Archivi del mese: luglio 2017

Più donne al lavoro, i limiti di un dato positivo

Durante la crisi, l’occupazione femminile è diminuita un po’ meno di quella maschile. L’ultima rilevazione Istat segnala ora che i 23 mila nuovi posti di lavoro creati in giugno sono andati quasi tutti alle donne. Un fenomeno già registrato qualche mese in passato, ma oggi particolarmente significativo perché batte un record. Dal 1977 non era mai successo che l’occupazione femminile si attestasse al 48,8%.
Nell’Unione Europea restiamo ancora il fanalino di coda: la strada da percorrere è ancora lunga. Quando c’è un divario, tuttavia, le tendenze sono più importanti dei valori assoluti. Ciò che conta è procedere, accorciare le distanze. Speriamo dunque che la ripresa economica si consolidi e che il mercato del lavoro resti aperto ed «amichevole» verso le donne.

In Italia esiste un bacino enorme di persone inattive che vorrebbero lavorare: sedici su cento, quasi il triplo della media Ue. La stragrande maggioranza sono donne, le quali non cercano attivamente occupazione perché scoraggiate e/o sovraccariche di oneri familiari. Molte di queste donne non sono mai riuscite ad entrare nel mercato occupazionale. Altre sono uscite con l’arrivo dei figli e, in assenza di sostegni alla conciliazione, sono rimaste in casa. In larga parte, si tratta di donne istruite, che hanno investito a lungo nello studio (anche se non sempre nei settori educativi più richiesti dal mercato). Le statistiche segnalano peraltro che il nostro Paese è caratterizzato da un’elevatissima percentuale di donne «sovra-qualificate» rispetto alle mansioni svolte.
Il problema è particolarmente grave nel Sud. Qui lavorano solo 33 donne su cento, rispetto alle 58 del Nord e alle 55 del Centro. Quando trovano un posto, le donne delle regioni meridionali hanno maggiori probabilità di ottenere contratti irregolari, con basse retribuzioni, non adeguati rispetto alle competenze. Per non parlare della forte inadeguatezza dei servizi sociali e dei nidi.
Seppure confortante, l’aumento dell’occupazione femminile reso noto dall’Istat è solo di natura congiunturale. Che fare per renderlo strutturale, o quanto meno stabile nel tempo? Sulla cosiddetta agenda donne si sono già formulate, anche sul Corriere, moltissime proposte: servizi, orari, congedi, coinvolgimento dei padri, incentivi contributivi e fiscali e così via. Il vero problema sono le mancate realizzazioni. Negli anni fortunati, l’agenda donne viene discussa dai politici, per poi restare appunto una semplice agenda (un insieme di cose ancora tutte da fare). Negli anni sfortunati, di donne non si parla proprio: il tema resta fuori dalla discussione, dai progetti, dalle priorità di governo. Dai dibattiti in corso, il 2017 rischia di ingrossare le fila degli anni sfortunati. Il lavoro femminile — quello che c’è, ma soprattutto quello che manca — rischia così di restare la grande risorsa sprecata del nostro paese. Un’opportunità mancata per renderlo più ricco, equo, inclusivo.

 

Questo editoriale è comparaso anche sul Corriere della Sera del 31 luglio 2017

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Un cinque per mille a favore del lavoro ai giovani

Nuovi interventi a favore di pensionati e cassintegrati. Misure per l’occupazione, più risorse per la lotta alla povertà. L’elenco delle richieste che implicano maggior spesa pubblica si sta allungando rapidamente in vista della prossima Legge di Stabilità.

L’economia cresce poco, gli effetti sociali della crisi si fanno ancora sentire, le aspettative di protezione pubblica sono comprensibili e legittime. Poiché non viviamo nel mondo dei sogni, occorre tuttavia darsi delle priorità. Fermo restando l’impegno a sostenere i più bisognosi, l’obiettivo da privilegiare è il rilancio dell’occupazione giovanile. Senza lavoro e senza reddito, i giovani non possono diventare autonomi e la società italiana perde dinamismo e vitalità, anche sul piano demografico. Inoltre – e questo è il fattore decisivo- se non aumentano gli occupati avremo difficoltà crescenti a finanziare il welfare. Fare in modo che le imprese private tornino ad assumere è dunque l’ urgenza numero uno.

Il Jobs Act ha dimostrato che lo strumento più efficace per avere risultati positivi e immediati è la decontribuzione. Nei paesi che l’hanno sperimentata, la riduzione degli oneri sociali ha sempre condotto alla creazione di nuovi posti di lavoro. C’è però un problema: tagliare i contributi crea un buco di bilancio, soprattutto se (come è giusto che sia) il taglio è strutturale, ossia permanente. L’unica soluzione è quella di trasferire gli oneri dalle retribuzioni ad altre basi imponibili, anche a parità di gettito.

L’esempio più riuscito di questa strategia è quello francese. Nei primi anni Novanta (più o meno in corrispondenza con l’adozione del reddito minimo garantito), questo paese introdusse un “contributo sociale generalizzato” su ogni tipo di reddito, dalle pensioni agli interessi sul capitale. Inizialmente pari all’1,5%, l’aliquota è stata via via innalzata e oggi è al 7,5% (quasi 100 miliardi l’anno). Nel programma di Macron è previsto un ulteriore aumento di 1,5 punti, che consentirebbe di abbassare gli attuali  contributi sulle retribuzioni di 3 punti e più. E’ quasi superfluo precisare che la misura è volta alla creazione di nuovi posti di lavoro. Anche il Belgio ha recentemente avviato una ambiziosa strategia di riduzione degli oneri sociali. In questo paese i buchi di bilancio saranno colmati da un mix di misure che va dall’aumento dell’IVA su alcuni prodotti a una nuova “tassa sulle speculazioni finanziarie”.

Il governo Gentiloni sta seriamente riflettendo su quale potrebbe essere la via italiana, partendo da sgravi riservati ai giovani neo-assunti. Non è ancora chiaro come sarà coperto il buco finanziario. Il rischio è che si ricorra a misure disparate all’interno del calderone fiscale, di incerta affidabilità nel medio-lungo periodo.

Perché non adottare la soluzione francese, con la stessa gradualità temporale? Il finanziamento del nostro welfare necessita da tempo di una incisiva razionalizzazione. Nella sua ultima Relazione Annuale, il Presidente dell’INPS, Tito Boeri, ha ben spiegato che la cosiddetta separazione fra previdenza e assistenza perseguita negli ultimi anni è solo una finzione contabile. In realtà quasi tutte le pensioni previdenziali sono in parte alimentate da sussidi impliciti. L’introduzione di un contributo sociale generalizzato si giustificherebbe anche in termini di equità, oltre che di incentivazione occupazionale.

Purtroppo il nesso fra oneri sociali e lavoro dei giovani non è oggi adeguatamente percepito e compreso dall’opinione pubblica. Eppure si tratta del principale nodo da sciogliere per spezzare il circolo vizioso “alti contributi-bassa occupazione-“ che mina nel profondo la sostenibilità del nostro modello sociale. C’è un modo per sollecitare la consapevolezza di questa sfida e il sostegno a misure che spalmino il finanziamento del welfare su tutti i tipi di reddito?

Provo a formulare una proposta: un cinque per mille (o anche due, per cominciare) a favore del lavoro dei giovani, da usare per la decontribuzione. Gli italiani hanno preso dimestichezza con questo strumento, hanno imparato a usarlo nelle dichiarazioni dei redditi e sanno a cosa serve. Naturalmente, nella mia proposta, il “cinquexmille giovani” dovrebbe essere oneroso, ossia a carico effettivo del contribuente. Se spiegata e comunicata in modo efficace, una simile operazione potrebbe comunque avere un qualche successo. Come minimo, aiuterebbe a far passare l’idea che senza uno sforzo collettivo di solidarietà fra generazioni e fasce di reddito, finalizzato a creare più posti di lavoro, il nostro benessere ha davvero gli anni contati.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 8 luglio 2017

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Quando si smette di essere giovani?

Più di quindici, meno di trenta. Questa è la fascia d’età in cui si è “giovani” secondo Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea. Prima si è bambini e ragazzi. Dopo si viene classificati come adulti. Non tutti sono d’accordo con queste soglie. Alla domanda “quando finisce secondo lei la giovinezza?”, la risposta più frequente è trentacinque anni. Si tratta di una media fornita dai sondaggi UE, che nasconde però grandi differenze fra Paesi. Gli scandinavi allungano la soglia Eurostat di soli tre anni. Per i greci invece la giovinezza dura fino ai cinquantadue. Poi si diventa adulti per un breve periodo e a sessantacinque arriva la pensione. Sarà anche per questo che il sistema previdenziale ellenico ha accumulato nel tempo un deficit enorme.

 

La bellezza, diceva Shakespeare, dipende dagli occhi di chi guarda. Oggi è così anche per l’età: una questione di percezioni e sensazioni. Abiti e cosmetici possono rendere il nostro aspetto indecifrabile dal punto di vista anagrafico. Il progresso medico ha rallentato l’invecchiamento biologico. Così tendiamo a dilatare la fase di vita associata al dinamismo, alla libertà, al gusto di cambiare. Per la grande massa della popolazione, in realtà, questa fase esiste solo da mezzo secolo o poco più. Prima i bambini passavano direttamente dall’infanzia alla vita adulta, che voleva dire lavoro, duro lavoro. Così succede ancora oggi nei Paesi in via di sviluppo. Secondo i sociologi, la giovinezza ha due tratti distintivi. Primo, il desiderio di sperimentare, di mettersi in gioco sul piano pratico e soprattutto su quello “esistenziale”. Aprendosi a quel turbinio di esperienze tramite cui si forma l’identità, si definisce un progetto di vita. In parallelo, vi è un secondo tratto: la graduale assunzione di responsabilità. Si inizia a lavorare e a guadagnare, ad avere relazioni stabili di coppia, per alcuni (sempre meno) arrivano anche i figli.

 

Questi due processi sono per loro natura fluidi e spesso conflittuali. Affermare se stessi significa opporsi a genitori, amici, insegnanti, fidanzati, non aver paura di rompere consuetudini e aspettative. La generazione del baby boom, nata tra la fine della guerra e gli anni Sessanta, è stata la prima gioventù “di massa” della storia, con luoghi, simboli, miti comuni e con tanta voglia di opposizione. Pensiamo al Sessantotto, ai movimenti hippy, alla rivoluzione sessuale e alla musica rock. Ricordando la sua girovagante giovinezza, il regista Wim Wenders (classe 1945, pioniere del boom) ha confessato in una intervista: «Senza rock, niente sogni. Senza sogni, niente coraggio. Senza coraggio, niente azioni». Una sequenza condivisa, credo, da tutta la mia generazione (classe 1955). Dopo l’era delle grandi rotture è arrivato il “reflusso”. I baby boomers hanno trovato il posto fisso, hanno messo su famiglia, si sono rassegnati ad accettare le responsabilità. Le generazioni successive sono diventate più tranquille, rompono meno. Dagli anni Novanta in poi, la giovinezza ha iniziato una metamorfosi che la rende più sfumata nei suoi confini temporali e più eterogenea nei suoi valori e comportamenti. I social media hanno moltiplicato i contatti in modo esponenziale. Ma le comunità virtuali non fanno massa, sono prive di compattezza e di calore intersoggettivo. Come la società nel suo complesso, anche la gioventù è diventata “liquida”, sfuggente e ondivaga. Meno dogmatica rispetto al passato, certo, ma anche meno impegnata.

 

I giovani continuano a sperimentare, però lo fanno sfruttando gli spazi di libertà aperti dalle loro madri e dai loro padri. Il ventenne di oggi non deve lottare per affermare nuovi valori e cercare la propria identità. Afferma e cerca sotto gli occhi benevoli dei genitori. Le “diversità” non sono più un tabù. Le mura di scuola e quelle di casa sono diventate di gomma. A volte così confortevoli che, come nel film Tanguy, i trentenni finiscono per restare incollati alle loro camerette di adolescenti. Il fenomeno è quasi patologico in Italia. Riguarda ormai persino gli Stati Uniti, dove molti ragazzi tornano da mamma e papà quando finiscono il college. Il ritardo con cui i giovani approdano alle responsabilità della vita adulta è anche la conseguenza delle trasformazioni economiche. I boomers sono entrati nella cittadella del lavoro garantito e si sono chiusi dentro. I millennials invece sono destinati a ricevere l’Oscar della precarietà. Rischiano anche un poco invidiabile primato: quello di essere più poveri dei loro nonni e genitori (almeno fino all’eredità). È obiettivamente difficile pagare un affitto, sposarsi e fare figli in simili condizioni.

 

La sfida economica è seria, ma non va esagerata. I dati segnalano infatti che non sono solo i precari da mille euro al mese a differire il matrimonio e l’arrivo dei figli. Lo fa anche chi non ha problemi di reddito e lavoro. In parte si tratta quindi di una scelta. La riluttanza ad assumere impegni di coppia e responsabilità genitoriali riguarda oggi anche (e in certi contesti soprattutto) le giovani donne. Di nuovo, è un fatto storicamente inedito. Una conquista in termini di libertà e pari opportunità per un genere (quello femminile) da sempre eterodiretto. Ma al tempo stesso un fattore aggiuntivo di “liquidità”. Come evitare che l’inseguimento dell’auto-affermazione non degeneri in una sequenza di scelte fini a se stesse? Con effetti perversi sul piano collettivo in termini di calo demografico e sostenibilità del welfare? Ci vogliono innanzitutto incisive riforme sociali per allargare le porte del mercato occupazionale, restituire un minimo di stabilità ai percorsi lavorativi, offrire robusti sostegni alle coppie con figli e alle madri che lavorano. Ma la sfida è anche culturale. E qui la risposta è più difficile. Secondo alcuni filosofi francesi, è ora di smetterla con la retorica giovanilistica, dobbiamo spostare l’attenzione sull’età adulta e le sue qualità: esperienza, responsabilità, autonomia. I romani parlavano di gravitas, in Francia si è coniato il neologismo adultie. Un approdo esistenziale da raggiungere possibilmente entro i trent’anni, proprio come dice Eurostat.

Ai molti tardo-ventenni del nostro Paese che indulgono nella liquidità vanno senz’altro fornite più risorse e più opportunità. Ma è giusto chieder loro di rimboccarsi le maniche, di diventare “capitani coraggiosi”. Non è solo il verso di una canzone di Battiato (quella sul centro di gravità permanente), ma è soprattutto il titolo di uno straordinario romanzo di Kipling. In cui un ragazzo un po’ viziato riesce a conquistarsi con le unghie e con i denti la maturità e l’equilibrio di uomo adulto.

 

Questo articolo è comparso anche su Sette del Corriere della Sera del 6 luglio 2017.

 

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