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Il coraggio di superare il tabù di Berlino e i suoi rischi

Maurizio Ferrera

Al netto di qualche ingenuità ed eccesso di ambizione, il programma dei Verdi si candida ad essere la novità forse più significativa delle elezioni europee del prossimo maggio. Le proposte non sono solo volte a rilanciare l’Unione, ma anche a renderla più sociale, nel tentativo di ricollegarla ai problemi e alle aspettative dei cittadini. Colpisce in particolare la coraggiosa disponibilità a superare quel tabù tedesco che negli anni passati ha bloccato gli avanzamenti sul terreno della solidarietà: la cosiddetta Transfer Union, la trasformazione della Ue in un veicolo di redistribuzione permanente fra i paesi membri più ricchi e virtuosi e i paesi del Sud. Questo tabù — peraltro costruito dai politici e in particolare da Schäuble come una vera e propria caricatura moralizzante, imperniata sulla contrapposizione quasi religiosa fra santi e peccatori — è stato fatto proprio anche dalla Spd, che ha contribuito a rafforzarlo.

L’Unione economica e monetaria ha prodotto molti benefici. Ma ha generato anche nuovi rischi di natura sistemica (che dipendono, cioè, proprio dall’esistenza della Uem in quanto tale). Tali rischi penalizzano con particolare intensità i paesi più deboli, i quali non possono farvi fronte autonomamente se non peggiorando la propria situazione. Lo stesso colosso tedesco potrebbe scoprire un giorno di avere i piedi di argilla a fronte di dinamiche più grandi di lui e imprevedibili. Una ragionevole strategia di condivisione dei rischi è la chiave di volta per garantire la stabilità dell’Uem e più in generale della Ue. Nel nuovo Parlamento europeo il gruppo ecologista potrà giocare un ruolo importante, soprattutto se i Grünen porteranno a casa un nuovo successo elettorale.

Non è chiaro in che misura il loro programma possa essere condiviso da altre formazioni dello stesso gruppo. Uno degli Spitzenkandidaten di questo gruppo sarà naturalmente un tedesco, il secondo olandese. Verrà cioè dal più grande e importante paese di quella nuova Lega Anseatica che oggi si oppone fermamente alla flessibilità e alla solidarietà. C’è da sperare che l’onda verde riesca davvero a farsi largo anche nel mare del Nord.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 17 Dicembre 2018

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Il legame che ora va difeso

Maurizio Ferrera

Se davvero succederà (come sembra ormai difficile da evitare), la Brexit avrà serie conseguenze per tutte le economie europee. Per quella del Regno Unito gli effetti saranno però devastanti. Le imprese e le banche inglesi sono sgomente, i sindacati molto preoccupati. Il ministro degli Esteri non esclude che ci possano essere dei tumulti per le strade, quello della Sanità sta preparando un ponte aereo per garantire i medicinali agli ospedali, nel caso si bloccassero le frontiere. Come si è potuti arrivare a una situazione tanto assurda?

Le responsabilità sono molteplici. Tutto è nato con l’incauta promessa elettorale fatta da David Cameron nel 2015, quella di indire un referendum sulla Ue. Poi le intransigenti linee rosse che Bruxelles ha posto in tema di controllo dell’immigrazione verso il Regno Unito: una maggiore flessibilità avrebbe consentito a Cameron di evitare la consultazione popolare. La propaganda menzognera e manipolatoria dell’Ukip e di tanti conservatori anti-Ue ha fatto il resto. Una risicata maggioranza di elettori si è fatta convincere a votare leave.

Dopo il referendum, la sequenza di errori è continuata. L’establishment politico e burocratico inglese ha smarrito la sua proverbiale capacità di maneggiare i problemi complessi, di valutare nei dettagli i possibili scenari. La domanda posta agli elettori era chiara e semplice: restare oppure uscire. Ma l’élite politica non poteva non sapere che l’uscita sarebbe stata difficile. Che non si trattava di chiudere una porta e aprirne un’altra per fendere incontrastati le onde della globalizzazione. L’economia internazionale non è più una prateria da conquistare cantando l’inno Rule Britannia. È diventata un sistema complesso, pieno di regole che vanno rispettate o ri-negoziate. Un percorso a ostacoli molto rischioso senza lo scudo Ue.

Può darsi che durante il negoziato degli ultimi mesi le linee rosse di Bruxelles siano state, di nuovo, eccessive. In uno dei tanti vertici recenti sulla Brexit, una stizzita Theresa May ha chiesto «rispetto» per le sue richieste. Un’osservazione legittima. Ma a Bruxelles l’impressione è che Londra si aspettasse di abbandonare la Ue alle proprie condizioni: una sorprendente ingenuità. Soprattutto considerando che c’è una scadenza (il 29 marzo 2019) oltre la quale la posizione degli altri partner prevale automaticamente e che senza accordo Londra si troverà a saltare nel vuoto. Un’ipotesi che è diventata più probabile con l’indebolimento della premier, che ieri sera è stata confermata ma col voto contrario di un numero sorprendentemente elevato di parlamentari conservatori.

Col senno di poi, sono in molti a ritenere che la «clausola di secessione» introdotta nel Trattato di Lisbona sia stato un grave errore. Il famoso articolo 50 ha indebolito quel sentimento di «affezione» nei confronti dell’Unione che si sviluppa spontaneamente nelle collettività politiche nate per condividere un progetto comune senza limiti temporali. L’esplicita previsione di una opzione di uscita logora l’affectio societatis e tende a ridurre la cooperazione a una mera questione di costi e benefici. Nel dibattito che si svolse su questa clausola già all’inizio degli anni 2000, l’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer disse che la Ue non poteva trasformarsi nel salone di un grande albergo, nel quale si può entrare per poi uscire volteggiando. Dare questa impressione, metterla addirittura nero su bianco, sarebbe stato un invito a nozze per i partiti euroscettici. L’allora ministro degli esteri francese, Hubert Vedrine, rispose che la clausola non sarebbe stata usata con leggerezza: «Non dobbiamo sottovalutare la saggezza dei nostri popoli». La sua era una visione «greca» della democrazia. Come il coro delle tragedie, il popolo deve essere insieme spettatore e partecipante della rappresentazione democratica. All’epoca di questo dibattito non eravamo però ancora entrati nella politica della post-verità. Né sapevamo che la globalizzazione avrebbe potuto far scoppiare crisi improvvise e distruttive. E che anche i grandi Paesi europei sarebbero diventati troppo piccoli per farcela da soli. Soprattutto, ci eravamo dimenticati che l’eccesso di democrazia diretta gettò l’Atene classica nelle mani dei demagoghi e la condannò a diventare una provincia dell’impero macedone. Uniti nella diversità: questa è l’unica prospettiva che i popoli europei hanno oggi per salvaguardare la propria prosperità (e la pace) nel futuro. La diversità è e deve restare legittima perché si tratta di un valore e insieme di una risorsa, una garanzia di dinamismo. Ma a condizione che non venga meno l’impegno verso l’Unione, sennò la diversità si trasforma in isolamento auto-distruttivo. Questa è — per ora — la lezione della Brexit. La geografia assegna le isole britanniche al continente europeo. Prima del 29 marzo c’è ancora un po’ di tempo per evitare che la politica recida questo legame, con un atto di colpevole irresponsabilità.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 13 Dicembre 2018

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La sostenibilità di Bruxelles. Ecco il «Welfare capitalism»

Non soltanto regole e paletti, come vuole la retorica sovranista: l’Unione spinge sull’integrazione di mercati e banche con obiettivi sociali. Il maxifondo InvestEU per l’occupazione e la discussione sui piani a sostegno delle infrastrutture.

Maurizio Ferrera

Nel dibattito pubblico di molti paesi, la coppia «Unione euro­pea» e «mercati finanziari» è spesso usata come spauracchio per alimentare l’euroscetticismo. Chi guarda con favore o almeno realismo all’integrazione europea, intuisce che l’unione dei mercati dei capitali e l’unione bancaria sono due processi necessari e positivi, ma tende a coglie­re principalmente la loro dimensione regolativa e magari a percepirla come un nuovo regime vincolatorio, magari un po’ troppo rigido e germano-cen­trico (una percezione che contiene pe­raltro più di un grano di verità).

L’integrazione finanziaria non è però fatta solo di supervisione e disciplina. La strategia generale che ispira la Ue su questo fronte è infatti ispirata al pa­radigma della sostenibilità elaborato dall’Onu, in base al quale tutte le poli­tiche pubbliche devono incentrarsi sulla preservazione e il rafforzamento delle condizioni di base che rendono possibile lo sviluppo umano e la sua prosecuzione nel futuro.

Gli sviluppi

Non c’è bisogno di scomodare Max Weber per ricordare che le banche hanno giocato un ruolo cruciale nel promuovere il capitalismo europeo: è stata la crescente disponibilità di cre­dito a incentivare lo spirito di iniziati­va, l’espansione dei commerci e delle innovazioni tecnologiche. Sin dalle proprie origini tardo medievali, i flus­si di credito-debito hanno svolto an­che altre funzioni, operando come un fiume carsico di irrigazione sociale. Pensiamo ai Monti di pietà— di origi­ne francescana— e alle loro attività di assistenza ai bisognosi; alla filantro­pia delle grandi società di prestito co­me quella dei Fugger e dei Welser, banchieri di Papi e imperatori. E, nel­l’Ottocento, alla nascita di istituzioni di credito rivolte ai piccoli risparmia­tori, imprenditori e commercianti, al­le comunità locali (mutual savings banks, Volksbanken, casse rurali e così via).

Il paradigma della «finanza sosteni­bile» — soprattutto nella declinazio­ne che adesso sta dando l’Ue — si can­dida oggi a intrecciare di nuovo la di­mensione commerciale e quella so­ciale connaturate alla tradizione bancaria europea, mobilitando en­trambe verso la costruzione di un wel­fare capitalism — un modello di capi­talismo democratico e sociale — su scala paneuropea, capace di affronta­re la globalizzazione senza rinunciare a quegli obiettivi di «piena occupazio­ne, progresso sociale, tutela e qualità dell’ambiente» che figurano nel pre­ambolo del Trattato di Lisbona.

Paradigma

Fra i tanti pilastri del paradigma «fi­nanza sostenibile» due sono particolarmente importanti. Il primo concerne direttamente il mondo bancario dei Paesi membri e mira a promuovere (con incentivi, re­golazione, benchmark, monitoraggio, valutazione) la crescita di investimenti «sostenibili e responsabili», ossia strategie di impiego dei capitali in un ottica di lungo periodo. Negli ultimi anni la maggioranza delle banche eu­ropee ha già imboccato questa strada, tramite il lancio di nuovi prodotti (co­me i green bonds o i social impact bon­ds) e di investimenti sociali diretti sia per i propri dipendenti sia e soprattut­to per gli stakeholder esterni. I fronti d’azione sono molteplici: educazione finanziaria, istruzione e formazione dei giovani, conciliazione, diversità e pari opportunità, sviluppo locale e più in generale iniziative di «secondo wel­fare». Le ricerche disponibili indicano che la quantità e la qualità di queste iniziative dipendono anche dal dialo­go e la collaborazione fra le parti socia­li all’interno del mondo bancario e fra queste e la società civile.

Il secondo pilastro concerne il livello Ue e, sulla scia del piano Juncker, pre­vede l’istituzione di uno o più stru­menti organizzativi e finanziari pan­europei volti a catalizzare gli investi­menti verso settori cruciali per la so­stenibilità in tutte le sue dimensioni. Dal 2020 diventerà operativo un nuovo maxi fondo denominato InvestEU, che riunirà tutti gli strumenti esistenti per rilanciare l’occupazione e rinnovazio­ne in uriottica di sostenibilità. È poi in discussione l’idea di istituire un mec­canismo denominato «Sustainable Infrastructure Europe», esteso alle infrastrutture sociali. La Ue registra oggi condizioni di cronico sotto-finanzia­mento delle infrastrutture fisiche e soprattutto di quelle sociali (scuole, ospedali, centri di formazione e assi­stenza sociosanitaria).

Non è solo colpa della crisi, ma anche di impedimenti normativi e organiz­zativi. La piena realizzazione del­l’unione dei mercati dei capitali e del­l’unione bancaria dovrebbe spianare la strada, ma solo un ambizioso e mi­rato coordinamento su scala transnazionale sarà in grado di moltiplicare le risorse finanziarie e canalizzarle verso obiettivi di sviluppo sostenibile e in­clusivo. Non si tratta, si badi bene, di sostituire il finanziamento e il welfare pubblico, ma solo di contribuire alla sua resilienza e sostenibilità nel tem­po.

Sarebbe bene che il dibattito pubbli­co prestasse maggiore attenzione a queste dinamiche. Anche prima dell’onda sovranista, i politici nazionali sono stati sempre molto avari nel riconoscere credito politico alla Ue, usandola piuttosto co­me capro espiatorio.

Ma senza legittimazione e consenso elettorale, l’Unione europea non può progredire e forse neppure sopravvi­vere. E senza l’azione della Ue non po­trà prendere forma quel nuovo model­lo di welfare capitalism paneuropeo dal quale dipende la prosperità delle future generazioni.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera Economia del 3 Dicembre 2018

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Che sbaglio essere solo attori non protagonisti

Maurizio Ferrera

È la prima volta, in più di sessant’anni di storia dell’integrazione, che si sta preparando un’ambiziosa riforma Ue senza la partecipazione attiva dell’Italia. Con la Brexit, siamo diventati il «terzo grande», potremmo e dovremmo svolgere un ruolo cruciale nella definizione dell’agenda europea. L’auto-esclusione di Roma dalla partita che si è aperta a Bruxelles sul bilancio dell’eurozona (un primo tassello della vasta e articolata strategia concordata a Meseberg tra Berlino e Parigi) è destinata a provocare gravi danni.

L’Italia non ha mai fatto parte del «motore franco-tedesco», ma dietro le quinte — e in alcuni casi in maniera esplicita — i nostri governi hanno operato come mediatori e facilitatori dei vari accordi, contribuendo con idee e iniziative politiche a superare i blocchi e a orchestrare il consenso. Agendo come mediatrice — a volte addirittura come ago della bilancia — degli equilibri europei, l’Italia è anche riuscita nel tempo a modellare le decisioni Ue in modo da non essere penalizzata.

Questa strategia raggiunse il culmine durante i negoziati del Trattato di Maastricht. Andreotti, De Michelis e Carli fecero un ingegnoso gioco di squadra per favorire l’intesa franco-tedesca e al tempo stesso neutralizzare alcune richieste del Regno Unito (che non voleva l’euro) e dell’Olanda (che lo voleva, ma senza di noi). Anche i governi della cosiddetta Seconda Repubblica hanno seguito questa strategia. Pur con alti e bassi, negli snodi cruciali del processo d’integrazione la nostra politica europea è sempre riuscita a prendere due piccioni con una fava: favorire l’integrazione e al tempo stesso modellarne il profilo.

Quello che chiamiamo il «vincolo esterno» è stato in realtà pazientemente costruito nel tempo con il nostro fattivo contributo.

Tria, Savona e Moavero sono certamente consapevoli dei rischi che l’Italia corre rompendo oggi questa lunga tradizione. Forse dietro le quinte stanno cercando di tenere aperto qualche spiraglio di dialogo. Salvini e Di Maio stanno invece facendo di tutto e di più per isolarci da Bruxelles, mettendo in serio pericolo il principale contrafforte della stabilità politica ed economica italiana dal dopoguerra ad oggi.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 26 Novembre 2018

 

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Due pericolose mezze verità sui nostri conti pubblici

Maurizio Ferrera

Perché, esattamente, stiamo litigando con la Ue? Secondo il governo la colpa è tutta di Bruxelles, che si sta impuntando sui «numerini» e vorrebbe impedirci di spendere quanto necessario per le riforme. Ma se è così, perché il governo vuole fare proprio quelle riforme, con quei costi? Qui entra in gioco una seconda argomentazione: «Lo abbiamo promesso agli italiani». Cedere anche solo di un millimetro — l’unità di misura preferita da Salvini — significherebbe tradire gli impegni elettorali, sacrificare la democrazia in ossequio alla tecnocrazia e ai mercati.

Queste giustificazioni sono due mezze verità, ma la loro somma non produce una verità intera, bensì un inganno. Prendiamo la questione delle promesse. Nei programmi elettorali di Lega e Cinque Stelle figuravano, sì, la revisione della riforma Fornero, la flat tax e il reddito di cittadinanza. Ma come obiettivi generali, non specificati. Tanto è vero che, a un mese dall’approvazione della legge di Bilancio, non abbiamo ancora informazioni sui contenuti di questi provvedimenti, sulle loro modalità operative, sui loro effettivi oneri finanziari. In campagna elettorale, nessuno dei due partiti aveva poi chiarito che le famose riforme sarebbero state fatte in deficit, creando nuovo debito. Anzi, sul reddito di cittadinanza Di Maio e Di Battista ci avevano assicurato che le coperture erano già state individuate, addirittura «bollinate».

Per non parlare del fatto che gli elettori della Lega non sapevano che in realtà stavano indirettamente votando anche le proposte dei Cinque Stelle, e viceversa: l’alleanza post-elettorale è stata una grande sorpresa. Su questo sfondo, il contratto di coalizione e le misure della legge di bilancio hanno un legame davvero molto tenue con le promesse elettorali. Che non possono dunque essere invocate per giustificare i contenuti specifici della manovra e soprattutto quei «numerini» su deficit e debito che ci stanno isolando dall’Europa.

Ancora a luglio, il governo Conte aveva confermato alla Ue l’impegno a rispettare le regole fiscali dell’eurozona. Alla luce degli avvenimenti successivi, quella sì che è stata una promessa non mantenuta (perché farla, allora?). Dopo un interminabile balletto di cifre, a settembre sono arrivati i conti della spesa (quasi 25 miliardi di deficit in più rispetto all’impegno di luglio) e i due vicepremier hanno aperto le ostilità contro Bruxelles, in nome del popolo sovrano. Chi si sta impuntando sui «numerini» che violano gli impegni: tutti gli altri governi europei oppure Salvini e Di Maio?

La seconda e più generale mezza verità riguarda l’idea di democrazia. Si dice: chi governa deve tenere in conto le preferenze dei cittadini, espresse attraverso il voto. Su questo non ci piove, per carità. Il rispetto del mandato elettorale non è però l’unico dovere di un governo democratico. Occorre anche rispettare la Costituzione (che prescrive il pareggio di bilancio e l’osservanza dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario) e tutelare quello che Giovanni Sartori chiamava «l’interesse dell’intero»: cioè salvaguardare le condizioni base per il funzionamento dell’economia, delle istituzioni, della sicurezza collettiva, delle relazioni internazionali e così via. Fra una elezione e l’altra possono sorgere sfide nuove, che esulano da quanto previsto nei programmi elettorali o nei contratti di coalizione. In questi casi, chi governa deve prendere decisioni responsabili, considerare la comunità politica nel suo complesso, pensando al lungo periodo e non alle prossime elezioni.

L’attuale legge di bilancio e il conflitto con Bruxelles rischiano di provocare una seria crisi finanziaria e di compromettere i rapporti con i nostri partner, forse la nostra stessa appartenenza alla Ue. Ad essere allarmati non sono solo le istituzioni internazionali e tutti gli altri governi europei, ma anche l’Italia che produce e risparmia. Insistere con la prova di forza, rifiutarsi di cercare un ragionevole compromesso non ha nulla a che vedere con la presunta lotta fra democrazia e mercati, fra popolo e burocrati non eletti. E’ semplicemente una scelta irresponsabile. E, più che un inganno, un (madornale) errore.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 23 Novembre 2018

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L’Europa non è solo burocrazia

Maurizio Ferrera

Le elezioni europee del prossimo maggio avranno luogo alla fine di un vero e proprio «decennio orribile» per la Ue. Prima il terremoto finanziario importato dagli Usa, poi quello del debito sovrano. La Grande Recessione, con i suoi costi sociali. E, ancora, gli attentati terroristici, la crisi dei rifugiati, lo tsunami dell’immigrazione, la Brexit. Un’inedita sequenza di choc, che hanno fatto vacillare le fondamenta dell’Unione.

Eppure l’edificio non è crollato. Al contrario, sono stati intrapresi alcuni passi verso una maggiore integrazione economica, avviando un delicato percorso di condivisione dei rischi. Non si è fatto abbastanza, certo, e su alcuni fronti (ad esempio la dimensione sociale) si è persino tornati un po’ indietro. Ma nel suo complesso l’Unione ha saputo resistere alle enormi tensioni. Anche se insicurezza e paure non sono scomparse, la stragrande maggioranza dei cittadini europei (Regno Unito escluso) ha recuperato oggi fiducia nella Ue.

A dispetto delle varie tempeste, quella che potremmo chiamare l’«Europa di tutti i giorni» ha continuato imperterrita a funzionare. Un fenomeno contro corrente del tutto trascurato. Fra il 2010 e il 2017 il volume di merci scambiate nel mercato unico è aumentato del 7 per cento. Sono cresciuti i flussi di mobilità per ragioni di lavoro così come la quota di lavoratori transfrontalieri.

I trenta milioni e passa di europei che risiedono in un Paese diverso dal proprio non hanno smesso di pagare tasse e contributi e di usare il welfare del luogo in cui vivono, alle stesse condizioni dei nativi. La piattaforma online Eures — che elenca i posti di lavoro disponibili nei vari Paesi — ha assistito milioni di persone, soprattutto giovani, nel trovare impiego nel proprio o in altri Paesi. Milioni di europei hanno beneficiato dei fondi strutturali messi a disposizione da Bruxelles. Gli Stati Uniti d’Europa non esistono (ancora?), ma chi si è spostato nell’area Schengen ha continuato a non accorgersi delle frontiere, mentre chi è atterrato al di fuori dell’area si è messo in coda seguendo i cartelli «Eu citizens» e ha tirato fuori il passaporto color porpora. Ci sono aspetti dell’Europa di tutti i giorni che sono più integrati rispetto agli stessi Stati Uniti d’America. Per tutti i minorenni Ue, i musei europei sono gratuiti, negli Usa chi è «out of State» (ad esempio, un residente della California che si trova in Oregon) deve pagare il biglietto. Lo stesso dicasi per le tasse universitarie: nessuna discriminazione sulla base della nazionalità nella Ue, mentre in America gli studenti che provengono da altri Stati (americani) pagano tasse molto più alte nelle università pubbliche. E che dire di Erasmus? Nell’ultimo trentennio, il programma ha interessato circa 4 milioni di studenti, quasi un milione di insegnanti e altrettanti apprendisti, mezzo milione di giovani nel volontariato. Forse ancora pochi sul totale della popolazione Ue. Ma uno scambio Erasmus segna per la vita, così come un soggiorno di lavoro. A contar male, più di un terzo degli europei di oggi sono stati coinvolti direttamente o indirettamente (tramite i figli, ad esempio) in periodi di studio o lavoro al di fuori del proprio Paese nativo. La popolazione del nostro continente è sempre più europeizzata e il fenomeno è destinato a crescere con il ricambio generazionale.

Nel grande dibattito sulla Ue, nessuno considera questa Europa di tutti i giorni. La ragione è semplice: fa così parte del nostro mondo che abbiamo smesso di percepirla. Siamo diventati come i «bambini viziati» di cui parlava il filosofo spagnolo Ortega y Gasset negli anni Trenta del secolo scorso. Così come la democrazia liberale, diamo ormai per scontata anche l’Europa integrata: i suoi benefici, le sue opportunità quotidiane. Della Ue i media e i politici parlano in genere come un’entità astratta e lontana, tendono a vederne gli aspetti che non funzionano. Per sentire parole di apprezzamento e ammirazione dobbiamo attraversare i confini esterni, entrare in contatto con chi vive sotto un regime oppressivo. Pochi mesi dopo l’invasione russa della Crimea, nel 2014, al mercato di Odessa due musicisti di strada intonarono l’Inno alla Gioia di Beethoven, simbolo della Ue. A poco a poco si formò una folla che con il canto esprimeva il proprio desiderio di Europa, cioè di libertà e benessere, e al tempo stesso la condanna dell’autoritarismo di Putin. Nacque un movimento e nei giorni successivi l’inno Ue fu intonato contemporaneamente a una certa ora in tutti gli aeroporti della Crimea. In una recente visita a Mosca, Matteo Salvini ha detto che lì si sente a casa sua, cosa che non gli succede quando viaggia nella Ue. È sinceramente difficile immaginare cosa abbia spinto il nostro vicepresidente del Consiglio a fare una simile dichiarazione.

Sottolineare la vitalità e i pregi dell’Europa di tutti i giorni non significa disconoscerne i difetti come sistema istituzionale. Al contrario, è una ragione in più per dispiacersene e per spronare chi ci governa a correggerli. Ortega y Gasset diceva che sono proprio le élite a dover difendere tutto ciò che i «bambini viziati» danno per scontato. I sondaggi rivelano che esiste ancora un vasto potenziale elettorale per un rilancio del progetto d’integrazione. Le indagini sugli orientamenti delle classi politiche nazionali sono meno confortanti. A questo livello prevale una percezione «strumentale»: la Ue è un bene solo se è vantaggiosa per il proprio Paese, è un sistema di regole da usare finché conviene. Non lo dicono solo i leader sovranisti (che giocano a fare i «bambini arrabbiati») ma anche segmenti importanti dei popolari e, seppur in misura inferiore, di socialisti e democratici. Le prime comunità europee furono create da Padri Fondatori responsabili e lungimiranti. La Ue di oggi sembra invece un’orfana lasciata a se stessa.

L’infrastruttura dell’Europa di tutti i giorni ha dato prova di robustezza e può procedere col pilota automatico. Ma non a lungo. In vista delle elezioni di maggio, abbiamo un disperato bisogno di élite capaci di far leva sul tessuto «banale» di connessioni a livello economico e sociale per smorzare i conflitti politici. Servono nuovi leader che emergano dal basso, espressione di quelle maggioranze silenziose che si trovano a proprio agio in una Unione sempre più stretta. E che proprio per questo vorrebbero che la Casa Europa diventasse meno litigiosa, più solida e resistente alle inevitabili intemperie della globalizzazione.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 7 Novembre 2018

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La democrazia non va al mercato

Al via a Milano gli incontri promossi da “Reset” L’analisi del politologo Maurizio Ferrera: «Le istituzioni sono fragili, difendiamole dal rischio dell’illusione populista»

Chiara Galbersanini

Le generazioni del dopoguerra danno per scontati i benefici in termini di pace, sicurezza personale e prosperità materiale acquisiti dal processo di costruzione dell’Unione Europea. Allo stesso tempo c’è un vizio nella loro percezione del nostro tempo: hanno pensato che le complesse precondizioni necessarie allo sviluppo della democrazia fossero un dato permanente. La fine di un ciclo economico positivo ha scatenato contrasti di interesse tra i paesi europei e alimentato il risentimento verso le classi dirigenti. Per Maurizio Ferrera, studioso di welfare, istituzioni ed economia europee, sono questi i fattori che hanno innescato una crisi della solidarietà e della coesione in Europa e provocato tendenze illiberali.

Stiamo vivendo in una fase piuttosto lunga, che registra una progressiva disaffezione dalla democrazia. Come si spiega?
«L’unicità del successo e dello sviluppo delle istituzioni liberal-democratiche ha anche rappresentato la loro più grande fragilità. Coloro che sono nati dagli anni Cinquanta in poi, sono la prima generazione della storia, in Europa e negli Stati Uniti, che non ha mai avuto l’esperienza di scarsità materiale e insicurezza personale. Questa condizione ha facilitato il rafforzamento delle istituzioni liberal-democratiche, ma anche portato a pensare che queste istituzioni potessero svilupparsi senza il bisogno di alcun sostegno politico o sociale. Quando la crisi economica ha cominciato a erodere le condizioni per lo sviluppo della sicurezza economica, i cittadini hanno iniziato a criticare pesantemente i propri governi, ritenuti incapaci di assicurare quella traiettoria di benessere che prima si dava per scontata. Negli ultimi dieci anni, c’è poi stata la crescente sensazione di una minor sicurezza personale, pervia degli attentati terroristici, ma anche dell’immigrazione. Per quanto quest’ultima non si accompagni sempre ad una maggiore criminalità, può creare insicurezza psicologica e culturale, visto che arrivano persone con usi, costumi e abitudini completamente diverse. Chi non ha mai vissuto in contesti autoritari, non si rende conto che le istituzioni liberal-democratiche devono essere considerate un bene politico da sostenere perché assicurano lo stato di diritto, la libertà di pensiero e di voto. Nelle priorità dei cittadini questi beni sono scesi sempre più in basso: non solo non scaldano più i cuori, ma si è diffusa l’idea che se ne possa anche fare a meno».

È il fenomeno che Ortega y Gasset chiamava il «bambino viziato». Il bambino che si ritrova dei benefici di cui non ha percepito la difficoltà e le fatiche della realizzazione. La crescita economica ha fino ad un certo punto compensato questo vizio, promettendo sempre nuovi benefici, ma la tendenza benigna si è poi interrotta.
«In realtà si è interrotta fino a un certo punto. La crisi economica ha generato nelle persone massicce ondate di privazioni relative intertemporali: non solo le persone sono convinte, e in parte hanno anche ragione, di essere arretrate rispetto allo status quo ante-crisi, ma credono di essere arretrate più degli altri, anche se non è vero. I sondaggi indicano che la sensazione di privazione relativa è diffusa fra tutti, proprio tutti, i ceti sociali. Si tratta di un meccanismo psicosociale ampiamente conosciuto, che fa scattare frustrazione e aggressività sia verticale nei confronti di chi si ritiene abbia la responsabilità di reggere l’economia e la politica, sia orizzontale nei confronti di chi si pensa, a torto o ragione, sia arretrato meno di noi. Questo potenziale di risentimento è stato nel tempo sfruttato dai partiti populisti o antisistema, che non si sono infatti sviluppati al culmine della crisi economica o migratoria, ma subito dopo». […]

La lista dei dati di fatto obiettivi che hanno provocato la tendenza illiberale è lunga: il rallentamento dell’economia, le migrazioni, la rivoluzione tecnologica, i trasporti a basso costo; gli squilibri demografici, l’invecchiamento europeo…
«Aggiungerei però altri fattori, che hanno alterato la scena politica e quella sociale, come la mediatizzazione della politica e la possibilità di contatti diretti, non mediati, tra leader e corpo elettorale. La società della seconda metà del Novecento era, avrebbe detto Giovanni Sartori, “vertebrata”, cioè tra i cittadini/elettori e le élite di governo c’erano tantissime forme e attori di intermediazione, a livello locale e a livello nazionale. I primi a sgretolarsi sono stati i partiti, soppiantati da movimenti che non hanno una vera organizzazione e non garantiscono alcuna forma di socializzazione. Pensiamo al Movimento 5 Stelle e alla loro piattaforma Rousseau, grazie alla quale dicono di aver costruito dal basso il proprio programma; in realtà è stato sviluppato sulla base di questionari a risposta multipla. Attraverso questi mezzi è chiaro che non è possibile alcun tipo di socializzazione politico-culturale e di canalizzazione responsabile di interessi. Alla crisi dei partiti aggiungiamo il declino dei sindacati e più in generale dei corpi intermedi. La “disintermediazione” è stata addirittura considerata come desiderabile e perseguita esplicitamente da parte di molti leader e di segmenti importanti della classe dirigente. Se è vero che le vertebre politiche della società civile possono anche creare fratture particolaristiche, è però anche vero che questo tipo di fenomeni tiene insieme una comunità politica. Quando le persone non condividono più valori e interessi larghi, allora si scompongono in un’associazione di “cittadini-consumatori”. Questa visione della società e della democrazia è stata esplicitamente teorizzata dal neoliberismo e dall’ordoliberalismo, per cui la democrazia e il pluralismo sono elementi che provocano danni e devono essere addomesticati in modo da mantenere la competizione e la concorrenza. Quello che queste teorie non capiscono è che la politica, in particolare la politica democratica, non è soltanto soluzione di problemi, e quindi ricerca di disegni istituzionali che promuovano sempre e comunque l’efficienza, ma è anche organizzazione del consenso. Questo può anche necessitare di scambi politici che non sono economicamente efficienti. Non importa, a volte è il prezzo che bisogna pagare per preservare nel tempo la comunità politica. La politica, e non il mercato, è il primum movens, perché nessuno scambio di mercato può avvenire se non c’è la pace sociale e una minima condivisione di valori. Diceva Dahrendorf che alla loro nascita nelle città medievali, i mercati si tenevano nella piazza: da una parte c’era la chiesa e dall’altra c’era il palazzo del principe, o del Comune; cioè, era un luogo di scambio che avveniva all’ombra di un potere normativo e simbolico come quello della Chiesa, e di un potere politico e coercitivo come quello dello Stato, del Comune, della Signoria. Il mercato non può funzionare senza che ci siano valori che tengano assieme le comunità politiche, e senza un potere politico che crei le condizioni per il loro pieno sviluppo»

Questo articolo è comparso anche su Avvenire del 6 Novembre 2011

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Un prezzo da pagare (che abbiamo accettato)

Maurizio Ferrera

La procedu­ra di disa­vanzo eccessi­vo è un mecca­nismo complesso, disciplinato da una gerarchia di norme che di­scendono dal Trattato sul funzio­namento dell’Unione europea si­glato a Lisbona nel 2009, dal Patto di Stabilità e di Crescita (1997), da numerose direttive e regolamenti approvati durante gli anni di crisi. Il governo e il Parlamento italiano hanno sempre partecipato alle de­cisioni. Nulla è stato mai stato uni­lateralmente deciso dall’Europa, o da «Bruxelles» o da «burocrati non eletti», senza il voto italiano. Se questa è la critica di Di Maio e Salvini, essa è semplicemente fal­sa: non dice le cose come stanno. Se si aprisse, come molto probabile, una procedura di disavanzo ec­cessivo nei confronti del nostro paese, la Commissione giochereb­be un ruolo importante, ma non esclusivo. Formulerebbe pareri, proposte e raccomandazioni, ma sempre rivolte al Consiglio dei mi­nistri. Sarebbe quest’ultimo orga­no a dare efficacia autoritativa agli atti della Commissione. Senza il placet del Consiglio, nulla divente­rebbe vincolante, a partire natural­mente dalle penalità finanziarie, sotto forma di multe o sospensio­ne dei fondi strutturali.

Se la Legge di Bilancio sarà boc­ciata in quanto causa di disavanzo eccessivo, ad imporci la procedura di infrazione saranno i governi, re­golarmente eletti, dei nostri part­ner. L’Italia stessa, in passato, ha votato a favore di procedure di infrazione nei confronti di altri Pae­si. Così stanno le cose. Teniamo anche presente che la ridondanza dei vari passaggi indicati nella ta­bella è stata anche pensata per dare spazio al dialogo, al negoziato, insomma alla politica. In alcuni dei passaggi è anche previsto il coinvolgimento del Parlamento europeo e dei parlamenti italiani.

Qualcuno potrebbe ancora chie­dersi: ma perché abbiamo accetta­to questo sistema, che lega le mani alla nostra politica di bilancio? La risposta è: perché abbiamo scelto di aderire all’Unione economica e monetaria. Ciò che decidono gli al­tri paesi può danneggiarci, così co­me noi possiamo danneggiare loro. Tutti si sono legati le mani nella consapevolezza che stare insieme nella barca dell’euro è un vantag­gio in un mondo sempre più glo­balizzato e instabile. Naturalmen­te tutte le regole hanno dei difetti e possono essere messe in discus­sione. Purché lo si faccia in modo serio e trasparente, guardando in faccia la realtà e non travisandola o nascondendola.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 5 Novembre 2018

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L’europeismo si tinge di verde. Il Gel contro i sovranisti

Maurizio Ferrera

Le elezioni bavaresi dello scorso 19 ottobre hanno provocato un terremoto politico. La Csu (Unione cristiano-sociale), sorella e alleata della Cdu (Unione cristiano-democratica), ha perso la sua storica egemonia sul più vasto Land tedesco. I voti persi non sono andati alla Spd, ma alla nuova formazione AfD (Alternativa per la Germania), di stampo sovranista, e ai Verdi. A Monaco sono in corso difficili negoziati. Ma anche Berlino è preoccupata. Se i risultati bavaresi segnano l’inizio di una tendenza, le scosse possono propagarsi in altri Länder (oggi, domenica 28, si vota in Assia) e poi colpire il governo federale e persino oltrepassare i confini tedeschi.

I partiti tradizionali di centrosinistra e di centrodestra stanno perdendo colpi pressoché ovunque, sotto l’attacco di destre neonazionaliste e xenofobe simili alla AfD. In qualche Paese hanno fatto la loro comparsa formazioni di «nuova sinistra» più o meno radicale, come Podemos in Spagna e Syriza in Grecia o forze ibride, come i Cinque Stelle in Italia. Con l’exploit dei Grünen (Verdi) in Baviera è accaduto però qualcosa di nuovo. Il partito ha una lunga storia, iniziata negli anni Settanta del secolo scorso. Dopo l’ascesa al governo con i socialdemocratici di Gerhard Schröder (i Grünen erano guidati dal carismatico Joschka Fischer), i Verdi sembravano destinati a una presenza quasi di nicchia. Ora sono il secondo partito della Baviera e si candidano a giocare un ruolo di primo piano sulla scena nazionale. Nell’Europa di oggi i cambiamenti locali hanno forti probabilità di generare effetti domino: di provocare o ispirare emulazioni in altri contesti. È possibile che l’Unione venga investita (in parte già dalle prossime elezioni europee) da una nuova onda verde?

Sappiamo che i mercati tendono a produrre equilibrio fra domanda e offerta e questo vale in genere anche per i mercati elettorali. L’emergenza del populismo euroscettico sta alterando in maniera sempre più significativa la bilancia delle forze che competono per il voto dei cittadini. I populisti non hanno un dirimpettaio diretto: il loro avversario è l’«establishment», identificato con i partiti di governo tradizionali. Anche quando governano in grande coalizione, questi ultimi si presentano divisi al momento del voto. Si originano perciò dinamiche di competizione multipolari, che provocano frammentazione e ingovernabilità. Il caso bavarese è il primo esempio europeo di riequilibrio: AfD si è trovata di fronte a un agguerrito dirimpettaio, che ha saputo attrarre il voto europeista e contrario alle politiche di chiusura. L’ascesa dei Verdi in Belgio e Lussemburgo segnala che il controbilanciamento alla bavarese può effettivamente preludere a una svolta di livello europeo.

Il disequilibrio «meccanico» (il termine che avrebbe usato in questo caso Giovanni Sartori) del mercato elettorale non spiega ovviamente da solo il successo dei Grünen. Questo partito ha saputo cogliere un «potenziale», proponendo agli elettori un programma molto diverso da quella matrice di ecologismo radicale che aveva ispirato i movimenti verdi degli anni Settanta in giro per l’Europa. Annalena Baerbock e Robert Habeck, i due leader nazionali, e Katharina Schulze, la giovane e intraprendente segretaria bavarese, hanno infatti impresso al partito un profilo nuovo, basato su un mix di impegno etico e pragmatismo riformista.

La tutela e la sostenibilità ambientale sono ancora la priorità numero uno, ma senza nessuna indulgenza verso ideologismi no-global, pacifismo senza se e senza ma, scenari di decrescita felice. La sostenibilità è vista come una componente di un nuovo modello di sviluppo inclusivo. Schulze ha puntato il dito contro i neo-nazisti e la xenofobia che alligna all’interno di AfD. Ma ha anche proposto maggiori spese per la sicurezza e citato moltissime volte la parola Heimat, patria (riferita alla Baviera). Ha insomma lanciato un messaggio a tutti gli elettori impauriti, che chiedono ordine e stabilità. Alcuni candidati verdi hanno dichiarato che sono credenti e impegnati nel volontariato: assomigliano perciò a molti elettori che tradizionalmente votavano Csu, ma che non condividono la svolta anti-immigrazione e un po’ euroscettica del leader di quel partito, l’attuale ministro degli Interni Horst Seehofer. Sul terreno del welfare, il programma dei Verdi è «progressista», ma in senso diverso dalla Spd: più orientato a favore di donne e giovani e verso gli investimenti sociali. Contrariamente a tutti gli altri partiti, i Grünen si sono schierati con decisione a favore della Ue, della società aperta. Oltre allo zoccolo duro tradizionale (l’elettorato sensibile ai temi ambientali) il partito è insomma riuscito a catturare una larga parte di quella maggioranza silenziosa che non condivide il radicalismo populista, è delusa e stanca dei partiti tradizionali e desiderosa di un cambiamento senza avventure, ispirato da idee e valori innovativi.

Agli inizi degli anni Duemila, molti scienziati politici avevano previsto che la vecchia dimensione destra-sinistra non sarebbe stata più in grado d’assorbire le nuove tensioni connesse all’integrazione europea e alla globalizzazione. L’aspettativa — suffragata dai primi segnali di turbolenza elettorale — era che sarebbe comparsa una nuova dimensione di competizione basata sulla coppia chiusura-apertura. Alcuni avevano suggerito un suggestivo acronimo: Gal-Tan. Da una parte il polo ecologista (Green), alternativo (Alternative), libertario/cosmopolita (Libertarian); dall’altra, il polo tradizionalista (Traditionalist), autoritario (Authoritarian), nazionalista (Nationalist).

Questa seconda dimensione di conflitto è ormai ben visibile nell’Europa di oggi per quanto riguarda il polo Tan, il populismo sovranista. L’elezione bavarese è però la prima in cui è comparso chiaro e forte anche il polo Gal. Se osserviamo bene il profilo ideologico-programmatico e la base sociale dei Grünen, l’acronimo non pare più così appropriato. C’è ormai poco di «alternativo» e «libertario» nel programma dei Verdi. Si dovrebbe usare piuttosto Gel: Green (ecologismo), Europeanism (europeismo), Liberal cosmopolitanism (cosmopolitismo liberale). L’arrivo di un’onda verde trasnazionale con questi ingredienti sarebbe un’ottmia notizia per l’Unione Europea e per il futuro del progetto di integrazione.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del 28 Ottobre 2018

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Se i poveri sono i grandi assenti

Maurizio Ferrera

La qualità di una democrazia si mi­sura innanzitutto dal legame che connette società e politica. Per quanto importantissime, le libere elezioni so­no solo un filo di questo legame. Gli al­tri fili coinvolgono i gruppi sociali or­ganizzati da un lato (sindacati, asso­ciazioni di rappresentanza degli inte­ressi, organizzazioni di varia natura espresse dalla società civile e così via), e i vari segmenti delle istituzioni di go­verno (parlamento e governo). Secon­do la nota formula di Abraham Lin­coln, la democrazia è il governo del po­polo (il sovrano), da parte del popolo (tramite i suoi rappresentanti), per il popolo (in vista degli interessi collettivi). Nelle democrazie odierne si è ag­giunta un’altra proposizione: governo con il popolo, ossia tramite istituzioni decisionali che consultano la società sulle questioni più importanti del­l’agenda, anche dopo le elezioni.

Chi sta predisponendo il progetto del reddito di cittadinanza? Di Maio è troppo indaffarato. Lo staranno facen­do i funzionari dei suoi due ministeri? I suoi consulenti politici? Esperti esterni? Di Battista in America centra­le? Non si sa. Ciò che più sorprende è però la mancanza d’interlocuzione con la società civile e in particolare con l’unica associazione che ha titolo a parlare in nome degli italiani poveri, visto che ha promosso la prima misura veramente universale, il Rei: l’Alleanza contro la Povertà. Com’è possibile che il governo non abbia ancora sentito il bisogno di consultarla ufficialmente, di coinvolgerla in una riforma che si propone di stravolgere l’esistente con un nuovo e ancora ineffabile strumen­to? La manovra del popolo sta allonta­nandosi da tutti gli standard che in de­mocrazia connettono popolo e leader. I famosi 11 milioni di voti di cui si van­tano i 5 Stelle sono tanti, ma rappre­sentano una minoranza sul totale de­gli italiani. I quali sono certo interessa­ti a capire di più. Perche sanno che la povertà è una sfida seria e che i proget­ti raffazzonati di solito falliscono.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 22 Ottobre 2018

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