Archivi del mese: marzo 2014

Tre ostacoli nella giungla

Con i provvedimenti varati il 12 marzo dal Consiglio dei ministri, ha preso finalmente forma il famoso Jobs Act, quel piano per i posti di lavoro che Matteo Renzi si era impegnato a elaborare subito dopo la nomina a segretario del Pd. Meno restrizioni e regole più snelle per le assunzioni, sostegni più efficaci per i disoccupati, incentivi e servizi per le madri che lavorano: queste le linee direttive dei nuovi provvedimenti, chiaramente ispirate al modello della flexicurity (flessibilità coniugata a sicurezza) da anni raccomandato dall’Unione europea.

Un decreto legge semplificherà da subito le assunzioni a tempo determinato e quelle degli apprendisti, andando incontro alle richieste delle imprese. Il riordino delle troppe forme contrattuali oggi esistenti e soprattutto la definizione di un nuovo tipo di contratto «a tutele crescenti» e di un compenso orario minimo (come quello appena introdotto in Germania) sono invece demandate a un disegno di legge. Quest’ultimo chiederà al Parlamento anche la delega a intervenire su altri cruciali fronti. Gli ammortizzatori sociali, con l’estensione dell’indennità di disoccupazione (la cosiddetta Aspi) alle tante categorie di precari oggi esclusi. servizi per l’impiego, tramite l’istituzione di una Agenzia nazionale per l’occupazione responsabile sia per le politiche attive sia per l’erogazione dei sussidi (secondo il modello francese). La semplificazione della miriade di adempimenti a carico di imprese e lavoratori. E infine il rafforzamento delle misure di conciliazione fra responsabilità familiari e lavorative, soprattutto a vantaggio delle donne.

Arriveranno i nuovi posti di lavoro? Difficile rispondere, dato che l’occupazione non dipende solo dalle regole, ma anche dallo stato complessivo dell’economia italiana e internazionale. «Se» tutti i punti del Jobs Act fossero realizzati, diventerebbe però più facile creare lavoro, a parità di condizioni. E soprattutto avremmo un mercato occupazionale più equo e inclusivo. Si tratta tuttavia di un grande «se». Almeno tre ostacoli si frappongono al raggiungimento degli obiettivi del Jobs Act : dettagli, tempi e costi. Il disegno di legge fissa i paletti entro cui dovrà essere esercitata la delega governativa. Ma sui punti caldi resta vago e reticente.

Sarà abolita la cassa integrazione in deroga? Come si supererà l’attuale giungla di disposizioni regionali su formazione e servizi per l’impiego? Si introdurrà davvero un serio sistema di sanzioni per quei disoccupati (o cassintegrati) che non accettano ragionevoli proposte formative o occupazionali alternative al sussidio? Come si eviterà che la liberalizzazione dei contratti a termine conduca ad uno scenario «spagnolo» di percorsi lavorativi a spezzatino fra un’impresa e l’altra, senza ricevere adeguata formazione? Le risposte a queste domande possono condurre a esiti molto diversi in termini di quantità e qualità del lavoro disponibile.

Sui tempi di attuazione del disegno di legge, il rischio è quello della «palude» in Parlamento, amplificata dal possibile risentimento di sindacati sinora esclusi dal processo decisionale. La cosiddetta «delega fiscale» presentata da Tremonti nell’estate 2011 è giunta a compimento solo poche settimane fa: più di due anni e mezzo. Sul mercato del lavoro non possiamo certo permetterci tempi altrettanto lunghi, ma il rischio è alto.

Infine, le risorse. Nell’articolo 6 del disegno di legge c’è scritto: «Dall’attuazione delle deleghe non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Ottima idea. Però, a spanne, per la nuova Aspi servono almeno 2,5 miliardi. E risorse aggiuntive sono indispensabili per rafforzare le misure sulla maternità e la conciliazione. Da dove arriveranno questi soldi? Da una drastica riduzione della cassa integrazione? Sarebbe auspicabile. Ma serve un progetto dettagliato e credibile sulla transizione dal vecchio al nuovo sistema. Se questo progetto c’è già, vorremmo conoscerlo. Se non c’è, è urgente prepararlo: per evitare le trappole della palude e soprattutto per rassicurare lavoratori e imprese.

Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 14 marzo 2014

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Non serve promettere la luna. Renzi il velocista adesso passi ai fatti.

 

Ora che Matteo Renzi siede nella stanza dei bottoni, il tempo degli annunci a effetto e dei richiami a Obama è definitivamente scaduto. Cosa c’è nel famoso Jobs Act? Che cosa si propone di fare il nuovo governo in tema di lavoro? A questo punto l’opinione pubblica ha il diritto di sapere: di leggere e valutare proposte concrete, con tanto di costi, tempi, obiettivi misurabili. Nell’impaziente attesa, è opportuno fermare qualche paletto sulle cose minime da fare.

La prima è molto semplice: realizzare tutte le misure già legiferate che ancora galleggiano nel limbo degli adempimenti amministrativi e finanziari e che dunque non stanno producendo alcun risultato. Incentivi alle assunzioni, alla contrattazione di secondo livello, apprendistato, utilizzo dei fondi Ue: l’eredità delle disposizioni di legge non ancora operative è lunga, in parte risale addirittura al governo Monti. Possiamo consigliare al “velocista” Renzi di smaltire come prima cosa tutto l’arretrato.

La seconda priorità “minima” riguarda Fisco e burocrazia. O meglio, la loro drastica semplificazione, soprattutto per le imprese. Permessi, licenze edilizie, autorizzazioni ambientali, appalti, dichiarazioni tributarie e modalità di riscossione, rimborsi, compensazioni: c’è una selva oscura da disboscare, che ostacola le attività di chi produce in Italia, scoraggia gli investitori stranieri, spinge a delocalizzare. L’eliminazione di questi impedimenti è una condizione necessaria perché si torni a crescere e dunque a creare posti di lavoro. Monti e Letta ci hanno provato, ma non è successo quasi nulla. Il disegno di legge sulle semplificazioni presentato in Parlamento nel giugno 2013 sta ancora facendo la spola da una Commissione all’altra, e a ogni giro diventa più lungo e complicato. Fra le priorità minime andrebbe inclusa anche l’adozione di un nuovo codice del lavoro, secondo la proposta di Pietro Ichino. Sono riforme a costo zero: almeno su queste il nuovo governo può prendere impegni temporali precisi e verificabili?

C’è poi la cosiddetta Garanzia Giovani, l’ambizioso programma per il lavoro degli under 25 cofinanziato dall’Unione Europea. Il neoministro Poletti ha detto che il programma inizierà entro un mese. Non rimandi oltre, visto che altri Paesi Ue sono già partiti, sulla base di piani molto dettagliati. Su questo fronte il governo Renzi davvero non può scherzare. La disoccupazione giovanile è un problema “allucinante” (come il presidente stesso ha riconosciuto in uno dei suoi tweet) e per giunta è stato proprio il governo italiano a premere su Bruxelles, nel giugno scorso, affinchè i finanziamenti venissero concentrati nel 2014 e 2015. Con che faccia inizieremo a luglio il semestre di presidenza italiano senza poter vantare qualche risultato nell’attuazione della garanzia giovani? La sfida è tutt’altro che facile: i potenziali beneficiari sono quasi un milione e in teoria bisognerebbe offrire a ciascuno di loro una proposta di lavoro o formazione entro quattro mesi dalla fine della scuola o dalla perdita del lavoro. Con i servizi per l’impiego che ci ritroviamo, solo un coinvolgimento diretto e massiccio del sistema imprese (tirocini, stage, apprendistati) produrrebbe qualche risultato in tempi rapidi. Dato il suo ruolo istituzionale e il suo background, il ministro Guidi può forse giocare un ruolo importante in questa partita.

Al di là dell’agenda minima, sarebbero desiderabili almeno due “piatti forti“. Il primo riguarda gli ammortizzatori sociali. Il progetto elaborato per il Pd da Stefano Sacchi prevede l’abolizione della Cassa integrazione in deroga (uno schema costoso e perverso) e l’introduzione di una «Nuova Aspi» che, pur non essendo completamente universale, coprirebbe i buchi più macroscopici della riforma Fornero. La proposta è seria: diventerà quella del governo? Il secondo piatto forte riguarda gli incentivi all’occupazione. Come e di quanto verrà abbassato il costo del lavoro? Quanto andrà alle imprese, quanto ai lavoratori? A tutti i lavoratori? A queste domande non si risponde con le trattative fra partiti o fra governo e parti sociali, ma con un disegno strategico sul modello di sviluppo che riteniamo più adatto per un Paese come l’Italia.

È probabile che Matteo Renzi includa nel suo piano per il lavoro anche un terzo punto: l’introduzione del cosiddetto contratto unico a tutele crescenti. È un tema su cui merita senz’altro riflettere. Ma è anche questione molto controversa. Il mondo sindacale è in gran parte contrario, il Pd parlamentare è diviso. Il nuovo governo — e soprattutto gli italiani — hanno bisogno di risultati tangibili, non di scontri ideologici. La realizzazione dei punti “minimi” sopra indicati, la riduzione (magari progressiva e condizionale) del cuneo fiscale e la riforma degli ammortizzatori (compreso il tema spinoso dei servizi per l’impiego e per la ricollocazìone dei disoccupati) sono gli obiettivi su cui conviene puntare per il medio periodo. Senza promettere la luna, con un paziente lavoro di progettazione istituzionale e di guida politica.


Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 2 marzo

 

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