Archivi del mese: febbraio 2016

Ue, bene la rinuncia allo scontro. Ma ora servono alleati solidi

Finalmente Matteo Renzi ha deciso di  uscire dall’angolo. Il position paper di ieri abbandona la linea della contrapposizione verticale (Italia contro Bruxelles) e adotta una strategia “orizzontale”, volta a cambiare dall’interno l’agenda europea. Il documento parte da tre condivisibili premesse. Le politiche di austerità  perseguite da Bruxelles ostacolano la crescita. Mancano risorse e incentivi  per fronteggiare le emergenze, soprattutto quella dei rifugiati. Infine, l’inefficacia di  questa Europa alimenta l’Euroscetticismo e crea preoccupanti conflitti fra Nord e Sud, fra Est e Ovest.

Nelle proposte italiane ci sono luci e ombre. Alcune idee sono generiche e ribadiscono posizioni già note e condivise. La richiesta di  flessibilità segue il copione degli ultimi mesi, tutto imperniato sul confronto “verticale” contro Bruxelles (e Berlino). Molte proposte sono però innovative. In maniera indiretta, Renzi e Padoan sollecitano Bruxelles ad attuare le regole non solo sul fronte dei deficit, ma anche degli avanzi di bilancio. E’ una chiara bacchettata alla Germania, che non impiega il proprio surplus per stimolare la domanda e dunque agire come “locomotiva” per la crescita di tutti. Il documento si schiera poi nettamente a favore di politiche di mutualizzazione dei rischi al fine di produrre “beni comuni” europei. Si raccomanda con parole chiare l’emissione di eurobond per finanziare investimenti e una seria politica comune di controllo delle frontiere esterne, in modo da salvare Schengen e fronteggiare la sfida dei rifugiati. La richiesta di obbligazioni comuni non piacerà alla Merkel: in più di un discorso, la Cancelliera ha ripetuto “fin che ci sarò io gli eurobond non passeranno”.  Non susciterà entusiasmo neppure la richiesta di una garanzia comune sui depositi, che Schäuble vorrebbe subordinare all’introduzione di requisiti più stringenti sui patrimoni delle banche.  Quanto al cosiddetto Ministro del Bilancio dell’eurozona, il position paper appoggia l’idea, ma a patto che la nuova figura disponga di un proprio budget, faccia parte della Commissione ed abbia un collegamento con il Parlamento europeo. Importanti sottolineature, volte (giustamente) a contrastare la deriva intergovernativa e tecnocratica degli ultimi anni. Un altro piatto forte è la proposta di un’assicurazione UE contro la disoccupazione. Padoan ha lavorato molto su questo fronte, già durante il semestre di Presidenza. Lo schema servirebbe a far fronte agli shock asimmetrici e darebbe un segnale concreto alle opinioni pubbliche: la UE “apre” i sistemi nazionali, ma contribuisce a compensare i costi dell’integrazione.

Il documento italiano ha uno stile tecnico ed è tutto rivolto agli altri leader UE  e i loro consulenti. Sarebbe utile produrre un secondo testo, più articolato anche dal punto di vista simbolico. Magari accompagnato da un’ ambiziosa iniziativa pubblica che faccia riferimenti espliciti a quell’Europa dei valori spesso evocata dal  nostro Premier.

Ora deve partire la ricerca di alleanze e sostegni. Il processo di integrazione si è irreversibilmente politicizzato, è finita l’epoca del consenso permissivo da parte degli elettori, dei negoziati di vertice, del governo dei numeri. Per salvare la UE, occorre che i leader nazionali facciano una seria politica per l’Europa, guardando al lungo periodo. Se  Renzi sarà capace di aprire nuovi giochi ( “stanando” la Germania), l’Europa non potrà più chiamarlo “monello”. E all’Italia andrà riconosciuto il merito di aver contribuito a spostare la bilancia del progetto europeo dall’attuale spirale disintegrativa ad un fattivo e indispensabile rilancio.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 22 febbraio 2016

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L’importanza di sentirsi europei

di Michele Salvati, Corriere della Sera

Maurizio Ferrera, opinionista di questo giornale, è uno dei massimi esperti di Welfare State, noto e apprezzato a livello internazionale. Insieme, è un grande conoscitore dei meccanismi decisionali dell’Unione Europea: Bruxelles è casa sua. E oltre ad essere uno scienziato sociale — dunque scrupoloso analista dei fatti e delle istituzioni — è un teorico politico, che riflette sulle grandi tendenze evolutive che da quelle analisi ricava. È infine un filosofo politico, uno degli ultimi allievi di Norberto Bobbio. Naturale dunque aspettarsi molto da questo suo ultimo libro Rotta di collisione. Euro contro Welfare? (Laterza). Le attese non vengono deluse.

«L’edificazione del Welfare State a livello nazionale e l’integrazione sempre più stretta tra i Paesi del vecchio continente — scrive Ferrera — sono stati gli obiettivi politici e ideali più salienti del secondo Novecento. Nell’ultimo ventennio queste due costruzioni istituzionali sono entrate in una crisi profonda e, quel che è peggio, sembrano aver imboccato una rotta di collisione». Ne sono testimonianza quattro linee di tensione che ormai da qualche anno segnano il panorama politico europeo: 1) euro-austerità vs protezione sociale; 2) Nord vs Sud, ossia Paesi «creditori» vs Paesi «debitori»; 3) Ovest vs Est, ossia il tema dell’immigrazione e dell’accesso al welfare da parte dei cittadini della «nuova Europa»; 4) «Bruxelles» (le istituzioni sovranazionali) contro Stati membri e «la loro sovranità in ambiti ritenuti cruciali come le pensioni e il mercato del lavoro».

Il libro parte da una illustrazione di questi conflitti e prosegue con una discussione delle cause che hanno attivato la «collisione» per affrontare infine la domanda cruciale: è possibile promuovere una riconciliazione tra «Welfare» ed «Europa», salvaguardando così i tratti essenziali del modello sociale europeo anche nel contesto di una «unione sempre più stretta» tra Paesi che usano la stessa moneta? La risposta dell’autore è positiva. La riconciliazione è possibile, ma richiede un ambizioso lavoro intellettuale (valori, idee) e politico (costruzione del consenso e riforme istituzionali). Il messaggio di base è che l’Unione non può restare soltanto uno «spazio» economico-finanziario, ma deve diventare anche un «posto», un «luogo», un terreno comune di condivisione, capace di ispirare fiducia e nel quale i singoli cittadini (e i vari demoi, le comunità nazionali, nei quali ancora si raggruppano) possano sentirsi davvero a casa propria.

La parte da scienziato politico e sociale, quella più descrittiva e analitica («Europa e Welfare: incontro o scontro?»), occupa il primo lungo capitolo: è in questo che si spiega come siano sorte e si siano intensificate — dopo la crisi finanziaria americana del 2008 — le quattro «linee di tensione» accennate più sopra, dopo quasi un decennio di Unione monetaria in cui tutto sembrava andar bene e ben pochi pensavano all’insorgenza di tensioni così gravi. La stessa storia viene poi ripresa a un livello più generale nei due capitoli successivi («Ripensare il Welfare, ripensare l’Europa» e «Ragion di Stato contro Ragion di Mercato»), dove è il Ferrera teorico politico che soprattutto parla e inizia a parlare anche il filosofo, a dare giudizi normativi e a proporre soluzioni. Per questi due cruciali capitoli temo di non essere il recensore critico più adatto, perché il mio consenso come political economist e come sostenitore di valori politici liberal-democratici è completo. Anch’io sono convinto che l’Unione Europea e il Welfare State siano stati due tappe fondamentali di quel drammatico processo di civilizzazione — drammatico perché sovente interrotto — che l’Europa ha conosciuto a partire dall’Evo Moderno: la costruzione prima e poi il tentativo di superamento degli Stati nazionali; il passaggio da un ordine politico costituzional-liberale ad uno liberal-democratico. Un passaggio in cui la costruzione del Welfare State nazionale, nel secondo dopoguerra, fu un momento essenziale. Ma un passaggio problematico, perché la cornice nazionale del Welfare State si sta mostrando molto resistente, assai difficile da allargare al contesto sovranazionale dell’Unione Europea. Di qui la «rotta di collisione» di cui parla Ferrera.

Le forze che spingono verso la collisione sono essenzialmente due, operanti insieme. La prima e principale sta nei legami di solidarietà e di fiducia tra cittadini che sono necessari per sostenere un sistema di welfare: possono non arrivare all’intensità che sostiene la «casa comune», la Folkhemmet, sulla quale si basa il generoso sistema svedese, ma ci devono essere e per ora ci sono solo a livello nazionale. Solo la nazione, e non sempre, è un «posto», un «luogo», e non uno «spazio» in cui gli individui interagiscono guidati da regole di condotta puramente formali, come in una strada o in un aeroporto. E c’è voluto molto tempo — e molti sforzi e conflitti — per costruire quei legami, un faticoso processo di Nation Building: si pensi solo alla costruzione della nazione americana, i cui singoli Stati pur partivano dalle condizioni straordinariamente favorevoli di una stessa storia, lingua e cultura. Eppure, per fare degli Stati Uniti un vero «luogo», ci sono voluti Lincoln e Roosevelt, la più sanguinosa guerra dell’Ottocento e la più grande depressione del Novecento.

Anche perché, e qui opera una seconda forza, strettamente legata alla prima, per costruire uno Stato che eserciti potere legittimo su un intero territorio sulla base di regole liberal-democratiche — un vero governo, responsabile di fronte a un parlamento composto da partiti eletti da tutti i cittadini europei — occorre un sufficiente livello di coesione sociale. Ma i partiti, nel loro tentativo di prevalere l’uno sull’altro, possono profittare delle insoddisfazioni dei cittadini per stimolare e assecondare pulsioni populiste e anti-europee. Tendenze anti-unitarie, l’illusione di star meglio in una casa piccola e calda che non in una casa grande e aperta al mondo, sono oggi evidenti in Europa persino in Stati nazionali di lunga storia — si pensi alla Gran Bretagna, o alla Spagna o, in Italia, alle richieste della Lega di pochi anni fa. Facile immaginare le difficoltà che affronta quello strano embrione di Stato che è l’Unione Europea sulla strada che dovrebbe portarla ad una ever closer Union.

Sono tanti gli studiosi e i politici — quelli che hanno sinceramente a cuore i due grandi obiettivi dell’Unione Europea e del Welfare State — a riflettere su queste difficoltà. Per superarle la strategia scelta da Ferrera è insieme paziente e radicale: esplorare i principi etico-normativi che possano lentamente indurre i popoli (e i politici) europei a riconoscere la comune esigenza di un bilanciamento delle ragioni di responsabilità economica e di solidarietà su cui deve basarsi l’Unione. A spingerli ad uscire dalla gabbia d’acciaio di una burocrazia invadente e politicamente irresponsabile e dalla asfissiante «Ragion di Mercato» in cui l’Unione si è rinchiusa. Però senza voler scaricare sui vicini compiti che ricadono su ogni singolo Stato, ciò che condurrebbe al fallimento l’intero progetto. Il processo politico suggerito («La via d’uscita: riconciliare e sistemare» è il titolo del quarto e ultimo capitolo) non richiede un demos che attualmente non c’è, ma è possibile anche per tanti demoi legati solo da vincoli di «buon vicinato e sobria fratellanza», consapevoli che l’aiuto reciproco è conveniente per tutti nel lungo periodo. Qui non mi è possibile neppure dare un’idea del modo raffinato e persuasivo in cui Ferrera affronta questi delicati problemi normativi e li lega a scelte politiche concrete e incombenti. Mi preme solo sottolineare che è il primo a sapere che le cose potrebbero andar male se i popoli europei ascoltassero le sirene di leader populisti: il titolo delle conclusioni — «Cercansi leader disperatamente» — e sottolineo disperatamente, esprime le preoccupazioni dell’autore.

Recensione del volume “Rotta di Collisione: Euro contro welfare” di Maurizio Ferrera, in vendita dal 18 febbraio 2016.

 

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Alziamo il livello del dibattito sulla flessibilità

Non è facile decifrare la spirale di polemiche in atto fra Roma e Bruxelles. Per quanto importanti sul piano finanziario, non è credibile che tutto si riduca a questioni di “zero virgola”, di applicazioni più o meno restrittive delle clausole di flessibilità. Il conflitto va piuttosto ricondotto all’intreccio di partite che si sono aperte con Bruxelles su vari fronti. Innanzitutto, non rispettando molte delle raccomandazioni ricevute lo scorso giugno, la legge di Stabilità per il 2016 ha creato una ferita nei rapporti con la Commissione, proprio mentre si invocavano deroghe sul deficit. Come dire: noi abbiamo il diritto di ignorarvi, voi il dovere di aiutarci. Incautamente e con troppo fragore, Renzi ha poi aperto dossier delicatissimi (dal gasdotto Nord Stream alle norme sulle banche), rompendo logiche da arcana imperii che è difficile in questo momento ricostruire con precisione. La rottura ha pesato, infiammando gli animi.

Ci sono però due altre spiegazioni, una più superficiale, l’altra più profonda. Leggerezza, emotività e stereotipi, in primo luogo. A parte rari esempi, i leader italiani a Bruxelles hanno sempre dovuto scontare pregiudizi negativi. Qualche tempo fa, commentando le ambizioni europee di Renzi, il diffusissimo magazine online Il Politico lo ha attaccato per come si atteggia nei confronti degli altri leader, per come usa il cellulare, per il suo inglese “da clown”. La strategia migliore per il nostro Presidente sarebbe quella di lasciar perdere, di alzare il livello della conversazione. Renzi invece risponde e incalza i critici con battute “virili” (per usare il brutto epiteto usato da Juncker), facendo così ripartire il tiro al bersaglio.

La spiegazione “profonda” è più rilevante, soprattutto per impostare una strategia di uscita. La crisi del debito ha cambiato la gerarchia politica fra i paesi UE. Con il Fiscal Compact si è data vita a una Comunità imperniata su criteri di “stabilità finanziaria rafforzata”, che ha di fatto e di diritto accresciuto il potere dei paesi del Nord.  Tale diagnosi è largamente condivisa fra gli scienziati politici (per chi vuole approfondire consiglio la lettura di States, Debt and Power di K. Dyson, 2013). In parte,  questo nuovo assetto ha portato benefici a tutta l’Eurozona: la tenuta dell’euro e i prestiti ai paesi in difficoltà. Ha anche spronato i nostri governi a fare irrinunciabili compiti a casa. Ma si sono prodotti anche nuovi problemi. La stabilità rafforzata garantisce i paesi del Nord contro il rischio di irresponsabilità fiscale dei paesi del Sud, ma condiziona fortemente questi ultimi nelle loro opportunità e percorsi di crescita. I condizionamenti sono spesso indiretti e occulti, ma ci sono e funzionano a nostro danno. La sfida è quella di metterli allo scoperto, evidenziarne gli effetti perversi sul piano funzionale (per tutta l’Eurozona) e i loro risvolti di iniquità, nel quadro di un’Unione fra eguali.

E’ su questo obiettivo strategico che il nostro governo dovrebbe concentrarsi. Abbandonando prima possibile la logica “verticale” del conflitto fra Italia e Bruxelles e attivando invece a tutti i livelli un confronto sui diversi modelli di crescita dell’Europa e i loro prerequisiti in termini di governance. La conversazione deve passare al più presto da “l’Italia ha fatto le riforme e dunque vuole…” (attenzione, peraltro, all’esito di queste riforme, ancora piuttosto modesto) a un discorso su “ci vuole un altro tipo di Europa, queste sono le nostre proposte”.

Non sarà facile trovare gli interlocutori. Il nuovo assetto di potere all’interno dell’Eurozona è sfavorevole ai paesi “periferici” (fra cui va ormai annoverata, di fatto,  anche la Francia): sia per le regole decisionali introdotte dal Fiscal Compact, sia per l’irrefrenabile tentazione da parte dei paesi deboli a relazionarsi direttamente con Berlino piuttosto che a coalizzarsi fra loro. Qualche margine c’è, soprattutto tessendo relazioni nel Parlamento europeo. Ma conterà molto la qualità delle proposte e il consenso che riceveranno da esperti e intellettuali che ragionano sul futuro della UE. In Europa le idee contano quanto e spesso più dei voti.

Se imboccasse questa strada, Renzi potrebbe ottenere tre vantaggi. L’Italia uscirebbe dall’angolo in cui si è infilata. Il nostro Presidente potrebbe accreditarsi come interlocutore serio e costruttivo verso i nostri partner e le istituzioni di Bruxelles. Gli elettori capirebbero che l’alternativa non è e non può essere fra “UE si” e “UE no”, ma fra tipi di UE, con priorità e diverse. E vedrebbero che almeno uno di questi tipi ha l’obiettivo esplicito di conciliare la stabilità finanziaria con la crescita e l’equità. Più di ogni altra cosa, l’Europa ha oggi bisogno di una infusione di legittimità, deve ritrovare la fiducia e la “passione” dei suoi cittadini. Come uno dei grandi paesi fondatori, l’Italia può e deve  oggi posizionarsi in prima linea su questo fronte, da cui dipende la stessa sopravvivenza dell’Unione.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 4 febbraio 2016

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L’ambizione che ancora non c’è

Sulla questione della “flessibilità” Matteo Renzi ha conseguito alcuni importanti successi in Europa. Per vincere la partita deve però persuadere Angela Merkel, dimostrando che le richieste italiane rispondono a un qualche interesse comune e non solo nazionale. Finora non c’è riuscito, come ha da ultimo mostrato l’incontro di venerdì a Berlino.

I vincoli di bilancio dell’Eurozona sono troppo stretti, Renzi ha ragione a volere un cambiamento. Di più: fa bene a dire che si tratta solo di applicate le regole. Quando fu scritto il Patto di Stabilità e Crescita (1997), vennero inserite alcune deroghe per far fronte a determinate circostanze. I criteri di applicazione non sono però mai stati definiti con precisione.

Il primo successo del governo italiano è stato quello di ottenere un chiarimento scritto durante il semestre di Presidenza, nella seconda metà del 2015. Adesso sappiamo quando un paese può chiedere (e Bruxelles deve concedere) una esenzione temporanea dai vincoli sul deficit. Formalmente, il chiarimento è stato fatto dalla Commissione. Ma il merito è di Roma: Juncker si è comportato in modo inelegante nel non volerlo riconoscere.

La seconda vittoria è arrivata nella primavera scorsa, quando Renzi ha effettivamente ottenuto la flessibilità sui saldi di bilancio per il 2015. La Commissione tenne conto di due condizioni: l’Italia era seriamente impegnata in un processo di riforme strutturali e di promozione di investimenti; il ciclo economico del nostro paese era ancora particolarmente negativo. Uno scostamento dagli obiettivi di finanza pubblica precedentemente concordati fu dunque ritenuto ammissibile in base ai nuovi criteri.

Nell’autunno scorso è iniziata la terza battaglia. Il governo ha nuovamente invocato la flessibilità, in base alla clausola degli investimenti. Ha poi aggiunto due altre richieste: lo scorporo delle spese sostenute per l’emergenza migratoria e di quelle pro quota per gli aiuti alla Turchia(i tre miliardi complessivi promessi da Angela Merkel a Erdogan per contenere il flusso di rifugiati). Il tiro alla fune è ancora in corso. La Commissione ha per ora sospeso il giudizio sulla legge di Stabilità 2016 e venerdì a Berlino Angela Merkel ha detto che “non vuole immischiarsi”. Un modo indiretto per dire: attenzione. La prospettiva di una nostra sconfitta, anche solo parziale, va messa in conto.

La vera posta in gioco non è però l’esito di questa terza disputa, ma dell’intera partita sulla flessibilità e l’euro-governo. L’interesse dell’Italia (e di tutti i Paesi membri più deboli) si estende ben al di la del 2016 e di alcuni punti di decimale da spendere in deficit. Bisogna piuttosto consolidare l’idea che l’Eurozona non si gestisce con regole rigide e con formule numeriche largamente arbitrarie. Per funzionare correttamente, l’Unione economica e monetaria richiede istituzioni decisionali capaci di prendere provvedimenti rapidi e imperniati su tre principi: discrezionalità “per buone ragioni”, flessibilità regolata e orientata alla crescita, responsabilità democratica. Da un lato, niente più dogmi tecnocratici e letti di Procuste con misure uguali per tutti. Dall’altro lato, compiti a casa, senza opportunismi o rivendicazioni motivate unicamente da tattiche elettorali.

La carta della flessibilità va insomma giocata come elemento di un’agenda più ampia. E’ rispetto a questo obiettivo che Matteo Renzi ha sinora mostrato debolezza. La richiesta di deroghe sui conti italiani sono state un po’ superficiali e non adeguatamente giustificate (soprattutto in relazione all’ultima legge di Stabilità). Data la cattiva reputazione sul piano della politica di bilancio che ci portiamo dietro da decenni, come stupirsi se la Commissione (e la Germania) si mostrino perplesse?

Se vuole vincere la partita, il governo deve accrescere l’intensità e soprattutto la qualità del proprio impegno. Qual è, precisamente, la visione italiana sulle riforme istituzionali che servono all’Unione economica e monetaria? Nell’entourage di Renzi e Padoan, così come in Banca d’Italia, circolano da tempo idee promettenti: costruiamo una proposta articolata e coerente e facciamola circolare. Quali saranno, in secondo luogo, i contenuti del prossimo Programma Nazionale di Riforma da presentare a Bruxelles entro Aprile, proprio quando la Commissione deciderà sul 2016?  Il Presidente del Consiglio ha detto che la legge di Stabilità per il 2017 darà il tono a tutta la legislatura (comprensibile: sarà l’ultimo macro-intervento utile per incidere sulle condizioni del paese prima delle elezioni del 2018). Bene, il governo elabori un Programma ambizioso, davvero imperniato su riforme e investimenti. Si assicuri che venga recepito nelle raccomandazioni di giugno da parte della UE e poi lo metta in pratica nel prossimo autunno. Se verranno fornite buone ragioni, Bruxelles dovrà concedere gli opportuni  margini fiscali. E, per una volta, dall’Italia potrebbero arrivare idee ed esempi preziosi per tutta l’Europa.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 31 gennaio 2016

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