Archivi categoria: Articoli

I nostri giovani che sono in trappola

Sul disagio dei giovani e sull’urgente necessità di allargare le loro opportunità si è finalmente creato un largo consenso. Comprensibilmente, la priorità del governo è il lavoro. Nella fascia 25-29 anni in Italia la quota di occupati è  il 53,7%, in Francia il 74,1%, in Germania il 78,3% (dati 2016). Persino la Grecia (56,1%) riesce a fare meglio di noi.  La crisi economica dell’ultimo decennio è solo in parte responsabile di questa situazione. L’enorme divario che ci separa dal resto d’Europa affonda le sue radici nel “modello di gioventù” che caratterizza l’Italia.

Nei paesi nord-europei, la transizione alla vita adulta è rapida. Metà dei ragazzi e delle ragazze escono di casa fra i 18 e i 25 anni. I sostegni alle famiglie con figli sono generosi. Ma si esauriscono al compimento dei vent’anni. In compenso lo stato aiuta direttamente i giovani.  Chi studia ha una borsa di studio.  Tutti possono accedere a sussidi abitativi. Quando escono di casa i ventenni o poco più hanno la possibilità di mantenersi, formare presto nuove unioni e di fare figli (in media entro i trent’anni).  Anche l’inserimento lavorativo è rapido e organizzato dai servizi pubblici. Gli studenti combinano precocemente studio e lavoro, seguono programmi di formazione e orientamento.  E’ stata la Scandinavia ad inventare, già vent’ani fa, quella “garanzia giovani” poi sperimentata, con un limitato successo, anche in Italia, grazie al co-finanziamento europeo. Nel Regno Unito, l’85% degli studenti ha un contratto permanente entro un anno dalla laurea, in Danimarca l’80%.

I paesi continentali come Germania e Francia hanno un modello più imperniato sulla famiglia. I sostegni per i figli a carico possono estendersi fino ai venticinque anni; la vita con i genitori dura un po’ più a lungo, anche se quasi mai oltre i trent’anni.  Il familismo non impedisce però l’inserimento lavorativo. La scuola è congegnata in modo da accompagnare i giovani verso quelle professioni di cui le imprese hanno maggior bisogno. Nei paesi germanici più della metà dei ragazzi segue percorsi di istruzione con una forte componente professionale già nella scuola secondaria, poi entrano nelle imprese come apprendisti. La transizione scuola lavoro è “governata” in modo efficiente ed efficace.

Rispetto a quelli stranieri, il modello di gioventù italiano ha due spiccate anomalie: l’iperfamilismo e l’assenza di percorsi ordinati di inserimento lavorativo. L’ uscita dalla famiglia è  molto tardiva: fra i 25 e i 38 anni metà dei giovani italiani vive ancora in casa, record assoluto in Europa. Il primo figlio arriva in media fra i 34 e i 36 anni.  Per lo stato, i ragazzi che continuano a studiare dopo i 18 anni sono trattati come figli: i genitori mantengono il diritto alle prestazioni e agevolazioni fino a 26 anni. Una volta c’era il famoso “pre-salario” pagato dallo stato agli studenti privi di risorse. Ora sono rimasti solo i prestiti d’onore.  Le famiglie preferiscono tuttavia stringere la cinghia piuttosto che vedere i propri figli indebitati. Le borse di studio pubbliche sono scarse.  Le agevolazioni per gli affitti di chi studia fuori sede (nel complesso alcune decine di milioni l’anno in termini di meno imposte) vanno, di nuovo, ai genitori.

Sul fronte dell’inserimento lavorativo la distanza rispetto agli altri paesi è colossale. Nelle nostre scuole si fa pochissimo orientamento, soprattutto nello snodo cruciale fra medie inferiori e superiori. L’alternanza obbligatoria fra scuola lavoro è stata introdotta nel 2015.  Con una legge, ma senza risorse, senza organizzazione, sperando nell’iniziativa spontanea e volontaria di insegnanti e imprese. I corsi di prima formazione sono pochi e mal gestiti, questa funzione è praticamente delegata alle aziende. Il costo del lavoro per i contratti stabili resta fra i più alti del mondo. E’ anche per questo che la quota di studenti che riescono a trovare un impiego dopo la maturità o la laurea è inferiore al 50%.  E solo a un terzo di questi viene offerto un contrato stabile.

Si è così instaurato un circolo vizioso. I figli non trovano lavoro, la famiglia ammortizza, i giovani-figli si scoraggiano, le famiglie chiedono più ammortizzatori. Invece di adottare un coerente modello di gioventù, l’Italia ha messo la propria gioventù in trappola. Il governo si appresta a ridurre i contributi sociali per le aziende che assumeranno giovani. Una misura utile, per carità, ma del tutto insufficiente. Diventeremo il primo paese al mondo senza vita adulta autonoma: figli sussidiati dai genitori, con poco lavoro, fino alla pensione “di garanzia”, oggi chiesta a gran voce dai sindacati. Una battuta? Si, ma non troppo.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 10 ottobre 2017

 

 

 

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera

Più donne al lavoro, i limiti di un dato positivo

Durante la crisi, l’occupazione femminile è diminuita un po’ meno di quella maschile. L’ultima rilevazione Istat segnala ora che i 23 mila nuovi posti di lavoro creati in giugno sono andati quasi tutti alle donne. Un fenomeno già registrato qualche mese in passato, ma oggi particolarmente significativo perché batte un record. Dal 1977 non era mai successo che l’occupazione femminile si attestasse al 48,8%.
Nell’Unione Europea restiamo ancora il fanalino di coda: la strada da percorrere è ancora lunga. Quando c’è un divario, tuttavia, le tendenze sono più importanti dei valori assoluti. Ciò che conta è procedere, accorciare le distanze. Speriamo dunque che la ripresa economica si consolidi e che il mercato del lavoro resti aperto ed «amichevole» verso le donne.

In Italia esiste un bacino enorme di persone inattive che vorrebbero lavorare: sedici su cento, quasi il triplo della media Ue. La stragrande maggioranza sono donne, le quali non cercano attivamente occupazione perché scoraggiate e/o sovraccariche di oneri familiari. Molte di queste donne non sono mai riuscite ad entrare nel mercato occupazionale. Altre sono uscite con l’arrivo dei figli e, in assenza di sostegni alla conciliazione, sono rimaste in casa. In larga parte, si tratta di donne istruite, che hanno investito a lungo nello studio (anche se non sempre nei settori educativi più richiesti dal mercato). Le statistiche segnalano peraltro che il nostro Paese è caratterizzato da un’elevatissima percentuale di donne «sovra-qualificate» rispetto alle mansioni svolte.
Il problema è particolarmente grave nel Sud. Qui lavorano solo 33 donne su cento, rispetto alle 58 del Nord e alle 55 del Centro. Quando trovano un posto, le donne delle regioni meridionali hanno maggiori probabilità di ottenere contratti irregolari, con basse retribuzioni, non adeguati rispetto alle competenze. Per non parlare della forte inadeguatezza dei servizi sociali e dei nidi.
Seppure confortante, l’aumento dell’occupazione femminile reso noto dall’Istat è solo di natura congiunturale. Che fare per renderlo strutturale, o quanto meno stabile nel tempo? Sulla cosiddetta agenda donne si sono già formulate, anche sul Corriere, moltissime proposte: servizi, orari, congedi, coinvolgimento dei padri, incentivi contributivi e fiscali e così via. Il vero problema sono le mancate realizzazioni. Negli anni fortunati, l’agenda donne viene discussa dai politici, per poi restare appunto una semplice agenda (un insieme di cose ancora tutte da fare). Negli anni sfortunati, di donne non si parla proprio: il tema resta fuori dalla discussione, dai progetti, dalle priorità di governo. Dai dibattiti in corso, il 2017 rischia di ingrossare le fila degli anni sfortunati. Il lavoro femminile — quello che c’è, ma soprattutto quello che manca — rischia così di restare la grande risorsa sprecata del nostro paese. Un’opportunità mancata per renderlo più ricco, equo, inclusivo.

 

Questo editoriale è comparaso anche sul Corriere della Sera del 31 luglio 2017

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera

Un cinque per mille a favore del lavoro ai giovani

Nuovi interventi a favore di pensionati e cassintegrati. Misure per l’occupazione, più risorse per la lotta alla povertà. L’elenco delle richieste che implicano maggior spesa pubblica si sta allungando rapidamente in vista della prossima Legge di Stabilità.

L’economia cresce poco, gli effetti sociali della crisi si fanno ancora sentire, le aspettative di protezione pubblica sono comprensibili e legittime. Poiché non viviamo nel mondo dei sogni, occorre tuttavia darsi delle priorità. Fermo restando l’impegno a sostenere i più bisognosi, l’obiettivo da privilegiare è il rilancio dell’occupazione giovanile. Senza lavoro e senza reddito, i giovani non possono diventare autonomi e la società italiana perde dinamismo e vitalità, anche sul piano demografico. Inoltre – e questo è il fattore decisivo- se non aumentano gli occupati avremo difficoltà crescenti a finanziare il welfare. Fare in modo che le imprese private tornino ad assumere è dunque l’ urgenza numero uno.

Il Jobs Act ha dimostrato che lo strumento più efficace per avere risultati positivi e immediati è la decontribuzione. Nei paesi che l’hanno sperimentata, la riduzione degli oneri sociali ha sempre condotto alla creazione di nuovi posti di lavoro. C’è però un problema: tagliare i contributi crea un buco di bilancio, soprattutto se (come è giusto che sia) il taglio è strutturale, ossia permanente. L’unica soluzione è quella di trasferire gli oneri dalle retribuzioni ad altre basi imponibili, anche a parità di gettito.

L’esempio più riuscito di questa strategia è quello francese. Nei primi anni Novanta (più o meno in corrispondenza con l’adozione del reddito minimo garantito), questo paese introdusse un “contributo sociale generalizzato” su ogni tipo di reddito, dalle pensioni agli interessi sul capitale. Inizialmente pari all’1,5%, l’aliquota è stata via via innalzata e oggi è al 7,5% (quasi 100 miliardi l’anno). Nel programma di Macron è previsto un ulteriore aumento di 1,5 punti, che consentirebbe di abbassare gli attuali  contributi sulle retribuzioni di 3 punti e più. E’ quasi superfluo precisare che la misura è volta alla creazione di nuovi posti di lavoro. Anche il Belgio ha recentemente avviato una ambiziosa strategia di riduzione degli oneri sociali. In questo paese i buchi di bilancio saranno colmati da un mix di misure che va dall’aumento dell’IVA su alcuni prodotti a una nuova “tassa sulle speculazioni finanziarie”.

Il governo Gentiloni sta seriamente riflettendo su quale potrebbe essere la via italiana, partendo da sgravi riservati ai giovani neo-assunti. Non è ancora chiaro come sarà coperto il buco finanziario. Il rischio è che si ricorra a misure disparate all’interno del calderone fiscale, di incerta affidabilità nel medio-lungo periodo.

Perché non adottare la soluzione francese, con la stessa gradualità temporale? Il finanziamento del nostro welfare necessita da tempo di una incisiva razionalizzazione. Nella sua ultima Relazione Annuale, il Presidente dell’INPS, Tito Boeri, ha ben spiegato che la cosiddetta separazione fra previdenza e assistenza perseguita negli ultimi anni è solo una finzione contabile. In realtà quasi tutte le pensioni previdenziali sono in parte alimentate da sussidi impliciti. L’introduzione di un contributo sociale generalizzato si giustificherebbe anche in termini di equità, oltre che di incentivazione occupazionale.

Purtroppo il nesso fra oneri sociali e lavoro dei giovani non è oggi adeguatamente percepito e compreso dall’opinione pubblica. Eppure si tratta del principale nodo da sciogliere per spezzare il circolo vizioso “alti contributi-bassa occupazione-“ che mina nel profondo la sostenibilità del nostro modello sociale. C’è un modo per sollecitare la consapevolezza di questa sfida e il sostegno a misure che spalmino il finanziamento del welfare su tutti i tipi di reddito?

Provo a formulare una proposta: un cinque per mille (o anche due, per cominciare) a favore del lavoro dei giovani, da usare per la decontribuzione. Gli italiani hanno preso dimestichezza con questo strumento, hanno imparato a usarlo nelle dichiarazioni dei redditi e sanno a cosa serve. Naturalmente, nella mia proposta, il “cinquexmille giovani” dovrebbe essere oneroso, ossia a carico effettivo del contribuente. Se spiegata e comunicata in modo efficace, una simile operazione potrebbe comunque avere un qualche successo. Come minimo, aiuterebbe a far passare l’idea che senza uno sforzo collettivo di solidarietà fra generazioni e fasce di reddito, finalizzato a creare più posti di lavoro, il nostro benessere ha davvero gli anni contati.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 8 luglio 2017

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera

Quando si smette di essere giovani?

Più di quindici, meno di trenta. Questa è la fascia d’età in cui si è “giovani” secondo Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea. Prima si è bambini e ragazzi. Dopo si viene classificati come adulti. Non tutti sono d’accordo con queste soglie. Alla domanda “quando finisce secondo lei la giovinezza?”, la risposta più frequente è trentacinque anni. Si tratta di una media fornita dai sondaggi UE, che nasconde però grandi differenze fra Paesi. Gli scandinavi allungano la soglia Eurostat di soli tre anni. Per i greci invece la giovinezza dura fino ai cinquantadue. Poi si diventa adulti per un breve periodo e a sessantacinque arriva la pensione. Sarà anche per questo che il sistema previdenziale ellenico ha accumulato nel tempo un deficit enorme.

 

La bellezza, diceva Shakespeare, dipende dagli occhi di chi guarda. Oggi è così anche per l’età: una questione di percezioni e sensazioni. Abiti e cosmetici possono rendere il nostro aspetto indecifrabile dal punto di vista anagrafico. Il progresso medico ha rallentato l’invecchiamento biologico. Così tendiamo a dilatare la fase di vita associata al dinamismo, alla libertà, al gusto di cambiare. Per la grande massa della popolazione, in realtà, questa fase esiste solo da mezzo secolo o poco più. Prima i bambini passavano direttamente dall’infanzia alla vita adulta, che voleva dire lavoro, duro lavoro. Così succede ancora oggi nei Paesi in via di sviluppo. Secondo i sociologi, la giovinezza ha due tratti distintivi. Primo, il desiderio di sperimentare, di mettersi in gioco sul piano pratico e soprattutto su quello “esistenziale”. Aprendosi a quel turbinio di esperienze tramite cui si forma l’identità, si definisce un progetto di vita. In parallelo, vi è un secondo tratto: la graduale assunzione di responsabilità. Si inizia a lavorare e a guadagnare, ad avere relazioni stabili di coppia, per alcuni (sempre meno) arrivano anche i figli.

 

Questi due processi sono per loro natura fluidi e spesso conflittuali. Affermare se stessi significa opporsi a genitori, amici, insegnanti, fidanzati, non aver paura di rompere consuetudini e aspettative. La generazione del baby boom, nata tra la fine della guerra e gli anni Sessanta, è stata la prima gioventù “di massa” della storia, con luoghi, simboli, miti comuni e con tanta voglia di opposizione. Pensiamo al Sessantotto, ai movimenti hippy, alla rivoluzione sessuale e alla musica rock. Ricordando la sua girovagante giovinezza, il regista Wim Wenders (classe 1945, pioniere del boom) ha confessato in una intervista: «Senza rock, niente sogni. Senza sogni, niente coraggio. Senza coraggio, niente azioni». Una sequenza condivisa, credo, da tutta la mia generazione (classe 1955). Dopo l’era delle grandi rotture è arrivato il “reflusso”. I baby boomers hanno trovato il posto fisso, hanno messo su famiglia, si sono rassegnati ad accettare le responsabilità. Le generazioni successive sono diventate più tranquille, rompono meno. Dagli anni Novanta in poi, la giovinezza ha iniziato una metamorfosi che la rende più sfumata nei suoi confini temporali e più eterogenea nei suoi valori e comportamenti. I social media hanno moltiplicato i contatti in modo esponenziale. Ma le comunità virtuali non fanno massa, sono prive di compattezza e di calore intersoggettivo. Come la società nel suo complesso, anche la gioventù è diventata “liquida”, sfuggente e ondivaga. Meno dogmatica rispetto al passato, certo, ma anche meno impegnata.

 

I giovani continuano a sperimentare, però lo fanno sfruttando gli spazi di libertà aperti dalle loro madri e dai loro padri. Il ventenne di oggi non deve lottare per affermare nuovi valori e cercare la propria identità. Afferma e cerca sotto gli occhi benevoli dei genitori. Le “diversità” non sono più un tabù. Le mura di scuola e quelle di casa sono diventate di gomma. A volte così confortevoli che, come nel film Tanguy, i trentenni finiscono per restare incollati alle loro camerette di adolescenti. Il fenomeno è quasi patologico in Italia. Riguarda ormai persino gli Stati Uniti, dove molti ragazzi tornano da mamma e papà quando finiscono il college. Il ritardo con cui i giovani approdano alle responsabilità della vita adulta è anche la conseguenza delle trasformazioni economiche. I boomers sono entrati nella cittadella del lavoro garantito e si sono chiusi dentro. I millennials invece sono destinati a ricevere l’Oscar della precarietà. Rischiano anche un poco invidiabile primato: quello di essere più poveri dei loro nonni e genitori (almeno fino all’eredità). È obiettivamente difficile pagare un affitto, sposarsi e fare figli in simili condizioni.

 

La sfida economica è seria, ma non va esagerata. I dati segnalano infatti che non sono solo i precari da mille euro al mese a differire il matrimonio e l’arrivo dei figli. Lo fa anche chi non ha problemi di reddito e lavoro. In parte si tratta quindi di una scelta. La riluttanza ad assumere impegni di coppia e responsabilità genitoriali riguarda oggi anche (e in certi contesti soprattutto) le giovani donne. Di nuovo, è un fatto storicamente inedito. Una conquista in termini di libertà e pari opportunità per un genere (quello femminile) da sempre eterodiretto. Ma al tempo stesso un fattore aggiuntivo di “liquidità”. Come evitare che l’inseguimento dell’auto-affermazione non degeneri in una sequenza di scelte fini a se stesse? Con effetti perversi sul piano collettivo in termini di calo demografico e sostenibilità del welfare? Ci vogliono innanzitutto incisive riforme sociali per allargare le porte del mercato occupazionale, restituire un minimo di stabilità ai percorsi lavorativi, offrire robusti sostegni alle coppie con figli e alle madri che lavorano. Ma la sfida è anche culturale. E qui la risposta è più difficile. Secondo alcuni filosofi francesi, è ora di smetterla con la retorica giovanilistica, dobbiamo spostare l’attenzione sull’età adulta e le sue qualità: esperienza, responsabilità, autonomia. I romani parlavano di gravitas, in Francia si è coniato il neologismo adultie. Un approdo esistenziale da raggiungere possibilmente entro i trent’anni, proprio come dice Eurostat.

Ai molti tardo-ventenni del nostro Paese che indulgono nella liquidità vanno senz’altro fornite più risorse e più opportunità. Ma è giusto chieder loro di rimboccarsi le maniche, di diventare “capitani coraggiosi”. Non è solo il verso di una canzone di Battiato (quella sul centro di gravità permanente), ma è soprattutto il titolo di uno straordinario romanzo di Kipling. In cui un ragazzo un po’ viziato riesce a conquistarsi con le unghie e con i denti la maturità e l’equilibrio di uomo adulto.

 

Questo articolo è comparso anche su Sette del Corriere della Sera del 6 luglio 2017.

 

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera

Consigli ai giovani. E non solo

Se la disoccupazione giovanile è così alta in Italia non dobbiamo prendercela solo con la crisi. Parte di questo drammatico problema risiede nel divario fra le competenze maturate a scuola e quelle richieste dal sistema produttivo. Secondo alcune stime, se non ci fosse questo divario la disoccupazione fra i 15 e i 29 anni potrebbe ridursi dal 28% al 16%. Una cifra impressionante.

 

Al Nord, non si trovano laureati in ingegneria e altre discipline scientifiche. Al Sud, mancano diplomati con buona formazione da inserire nel turismo, nei servizi culturali, sanitari e sociali. Titolo di studio a parte, quali sono le maggiori carenze lamentate dalle imprese? Una recente ricerca della Confindustria di Bergamo (la seconda provincia industriale d’Europa, dopo Brescia) fornisce interessanti indicazioni. I neo-assunti sono scarsi in matematica di base, non parlano bene l’inglese né altre lingue straniere. Anche l’informatica e l’italiano scritto lasciano a desiderare. Le carenze più gravi riguardano però la capacità logica, l’attitudine alla leadership, la creatività. Sono quelle “meta-competenze” che rendono capaci di attivare conoscenze e abilità più specifiche per affrontare problemi complessi. E che incentivano a mantenere flessibilità di pensiero e curiosità ad ampio spettro.

 

Come si formano tali meta-competenze? Non c’è una ricetta prestabilita. Molti giovani le maturano spontaneamente; alcuni insegnanti sono capaci di stimolarle. I nostri istituti secondari producono talenti apprezzati in tutto il mondo. Ce ne saranno sicuramente molti anche fra i quattrocentocinquantamila maturandi che in questi giorni stanno sostenendo gli esami di stato. Non si può tuttavia contare solo sulla spontaneità. Le meta-competenze possono e devono essere deliberatamente coltivate, tramite approcci e pratiche educative già ben sperimentate in altri paesi. Secondo le ricerche della Fondazione Agnelli, nelle scuole italiane prevale ancora la didattica ex cathedra incentrata sul programma ministeriale, c’è poca apertura verso i metodi che gli esperti chiamano “euristici” perché volti a consolidare abilità trasversali e, appunto, meta-competenze.

 

L’anello più debole è la scuola media. La divisione fra licei, istituti tecnici e professionali incentiva poi una differenziazione per materie, una concentrazione eccessiva sui contenuti a scapito delle abilità. L’inarrestabile attrazione degli studenti verso i percorsi liceali sta poi svalutando, anche simbolicamente, i saperi tecnici. Perché non istituire un liceo “tecnologico”? Oggi esiste, all’interno del liceo scientifico, un indirizzo di scienze applicate, scelto da circa il 7% degli studenti: una percentuale simile a quella di chi opta per i licei artistici, sportivi e musicali. Un’altra buona idea sarebbe il potenziamento dei cosiddetti cicli brevi (due anni) dell’istruzione terziaria. In molti paesi, fra cui gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Austria, la Spagna, la Danimarca, questi percorsi attraggono fra il 10 e il 20% dei diplomati. Da noi sono stati creati gli Istituti Tecnici Superiori, intesi come “scuole ad alta specializzazione tecnologica”. Intento buono, realizzazione molto deludente: solo 93 istituti, con meno di ottomila frequentanti (in Sicilia 360, in Campania 180).

 

Ai nostri studenti manca infine il sostegno di adeguati servizi di orientamento. Dopo la maturità, il percorso universitario è scelto in base ad interessi personali, prevalentemente vicino a casa e famiglia. Le prospettive occupazionali e di carriera si situano agli ultimi posti fra i criteri di selezione. Se un giovane prova una profonda vocazione intellettuale per una dato campo del sapere, è senz’altro giusto che l’assecondi. Ma tutte le scelte hanno implicazioni pratiche, di cui bisogna essere ben consapevoli. Come ammonisce Seneca nel brano proposto ieri per la seconda prova del liceo classico, persino la filosofia “non risiede nelle parole, ma nei fatti”.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 23 giugno 2017

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera

Il nuovo welfare nell’era del lavoro fluido

Alcuni Paesi hanno già avviato riflessioni strategiche su come riorganizzare il mercato per innestare una nuova fase di crescita sostenibile, capace di contrastare la precarietà e l’esclusione

 

La ripresa economica sta finalmente attenuando il dramma della disoccupazione. Alcuni Paesi hanno già avviato riflessioni strategiche su come riorganizzare il mercato del lavoro per innestare una nuova fase di crescita sostenibile, capace di contrastare la precarietà e l’esclusione. L’obiettivo non è facile da raggiungere. Lo sviluppo dipende in modo sempre più stretto dalle innovazioni tecnologiche, dal commercio internazionale, dalla conquista o addirittura creazione di nuovi mercati, dalla digitalizzazione. Il lavoro certo non sparirà, ma diventerà sempre più fluido, le mansioni di routine si contrarranno rapidamente e i vari settori produttivi saranno esposti a veri e propri effetti «marea»: espansioni repentine seguite da contrazioni, non interamente prevedibili.

Per gestire queste dinamiche in modo inclusivo occorre riorganizzare la solidarietà sociale. Alcuni parlano di «fluidarietà». Il termine è un po’ ambiguo ed è un misto tra solidarietà e fluidità dell’occupazione. Ma può avere connotazioni positive se pensato come un complemento e non a sostituzione del welfare esistente.

Oggi i sistemi di tutela sono incentrati su sussidi accompagnati da politiche attive per riportare le persone al lavoro aiutandole nel frattempo. La rapidità dei mutamenti in atto richiede però di introdurre altri strumenti, di natura preventiva e che sostengano, proteggano e aumentino la capacità dei lavoratori di reinserirsi in un contesto strutturalmente mutevole.

E’ la cosiddetta “occupabilità” di cui si parla da circa un ventennio, e a molti addetti ai lavori può sembrare una nozione ormai trita. La novità è però che in vari Paesi questa nozione si è finalmente tradotta in schemi concreti. I Paesi scandinavi stanno sperimentando sistemi di smistamento intersettoriale e interprofessionale dei lavoratori per far fronte agli effetti marea di cui parlavamo. In Olanda e Germania (ma anche in Canada e Australia) i lavoratori effettuano test periodici di “occupabilità”, che consentono loro di accertare lo stato delle proprie competenze. Alcuni propongono che queste forme di accertamento periodico e gli eventuali aggiornamenti diventino una nuova forma di assicurazione sociale. In Francia esiste da qualche anno un programma che si chiama «conto personale di attività», sul quale lo Stato, i datori di lavoro e gli stessi cittadini (volontariamente) depositano risorse finanziarie da prelevare per esigenze di formazione. In alcuni casi, lo Stato accredita contributi sul conto per attività svolte in campo sociale. Naturalmente l’investimento in «occupabilità» deve iniziare ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro. La scuola svolge un ruolo cruciale, purché venga riorientata verso la trasmissione di conoscenze trasversali e la promozione di meta-competenze (come le capacità logiche), quelle che non diventano mai obsolete anche in contesti lavorativi fluidi.

Come finanziare le nuove forme di «fluidarietà»? In parte si tratta di schemi e programmi che possono essere gestiti anche sotto il profilo delle risorse dalle parti sociali nell’ambito della contrattazione decentrata, in altra parte devono attivarsi i territori; la digitalizzazione e la virtualizzazione di molte filiere non spezzerà il legame fra lavoro e spazio geografico. «Occupabilità» fa rima con mobilità e i giovani dovranno essere pronti a muoversi più di quanto non facciano oggi, soprattutto nel nostro Paese. Ma non sarà né possibile né desiderabile sganciare il lavoro dal territorio. Teniamo anche conto che tutta la cosiddetta economia bianca, connessa all’invecchiamento demografico e alla crescente domanda di servizi legati al benessere della persona e all’intrattenimento (turismo compreso), manterrà un forte ancoramento territoriale e registrerà una massiccia espansione nei prossimi decenni.

Non sarà possibile far gravare i costi di questa riorganizzazione solo sulle imprese e i singoli territori. Tutti dovranno contribuire. Cambiare le modalità di finanziamento del welfare è l’altra grande sfida che dobbiamo affrontare per sostenere la crescita inclusiva in un mercato del lavoro sempre più fluido.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 16 giugno 2017

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera

Ha dato il lavoro ai tedeschi ora è il turno della Francia

Peter Hartz, l’uomo che ha permesso la piena occupazione in Germania, lancia un progetto in asse con Macron. L’idea di un maxi piano per favorire l’impiego dei giovani. Per ora limitato a Parigi e Berlino, ma da estendere

di Maurizio Ferrera e Alexander Damiano Ricci

“Non potrebbe esserci  un progetto migliore di Europatriates sul quale trovare un con il nuovo Presidente francese, Emmanuel Macron. Europatriates potrebbe diventare la scintilla di una nuova ondata di europeismo”. Sono le parole pronunciate un paio di settimane fa, a Berlino, da Peter Hartz, ex-dirigente Volkswagen, ma soprattutto ex-Presidente della Commissione sulle riforme del mercato del lavoro tedesco, che ispirò, agli inizi degli anni Duemila, il piano governativo “Agenda2010” dell’allora governo Schröder. Ma cos’è esattamente Europatriates? E perché Macron è un interlocutore di Hartz?

Il progetto riguarda il lavoro dei giovani  (vedi box), da promuovere attraverso nuovi strumenti e metodologie.  Le risorse necessarie si aggirerebbero intorno 40 mila euro a partecipante, tutto incluso. Una cifra consistente. Che però riflette e quantifica  lo svantaggio di cui soffrono oggi i giovani per i mancati investimenti nell’istruzione, nella formazione, nelle politiche attive.  Chi dovrebbe mettere a disposizione le risorse? In parte, la Commissione europea, alla quale, tra le altre cose, Hartz non risparmia una stoccata: “Ha il potere e gli strumenti necessari; ora ha a disposizione anche le idee”.

Al di là degli obiettivi e dei contenuti di Europatriates, l’intervento di Hartz indica anche che il rinvigorimento dell’asse Berlino-Parigi non passa soltanto dal canale intergovernativo.  Peter Hartz intrattiene da tempo legami con l’establishment francese. Nel novembre del 2014, l’ex Presidente Volkswagen  era stato ospite del think tank francese En temps réel, a Parigi, proprio per presentare Europatriates.  In quella occasione venne ricevuto da  Hollande e si vociferò addirittura di un suo potenziale coinvolgimento nella progettazione delle riforme francesi. Che poi però non si concretizzò.  Sempre al 2014 risale il legame tra Macron e Hartz. I due ebbero un incontro  poco dopo la nomina del primo a Ministro dell’Economia, in seguito alle dimissioni del “radicale”  Arnaud Montebourg. In una intervista successiva, Hartz confessò di essere rimasto impressionato dalla determinazione di Macron.

Il neo-Presidente francese non è stato l’unico interlocutore di Hartz.  Nel gennaio del 2015 vi fu infatti un incontro con  un esponente dell’Ump di Sarkozy (un partito che allora stava cambiando nome in Les Republicains).  Si trattava di Bruno Le Maire, attuale Ministro dell’Economia nel nuovo governo di Édouard Philippe.

Le cattive condizioni del mercato del lavoro sono uno dei principali handicap dell’economia francese.  Lo ha ribadito da poco la Commissione UE nelle sue Raccomandazioni specifiche per paese. Negli ultimi anni è stato fatto più di un tentativo di cambiamento, ma senza grande successo.  Macron intende riprovarci. E al tempo stesso vuole modificare varie cose dell’agenda e della governance UE.  Per questo tuttavia occorre il consenso della Germania. Molti politici tedeschi hanno storto il naso di fronte alle proposte di  Parigi – soprattutto i liberali e la destra dell’Unione cristiano sociale (Csu). Per aprire il dibattito sulle riforme Ue, la Germania chiede una cosa precisa al nuovo inquilino dell’Eliseo: credibilità nelle riforme interne.

Le Maire ha già cercato di rassicurare Wolfgang Schäuble . In un recente incontro a Berlino, i due hanno messo a punto un’agenda comune.  Il Ministro francese ha però espressamente dichiarato che la “Francia rispetterà tutti gli impegni presi, alla lettera”, a partire dai livelli di deficit pubblico.

Le parole di Le Maire bastano come garanzia? Forse. In caso contrario, potrebbe esserci posto per un garante tedesco di livello, Peter Hartz appunto. Del resto, lui si è già detto disponibile.  Sui temi del lavoro, la coppia Merkron (Merkel e Macron)  potrebbe trasformarsi in MacHartz.  Se a beneficarne fossero davvero i giovani (possibilmente di tutti i paesi),  questo menage a troi  sarebbe più che benvenuto.

 


L’idea: Europatriates

L’osservazione. Alcuni Paesi dell’Ue hanno una capacità di formazione professionale eccessiva. Altri, sperimentano una svalutazione del proprio capitale umano.

La soluzione win-win. Un apprendistato all’estero, mirato al mantenimento del capitale umano, al suo re-impiego, ma anche allo sviluppo di servizi nei mercati del lavoro di partenza. Inizialmente, l’iniziativa potrebbe riguardare 250 mila giovani francesi e mezzo milione di tedeschi.

Il percorso. Il partecipante re-definisce le proprie ambizioni (coaching e diagnosi dei talenti), monitora le caratteristiche dei mercati del lavoro tramite l’utilizzo di un software open source (radar occupazionale), dialoga i suoi colleghi (polylog) e fruisce di un corso di lingua.

Il network. Le metodologie sono condivise online per replicare le best practices altrove (scale-up), a fronte di una sottoscrizione (social franchising).

Il costo. 215 miliardi di euro per un piano UE calibrato sul numero dei giovani disoccupati europei

Copertura finanziaria. Un fondo pubblico-privato presso la Banca europea degli investimenti (Bei). Le transazioni (azienda-tirocinante) potrebbero essere gestite per mezzo di uno strumento finanziario flessibile: i certificati di apprendistato (European apprenticeship time asset). Imprese e tirocinanti potrebbero convertire le ore-tirocinio in liquidità, a seconda delle esigenze.

 Per maggiori dettagli si vedano i seguenti link: ww.europatriates.eu/en;  www.shsfoundation.de/en      

    www.euvisions.eu


 

Questo articolo è comparso anche su L’Economia del Corriere della Sera del 28 maggio 2017

 

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera

Un nuovo istituto su lavoro e welfare, ma deve poter funzionare

Nel panorama degli enti pubblici c’è una new entry. Si chiama Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) e il suo compito sarà monitorare, valutare e contribuire alla progettazione delle “riforme”, in particolare quelle sul lavoro e sul welfare.  Di nuovo l’INAPP ha per ora solo il nome e il Presidente (Stefano Sacchi).  La struttura e il personale sono infatti quelli dell’ISFOL, creato negli anni Settanta per promuovere la indagini e sperimentazioni nel campo della formazione professionale e poi allargatosi anche alla gestione di programmi co-finanziati dalla UE.

C’era bisogno di cambiare? Decisamente si, L’ISFOL era diventato un centro senz’anima: ricerche e rapporti pressoché clandestini e senza impatto sul policy-making;  coinvolgimento diretto nell’attuazione di politiche,  un compito che richiede competenze molto diverse da quelle di chi vuole fornire conoscenze utili  e strategiche ai governi.

Di queste conoscenze abbiamo oggi bisogno come il pane.  In Italia le cosiddette riforme si fanno quasi sempre senza un’adeguata base empirica, avendo in mente obiettivi politici e scegliendo gli strumenti in base a logiche  giuridico-contabili. Negli altri paesi esistono invece centri che fanno programmazione strategica e immettono nel dibattito pubblico analisi e proposte orientate al futuro. I politici ne traggono grande beneficio, temperando la propria inesorabile propensione a privilegiare il presente.

Riuscirà INAPP a colmare questa lacuna? L’istituto nasce con uno statuto contorto, che lo lega mani e piedi al Ministero del Lavoro e all’ANPAL. L’organizzazione interna va ridisegnata, il finanziamento è incerto. C’è il rischio che tutto cambi perché niente cambi. Ma c’è anche un’opportunita’ davvero importante, che non va sprecata.  Sospendiamo il giudizio, in attesa di vedere i primi risultati. Sempre che il governo metta l’INAPP in condizioni di funzionare bene.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 24 maggio 2017

 

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera

Meno di un mese fa, una Raccomandazione della Commissione europea ha invitato gli Stati membri ad assicurare un reddito minimo adeguato a chiunque non disponga di risorse sufficienti. L’Italia è praticamente l’unico paese a non avere uno schema nazionale di questo genere. Di conseguenza, ha anche uno dei tassi di povertà assoluta (soprattutto minorile) più alti della UE. Visto che adesso “ce lo chiede anche l’Europa”, è urgente colmare la lacuna.

Di fatto occorre completare il percorso iniziato durante il governo Letta, che nel 2013 avviò la sperimentazione del Sostegno attivo all’inclusione (SIA). Matteo Renzi ha ottenuto dal Parlamento la delega a riformare l’assistenza sociale e a introdurre un Reddito di inclusione (REI)che garantisca su tutto il territorio l’accesso a beni e servizi “ necessari a condurre un livello di vita dignitoso”. Il Parlamento ha dato il via libera a marzo: un milione e settecentomila persone in condizioni di povertà assoluta potranno così contare su un trasferimento pubblico sotto forma di diritto soggettivo, non come assistenza discrezionale. Troppo poco, sostengono alcuni e in particolare i Cinque Stelle, che hanno formulato una proposta molto più ambiziosa e costosa. Ma il passo avanti c’è stato, e nella giusta direzione: una buona notizia.

Sull’efficacia del REI gravano tuttavia le ombre di un “se” e di un “ma”. Come precisa la Commissione europea, per chi è povero ma può lavorare il sussidio deve essere accompagnato da incentivi e servizi di inserimento nel mercato del lavoro. Questo tassello  è stato difficile da realizzare anche in quei paesi che hanno amministrazioni pubbliche efficienti e preparate. Soprattutto nel Mezzogiorno, i servizi per l’impiego quasi non esistono. Se, da un lato, è inaccettabile che in un paese prospero centinaia di migliaia di bambini crescano in povertà assoluta, dall’altro lato non bisogna sottovalutare il rischio che il REI si limiti a “pagare la povertà” senza promuovere l’auto-sufficienza economica dei beneficiari.

Il “ma” riguarda il lavoro. Gli alti tassi di povertà sono primariamente dovuti alla mancanza di occupazione. Non è solo colpa della crisi (e men che meno del Jobs Act, come qualcuno assurdamente suggerisce). Si tratta piuttosto di un problema dalle radici profonde che l’Italia si porta dietro da lungo tempo. Sin dagli anni Sessanta, rispetto alla Francia e alla Germania il nostro tasso di attività è rimasto stabilmente più basso di dieci punti o più: milioni di posti di lavoro in meno, e dunque di redditi. Il divario persiste ancora oggi e persino la Spagna è riuscita a superarci. Questi dati smentiscono chi oggi sostiene che “non c’è più lavoro per tutti”, che non se ne può creare di nuovo. E che l’unica soluzione sia redistribuire quello che c’è, garantendo un reddito di cittadinanza a tutti. Il mutamento tecnologico e la globalizzazione minacciano, è vero, molte delle produzioni e occupazioni tradizionali. La sfida però è quella di inventarne di nuove, non di rassegnarsi.

Il deficit di lavoro è dovuto a colli di bottiglia mai seriamente rimossi: barriere alla concorrenza, una fiscalità punitiva, oneri sociali troppo alti, ostacoli al lavoro femminile e così via. Per fare un solo due esempi, nel settore turistico (in cui dovremmo primeggiare) abbiamo un milione e mezzo di posti di lavoro in meno rispetto alla Francia, e quasi trecentomila in meno nei servizi ad alta intensità di conoscenza e tecnologia. Il potenziale per una maggiore occupazione esiste, ma non siamo capaci di realizzarlo.

Accogliamo con favore i piccoli progressi sul fronte del REI e impegnamici a proseguire. Parliamo però anche di lavoro. Se non colmiamo il deficit, come possiamo aspettarci di crescere allo stesso ritmo degli altri paesi? E se non aumentano le occasioni di percepire un reddito dal mercato, come facciamo a sussidiare i milioni di persone che potrebbero, vorrebbero e dovrebbero lavorare? Quando, vent’anni fa, fu sperimentato per un breve periodo il “reddito minimo d’inserimento”, in alcuni comuni del Sud fece domanda più della metà dei residenti, per mancanza di alternative.

Il modello di sviluppo italiano sta perdendo colpi a una velocità crescente. Oggi si apre a Napoli il primo Festival sullo Sviluppo Sostenibile. Nelle prossime settimane vi saranno decine di eventi e dibattiti. Speriamo che emergano maggiore consapevolezza dei problemi, nonché diagnosi e proposte su come affrontare povertà e mancanza di lavoro: le due sfide si possono risolvere solo insieme.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 22 maggio 2016

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera

È un dovere pagare le tasse ma il prelievo deve essere equo

Quando il pastore americano Jonathan Mayhew, in un sermone del 1750,  pronunciò la celebre frase No Taxation without Representation, non immaginava certo di aver appena definito il fondamento del patto fiscale democratico: lo stato può tassare solo se espressamente autorizzato dai cittadini. Nato per limitare il potere pubblico, il principio dell’autorizzazione democratica ha in realtà consentito nel tempo un’incessante aumento del prelievo. Dagli anni Cinquanta le entrate dello stato italiano sono ad esempio più che raddoppiate in percentuale sul PIL (oggi al 48%). I sondaggi segnalano che quote crescenti di elettori, non solo in Italia, ritengono un simile carico eccessivo e vessatorio.

Questa “alienazione” fiscale ha innanzitutto motivazioni utilitariste: pensiamo di pagare troppo per i benefici che riceviamo. Un calcolo preciso è impossibile, ma è vero che molti servizi pubblici sono di qualità scadente e potrebbero essere trasferiti al mercato. La psicologia cognitiva insegna tuttavia che tendiamo inevitabilmente  a sovrastimare le perdite e a sottostimare i guadagni, soprattutto se potenziali (ad esempio assistenza gratuita in caso di malattia). Siamo inoltre continuamente tentati dal cosiddetto free riding: la corsa gratis, cioè ottenere qualcosa senza pagarla. La sensazione di essere tartassati è in parte frutto di simili disposizioni. Lo stato non può rinunciare al “bastone” per farci pagare le tasse. Deve usare forme di controllo capaci di contrastare l’evasione, cercando però di non diventare oppressivo.

Il patto fiscale è oggi in crisi anche per ragioni di natura culturale: si sono affievoliti quei  sentimenti di appartenenza collettiva sui quali hanno storicamente poggiato le “etiche dei doveri”. Uso il plurale perché nella cultura europea ci sono etiche diverse. Nei paesi nordici la parola tassa vuol dire anche tesoro condiviso. Nei paesi latini il termine imposta (impot, impuesta) evoca invece la sottrazione forzosa di ciò che è nostro. E’ proprio in Sud Europa che il generale indebolimento delle appartenenze, combinandosi con tradizioni conflittuali, pone oggi al patto fiscale una sfida di particolare intensità.

La tassazione (livelli, modalità, equità) è sicuramente destinata a rimanere una questione politica centrale. Per contenere il rischio di alienazione (e protesta) fiscale, il principio di autorizzazione democratica da solo non basta più. Occorre razionalizzare la spesa pubblica, modernizzare l’esazione rendendola più equa e, soprattutto, recuperare soglie minime di etica della cittadinanza, ricordando che non ci possono essere diritti senza doveri.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 14 maggio 2017

 

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera