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L’EUROPA È PRONTA PER IL NUOVO RINASCIMENTO

Luca Jahier, l’italiano alla guida del comitato economico e sociale europeo, ragiona di populismi e proteste, politici e nuovo governo di Roma

Alexander Damiano Ricci

Luca Jahier è il nuovo presidente del Comitato economico c sociale europeo (Cese), organo consultivo dell’UE di rappresentanza delle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro e di altri gruppi d’interesse.

Presidente Jahier, la settimana scorsa il nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, ha detto che Bruxelles è «casa nostra». Come vede il rapporto tra Roma e Bruxelles?
«Le parole di Conte mi sembrano un ottimo punto d’inizio. Ora spero che si contribuisca in modo costruttivo».
Sulla crisi migratoria e la riforma di Dublino però il ministro dell’interno Salvini ha già fatto la voce grossa.
«Dei toni risponde soltanto il ministro. Ma i contenuti sono gli stessi della nota depositata al Consiglio europeo dal precedente governo: già allora si ribadiva come la proposta formulata dalla presidenza di turno (Bulgaria, ndr) per modificare il regolamento di Dublino fosse insufficiente».
Perché gli italiani hanno la percezione che non ci facciamo sentire a Bruxelles?
«È frutto di una politica del doppio gioco. A Bruxelles non ci sono fucili puntati alla tempia. Su molte materie, si vota all’unanimità. Ma i politici tornano in patria parlando di costrizioni».
Il messaggio anti-Ue delle forze radicali non conta nulla?
«Ci sono partiti abili a persuadere gli sconfitti della globalizzazione e chi si sente lontano dalle istituzioni».
Una doppia dinamica che sembra difficile da disinnescare…
«Eppure ci dimostra che, rispetto al passato, l’Europa conta di più».
Detta così sembra quasi che le cose vadano bene.
«No. C’è un problema serio legato al recupero della fiducia nelle istituzioni europee da parte dei cittadini».
Come valuta la proposta della Commissione sul bilancio pluriennale 2021-2027?
«Ci sono buoni clementi, ma l’esercizio è insufficiente».
Perchè?
«Vengono tagliate politiche virtuose, come quelle di coesione e agricole. La lista della spesa minima dell’UE vale almeno l’1.3% del Pil continentale».
Passiamo ai punti di forza…
«Le entrate proprie ora coprono fino al 12% del budget e il 25% delle spese è orientata al cambiamento climatico. Inoltre ci sono più risorse per Erasmus e cultura».
Si sta anche parlando della possibilità di concedere sostegni finanziari ai paesi che soddisfano le raccomandazioni in materia sociale del semestre europeo.
«Una politica degli incentivi funzionerebbe meglio di questa condizionalità. Ma è il semestre europeo che va rivisto largamente».
In che senso?
«È nato per favorire lo sviluppo dell’agenda 2020 con obiettivi di crescita economica, protezione sociale e sostenibilità. Ma la crisi lo ha trasformato in un combinato di raccomandazioni e vincoli per la stabilità fiscale e riforme strutturali per la competitività».
Però esiste anche un framework di indicatori per il monitoraggio delle politiche sociali.
«Nulla di vincolante».
Cosa aspettarsi dopo Göteborg? Quali sono le priorità del Cese in materia sociale?
«Il pilastro europeo dei diritti sociali è un importante segno di impegno politico per il progresso sociale attraverso il rafforzamento dei diritti e lo sviluppo di politiche e strumenti finanziari pertinenti per garantire che abbia un impatto positivo duraturo
sulla vita delle persone. Un primo passo in questo processo potrebbe essere l’implementazione del Piano dei diritti sociali nel quadro del semestre europeo. Il futuro del lavoro e il passaggio al lavoro 4.0 dovranno essere accompagnati da una transizione
parallela al “benessere 4.0”, ed è la società civile che guiderà questo processo».
Merkel ha sostanzialmente bocciato le idee di Macron per la riforma dell’Uem. Cosa ne pensa?
«Le proposte in campo non sono all’altezza. Oltre all’Unione bancaria, servono capacità di intervento nell’economia e politiche fiscali comuni. Rispetto al rapporto dei cinque Presidenti, anche le azioni della Commissione e di Macron rappresentano dei
passi indietro».
E quindi?
«Il tempo cista sfuggendo di mano e l’Europa sembra un vaso di coccio in mezzo ai mutamenti internazionali. È un segno di irresponsabilità. Servono lungimiranza e pragmatismo».
Più concretamente?
«Prima delle elezioni del Parlamento europeo del 2019, va completata l’Unione bancaria e corretto il semestre europeo. Per l’Uem dobbiamo attendere la prossima legislatura».
Come ci si muove in funzione delle elezioni?
«Ripartiamo dalla dichiarazione di Roma del 2017 che ha definito una road map concreta. Esiste ancora una maggioranza che crede in un’Europa riformata».
Sindacati, società civile, imprese o politica: a chi spetta l’iniziativa?
«Ognuno si deve assumere le proprie responsabilità. Il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, ha ben definito i ruoli nella agenda per la preparazione del vertice di Sibiu, sotto presidenza rumena».
Lei ha detto che all’Ue serve una «rEUneissance». Di rosa si tratta?
«La congiuntura europea somiglia a quella che ci fu tra il Medioevo e il Rinascimento, quando il ritorno della cultura classica, lo sviluppo della scienza, l’operare di forze produttivo (banchieri e mercanti) e lo sviluppo di nuove forme di governo ci fecero
uscire dai secoli “bui”».
È un bel paragone. Ma quanto c’è di attuale? Chi sono gli intellettuali all’altezza di rEUneissance?
«Più che intellettuali, serve uno sviluppo dell’intera sfera culturale, che peraltro può diventare un bacino di occupazione. Per quanto riguarda la scienza, siamo di fronte a una trasformazione tecnologica digitale che occorre governare».
E chi sono le forze propulsive oggi?
«Penso a quell’Europa fatta dipersone che resistono a chi vuole abbattere il processo di integrazione».
Servirebbe un leader all’altezza…
«Non uno, ne servirebbero molti. Ma bisogna scovarli e metterli al centro di questo progetto. Penso ai giovani. A dire il vero, non sarebbe male se si ribellassero
un po’ di più».
In un certo senso lo fanno già, votando per partiti che criticano l’UE.
«Ai giovani non si possono presentare i conti della serva. I ragazzi hanno bisogno di osare, di qualcuno che gli dica che possono cambiare il mondo. La nostra
classe politica ha smesso di affermarlo».

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera Economia dell’11 giugno 2018

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Come si fa a scaldare i più giovani?

Maurizio Ferrera

Il Comitato economico e sociale europeo (Cese) è un organismo ufficiale della Ue con ruolo consultivo. Rappresenta la società civile organizzata: parti sociali, gruppi di interesse, professioni, associazioni. In Italia è poco noto, ed è un peccato. Pur non essendo formalmente coinvolto nei processi legislativi, i suoi pareri svolgono un ruolo importante su tutte le questioni che riguardano il sociale. E’ stato l’attivismo del Cese a dettare l’agenda sull’impresa sociale. L’articolo 11 del Trattato di Lisbona, quello che riguarda la democrazia partecipativa, è praticamente stato scritto al Cese. Ora il Comitato è guidato da un italiano: Luca Jahier è il suo trentaduesimo presidente e resterà in carica due anni e mezzo. Un periodo delicatissimo perl’Unione, che dovrà affrontare il rinnovo del parlamento europeo e la riforma dell’euro.

Fra le priorità del Comitato e di Jahier vi è anche quella di aumentare la presenza e le iniziative Cese negli stati membri. L’ascesa del populismo ha fatto sì che la politica si sta riducendo, nel discorso pubblico, ad una questione fra «cittadini» e «classe politica». Si tratta innanzitutto di un errore concettuale: in mezzo c’è la società civile, fatta di corpi intermedi, veicoli insostituibili per l’articolazione e l’aggregazione degli interessi. Ed è soprattutto una semplificazione che crea conflitti e rischia di erodere le fondamenta «sociali» della democrazia. Per rafforzare l’Unione europea è indispensabile far crescere la sfera pubblica transnazionale. Giustamente, Jahier parla di cultura e giovani. Se i valori che hanno ispirato l’integrazione (pace, prosperità, progresso sociale, libertà e solidarietà) non riescono a scaldare i cuori delle nuove generazioni, a spronarli alla partecipazione politica e al coinvolgimento sociale, l’avventura europea non ha più prospettive. Nel suo piccolo, il Cese può dare un contributo importante. Magari lanciando qualche ballon d’essai e qualche iniziativa insolita e ambiziosa, che valorizzi la presenza e il ruolo dei giovani come traghettatori del presente nel futuro.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera Economia dell’ 11 giugno 2018

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Perchè la disoccupazione giovanile è così alta? Dobbiamo rassegnarci alla precarietà o ci sono alternative?

Maurizio Ferrera

Nel mondo del lavoro è in atto una trasformazione epocale. Grazie ai progressi sul fronte delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Ict), la produzione di beni e servizi registra livelli sempre più intensi di digitalizzazione e automazione. In molti settori, robotizzazione e intelligenza artificiale stanno rivoluzionando in modo radicale i modi di produrre, consumare, interagire.

L’adozione di nuove tecnologie non è un fenomeno nuovo. Ciò che contraddistingue la fase attuale è l’accelerazione dei cambiamenti e la presenza di macchine che non sono più solo un complemento al lavoro umano, ma entità che operano con una grande autonomia e possono sostituire le persone nello svolgere compiti di routine, di tipo ripetitivo e standardizzato. Secondo alcune previsioni, nei 15 Paesi più sviluppati (Italia inclusa) dell’Ocse l’automazione può causare una perdita netta di oltre cinque milioni di posti di lavoro «tradizionali» nei prossimi anni.

Qualcuno evoca uno scenario allarmante di «fine del lavoro», ossia una quasi completa sostituzione dell’uomo da parte delle macchine. Tale scenario metterebbe in discussione le fondamenta stesse della vita umana: il lavoro non è solo un mezzo per soddisfare bisogni e desideri, ma anche il principale strumento di integrazione sociale, la sfera in cui definiamo una buona parte della nostra identità, diamo senso alla nostra esistenza.

La tesi della «fine del lavoro» pecca però di catastrofismo. Ciò che sta già avvenendo, e si intensificherà negli anni a venire, è una profonda trasformazione e ricomposizione del mondo del lavoro, non la sua estinzione. Innanzitutto alcuni lavori continueranno ad essere svolti dagli umani, sia per il tipo di competenze richieste o semplicemente a causa delle nostre preferenze. Pensiamo all’assistenza all’infanzia, agli anziani, ai malati. In secondo luogo, il fatto che determinate attività possano essere eseguite dalle macchine significa che si libera tempo perché i lavoratori in carne ed ossa possano svolgere altre attività e creino ulteriore valore aggiuntivo. Invece di operare le macchine, gli umani si limiteranno a monitorarle, definendo in modo creativo ciò che deve essere fatto e come, e poi usando i robot per ottenere esattamente il risultato voluto. Creatività, intelligenza emotiva, abilità saranno i fattori determinanti. Tutte le occupazioni che richiedono elevate abilità interpersonali e analitiche non di routine sono cresciute costantemente negli ultimi tre decenni. Ciò che «salverà» il lavoro umano è proprio la capacità di interazione e condivisione sociale, di negoziare con gli altri obiettivi e strumenti, di cercare e costruire compromessi. Peraltro la rivoluzione tecnologica in quanto tale aumenterà la domanda di tecnici. Nell’Unione Europea entro il 2020 si prevede che le imprese avranno difficoltà a riempire più di 800.000 posti di lavoro nel settore Ict.

Le tutele per i giovani
Perché in questo contesto di rapida trasformazione la disoccupazione giovanile è così alta? Le cause sono molteplici e non semplici da indagare. Una di queste è chiaramente la crisi finanziaria del 2008 e la successiva grande recessione. I giovani sono stati i più esposti in quanto privi di esperienza e in molti casi di tutele. In secondo luogo, la rivoluzione nel modo di produrre si scontra con profonde asimmetrie nella regolazione del mercato del lavoro, nell’organizzazione del welfare e dei sistemi educativi. Il problema maggiore è il disallineamento fra le competenze che i giovani offrono oggi sul mercato del lavoro e quelle di cui necessitano le imprese. Più alto il disallineamento (come in Italia), più alta la quota di giovani che non riescono a inserirsi o di giovani che svolgono lavori incongrui rispetto alle proprie qualifiche.

I giovani sono anche più direttamente interessati da un corollario della rivoluzione tecnologica e della globalizzazione: il cambiamento della organizzazione del lavoro. In tutte le economie sviluppate il mercato occupazionale si sta trasformando in un vero e proprio patchwork di molteplici figure professionali e contrattuali. Fra uno o due decenni, il lavoro stabile presso un’unica impresa per tutta la vita cesserà di essere la norma, si cambieranno più posti, si faranno lavori e attività diversi. Negli Stati Uniti, già ora per la fascia d’età compresa tra 25 e 34 anni la permanenza mediana nello stesso contratto di lavoro è tre anni, tre volte inferiore a quella dei lavoratori anziani fra i 55 e 64. Anche in Europa si registra una tendenza simile e i sondaggi segnalano che, in molti casi, si tratta di una scelta consapevole. Se il processo continua, per le nuove generazioni sarà usuale avere 15 0 persino 20 diversi lavori nel corso della vita.

Questa evoluzione presenta lati positivi e negativi. Da un lato, aumentano i margini di flessibilità e autonomia non solo per le imprese, ma anche per chi lavora. Le tradizionali gabbie temporali (dalle 9 alle 18, cinque giorni la settimana) si allentano; il telelavoro, il lavoro agile, il lavoro flessibile e a tempo parziale (quello scelto) consentono alle persone di scegliersi i pacchetti «tempo/reddito» più consoni alle loro esigenze e preferenze. Dall’altro lato, il lavoro «precario» tende ad essere meno pagato rispetto al tempo pieno equivalente ed è associato ad un minore accesso alla formazione. Non è l’opzione preferita per molti e comporta anche maggiori rischi, dovuti a periodi frequenti senza o con reddito molto basso, nonché condizioni meno favorevoli in termini di accesso alle prestazioni sociali.

Per evitare che questo scenario crei un eccesso di insicurezza e nuove polarizzazioni sociali è necessario un cambio di paradigma nelle politiche pubbliche. Anziché indirizzarsi in forma standardizzata a tutti coloro che, genericamente, partecipano al mercato occupazionale, occorre fornire risposte differenziate in base ai diversi percorsi che le persone intraprendono durante la loro vita. Il cambiamento di paradigma deve spostare la priorità dalla «riparazione ex post» alla «preparazione ex ante». Il nuovo approccio deve partire dalla scuola e dalla formazione, passa per il sostegno alle imprese nella crescita e nella creazione di posti di lavoro attraverso l’investimento in capitale umano e competenze, la riconfigurazione del welfare attraverso una maggiore personalizzazione delle prestazioni e nuovi diritti sociali.

Abilità da aggiornare
Abilità e competenze dovranno essere continuativamente aggiornate e integrate. Le relazioni industriali dovranno perciò rifocalizzarsi su questa priorità, prevedendo non solo l’obbligo da parte delle imprese di erogare formazione nel posto di lavoro, ma anche un’equa distribuzione dei suoi costi. La formazione continua dovrà essere garantita anche a chi perde il lavoro e diventare parte integrante delle politiche attive. Occorre poi inventare nuove tipologie di diritti sociali personalizzati. L’Unione Europea ha recentemente proposto l’istituzione di una «garanzia per le competenze». Nella versione più ambiziosa, a tutte le persone in età attiva sarebbe conferito il diritto a due prestazioni: la valutazione periodica delle proprie competenze e la loro certificazione; un voucher per accedere a corsi di formazione e aggiornamento mirati. Uno strumento innovativo potrebbe essere il «conto personale d’attività», in corso d’istituzione in Francia sulla scia di un accordo fra le parti sociali e il governo del 2015. Chi lavora o svolge attività «sociale» (servizio civile, volontariato e così via), matura periodicamente dei «punti» che possono essere utilizzati nel corso della vita attiva in diversi modi: per corsi di formazione, per passare al tempo parziale senza riduzione della retribuzione, per anticipare la pensione in caso di perdita del posto di lavoro oltre una certa età.

Il modello sociale europeo potrà sopravvivere, nella misura in cui riuscirà a superare questo insieme di sfide, ad adattarsi al cambiamento e ad incanalarlo verso esiti a somma positiva, in modo da contrastare nei fatti l’utopia negativa della «fine del lavoro» e smentire così i suoi apocalittici profeti.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera Orizzonti del 7 giugno 2018

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Aziende alla sfida del Welfare 2.0

Oggi un convegno al Posta dove sarà eletto anche il direttivo Anap

 

REGGIO EMILIA – Welfare 2.0, come conciliare non autosufficienza e gestione d’impresa. La “non auto-sufficienza” è l’incapacità di mantenere una vita indipendente e di svolgere le comuni attività quotidiane, a causa della mancanza di energie e dei mezzi necessari per soddisfare le proprie esigenze. Nonostante alcuni interventi legislativi in favore di queste persone, non di rado le famiglie si trovano impreparate ad affrontare queste situazioni. Per far il punto sul tema e capire a che punto è il nostro Paese nell’erogazione di servizi dedicati alle persone non autosufficienti, Lapam Confartigianato ha organizzato un convegno, in programma oggi alle 17.30 all’Hotel Posta di Reggio Emilia. Durante il convegno Federico Razetti, ricercatore di Percorsi di Secondo Welfare, Centro Studi diretto da Maurizio Ferrera, analizzerà insieme a Carmelo Rigobello, consulente Confartigianato, Gianlauro Rossi, presidente Anap Modena e Reggio Emilia, e ad altri ospiti la situazione della non autosufficienza e le sue conseguenze sulla popolazione attiva italiana. Interverranno anche Emilio Ricchetti del Forum Famiglie Reggio Emilia, Franca Campostella, presidente regionale Donna Imprese Confartigianato e Mauro Dallapè, presidente Mutua Artieri Trento. All’evento sarà presente il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi. Al termine della tavola rotonda sarà infine eletto il nuovo consiglio direttivo e del presidente Anap di Reggio Emilia e Modena.

Questo articolo è comparso anche su La Gazzetta di Reggio del 7 giugno 2018

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Aiuto, l’Europa resta da sola. Italiani spaccati a metà

Rifiutati dalla globalizzazione, lontani dalla politica, tentati dall’astensione sulle questioni del Continente: gli euroscettici spingono per un forte cambiamento, ma non sono ancora la maggioranza.

 

Che cosa sta succedendo agli elettori italiani? Vogliono davvero uscire dall’euro e abbandonare l’Unione Europea? Un recentissimo Eurobarometro ci consente di fornire qualche risposta. Iniziamo col dire che  italiani sono fra i più “alienati” d’Europa. Solo il 36% pensa che la loro voce conti nel paese e meno ancora in Europa. La distanza dagli altri paesi è impressionante (tab. 1). Il desiderio di un cambiamento reale è dal canto suo molto elevato. Anche se non necessariamente propenso a votarli, il 71% degli elettori ritiene che i “nuovi partiti” possano dare una benefica scossa per cambiare le cose (media UE=56%), peraltro senza rappresentare una minaccia alla democrazia.

Alienazione politica e forte desiderio di cambiamento hanno creato un terreno fertile per l’euroscetticismo. Una maggioranza davvero risicatissima si esprime oggi a favore dell’appartenenza del nostro paese alla UE (tab. 3). Un dato in netta controtendenza rispetto alla media UE e persino rispetto al Regno Unito.  Ciò che colpisce della tab. 3 è il grado di polarizzazione: fra i favorevoli e i contrari c’è una distanza di soli 3 punti. L’Italia appare davvero come un paese in bilico, il più diviso in assoluto sulla questione UE/euro.

Qual è il profilo degli euro-scettici? I dati segnalano che gli anti-UE si concentrano nel centro-destra e provengono in prevalenza dal segmento più vulnerabile della società: disoccupati, precari, operai, impiegati esecutivi. Un tratto unificante è la bassa istruzione, i bacini economici prevalenti sono la piccola impresa, il lavoro autonomo tradizionale, i servizi “poveri”. E’ la sindrome dei  “perdenti della globalizzazione”: i ceti sociali più minacciati dall’apertura dei mercati e dalle politiche di austerità tendono a indirizzare la propria frustrazione verso un’Europa vista come veicolo di apertura (Cina, multinazionali, immigrati) e come tappo che impedisce sostegni via spesa pubblica. Si tratta, ripeto, di una tendenza: non tutti i “perdenti” sono dichiaratemene euroscettici e molti si collocano comunque a (centro)sinistra.  Le loro priorità sono in piena linea con la loro condizione socio-economica (tab. 4). Al primo posto figura la lotta alla disoccupazione, seguita dalle tasse (probabilmente il problema è qui la difficoltà a pagarle). Poi emerge una chiara domanda di protezione e di sicurezza. Da notare che al secondo posto viene la lotta alla corruzione.

Nel quadro tracciato c’è un convitato di pietra: un consistente gruppo di cittadini (25%) che ho definito “smarriti” (Corriere del 6 aprile) e che non hanno votato.  Moltissimi di loro sono anche “alienati”, anzi, alienate, visto che  due terzi sono donne. Ed è probabile che fra di loro ci siano molti/e perdenti. Fra gli smarriti non si registra tuttavia né una propensione vero la destra né euroscetticismo. E’ ben possibile che l’astensione sia stata proprio dovuta alla mancanza di una offerta politica capace di proporre soluzioni alternative a quelle populiste e sovraniste.

Quest’ultimo punto è cruciale per i destini dell’Italia. L’alienazione politica, l’insicurezza economica e sociale, l’insofferenza verso istituzioni e casta ritenute corrotte, il desiderio di cambiamento “reale” hanno spianato la strada a Cinque Stelle e Lega e ai loro messaggi protezionistici verso l’interno e aggressivi verso l’esterno. A far bene i conti su tutto l’elettorato – smarriti inclusi – il popolo pro-UE e pro-euro dovrebbe ancora avere, però, una larga maggioranza assoluta: il 44% della tabella 1, e in più una buona parte (diciamo il 10/15%) delle smarrite. Si tratta di semplici ordini di grandezza, tutti da verificare al momento del voto. Ma sufficienti per smentire l’idea che la partita fra euroscettici e euro-sostenitori sia già stata vinta -e definitivamente- dai primi.

Il problema è che nessuno rappresenta oggi il bacino di chi è favorevole alla UE – magari una UE riformata. Nessuno si sta sforzando di comunicare con questi elettori, di organizzarli e mobilitarli. La politica non ama i vuoti, se nessuno si fa avanti il bacino rischia di restringersi e disperdersi. Possiamo aspettarci un (rapido) rimbalzo in termini di iniziativa da parte di chi dovrebbe rappresentare la maggioranza di euro-sostenitori? Con una proposta del tipo: alleanza per il rilancio dell’ Italia e per la riforma della UE? Lo spazio politico ci sarebbe.  Ciò manca è però  qualche “capitano coraggioso” interessato e capace di prendere l’iniziativa.

http://www.euvisions.eu

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 4 giugno 2018

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Ricordo di Gallino. Il corpo a corpo del professore col capitalismo globale

In una intervista del 2012, Luciano Gallino confessò di essere passato dalla letteratura alla sociologia, scorrendo gli scaffali della biblioteca USIS di Torino, presso il Consolato americano. Due esperienze giovanili che hanno contribuito, da un lato, a quello spessore culturale ad ampio raggio che non mancava di colpire i suoi studenti e, dall’altro, a quella apertura verso la sociologia americana, Den poco apprezzata a Palazzo Nuovo negli anni Settanta. Prima di arrivare all’Università, Gallino praticò la sociologia alla Olivetti di Adriano. L’aver osservato e in parte contribuito a modellare la prima grande «impresa responsabile» spiega l’atteggiamento sempre più critico maturato nel tempo da Gallino nei confronti del capitalismo neoliberista, in cui l’imperativo è «fare buoni affari e basta», massimizzare il valore per gli azionisti senza preoccuparsi di altro. Gallino, al quale è stata dedicata la Settimana del lavoro organizzata da Ismel e in corso in questi giorni a Torino, ha approfondito in varie direzioni il tema del lavoro e delle sue trasformazioni nell’epoca neoindustriale. Appassionato di informatica, era preoccupato per gli effetti negativi delle nuove tecnologie, sullo sfondo di mercati del lavoro sempre più precarizzati. A lui dobbiamo alcuni lucidi saggi di denuncia sulla rimercificazione e il degrado del lavoro, sullo scandalo delle «vite rinviate» di tanti giovani impossibilitati a guadagnare autonomia. Nei suoi ultimi lavori Gallino ha puntato il dito contro diseguaglianze, deterioramento ambientale e involuzione tecnocratica della politica. Per lui tutti questi fenomeni sono riconducibili a un macroscopico fattore: la finanziarizzazione del capitalismo, discussa in una appassionata trilogia di volumi.

Il commento: il corpo a corpo del professore con il capitalismo.

Lo strapotere impersonale dei fondi d’investimento e delle istituzioni finanziarie ha condotto ad un vero e proprio assoggettamento dei governi ai loro interessi. Non rinunciando, ma anzi partendo, dal pensiero critico, Gallino non si è fatto sedurre dal catastrofismo. Vi sono margini di scelta per riorientare la logica del capitalismo globale verso il perseguimento di autentici «scopi umani». Come? La prima condizione è una incisiva riregolazione del «finanzcapitalismo». Gallino guardava con favore i nuovi movimenti di massa come Occupy Wall Street 0 gli Indignados, considerandoli come segnali di un ritorno alla mobilitazione politica da parte degli oppressi. La seconda condizione è la difesa e insieme la modernizzazione del cosiddetto modello sociale europeo, sottraendo il processo d’integrazione alla mera logica del mercato e dell’austerità. La terza condizione è un complessivo ripensamento delle politiche industriali e del lavoro. Non è impossibile ammortizzare l’impatto della nuova rivoluzione tecnologica. Il sentiero deve passare attraverso il recupero dei valori dell’eguaglianza, della partecipazione e della condivisione. Proprio su questi è possibile fondare modi di produzione e scambio imperniati su logiche diverse dal profitto (pensiamo al terzo settore), capaci anche di creare molti nuovi posti di lavoro.

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 22 maggio 2018.

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Ma sono ancora troppe le giovani che lasciano

La digitalizzazione dell’economia è ormai una tendenza irreversibile, dalla quale non possiamo che aspettarci rilevanti benefici aggregati. Occorre però essere preparati al suo impatto sul lavoro e insieme non sottovalutare i suoi effetti (re)distributivi, anche sul piano delle pari opportunità fra uomini e donne. Nonostante la crescente domadda di specialisti nelle tecnologie della informazione e comunicazione (Ict), la percentuale di giovani europei con diplomi o lauree in questo settore sta diminuendo. La tendenza è particolarmente marcata fra le donne. Gli uomini che hanno seguito percorsi formativi in Ict sono quattro volte più numerosi delle donne e tre volte più numerosi fra gli occupati in questo settore. Un enorme problema è poi rappresentato dagli abbandoni delle occupate digitali, soprattutto dopo l’arrivo dei figli. Uno studio della Commissione Uè ha recentemente calcolato che la perdita annuale di produttività per l’economia europea causate dagli abbandoni delle occupate digitali è pari a circa 16,2 miliardi di euro («Women in the Digital Age», 8 marzo 2018). Lo studio mostra anche che le startup di proprietà femminile hanno maggiori probabilità di successo; ciò nonostante la partecipazione e la leadership femminile nel complesso delle imprese digitali sta diminuendo. Si tratta di dinamiche legate a fattori di carattere trasversale ma anche di natura più specifica e culturale. Le giovani donne che fanno studi tecnico-scientifici e considerano di intraprendere carriere in questo settore sono ancora troppo poche. Quest’anno, il grande tema «Lavoro e Tecnologia» sarà al centro del Festival dell’economia di Trento. Un panel organizzato dal think tank di giovani «Tortuga» (www.Tortugaecon.eu) approfondirà le conseguenze della digitalizzazione sull’occupazione femminile. Le donne devono aumentare la propria presenza su questo fronte. Aprendo la strada a forme diverse di lavoro e di organizzazione del tempo, il digitale può offrire infatti non solo prospettive di carriera e successo professionale, ma anche di una migliore qualità di vita.

Questo articolo è comparso anche sul Corriere Economia del 21 Maggio 2018

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Il razzismo uccide il welfare

Quale destino per lo Stato sociale? Secondo la politologa tedesca Ellen Immergut investire sul lavoro dei giovani e sull’integrazione degli immigrati è l’unico modo per assicurare la sostenibilità dei sistemi di solidarietà. Perciò i partiti xenofobi sono una minaccia; difendono in modo cieco uno status quo che non può durare.

conversazione di MAURIZIO FERRERA con ELLEN IMMERGUT

Negli ultimi quattro anni Ellen Immergut ha coordinato il progetto di ricerca europeo forse più ampio e ambizioso sul welfare. Il titolo è Welfare State Futures e in un certo senso contiene già un messaggio: gli scenari possibili sono tanti, nessuno è predeterminato, ci sono margini di scelta. Le chiediamo innanzitutto se tra i futuri possibili c’è anche la fine del welfare, o quanto meno l’estinzione dell’impegno pubblico su questo fronte.

ELLEN IMMERGUT — Il welfare state è una delle istituzioni chiave per la promozione della solidarietà. Le sue politiche hanno praticamente eliminato la povertà fra gli anziani. Le persone tendono a dimenticare com’era la situazione negli anni Trenta e Quaranta. In tutta Europa, l’assistenza sanitaria è ormai universale e di buona qualità. Esistono ovunque reti di sicurezza di base per disoccupazione, invalidità, indigenza estrema. Il punto di partenza deve quindi essere il riconoscimento di un grande successo europeo. E la stragrande maggioranza degli europei concorda (molto più che gli americani o i giapponesi) sul fatto che sia compito dello Stato occuparsi degli anziani e delle persone malate o invalide. Oggi però tendiamo a dare le realizzazioni del welfare per scontate. Così le persone iniziano a chiedersi: perché ce l’abbiamo? Ne vale la pena? Perché dovremmo pagare così tanto? Non sono solo i vincoli economici a minacciare le realizzazioni dello Stato sociale, ma anche una certa erosione del sostegno dei cittadini. È a questo processo che dobbiamo guardare, se ci sta a cuore l’impegno pubblico per il welfare.

MAURIZIO FERRERA — In una società che invecchia bisogna certo proteggere le persone fragili, ma al tempo stesso assicurare che vi siano abbastanza persone attive e produttive proprio per pagare i costi del welfare. Senza crescita, lavoro e gettito fiscale, non potremo più permetterci gli attuali livelli di protezione. Con il calo della natalità, le dimensioni delle forze di lavoro si stanno rapidamente riducendo, mentre aumenta il numero degli anziani. Possiamo davvero aspettarci che i lavoratori più giovani siano disposti a versare contributi e tasse inevitabilmente crescenti?

ELLEN IMMERGUT — È chiaro che in regime di democrazia il futuro dello Stato sociale dipenderà da quanto gli elettori sono disposti a pagare e da quali prestazioni esattamente verranno considerate meritevoli di essere erogate. Per mantenere un po’ di equilibrio fra popolazione attiva e anziana bisogna puntare di più su giovani e immigrati, facendo molta attenzione alla quantità e qualità degli investimenti che facciamo (in particolare creando servizi) per sviluppare, consolidare e incrementare nel tempo il loro capitale umano. Peraltro i servizi sociali creano lavoro e aumentano le entrate fiscali. Sappiamo che la diseguaglianza inizia ancor prima della nascita, e questo è esattamente ciò che gli investimenti sociali (ad esempio per l’istruzione e la cura della prima infanzia fra 1 e 3 anni) possono combattere.

MAURIZIO FERRERA — Da un paio di decenni le disuguaglianze stanno crescendo ovunque e la grande recessione ha esacerbato questa tendenza. È un noto paradosso della politica il fatto che, al crescere delle diseguaglianze, tende a diminuire il sostegno per la redistribuzione, a erodersi l’ethos della solidarietà.

ELLEN IMMERGUT — Le nostre ricerche confermano che ciò che le persone sostengono non è la redistribuzione, ma la condivisione dei rischi. Ciò che si desidera e si apprezza è l’assicurazione contro l’insorgenza di bisogni a cui non potremmo far fronte da soli nel corso della vita. Di conseguenza, più grande è la platea di persone che sentono di condividere dei rischi considerati come «comuni», più forte è l’impegno per la solidarietà e più forte il sostegno allo Stato sociale. Se i rischi diventano parcellizzati, allora il supporto cala. La crescita delle diseguaglianze non ha riguardato solo il reddito, ma anche la distribuzione dei rischi fra i vari strati sociali, rendendo alcuni di questi ceti potenzialmente più autosufficienti, altri molto più vulnerabili.

MAURIZIO FERRERA — Uno dei settori in cui la parcellizzazione dei rischi e delle coperture è stata più marcata è forse la salute. Da un lato è aumentato il divario in termini di speranza (e qualità) di vita fra poveri e ricchi. Dall’altro, questi ultimi hanno le risorse per acquistare polizze private che consentono loro di accedere alle terapie più costose e sofisticate, senza Uste d’attesa. Avete trovato evidenza che queste dinamiche erodano il senso di solidarietà e il sostegno per l’universalismo?

ELLEN IMMERGUT — Abbiamo osservato che cosa succede quando le persone passano dalla copertura pubblica a quella privata o aderiscono a schemi complementari. In effetti si nota un certo declino nella disponibilità a sostenere lo Stato sociale e una minore propensione alla solidarietà. È importante sottolineare, tuttavia, che la sanità universale non deve necessariamente essere gestita per intero dallo Stato. Anzi, il sostegno per l’uguaglianza sanitaria è leggermente più alto nei sistemi basati su assicurazione obbligatoria (pubblica o su base occupazionale) rispetto ai sistemi universahstici puri. Il punto chiave è che la solidarietà viene incoraggiata quando le persone si considerano parte di un insieme comune di istituzioni: tutti partecipano ai costi e tutti ricevono uguale trattamento.

MAURIZIO FERRERA—Fammi capire. In Italia, come in Gran Bretagna o nei Paesi nordici, abbiamo un servizio sanitario pubblico universale finanziato dalle imposte. I cittadini/utenti non sanno bene quanto pagano e sono consapevoli che molti contribuenti evadono le tasse o non pagano il giusto. La tendenza degli ultimi decenni è stata semmai quella di aumentare i ticket (le compartecipazioni). Questo disegno non rischia di alimentare un senso di sfiducia e persino di ingiustizia? Come fanno i Paesi nordici a conciliare sostenibilità, universalismo, solidarietà, in un contesto dove gli utenti sono comunque abituati a pagare ticket anche per le visite del medico pubblico o per i ricoveri ospedalieri?

ELLEN IMMERGUT — Si tratta di questioni complesse, nessun sistema è immune da rischi di insostenibilità, delegittimazione e desolidarizzazione. Però, ripeto: quanto più estesa e omogenea è la copertura, tanto più elevato il potenziale di solidarietà. Le compartecipazioni finanziarie da parte degli utenti più abbienti sono la regola in tutti i servizi sanitari finanziati tramite imposte. Così come un po’ ovunque si stanno diffondendo forme di copertura integrative, a volte incentivate dallo Stato per le categorie più deboli (come sta avvenendo in Francia). Ciò che conta è evitare la dualizzazione, ossia l’uscita dal sistema pubblico di intere categorie sociali che si assicurano e si curano solo nella medicina privata. Poi contano le tradizioni culturali (gli inglesi sono tradizionalmente molto fieri e gelosi del Nhs), le campagne dei media (i norvegesi si lamentano perché i Vip ricevono trattamenti speciali), il grado di corruzione (che erode il sostegno alla solidarietà pubblica in alcuni Paesi dell’Est europeo). La solidarietà sanitaria non è solo collegata a fattori organizzativi o regolativi, ma va costantemente coltivata sul piano politico e comunicativo.

MAURIZIO FERRERA — E veniamo a un altro tema scottante: l’immigrazione. Hai detto che, anche per contrastare l’invecchiamento demografico, le società europee devono non solo accogliere, ma anche investire sugli immigrati, soprattutto i più giovani. Si tratta però di una sfida piuttosto delicata, anche sul piano politico.

ELLEN IMMERGUT — Certo. Ma ormai gli immigrati regolari rappresentano quote vicine al 10% della popolazione, di più se consideriamo solo la popolazione adulta. La domanda che ci dobbiamo porre non è solo quanti immigrati in più possiamo 0 dobbiamo accogliere, ma quali sono gli orientamenti di coloro che già sono fra noi, soprattutto quelli che votano 0 voteranno. In base alle nostre ricerche, i migranti non richiedono né usufruiscono di prestazioni sociali in misura maggiore dei nativi. Non sono tuttavia un gruppo omogeneo e i loro orientamenti sono strettamente correlati alla cultura dei Paesi d’origine. In generale, i livelli di sostegno alla spesa per pensioni di vecchiaia e per l’assistenza sanitaria sono inferiori rispetto ai livelli dei nativi. Se vogliamo assicurare la sostenibilità del welfare, dobbiamo puntare all’integrazione sociale e culturale dei migranti, in modo che accettino di fare la propria parte per sostenere le pensioni dei nativi anziani. L’interesse verso le politiche di investimento sociale a favore di donne e bambini dipende poi molto dalla cultura e dai valori dei contesti di provenienza, specie per quanto riguarda i rapporti di genere: anche questo è un fattore da considerare.

MAURIZIO FERRERA — Resta comunque il problema dell’accoglienza. In tutta Europa si è alzato il vento del populismo sovranista e a volte anche xenofobo.

ELLEN IMMERGUT — Il populismo è in parte il risultato dell’incapacità dei partiti tradizionali di governo di spiegare e giustificare le politiche di austerità e la gestione dei flussi migratori. Il contraccolpo populista non è arrivato quando abbiamo toccato il culmine dell’austerità, della grande recessione, della crisi migratoria. È arrivato con un certo ritardo, quando i nuovi leader populisti sono riusciti a mobilitare gli elettori più vulnerabili, più colpiti dalla crisi, più arrabbiati per aver fatto sacrifici senza che vi fosse adeguato riconoscimento dei loro problemi e difficoltà. E anche una distribuzione equa dei costi della recessione, visto che alcune categorie si sono addirittura arricchite.

MAURIZIO FERRERA — Quali spazi esistono oggi per le politiche di investimento sociale che sembrano indispensabili per assicurare il futuro del welfare?

ELLEN IMMERGUT — I nostri dati suggeriscono che la minaccia maggiore è collegata al populismo di destra. Dove il populismo sovranista è più debole, i partiti di centrosinistra e persino di centrodestra sono più propensi a promuovere gli investimenti sociali. In presenza di sfidanti di destra populista, invece, anche partiti tradizionali si concentrano sulla difesa dello status quo. Questo effetto è chiaramente connesso alla competizione per il voto della classe operaia culturalmente conservatrice, che preferisce mantenere le cose come stanno.

MAURIZIO FERRERA—Dunque le chiavi per i diversi possibili futuri del welfare sono nelle mani della politica. E l’ascesa dei populisti non lascia ben sperare: in questo senso ciò che accadrà in Italia nei prossimi mesi potrebbe essere una cartina di tornasole per tutta l’Europa. A proposito, non credi che la Uè abbia una certa responsabilità in ciò che è successo? E che, d’altra parte, l’uscita dall’impasse populista non possa che passare da una riforma dell’Unione?

ELLEN IMMERGUT — L’Europa ha un grave problema di legittimità e l’istituzione chiave che promuove la solidarietà e la legittimità, ossia lo Stato sociale, è uscita seriamente danneggiata dalla crisi. A mio parere, alcune recenti iniziative della Uè vanno nella giusta direzione. Pensiamo all’attenzione per gli investimenti sociali entro il patto di stabilità e all’istituzione di un pilastro europeo dei diritti sociali. Tuttavia, bisogna passare dalle dichiarazioni solenni alla realtà pratica. E soprattutto, abbiamo bisogno di una «filosofia pubblica europea». Un insieme di princìpi, di regole condivise ma certe di mutua collaborazione, nonché di pratiche comunicative che rendano l’azione delle autorità pubbliche — a cominciare da quelle Uè — eticamente plausibili e difendibili. In Europa abbiamo molte regole, ma anche molte esenzioni da queste regole. Ciò ferisce la legittimità dell’Unione. Il pilastro sociale europeo deve trasformarsi in un piano chiaro ed efficace. Questo è ciò che i pubblici democratici europei si aspettano e si meritano.

Questo articolo è comparso anche su la Lettura del 20 maggio 2018.

 

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Curiosità e piacere. La grande sfida? Riconquistare il quinto tempo Nasce Liberi Tutti

di Daniela Monti

Nel mondo del lavoro destrutturato e dell’economia dei risultati — come a Rischiatutto bisogna essere concentrati, focalizzati sull’obiettivo, se non porti a casa la preda prima o poi ci saranno conseguenze — al «come stai?» dell’amico incontrato al bar non si risponde più, con voce leggera, «bene grazie e tu?», piuttosto «ho un sacco di cose da fare».

Manca sempre il tempo. Nella Top Ten dei sintomi della «time poverty», l’epidemia da mancanza di tempo, c’è ordinare il pasto a domicilio, cenare alle 22, rispondere alle mail mentre si cammina, provare con Uber perché l’attesa del taxi è di 6 minuti, fare la lavatrice a notte fonda, acquistare tutto online, pianificare le uscite con gli amici a mesi di distanza (ora siamo già al «ci si vede questa estate?»). Usare lo shampoo a secco invece di lavare i capelli, farsi crescere la barba, comprare il parmigiano già grattugiato e l’insalata in busta. Tutto di corsa: il rallentamento è un territorio inesplorabile.

«Non ti prendi mai un po’ di tempo libero, mi rimprovera sempre mia moglie», dice l’economista Maurizio Ferrera, dunque, in fin dei conti, non si tratta di ignorare il problema — che il tempo libero dal lavoro sia importante tanto quanto il reddito, in teoria, è un concetto acquisito —, piuttosto di non saperlo risolvere. «Mettiamoci pure un po’ di sana competizione: così il lavoro diventa un’ossessione, io stesso ho difficoltà a darmi dei limiti — riprende Ferrera —. Ma potremmo avere più tempo libero se solo fossimo meno ambiziosi e imparassimo a lasciar correre». I numeri inchiodano: un europeo adulto in media dedica al lavoro retribuito e al lavoro di cura il doppio del tempo strettamente necessario e circa il 25% in più per la cura della propria persona. Il tempo dunque c’è — sembra esserci —, ma è speso male, le camicie si possono anche non stirare (i tessuti not iron li hanno inventati apposta), la doccia non è necessaria tutti i giorni, il metodo di Marie Kondo sul magico potere del riordino deve pure avere insegnato qualcosa e se la casa è meno zeppa di oggetti si fa prima a rassettarla.

L’organizzazione del lavoro retribuito è meno rigida rispetto al passato: la gabbia si è aperta, non esistono orari e calendari fissi, e la flessibilità porta maggiore discrezionalità nella scelta del come e soprattutto del quando fare le cose, negli spazi piccoli e in quelli grandi (con conseguenti ansie da prestazione, sbandamenti e sensi di colpa perché ogni lasciata è persa). Ma «la destrutturazione del tempo di lavoro può avere implicazione positive su tutti gli altri tempi della vita: il tempo delle necessità biologiche, quello per la cura di noi stessi e delle persone a cui vogliamo bene, il tempo dei sentimenti, perché le relazioni non sono acquisite una volta per tutte, vanno coltivate», riprende l’economista. Se ci si alza un’ora prima per andare a correre, si può farlo per portare avanti il lavoro e scappare dall’ufficio nel pomeriggio per esserci alla recita dell’asilo.

Vista così, la flessibilità lavorativa è una partita da giocare per riorganizzarsi meglio la vita — uomini e donne insieme, anche se le seconde partono sempre con l’handicap perché spendono il doppio delle ore rispetto agli uomini per attività domestiche non retribuite. Rivedere l’ordine delle priorità, non dire sempre no a chi ci sta a cuore e chiede attenzione adesso, non dopo le 18, né domani perché è sabato.

A essere diventato scarsissimo è il tempo discrezionale, cioè quello che resta dopo aver sottratto alle 24 ore tutti gli altri «tempi». A forza di fare per gli altri, non resta nulla per sé. Eppure questo quinto tempo — quello della curiosità e del piacere — «è importante per ricaricarsi, coltivare i propri interessi, stare in salute, immagazzinare energia per quando dobbiamo curare, curarci, amare, lavorare», e anche le aziende stanno imparando a riconoscerlo e valorizzarlo — quelle basate sulla conoscenza, i servizi avanzati, le posizioni più alte delle imprese —, insiste Ferrera, è il solo tempo capace di aprire spazi di cambiamento, innescare idee stravaganti che però portando più lontano del solito procedere step by step, da un problema all’altro, da un compromesso al successivo «altrimenti che senso avrebbe pagare ai dipendenti un team building a Palma di Maiorca? Perché oltre a stringere i rapporti fra colleghi si beve, si nuota, si visitano posti nuovi. Si pensa in modo diverso. Succede anche nell’accademia, spesso i convegni d’aggiornamento diventano anche occasioni di svago, io impiego parte di quel tempo per vedere mostre e approfondiscono interessi non legati necessariamente al lavoro, ma che in futuro potranno servirmi. Magari ci vado con mia moglie, così al tempo del lavoro e dello svago aggiungo il tempo per coltivare l’amore. Sono tempi sinergici». Il tempo liberato dagli schemi è la Grande Scommessa. Negoziare è la competenza chiave: pacchetti reddito/tempo che variano nelle diverse fasi della vita, fra i 20 e i 30 anni ci sta che il lavoro — se hai la fortuna di averlo e la fortuna al quadrato di avere quello giusto — si prenda il banco, ma già a 35 le priorità cambiano, c’è la famiglia e se non c’è bisogna investire tempo per provare a farsela. Chi non negozia, resta soffocato: ora è chiaro che dire sempre sì è rinunciare a se stessi.

«Mentre la povertà di reddito ha una possibile soluzione collettiva (facciamo crescere la torta, così ce n’è un po’ di più per tutti) con il tempo è più difficile, perché non si può far crescere il tempo, ma solo ridistribuirlo. In questo senso di può parlare di un’economia del tempo», chiude Ferrera. E racconta la sorpresa per una passeggiata serale ad Helsinki, con due colleghi, al termine di una sessione di studi. «E il bimbo dove lo avete lasciato?, ho chiesto. È al nido, hanno risposto. Perché il nido, lì, è sempre aperto. Ci sono tanti aspetti delle società che favoriscono o impediscono una riqualificazione virtuosa dell’utilizzo del tempo. In Italia abbiamo una lunga strada da fare».

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 14 maggio 2018

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Pensare il futuro (senza il peso delle ipoteche)

Nelle azioni dei governi e nei programmi dei partiti c’è sempre una dimensione nascosta, collegata al tempo. Ciò che sta a cuore ai politici è solo il presente, oppure c’è posto anche per il futuro?  La domanda non è né di destra né di sinistra.  Le possibili risposte hanno però enormi conseguenze sull’economia e sulla società, sull’eguaglianza e le opportunità dei cittadini.

In base al senso comune, è naturale  che la politica si occupi  del qui ed ora.  Nel lungo periodo, diceva Keynes, saremo tutti morti. Quanto alle generazioni future – ha poi aggiunto Woody Allen- che cosa mai hanno fatto loroper noi? Cogliamo l’attimo fuggente. In democrazia contano solo gli elettori di oggi. E in grande maggioranza questi si aspettano benefici immediati da chi vince: il governo  potrebbe non durare, chissà cosa può succedere.

In un paese come l’Italia (esecutivi instabili, parlamento caotico, burocrazia indolente), l’impazienza degli elettori è particolarmente elevata: non fidarsi è meglio. La strategia dei bonus, dei condoni, delle deroghe, dei micro-provvedimenti è stata una costante della Repubblica: il punto di equilibrio fra i tanti partiti in esasperata competizione fra loro, da un lato, e le tante categorie alla continua rincorsa di vantaggi corporativi, se possibile gratis, dall’altro lato.

Nel corso dell’ultima campagna elettorale si sono raggiunti record ineguagliati. I partiti hanno annunciato benefici immediati un po’ a tutti. Secondo l’Osservatorio sui conti statali della Università Cattolica, il Centro destra ha promesso misure per circa 135 miliardi, i Cinque Stelle per 105. Le coperture indicate sono poco credibili, ma soprattutto insufficienti.  In altre parole: la flat tax, l’abolizione della legge Fornero, il reddito di cittadinanza e così via verrebbero finanziati per gran parte in deficit: a contar male, almeno 60 miliardi di euro l’anno, scaricati sul debito.  Il fatto è che il controvalore in titoli di stato di questo mucchio di miliardi è di fatto una cambiale. Un “pagherò” che qualcuno dovrà prima o poi onorare. L’espressione è contro intuitiva: ma a pensarci bene si tratta di un gigantesco trasferimento dal futuro al presente. Non è che non ci occupiamo delle nuove generazioni. Stiamo lasciando loro un salatissimo conto per i nostri consumi di oggi, ipotecando le loro risorse di domani.

Una certa dose di “presentismo” da parte della politica  è ovviamente doveroso e inevitabile, in particolare nei momenti di crisi: primum vivere. Ma non si può esagerare. Una politica responsabile ha il dovere di guardare lontano, di creare (o salvaguardare) oggi le condizioni per la prosperità di domani. Dopo tutto, anche gli elettori presenti hanno interesse ad avere ospedali e  servizi sociali che tengano il passo coi tempi in termini di  qualità. Fra le nuove generazioni ci sono soprattutto figli e nipoti, non estranei. A loro servono asili, scuole, università, servizi per la formazione, politiche attive per l’impiego. In gergo, si chiamano infrastrutture sociali “capacitanti”, orientate alla valorizzazione di talenti, competenze, capitale umano, alla moltiplicazione delle opportunità, alla coltivazione di quel dinamismo economico e sociale che genera prosperità collettiva e la rende sostenibile.  Occuparsi del futuro significa investire in primo luogo  su questo tipo di infrastrutture.  Costano care, è vero. Richiedono un po’ di pazienza: gli effetti positivi emergono a poco a poco.  Ma già strada facendo si possono trarre alcuni benefici, ad esempio in termini di occupazione,  oppure – nel caso degli asili- in termini di conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa.   Già prima della crisi i livelli di spesa italiani erano inferiori a quelli dei principali paesi europei. Durante la crisi la situazione è peggiorata: è diminuita la spesa per istruzione e ricerca.  A dispetto di quanto si pensa e si dice, la spesa per la protezione sociale (ed in particolare per la protezione della vecchiaia) ha continuato invece ad aumentare.

Come è  emerso chiaro e forte durante la lunghissima campagna elettorale, i nostri politici non si distinguono solo per eccesso di “presentismo”, ma anche per dosi crescenti di euro-scetticismo.  I Cinque Stelle e la Lega si preparano ad uno scontro sulla UE proprio sul tema del deficit. Se non cambiano idea, andranno a Bruxelles a chiedere flessibilità per una massiccia operazione di redistribuzione inversa e perversa, dal futuro al presente.  E pensare che il negoziato sul  nuovo bilancio e, più in generale, la nuova e ambiziosa strategia UE per gli investimenti in infrastrutture economiche e sociali, costituirebbe  oggi per noi un’occasione unica per invertire la rotta dell’ultimo decennio. Mettendoci un po’ di impegno, potremmo ottenere  miliardi di risorse aggiuntive da destinare alle politiche per il lungo periodo, anche nel sociale.  Invece probabilmente ”alzeremo la voce in Europa”  per sforare il deficit e preservare i sussidi all’agricoltura.  Una strategia che ci penalizzerà tre volte:  resteremo isolati; non coglieremo l’opportunità di ottenere finanziamenti “virtuosi”; e rinunceremo a spingere la UE verso un impegno più deciso e consistente nei confronti di quel welfare di cui non sappiamo occuparci. Quello del futuro e per il futuro.

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 10 maggio 2018

 

 

 

 

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