Archivi del mese: giugno 2018

Il reddito di cittadinanza: stimoli, non sussidi per chi cerca lavoro

Maurizio Ferrera

Secondo gli annunci del governo, il reddito di cittadinanza dovrebbe prendere avvio con la legge di Stabilità per il 2019, che si discuterà in autunno. Peccato che a tutt’oggi non siano affatto chiari obiettivi, strumenti, compatibilità finanziarie. Non si può pensare di rivoluzionare le politiche sociali e del lavoro con un investimento che potrebbe avvicinarsi a trenta miliardi senza avere un progetto (in altri Paesi si chiamerebbe Libro Bianco) che i cittadini possano capire, discutere e valutare pubblicamente. Le questioni di base sono due: qual è la sfida prioritaria che il reddito di cittadinanza vuole affrontare? E come si innesterà questa ambiziosa misura sugli strumenti già esistenti? Negli altri Paesi Ue gli schemi di reddito minimo d’inserimento sono nati per combattere la povertà, non la disoccupazione. Certo, i sussidi sono ovunque condizionati a percorsi di formazione e accompagnamento, nessuno è pagato per stare sul divano. Ma il ruolo di questi schemi è residuale, essi intervengono laddove le persone per varie ragioni non hanno redditi da lavoro e cadono fra le maglie del sistema di protezione sociale.

Gli altissimi livelli italiani di povertà (peraltro in continuo aumento, come attestato dall’Istat l’altro ieri) dipendono in parte dalle manchevolezze del sistema pensionistico e delle prestazioni familiari. Se avessimo pensioni sociali adeguate e soprattutto assegni universali per i figli (come in Francia o Germania) la platea di potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza si ridurrebbe significativamente. Questa nuova misura potrebbe così essere ritagliata in particolare sugli adulti in condizione di esclusione sociale (la quale non necessariamente si risolve con l’inserimento nel mercato del lavoro). È la strada più ragionevole da scegliere, anche perché lo strumento adatto c’è già, occorre «solo» rafforzarlo e perfezionarlo. Si chiama Rei (reddito d’inclusione), che da luglio diventerà una misura universale, capace di sussidiare 700 mila famiglie in povertà estrema. Forse per ragioni di marketing politico, i Cinque Stelle non hanno mai neppure menzionato il Rei nei loro programmi. È giunto il momento di scoprire le carte. Si parte da lì oppure si ricomincia da capo? Nel secondo caso, perché?

La lotta alla disoccupazione è un altro discorso. Per chi perde il posto, abbiamo già il sistema di ammortizzatori sociali (in particolare la Naspi, ma non solo) introdotto dal jobs act, con annesso un programma di espansione dei centri per l’impiego. Come minimo, il reddito di cittadinanza dovrebbe coordinarsi con le misure e le iniziative già in corso, secondo quanto suggerito, ad esempio, da Sacchi e Vannutelli su lavoce.info. Per i giovani usciti dai canali formativi c’è la famosa Garanzia giovani. È opinione comune che questa sia stata un grosso fallimento. Ma teniamo presente che essa è rivolta a per-sone praticamente senza qualifiche (i cosiddetti neet) che sono davvero difficili da collo-care. Ciò nonostante, il 61% dei giovani assistiti trova un inserimento lavorativo nelle regioni del Nord e il 35% al Sud. Immagino che il ministro Di Maio non voglia smantellare questo schema. Come lo migliorerà?

Il Mezzogiorno è da sempre l’area più problematica del nostro mercato occupazionale. Le cause sono tante e affondano le radici nella storia economica, sociale e culturale delle regioni del Sud. La sfida non è certo quella di «inserire» le persone, ma quella di creare nuovi posti di lavoro. I confronti internazionali segnalano che l’economia del Mezzogiorno è incapace di assorbire personale in aree chiave dei servizi: turistici, ricreativi, culturali, sociali, sanitari, educativi. Fatte le debite proporzioni, mancano centinaia di migliaia di posti. Prima di sussidiare chi cerca lavoro, bisogna stimolarne la domanda. Ciò richiede investimenti infrastrutturali e sociali, incentivi fiscali, una sostanziosa riduzione del costo del lavoro. Secondo alcune stime, circa il 70% dei venti miliardi del reddito di cittadinanza andrebbero al Sud. È probabile che si crei così un circolo vizioso: più spesa pubblica assistenziale, meno disponibilità di bilancio per investimenti e incentivi, persistenza o aggravamento del sottosviluppo, più spesa assistenziale. È una sindrome ben conosciuta, che non ha certo aiutato il Mezzogiorno, ma anzi lo ha gradualmente depauperato della risorsa più importante: il capitale umano. Da anni si registra una drammatica emorragia di giovani da Sud a Nord (e ormai anche verso le grandi capitali Ue). Come fa un sistema economico a svilupparsi se regala ad altri i suoi migliori talenti ed è incapace di attrarne di nuovi? Se ben congegnato e inseri-to in un più ampio progetto di (ulteriore) modernizzazione della protezione sociale italiana e di rivitalizzazione del mercato del lavoro al Sud, il reddito di cittadinanza (chi non ama questo nome potrebbe chiamarlo «Rei 2.0») potrebbe svolgere un ruolo pre-zioso per contrastare la povertà e l’esclusione sociale. Senza un progetto coerente, invece, sarà l’ennesimo fallimento del welfare all’italiana: trasferimenti a perdere, facili prede di interessi e pratiche clientelari.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 28 giugno 2018

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Al centro c’è l’individuo. La storia parte dal basso.

Ragioni e passioni del singolo influenzano istituzioni e ideologie

Maurizio Ferrera

Come si passa dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande? È una domanda che, su scale diverse, riguarda ciascuna scienza. E che richiede due risposte: indicare qual è il «piccolo» da cui si sceglie di partire (poniamo, gli atomi) e successivamente individuare i meccanismi aggregativi che generano le entità più grandi (ad esempio le molecole).

Nel suo denso e originale volume, Persone e mondi (il Mulino), Angelo Panebianco spiega il rapporto che c’è fra persone, il «piccolo» delle scienze sociali, e mondi, ossia quelle entità collettive come gli Stati o i regimi internazionali — ma l’elenco è lungo — che fanno da sfondo alla vita concreta delle persone.

L’autore è convinto che tutto parta, appunto, dalle persone. Le quali non sono «pupazzi» alla mercé di contesti e strutture (pensiamo alle prospettive marxiste) ma «spiriti» capaci e liberi di scegliere. Come già argomentato in un libro del 2009 (L’automa e lo spirito, il Mulino), Panebianco è un individualista metodologico: i mondi nascono dalle interazioni fra individui, basate su ragioni, passioni, emozioni. Per spiegare un fenomeno macro (una guerra, il nazionalismo, il fondamentalismo islamico) bisogna ricostruire la sequenza generativa che l’ha prodotto a partire dagli individui e dai loro rapporti concreti. In termini tecnici, si tratta della «microfondazione», ossia la ricostruzione dei percorsi che connettono piccolo e grande in ambito sociale. Un esercizio che l’autore dipana e illustra con maestria, attingendo da una gamma davvero impressionante di saperi.

Nel mondo reale, le persone non sono atomi isolati (lo «stato di natura» di hobbesiana memoria è una finzione filosofica), ma si relazionano l’una con l’altra in network, gruppi, istituzioni più o meno formalizzate. È quello che Panebianco chiama il livello «meso», ove si snodano i processi di aggregazione, orchestrati da broker e leader. Pensiamo, oggi, al ritomo del nazionalismo «sovranista». Prima di arrivare a questo fenomeno macropolitico, vi è stata una graduale attivazione di emozioni e credenze individuali avverse agli stranieri, la loro manifestazione in comportamenti collettivi a livello locale, il loro inquadramento all’interno di qualche cornice ideologica, l’organizzazione e la mobilitazione delle persone da parte di attivisti e così via, fino alla costituzione di un partito (ad esempio la Lega) o di un governo portatore di istanze, appunto, nazional-sovraniste. Queste sequenze aggregative sono guidate da meccanismi causali che lo scienziato sociale può ricostruire più o meno accuratamente, e che tendono a riprodursi nel tempo anche in contesti diversi.

Panebianco non è un oltranzista. Sposa piuttosto una versione debole dell’individualismo metodologico, la quale riconosce alle entità collettive proprietà emergenti, ossia nuove ed originali rispetto a quelle delle parti. Lo Stato non è «solo» un aggregato di persone, l’Unione Europea non è «solo» un insieme di Stati. Una volta generate dal basso, queste entità acquistano dinamiche proprie, che retroagiscono causalmente sulle parti che le compongono. La microfondazione è pero indispensabile per spiegare la genesi dei fenomeni macro. E tra le sue funzioni c’è anche quella di ricordarci che questi ultimi non sono mai «solide rocce», ma composti instabili che possono digregarsi. Pensiamo oggi al caso dell’Unione Europea. Si tratta di un «mondo» collettivo frutto di un lungo lavoro di costruzione dal basso, avviato da alcuni intellettuali e leader visionari del Novecento. Questo mondo è oggi dotato di istituzioni apparentemente forti e vincolanti, ma è seriamente minacciato da quel sovranismo appena menzionato, a sua volta nato dal basso sulla scia dei processi di immigrazione e globalizzazione. La Ue saprà resistere alla minaccia? È probabile, ma non certo. La storia è piena di «discese ardite» e di altrettante «risalite»: crisi e dissoluzioni di imperi e civiltà, ascese di nuovi macro-fenomeni come il capitalismo o la globalizzazione. Dal gran-de si torna al piccolo e viceversa. In ultima analisi, è pero il piccolo che sceglie e decide: siamo noi persone o «spiriti» in carne ed ossa.

Se questo è vero, allora i «mondi» sono semplici nuvole che non si possono toccare e che forse nemmeno esistono? Non esageriamo. Secondo una nota massima filosofica, esistere vuol dire esercitare poteri causali. E sarebbe ridicolo negare che un governo, un’organiz-zazione terroristica o un’alleanza militare abbiano capacità di generare effetti diretti. La microfondazione è importantissima, ma è solo una parte del lavoro di spiegazione scientifica.

L’altra parte è quella che va dall’alto al basso (dai mondi alle persone) o che cerca di stabilire connessioni probabilistiche fra mondi. La seconda metà del libro di Panebianco si basa anche su questo tipo di lavoro. Sul piano pratico, l’«ordine internazionale» — ciò che l’autore vuole capire e spiegare — nasce dalle azioni delle persone, ma ci interessa molto proprio perché protegge le persone tramite meccanismi causali che vanno dall’alto verso il basso. E che devono essere compresi molto bene al fine di salvaguardarli, stante la loro costitutiva fragilità.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 25 giugno 2018

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L’EUROPA È PRONTA PER IL NUOVO RINASCIMENTO

Luca Jahier, l’italiano alla guida del comitato economico e sociale europeo, ragiona di populismi e proteste, politici e nuovo governo di Roma

Alexander Damiano Ricci

Luca Jahier è il nuovo presidente del Comitato economico c sociale europeo (Cese), organo consultivo dell’UE di rappresentanza delle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro e di altri gruppi d’interesse.

Presidente Jahier, la settimana scorsa il nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, ha detto che Bruxelles è «casa nostra». Come vede il rapporto tra Roma e Bruxelles?
«Le parole di Conte mi sembrano un ottimo punto d’inizio. Ora spero che si contribuisca in modo costruttivo».
Sulla crisi migratoria e la riforma di Dublino però il ministro dell’interno Salvini ha già fatto la voce grossa.
«Dei toni risponde soltanto il ministro. Ma i contenuti sono gli stessi della nota depositata al Consiglio europeo dal precedente governo: già allora si ribadiva come la proposta formulata dalla presidenza di turno (Bulgaria, ndr) per modificare il regolamento di Dublino fosse insufficiente».
Perché gli italiani hanno la percezione che non ci facciamo sentire a Bruxelles?
«È frutto di una politica del doppio gioco. A Bruxelles non ci sono fucili puntati alla tempia. Su molte materie, si vota all’unanimità. Ma i politici tornano in patria parlando di costrizioni».
Il messaggio anti-Ue delle forze radicali non conta nulla?
«Ci sono partiti abili a persuadere gli sconfitti della globalizzazione e chi si sente lontano dalle istituzioni».
Una doppia dinamica che sembra difficile da disinnescare…
«Eppure ci dimostra che, rispetto al passato, l’Europa conta di più».
Detta così sembra quasi che le cose vadano bene.
«No. C’è un problema serio legato al recupero della fiducia nelle istituzioni europee da parte dei cittadini».
Come valuta la proposta della Commissione sul bilancio pluriennale 2021-2027?
«Ci sono buoni clementi, ma l’esercizio è insufficiente».
Perchè?
«Vengono tagliate politiche virtuose, come quelle di coesione e agricole. La lista della spesa minima dell’UE vale almeno l’1.3% del Pil continentale».
Passiamo ai punti di forza…
«Le entrate proprie ora coprono fino al 12% del budget e il 25% delle spese è orientata al cambiamento climatico. Inoltre ci sono più risorse per Erasmus e cultura».
Si sta anche parlando della possibilità di concedere sostegni finanziari ai paesi che soddisfano le raccomandazioni in materia sociale del semestre europeo.
«Una politica degli incentivi funzionerebbe meglio di questa condizionalità. Ma è il semestre europeo che va rivisto largamente».
In che senso?
«È nato per favorire lo sviluppo dell’agenda 2020 con obiettivi di crescita economica, protezione sociale e sostenibilità. Ma la crisi lo ha trasformato in un combinato di raccomandazioni e vincoli per la stabilità fiscale e riforme strutturali per la competitività».
Però esiste anche un framework di indicatori per il monitoraggio delle politiche sociali.
«Nulla di vincolante».
Cosa aspettarsi dopo Göteborg? Quali sono le priorità del Cese in materia sociale?
«Il pilastro europeo dei diritti sociali è un importante segno di impegno politico per il progresso sociale attraverso il rafforzamento dei diritti e lo sviluppo di politiche e strumenti finanziari pertinenti per garantire che abbia un impatto positivo duraturo
sulla vita delle persone. Un primo passo in questo processo potrebbe essere l’implementazione del Piano dei diritti sociali nel quadro del semestre europeo. Il futuro del lavoro e il passaggio al lavoro 4.0 dovranno essere accompagnati da una transizione
parallela al “benessere 4.0”, ed è la società civile che guiderà questo processo».
Merkel ha sostanzialmente bocciato le idee di Macron per la riforma dell’Uem. Cosa ne pensa?
«Le proposte in campo non sono all’altezza. Oltre all’Unione bancaria, servono capacità di intervento nell’economia e politiche fiscali comuni. Rispetto al rapporto dei cinque Presidenti, anche le azioni della Commissione e di Macron rappresentano dei
passi indietro».
E quindi?
«Il tempo cista sfuggendo di mano e l’Europa sembra un vaso di coccio in mezzo ai mutamenti internazionali. È un segno di irresponsabilità. Servono lungimiranza e pragmatismo».
Più concretamente?
«Prima delle elezioni del Parlamento europeo del 2019, va completata l’Unione bancaria e corretto il semestre europeo. Per l’Uem dobbiamo attendere la prossima legislatura».
Come ci si muove in funzione delle elezioni?
«Ripartiamo dalla dichiarazione di Roma del 2017 che ha definito una road map concreta. Esiste ancora una maggioranza che crede in un’Europa riformata».
Sindacati, società civile, imprese o politica: a chi spetta l’iniziativa?
«Ognuno si deve assumere le proprie responsabilità. Il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, ha ben definito i ruoli nella agenda per la preparazione del vertice di Sibiu, sotto presidenza rumena».
Lei ha detto che all’Ue serve una «rEUneissance». Di rosa si tratta?
«La congiuntura europea somiglia a quella che ci fu tra il Medioevo e il Rinascimento, quando il ritorno della cultura classica, lo sviluppo della scienza, l’operare di forze produttivo (banchieri e mercanti) e lo sviluppo di nuove forme di governo ci fecero
uscire dai secoli “bui”».
È un bel paragone. Ma quanto c’è di attuale? Chi sono gli intellettuali all’altezza di rEUneissance?
«Più che intellettuali, serve uno sviluppo dell’intera sfera culturale, che peraltro può diventare un bacino di occupazione. Per quanto riguarda la scienza, siamo di fronte a una trasformazione tecnologica digitale che occorre governare».
E chi sono le forze propulsive oggi?
«Penso a quell’Europa fatta dipersone che resistono a chi vuole abbattere il processo di integrazione».
Servirebbe un leader all’altezza…
«Non uno, ne servirebbero molti. Ma bisogna scovarli e metterli al centro di questo progetto. Penso ai giovani. A dire il vero, non sarebbe male se si ribellassero
un po’ di più».
In un certo senso lo fanno già, votando per partiti che criticano l’UE.
«Ai giovani non si possono presentare i conti della serva. I ragazzi hanno bisogno di osare, di qualcuno che gli dica che possono cambiare il mondo. La nostra
classe politica ha smesso di affermarlo».

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera Economia dell’11 giugno 2018

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Come si fa a scaldare i più giovani?

Maurizio Ferrera

Il Comitato economico e sociale europeo (Cese) è un organismo ufficiale della Ue con ruolo consultivo. Rappresenta la società civile organizzata: parti sociali, gruppi di interesse, professioni, associazioni. In Italia è poco noto, ed è un peccato. Pur non essendo formalmente coinvolto nei processi legislativi, i suoi pareri svolgono un ruolo importante su tutte le questioni che riguardano il sociale. E’ stato l’attivismo del Cese a dettare l’agenda sull’impresa sociale. L’articolo 11 del Trattato di Lisbona, quello che riguarda la democrazia partecipativa, è praticamente stato scritto al Cese. Ora il Comitato è guidato da un italiano: Luca Jahier è il suo trentaduesimo presidente e resterà in carica due anni e mezzo. Un periodo delicatissimo perl’Unione, che dovrà affrontare il rinnovo del parlamento europeo e la riforma dell’euro.

Fra le priorità del Comitato e di Jahier vi è anche quella di aumentare la presenza e le iniziative Cese negli stati membri. L’ascesa del populismo ha fatto sì che la politica si sta riducendo, nel discorso pubblico, ad una questione fra «cittadini» e «classe politica». Si tratta innanzitutto di un errore concettuale: in mezzo c’è la società civile, fatta di corpi intermedi, veicoli insostituibili per l’articolazione e l’aggregazione degli interessi. Ed è soprattutto una semplificazione che crea conflitti e rischia di erodere le fondamenta «sociali» della democrazia. Per rafforzare l’Unione europea è indispensabile far crescere la sfera pubblica transnazionale. Giustamente, Jahier parla di cultura e giovani. Se i valori che hanno ispirato l’integrazione (pace, prosperità, progresso sociale, libertà e solidarietà) non riescono a scaldare i cuori delle nuove generazioni, a spronarli alla partecipazione politica e al coinvolgimento sociale, l’avventura europea non ha più prospettive. Nel suo piccolo, il Cese può dare un contributo importante. Magari lanciando qualche ballon d’essai e qualche iniziativa insolita e ambiziosa, che valorizzi la presenza e il ruolo dei giovani come traghettatori del presente nel futuro.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera Economia dell’ 11 giugno 2018

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Perchè la disoccupazione giovanile è così alta? Dobbiamo rassegnarci alla precarietà o ci sono alternative?

Maurizio Ferrera

Nel mondo del lavoro è in atto una trasformazione epocale. Grazie ai progressi sul fronte delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict), la produzione di beni e servizi registra livelli sempre più intensi di digitalizzazione e automazione. In molti settori, robotizzazione e intelligenza artificiale stanno rivoluzionando in modo radicale i modi di produrre, consumare, interagire.

L’adozione di nuove tecnologie non è un fenomeno nuovo. Ciò che contraddistingue la fase attuale è l’accelerazione dei cambiamenti e la presenza di macchine che non sono più solo un complemento al lavoro umano, ma entità che operano con una grande autonomia e possono sostituire le persone nello svolgere compiti di routine, di tipo ripetitivo e standardizzato. Secondo alcune previsioni, nei 15 Paesi più sviluppati (Italia inclusa) dell’Ocse l’automazione può causare una perdita netta di oltre cinque milioni di posti di lavoro «tradizionali» nei prossimi anni.

Qualcuno evoca uno scenario allarmante di «fine del lavoro», ossia una quasi completa sostituzione dell’uomo da parte delle macchine. Tale scenario metterebbe in discussione le fondamenta stesse della vita umana: il lavoro non è solo un mezzo per soddisfare bisogni e desideri, ma anche il principale strumento di integrazione sociale, la sfera in cui definiamo una buona parte della nostra identità, diamo senso alla nostra esistenza.

La tesi della «fine del lavoro» pecca però di catastrofismo. Ciò che sta già avvenendo, e si intensificherà negli anni a venire, è una profonda trasformazione e ricomposizione del mondo del lavoro, non la sua estinzione. Innanzitutto alcuni lavori continueranno ad essere svolti dagli umani, sia per il tipo di competenze richieste o semplicemente a causa delle nostre preferenze. Pensiamo all’assistenza all’infanzia, agli anziani, ai malati. In secondo luogo, il fatto che determinate attività possano essere eseguite dalle macchine significa che si libera tempo perché i lavoratori in carne ed ossa possano svolgere altre attività e creino ulteriore valore aggiuntivo. Invece di operare le macchine, gli umani si limiteranno a monitorarle, definendo in modo creativo ciò che deve essere fatto e come, e poi usando i robot per ottenere esattamente il risultato voluto. Creatività, intelligenza emotiva, abilità saranno i fattori determinanti. Tutte le occupazioni che richiedono elevate abilità interpersonali e analitiche non di routine sono cresciute costantemente negli ultimi tre decenni. Ciò che «salverà» il lavoro umano è proprio la capacità di interazione e condivisione sociale, di negoziare con gli altri obiettivi e strumenti, di cercare e costruire compromessi. Peraltro la rivoluzione tecnologica in quanto tale aumenterà la domanda di tecnici. Nell’Unione Europea entro il 2020 si prevede che le imprese avranno difficoltà a riempire più di 800.000 posti di lavoro nel settore Ict.

Le tutele per i giovani
Perché in questo contesto di rapida trasformazione la disoccupazione giovanile è così alta? Le cause sono molteplici e non semplici da indagare. Una di queste è chiaramente la crisi finanziaria del 2008 e la successiva grande recessione. I giovani sono stati i più esposti in quanto privi di esperienza e in molti casi di tutele. In secondo luogo, la rivoluzione nel modo di produrre si scontra con profonde asimmetrie nella regolazione del mercato del lavoro, nell’organizzazione del welfare e dei sistemi educativi. Il problema maggiore è il disallineamento fra le competenze che i giovani offrono oggi sul mercato del lavoro e quelle di cui necessitano le imprese. Più alto il disallineamento (come in Italia), più alta la quota di giovani che non riescono a inserirsi o di giovani che svolgono lavori incongrui rispetto alle proprie qualifiche.

I giovani sono anche più direttamente interessati da un corollario della rivoluzione tecnologica e della globalizzazione: il cambiamento della organizzazione del lavoro. In tutte le economie sviluppate il mercato occupazionale si sta trasformando in un vero e proprio patchwork di molteplici figure professionali e contrattuali. Fra uno o due decenni, il lavoro stabile presso un’unica impresa per tutta la vita cesserà di essere la norma, si cambieranno più posti, si faranno lavori e attività diversi. Negli Stati Uniti, già ora per la fascia d’età compresa tra 25 e 34 anni la permanenza mediana nello stesso contratto di lavoro è tre anni, tre volte inferiore a quella dei lavoratori anziani fra i 55 e 64. Anche in Europa si registra una tendenza simile e i sondaggi segnalano che, in molti casi, si tratta di una scelta consapevole. Se il processo continua, per le nuove generazioni sarà usuale avere 15 0 persino 20 diversi lavori nel corso della vita.

Questa evoluzione presenta lati positivi e negativi. Da un lato, aumentano i margini di flessibilità e autonomia non solo per le imprese, ma anche per chi lavora. Le tradizionali gabbie temporali (dalle 9 alle 18, cinque giorni la settimana) si allentano; il telelavoro, il lavoro agile, il lavoro flessibile e a tempo parziale (quello scelto) consentono alle persone di scegliersi i pacchetti «tempo/reddito» più consoni alle loro esigenze e preferenze. Dall’altro lato, il lavoro «precario» tende ad essere meno pagato rispetto al tempo pieno equivalente ed è associato ad un minore accesso alla formazione. Non è l’opzione preferita per molti e comporta anche maggiori rischi, dovuti a periodi frequenti senza o con reddito molto basso, nonché condizioni meno favorevoli in termini di accesso alle prestazioni sociali.

Per evitare che questo scenario crei un eccesso di insicurezza e nuove polarizzazioni sociali è necessario un cambio di paradigma nelle politiche pubbliche. Anziché indirizzarsi in forma standardizzata a tutti coloro che, genericamente, partecipano al mercato occupazionale, occorre fornire risposte differenziate in base ai diversi percorsi che le persone intraprendono durante la loro vita. Il cambiamento di paradigma deve spostare la priorità dalla «riparazione ex post» alla «preparazione ex ante». Il nuovo approccio deve partire dalla scuola e dalla formazione, passa per il sostegno alle imprese nella crescita e nella creazione di posti di lavoro attraverso l’investimento in capitale umano e competenze, la riconfigurazione del welfare attraverso una maggiore personalizzazione delle prestazioni e nuovi diritti sociali.

Abilità da aggiornare
Abilità e competenze dovranno essere continuativamente aggiornate e integrate. Le relazioni industriali dovranno perciò rifocalizzarsi su questa priorità, prevedendo non solo l’obbligo da parte delle imprese di erogare formazione nel posto di lavoro, ma anche un’equa distribuzione dei suoi costi. La formazione continua dovrà essere garantita anche a chi perde il lavoro e diventare parte integrante delle politiche attive. Occorre poi inventare nuove tipologie di diritti sociali personalizzati. L’Unione Europea ha recentemente proposto l’istituzione di una «garanzia per le competenze». Nella versione più ambiziosa, a tutte le persone in età attiva sarebbe conferito il diritto a due prestazioni: la valutazione periodica delle proprie competenze e la loro certificazione; un voucher per accedere a corsi di formazione e aggiornamento mirati. Uno strumento innovativo potrebbe essere il «conto personale d’attività», in corso d’istituzione in Francia sulla scia di un accordo fra le parti sociali e il governo del 2015. Chi lavora o svolge attività «sociale» (servizio civile, volontariato e così via), matura periodicamente dei «punti» che possono essere utilizzati nel corso della vita attiva in diversi modi: per corsi di formazione, per passare al tempo parziale senza riduzione della retribuzione, per anticipare la pensione in caso di perdita del posto di lavoro oltre una certa età.

Il modello sociale europeo potrà sopravvivere, nella misura in cui riuscirà a superare questo insieme di sfide, ad adattarsi al cambiamento e ad incanalarlo verso esiti a somma positiva, in modo da contrastare nei fatti l’utopia negativa della «fine del lavoro» e smentire così i suoi apocalittici profeti.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera Orizzonti del 7 giugno 2018

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Aziende alla sfida del Welfare 2.0

Oggi un convegno al Posta dove sarà eletto anche il direttivo Anap

 

REGGIO EMILIA – Welfare 2.0, come conciliare non autosufficienza e gestione d’impresa. La “non auto-sufficienza” è l’incapacità di mantenere una vita indipendente e di svolgere le comuni attività quotidiane, a causa della mancanza di energie e dei mezzi necessari per soddisfare le proprie esigenze. Nonostante alcuni interventi legislativi in favore di queste persone, non di rado le famiglie si trovano impreparate ad affrontare queste situazioni. Per far il punto sul tema e capire a che punto è il nostro Paese nell’erogazione di servizi dedicati alle persone non autosufficienti, Lapam Confartigianato ha organizzato un convegno, in programma oggi alle 17.30 all’Hotel Posta di Reggio Emilia. Durante il convegno Federico Razetti, ricercatore di Percorsi di Secondo Welfare, Centro Studi diretto da Maurizio Ferrera, analizzerà insieme a Carmelo Rigobello, consulente Confartigianato, Gianlauro Rossi, presidente Anap Modena e Reggio Emilia, e ad altri ospiti la situazione della non autosufficienza e le sue conseguenze sulla popolazione attiva italiana. Interverranno anche Emilio Ricchetti del Forum Famiglie Reggio Emilia, Franca Campostella, presidente regionale Donna Imprese Confartigianato e Mauro Dallapè, presidente Mutua Artieri Trento. All’evento sarà presente il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi. Al termine della tavola rotonda sarà infine eletto il nuovo consiglio direttivo e del presidente Anap di Reggio Emilia e Modena.

Questo articolo è comparso anche su La Gazzetta di Reggio del 7 giugno 2018

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Aiuto, l’Europa resta da sola. Italiani spaccati a metà

Rifiutati dalla globalizzazione, lontani dalla politica, tentati dall’astensione sulle questioni del Continente: gli euroscettici spingono per un forte cambiamento, ma non sono ancora la maggioranza.

 

Che cosa sta succedendo agli elettori italiani? Vogliono davvero uscire dall’euro e abbandonare l’Unione Europea? Un recentissimo Eurobarometro ci consente di fornire qualche risposta. Iniziamo col dire che  italiani sono fra i più “alienati” d’Europa. Solo il 36% pensa che la loro voce conti nel paese e meno ancora in Europa. La distanza dagli altri paesi è impressionante (tab. 1). Il desiderio di un cambiamento reale è dal canto suo molto elevato. Anche se non necessariamente propenso a votarli, il 71% degli elettori ritiene che i “nuovi partiti” possano dare una benefica scossa per cambiare le cose (media UE=56%), peraltro senza rappresentare una minaccia alla democrazia.

Alienazione politica e forte desiderio di cambiamento hanno creato un terreno fertile per l’euroscetticismo. Una maggioranza davvero risicatissima si esprime oggi a favore dell’appartenenza del nostro paese alla UE (tab. 3). Un dato in netta controtendenza rispetto alla media UE e persino rispetto al Regno Unito.  Ciò che colpisce della tab. 3 è il grado di polarizzazione: fra i favorevoli e i contrari c’è una distanza di soli 3 punti. L’Italia appare davvero come un paese in bilico, il più diviso in assoluto sulla questione UE/euro.

Qual è il profilo degli euro-scettici? I dati segnalano che gli anti-UE si concentrano nel centro-destra e provengono in prevalenza dal segmento più vulnerabile della società: disoccupati, precari, operai, impiegati esecutivi. Un tratto unificante è la bassa istruzione, i bacini economici prevalenti sono la piccola impresa, il lavoro autonomo tradizionale, i servizi “poveri”. E’ la sindrome dei  “perdenti della globalizzazione”: i ceti sociali più minacciati dall’apertura dei mercati e dalle politiche di austerità tendono a indirizzare la propria frustrazione verso un’Europa vista come veicolo di apertura (Cina, multinazionali, immigrati) e come tappo che impedisce sostegni via spesa pubblica. Si tratta, ripeto, di una tendenza: non tutti i “perdenti” sono dichiaratemene euroscettici e molti si collocano comunque a (centro)sinistra.  Le loro priorità sono in piena linea con la loro condizione socio-economica (tab. 4). Al primo posto figura la lotta alla disoccupazione, seguita dalle tasse (probabilmente il problema è qui la difficoltà a pagarle). Poi emerge una chiara domanda di protezione e di sicurezza. Da notare che al secondo posto viene la lotta alla corruzione.

Nel quadro tracciato c’è un convitato di pietra: un consistente gruppo di cittadini (25%) che ho definito “smarriti” (Corriere del 6 aprile) e che non hanno votato.  Moltissimi di loro sono anche “alienati”, anzi, alienate, visto che  due terzi sono donne. Ed è probabile che fra di loro ci siano molti/e perdenti. Fra gli smarriti non si registra tuttavia né una propensione vero la destra né euroscetticismo. E’ ben possibile che l’astensione sia stata proprio dovuta alla mancanza di una offerta politica capace di proporre soluzioni alternative a quelle populiste e sovraniste.

Quest’ultimo punto è cruciale per i destini dell’Italia. L’alienazione politica, l’insicurezza economica e sociale, l’insofferenza verso istituzioni e casta ritenute corrotte, il desiderio di cambiamento “reale” hanno spianato la strada a Cinque Stelle e Lega e ai loro messaggi protezionistici verso l’interno e aggressivi verso l’esterno. A far bene i conti su tutto l’elettorato – smarriti inclusi – il popolo pro-UE e pro-euro dovrebbe ancora avere, però, una larga maggioranza assoluta: il 44% della tabella 1, e in più una buona parte (diciamo il 10/15%) delle smarrite. Si tratta di semplici ordini di grandezza, tutti da verificare al momento del voto. Ma sufficienti per smentire l’idea che la partita fra euroscettici e euro-sostenitori sia già stata vinta -e definitivamente- dai primi.

Il problema è che nessuno rappresenta oggi il bacino di chi è favorevole alla UE – magari una UE riformata. Nessuno si sta sforzando di comunicare con questi elettori, di organizzarli e mobilitarli. La politica non ama i vuoti, se nessuno si fa avanti il bacino rischia di restringersi e disperdersi. Possiamo aspettarci un (rapido) rimbalzo in termini di iniziativa da parte di chi dovrebbe rappresentare la maggioranza di euro-sostenitori? Con una proposta del tipo: alleanza per il rilancio dell’ Italia e per la riforma della UE? Lo spazio politico ci sarebbe.  Ciò manca è però  qualche “capitano coraggioso” interessato e capace di prendere l’iniziativa.

http://www.euvisions.eu

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 4 giugno 2018

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