Archivi del mese: dicembre 2017

Studi Umanistici da riqualificare. Gli USA insegnano

La crisi economica non ha solo inasprito il risentimento verso la UE, ma sta anche erodendo quel capitale di fiducia reciproca che i diversi stati membri hanno faticosamente accumulato a partire dal Trattato Di Roma. In particolare sono aumentate le tensioni tra i paesi del Nord Europa, forti sostenitori delle politiche di austerità, e i paesi dell’area mediterranea, caratterizzati da una difficile ripresa economica e da un alto debito pubblico. Germania e Italia rappresentano in modo più emblematico queste due Europe. E i dati confermano che fra le loro opinioni pubbliche si è aperto un inedito divario su alcuni temi cruciali.

Legate da intense relazioni economiche, sociali e culturali, Germania e Italia hanno nel tempo condiviso uno spiccato e fattivo europeismo. Tuttavia negli ultimi anni le politiche e la missione dell’Europa sono passate da punto di incontro a fonte di tensione. In Germania il sostegno verso l’UE è alto e stabile, in Italia il filo-europeismo ha invece subito un declino con l’introduzione della moneta unica e un vero e proprio crollo durante la grande crisi. Italiani e tedeschi esprimono opinioni contrapposte anche sulla disponibilità ad aiuti finanziari verso gli stati membri in difficoltà e sulle responsabilità dei diversi paesi nella crisi economica (dati REScEU: www.resceu.it ).

La crisi dell’Eurozona e le conseguenti politiche di austerità hanno esacerbato alcuni tradizionali stereotipi e pregiudizi: italiani indisciplinati e imprudenti, tedeschi avari e inflessibili (tab. 1). Dal 2010 ad oggi, il favore dell’opinione pubblica del nostro paese nei confronti della Germania è passata dal 70% al 54%, il “raffreddamento” più marcato fra i grandi paesi (tab. 3). Insieme agli spagnoli, gli italiani sono diventati molto critici e pensano che la Germania abbia troppa influenza nella UE (tab. 2). Da altre indagini sappiamo che il 66% degli italiani crede che la Germania si impegni troppo per promuovere i propri interessi nazionali , ( il 53% dei tedeschi ritiene che si impegni troppo poco!). Inoltre, il 75% dei nostri connazionali ritiene che la Germania dovrebbe tenere in maggiore considerazione i problemi degli altri paesi UE e l’81% pensa che Berlino abusi del proprio ruolo. La stragrande maggioranza degli intervistati tedeschi ritiene invece che i problemi economici dell’Italia siano largamente imputabili a sé stessa (78%) e che Roma faccia ancora troppo poco per riformare stato ed economia (80%). Poiché la governance macroeconomica della UE è principalmente ispirata dalla Germania, non stupisce, da un lato, che la grande maggioranza dei tedeschi valuti positivamente il modo in cui Bruxelles gestisce l’economia europea né, dall’altro lato, che la stragrande maggioranza degli italiani si schieri sul fronte opposto (tab 4). Uno studio di prossima pubblicazione condotto da Olmastroni (Università di Siena) e Pellegata (Università di Milano) mostra come il risentimento degli italiani verso la UE, il loro giudizio negativo sull’operato della leadership tedesca e l’opinione sfavorevole verso la Germania siano strettamente associati.

La crescente divaricazione fra Nord e Sud e in particolare fra Germania e Italia fa molto male all’Europa. Come recita, fin troppo enfaticamente, il preambolo del rattato di Lisbona, la UE non è una collezione di stati collegati da un mercato unico e con una moneta comune. E’ una collettività politica plurinazionale impegnata in una cooperazione sempre più stretta in tutti gli ambiti e livelli. Le politiche economiche sono ovviamente  importanti. Ma la UE non può sopravvivere senza fiducia tra i popoli, senso di reciprocità e un minimo di benevolenza in caso di avversità, soprattutto quando queste sono la diretta conseguenza dello stare insieme. Salvaguardare queste condizioni è compito delle élite, dipende dalla loro capacità di orientare e guidare l’opinione pubblica, anche quella degli altri paesi. Le élite italiane hanno le loro colpe. Dato il proprio peso economico e geo-politico, la Germania ha tuttavia una dose di responsabilità in più. Speriamo che il nuovo governo di Berlino sappia esercitare questa responsabilità con maggiore convinzione ed efficacia.

 

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 31 dicembre 2017

 

 

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Facciamo funzionare il Rei, pensando anche a lavoro e formazione

L’introduzione del Reddito di inclusione rappresenta un importante punto di svolta per lo stato sociale italiano. La lotta alla povertà va condotta su più fronti. Lavoro e Welfare innanzitutto. E poi istruzione, formazione, conciliazione, servizi per le famiglie, incentivi alla creazione di nuovi mercati.

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L’introduzione del Reddito di inclusione (REI) rappresenta un importante punto di svolta per lo stato sociale italiano. Come è noto, strumenti simili per il contrasto alla povertà esistono da decenni nella stragrande maggioranza dei paesi UE. Nelle nazioni in via di sviluppo (dal Brasile alla Costa d’Avorio), il welfare viene oggi costruito partendo proprio da questo tassello, che si rivolge ai poveri indipendentemente dall’età o disabilità. L’Italia ha seguito il percorso inverso. Nel passato ha sempre privilegiato le pensioni, con formule di calcolo molto generose, mentre ha platealmente trascurato il rischio “insufficienza di reddito” in quanto tale.

Per le note e croniche anomalie del nostro mercato del lavoro e del sistema di tutele contro la mancanza di occupazione, tale rischio ha riguardato soprattutto le famiglie numerose debolmente connesse al mercato, in particolare (ma non esclusivamente) nel Mezzogiorno. Ciò ha penalizzato fortemente soprattutto i minori. Non è un caso se i nostri tassi di povertà minorile sono fra i più alti d’Europa.

E’ vero che, dagli anni settanta in avanti, molte regioni e comuni hanno introdotto e rafforzato nel corso del tempo diverse misure contro l’esclusione sociale in quanto tale, entro quadri normativi “soft” che menzionavano esplicitamente prestazioni di “universalismo selettivo” come il minimo vitale, il reddito minimo di inserimento e così via.  Ma tali schemi erano costruiti su sabbie mobili, in particolare dal punto di vista finanziario.  L’ammontare complessivo delle risorse disponibili era definito anno per anno, su base prevalentemente discrezionale e contingente. Le regioni non possono poi, come è noto, introdurre diritti soggettivi permanenti ed esigibili.

Il REI è invece una misura “strutturale”, ossia una voce permanente del bilancio pubblico. E chi soddisfa i requisiti avrà una spettanza tutelata dalla legge e dunque esigibile e giustiziabile.  Di questi tempi è raro che vengano introdotti nuovi diritti. Eppure è successo: dal primo dicembre 2017 il REI è un diritto sociale a tutti gli effetti, valido su tutto il territorio della Repubblica italiana. Per una volta possiamo rallegraci.

Il reddito minimo garantito era già stato discusso e proposto in varie forme dalla Commissione povertà nei primi anni Novanta. Riconoscendo esplicitamente la “doppia distorsione” del sistema di welfare (allocativa e distributiva) e il suo impatto negativo sulle persone più bisognose, il Rapporto della  Commissione Onofri incluse l’introduzione di un reddito minimo garantito fra le sue raccomandazioni del 1997. Oggetto di varie sperimentazioni fra la fine degli anni Novanta e il 2001, la sua attuazione non era però mai riuscita a entrare sul serio nell’agenda politica, a suscitare robusti sostegni all’interno dei partiti e delle istituzioni. La sperimentazione mise poi in luce diversi problemi, incluso quello delle infiltrazioni mafiose. La riforma Turco del 2001 (Legge quadro sull’assistenza e i servizi sociali prevedeva comunque l’istituzione di uno schema nazionale. Contemporaneamente, tuttavia, la riforma del titolo V della Costituzione, varata nello stesso anno, erose le pre-condizioni istituzionali per uno schema nazionale. Il rafforzamento delle competenze regionali in materia di assistenza sociale rese infatti molto più difficile una iniziativa diretta dello stato centrale, originando peraltro un puntiglioso quanto sterile contenzioso fra le parti.

Il tema del reddito minimo si è riaffacciato fattivamente nell’agenda politica a partire dai governi Letta e Renzi. Senza negare la sensibilità e il contributo di quei governi e, naturalmente, di quello guidato da Gentiloni, buona parte del merito va riconosciuto alla Alleanza contro la povertà, un gruppo di 35 organizzazioni della società civile costituitosi nel 2013 (www.redditoinclusione.it). L’Alleanza non si è limitata ad aggregare interessi e consensi, ma ha anche formulato utili proposte. Una vicenda in controtendenza rispetto a quel declino dei corpi intermedi di cui tanto si parla. E anche un esempio, diciamolo, di buona politica, osservato con attenzione da molti osservatori stranieri.

Il REI risolverà il problema della povertà? Certamente no, è solo un primo passo. Le risorse non sono molte (è previsto un loro graduale incremento), le prestazioni hanno importi modesti. I requisiti sono stringenti, di fatto i beneficiari saranno solo la metà dei poveri. Quanto ai comuni, saranno capaci di realizzare progetti di attivazione efficaci? E’ un grosso punto interrogativo. La legge sul  REI prevede il potenziamento dei servizi e  la formazione degli operatori locali. Su questo fronte è bene però che si attivino anche gli attori  del “secondo welfare”, a cominciare proprio dalle associazioni che fanno parte dell’Alleanza. Il successo del REI dovrà essere misurato non solo in termini di alleviamento temporaneo della povertà, ma  soprattutto in termini di recupero dell’ autonomia.

C’è poi una questione più ampia. Il nostro paese ha alti livelli di povertà anche perché mancano i posti di lavoro. Non è tanto colpa della crisi, né tantomeno della riforma Fornero. E’ un deficit cronico che ci portiamo dietro dagli anni Cinquanta: i nostri livelli di occupazione sono sempre stati circa dieci punti più bassi rispetto alla media UE. Quel che è peggio, mancano posti di lavoro in quei settori del terziario che possono dare occupazione a chi ha basse qualifiche. Nei servizi alla persona e alle famiglie (la cosiddetta economia sociale) in Francia ci sono almeno due milioni di posti in più a confronto con l’Italia.

La lotta alla povertà va condotta su più fronti. Lavorio e Welfare (una buona attuazione del REI, innanzitutto) innanzitutto. E poi istruzione, formazione, conciliazione, servizi per le famiglie, incentivi alla creazione di nuovi mercati. Una sfida complessa, ma ineludibile; che richiede molte riforme ora, con effetti lenti e graduali. Purtroppo stiamo entrando in una lunga fase elettorale. Sul tema povertà si abbatterà il polverone del “reddito di cittadinanza” cavalcato dai Cinque Stelle. Sarà fin troppo facile dire che 780 euro a tutti (spesso si omette di precisare che si tratterebbe solo dei più bisognosi) sono meglio di quanto prevede il REI. E altrettanto facile sarà rilanciare sciorinando bonus, o promettendo pensioni minime a mille euro fantomatici nuovi “redditi di dignità”. Di lavoro, capitale umano, nuovi mercati, investimenti (e come finanziarli), non ci sarà invece tempo di parlare. La cattiva politica si tiene lontana dal lungo periodo: che ci pensino pure le prossime generazioni.

 

Questo articolo è comparso su benecomune.net il 29 gennaio 2017

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L’Inno alla gioia, Macron fa la storia

Le elezioni francesi del maggio scorso rischiavano di trasformarsi in un incubo. Per la Francia, innanzitutto, che avrebbe potuto consegnare l’Eliseo a Marine Le Pen. E per l’Unione europea, che si sarebbe di fatto bloccata. Invece ha vinto Emmanuel Macron. La sua entrata solenne nel cortile del Louvre la sera del 7 maggio, accompagnata dalle note di Beethoven (l’inno europeo) è stata una delle scene più toccanti dell’anno, un punto di svolta destinato a restare nei libri di storia.

Macron ha dimostrato straordinarie doti di leadership. Ha portato alla vittoria un movimento nuovo di zecca, En Marche. Ha conquistato le simpatie  di una larga “maggioranza silenziosa” stanca di slogan negativi: no agli immigrati, alla mondializzazione, a Bruxelles, alla Merkel.  Una maggioranza desiderosa di cambiamenti, ma senza avventure.  I sondaggi segnalano che questa maggioranza è presente in molti paesi (compresa l’Italia).  Macron è riuscito, per primo, a darle voce e rappresentanza adeguate.

A Bruxelles Macron ha portato una ventata di aria fresca. Durante la crisi, le istituzioni di Bruxelles hanno sacrificato l’obiettivo strategico – un’Unione sempre più stretta al servizio della prosperità, della libertà, del progresso-  sull’altare dei dettagli tecnici e giuridici legati al funzionamento dell’eurozona.  Macron vuole un budget comune gestito da un Ministro delle Finanze europeo. Per finanziare investimenti, aiutare le regioni in difficoltà, rispondere alle varie crisi.

In Francia sono già arrivati risultati concreti, come la riforma del mercato del lavoro. In Europa l’attivismo di Parigi ha smosso le acque. E’ troppo presto per dire se il “Macronismo” cambierà davvero l’Europa.  Intanto il neo-Presidente riceverà il prestigioso premio Carlo Magno.  L’ultimo francese a riceverlo, nel 2011, era stato Trichet, un tecnocrate dell’euro-crisi. Speriamo che la scelta di Macron segni oggi la rivincita dell’euro-politica: quella capace di guardare lontano, di risolvere in modo efficace i problemi comuni e salvaguardare la legittimità della UE.

 

Questo articolo è comparso anche sul Corriere Economia del 27 dicembre 2017

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Le fragilità di lisbona. perche a Schauble piace Centeno

di Maurizio Ferrera e Furio Stamati

 

Mário Centeno sostituirà Jeroen Dijsselbloem alla guida dell’Eurogruppo. Il Portogallo sarà così il primo membro del Club-Med a presiedere il foro di coordinamento della Moneta Unica. Convinto socialista, il cinquantunenne economista del lavoro è un accademico di fama internazionale. Dal novembre 2015 è Ministro dell’Economia del governo guidato da Antonio  Costa. La sua azione di governo, si è sforzata di coniugare stabilità finanziaria e stimoli fiscali alla crescita. In meno di due anni, contro l’iniziale scetticismo di Bruxelles, la ricetta Centeno ha consentito al  terzo debito pubblico dell’Eurozona di riguadagnare la fiducia degli investitori. Molti, soprattutto a sinistra, guardano oggi al Portogallo come il pioniere di  un nuovo modello di crescita alternativo all’austerità neoliberista. Ma è davvero così?

Alcuni dati sembrerebbero confermare. Il tandem Costa-Centeno (appoggiato dal Blocco di sinistra)  ha aumentatole retribuzioni dei dipendenti pubblici, le pensioni e il salario minimo. Lavoratori e consumatori stanno recuperando un clima di fiducia. L’economia portoghese è in crescita, la disoccupazione in calo. Gli interessi sul debito sono scesi,  mettendo a disposizione un significativo dividendo fiscale per compensare i ceti più colpiti dalla crisi. In effetti, sembra la rivincita di Keynes.

Il problema è però la sostenibilità. Mentre trasferimenti e sussidi sono aumentati  di circa il 2% l’anno, si è dimezzata la spesa per investimenti pubblici. Niente fondi per migliorare quelle infrastrutture (trasporti, scuole, ospedali, edilizia sociale) che in Portogallo lasciano molto a desiderare. Inoltre, dal 2015 ad oggi il costo del lavoro ha subito una vera impennata, la più marcata d’Europa. Il salario minimo portoghese è più alto di quello francese.  Anche questo può rivelarsi un grosso problema, disincentivando gli investimenti esteri e mettendo “fuori mercato” (o relegando nell’economia sommersa) una  grande fetta di lavoratori con basse qualifiche.

Se teniamo conto di queste ombre, il successo del modello di Lisbona si appanna e i dubbi sul futuro appaiono giustificati. Il probabile rialzo dei tassi di interesse metterà a dura prova un bilancio pubblico che è stato strutturalmente  ricalibrato verso i trasferimenti. Senza investimenti sarà impossibile completare la modernizzazione di un Paese ancora lontano dalla frontiera dell’”economia 4.0”.

Chi pensa (e ce ne sono) che il Portogallo rischi di diventare la prossima Grecia sicuramente esagera. Ma intanto la Commissione ha segnalato i problemi e rimesso Lisbona (proprio come Roma) sotto osservazione. Speriamo che Centeno colga il messaggio. Non ha le doti calcistiche che gli ha attribuito Schauble (“il Ronaldo dell’Eurogruppo”), ma è un economista diplomato a Harvard.  Dovrebbe sapere che, se non si piantano nuovi semi, i frutti da distribuire sono destinati a esaurirsi.

 

Questo articolo è comparso anche sul Corriere Economia del 18 dicembre 2017

 

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Una “carta blu” per riscoprire l’Europa

Un modello sociale che il mondo ci invidia

Spesso non ce ne accorgiamo, ma grazie ai fondi dell’Unione molti cittadini usufruiscono di ripetizioni a scuola, incentivi per stage, aiuti alimentari, prestazioni sanitarie all’estero. Con l’introduzione di una “social card” questi vantaggi sarebbero più visibili e capiremmo meglio i vantaggi della Ue.

 

In Lombardia  ogni anno circa trentamila disoccupati usufruiscono della “dote lavoro”,  un sostegno per il re-inserimento tramite corsi di formazione e stage. In Puglia settantamila studenti ricevono ripetizioni gratis dalle loro scuole in scienze e italiano. Sono solo due esempi delle tante iniziative a carattere sociale finanziate al 50% dall’Unione Europea, con una spesa superiore al miliardo di euro annui. Quanti cittadini ne sono al corrente?  Pochi, persino fra i beneficiari.  I politici  preferiscono usare l’Europa come capro espiatorio. Quando spendono fondi UE,  quegli stessi politici si tengono invece tutto il merito, sbandierandolo nelle campagne elettorali.

Noi votiamo in Italia, ma siamo anche cittadini UE, come dice il nostro passaporto.  Il 64% degli italiani è consapevole di  questo fatto, ma solo il 4% ha un’idea precisa di cosa significhi concretamente. Una percentuale esigua, ma che non deve sorprendere. I diritti UE diventano rilevanti solo quando attraversiamo la frontiera tra uno stato membro all’altro. Se decidiamo di muoverci all’interno dell’Unione, nessuno può impedirci di farlo (diritto). Se ci stabiliamo, anche “per sempre”, in un altro paese, dobbiamo essere trattati alla stessa stregua dei cittadini di quel paese (diritto). Possiamo votare nelle elezioni locali e, soprattutto, accedere al welfare: scuola, sanità, pensioni (diritto). Quel 4% che conosce i contenuti della cittadinanza UE è composto principalmente da persone istruite, che viaggiano spesso per studio, lavoro o turismo. In Polonia o Romania le percentuali sono più alte e riguardano tutte le fasce sociali: molti emigrano verso la Germania e gli altri paesi ricchi, il passaporto europeo è per loro una risorsa importantissima.

Non è però un bene che i benefici della la cittadinanza UE siano poco percepiti. In molti paesi si sta infatti creando una contrapposizione fra i cosiddetti movers (chi si sposta da un paese all’altro, soprattutto in cerca di lavoro) e gli stayers, chi resta fermo. Il forte afflusso di polacchi nel Regno Unito ha ad esempio alimentato quei sentimenti anti-europei che hanno portato alla Brexit.

In realtà, c’è un bel po’ di Europa sociale anche per gli  stayers. Oltre iniziative di carattere locale, l’Europa ha un suo Fondo per sostenere chi perde il lavoro quando la propria impresa fallisce; un Fondo contro la povertà alimentare; ha co-finanziato la Garanzia giovani ed è in arrivo una nuova Garanzia per la formazione. In questi casi  soldi spesi aiutano essenzialmente chi non si muove. E’ giusto che alla UE resti almeno un po’ di credito, anche sul piano politico.

Ecco dunque una proposta: dotare ogni cittadino UE di una social card con i colori e simboli europei. Capace di farci vedere, concretamente, il volto “buono” dell’integrazione. La Carta avrebbe un codice e i nostri dati identificativi. Consentirebbe alle amministrazioni di ciascun paese di stabilire a quali prestazioni abbiamo diritto.  Dovrebbe essere esibita quando si accede a un servizio co-finanziato dalla UE. Sarebbe corredata da un elenco di tutte le opportunità che l’Europa offre sia a chi si muove sia a chi sta fermo. Le nuove tecnologie rendono oggi possibili nuove forme di tele-welfare, soprattutto nel campo della formazione e dell’assistenza a distanza. La Ue potrebbe potenziare le piattaforme di servizi che già offre (ad esempio per la ricerca di impieghi e stage) e svilupparne di nuove, alla quali si accederebbe attraverso il proprio codice sociale UE. In un domani, la social card potrebbe anche ottenere “ricariche” monetarie  direttamente da fondi UE.

Alcune proposte in questa direzione già circolano. Una l’ha fatta Tito Boeri, Presidente dell’INPS. Bisogna però pensare in grande. Lo scopo della social card blu a stelle gialle non dovrebbe servire solo alle pubbliche amministrazioni. Deve diventare un simbolo riconoscibile di una comune identità fra tutti i suoi titolari, imperniata su quel  “modello sociale europeo” che tutto il mondo ci invidia.

Questo articolo è uscito su Sette, inserto del Corriere della Sera, del 7 dicembre 2017

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Il reddito di inclusione per dare un aiuto

Oggi entra il vigore il Reddito d’inclusione (REI). Si tratta di una nuova prestazione rivolta alle persone  in condizione di povertà. In base alla situazione economica e familiare, si potrà ricevere un trasferimento (massimo) di  485 euro al mese. I comuni predisporranno “progetti di attivazione” sociale e lavorativa. Non sarà quindi un semplice sussidio, ma un pacchetto di misure personalizzate che cercherà di accompagnare i beneficiari verso l’autonomia.

Strumenti simili per il contrasto alla povertà esistono da decenni nella maggioranza dei paesi UE. Nelle nazioni in via di sviluppo (dal Brasile alla Costa d’Avorio), il welfare viene oggi costruito partendo proprio da  questo tassello, che si rivolge ai poveri indipendentemente dall’età. L’Italia ha seguito il percorso inverso. Nel passato ha sempre privilegiato le pensioni, con formule di calcolo molto generose, mentre ha  trascurato i bisognosi, compresi i bambini. Non è un caso se i nostri tassi di povertà minorile sono fra i più alti d’Europa.  Certo, in molte regioni e comuni già esistevano misure contro l’esclusione sociale. Ma erano costruite su sabbie mobili, in particolare dal punto di vista finanziario. Il REI è invece una misura “strutturale”, ossia una voce permanente del bilancio pubblico. E chi soddisfa i requisiti avrà una spettanza tutelata dalla legge. Di questi tempi è raro che vengano introdotti nuovi diritti. Eppure è successo, per una volta possiamo rallegraci.

Il reddito minimo garantito era già stato raccomandato dalla Commissione Onofri nel 1997. Oggetto di varie sperimentazioni, la sua introduzione non era però mai riuscita a entrare sul serio nell’agenda politica. Senza negare la sensibilità e il contributo dell’attuale governo e dei due precedenti, buona parte del merito va riconosciuto alla Alleanza contro la povertà, un gruppo di 35 organizzazioni della società civile costituitosi nel 2013 (www.redditoinclusione.it). L’Alleanza non si è limitata ad aggregare interessi e consensi, ma ha anche formulato utili proposte. Una vicenda in controtendenza rispetto a quel declino dei corpi intermedi di cui tanto si parla. E anche un esempio, diciamolo, di buona politica, osservato con attenzione da molti osservatori stranieri.

Il REI risolverà il problema della povertà? Certamente no, è solo un primo passo. Le risorse non sono molte (è previsto un loro graduale incremento), le prestazioni hanno importi modesti. I requisiti sono stringenti, di fatto i beneficiari saranno solo la metà dei poveri. Quanto ai comuni, saranno capaci di realizzare progetti di attivazione efficaci? E’ un grosso punto interrogativo. La legge sul  REI prevede il potenziamento dei servizi e  la formazione degli operatori locali. Su questo fronte è bene però che si attivino anche gli attori  del “secondo welfare”, a cominciare proprio dalle associazioni che fanno parte dell’Alleanza. Il successo del REI dovrà essere misurato non solo in termini di alleviamento temporaneo della povertà, ma  soprattutto in termini di recupero dell’ autonomia.

C’è poi una questione più ampia. Il nostro paese ha alti livelli di povertà  anche perché mancano i posti di lavoro. Non è tanto colpa della crisi, né tantomeno della riforma Fornero. E’ un deficit cronico che ci portiamo dietro dagli anni Cinquanta: i nostri livelli di occupazione sono sempre stati circa dieci punti più bassi rispetto alla media UE. Quel che è peggio, mancano posti di lavoro in quei settori del terziario che possono dare lavoro a chi ha basse qualifiche. Nei servizi alla persona e alle famiglie (la cosiddetta economia sociale) in Francia ci sono almeno due milioni di posti di lavoro in più a confronto con l’Italia.

La lotta alla povertà va condotta su più fronti. Welfare e lavoro innanzitutto. E poi istruzione, formazione, conciliazione, servizi per le famiglie, incentivi alla creazione di nuovi mercati. Una sfida complessa, ma ineludibile; che richiede molte riforme ora, con effetti lenti e graduali. Purtroppo stiamo entrando in una lunga fase elettorale. Sul tema povertà si abbatterà il polverone del “reddito di cittadinanza” cavalcato dai Cinque Stelle. Sarà fin troppo facile dire che 780 euro a tutti (spesso si omette di precisare che si tratterebbe solo dei più bisognosi) sono meglio di 485.  E altrettanto facile sarà rilanciare sciorinando bonus, o promettendo pensioni minime a mille euro. Di lavoro, capitale umano, nuovi mercati, investimenti (e come finanziarli), non ci sarà invece tempo di parlare. La cattiva politica si tiene lontana dal lungo periodo: che ci pensino pure le prossime generazioni.

Questo editoriale è uscito sul Corriere della Sera del 1 dicembre 2017

 

 

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