Archivi del mese: agosto 2012

Salvare la «generazione senza futuro» Non basta la strategia dei piccoli passi

Maurizio Ferrera

I giovani italiani sono una «generazione perduta che sta pagando troppo». Mario Monti ha fatto bene a ricordarlo l’altro ieri a Rimini: ma quante volte è già stata usata questa espressione? Quanti lamenti, quante promesse abbiamo sentito? Tornare sul dibattito ha un sapore quasi imbarazzante. Tanto più che, come ha messo bene in luce il servizio di Federico Fubini apparso ieri su questo giornale, invece di migliorare la situazione peggiora, al netto della crisi.

Moltissimi Paesi fanno meglio di noi, hanno tassi di occupazione giovanile (e totale) ben più alti dell’Italia.

Sin dal suo insediamento, questo governo ha mostrato una nuova sensibilità per la condizione giovanile. Ma la politica concretamente adottata è stata quella dei piccoli passi. La riforma Fornero ha introdotto un pacchetto di misure promettenti: apprendistato, agevolazioni per l’assunzione di giovani e donne, limitazione dei contratti «usa e getta», accesso più ampio alle indennità di occupazione. Qualche effetto positivo arriverà senz’altro, ma non aspettiamoci scosse. Dal «Cresci Italia», dal «Semplifica Italia» e dal decreto sviluppo (finalmente convertito in legge) il governo si aspetta consistenti ricadute occupazionali: tuttavia, come lo stesso Monti ha ribadito a Rimini, ci vorrà tempo prima che le riforme producano risultati. E intanto? Il conto che facciamo pagare ai nostri giovani diventa ogni giorno più salato. La politica dei piccoli passi non è più sufficiente, soprattutto per un governo che ha scelto l’equità intergenerazionale come uno dei suoi più qualificanti obiettivi.

Per accelerare il passo (anche sul piano politico) si deve prendere spunto dai Paesi virtuosi e applicare con maggior serietà le raccomandazioni europee. La strategia «Europa 2020» ci chiede ad esempio di accrescere il tasso di occupazione dall’attuale 61% al 70% nei prossimi otto anni e sollecita a quantificare obiettivi di medio termine, diciamo di qui a due o tre anni. Altri Paesi Ue l’hanno fatto nel loro ultimo Programma Nazionale di Riforma, l’Italia no. Perché? Proporsi traguardi precisi nel medio periodo servirebbe a creare un senso di maggiore urgenza. Sappiamo bene che da noi alzare il tasso di occupazione significa soprattutto dare lavoro a giovani e donne.

La semplice indicazione di obiettivi non dà ovviamente garanzie che questi vengano raggiunti. Perciò il passo più importante da fare è quello delle garanzie: occorre immaginare qualche «penalità» in modo che, se si manca l’obiettivo, il conto non venga pagato dai giovani. L’esempio da imitare potrebbe essere quello dell’Olanda negli anni Novanta. Qui un governo di grande coalizione introdusse questa regola: se in un dato anno il tasso di occupazione non sale secondo il ritmo programmato (al netto del ciclo), nell’anno successivo viene sospesa l’indicizzazione delle prestazioni sociali. La sospensione avvenne effettivamente per tre anni consecutivi, fra il 1993 e il 1995, con l’appoggio dei sindacati e del partito socialdemocratico al governo. Parte dei fondi così risparmiati andò a finanziare le politiche attive del lavoro e quelle di formazione. Tra il 1991 e il 2001 il tasso di occupazione dei giovani olandesi crebbe di quasi 15 punti percentuali, portandosi al di sopra del 65% (oggi, nonostante la crisi, è al 68%, più del doppio di quello italiano).

A voler essere davvero ambiziosi si potrebbe poi giocare d’anticipo rispetto alla stessa Unione europea. A Bruxelles si sta riflettendo su una misura che dovrebbe diventare presto oggetto di una Comunicazione ufficiale: la cosiddetta Youth Guarantee (garanzia per i giovani). Si tratta di un vero e proprio diritto di ogni studente che termina la scuola secondaria a ricevere un’offerta di lavoro, di tirocinio/apprendistato o di ulteriore programma formativo. Per un Paese come l’Italia sarebbe una vera e propria rivoluzione ed è chiaro che avrebbe alti costi finanziari ed organizzativi. Ma, lo ripeto, senza passi ambiziosi, che smettano di «far pagare il conto» ai giovani e rimodulino l’intensità e la gamma delle tutele lungo il ciclo di vita, l’Italia continuerà a mantenere i propri figli nel recinto dell’inattività, della precarietà, della dipendenza, con considerevoli danni sociali ed economici. Secondo gli esperti, in Europa ci sono oggi quasi sei milioni di giovani inattivi, il che comporta circa 100 miliardi di euro di «perdita» in mancato sviluppo.

A Bruxelles si sta pensando di mobilitare il bilancio Ueper co-finanziare la Youth Guarantee: una prospettiva che tornerebbe a grande vantaggio dell’Italia. È un vero peccato che tale progetto non figuri fra i temi che occupano l’agenda europea sulla crisi e le discussioni sul cosiddetto Growth Compact. Ma, si sa, l’Europa sembra aver smarrito di questi tempi la capacità e il desiderio di presentarsi alle opinioni pubbliche (e ai suoi giovani) come soluzione, invece che come problema.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 21 Agosto 2012

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I cani da guardia della serietà

Maurizio Ferrera

Alla ripresa autunnale inizierà di fatto una lunga campagna elettorale. È bene che tutti i partiti in lizza siano consapevoli di una importante novità: essi si troveranno a parlare non solo ai cittadini italiani ma anche alle opinioni pubbliche europee e ai mercati internazionali. I tedeschi, gli olandesi, i finlandesi non esprimeranno preferenze dirette, ma le loro valutazioni peseranno molto sulle decisioni delle autorità Ue. I grandi investitori internazionali invece «voteranno» con i loro ordini di compravendita sui titoli di Stato italiani. La posta in gioco è altissima.

La madre di tutti i nostri problemi è evidente: riusciremo a evitare il default ? Dovremo chiedere salvataggi esterni, con vincoli umilianti per quel che resta della nostra sovranità democratica? Francesco Giavazzi ha spiegato che, rimboccandoci le maniche, possiamo ancora «farcela da soli» ( Corriere , 4 agosto). Le proposte di tutti i protagonisti del confronto elettorale dovranno essere valutate in rapporto a questa sfida.

Alle opinioni pubbliche dei Paesi virtuosi e ai mercati interessano soprattutto due cose: governabilità e impegni di governo. La prima dipenderà essenzialmente dalla nuova legge elettorale: qualsiasi nuovo sistema dovrà essere in grado di produrre maggioranze chiare, stabili e di far emergere premier e compagine di governo subito dopo i risultati.

Gli impegni del nuovo esecutivo dipenderanno in larga misura dai programmi che verranno elaborati dai partiti. In Italia i manifesti elettorali sono documenti lunghi ma molto generici e servono essenzialmente per formare e tenere assieme le coalizioni. Negli altri Paesi essi sono invece delle piattaforme di governo, frutto di un accurato lavoro tecnico. Spesso esistono organismi indipendenti che fungono da «cani da guardia». Il caso più eclatante è quello dell’Olanda. Qui un ente pubblico di ricerca e programmazione ( CPB-Netherlands Bureau for Economic Policy Analysis, Ufficio olandese per le analisi di politica economica) passa al setaccio i programmi e quantifica i loro effetti sullo status quo: che cosa succederebbe al bilancio pubblico, al potere d’acquisto delle famiglie, ai profitti delle imprese, all’occupazione, alla qualità dell’ambiente e così via se venisse attuato il programma di questo o quel partito? Le valutazioni del CPB vengono rese note un paio di mesi prima delle elezioni. Dopo, nessuno può parlare a vanvera, il confronto elettorale si concentra sugli scenari e le divergenze messe a nudo dalle analisi degli esperti.

Le capacità di elaborazione e di controllo politico-programmatico non si possono improvvisare: il nostro dibattito preelettorale non potrà certo raggiungere in pochi mesi la qualità e lo stile di quelli olandese o tedesco. Gli osservatori esterni ci sono abituati, ma questa volta saranno particolarmente severi: superficialità, litigiosità, battute senza capo né coda rischiano di costarci molto care.

Il compito di contrastare questo scenario spetta in primo luogo e ovviamente ai partiti stessi e in particolare a quelli dell’attuale maggioranza, formatasi appunto per gestire l’emergenza europea. Data la sua natura tecnica, anche il governo può svolgere tuttavia un ruolo importante, ad esempio producendo dossier tecnici sui principali temi in agenda e sulla gamma di soluzioni praticabili.

In fondo, si tratterebbe solo di anticipare il lavoro di preparazione del Piano nazionale di riforma, che dovrà essere consegnato alla Ue proprio nella prossima primavera. I partiti sarebbero così incentivati a confrontarsi su temi concreti, con spirito pragmatico.

Sarebbe molto utile, inoltre, predisporre un documento che illustri le implicazioni e quantifichi i costi di un’eventuale sparizione dell’euro o di un’uscita unilaterale dell’Italia. Per la prima volta alle prossime elezioni si presenteranno formazioni politiche dichiaratamente anti Ue. A queste è doveroso chiedere di prendere atto e giustificare le conseguenze di ciò che propongono.

È quasi superfluo aggiungere che il ruolo di «cane da guardia» sulla serietà delle varie proposte politiche dovrà essere svolto anche dalla società civile, nelle sue varie articolazioni, e in ultima analisi dagli elettori. È sulle loro spalle, infatti, che ricadranno i benefici o i costi del confronto elettorale e, questa volta più che mai, delle valutazioni che ne trarranno gli osservatori stranieri.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 9 agosto 2012

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