Archivi del mese: gennaio 2019

Quanto costa l’ «odi et amo» per l’Europa

Maurizio Ferrera

Pochi lo ricordano, ma quella di oggi non è la prima controversia sulla Brexit, ma la seconda. Già nel 1975, appena tre anni dopo l’adesione, gli elettori britannici furono chiamati a decidere se rimanere o uscire dalla Comunità europea. Una schiacciante maggioranza (67%) votò «Remain». Ma anche allora nei mesi prima del voto ci fu molta confusione. I conservatori  erano favorevoli a rimanere (inclusa la giovane Margareth Thatcher), i laburisti erano spezzati in due. Il premier Harold Wilson, laburista, era a favore. Ma pezzi grossi del partito come Tony Benn e Michael Foot erano nettamente contrari, così come lo era la base del partito: per non spaccarsi, il Labour non prese una posizione ufficiale. La situazione odierna è ovviamente diversa, un referendum si è già tenuto nel 2016 e una risicata maggioranza si è espressa per il Leave. Le convulsioni di queste settimane riguardano l’arena parlamentare, non quella elettorale. Esiste una scadenza temporale ben precisa e — ad oggi — automatica. Senza un ripensamento il Regno Unito esce senza intesa il 29 marzo: la hard Brexit. Ci sono tuttavia alcune similitudini fra il 1975 e oggi. La Premier in carica è conservatrice, ma anche in questo caso il suo partito è diviso. E ora come allora il Labour non ha preso una posizione ufficiale, il suo leader, Jeremy Corbyn, sembra solo interessato a rubare il posto a May: per fare cosa, non si sa. Il modello di democrazia alla Westminster è tradizionalmente considerato come quello più capace di decidere e governare. Tale qualità evapora rapidamente, però, quando si tratta di definire i rapporti con l’Europa. In questo caso, gli inglesi «odiano e amano» allo stesso tempo. Faticano a decidersi e, come nella poesia di Catullo, non sanno spiegare perché e si tormentano. Tenendo l’Europa col fiato sospeso.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 21 Gennaio 2019

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Sovranisti più vicini all’Europa

Maurizio Ferrera

Alle prossime elezioni europee si presenterà un numero senza precedenti di partiti appartenenti alla destra neonazionalista. Non conquisteranno la maggioranza, ma è possibile che diventino il secondo raggruppamento dopo i popolari. Giusto dunque chiedersi quali progetti i sovranisti abbiano in mente. Per ora non ci sono programmi e andare oltre un generico accordo in negativo, a difesa dei popoli contro i famosi burocrati non eletti, è tutt’altro che facile. Si possono tuttavia intravedere alcuni primi indizi.

Innanzitutto è chiaro che questi partiti non vogliono più demolire la Ue e abbandonare l’euro. Marine Le Pen l’ha ormai riconosciuto espressamente (Corriere del 18 gennaio). Dal canto suo l’olandese Geert Wilders ha messo da parte la cosiddetta Nexit. Heinz-Chrisrian Strache, il vicecancelliere austriaco del Partito della Libertà (destra neonazionalista) avrebbe voluto l’euro del Nord e quello del Sud. Ora che Salvini ha accettato di rimanere nell’eurozona e di rispettare il Patto di stabilità, Stracher ha cambiato idea. Quanto ai leader del gruppo di Visegrad (fra cui spiccano Orbàn e Kaczynski), i copiosi fondi strutturali che arrivano da Bruxelles fanno troppa gola per pensare di uccidere la gallina dalle uova d’oro.

L’avvicinarsi delle elezioni sta accelerando la «normalizzazione» in senso europeo dei sovranisti. Da partiti di lotta antisistema, alcuni di loro sono diventati partiti di governo (a cominciare dalla Lega).

Laddove non sono ancora nella stanza dei bottoni, questi partiti, vorrebbero comunque entrarci presto. Sappiamo che governare vuol dire scendere a compromessi, diventare realisti: il che nell’Europa di oggi significa in primo luogo rispettare le regole della Ue, in modo da poter trarre tutti i vantaggi dell’integrazione.

Secondo Le Pen, rinunciare all’uscita dall’euro non significa naturalmente accettare «questa» Ue: l’obiettivo resta costruire «un’altra Europa». Per capire, occorre rispolverare le radici del lepenismo orginario, quello degli anni Ottanta del secolo scorso, fortemente ispirato alle idee della Nouvelle Droite francese. In quel contesto, «Europa» voleva dire civiltà europea, intesa come un insieme di idee e valori condivisi, contrapposti a quelli di altre culture e in particolare dell’Islam. È una visione che ricorre ancora frequentemente nei discorsi di Marine Le Pen, e che spesso affiora anche in Salvini o Wilders. Una visione che tocca molte corde all’interno di elettorati nazionali sempre più impauriti dall’immigrazione, dalla disoccupazione, dal terrorismo, dal carattere multi-etnico delle nostre società. Nel suo ultimo romanzo sui sentimenti popolari profondi della Middle England (dove si sono concentrati i voti a favore della Brexit), Jonathan Coe racconta molto bene il risentimento dei nativi nei confronti di tutti i residenti non bianchi: i cosiddetti BAMEs (Black, Asian and Minority Ethnic), nonché la crescente insofferenza nei confronti dei canoni politically correct. La condivisione di questo humus culturale potrà fornire un punto di appoggio per sviluppare una qualche agenda comune fra sovranisti.

Sul tema della difesa dei confini esterni ad esempio, forse sul terrorismo. Sull’accesso e lo status degli extra-comunitari, la loro libertà di soggiorno e movimento (da ridurre), i requisiti di integrazione linguistica e culturale per ottenere la residenza, le procedure di naturalizzazione (da rendere più difficili). Così come su altri temi di natura identitaria, ad esempio cultura ed educazione. Sui temi economici e sociali sarà invece difficile trovare convergenze. Il gruppo sovranista sarà infatti attraversato da quelle stesse divisioni Nord-Sud (creditori/debitori) e Est-Ovest (libertà di movimento) che riguardano ormai tutte le famiglie partitiche europee. Mentre però all’interno di queste ultime la presenza di ideologie solidaristiche e pro-Ue ha contenuto le tensioni, nel gruppo sovranista queste non potranno che amplificarsi, visto che il Dna dei singoli partiti è proprio la difesa degli interessi nazionali. L’unico altro fronte su cui potranno emergere posizioni comuni è quello istituzionale. Come ha, di nuovo, detto Marine Le Pen, i Trattati sono flessibili, con la giusta interpretazione si possono fare cose molto diverse da quelle sin qui fatte.

Saranno alla fine i numeri a decidere l’influenza dei sovranisti nel nuovo Parlamento. Lo Spitzenkandidat, capolista dei popolari, Manfred Weber, ha già annunciato di non avere preclusioni ad allearsi con la destra. Per un politico che proviene da quella tradizione cristiano-democratica cui appartenevano i Padri fondatori, si tratta di una dichiarazione imprudente e affrettata. Del resto, però, se l’altra grande tradizione europeista, quella socialista e democratica, non esce dal letargo, è difficile immaginare scenari alternativi. La sconfitta di «questa» Ue sarà perciò in larga misura auto-inflitta. L’Unione sopravvivrà, ma l’instabilità è destinata ad aumentare men-tre diminuirà la capacità di prendere decisioni per la crescita, l’occupazione e la sostenibilità di tutta l’economia europea.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 19 Gennaio 2019

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I valori e i vantaggi offerti dalla scienza

Maurizio Ferrera

Beppe Grillo ha firmato il Patto trasversale sulla Scienza promosso da Roberto Burioni e Guido Silvestri, due noti e autorevoli docenti e studiosi di medicina. Si tratta di un segnale importante, in controtendenza rispetto agli atteggiamenti anti-scientifici dei 5 Stelle: emblematico il caso dei vaccini. A giudicare dai social media, non tutta la base grillina condivide questa scelta. Beppe Grillo resta nondimeno il fondatore e padre nobile del Movimento. La sua posizione ha comunque peso politico e rilevanza simbolica.

Il Patto sulla Scienza dice cose molto semplici, che dovrebbero essere scontate in ogni democrazia liberale. Primo: la scienza è un valore, in quanto produce conoscenze affidabili sul mondo e ci indica sia come trarne vantaggio sia come evitare danni (pensiamo alle epidemie o ai disastri naturali). Secondo: occorre combattere la pseudoscienza, ossia tutte le idee e indicazioni che non rispettano quei criteri di metodo che da secoli ispirano il lavoro degli scienziati. Chi stabilisce i criteri e chi «accredita» la qualità di un lavoro scientifico? La comunità scientifica, e solo questa. Come rammenta il Patto, la scienza non ha colore politico. I politici possono trascurare le indicazioni degli scienziati. Ma non possono giustificarsi dicendo che gli scienziati sbagliano, che le conoscenze accettate e condivise dalla comunità scientifica non «dicono la verità».

Gli ultimi due punti del Patto spiegano in che modo si deve promuovere e proteggere la scienza. Innanzitutto occorre mettere i cittadini in condizioni di riconoscere la conoscenza affidabile da quella che non lo è. In secondo luogo, bisogna mettere gli scienziati in condizione di lavorare autonomamente, garantendo un flusso adeguato di risorse.

Ho menzionato la parola «verità». Di questi tempi è frequente sentire che la verità non esiste, oppure che ce ne sono tante e che ciascuno può scegliere la sua. E poi: gli scienziati non sono mai neutrali — si dice —, spesso agiscono in base a interessi di parte. Il cosiddetto progresso scientifico non dimostra forse che ciò che appare vero in un dato momento a un certo punto viene gettato nel cestino delle falsità? Osservazioni comprensibili. Gli scienziati sono donne e uomini in carne e ossa, e dunque imperfetti, «legni storti», come diceva Kant. Il loro lavoro «scopre» le cose per tentativi ed errori. La conoscenza scientifica è dunque sempre provvisoria, valida fino a prova contraria. Ciò che dovrebbe succedere (una guarigione) non succede; accadono eventi non previsti, spesso indesiderati (una calamità). Solo gli scienziati possono tuttavia stabilire se e quando una prova contraria è decisiva per il destino di una teoria.

Grazie a Internet, ciascuno di noi può oggi farsi un’idea riguardo a qualsiasi fenomeno. È forte la tentazione di decidere da soli. Sulla Rete si trovano le tesi più incredibili. Negli Stati Uniti c’è un gruppo che sostiene che la terra in realtà sia piatta. I «terrapiattisti» si sono trasformati in un movimento, che ora si riunisce periodicamente in compagnia di pseudo-scienziati. Per ora, non fanno male a nessuno. Ma un conto è sostenere credenze false relativamente innocue. Un altro conto è danneggiare gli altri sulla base di opinioni dogmatiche, non suffragate da evidenza e ragionamento. Non solo su temi che riguardano la fisica o la medicina, ma anche l’immigrazione o le differenze razziali.

Nei dibattiti pubblici, soprattutto in televisione, il confronto fra due punti di vista si conclude talvolta con uno dei due interlocutori (spesso un Cinque Stelle) che liquida l’altro dicendo «è una sua opinione, io non sono d’accordo». In alcuni casi è davvero difficile procedere al di là delle opinioni. Ma per una grande quantità di temi c’è davvero modo di controllare come stanno le cose, di stabilire chi ha ragione. Un’abitudine ancor peggiore è fermare il confronto politico dicendo: se «quello» non è d’accordo con me, che ho vinto le elezioni, allora si candidi (pensiamo a Salvini). Un’assurdità. Come insegnava Bobbio, la verità non si decide a maggioranza. I cittadini di una democrazia possono deliberare su moltissime questioni. Ma l’idea che possa esistere un cittadino «totale», titolato a sottrarsi ad ogni forma di autorità basata sulla competenza invece che sulla maggioranza è l’anticamera della dittatura.

Torniamo al Patto sulla Scienza. Il testo richiama la politica a «legiferare» contro la pseudo-scienza. Se ciò che si chiede è l’adozione di norme che rafforzino la sfera scientifica e che leghino le mani ai politici nella presa di decisioni in certi ambiti delicati (ad esempio costringendoli a chiedere il parere degli scienziati e a tenerne adegua-tamente conto), l’appello è ineccepibile. Non bisogna però mai affidare alla politica il ruolo di giudice nelle controversie scientifiche e nemmeno quello di scendere a compromessi incoerenti, come nel caso dell’«obbligo flessibile» alla dichiarazione vaccinale da parte dei genitori.

Il messaggio operativo più importante del Patto è quello che riguarda l’informazione e la scuola. È in queste due sfere che si deve imparare a usare correttamente il concetto di verità. Il che vuol dire una cosa semplice, ben riassunta già da Platone: verità è dire le cose come stanno. Pensare e parlare ricordando sempre che «là fuori» c’è una realtà ostinata e indipendente dalle nostre opinioni. E che può danneggiarci seriamente se ci illudiamo di poterla ignorare o peggio ancora piegare a nostro libero piacimento.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 12 Gennaio 2019

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Chi crede all’Europa si faccia sentire

Maurizio Ferrera

– La maggioranza dei cittadini UE non vuole che i sovranisti ottengano la Disunione europea. Ma i partiti che possono impedirlo devono trovare rapidamente un accordo –

L’UNIONE EUROPEA È UNA NAVE CHE AFFONDA?

Secondo alcuni sondaggi questo è ciò che pensa quasi il 20% (in media) degli elettori dei cinque paesi membri più popolosi: Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia. I Britannici, a loro volta, hanno già deciso di uscire e, salvo sorprese dell’ultim’ora, si tufferanno in mare aperto il 29 marzo del 2019. Diverse ragioni spiegano questa triste situazione. La crisi dell’euro e poi la Grande Recessione hanno fatto scoppiare una tempesta perfetta, che avrebbe danneggiato anche il vascello più robusto. Sono stati però anche commessi molti errori da parte dell’equipaggio. L’Unione Europea ha due comandanti in capo (Juncker, il Presidente della Commissione e Tusk, il Presidente del Consiglio europeo) i quali ricevono istruzioni – spesso poco chiare – da un litigioso gruppo di Primi Ministri. E sulla plancia di comando di Bruxelles gli strumenti di navigazione non sono all’altezza delle sfide da affrontare. Non sorprende che molti passeggeri abbiano sofferto più volte il mal di mare negli ultimi anni e che diano la colpa alla UE.

 

Cosa possiamo aspettarci dal 2019? Due mesi dopo la Brexit, i cittadini europei voteranno per il nuovo Parlamento. In campagna elettorale si confronteranno due schieramenti: sovranisti contro europeisti. I primi rappresentano una minoranza urlante che si aspetta di diventare maggioranza. I secondi rappresentano invece una maggioranza silenziosa, ancora affezionata all’integrazione ma attualmente un po’ giù di corda. Le scelte degli elettori dipenderanno dalle proposte sul tappeto. I sovranisti vorrebbero trasformare la UE in una Disunione Europea. Gli europeisti vogliono andare avanti, ma sono divisi sul come e sul dove. Eppure non mancano buone idee. Eccone alcune fra le più promettenti: un piano straordinario di investimenti per dare impulso alle infrastrutture economiche e sociali, un’assicurazione pan-europea contro la disoccupazione, un bilancio e un ministro delle Finanze per l’eurozona.

 

In altre parole: nuovi strumenti per rafforzare la nave e accrescere la sicurezza dei passeggeri. In un mondo globalizzato e sempre più turbolento, la UE non può finire nelle mani dei sovranisti solo perché i partiti europeisti non si accordano su cosa fare. Ecco dunque il mio augurio (e ammonimento) ai leader pro-UE per il prossimo anno. Ricomponetevi e parlate: la maggioranza silenziosa vuole sentire la vostra voce, forte e chiara.

Is the EU a sinking ship? According to some polls, this view is shared by almost 20% of voters (on average) in the five most populous member states: Germany, France, Italy, Spain and Poland. The Brits have already opted to abandon the ship and, except for last-minute surprises, will plunge into the open sea on March 29, 2019.   Several reasons explain this sad situation. The euro crisis and then the Great Recession set in motion a perfect storm that would have damaged even the strongest vessel. But many mistakes were also committed by the ship’s crew. The European Union has two chief commanders (Juncker, the President of the Commission and Tusk, the President of the European Council) who receive instructions – often unclear — from a quarrelsome lot of national leaders. In their turn, the navigation tools available on Brussels’ commanding tower are not up to the challenges that need to be faced. No wonder that various crowds of passengers suffered from recurrent seasickness in recent years, blaming it on the EU.

 

What can be expected from 2019? Two months after Brexit, EU citizens will vote for the new Parliament. In the electoral campaign, two camps will confront each other: sovereigntists versus Europeanists. The former represent a screaming minority which expects to become a majority. The former represent a silent majority, still fond of integration but currently in low spirits. Voter choices will depend on the proposals on offer. The sovereigntists would like to turn the EU into a European Disunion. The Europeanists want to move forward, but are divided on how and where. And yet there is no lack of good ideas. Here are the most promising: an extraordinary investment plan to boost economic and social infrastructures, a pan-European unemployment insurance, a dedicated budget and a Finance Minister for the Eurozone.

 

In other words, new instruments to strengthen the ship and thus the safety of passengers. In a globalized and increasingly turbulent world, the EU cannot end up in the hands of the “disunionists” just because the Europeanists cannot agree on what to do. So this is my wish (and forewarning) to pro-EU leaders. Pull yourself together and speak: the silent majority wants to hear your voice, loud and clear.

Questo articolo è comparso anche su Sette del 8 Gennaio 2019

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