Archivi del mese: aprile 2015

Il Jobs Act e la strada verso una ripresa dell’occupazione, conversazione con Marco Leonardi e Maurizio Ferrera

Due tra i maggiori esperti italiani di mercato del lavoro discutono il probabile impatto del Jobs Act sulla ripresa economica. Aspenia online intervista Marco Leonardi e Maurizio Ferrera.

Dalla disoccupazione record tra i giovani alla tanto auspicata ripresa dell’occupazione: quale sarà la leva positiva del Jobs Act? E quali i tempi prevedibili per vederne gli effetti concreti su larga scala?

Leonardi. La leva positiva sarà che le nuove regole sul licenziamento senza Articolo 18 e gli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato renderanno la risposta dell’occupazione alla ripresa economica molto più rapida. E i giovani godranno di un vantaggio comparato: dato che le nuove regole e gli incentivi valgono solo per i nuovi assunti, è plausibile che gli imprenditori vorranno assumere più giovani. Il diritto alla decontribuzione fino a 8.060 euro annui per tre anni si ha solo per i contratti firmati nel 2015 con lavoratori che non siano stati occupati a tempo indeterminato nei precedenti sei mesi. Questa regola favorisce indubbiamente i giovani che sono in cerca di un primo lavoro oppure hanno forme di contratto a termine di vario tipo che possono oggi essere convertite in contratti a tempo indeterminato.

Si dice sempre che le regole non creano occupazione. È vero, ma per come sono stati strutturati gli incentivi credo che vedremo presto l’effetto sull’occupazione a tempo indeterminato, già nel corso del 2015. Piuttosto sarà da capire quanto questo effetto sarà permanente. Probabilmente sarà necessario in qualche modo prorogare gli incentivi (in misura molto minore) nei prossimi anni per non avere effetti concentrati in un solo anno. Come per gli 80 euro ai lavoratori dipendenti a basso reddito, così per la fiscalizzazione degli oneri contributivi per le imprese che assumono, è plausibile attendersi una “stabilizzazione” dell’intervento negli anni a venire. Cosa che significherebbe nei fatti una riduzione del carico fiscale sul lavoro.

Ferrera. Non esistono stime ufficiali circa gli effetti occupazionali del Jobs Act, ma in alcune interviste il Ministro Padoan ha azzardato una stima: 800.000 posti di lavoro in tre anni fra nuovi contratti e conversioni. Se così accadesse, sarebbe un bel successo. Tutto dipenderà però dal comportamento delle imprese e, più in generale, dall’andamento dell’economia: non eccederei quindi con l’ottimismo.

Superato l’Articolo 18, le piccole aziende salteranno il fatidico “fossato” dei 15 dipendenti e ne assumeranno altri utilizzando il contratto a tutele crescenti? Con maggiore flessibilità e i forti incentivi fiscali menzionati da Leonardi, le imprese medie e grandi smetteranno di delocalizzare e torneranno a creare posti di lavoro stabili in Italia? Arriveranno gli investitori stranieri? E, soprattutto, ripartiranno gli ordini e i consumi? Le risposte a queste cruciali domande non dipendono solo dall’azione di governo: si tratta in ultima analisi di scelte e comportamenti dei vari soggetti economici. Il Jobs Act va perciò visto come una condizione necessaria, ma non sufficiente per superare la crisi e far crescere il lavoro.

C’è una vasta area di cosiddetti “NEET” (i giovani che non studiano e non lavorano), giovani sfiduciati, apparentemente rassegnati alla marginalità. Come rimettere in moto un clima di fiducia, di impegno, di accettazione delle sfide del lavoro? E cosa si può fare in tempi rapidi, soprattutto nel Mezzogiorno, dove il fenomeno è di particolare gravità?

Leonardi. Il contratto a tutele crescenti può aiutare solo in modo marginale i NEET. Potranno beneficiarne i NEET che hanno un’istruzione (ce ne sono molti) e il cui problema sono le regole rigide del mercato del lavoro che li porta frequentemente al lavoro nero. Ma le nuove regole non potranno aiutare la maggioranza di NEET per cui il principale problema non è un contratto tempo indeterminato ma è il passaggio dalla scuola (che spesso hanno abbandonato troppo in fretta) al lavoro. Per loro c’è il programma Garanzia Giovani: un programma di politiche attive che ha il compito di avvicinali al lavoro. Purtroppo il programma è un fallimento su gran parte del territorio nazionale e ha messo in luce le difficoltà a gestire programmi di carattere nazionale (come Garanzia Giovani) in presenza di competenze sulla formazione e le politiche attive affidate alle regioni. Regioni che hanno servizi di qualità assai differente. A questo problema bisognerà mettere mano nell’ultimo decreto del Jobs Act dedicato all’Agenzia Unica del lavoro.

Per quanto riguarda gli incentivi all’assunzione a tempo indeterminato non c’è una politica di favore nei confronti del Sud; una possibilità sarebbe quella di prorogarli nei prossimi anni (in misura minore che nel 2015) solo per il Sud.

Ferrera. Dal maggio 2014, circa 400.000 NEET si sono iscritti ai portali della Garanzia Giovani. Significa che almeno un quarto della popolazione NEET ha una qualche motivazione a mettersi in gioco, ad “attivarsi”. Non è un segnale irrilevante. Il rischio è tuttavia che lo Stato non sia capace di rispondere. Solo il 40% degli iscritti è stato ufficialmente “preso in carico” tramite un primo colloquio e solo il 9% ha iniziato un percorso di orientamento e attivazione. Dato ancora più deludente: solo 10.000 su 400.000 hanno ricevuto un’offerta concreta di lavoro. Se andiamo avanti così, quel minimo di motivazione e intraprendenza mostrata da chi si è iscritto ai portali rischia di tramutarsi in ulteriore frustrazione personale e sfiducia politica.

Il grande buco nero è sempre il Sud. Quest’area ha una popolazione ben superiore a quella della Grecia, la grande malata d’Europa. Ma le nostre regioni meridionali hanno una disoccupazione (soprattutto giovanile) molto più elevata: il record europeo in negativo.

Purtroppo il tessuto produttivo del Mezzogiorno resta debole, la domanda di lavoro è bassa. I giovani preparati emigrano, più del 20% dei ragazzi e delle ragazze abbandonano la scuola dopo la terza media, alcuni anche prima. Il capitale umano si deteriora e così si perpetua il circolo vizioso del sottosviluppo. In tanta desolazione, c’è da segnalare, per fortuna, un dato positivo: stanno aumentando le start-up innovative. Si tratta di società di capitale nate per sviluppare, produrre e commercializzare beni o servizi ad alto contenuto tecnologico. Nel secondo semestre 2014 questo tipo di imprese è cresciuto del 45% al Sud rispetto al 32% del Centro-Nord. Il numero assoluto è ancora basso (poco più di 600 società) e il contributo occupazionale è, corrispettivamente, modesto. Ma è un primo, piccolo segnale di vitalità, che va apprezzato e coltivato.

L’Italia è un grande Paese industriale, la seconda potenza manifatturiera europea dopo la Germania. Eppure, tra le nuove generazioni, parole come industria, manifattura, fabbrica, non sembrano avere grande appeal? Come fare crescere la sensibilità dei giovani nei confronti del lavoro industriale?

Come realizzare una seria riforma della formazione, per ovviare al deficit di laureati e soprattutto di laureati interessanti per il mondo dell’impresa e di professionalità tecniche? E come rompere il circuito tra formazione professionale affidata alle Regioni e carente utilizzo delle risorse?

Leonardi. Purtroppo finora tutte le riforme del mercato del lavoro si sono concentrate solo sulle forme contrattuali, sulle regole di licenziamento e sugli incentivi all’assunzione. Nessuna riforma ha affrontato adeguatamente il problema della transizione dalla scuola e dall’università al lavoro. Fino agli anni Novanta l’Italia aveva ancora un sistema di istituti tecnici e professionali che potevano formare i nuovi lavoratori. Nel necessario passaggio ad un’istruzione universitaria di massa si è persa questa tradizione di qualità. Oggi le università laureano il doppio degli studenti dei primi anni Duemila, ma la riforma del “3+2” (le cosiddette “lauree brevi”) ha prodotto corsi di laurea generalisti poco legati al mondo del lavoro. Il risultato è che l’Italia è l’unico Paese d’Europa dove chi ha una laurea ha un premio salariale molto basso e una probabilità di trovare lavoro di poco superiore ad un diplomato. La prossima riforma dovrà essere nel segno di avvicinare i giovani al mondo del lavoro in primis dividendo le università in università di ricerca e università di insegnamento professionalizzante. È l’unico modo per far crescere la sensibilità dei giovani verso il lavoro manifatturiero (e non solo).

Oggi la maggior parte della formazione professionale avviene a livello regionale. Le Regioni ne hanno la competenza esclusiva secondo il Titolo V della Costituzione e traggono i finanziamenti dai fondi europei. Il difetto più grande di questa governance è l’assoluta mancanza di un sistema di valutazione della formazione professionale. Nel prossimo decreto del Jobs Act dedicato alle politiche attive bisogna intervenire almeno su alcuni aspetti. L’accreditamento degli enti di formazione, gli standard minimi e la valutazione devono avere criteri nazionali. In tutti i Paesi i corsi di formazione hanno risultati molto variabili sull’occupazione e i salari dei “formati” rispetto al gruppo di controllo. In Italia però, a differenza che negli altri Paesi, non si può sapere neanche il risultato perché l’informazione non è proprio disponibile o è comunque dispersa tra le Regioni. Il decreto sulle politiche attive dovrebbe avere come obiettivo la fine di questo paradosso.

Ferrera. Sono d’accordo con Leonardi, ma vorrei allargare il quadro dall’industria all’intero ventaglio di settori occupazionali, sollevando la domanda: dov’è che mancano da noi i posti di lavoro, soprattutto per i giovani? Confrontiamoci con la Germania. Fatte le debite proporzioni, il settore industriale è “sotto” di circa 155.000 posti. Se le nostre imprese avessero la stessa intensità di occupazione giovanile di quelle tedesche, 155.000 giovani (in più) al di sotto dei 25 anni avrebbero un posto di lavoro che ora non hanno. Ma i deficit maggiori riguardano altri settori: i servizi professionali e il commercio (meno 175.000 posti di lavoro “giovanili”), la pubblica amministrazione (meno 63.000), l’istruzione (meno 65.000), sanità e servizi sociali (meno 150.000). Se consideriamo questi dati, puntare tutto sull’industria per la ripresa occupazionale dei giovani è limitato. Bisogna puntare anche sui servizi, in particolare alle famiglie e alle persone (le filiere occupazionali “bianche”: quelle che usano il camice e che si occupano molto di anziani).

I percorsi di transizione scuola-lavoro sono rilevanti per tutti i settori, ma lo sono in particolare per l’industria. Leonardi sottolinea il ritardo della scuola italiana, ma anche le nostre imprese devono recuperare la cultura del lavoro (quello dei propri dipendenti) come investimento, come un fattore produttivo che va coltivato dall’interno. Le statistiche segnalano che negli ultimi vent’anni in Italia non si sono registrati molti progressi, ad esempio, in termini di addestramento on the job o di formazione permanente. I dipendenti precari sono stati poi relegati in molte imprese su binari secondari, spesso utilizzati come risorsa “usa e getta”. Non è un caso che i lavoratori italiani si sentano molto meno impegnati e coinvolti  nell’organizzazione aziendale rispetto ai loro colleghi UE. E lo scarso successo (sinora) dell’apprendistato e di tutte le forme di raccordo fra scuola e imprese è, almeno in parte, un segnale di poca attenzione per l’insostituibile ruolo che i datori di lavoro devono giocare nel contesto educativo e culturale dal quale reclutano il proprio capitale umano.

L’Italia è un Paese con una straordinaria diffusione della piccola imprenditorialità: un Paese di piccole imprese, di botteghe artigiane. L’intraprendenza è una cultura, un valore con forti radici territoriali. Come fare crescere questa tendenza e come valorizzarla soprattutto verso l’innovazione (sia hi-tech sia più ampiamente di processo e di ideazione)? Possiamo davvero coniugare il tessuto locale e la tradizione con l’apertura alle novità e agli scambi globali?

Nel libro “La nuova geografia del lavoro”, Enrico Moretti, un economista di Berkeley molto apprezzato e consultato dal Presidente Barack Obama, sostiene che per un nuovo posto di lavoro a sofisticato contenuto tecnologico (un ingegnere o un informatico ad alta specializzazione, un software designer di Google o un fisico esperto in nanotecnologie) se ne creano altri cinque sia in settori qualificati (avvocati, insegnanti, medici, infermieri) sia in settori meno qualificati legati ai servizi alle imprese e alle persone. E insiste sulla necessità di investimenti pubblici e privati in ricerca, innovazione, diffusione tecnologica, formazione, valorizzazione del capitale umano. Qual è in questo contesto la strategia del governo italiano di medio termine, ovviamente tenendo conto dei vincoli di bilancio?

Leonardi. Per la piccola impresa di artigiani e commercianti e professionisti è necessario un sistema fiscale agevolato almeno nei primi anni di attività. Nella delega fiscale c’è la necessità di rivedere il regime dei minimi per le partite IVA di artigiani commercianti e professionisti. È un’occasione importante per affermare il principio che il fisco deve essere semplice e poco oneroso per le attività imprenditoriali. Allo stesso tempo sarà necessaria una riflessione sulla loro contribuzione pensionistica per evitare che una bassa contribuzione oggi porti a pensioni povere domani. Il nuovo sistema prevede una netta separazione fra reddito d’impresa e reddito personale, introducendo quindi una sorta di neutralità fiscale su tutti i redditi d’impresa non distribuiti.

Per l’innovazione tecnologica e le imprese più grandi, per ora è stato varato un credito d’imposta stabile su spese di Ricerca & Sviluppo incrementali per cinque anni. C’è inoltre un forte favore fiscale nei confronti dei redditi da brevetti e marchi, un provvedimento a mio parere molto giusto e che può aiutare ad evitare la fuga all’estero di molte imprese italiane con brand importanti. L’ostacolo maggiore per una politica industriale in Italia rimane il fatto che le risorse per l’incentivazione della ricerca arrivano attraverso i fondi strutturali europei gestiti dalle Regioni (per i quali del resto esiste un vincolo europeo). Del resto lo stesso Enrico Moretti afferma nel suo libro che la politica industriale più utile sta nello sviluppo di università prestigiose che si impegnino in progetti di collaborazione con le imprese locali.

Ferrera. A dispetto della crisi, molte piccole e medie imprese italiane hanno saputo rafforzarsi e internazionalizzarsi grazie a investimenti in ricerca e sviluppo e innovazioni di prodotto e di processo. Secondo recenti stime del centro ricerche MET, la percentuale di imprese che svolge ricerca, nonostante la crisi, è significativamente aumentata proprio nelle aziende con 10-49 addetti. L’ostacolo maggiore per i progressi in questa direzione è stato l’accesso al credito: è su questo fronte che bisogna impegnarsi. Una strategia più ambiziosa potrebbe essere quella di emulare il modello tedesco e in particolare l’esempio della Fraunhofer Gesellschaft (FG). Si tratta di una rete di più di 60 centri di ricerca e sviluppo a cui possono rivolgersi le piccole e medie imprese per rispondere alle esigenze non finanziabili autonomamente. La FG occupa 24.000 ricercatori e ha un bilancio di quasi due milardi di euro all’anno: due terzi provenienti da contratti di ricerca e brevetti, il resto dal governo federale. Queste cifre fanno della FG la più grande organizzazione per la ricerca applicata in Europa.

Come far crescere il livello di partecipazione delle donne al mercato del lavoro e come valorizzarne competenze, culture, attitudini? 

Leonardi. Credo che lo strumento principale di incentivazione del lavoro femminile debba essere di natura fiscale. Condizionatamente ad un minimo di ore di lavoro, una donna con figli deve avere un credito d’imposta o un assegno di conciliazione famiglia-lavoro. Da questo punto di vista il “bonus bebè” è uno strumento di aiuto ma non di incentivo: è per tutte le donne e non solo quelle impegnate nel mondo del lavoro ed è troppo ristretto temporalmente perché è solo per i primi tre anni di vita del figlio. Le politiche di affirmative action sembrano funzionare in Italia, forse perché partiamo da una situazione molto svantaggiata per le donne. Ad esempio la legge sulle “quote rosa” nelle società quotate sta dando buoni frutti. Anche la disoccupazione femminile assume un carattere particolarmente grave al Sud. Se si volesse rilanciare una nuova politica per il Mezzogiorno con carattere assai diverso dai precedenti interventi di Cassa del Mezzogiorno e di Programmazione, si potrebbe pensare a massicci incentivi per l’occupazione finalizzati in particolare al lavoro femminile. Del resto il piccolo incentivo all’occupazione femminile del Sud in vigore alla fine degli anni 2000 è una delle poche politiche pubbliche, valutate da uno studio di Banca d’Italia, che ha dato risultati positivi al Sud.

Ferrera. In varie occasioni mi è già capitato di riassumere le mie proposte sul tema in un decalogo, molto apprezzato ma poco o nulla realizzato. Mi permetto di riproporre questo decalogo in forma sintetica.

1) Retribuzioni più alte per le donne e in particolare le madri; si possono ridurre le aliquote dell’IRPEF oppure si possono aumentare i crediti di imposta.

2) Meno oneri sociali per le imprese che assumono donne.

3) Crediti agevolati e più sostegni alle donne che vogliono creare nuove imprese (anche piccole).

4) Orari e organizzazione del lavoro più flessibili, soprattutto per madri e padri; diritto a passare al lavoro part-time per dodici mesi dopo la nascita di un figlio, come in Olanda e nei Paesi nordici; reazione di “banche del tempo” in cui si possono depositare ore di lavoro extra nei momenti “buoni”, prelevandole sotto forma di permessi nei momenti critici.

5) Allungamento del congedo obbligatorio di paternità; con mille difficoltà il Ministro Fornero (governo Monti) ha concesso un giorno, ma – non basta, né dal punto di vista simbolico né da quello pratico – bisogna arrivare almeno a tre, e introdurre incentivi per quelle imprese che spontaneamente arrivano a cinque.

6) Aumento degli importi dei congedi parentali; se si sta a casa per accudire i figli, oggi si perde il 70% dello stipendio – troppo, soprattutto per i padri, che in genere guadagnano di più.

7) Più asili nido, almeno 100.000 posti in più in cinque anni; l’aveva promesso l’ultimo governo Prodi, ma è successo ben poco; bisogna rilanciare, anche con l’aiuto dei privati e del terzo settore.

8) Varo di una “Legge sull’eguaglianza di genere” che renda più stringenti i divieti di discriminazione contro le donne nel mondo del lavoro.

9) Creazione di una Accademia Nazionale per i Talenti Femminili; premi, borse di studio, corsi di formazione per le studentesse più brave delle scuole secondarie e delle università.

10) Parità di genere nelle liste elettorali; anche il pensiero liberale riconosce che i trattamenti preferenziali (per periodi limitati) possono fungere da leva d’Archimede per scardinare evidenti situazioni di vantaggio – in questo caso a favore degli uomini – persistenti e sistematiche; la nuova legge elettorale non è stata ancora approvata in via definitiva, forse c’è ancora margine per intervenire sul punto.

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Partecipazione al Festival dell’Economia di Trento

Ferrera parteciperà alla  la decima edizione del Festival dell’Economia di Trento, in programma dal 29 maggio al 2 giugno e dedicata al tema della “Mobilità sociale”.

Ferrera parlerà il 30 maggio alle 15.30 con Paola Pica, de il Corriere della Sera sul tema Cercasi welfare. Tra vecchi e nuovi diritti.

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Intervista a radio popolare sul jobs act

Ascolta l’intervista a Radio Popolare del 21 aprile 2015

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Come diventare un Paese dove conviene davvero investire

Fca propone una politica salariale che collega la realizzazione del suo piano alle retribuzioni. È una scommessa sulla capacità di diventare un luogo sul quale ha ancora senso puntare: e a farla dobbiamo essere tutti

L’ad di Fca Sergio Marchionne in visita allo stabilimento di Termoli (Ansa)
L’ad di Fca Sergio Marchionne in visita allo stabilimento di Termoli (Ansa)
La nuova politica retributiva che Sergio Marchionne ha proposto ai sindacati segna un punto di svolta importante per le nostre relazioni industriali, e non solo per queste. Si va infatti molto al di là dei tradizionali premi di produzione contrattati a livello aziendale, già in uso d a tempo. L’obiettivo è più ambizioso: collegare in modo strategico la realizzazione del piano industriale di Fiat Chrys ler automobiles (Fca) alle retribuzioni dei suoi dipendenti. In base a criteri trasparenti: efficacia produttiva e risultati economici. Coinvolgendo tutti gli stabilimenti italiani del gruppo (quasi cinquantamila dipendenti). Per un periodo di quattro anni: 2015-2018. Non più un semplice esperimento locale o settoriale, insomma, ma l’adozione di un vero e proprio «sistema», per il quale Fca mette a disposizione risorse fino a 600 milioni.

La fusione tra Fiat e Chrysler, perfezionata nel gennaio dello scorso anno, ha suscitato comprensibili timori: molti l’hanno vista come un disimpegno nei confronti dell’Italia da parte del suo più grande «campione» industriale. Valutandola senza pregiudizi, la proposta Marchionne smentisce però almeno in parte questi timori e può essere letta, invece, come una triplice scommessa.
Una scommessa, innanzitutto, sulla capacità del lavoro italiano di restare competitivo nel mondo, applicando gli standard del cosiddetto World class manufacturing, il modo più avanzato oggi per organizzare la produzione di auto. E condividendo gli obiettivi economici del gruppo, ai quali è legata una quota significativa di retribuzione.

Una scommessa, poi, sulla possibilità di instaurare relazioni industriali collaborative, più in linea con quelle dei Paesi con cui competiamo, a cominciare dalla Germania. Fra azienda e sindacato la divergenza d’interessi è naturale e fisiologica. È però la cornice all’interno della quale si negozia che fa la differenza. Deve esserci una consapevolezza dei vincoli e delle opportunità di mercato, il desiderio condiviso di rispettare i primi e di sfruttare al massimo le seconde. La cornice non può più essere quella novecentesca dello scontro di classe.
La terza scommessa è la più importante e riguarda l’Italia, il suo futuro come Paese industriale, campione nella manifattura. Un luogo in cui conviene ancora produrre per la qualità del suo capitale umano e sociale, per la vitalità dei suoi territori. E dove si possono ancora fabbricare auto, comprese quelle di alta gamma, le più avanzate sul piano tecnologico .

Una decina di anni fa Forbes magazine coniò uno slogan di successo: Standort Deutschland , la Germania come luogo in cui conviene localizzare la produzione. Dietro vi era la previsione che solo la Germania, appunto, sarebbe rimasta competitiva in Europa come potenza industriale. Fra le due immagini non c’è probabilmente nessun collegamento: ma quando l’anno scorso Fca presentò il proprio piano strategico davanti a una folla di investitori, c’era una slide molto evocativa: un primo piano dell’Italia come «luogo di produzione», da cui si dipartono due grosse frecce verso il mondo. Auto prodotte in questo Paese, dove conviene ancora investire.
È questa la lettura corretta della proposta Marchionne? Ci auguriamo di sì. In questo caso, però, a scommettere dobbiamo essere tutti, non solo Fca.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 18 aprile 2015

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