell’asse Berlino-Parigi non passa soltanto dal canale intergovernativo.  Peter Hartz intrattiene da tempo legami con l’establishment francese. Nel novembre del 2014, l’ex Presidente Volkswagen  era stato ospite del think tank francese En temps réel, a Parigi, proprio per presentare Europatriates.  In quella occasione venne ricevuto da  Hollande e si vociferò addirittura di un suo potenziale coinvolgimento nella progettazione delle riforme francesi. Che poi però non si concretizzò.  Sempre al 2014 risale il legame tra Macron e Hartz. I due ebbero un incontro  poco dopo la nomina del primo a Ministro dell’Economia, in seguito alle dimissioni del “radicale”  Arnaud Montebourg. In una intervista successiva, Hartz confessò di essere rimasto impressionato dalla determinazione di Macron.

Il neo-Presidente francese non è stato l’unico interlocutore di Hartz.  Nel gennaio del 2015 vi fu infatti un incontro con  un esponente dell’Ump di Sarkozy (un partito che allora stava cambiando nome in Les Republicains).  Si trattava di Bruno Le Maire, attuale Ministro dell’Economia nel nuovo governo di Édouard Philippe.

Le cattive condizioni del mercato del lavoro sono uno dei principali handicap dell’economia francese.  Lo ha ribadito da poco la Commissione UE nelle sue Raccomandazioni specifiche per paese. Negli ultimi anni è stato fatto più di un tentativo di cambiamento, ma senza grande successo.  Macron intende riprovarci. E al tempo stesso vuole modificare varie cose dell’agenda e della governance UE.  Per questo tuttavia occorre il consenso della Germania. Molti politici tedeschi hanno storto il naso di fronte alle proposte di  Parigi – soprattutto i liberali e la destra dell’Unione cristiano sociale (Csu). Per aprire il dibattito sulle riforme Ue, la Germania chiede una cosa precisa al nuovo inquilino dell’Eliseo: credibilità nelle riforme interne.

Le Maire ha già cercato di rassicurare Wolfgang Schäuble . In un recente incontro a Berlino, i due hanno messo a punto un’agenda comune.  Il Ministro francese ha però espressamente dichiarato che la “Francia rispetterà tutti gli impegni presi, alla lettera”, a partire dai livelli di deficit pubblico.

Le parole di Le Maire bastano come garanzia? Forse. In caso contrario, potrebbe esserci posto per un garante tedesco di livello, Peter Hartz appunto. Del resto, lui si è già detto disponibile.  Sui temi del lavoro, la coppia Merkron (Merkel e Macron)  potrebbe trasformarsi in MacHartz.  Se a beneficarne fossero davvero i giovani (possibilmente di tutti i paesi),  questo menage a troi  sarebbe più che benvenuto.

 


L’idea: Europatriates

L’osservazione. Alcuni Paesi dell’Ue hanno una capacità di formazione professionale eccessiva. Altri, sperimentano una svalutazione del proprio capitale umano.

La soluzione win-win. Un apprendistato all’estero, mirato al mantenimento del capitale umano, al suo re-impiego, ma anche allo sviluppo di servizi nei mercati del lavoro di partenza. Inizialmente, l’iniziativa potrebbe riguardare 250 mila giovani francesi e mezzo milione di tedeschi.

Il percorso. Il partecipante re-definisce le proprie ambizioni (coaching e diagnosi dei talenti), monitora le caratteristiche dei mercati del lavoro tramite l’utilizzo di un software open source (radar occupazionale), dialoga i suoi colleghi (polylog) e fruisce di un corso di lingua.

Il network. Le metodologie sono condivise online per replicare le best practices altrove (scale-up), a fronte di una sottoscrizione (social franchising).

Il costo. 215 miliardi di euro per un piano UE calibrato sul numero dei giovani disoccupati europei

Copertura finanziaria. Un fondo pubblico-privato presso la Banca europea degli investimenti (Bei). Le transazioni (azienda-tirocinante) potrebbero essere gestite per mezzo di uno strumento finanziario flessibile: i certificati di apprendistato (European apprenticeship time asset). Imprese e tirocinanti potrebbero convertire le ore-tirocinio in liquidità, a seconda delle esigenze.

 Per maggiori dettagli si vedano i seguenti link: ww.europatriates.eu/en;  www.shsfoundation.de/en      

    www.euvisions.eu


 

Questo articolo è comparso anche su L’Economia del Corriere della Sera del 28 maggio 2017

 

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Un nuovo istituto su lavoro e welfare, ma deve poter funzionare

Nel panorama degli enti pubblici c’è una new entry. Si chiama Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) e il suo compito sarà monitorare, valutare e contribuire alla progettazione delle “riforme”, in particolare quelle sul lavoro e sul welfare.  Di nuovo l’INAPP ha per ora solo il nome e il Presidente (Stefano Sacchi).  La struttura e il personale sono infatti quelli dell’ISFOL, creato negli anni Settanta per promuovere la indagini e sperimentazioni nel campo della formazione professionale e poi allargatosi anche alla gestione di programmi co-finanziati dalla UE.

C’era bisogno di cambiare? Decisamente si, L’ISFOL era diventato un centro senz’anima: ricerche e rapporti pressoché clandestini e senza impatto sul policy-making;  coinvolgimento diretto nell’attuazione di politiche,  un compito che richiede competenze molto diverse da quelle di chi vuole fornire conoscenze utili  e strategiche ai governi.

Di queste conoscenze abbiamo oggi bisogno come il pane.  In Italia le cosiddette riforme si fanno quasi sempre senza un’adeguata base empirica, avendo in mente obiettivi politici e scegliendo gli strumenti in base a logiche  giuridico-contabili. Negli altri paesi esistono invece centri che fanno programmazione strategica e immettono nel dibattito pubblico analisi e proposte orientate al futuro. I politici ne traggono grande beneficio, temperando la propria inesorabile propensione a privilegiare il presente.

Riuscirà INAPP a colmare questa lacuna? L’istituto nasce con uno statuto contorto, che lo lega mani e piedi al Ministero del Lavoro e all’ANPAL. L’organizzazione interna va ridisegnata, il finanziamento è incerto. C’è il rischio che tutto cambi perché niente cambi. Ma c’è anche un’opportunita’ davvero importante, che non va sprecata.  Sospendiamo il giudizio, in attesa di vedere i primi risultati. Sempre che il governo metta l’INAPP in condizioni di funzionare bene.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 24 maggio 2017

 

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Meno di un mese fa, una Raccomandazione della Commissione europea ha invitato gli Stati membri ad assicurare un reddito minimo adeguato a chiunque non disponga di risorse sufficienti. L’Italia è praticamente l’unico paese a non avere uno schema nazionale di questo genere. Di conseguenza, ha anche uno dei tassi di povertà assoluta (soprattutto minorile) più alti della UE. Visto che adesso “ce lo chiede anche l’Europa”, è urgente colmare la lacuna.

Di fatto occorre completare il percorso iniziato durante il governo Letta, che nel 2013 avviò la sperimentazione del Sostegno attivo all’inclusione (SIA). Matteo Renzi ha ottenuto dal Parlamento la delega a riformare l’assistenza sociale e a introdurre un Reddito di inclusione (REI)che garantisca su tutto il territorio l’accesso a beni e servizi “ necessari a condurre un livello di vita dignitoso”. Il Parlamento ha dato il via libera a marzo: un milione e settecentomila persone in condizioni di povertà assoluta potranno così contare su un trasferimento pubblico sotto forma di diritto soggettivo, non come assistenza discrezionale. Troppo poco, sostengono alcuni e in particolare i Cinque Stelle, che hanno formulato una proposta molto più ambiziosa e costosa. Ma il passo avanti c’è stato, e nella giusta direzione: una buona notizia.

Sull’efficacia del REI gravano tuttavia le ombre di un “se” e di un “ma”. Come precisa la Commissione europea, per chi è povero ma può lavorare il sussidio deve essere accompagnato da incentivi e servizi di inserimento nel mercato del lavoro. Questo tassello  è stato difficile da realizzare anche in quei paesi che hanno amministrazioni pubbliche efficienti e preparate. Soprattutto nel Mezzogiorno, i servizi per l’impiego quasi non esistono. Se, da un lato, è inaccettabile che in un paese prospero centinaia di migliaia di bambini crescano in povertà assoluta, dall’altro lato non bisogna sottovalutare il rischio che il REI si limiti a “pagare la povertà” senza promuovere l’auto-sufficienza economica dei beneficiari.

Il “ma” riguarda il lavoro. Gli alti tassi di povertà sono primariamente dovuti alla mancanza di occupazione. Non è solo colpa della crisi (e men che meno del Jobs Act, come qualcuno assurdamente suggerisce). Si tratta piuttosto di un problema dalle radici profonde che l’Italia si porta dietro da lungo tempo. Sin dagli anni Sessanta, rispetto alla Francia e alla Germania il nostro tasso di attività è rimasto stabilmente più basso di dieci punti o più: milioni di posti di lavoro in meno, e dunque di redditi. Il divario persiste ancora oggi e persino la Spagna è riuscita a superarci. Questi dati smentiscono chi oggi sostiene che “non c’è più lavoro per tutti”, che non se ne può creare di nuovo. E che l’unica soluzione sia redistribuire quello che c’è, garantendo un reddito di cittadinanza a tutti. Il mutamento tecnologico e la globalizzazione minacciano, è vero, molte delle produzioni e occupazioni tradizionali. La sfida però è quella di inventarne di nuove, non di rassegnarsi.

Il deficit di lavoro è dovuto a colli di bottiglia mai seriamente rimossi: barriere alla concorrenza, una fiscalità punitiva, oneri sociali troppo alti, ostacoli al lavoro femminile e così via. Per fare un solo due esempi, nel settore turistico (in cui dovremmo primeggiare) abbiamo un milione e mezzo di posti di lavoro in meno rispetto alla Francia, e quasi trecentomila in meno nei servizi ad alta intensità di conoscenza e tecnologia. Il potenziale per una maggiore occupazione esiste, ma non siamo capaci di realizzarlo.

Accogliamo con favore i piccoli progressi sul fronte del REI e impegnamici a proseguire. Parliamo però anche di lavoro. Se non colmiamo il deficit, come possiamo aspettarci di crescere allo stesso ritmo degli altri paesi? E se non aumentano le occasioni di percepire un reddito dal mercato, come facciamo a sussidiare i milioni di persone che potrebbero, vorrebbero e dovrebbero lavorare? Quando, vent’anni fa, fu sperimentato per un breve periodo il “reddito minimo d’inserimento”, in alcuni comuni del Sud fece domanda più della metà dei residenti, per mancanza di alternative.

Il modello di sviluppo italiano sta perdendo colpi a una velocità crescente. Oggi si apre a Napoli il primo Festival sullo Sviluppo Sostenibile. Nelle prossime settimane vi saranno decine di eventi e dibattiti. Speriamo che emergano maggiore consapevolezza dei problemi, nonché diagnosi e proposte su come affrontare povertà e mancanza di lavoro: le due sfide si possono risolvere solo insieme.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 22 maggio 2016

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Serve un nuovo equilibrio tra nord e sud europa

La lunga crisi economico-finanziaria ha creato forti contrapposizioni fra gli stati europei. Quel poco di identità comune costruita nel corso dei decenni si è significativamente erosa e, con essa, la legittimità della UE come istituzione dotata di competenze e poteri sovranazionali. In un simile contesto, bene hanno fatto Esposito e Galli della Loggia (Corriere di lunedì) a richiamare l’attenzione sul tema dell’identità europea. Senza un senso di comune appartenenza, nessuna  istituzione di “governo” può funzionare e persino sopravvivere.

L’identità  è un contenitore di specifiche credenze (memorie storiche, valori, conoscenze e interpretazioni condivise). Ma le sue origini e il suo radicamento nelle coscienze individuali è una questione di processi: di interazioni, confronti, esperienze collettive. Come notano Esposito e Galli della Loggia, per forgiare identità stabili, fondare e consolidare nuove comunità territoriali le interazioni debbono anche riguardare questioni squisitamente politiche: chi decide cosa?  E, prima ancora, perché dobbiamo stare insieme e sottorporci ad un’autorità comune? Negli anni Cinquanta l’Europa nacque sulla scia di domande simili e, seppur fragile, il contenitore identitario si è formato. Ma oggi rischia di rompersi.

La proposta che Esposito e Galli formulano per affrontare la sfida è molto ambiziosa: l’elezione diretta, da parte dell’intero corpo elettorale europeo, di un Presidente UE e di due Vice-presidenti, uno per gli esteri e l’altro per la difesa. Un simile passo richiede naturalmente  una incisiva revisione dei Trattati, processo lungo e faticoso. Nell’attesa, conviene forse immaginare qualcosa di meno impegnativo ma pur sempre utile sul piano identitario.

I due fronti su cui lavorare sono essenzialmente due: rilanciare il principio dell’eguaglianza politica fra paesi membri; promuovere un nuovo equilibrio fra la cultura (germanica) della stabilità e la cultura (greco-latina) della solidarietà.

In base ai Trattati, i paesi membri sono tutti uguali. Progressivamente il loro peso decisionale è stato calibrato in base alla popolazione. Sulla scia delle riforme introdotte durante la crisi, gli attuali sistemi di voto tendono però oggettivamente a favorire le coalizioni fra paesi del Nord, imperniate sulla Germania. Inoltre, le pratiche informali del Consiglio sono, spesso, spudoratamente asimmetriche. Nei  negoziati sul bail out della Grecia, i rappresentanti eletti del popolo ellenico sono stati spesso trattati come zombie (l’espressione è di Habermas), alla mercé di improvvisati direttôri fra potenti, sempre presieduti da Merkel e/o Schäuble. Come stupirsi se poi gli elettori votano sulla base di interessi e identità esclusivamente nazionali?

Il secondo nodo riguarda il nesso fra responsabilità nazionali e solidarietà paneuropea. Durante la crisi, l’Europa si è trasformata in una Unione di “aggiustamenti fiscali” su base nazionale (i famosi compiti a casa), all’interno di un rigido quadro di regole e sanzioni disciplinari. Lo spirito della coesione sociale e territoriale, nato nei lontani anni Settanta, è andato quasi completamente smarrito. Un paradosso, visto che nel frattempo l’Unione economica e monetaria ha moltiplicato le interdipendenze fra paesi.

Il compito di affrontare le sfide dell’eguaglianza e della solidarietà spetta alle élite. Ciò che serve è un chiarimento politico-culturale serio, anche duro, fra i leader europei, soprattutto all’interno dell’eurozona. A metà degli anni Ottanta, al fine di lanciare il cosiddetto dialogo sociale europeo, Jacque Delors rinchiuse imprenditori e sindacati –che non facevano che litigare- nel castello di Val Duchesse in Belgio fino a quando non si accordarono. Oggi abbiamo bisogno di una nuova e ambiziosa Val Duchesse. Questa volta per lanciare un dialogo europeo su “responsabilità e solidarietà fra eguali”.

Naturalmente una simile iniziativa sarebbe inizialmente divisiva: il suo scopo dovrebbe proprio essere quello di alzare la polvere sotto i tappeti. Ma il percorso di formazione degli stati nazionali (soprattutto quelli multi-religiosi e/o multi-nazionali) è stato punteggiato di momenti di contrasto fra elite, seguiti da qualche accordo ‘consociativo’ volto proprio a  tenere assieme comunità territoriali fragili ed eterogenee e accompagnarle verso la piena democratizzazione. Certo, i Trattati andranno prima o poi cambiati. Senza un nuovo  patto politico-culturale fra chi oggi rappresenta e guida i popoli europei, nessun progresso istituzionale sarà tuttavia possibile. E il declino della Ue diventerà a questo punto irreversibile.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 12 aprile 2017

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L’assedio ai valori condivisi

Alla fine della prima guerra mondiale, il poeta irlandese Yeats riassunse la catastrofe politica europea in questi celebri versi: “le cose crollano, il centro non può reggere; sul mondo si è scatenata pura anarchia”. E’ passato un secolo, oggi nessuno teme nuove guerre fra i popoli d’Europa. Ma il rischio che “il centro non regga” è di nuovo fra noi.

Negli USA è già successo. In campagna elettorale, Trump ha ripetuto spesso che il sistema politico americano era “rotto”, che occorreva rivoltarlo dalle fondamenta. Dalla Casa Bianca, questa operazione si sta rivelando più difficile del previsto: giudici e  Congresso oppongono resistenza alle picconate del nuovo Presidente. Ma per quanto resisteranno le forze moderate?

Anche in molti paesi UE il centro è sotto attacco. A destra la sfida viene dai populismi di marca “sovranista” (pensiamo a Marianne Le Pen), che a volte sfumano verso posizioni neo-fasciste o neo-naziste (il gruppo Pegida, in Germania e Olanda). A sinistra sta crescendo un populismo radicale, anticapitalista e antimondialista (le frange estreme di Podemos in Spagna, di Syriza in Grecia). In Italia la morsa è doppia. Da un lato,  la destra di Salvini e di Meloni. Dall’altro i Cinque Stelle: un movimento protestatario dal profilo sfuggente. Bersani l’ha recentemente definito un “centro arrabbiato”. Ma Grillo e Di Battista rifiutano qualsiasi collocazione sulla dimensione destra-sinistra, considerata un retaggio del passato. Comunque li si guardi, i nuovi populismi si propongono, proprio come Trump, di far crollare le cose in nome di alternative palingenetiche, inafferrabili nei loro specifici contenuti.

Per reagire a questa sfida, occorre riabilitare il centro. Non in senso partitico, ma politico-culturale. Il centro è molto di più che una posizione a metà strada fra destra e sinistra, una miscela annacquata e eterogenea di obiettivi presi un po’ di qua e un po’ di la.  E’ il punto di equilibrio dell’intero sistema, quello che tiene insieme la comunità politica in quanto tale, la difende dalle spinte centrifughe e disgregative. E’ il contenitore dei valori che fondano la convivenza civile: lo stato di diritto, la democrazia rappresentativa, i diritti di cittadinanza; la tutela di una sfera pubblica in cui possano dialogare visioni del mondo diverse senza scontri distruttivi. Salvaguardare questi valori è anche una questione di stile: ci vogliono pragmatismo, disponibilità alla conciliazione e qualche volta ai compromessi.

E’ su tali valori che l’Europa ha potuto riprendersi dopo le tragedie delle guerre mondiali, sconfiggendo anarchia, opposti estremismi, guerre fredde, terrorismi rossi e neri (baschi, irlandesi e così via). Tranne qualche isolato episodio, l’ondata populista non ha oltrepassato il confine della protesta violenta. Ma è una deriva che non si può escludere.

Per riabilitare i valori “centrali” della politica liberal-democratica, negli USA si è formato un movimento significativamente denominato No Label (nessuna etichetta). Un insieme di persone (fra cui molti rappresentanti eletti) con diversi orientamenti partitici, che hanno scelto di far leva su valori comuni per affrontare quattro emergenze nazionali: il lavoro, il welfare, l’energia, il risanamento di bilancio. Anche i No Label vogliono oltrepassare le tradizionali contrapposizioni fra progressisti e conservatori. Il loro scopo però è costruire, non distruggere.

Riflettendo sul disastro degli anni Venti, Yeats osservava: “ai migliori manca ogni principio, mentre i peggiori sono pieni di furiosa intensità”. In politica, ciascuna formazione ha i suoi migliori e i suoi peggiori. L’importante è non smarrire l’ancora dei principi condivisi. Che non sono di destra né di sinistra, non appartengono né al popolo né alle élite, ma sono il fondamento di una politica inclusiva e responsabile.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 4 aprile 2017

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Il linguaggio obsoleto di regole fuori dal tempo

Le donne imprenditrici sono più di un milione e mezzo, il 16% della forza lavoro. Il dato è superiore alla media UE (10%), ma i confronti internazionali indicano che il sostegno pubblico italiano alle imprese femminili è poco efficace. Ciò che è accaduto all’ing. Marrone – dieci anni per vedersi riconoscere un’agevolazione dalla Regione Campania- sarà stata un’eccezione, o almeno così speriamo. Basta però leggere il testo della Legge regionale 24/2005 per capire che le probabilità di vicende come questa erano sin dall’inizio molto alte. Le procedure prevedevano decine di documenti, certificazioni, autorizzazioni, perizie giurate. Dal decreto che, nel marzo 2017 (!),  ha finalmente concesso l’agevolazione all’impresa emerge una storia davvero kafkiana, peraltro riassunta in perfetto burocratese (“premesso che, considerato, verificato, ritenuto, dato atto, visto, visto altresì”, con tanto di sotto commi numerati con l’alfabeto greco).

Nessuno mette in dubbio la legittimità del procedimento.  E sappiano che in certe aree il tessuto imprenditoriale italiano lascia piuttosto a desiderare quanto a standard di legalità. Ma invece di arginare il malcostume, l’adozione di procedure arzigogolate finisce per creare opportunità di manipolazione. Senza contare la dilatazione dei tempi: che nesso può mai esserci fra un finanziamento erogato dieci anni dopo e gli obiettivi della  richiesta originaria?

La nostra burocrazia è ancora imbevuta di formalismo. La realizzazione degli obiettivi di policy si esaurisce quasi sempre nella definizione di regolamenti e procedure. Poi succeda quel che succeda, l’amministrazione ha fatto il suo dovere. Di fronte a un problema, i funzionari pubblici non si interrogano sulle soluzioni pratiche, in base a criteri di efficienza ed efficacia, ma si affannano a cercare lo strumento amministrativo entro il quale far rientrare quel problema, a costo di distorcerne la natura.

Non sappiamo se la Regione Campania abbia già svolto una qualche valutazione della legge 24/2005. Solo guardando ai risultati si potrà sapere che cosa ha funzionato e cosa no. Stando alla vicenda dell’ing. Marrone, una prima conclusione possiamo già azzardarla (beninteso, dopo la debita sequenza di “premesso, considerato, ritenuto e visto altresì”…): le procedure messe a punto nel 2006 per accedere alle agevolazioni non sono state il punto di forza di quel provvedimento.

 

Questo articolo è comparso anche su L’Economia de Il Corriere della Sera del 3 aprile 2017

 

 

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C’è ancora voglia d’Europa ma non va tradita

Sono in molti oggi a pensare che la UE sia spacciata. Sotto i colpi della crisi e dell’austerità, l’opinione pubblica –si dice- ha ritirato quella la delega in bianco che nel corso del tempo ha consentito ai governi di integrare i mercati, unificare la moneta, conferire a Bruxelles una gamma sempre più ampia di poteri. L’ondata “sovranista” sarebbe solo – secondo questa interpretazione- la punta visibile di un grande iceberg euro-scettico, contrario ad ogni ipotesi di ulteriore integrazione. La UE va ridimensionata, l’euro smantellato. E andrà bene se riusciremo a farlo in modo ordinato e consensuale.

Questa diagnosi appare troppo sbrigativa. Siamo davvero sicuri che la disaffezione nei confronti dell’Europa sia così estesa, profonda, irreversibile? Non è possibile che sotto il fragore euroscettico si nasconda, in realtà, una maggioranza silenziosa ancora filo-europea?

I risultati di un recente sondaggio d’opinione condotto in sette paesi membri(Italia, Spagna, Francia, Germania, Regno Unito, Polonia e Svezia) puntano proprio in questa direzione (www.resceu.eu). L’iceberg sommerso non c’è. La UE può ancora contare su un largo sostegno diffuso. Gli euro-scettici fanno sentire la propria voce, naturalmente. Il 20% del campione crede che la UE sia ormai “una nave che affonda” (con punte superiori al 30% nel Regno Unito e, attenzione, in Francia). Una quota più ampia di elettori (23,8% in media; Italia 38%) si colloca però all’estremo opposto: considera la UE come “casa comune” di tutti gli europei. E un altro 30% la vede, quanto meno, come “un condominio”. Ogni popolo ha il suo appartamento, ma su molte cose si decide insieme, esiste un fondo per le spese comuni e le emergenze. Su alcuni temi specifici emerge una inaspettata disponibilità all’aiuto reciproco. Ad esempio, una schiacciante maggioranza (77%) si dichiara a favore di un fondo europeo che aiuti i paesi in difficoltà a combattere la disoccupazione. E il 90% ritiene che sia compito della UE fare in modo che nessun cittadino rimanga senza mezzi di sussistenza. Un’Europa meno ossessionata dai decimali di deficit e più attenta alla dimensione sociale potrebbe riguadagnare consensi persino fra i sovranisti.

La maggioranza filo-europea ha idee chiare anche sulla controversa questione della immigrazione e dell’accesso al welfare. Il 43% si dichiara contro ogni discriminazione nei confronti dei residenti stranieri, anche extra-comunitari. Un altro 38 % darebbe priorità ai cittadini UE. Meno del 20% è “nativista”, ossia a favore della chiusura dei confini (“prima noi” o “solo noi”). Infine, la domanda cruciale: che succederebbe in caso di un referendum sull’uscita dalla UE? Con buona pace degli euro-pessimisti, nei sei paesi coperti dal sondaggio (Regno Unito escluso, ovviamente) nette maggioranze voterebbero per rimanere: in Germania il 75%, in Spagna il 74%, in Polonia il 72%,in Italia il 63%, in Svezia e in Francia il 57%.

I dati d’opinione non sono oro colato e vanno interpretati con prudenza. Ma il segnale è chiaro. Nei paesi membri più grandi sembra esserci una consistenze maggioranza che ancora crede nell’Europa. Perché nel dibattito pubblico prevalgono invece le minoranze euro-scettiche? Come mai gli orientamenti solidaristici di moltissimi elettori sono stati ignorati durante la crisi? Si badi che una maggioranza filo-UE, persino euro-solidale, esiste anche in Germania: fra gli elettori tedeschi c’è una sorprendente disponibilità ad appoggiare iniziative di aiuto ai paesi in difficoltà senza sottoporli a umilianti controlli.

I leader europei dovrebbero riflettere bene su questi segnali. La base sociale ed elettorale per un rilancio dell’Europa ci sarebbe. Quello che manca clamorosamente è un’offerta politica capace di rappresentarla, di darle voce. Se così è, ci troviamo di fronte a un fallimento di portata storica di quelle famiglie politiche (liberali, popolari, socialdemocratici) che hanno finora guidato il processo di integrazione. La UE rischia oggi di affondare perché le sue élite non riescono a elaborare una proposta alternativa al sovranismo, da un lato, e all’austerità fiscale, dall’altro lato. Si tratta di un pauroso deficit di idee, di iniziativa, di responsabilità, che pagheremo tutti molto caro. Condannando i nostri figli a vivere in una piccola Europa divisa, irrilevante sulla scena globale e impoverita sul piano economico e sociale.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 3 febbraio 2017. I dettagli del sondaggio sono disponibili su http://www.resceu.eu

 

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L’internazionale del sovranismo prospera sugli errori della Ue

Dopo la Brexit il sovranismo è ormai un treno in corsa. Vuole difendere lo stato nazionale da ogni interferenza esterna e recuperare l’auto-determinazione dei veri sovrani democratici, ossia i popoli nazionali. Sono i francesi ad aver inventato il termine, che tocca molte corde della storia transalpina: De Gaulle, la Republique, i giacobini,la marsigliese. Da qualche anno, Marine Le Pen ha fatto del souverainisme una bandiera, che immancabilmente brandisce quando parla di Europa, di mondializzazione, di immigrazione.

Fuori dei confini francesi, la nozione di sovranismo è una new entry. Ma sta rapidamente affermandosi ai due estremi dello spettro politico. A destra, ispira quasi tutte le formazioni di protesta contro le politiche di apertura promosse da Bruxelles, compresa la moneta unica. A sinistra, suscita interesse crescente  all’interno dell’area no global e anti-capitalista. Il nuovo movimento di Yanis Varoufakis(Diem25) chiede ad esempio una Europa democratica in cui “tutta l’autorità politica parta dai popoli sovrani”. Nel corso delle varie campagne elettorali di questo 2017  sentiremo spesso slogan come questi, anche in Italia.

Il sovranismo va preso sul serio? Certamente si. Innanzitutto, perché promette di trasformarsi in un collante ideologico molto efficace e capace di durare nel tempo. Ma soprattutto perché dietro il suo fumo c’è un po’ del proverbiale arrosto: ossia questioni rilevanti per l’organizzazione politica dell’Europa, a cui occorre fornire delle risposte.

Le radici radici culturali del sovranismo risalgono agli anni settanta del secolo scorso, quando la destra francese elaborò un nucleo di valori ispirati al tradizionalismo cattolico (Lefebvre), al culto della nazione (De Gaulle e la France eternelle), al cosiddetto “etno-differenzialismo” identitario e anti-mondialista (allora propugnato da Alain Benoist). In questa cornice normativa (promossa pubblicamente da circoli culturali come GRECE o il Club de l’Horloge), il sovranismo si è fatto strada come leitmotif, come un bene supremo da perseguire perché discende da fatti quasi naturali: l’esistenza di popoli nazionali omogenei, titolari di sovranità. I Lepen – e soprattutto Marine- sono stati molto abili nel trasformare i valori sovranisti in strumenti di aggregazione del consenso. La cornice ideale è stata trasformata in una “verità”, dalla quale scaturiscono inconfutabili imperativi di cambiamento, soprattutto riguardo alla UE. Le crescenti paure sociali di fronte alle dinamiche di integrazione ha offerto al Front National (e ai suoi omologhi in altri paesi) vaste praterie elettorali. Il sovranismo oggi attrae come un faro i perdenti della globalizzazione, fornendo loro un “nemico”: le multinazionali, i mercati internazionali, gli immigrati. E soprattutto le elite di governo e i loro suggeritori (les intellos, gli intellettuali mondialisti). La loro colpa è duplice: anno aperto i confini e trasferito sovranità, prima; non proteggono i perdenti, adesso. E così il sovranismo accentua i toni populisti, in un circolo comunicativo che si auto-alimenta e cementa la variegata platea dei perdenti in un nuovo blocco sociale, guidato da una leader carismatica.

Il Front National è stato finora il padre nobile del sovranismo europeo. Il maggior successo sul piano pratico è però stato conseguito dal movimento indipendentista di Farage, promotore della Brexit. Non tutti i sistemi politici offrono le condizioni propizie per replicare il percorso francese o quello inglese. Ma eventuali deficit nei punti di partenza possono essere compensati da effetti eco (il discorso di Marine Le Pen raggiunge ormai direttamente le opinioni pubbliche europee) e da una rete sempre più stretta di raccordi organizzativi fra paesi. La conversione della Lega al sovranismo nazionale (e non più padano) e le recenti iniziative di Alemanno e Storace possono essere viste come “lepenismo d’importazione”. I grillini hanno esordito come “faragisti”, ma la loro piattaforma sull’Europa e la loro stessa  collocazione ideologica è sempre più ambigua.

Il sovranismo non è dunque un fenomeno effimero. Diventerà un tratto caratterizzante del panorama politico europeo. E anche se le sue prospettive di conquistare ruoli di governo non sono alte, per il momento, la sola presenza di formazioni lepeniste (nonché di elementi sovranisti nella sinistra radicale) è destinata a pesare sulle scelte e i programmi degli altri partiti e dei governi.

La sfida sovranista va presa sul serio anche perché solleva questioni oggettivamente importanti. La globalizzazione ha tanti meriti ed è destinata a procedere per conto suo (Trump vuole arginarla: vedremo). Prima o poi si ricreerà un equilibrio politico tra vantaggi e svantaggi dell’apertura su scala mondiale. Ma la transizione sarà lunga e i paesi avanzati non sono attrezzati per ammortizzare qui ed ora i contraccolpi sociali. Prima della crisi, l’Unione europea sembrava aver trovato una via “alta”: riforme strutturali per la competitività, modernizzazione del welfare per far fronte ai nuovi rischi. Forse l’impostazione era irrealistica e mal disegnata sin dall’inizio. Con la crisi scoppiata nel 2008, il sogno di una transizione morbida, inclusiva e ben governata verso un nuovo modello di crescita sembra essersi improvvisamente infranto. La UE è spesso accusata di colpe non sue. Ma le politiche di Bruxelles sono diventate sempre meno efficaci e, quel che è peggio, sempre più divisive. E’ su questi due fronti che incontriamo la questione della sovranità.

A chi appartiene oggi in Europa il potere “ultimo” di decidere? Non c’è una risposta univoca. La sovranità monetaria appartiene interamente alla UE, quella fiscale in gran parte, quella sulle politiche macro-economiche metà e metà, quella sulle politiche sociali resta prevalentemente nazionale e così via, con una infinità di gradazioni. Alla confusione trasversale nell’attribuzione dei poteri si aggiunge poi l’estrema opacità dei limiti di ciascun potere. La mancata chiarezza su questo aspetto è rischiosissima perché consente ad alcune istituzioni di varcare il confine tra democrazia liberale e autoritarismo. Molti studiosi (non sovranisti) sostengono ad esempio che la Troika (Commissione, Banca centrale e Fondo monetario) ha spesso agito ultra vires.

Ma c’è di più. Il regime di governo macro-economico messo in piedi durante la crisi ha rotto il delicato equilibrio politico fra i paesi membri: piccoli e grandi, creditori e debitori, vecchi e nuovi. La storia dell’integrazione può essere letta come lento e tortuoso viaggio per fare emergere una “ragion politica comune” garantendo parità di status fra tutti gli stati partecipanti. Non è stato facile, nel tempo ci sono stati momenti di alta tensione. Ma il principio fondante della eguaglianza politica (i filosofi lo chiamano criterio di non-dominazione fra popoli) è stato nel suo complesso rispettato. Oggi questo non è più vero, la Germania è diventata il paese dominante. E si tratta di un “dominio” tanto più evidente quanto più incapace di produrre beni collettivi per tutti. In una associazione basata sull’eguaglianza politica, chi è “più uguale degli altri” ha onori e vantaggi, ma anche obblighi e oneri di responsabilità verso l’associazione in quanto tale. Una responsabilità che la Germania non sembra in grado di esercitare e forse neppure di accettare.

Il progetto di un ritorno alla piena sovranità di ciascuna patria nazionale è rischioso e probabilmente auto-lesionista. Come verrebbero gestite le interdipendenze ormai strettissime e benefiche tra paesi? Come si affronterebbero i rischi comuni (dalla sicurezza all’immigrazione)? L’evoluzione della Brexit ci illuminerà su questi temi. E’ certo però che lo status quo istituzionale e politico della UE non è però più sostenibile. Chi ancora crede nel sogno europeo deve riavvicinarlo alle esigenze e ai sentimenti dei cittadini. Per questo ci vogliono ambizione, inventiva e iniziativa. E, se possibile, nuove  parole d’ordine, capaci di sfidare il sovranismo come simbolo politico. A me piace l’idea di una UE come social-demoicrazia (aggiungerei “liberale”, ma di questi tempi l’aggettivo non tira). Serve però un dibattito allargato per approfondire, articolare, fornire altri suggerimenti. Nella speranza che qualche leader voglia prima o poi raccogliere il testimone e impegnarsi attivamente,  sul piano intellettuale e soprattutto politico.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 22 gennaio 2017.

 

 

 

 

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