Archivi del mese: settembre 2018

Il ritorno rovinoso all’assistenzialismo della Prima Repubblica

Il tempo stringe, ma non si capisce ancora che cosa i 5 Stelle intendano per «reddito di cittadinanza». Sul loro blog plaudono alla proposta Macron (che vuole fondere in un’unica prestazione tutti gli esistenti sussidi assistenziali) e al sindaco di Chicago (che vuole sperimentare un reddito incondizionato). Nell’imbarazzo della scelta, la prima e scontatissima mossa sarà l’aumento delle pensioni minime, non è chiaro se utilizzando l’Isee (come sarebbe logico) oppure no. Perché non si costruisce partendo da ciò che già c’è? Abbiamo un sussidio alla povertà: si chiama Rei. Va migliorato, non fatto fuori. Prendendo spunto da Macron, si potrebbe semmai far confluire qui molte delle altre misure assistenziali. Esiste già anche un’assicurazione contro la disoccupazione, allineata agli standard europei. Che senso ha — come si sente proporre — scippare questo schema dei suoi introiti contributivi per finanziare il reddito di cittadinanza? Di Maio vuole anche reintrodurre la Cassa Integrazione per cessazione di attività. Ma se un’azienda chiude, non ci sono più ore di retribuzione da «integrare». Come in tutti gli altri Paesi, si deve ricorrere alle prestazioni di disoccupazione (da noi la Naspi). La nuova misura, si ripete, sosterrà i bisognosi permettendo loro di rientrare nel mondo del lavoro. Per questo si potenzieranno i centri pubblici per l’impiego. La maggioranza delle persone povere risiede al Sud, molti sono immigrati (non è che li escluderanno dalla misura? Il diritto Ue non lo consente). Conosciamo i problemi dell’economia meridionale. Anche se i centri per l’impiego diventassero più numerosi ed efficienti di quelli tedeschi, non si capisce quali e quanti posti di lavoro essi potranno offrire. L’esito più probabile è che si aumentino i dipendenti dei centri regionali e poi si trasformino i beneficiari in lavoratori socialmente utili a vita. Altro che rivoluzione. Un rovinoso ritorno al peggiore assistenzialismo della Prima Repubblica.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 18 Settembre 2018

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Conto alla rovescia, per i congedi di paternità

Se il governo non conferma, in Italia finirà a dicembre. Anche in Europa la proposta di direttiva che fissa a 10 giorni il termine minimo (per noi oggi è da 2 a 4 giorni) rischia di essere vanificata dal rinvio alle decisioni nazionali

La Legge di Bilancio 2017 aveva esteso per l’anno in corso il congedo di paternità obbligatorio remunerato da 2 a 4 giorni: una durata che resta simbolica in termini di impatto, ma che ha un enorme valore culturale, oltre a rappresentare un traguardo faticosamente conquistato. Trattandosi di una sperimentazione, questa misura è però destinata ad esaurirsi entro la fine dell’anno se l’attuale Governo non deciderà di confermarla. A suonare il campanello d’allarme è una petizione online promossa da studiosi e professionisti che si occupano di politiche per la famiglia, in cui si chiede che il congedo sia reso strutturale e venga ampliato a 10 giorni, così come già previsto in molti altri paesi europei.

La carenza di misure a sostegno della famiglia, combinandosi con un atteggiamento culturale ancora diffuso che vede la cura dei figli come prerogativa principalmente materna, ha un impatto negativo sulle possibilità di conciliazione tra responsabilità di cura e occupazione. In tale scenario, il congedo di paternità è una misura a forte valenza non solo simbolica ma anche strategica in quanto sfida proprio questa concezione. Inoltre, dando ai padri la possibilità di trascorrere più tempo con i figli, i congedi di paternità favoriscono il loro coinvolgimento (anche emotivo) nelle attività di cura e promuovono indirettamente relazioni di genere meno asimmetriche.

Minima e indennità

Il tema dei congedi di paternità e, più in generale, la necessità di azioni volte a promuovere una condivisione più paritaria delle responsabilità di cura, recentemente ha acquisito maggiore rilevanza anche a livello europeo, grazie a un’iniziativa della Commissione, che nell’aprile 2017 ha avanzato una proposta di direttiva in materia. Sul versante dei congedi di paternità, il progetto — che fissa una soglia minima pari a 10 giorni, con una compensazione economica al livello almeno dell’indennità di malattia — segnerebbe un passo avanti considerevole, in quanto non esistono al momento norme comuni europee come invece avviene già da tempo per i congedi di maternità e genitoriali. Se in molti paesi queste disposizioni avrebbero un effetto piuttosto limitato, in quanto le regole a livello nazionale sono già più vantaggiose di quelle minime proposte a livello europeo, per altri stati membri (tra cui l’Italia) la portata innovativa sarebbe decisamente più ampia.

L’eterogeneità esistente fra i modelli regolativi nazionali e fra i sistemi di welfare, insieme alle diverse sensibilità delle forze politiche nel Parlamento europeo e dei Governi in seno al Consiglio, hanno storicamente contribuito a rendere l’accordo su tali temi particolarmente difficile. Al momento, tuttavia, la questione del congedo di paternità non sembra aver trovato particolari resistenze nel Parlamento europeo, che lo scorso luglio si è espresso a favore della direttiva, avanzando diverse richieste di modifica su altri aspetti, inerenti i congedi genitoriali e di cura.

Marcia indietro?

Il Consiglio, nella posizione approvata a giugno, ha invece proposto emendamenti anche in relazione al congedo di paternità, che ne svuotano di fatto la portata lasciando piena flessibilità agli stati nel definire sia la durata sia la compensazione economica ritenuta adeguata. In questo scenario, a settembre sono iniziati i negoziati informali tra Commissione, Consiglio e Parlamento, dove il voto in plenaria è atteso per il 14 gennaio. Basteranno questi mesi per trovare un accordo senza che la sua innovatività venga affossata? L’iter della proposta di direttiva che mirava a rafforzare le regole in materia di congedo di maternità, presentata nel 2008 e ritirata dalla Commissione nel 2015 dopo sette anni di veti in Consiglio, non consente grande ottimismo. La politica nazionale nel frattempo è dunque chiamata ad agire.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere Economia del 17 Settembre 2019

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Non esistono toccasana Il mercato torna fallibile

Maurizio Ferrera

Nessuno può innamorarsi del mercato. Questo aforisma di Jacques Delors può spiegare le attuali difficoltà dell’Unione Europea a catturare il cuore degli elettori. Ma sottovaluta l’entusiasmo con cui gli economisti accademici e buona parte delle élite politiche e intellettuali dell’Occidente hanno abbracciato il paradigma «mercatista» a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso.

Nata in larga parte come reazione allo statalismo, la riscoperta del mercato rispose a comprensibili esigenze di efficienza. Ma, col passare del tempo, il mercatismo si è trasformato in ideologia, cioè una visione del mondo basata su assunti presentati come auto-evidenti. Pensiamo alla credenza nelle capacità auto-regolative spontanee di ogni forma di commercio e persino alla supposta possibilità di «scontare» il futuro dei prezzi in base alle aspettative razionali degli operatori. La fiducia nelle virtù taumaturgiche del mercato ha raggiunto il suo culmine nel settore finanziario. Come ebbe a dire qualche anno fa l’«Economist» (settimanale certo non statalista): «La religione è in gran parte una questione di fede, piuttosto che di proposizioni scientificamente verificabili. Ma anche nei mercati finanziari, dove i partecipanti adorano Mammona piuttosto che Dio, la fede ha un ruolo più ampio di quello che i suoi compiacenti partecipanti vorrebbero ammettere». Una fede non solo basata su credenze spesso infondate, ma sorretta da veri e propri calendari liturgici (l’ora della chiusura quotidiana, la stagione dei risultati in primavera) e alimentata da profeti di salvezza e dannazione (pensiamo ai roboanti moniti di Nouriel Roubini contro la Federal Reserve).

La fede mercatista crede che la libera concorrenza sia l’unico modo per selezionare meriti e talenti. La connessione fra mercato e merito ha radici etimologiche antiche (mercari, fare traffici, ha la stessa radice di merere, meritare) ed è stata rilanciata alla grande dal dibattito intellettuale anglosassone degli anni Settanta e Ottanta. Parafrasando Weber, possiamo dire che il mercatismo si è affermato, dal punto di vista etico, come «teodicea della fortuna» di stampo secolare. Che cosa c’è di giusto nel fatto che alcuni individui abbiano più successo economico di altri? I primi capitalisti di fede puritana sostenevano di essere stati «prescelti» dalla grazia divina. Negli anni Novanta, i finanzieri alla Gordon Gekko (protagonista del film Wall Street) sostenevano che i loro profitti speculativi erano semplicemente «meritati». Sappiamo come è andata a finire e perché. Il mercato è uno strumento, siamo noi a fissare gli obiettivi e le regole di utilizzo.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del 16 Settembre 2018

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Ma fa bene al cuore e ai portafogli (di tutti)

Sociologi ed economisti non hanno dubbi. Il congedo di paternità fa bene sia alle famiglie che all’economia. Se dopo la nascita di un bambino i padri stanno un po’ a casa, non ne beneficia solo il rapporto con i figli ma anche l’intesa di coppia. L’armonia in famiglia accresce la fiducia, la serenità e l’autostima di entrambi i partner. E sappiamo che la sfera delle relazioni affettive condiziona in modo molto significativo quella del lavoro.

Gli studi economici che hanno valutato l’impatto dei congedi di paternità segnalano chiaramente che essi hanno effetti positivi sul rendimento e sul morale dei dipendenti, nonché sul loro attaccamento verso l’impresa. I costi organizzativi sono così controbilanciati da netti guadagni in produttività.

In molte imprese il congedo dei padri è ancora scoraggiato e stigmatizzato. Ma l’esperienza internazionale indica che questo tipo di resistenze si attenua al crescere del numero di padri che scelgono questa opzione, anche in altre imprese, grazie a una sorta di effetto domino. Il congedo di paternità è anche — e ovviamente— una misura di pari opportunità. Per gli uomini, ma soprattutto per le donne, in quanto contribuisce a contenere quelle ‘penalità’ in termini di reddito e carriera che colpiscono le neo-madri che lavorano. In Svezia si è stimato che per ogni mese di congedo fruito dei padri le retribuzioni delle madri crescono in media del 7%. Nel Quebec — che ha introdotto il congedo obbligatorio solo pochi anni fa — si stima che l’incremento sia pari addirittura al 25%. C’è davvero da augurarsi che fra le tante voci di spesa che il governo Conte intende inserire nella legge di Stabilità non manchi il rifinanziamento il congedo di paternità. Rendendolo, possibilmente, una misura strutturale.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 17 Settembre 2018

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Dove cerchiamo la felicità, adesso Nelle relazioni (non nell’avere)

Maurizio Ferrera e Barbara Stefanelli

Dove sta — e com’è — la felicità, adesso? Da questa domanda è partita, in marzo, l’inchiesta che arriverà domani alla Triennale di Milano per aprirsi al confronto con le lettrici e i lettori durante la quinta edizione del Tempo delle Donne.

Da questa domanda, e da un’ipotesi di risposta: che in un’epoca di lavori & amori precari la ricerca del benessere soggettivo avesse rinunciato a progetti «lunghi» (la carriera, il matrimonio, più figli, investimenti programmati con l’obiettivo di allargare il perimetro delle proprietà) per inseguire invece l’attimo, ritrovando il passo più corto di generazioni che guerre e malattie inducevano a non sfidare troppo il destino. Quella contemporanea è stata più volte definita l’età dell’«incertezza», che l’enciclopedia Treccani traduce in «stato più o meno passeggero di dubbio circa la verità di qualche cosa o i futuri sviluppi di una situazione». E abbiamo forse la sensazione di essere già oltre: ci sembra che quello «stato passeggero» sia diventato una condizione definitiva.

In tutto questo, che cosa protegge le nostre giornate e le nostre notti dalla paura di non farcela? In quali spazi scorgiamo un centro di gravità e di felicità se non permanente almeno «sufficientemente buono», per giocare con le parole che Donald Winnicott usò per raccontare le madri capaci di salvarti la vita?

Per trovare quegli spazi, nel turbamento delle porte chiuse o nell’ebbrezza delle possibilità, c’è bisogno di una bussola. La sociologia della felicità ne usa una che gira su tre parole: essere, avere, amare. La propose negli anni 90 Erik Allardt. Lo studioso finlandese giunse alla conclusione che il nostro «star bene» poggia su tre pilastri: quello dell’identità e della auto-realizzazione (essere); quello delle risorse e delle opportunità (avere); quello delle emozioni e delle relazioni con gli altri (amare).

Proviamo a usare la bussola. Noi «siamo», innanzitutto, il nostro corpo – del quale è fondamentale curare lo stato di salute e di forza. Ciò che ci definisce, però, è la nostra identità: la concezione che abbiamo di noi stessi, le cose a cui teniamo e aspiriamo. È il pilastro dell’essere e del divenire. La felicità può presentarsi all’improvviso, ma anche quando dura solo un momento ha sempre un passato — la traiettoria che ci ha portato qui — e un futuro — la realtà che immaginiamo davanti. Per benessere ci servono, poi, risorse e opportunità: il pilastro dell’avere. Quanto abbiamo non dipende solo dalle nostre scelte, ma anche dal contesto. Lo Stato, per esempio, ha il compito di aiutarci — tutti, uomini e donne, equamente — a cercare e a conseguire la felicità, n che implica, naturalmente, la nostra disponibilità a «vedere» e sostenere questo compito. Nella sfera dell’avere, un certo grado di prosperità collettiva è precondizione per le soddisfazioni private. C’è, infine, il terzo pilastro: quello delle emozioni, delle nostre relazioni con gli altri. Non si è felici senza passioni, affetti, amicizie.

La nostra indagine a puntate attraverso molti piani di esplorazione — il lavoro, lo sport, la coppia, i single, la genitorialità, il rapporto con gli animali, i soldi, l’invecchiamento — ripropone come sintesi quanto risulta dalle principali ricerche: la dimensione dell’amare è diventata decisiva, supera l’avere e anche l’essere. Per noi, oggi, le relazioni determinano lo stato di benessere (o malessere) molto più delle altre variabili dell’esistenza. Coltiviamo questa aspirazione — costruire una rete fitta di rapporti ai quali affidare «le nostri sorti» — e tuttavia bruciamo la terra in cui questo terzo pilastro affonda: il tempo. È vero, la ruota della fortuna contribuisce o interferisce nella sfera dell’amare. Siamo però noi a scegliere fra i tanti estranei che di volta in volta incontriamo. E per trasformare un incontro in un legame ci vogliono impegno, pazienza, investimento emotivo. Qui sta il punto di caduta, la contraddizione che indebolisce le nostre «percentuali» di felicità. L’elastico del tempo tra linea di partenza e arrivo desiderato si è fatto troppo teso. Non è un caso che in Svezia il governo socialdemocratico uscente abbia lanciato l’idea, in zona Cesarmi pre-voto, di una settimana di ferie extra all’anno per chi ha figli piccoli. E non è un caso che nelle aziende cresca la richiesta di un sistema di prestazioni aggiuntive e organizzazione del lavoro che garantisca più libertà personale, anche a scapito di scatti di carriera o stipendio.

Spostandoci ai confini della vita, ritroviamo lo stesso contrappasso. Un trauma, una malattia, la stessa vecchiaia sono esperienze che possono accrescere l’attitudine alla felicità. Proprio perché ci spingono a riconsiderare il rapporto con il tempo, ci costringono alla consapevolezza. Spiega John Leland dopo aver studiato i super anziani (Scegliere di essere felici, Solferino Editore): la coscienza di non avere una prospettiva illimitata induce un’inattesa predisposizione alla leggerezza. E questo «spostamento» rivela un potere che interpella soprattutto chi è più giovane: quello di influenzare la qualità dell’esistenza e dunque il benessere soggettivo. Secondo gli antropologi, noi —followers dell’amare — dedichiamo all’avere il triplo del tempo dei nostri antenati cacciatori e raccoglitori.

I tre pilastri della felicità hanno dimensioni e colori diversi per ciascuno di noi, l’architrave della nostra casa avrà sempre un punto di equilibrio personale. Se il contesto in cui viviamo non ci piace possiamo sceglierne un altro, facendo le valigie, oppure possiamo sforzarci e migliorarlo. Ma quel contesto—paese, città, stanza tutta per noi — resta un confine. La «vita beata», diceva Seneca, si fonda sulla conoscenza e sull’accettazione dei limiti. È vero che lo stoicismo può trasformarsi in passività, noi siamo però dotati di quel potere giovane e anziano di lavorare sul limite. Su quello che siamo, abbiamo, amiamo. Vivere in «semplicità volontaria», riprendersi il tempo, è una risposta — non arrendevole, al contrario: impone un nuovo cominciamento — a quegli squilibri profondi che il «mondo della vita» neo-moderno porta con sé.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera (Quotidiano Milano) del 06 Settembre 2018

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