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C’è ancora voglia d’Europa ma non va tradita

Sono in molti oggi a pensare che la UE sia spacciata. Sotto i colpi della crisi e dell’austerità, l’opinione pubblica –si dice- ha ritirato quella la delega in bianco che nel corso del tempo ha consentito ai governi di integrare i mercati, unificare la moneta, conferire a Bruxelles una gamma sempre più ampia di poteri. L’ondata “sovranista” sarebbe solo – secondo questa interpretazione- la punta visibile di un grande iceberg euro-scettico, contrario ad ogni ipotesi di ulteriore integrazione. La UE va ridimensionata, l’euro smantellato. E andrà bene se riusciremo a farlo in modo ordinato e consensuale.

Questa diagnosi appare troppo sbrigativa. Siamo davvero sicuri che la disaffezione nei confronti dell’Europa sia così estesa, profonda, irreversibile? Non è possibile che sotto il fragore euroscettico si nasconda, in realtà, una maggioranza silenziosa ancora filo-europea?

I risultati di un recente sondaggio d’opinione condotto in sette paesi membri(Italia, Spagna, Francia, Germania, Regno Unito, Polonia e Svezia) puntano proprio in questa direzione (www.resceu.eu). L’iceberg sommerso non c’è. La UE può ancora contare su un largo sostegno diffuso. Gli euro-scettici fanno sentire la propria voce, naturalmente. Il 20% del campione crede che la UE sia ormai “una nave che affonda” (con punte superiori al 30% nel Regno Unito e, attenzione, in Francia). Una quota più ampia di elettori (23,8% in media; Italia 38%) si colloca però all’estremo opposto: considera la UE come “casa comune” di tutti gli europei. E un altro 30% la vede, quanto meno, come “un condominio”. Ogni popolo ha il suo appartamento, ma su molte cose si decide insieme, esiste un fondo per le spese comuni e le emergenze. Su alcuni temi specifici emerge una inaspettata disponibilità all’aiuto reciproco. Ad esempio, una schiacciante maggioranza (77%) si dichiara a favore di un fondo europeo che aiuti i paesi in difficoltà a combattere la disoccupazione. E il 90% ritiene che sia compito della UE fare in modo che nessun cittadino rimanga senza mezzi di sussistenza. Un’Europa meno ossessionata dai decimali di deficit e più attenta alla dimensione sociale potrebbe riguadagnare consensi persino fra i sovranisti.

La maggioranza filo-europea ha idee chiare anche sulla controversa questione della immigrazione e dell’accesso al welfare. Il 43% si dichiara contro ogni discriminazione nei confronti dei residenti stranieri, anche extra-comunitari. Un altro 38 % darebbe priorità ai cittadini UE. Meno del 20% è “nativista”, ossia a favore della chiusura dei confini (“prima noi” o “solo noi”). Infine, la domanda cruciale: che succederebbe in caso di un referendum sull’uscita dalla UE? Con buona pace degli euro-pessimisti, nei sei paesi coperti dal sondaggio (Regno Unito escluso, ovviamente) nette maggioranze voterebbero per rimanere: in Germania il 75%, in Spagna il 74%, in Polonia il 72%,in Italia il 63%, in Svezia e in Francia il 57%.

I dati d’opinione non sono oro colato e vanno interpretati con prudenza. Ma il segnale è chiaro. Nei paesi membri più grandi sembra esserci una consistenze maggioranza che ancora crede nell’Europa. Perché nel dibattito pubblico prevalgono invece le minoranze euro-scettiche? Come mai gli orientamenti solidaristici di moltissimi elettori sono stati ignorati durante la crisi? Si badi che una maggioranza filo-UE, persino euro-solidale, esiste anche in Germania: fra gli elettori tedeschi c’è una sorprendente disponibilità ad appoggiare iniziative di aiuto ai paesi in difficoltà senza sottoporli a umilianti controlli.

I leader europei dovrebbero riflettere bene su questi segnali. La base sociale ed elettorale per un rilancio dell’Europa ci sarebbe. Quello che manca clamorosamente è un’offerta politica capace di rappresentarla, di darle voce. Se così è, ci troviamo di fronte a un fallimento di portata storica di quelle famiglie politiche (liberali, popolari, socialdemocratici) che hanno finora guidato il processo di integrazione. La UE rischia oggi di affondare perché le sue élite non riescono a elaborare una proposta alternativa al sovranismo, da un lato, e all’austerità fiscale, dall’altro lato. Si tratta di un pauroso deficit di idee, di iniziativa, di responsabilità, che pagheremo tutti molto caro. Condannando i nostri figli a vivere in una piccola Europa divisa, irrilevante sulla scena globale e impoverita sul piano economico e sociale.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 3 febbraio 2017. I dettagli del sondaggio sono disponibili su http://www.resceu.eu

 

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La riforma costituzionale e la partita europea

Una dei pochi tratti costanti della politica italiana è stata, sin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, l’”àncora” europea. Nel suo piccolo (rispetto a Francia e Germania), il nostro paese è sempre stato aperto all’integrazione e si è sforzato di promuoverla anche nei momenti di stallo. Nel lungo periodo, questa scelta ci ha ripagato in termini di sicurezza, prosperità, modernizzazione istituzionale.

Stanno ora emergendo allarmanti segnali di “disancoramento”. Internamente, sono emerse o cresciute forze politiche ostili all’Europa e alla moneta unica: Lega, Fratelli d’Italia, i Cinque Stelle, la stessa Forza Italia. Esternamente, le acque della UE si sono fatte più tempestose e le istituzioni di Bruxelles hanno perso la capacità di fare sintesi tra esigenze, interessi,culture del Nord, del Sud e dell’Est.

In questo clima, il rischio di perdere l’àncora è alto. Nei circoli che contano, le valutazioni sul nostro paese sono sempre più negative. Gli sforzi compiuti dal governo Monti a oggi vengono sminuiti o disconosciuti e circolano scenari di uscita (espulsione?)dell’Italia dall’euro. Per molti osservatori restiamo una mina vagante. Senza tanti complimenti, ce l’ha ricordato un articolo dell’ultimo Economist. Nel nostro provincialismo, di quel supponente editoriale abbiamo colto solo l’invito a votare no al referendum. I messaggi più importanti erano però altri due: l’Italia costituisce la principale minaccia per la sopravvivenza dell’Unione europea (sic); se il referendum fallisce, la miglior soluzione sarebbe un governo tecnico.

I problemi economici dell’Italia non possono certo essere sottovalutati. In larga misura, essi sono l’effetto di improvvide politiche del passato, di errori e incapacità di tutta la classe dirigente, imprenditori e sindacati compresi. Ma va detto con altrettanta franchezza che l’Unione economica e monetaria, così come funziona oggi, non ci è (più) di aiuto per uscire dalla crisi: vincoli fiscali troppo rigidi, poche opportunità e sostegni per la crescita.

La risposta non può essere quella di abbandonare l’àncora. Il paese è troppo fragile per navigare da solo nel mare della globalizzazione. Dobbiamo al contrario rinsaldare gli ormeggi, facendo in modo che tornino a essere per noi vantaggiosi.

Come? In primo luogo, impegnandoci per riformare le regole e ridefinire la stessa missione dell’Unione economica e monetaria. E’ un compito difficile, perché significa sfidare l’egemonia tedesca. Una sfida pacata, per carità, ma che non può essere evitata.Berlino ha lanciato un’offensiva contro la flessibilità e vorrebbe trasferire il controllo dei bilanci nazionali a una agenzia indipendente, in modo da ripristinare il paradigma dell’austerità. Inoltre la Germania controlla ormai tutte le posizioni chiave a Bruxelles. Il portafoglio del bilancio e le risorse umane (che comporta anche il titolo di Vicepresidente) sta per passare dalla bulgara Georgeva al tedesco Oettinger, figura peraltro molto discussa.

In secondo luogo, va rilanciata con forza l’agenda delle riforme interne per rimuovere i tanti ostacoli endogeni alla crescita. La nostra credibilità dipende dai segnali di cambiamento che sapremo fornire. E per questo occorrono stabilità politica e capacità di decisione.

Qui arriviamo al tema del referendum costituzionale. Il 4 dicembre ciascuno di noi dovrà ovviamente decidere sul merito, con una valutazione di sintesi: nel suo complesso, la riforma approvata dal Parlamento è un passo avanti oppure no rispetto alla situazione attuale, soprattutto sul piano dell’efficacia decisionale?

Non possiamo però far finta che il voto non abbia implicazioni politiche,anche immediate. Se vince il no, per la prima volta prevarrebbe in Italia (fatte salve alcune voci autorevoli ma isolate e perciò ininfluenti) un fronte dichiaratamente euro-scettico. Se Renzi dovesse dimettersi,l’ipotesi più probabile è un governo di transizione, mentre si aprono “tavoli”tra forze eterogenee e litigiose. Un esecutivo per mantenere un po’ d’ordine, insomma, oppure per gestire una possibile crisi finanziaria. E’ quello che si augurano in molti a Bruxelles e in altre capitali. Ma converrebbe anche a noi italiani?

Di fronte ai bivi della storia, è bene riflettere su tutti i possibili scenari. Fra questi, per il dopo voto ce ne sono due che dovrebbero preoccuparci molto. Da un lato, il completo disancoramento dell’Italia dalla UE e l’inizio di una navigazione senza bussola, fuori dall’euro. Dall’altro lato, un commissariamento esterno da parte della Troika. Invece di un’àncora, Bruxelles diventerebbe il nostro guardiano, nella convinzione che l’Italia sia un paese irrimediabilmente discombobulated. E’ l’aggettivo che ha usato l’Economist, per ora solo in riferimento ai Cinque stelle. Vuol dire confuso, inaffidabile, mentalmente instabile. Noi non siamo così: il percorso di riforme che abbiamo saputo intraprendere dal 2011 è lì a dimostrarlo.Il PIL è tornato a crescere, seppur debolmente, così come l’occupazione, e forse s’intravede una luce in fondo al tunnel. Riflettiamo bene, dunque, su quale sia la scelta migliore per riprendere speditamente il cammino. Se possibile, già a partire dal cinque dicembre.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 28 novembre 2016, p. 35.

 

 

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