Archivi del mese: gennaio 2015

Se l’1 per cento è più ricco del resto del mondo. I leader di Davos accorcino il grande divario

disuguaglianze

Negli anni Settanta, la «linea della diseguaglianza» si situava intorno al 60%. I due quinti più ricchi detenevano una quota di ricchezze superiore, appunto, al 40%. Ai restanti tre quinti andava invece proporzionalmente di meno. Si trattava, come si diceva allora, dei «meno favoriti».
Nei decenni successivi il divario fra ricchi e poveri è costantemente cresciuto. Nel 2009, il movimento Occupy Wall Street coniò un nuovo slogan: «noi siamo il 99%», ossia la stragrande maggioranza di cittadini americani costretti a pagare i costi della crisi finanziaria, distanti anni luce dall’1% di super ricchi.
Il recente rapporto di Oxfam allarga il quadro a livello globale e formula una stima ancora più fosca. Nel 2016, l’1% più abbiente della popolazione controllerà più del 50% delle ricchezze planetarie.
La diseguaglianza non è un male in sé, ma quando raggiunge le attuali vette stratosferiche diventa un problema. Come correttamente osserva Oxfam, il sistema economico non può funzionare in modo efficiente in condizioni di così marcata disparità fra individui e fra Paesi. Le società si disgregano, la politica prima o poi si infiamma.
La ragione di base per cui non possiamo accettare simili livelli di diseguaglianza è però di natura etica. Di fronte alla strage quotidiana di bambini che muoiono di fame solo perché sono nati nella parte sbagliata del mondo non possono esserci né giustificazioni né alibi. Siamo tutti responsabili.
E poi: chi ci assicura che l’enorme quantità di ricchezze possedute da quell’1% siano tutte «meritate»? In molti Paesi in via di sviluppo la politica è una macchina al servizio dei potenti e continua ad alimentare ristrette élite plutocratiche.
Spesso anche nei regimi democratici la distribuzione di redditi e ricchezze rispecchia privilegi di casta, regole non meritocratiche, manipolazioni partigiane. Viola cioè i principi basilari di qualsiasi teoria della giustizia, anche la più libertaria.
Che cosa si può fare? In teoria molto, in pratica poco. Le istituzioni globali, le uniche che avrebbero la capacità di intervenire sul campo, restano deboli e frammentate. Vi sono tuttavia margini di manovra non sufficientemente sfruttati. Oxfam propone ad esempio di affrontare nel 2015 il tema dell’armonizzazione fiscale a livello internazionale, in modo da contrastare quelle pratiche semi legali che consentono ai super ricchi di «non fare la propria parte» e addirittura di evadere le imposte dovute. Ma forse si può essere più ambiziosi e prendere impegni concreti per sostenere la campagna «fame zero» delle Nazioni Unite, volta ad eliminare la piaga della denutrizione dei bambini e di moltissime madri, soprattutto nei tanti focolai dell’Africa sub-sahariana.
Commentando le proteste di Occupy Wall Street, l’economista Joseph Stiglitz disse nel 2009 che la democrazia non può rassegnarsi ad essere «il governo dell’1%, da parte dell’1%, a favore dell’1%». L’affermazione era forse un po’ esagerata, ma il rischio è oggi reale.
Le diseguaglianze e la povertà estreme dipendono anche dal fatto che non esiste un governo mondiale e dunque è difficilissimo adottare misure minime di redistribuzione delle risorse. Laddove i governi democratici esistono, dobbiamo però contrastare in ogni modo lo spettro di una «politica dell’1%».
Dovrebbero ricordarsene i leader mondiali riuniti sotto i cieli di Davos, località di villeggiatura situata in uno dei forzieri del mondo, la Svizzera. Pare che dal Summit possano emergere impegni innovativi e ambiziosi proprio in tema di povertà e diseguaglianza.
Speriamo che siano seri, concreti e verificabili, anno dopo anno.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 20 gennaio

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Non sprechiamo l’opportunità che ci ha dato l’Europa

I governi nazionali potranno spendere di più e allungare i tempi per rispettare i vincoli UE. Renzi acceleri su Jobs Act e Riforma del Terzo Settore.

Fine delle politiche europee di austerità? No, ma un importante svolta in direzione della crescita, questo si. UnaComunicazione adottata l’altro ieri dalla Commissione apre margini non indifferenti per usi “virtuosi” di risorse pubbliche, aggirando la tagliola del Patto di Stabilità. Si tratta di quella flessibilità a gran voce chiesta da Matteo Renzi già dalla primavera scorsa e a lungo osteggiata da Angela Merkel e Barroso. Il Patto è già flessibile, si diceva, non c’è bisogno di nuove regole. La Comunicazione appena pubblicata non smentisce formalmente questa tesi, ma conferma che le regole non sono mai state applicate e che non esisteva neppure il manuale di istruzioni.

I criteri del Patto di Stabilità potranno essere allentati in tre casi: per i contributi nazionali al nuovo Fondo europeo per gli investimenti strategici (il cosiddetto piano Juncker); per gli investimenti in progetti co-finanziati dai Fondi europei; e per sostenere i costi di breve periodo delle riforme strutturali. Le maggiori uscite pubbliche collegate a questi tre tipi di misure verranno parzialmente abbuonate nel calcolo del deficit (il fatidico 3%). I governi nazionali potranno, in soldoni, spendere un po’ di più e/o allungare i tempi per rispettare i vincoli UE.

La “clausola delle riforme strutturali” è una novità quasi assoluta. Seppur vagamente prevista da un Regolamento del 1997, è finora rimasta lettera morta. L’Italia ha premuto per la sua applicazione sin dal governo Monti e un aiuto decisivo è arrivato lo scorso agosto da Mario Draghi, che si è schierato a favore nel suo discorso di Jackson Hole. La Comunicazione pone tre condizioni affinché una riforma possa essere considerata come “strutturale”. Deve trattarsi innanzitutto di un provvedimento ambizioso, volto a superare storiche e profonde debolezze nazionali. L’impatto fiscale diretto deve essere chiaramente dimostrabile in termini di minori spese o di maggiori entrate (eventualmente anche grazie a più crescita e più occupazione). Infine, le riforme devono essere già approvate al momento in cui si chiede l’attivazione della clausola e ci deve essere un impegno solenne alla loro piena attuazione. Lo strumento attraverso cui un paese membro può attivare la richiesta è il Programma Nazionale di Riforma, che tutti i governi UE devono presentare ogni anno in aprile.

In che modo può l’Italia sfruttare al più presto la nuova clausola? L’agenda è talmente ampia che abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Ma è meglio concentrarsi su pochi realistici obiettivi. Ne propongo tre. I primi due riguardano l’attuazione del Jobs Act, che ha l’enorme vantaggio di essere già una legge delega approvata dal Parlamento. Al suo interno ci sono la riforma dei servizi per l’impiego e l’adozione di un pacchetto di misure per favorire la conciliazione e dunque l’occupazione femminile. C’è poi la riforma del Terzo Settore. Il disegno di legge delega su questo tema è all’esame del Parlamento e con un po’di sforzo lo si potrebbe approvare entro i prossimi due mesi .

E’ quasi superfluo sottolineare come su questi tre fronti si concentrino alcune delle più gravi debolezze strutturali del nostro sistema economico e sociale. Abbiamo un deficit storico di servizi alle persone e alle famiglie. In Francia e in Gran Bretagna gli occupati nel settore sono un milione in più che in Italia. Questo buco è colmato dal welfare “fai da te”, che è però diventato una trappola. La promozione di un moderno settore di “neo-terziario sociale” potrebbe generare molti circoli virtuosi, anche sulla finanza pubblica . Siccome gran parte dei vantaggi andrebbe alle donne, potrebbe finalmente scattare quella “molla rosa” pronta a dare impulso alla crescita grazie al fattore D: il lavoro e il talento femminili. La delega del Jobs Act in tema di conciliazione contiene peraltro molti altri elementi (come il tax credit e gli asili nido) a sostegno dell’occupazione femminile in ogni settore. Il rafforzamento dei servizi per l’impiego e di formazione sarebbe un tassello importante di questa strategia. E avrebbe, naturalmente, effetti positivi a largo spettro sul funzionamento di tutto il nostro mercato del lavoro.

Un pacchetto di misure ambiziose e coerenti su questi tre fronti sarebbe perfettamente in linea con la strategia “Europa 2020”: difficile per la Commissione negare il carattere “strutturale” di un simile pacchetto. Resta un solo problema: la capacità e la credibilità’ progettuale e attuativa del governo. Se Matteo Renzi vuole far tesoro del successo appena ottenuto a Bruxelles, deve mettersi subito a galoppare a Roma. I suoi consulenti economici aspettano solo il via libera: si metta al lavoro una squadra di esperte ed esperti e si prepari un bel libro bianco da allegare al prossimo Programma di Riforma. Ne vale la pena, cerchiamo di non perdere questo treno.


Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 15 gennaio

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Nuovi contratti e protezione universale: i lati buoni del Jobs act

La riforma del mercato del lavoro lascia aperte alcune domande e ha suscitato critiche Ma è un passaggio necessario perché la disoccupazione allenti la sua morsa.

In meno di un anno, il Jobs act è passato dal libro dei desideri alla Gazzetta Ufficiale. Lo scarno sommario di punti «formulato insieme ai ragazzi della segreteria» ( eNews di Matteo Renzi, 8 gennaio 2014) ha dato luogo ad un’ampia riforma, approvata con la legge delega dello scorso 10 dicembre. Il cammino è stato difficile e turbolento: aver tagliato il traguardo è un indubbio segnale positivo. Verso l’Europa, i mercati finanziari e gli investitori stranieri. Ma soprattutto verso l’interno. Il nostro mercato del lavoro può ora diventare più efficiente e più equo.

Come tutti i grandi cambiamenti, il Jobs act ha suscitato incertezza e qualche timore nell’opinione pubblica e dure critiche da parte sindacale. È perciò utile richiamare alcuni elementi di fatto di questa riforma e interrogarsi sui suoi probabili effetti.

Iniziamo col ripetere che per chi oggi ha un posto a tempo indeterminato non cambierà nulla. Il cosiddetto contratto a tutele crescenti (uno dei piatti forti della riforma) si applicherà solo ai nuovi rapporti di lavoro e offrirà a moltissimi precari, soprattutto giovani, la possibilità di assunzione in forma stabile. Non un posto fisso garantito, a prova di licenziamento. Ma un impiego senza scadenza pre-fissata, questo sì.

Rispetto alla situazione attuale, sarà un grande miglioramento. Con una prospettiva temporale lunga i giovani possono impostare piani di carriera e di vita che non sono neppure immaginabili quando si è costretti a ragionare di mese in mese.

La revisione degli ammortizzatori sociali (altro pilastro fondamentale della riforma) offrirà dal canto suo quella protezione universale contro la disoccupazione che l’Italia non ha mai avuto. È davvero strano che le dispute sul Jobs act in seno al Pd e ai sindacati abbiano trascurato questo aspetto, che dagli inizi del Novecento è stato al centro dei programmi e delle lotte politiche di tutte le sinistre europee. La Naspi (Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego) corrisponderà a chi perde il lavoro una indennità pari a circa il 75 per cento dello stipendio per un massimo di 24 mesi. Verranno inoltre sperimentati due sussidi aggiuntivi: l’assegno di disoccupazione (Asdi) per quei lavoratori con carichi di famiglia e senza altre fonti di reddito che non sono ancora riusciti a ricollocarsi alla scadenza della Naspi; e un assegno (chiamato Dis-Coll) per i collaboratori a progetto che restano senza lavoro.

Quando saranno a regime, gli ammortizzatori sociali italiani diventeranno i più inclusivi e per molti aspetti i più avanzati d’Europa. Certo, serviranno risorse adeguate. Ma nel bilancio pubblico i margini ci sono, soprattutto se si riuscirà a riportare la Cassa integrazione alle sue funzioni «fisiologiche».

Per una valutazione completa del Jobs act bisogna ovviamente aspettare i decreti delegati mancanti. Occorre varare un codice semplificato del lavoro, che sfrondi l’attuale pletora di forme contrattuali (in particolare le «co-co-pro» fasulle). E serve al più presto un’Agenzia nazionale che coordini i servizi per l’impiego e la formazione professionale.

Ma veniamo ai possibili effetti del Jobs act. Crescerà l’occupazione? Questo è ciò che importa agli italiani. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha azzardato una stima: 800 mila posti di lavoro in tre anni. Se così accadesse, sarebbe un bel successo. Tutto dipenderà però dal comportamento delle imprese e, più in generale, dall’andamento dell’economia.

Superato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, le piccole aziende salteranno il fatidico «fossato» dei 15 dipendenti e ne assumeranno altri utilizzando il contratto a tutele crescenti? Con maggiore flessibilità e forti incentivi fiscali, le imprese medie e grandi smetteranno di delocalizzare e torneranno a creare posti di lavoro stabili in Italia? Arriveranno gli investitori stranieri? E, soprattutto, ripartiranno gli ordini e i consumi? Le risposte a queste cruciali domande non dipendono solo dall’azione di governo: si tratta in ultima analisi di scelte e comportamenti dei vari soggetti economici. Il Jobs act va perciò visto come una condizione necessaria, ma non sufficiente per superare la crisi e far crescere il lavoro.

Agli inizi di un nuovo anno, è giusto mostrare un po’ di ottimismo. Grazie al Jobs act, possiamo dire che il bicchiere delle riforme ha cominciato a riempirsi. Non aspettiamoci miracoli; piuttosto, come ha giustamente detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, «ciascuno faccia la sua parte al meglio». Se la legge delega verrà attuata in tutti i suoi tasselli, è lecito però sperare che nel 2015 l’assillo della disoccupazione allenti la sua morsa, soprattutto sui giovani e le fasce più fragili della nostra società. Con l’aria che tira, sarebbe una realizzazione non da poco.

Questo articolo è stato pubblicato anche su Il Corriere della Sera del 3 gennaio 2015

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