Archivi del mese: febbraio 2020

Al professor Maurizio Ferrera il premio Mattei Dogan

mattei dogan

Prestigioso riconoscimento per Maurizio Ferrera, docente di Scienza politica all’Università Statale di Milano. A lui il premio Mattei Dogan per il 2020 assegnato dall’International Political Science Association (IPSA). Il riconoscimento viene conferito ogni anno a uno studioso di alta reputazione internazionale in riconoscimento del suo contributo al progresso della scienza politica.

Studioso, in particolare di politica comparata e analisi delle politiche pubbliche, con particolare riferimento alle problematiche legate al welfare state e all’integrazione europea, Maurizio Ferrera è, tra l’altro, presidente del Network for the Advancement of Social and Political Studies (NASP) fra gli atenei lombardi e piemontesi, membro del Comitato Direttivo del Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi di Torino e si occupa della supervisione scientifica delle attività di ricerca del laboratorio Percorsi di Secondo welfare. Editorialista del “Corriere della Sera”, ha fatto parte di importanti Commissioni di indagine e gruppi di lavoro a livello nazionale e internazionale.

La consegna del premio è in programma in occasione del 26° Congresso mondiale di Scienze politiche dell’IPSA che si terrà a Lisbona dal 25 al 29 luglio 2020.

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Politica Senza Visione

Maurizio Ferrera

Il governo sta entrando nella fase 2. Quante volte abbiamo già sentito questa espressione? La usano tutti i governi. Ma poche volte il supposto cambio di passo e di agenda ha dato luogo a svolte e risultati tangibili.

A giudicare dalle dichiarazioni dei leader e dalle scarse informazioni contenute sui siti ufficiali, la fase 2 si concentrerà innanzitutto su una serie di dossier caldi (come Uva, Alitalia, autostrade, prescrizione, nomine), Verranno anche avviati una serie di approfondimenti su alcuni temi più generali. C’è una visione strategica di partenza? È lecito dubitarne. Il Pd ha indicato «quattro pilastri su cui poggiare l’Italia di domani» (crescita e ambiente, lavoro, conoscenza, comunità) e per ciascuno propone sul suo sito un disparato elenco di misure. Alcune sono di una vaghezza che fa sorridere («serve un grande attore di livello mondiale per la information technology»; punto e a capo). Dal Movimento Cinque Stelle non e emersa alcuna proposta di respiro. Italia viva ha annunciato un suo Piano Shock per sbloccare il Paese, ma per ora esiste solo un’infografica sul sito: paroloni e numeroni. Insomma, la visione non c’è.

In vari ministeri sono stati aperti dei «tavoli» su singole questioni o riforme. H loro difetto è che sono settoriali: manca il collegamento con l’insieme. Si finisce così per privilegiare obiettivi e interessi di parte.

A 1 tavolo sulle pensioni, ad esempio, la ministra Catalfo ha già dichiarato che qualsiasi risparmio da quota 100 dovrà essere riutilizzato all’interno della previdenza (perché non al sostegno della non autosufficienza, che interessa moltissimi anziani?). Una levata di scudi preventiva, si sa che la prossima legge di Bilancio scatenerà il solito tira e molla fra tutti contro tutti per far quadrare i conti.

E qui arriviamo al nodo della questione, n vincolo di bilancio (per giunta appesantito dalle famigerate clausole di salvaguardia) è la spada di Damocle che da lungo tempo condanna l’Italia al piccolo cabotaggio. Siccome per la Ue ciò che conta è il rapporto fra deficit, debito e Pil, l’unica via di uscita è far crescere il denominatore, cioè il Pil. La sfida è imponente, certo. Ma diventa insuperabile senza una visione generale e ampia che prenda di petto i famosi nodi strutturali di questo Paese, quelli che ci portiamo dietro da decenni: il ristagno della produttività, il calo della fertilità, i livelli di partecipazione al mercato del lavoro (drammaticamente bassi, soprattutto per quanto riguarda donne, giovani e anziani), la fuga dei giovani, l’arretratezza del Mezzogiorno (la lista è notoriamente più lunga). Senza una diagnosi seria, approfondita e condivisa su ciò che rende le fondamenta del sistema Italia così fragili, come si fa a individuare la strada del cambiamento?

Non spetta direttamente ai partiti o ai leader di governo elaborare questa diagnosi. Fior di studiosi hanno peraltro già fornito i suoi principali tasselli. Ciò che manca è un luogo istituzionale e un insieme di «teste» capaci di produrre usable knowledge, conoscenze utili per impostare le politiche pubbliche e orientare l’agenda.

L’Ocse pubblica periodicamente dei rapporti sulle pratiche di buon governo dei vari Paesi e sui cosiddetti policy advisory systems, le strutture di «consulenza» strategica per le politiche pubbliche. L’Italia viene citata solo per dire che tali strutture non esistono o che «i dati che le riguardano non sono disponibili». Si badi che l’effetto di queste strutture si fa sentire anche in Paesi tipicamente retti da governi di coalizione, sostenuti come in Italia da maggioranze instabili e litigiose (come Belgio, Olanda, ora anche la Spagna). La presenza di idee guida, di conoscenza utile e utilizzabile non elimina né sopprime le dinamiche del consenso. Ma funge da indispensabile contrappeso, argina le derive di irresponsabilità a cui la competizione elettorale può condurre.

L’assenza di visione strategica è diventata anch’essa, quasi paradossalmente, un nodo strutturale del sistema Italia. I pochi luoghi istituzionali di analisi tecnica (come l’Inapp) sono dai più ignorati. In Italia ci sono anche politici che sbeffeggiano gli esperti, invitandoli a tacere oppure «a farsi eleggere» prima di parlare. E così, di governo in governo e di fase in fase, il nostro Paese continua inesorabilmente a declinare.

 

 

Questo articolo è stato anche pubblicato su Il Corriere della Sera del 02 febbraio 2020

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L’onda populista è lunga – Rischio tsunami in Europa

conversazione tra Maurizio Ferrera e Yves Mény

 

L’alternativa tra sovranismo ed europeismo sarà al centro della conferenza con cui il politologo francese Yves Mény, docente alla Luiss di Roma, aprirà a Milano il 6 febbraio un ciclo d’incontri sull’Europa organizzato dalla Fondazione Feltrinelli. Ci siamo confrontati con lui sulla situazione dell’Unione e dei principali Paesi membri.

 

MAURIZIO FERRERA — Nel recente volume Popolo ma non troppo (il Mulino) sostieni che le democrazie odierne sono come alberi malati, possono cadere al primo vento. Ma aggiungi che non tutto è perduto. Non ti sembra che il populismo sia di fatto uscito sconfitto dalle elezioni europee del maggio scorso? La Lega è ancora molto forte in Italia. Ma ha appena perso in Emilia-Romagna, anche grazie alle cosiddette Sardine: un movimento, sì, ma antipopulista. E l’esperienza del governo giallo-verde è stata un grosso fallimento. Vedi anche tu una possibile svolta, un cambiamento di clima?

YVES MÉNY — La transizione dei vecchi sistemi partitici verso orizzonti nuovi non è finita, anche se, come dici tu a proposito dell’Italia, i populisti non sono riusciti a dimostrare capacità di governo. Questi movimenti eccellono nella protesta e cosi riescono a influire sull’agenda politica, ma sono maldestri nell’esercizio del potere. Hanno difficoltà a passare dal paese delle meraviglie di Alice a quello dell’Uva di Taranto, e questo vale un po’ ovunque. Ovviamente nei contesti istituzionali dove i governi sono più stabili e restano in carica più a lungo, come negli Stati Uniti, è più facile camuffare la verità o le promesse non mantenute per diversi anni. Le prossime sfide riguarderanno la Germania (che fine faranno i partiti tradizionali senza Angela Merkel e con la destra dell’AfD sulla cresta dell’onda?), l’Italia (l’attuale governo sarà in grado di resistere alla polpetta avvelenata lasciata in eredità dai giallo-verdi?) e soprattutto la Francia.

MAURIZIO FERRERA — Parliamo della Francia. La vicenda delle pensioni sembra avere resuscitato vecchi protagonisti (sindacati e corporazioni varie) nonché, più in generale, la contrapposizione tardo-novecentesca tra categorie di «garantiti» e governi «riformisti», orientati a ricalibrare il vecchio welfare. Gli scioperi e le proteste degli ultimi mesi sono solo una fiammata, oppure abbiamo parlato troppo presto di scomparsa del vecchio blocco sociale sindacal-welfarista?

YVES MÉNY—Charles de Gallile diceva che si poteva riformare la Francia solo sulla scia di una rivoluzione. Per Alexis de Tocqueville neanche la rivoluzione era stata capace di modificare le strutture profonde del Paese! Come nel Gattopardo, le forze della continuità sono più decisive che i tentativi di cambiamento. L’unica forza irresistibile in Francia è la passione per l’uguaglianza.

MAURIZIO FERRERA—Come mai?

YVES MÉNY—È un storia lunga: i rivoluzionari abolirono i corpi intermedi. Per più di due secoli, i gruppi d’interesse sono rimasti «scomunicati» ed Emmanuel Macron condivide la visione secondo cui tali gruppi tendono sempre ad arroccarsi su piccoli e grandi privilegi. Dal canto loro, i gruppi sono troppo deboli per impegnarsi in un loro progetto di cambiamento, ma abbastanza forti per opporsi alle proposte dei governi. Quando l’opposizione alle riforme diventa troppo forte, lo strumento preferito dei francesi è la protesta, la «manifestazione», con il suo folklore, ma sempre di più anche il rischio di degenerazioni violente. Un sociologo francese, Henri Mendras, parlava di communaute’ délinquante per evocare un individualismo sfrenato, capace di dar vita solo ad aggregazioni «contro» (i professori, i padroni, lo Stato…).

MAURIZIO FERRERA — Come finirà secondo te la vicenda delle pensioni ?

YVES MÉNY — È probabile che Macron riesca prima o poi a imporre le sue riforme, ma il Paese resterà ferito e frustrato. Nel caso in cui dovesse invece vincere il fronte del no, sarebbe un cataclisma epocale e la fine anticipata della presidenza Macron. Se ci fossero delle elezioni oggi, il presidente si troverebbe di nuovo di fronte a Marine Le Pen, sempre pronta a cavalcare la protesta. Nessuno può dire se Macron sarà rieletto, visto il misto di resistenza e di odio di alcuni ceti sociali (ricordo che né Sarkozy né Hollande sono riusciti a farsi rieleggere). Non mi arrischierei però a fare pronostici per elezioni che si svolgeranno nel maggio 2022. Se mai vincesse Le Pen, sarebbe un terremoto non solo francese, ma europeo, con conseguenze difficili da immaginare. La cosa rilevante è che un simile scenario è oggi considerato plausibile. Quanto alle proteste, il fatto da sottolineare è la fluidità, la rapidità, l’ascesa e poi il declino di questi fenomeni protestatari. In un certo modo, la parabola dei Cinque Stelle è significativa anche per movimenti molto diversi in termini ideologici, politici o sociali.

MAURIZIO FERRERA — In molti Paesi europei (ma non solo), sembra però che stia crescendo un’onda verde, anche sulla scia del fenomeno Greta.

YVES MÉNY — Anche questo fenomeno riflette il processo di disgregazione dei partiti. I Verdi in Europa hanno un’influenza politica variegata: forte in Germania e in Austria, crescente in Francia, quasi irrisoria in Italia e negli altri Paesi mediterranei, n paradosso è che i Verdi stanno vincendo la guerra delle idee, ma non sono riusciti a dimostrare capacità di governo. Sono ancora percepiti come troppo radicali e ossessionati da alcune tematiche. In un certo modo, sono il pendant dei populisti: influenza cruciale sull’agenda politica e marginalizzazione nelle stanze del potere quasi dappertutto tranne che in Austria (e in Germania, a livello locale e regionale). Hanno una chance di aggregare elettori mobili, ma dubito che riescano a consolidare nel lungo termine le vittorie del breve.

MAURIZIO FERRERA — Parliamo di Unione europea. Come vedi la Brexit?

YVES MÉNY—L’uscita del Regno Unito è certa, ma rimane tutto da fare. Non è detto che i 27 riescano a mantenere fronte unito davanti a un Paese che per secoli ha saputo ben giocare la carta del divide et impera. Boris Johnson sarà tentato di seguire Donald Trump: tassare il parmigiano italiano, le auto tedesche e il vino francese, cioè fare leva sui punti più sensibili. I britannici cercheranno di ottenere la torta (un sistema di scambi senza discriminazioni), ma anche di trarre tutti i possibili vantaggi per sé (diventare un paradiso fiscale). Gli altri Paesi delTUe dovranno resistere^ alla tentazione del «ciascuno per sé». È vero che hanno bisogno del mercato inglese, ma la City non può perdere il mercato europeo. Un accordo equo si può trovare.

MAURIZIO FERRERA — La nomina di Ursula von der Leyen mi-sembra un buon segnale di unità e di cambiamento.

YVES MÉNY — Certo, ma resta il problema che nessun Paese membro sembra oggi volere un’Europa più forte e integrata.

MAURIZIO FERRERA—A partire dalla Germania…

YVES MÉNY — Esatto. Avendo raggiunto il primato economico, sembra che questo Paese non abbia più bisogno di giocare la carta del buon allievo europeo, che sogna pace e fraternità nel mondo, n silenzio tombale sulle proposte di riforma avanzate da Macron è difficile da interpretare. La Merkel è come una sfinge, sempre indecisa, tardiva nel reagire, disposta al compromesso. Tranne che su alcune questioni cruciali per la Germania. In questo caso Angela prende decisioni unilaterali senza battere ciglio.

MAURIZIO FERRERA — Vedi alternative a questo scenario di stallo?

YVES MÉNY — Ci vorrebbero nuovi leader in Germania (ma chi?) e in Italia (di nuovo, chi?) e la rielezione di Macron. Ma si può anche evocare uno scenario peggiore di quello attuale. Immaginiamo un governo di Grande coalizione in Germania dopo le elezioni del 2021, per affrontare la minaccia dell’AfD; nel 2022 una vittoria di Matteo Salvini in Italia e di Marine Le Pen in Francia. «Tempi interessanti», direbbero i nostri amici inglesi, con l’understutement caratteristico di Oltremanica…

 

Questo articolo è uscito su La Lettura, supplemento del Corriere della Sera il, 02 febbraio 2020

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