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Una “carta blu” per riscoprire l’Europa

Un modello sociale che il mondo ci invidia

Spesso non ce ne accorgiamo, ma grazie ai fondi dell’Unione molti cittadini usufruiscono di ripetizioni a scuola, incentivi per stage, aiuti alimentari, prestazioni sanitarie all’estero. Con l’introduzione di una “social card” questi vantaggi sarebbero più visibili e capiremmo meglio i vantaggi della Ue.

 

In Lombardia  ogni anno circa trentamila disoccupati usufruiscono della “dote lavoro”,  un sostegno per il re-inserimento tramite corsi di formazione e stage. In Puglia settantamila studenti ricevono ripetizioni gratis dalle loro scuole in scienze e italiano. Sono solo due esempi delle tante iniziative a carattere sociale finanziate al 50% dall’Unione Europea, con una spesa superiore al miliardo di euro annui. Quanti cittadini ne sono al corrente?  Pochi, persino fra i beneficiari.  I politici  preferiscono usare l’Europa come capro espiatorio. Quando spendono fondi UE,  quegli stessi politici si tengono invece tutto il merito, sbandierandolo nelle campagne elettorali.

Noi votiamo in Italia, ma siamo anche cittadini UE, come dice il nostro passaporto.  Il 64% degli italiani è consapevole di  questo fatto, ma solo il 4% ha un’idea precisa di cosa significhi concretamente. Una percentuale esigua, ma che non deve sorprendere. I diritti UE diventano rilevanti solo quando attraversiamo la frontiera tra uno stato membro all’altro. Se decidiamo di muoverci all’interno dell’Unione, nessuno può impedirci di farlo (diritto). Se ci stabiliamo, anche “per sempre”, in un altro paese, dobbiamo essere trattati alla stessa stregua dei cittadini di quel paese (diritto). Possiamo votare nelle elezioni locali e, soprattutto, accedere al welfare: scuola, sanità, pensioni (diritto). Quel 4% che conosce i contenuti della cittadinanza UE è composto principalmente da persone istruite, che viaggiano spesso per studio, lavoro o turismo. In Polonia o Romania le percentuali sono più alte e riguardano tutte le fasce sociali: molti emigrano verso la Germania e gli altri paesi ricchi, il passaporto europeo è per loro una risorsa importantissima.

Non è però un bene che i benefici della la cittadinanza UE siano poco percepiti. In molti paesi si sta infatti creando una contrapposizione fra i cosiddetti movers (chi si sposta da un paese all’altro, soprattutto in cerca di lavoro) e gli stayers, chi resta fermo. Il forte afflusso di polacchi nel Regno Unito ha ad esempio alimentato quei sentimenti anti-europei che hanno portato alla Brexit.

In realtà, c’è un bel po’ di Europa sociale anche per gli  stayers. Oltre iniziative di carattere locale, l’Europa ha un suo Fondo per sostenere chi perde il lavoro quando la propria impresa fallisce; un Fondo contro la povertà alimentare; ha co-finanziato la Garanzia giovani ed è in arrivo una nuova Garanzia per la formazione. In questi casi  soldi spesi aiutano essenzialmente chi non si muove. E’ giusto che alla UE resti almeno un po’ di credito, anche sul piano politico.

Ecco dunque una proposta: dotare ogni cittadino UE di una social card con i colori e simboli europei. Capace di farci vedere, concretamente, il volto “buono” dell’integrazione. La Carta avrebbe un codice e i nostri dati identificativi. Consentirebbe alle amministrazioni di ciascun paese di stabilire a quali prestazioni abbiamo diritto.  Dovrebbe essere esibita quando si accede a un servizio co-finanziato dalla UE. Sarebbe corredata da un elenco di tutte le opportunità che l’Europa offre sia a chi si muove sia a chi sta fermo. Le nuove tecnologie rendono oggi possibili nuove forme di tele-welfare, soprattutto nel campo della formazione e dell’assistenza a distanza. La Ue potrebbe potenziare le piattaforme di servizi che già offre (ad esempio per la ricerca di impieghi e stage) e svilupparne di nuove, alla quali si accederebbe attraverso il proprio codice sociale UE. In un domani, la social card potrebbe anche ottenere “ricariche” monetarie  direttamente da fondi UE.

Alcune proposte in questa direzione già circolano. Una l’ha fatta Tito Boeri, Presidente dell’INPS. Bisogna però pensare in grande. Lo scopo della social card blu a stelle gialle non dovrebbe servire solo alle pubbliche amministrazioni. Deve diventare un simbolo riconoscibile di una comune identità fra tutti i suoi titolari, imperniata su quel  “modello sociale europeo” che tutto il mondo ci invidia.

Questo articolo è uscito su Sette, inserto del Corriere della Sera, del 7 dicembre 2017

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Il reddito di inclusione per dare un aiuto

Oggi entra il vigore il Reddito d’inclusione (REI). Si tratta di una nuova prestazione rivolta alle persone  in condizione di povertà. In base alla situazione economica e familiare, si potrà ricevere un trasferimento (massimo) di  485 euro al mese. I comuni predisporranno “progetti di attivazione” sociale e lavorativa. Non sarà quindi un semplice sussidio, ma un pacchetto di misure personalizzate che cercherà di accompagnare i beneficiari verso l’autonomia.

Strumenti simili per il contrasto alla povertà esistono da decenni nella maggioranza dei paesi UE. Nelle nazioni in via di sviluppo (dal Brasile alla Costa d’Avorio), il welfare viene oggi costruito partendo proprio da  questo tassello, che si rivolge ai poveri indipendentemente dall’età. L’Italia ha seguito il percorso inverso. Nel passato ha sempre privilegiato le pensioni, con formule di calcolo molto generose, mentre ha  trascurato i bisognosi, compresi i bambini. Non è un caso se i nostri tassi di povertà minorile sono fra i più alti d’Europa.  Certo, in molte regioni e comuni già esistevano misure contro l’esclusione sociale. Ma erano costruite su sabbie mobili, in particolare dal punto di vista finanziario. Il REI è invece una misura “strutturale”, ossia una voce permanente del bilancio pubblico. E chi soddisfa i requisiti avrà una spettanza tutelata dalla legge. Di questi tempi è raro che vengano introdotti nuovi diritti. Eppure è successo, per una volta possiamo rallegraci.

Il reddito minimo garantito era già stato raccomandato dalla Commissione Onofri nel 1997. Oggetto di varie sperimentazioni, la sua introduzione non era però mai riuscita a entrare sul serio nell’agenda politica. Senza negare la sensibilità e il contributo dell’attuale governo e dei due precedenti, buona parte del merito va riconosciuto alla Alleanza contro la povertà, un gruppo di 35 organizzazioni della società civile costituitosi nel 2013 (www.redditoinclusione.it). L’Alleanza non si è limitata ad aggregare interessi e consensi, ma ha anche formulato utili proposte. Una vicenda in controtendenza rispetto a quel declino dei corpi intermedi di cui tanto si parla. E anche un esempio, diciamolo, di buona politica, osservato con attenzione da molti osservatori stranieri.

Il REI risolverà il problema della povertà? Certamente no, è solo un primo passo. Le risorse non sono molte (è previsto un loro graduale incremento), le prestazioni hanno importi modesti. I requisiti sono stringenti, di fatto i beneficiari saranno solo la metà dei poveri. Quanto ai comuni, saranno capaci di realizzare progetti di attivazione efficaci? E’ un grosso punto interrogativo. La legge sul  REI prevede il potenziamento dei servizi e  la formazione degli operatori locali. Su questo fronte è bene però che si attivino anche gli attori  del “secondo welfare”, a cominciare proprio dalle associazioni che fanno parte dell’Alleanza. Il successo del REI dovrà essere misurato non solo in termini di alleviamento temporaneo della povertà, ma  soprattutto in termini di recupero dell’ autonomia.

C’è poi una questione più ampia. Il nostro paese ha alti livelli di povertà  anche perché mancano i posti di lavoro. Non è tanto colpa della crisi, né tantomeno della riforma Fornero. E’ un deficit cronico che ci portiamo dietro dagli anni Cinquanta: i nostri livelli di occupazione sono sempre stati circa dieci punti più bassi rispetto alla media UE. Quel che è peggio, mancano posti di lavoro in quei settori del terziario che possono dare lavoro a chi ha basse qualifiche. Nei servizi alla persona e alle famiglie (la cosiddetta economia sociale) in Francia ci sono almeno due milioni di posti di lavoro in più a confronto con l’Italia.

La lotta alla povertà va condotta su più fronti. Welfare e lavoro innanzitutto. E poi istruzione, formazione, conciliazione, servizi per le famiglie, incentivi alla creazione di nuovi mercati. Una sfida complessa, ma ineludibile; che richiede molte riforme ora, con effetti lenti e graduali. Purtroppo stiamo entrando in una lunga fase elettorale. Sul tema povertà si abbatterà il polverone del “reddito di cittadinanza” cavalcato dai Cinque Stelle. Sarà fin troppo facile dire che 780 euro a tutti (spesso si omette di precisare che si tratterebbe solo dei più bisognosi) sono meglio di 485.  E altrettanto facile sarà rilanciare sciorinando bonus, o promettendo pensioni minime a mille euro. Di lavoro, capitale umano, nuovi mercati, investimenti (e come finanziarli), non ci sarà invece tempo di parlare. La cattiva politica si tiene lontana dal lungo periodo: che ci pensino pure le prossime generazioni.

Questo editoriale è uscito sul Corriere della Sera del 1 dicembre 2017

 

 

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Welfare oltre lo Stato

La crisi dell’ultimo decennio ha creato enormi difficoltà ai sistemi pubblici di protezione sociale, stringendoli nella morsa delle risorse calanti e dei bisogni crescenti. Il “martello” dei bisogni ha forse colpito più dell’”incudine” delle risorse. La spesa sociale a prezzi costanti pro-capite non è diminuita. Ma non è stata in grado di fornire risposte adeguate al moltiplicarsi delle difficoltà materiali e delle nuove vulnerabilità generate dalla Grande Recessione. Diseguaglianza e povertà sono così aumentate. Molte famiglie hanno sofferto pesanti arretramenti nel proprio tenore di vita. Dati i persistenti squilibri del nostro welfare pubblico, le aree di bisogno rimaste maggiormente scoperte sono (state) quelle dell’assistenza e dei servizi sociali, soprattutto per le famiglie numerose e senza saldi ancoramenti al mercato del lavoro.

In risposta alla forte pressione dei bisogni, si sono attivati canali di risposta aggiuntivi rispetto  a quelli pubblici. La sfera del welfare è un “diamante” a quattro punte. Oltre allo Stato, contribuiscono al benessere delle persone il sistema-famiglia, il mercato, le associazioni intermedie.  Gli studiosi avevano  documentato un “risveglio” di queste componenti/attori del diamante già prima della crisi.  Quest’ultima ha però accelerato il trend, che da vari anni è osservato da Percorsi di Secondo Welfare, un laboratorio di analisi e documentazione lanciato sei anni fa dal Corriere e realizzato dal Centro Einaudi di Torino.

Nel suo Terzo Rapporto, appena uscito e disponibile sul sito  (www.secondowelfare.it),  Percorsi ha fatto il punto sulle realizzazioni più significative dell’ultimo biennio.  Particolare attenzione è stata dedicata al mondo delle associazioni intermedie, a partire dalla filantropia.   Le fondazioni  (bancarie, di comunità, di partecipazione, d’impresa e così via) sono diventate protagoniste sempre più importanti nel sistema di welfare italiano. Hanno messo  in campo interventi volti a rispondere  al molte delle aree di bisogno largamente scoperte nel nostro Paese: ad esempio povertà infantile, disabilità, non autosufficienza,  integrazione dei migranti. Hanno affinato gli strumenti per aggredire  problemi  specifici senza perdere di vista  l’inclusione di tutti.  Il loro ruolo è diventato strategico nell’offerta di progettualità e iniziative che puntano a diventare sistema (andando oltre le sperimentazioni) e che insieme mirano a portare allo scoperto le potenzialità dei territori e delle comunità.  Le fondazioni sono anche catalizzatrici di risorse per incrementare la portata dei finanziamenti  pubblici e facilitatrici di processi di programmazione degli interventi.  La riforma del Terzo Settore è destinata a creare nuove opportunità di crescita e riconoscibilità del ruolo degli enti filantropici. Dalle analisi del Terzo Rapporto sul Secondo Welfare si evince il netto passaggio dalla filantropia come charity ad una neo-filantropia come volano di sviluppo locale e delle comunità.

In un profetico saggio apparso nel 1981, il politologo e studioso di welfare americano Hugh Heclo aveva previsto l’avvio di una nuova fase di “sperimentazione” nello sviluppo a lungo termine del welfare state.  Aggiungendo che questa nuova fase non si sarebbe presentata non come un’ondata, ma come un successione di increspature.  Questa metafora ben si presta a rappresentare il cambiamento del welfare che stiamo oggi vivendo: la graduale formazione, senza strappi,  di un secondo welfare  non alternativo ma complementare al primo, in quanto capace di oltrepassarne i limiti finanziari e organizzativi.

Questo editoriale è uscito sul Corriere della Sera del 28 novembre 2017

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Reddito a tutti, anche ai surfisti

un dialogo con Philippe Van Parijs

MF: La prima formulazione completa della tua teoria sul reddito di base è contenuta nel volume Real Freedom for All, uscito nel 1995. Sulla copertina c’è l’immagine di un giovane surfista. Mi hai raccontato che lo spunto ti venne da John Rawls. Qualche anno prima, lui ti aveva chiesto: perché i surfisti di Malibu dovrebbero ricevere un sussidio dallo stato? Inizierei questa conversazione rivolgendoti, a trent’anni di distanza,  quella stessa domanda.

PVP: Il reddito di base è un trasferimento monetario periodico erogato ad ogni membro della comunità politica su base individuale,  senza verifica della situazione economica o della disponibilità al lavoro. Non si tratta, in altre parole, di una prestazione riservata a chi è inabile o in cerca di lavoro.

Dopo avere letto Una Teoria della Giustizia di John Rawls,  io pensavo in effetti che  suoi capisaldi potessero giustificare l’idea di un reddito di base incondizionato.  Il “principio di differenza”  richiede infatti che vengano massimizzate non solo il reddito ma anche la ricchezza e i “poteri” dei più sfavoriti, assicurando a tutti “le basi sociale del rispetto di sé”.   A me sembrava che ciò fornisse una base robusta in favore di un reddito di base incondizionato.

MF: Ma Rawls non era d’accordo con te….

PVP: No, e ne fui molto sorpreso e anche deluso. Gliene parlai durante una prima colazione a Parigi nel 1987. Rawls mi obiettò: chi passa tutto il giorno a fare surf sulla spiaggia di Malibu non dovrebbe avere diritto a ricevere un trasferimento incondizionato.

MF: Così è il dibattito con Rawls ha dato al tuo editore lo spunto per la copertina del tuo libro…

PVP: Già. Poi però, in scritti successivi, Rawls cercò di neutralizzare il mio ragionamento in questo modo: il tempo libero e la gratificazione dei surfisti equivale al salario minimo di un operaio a tempo pieno.  Introducendo questo elemento nella teoria, il surfista non può più rivendicare di appartenere ai meno sfavoriti.

MF: Partita chiusa, allora?

PVP: No, in una conferenza che feci a Harvard (Perché dar da mangiare ai surfisti?) e poi nel libro che hai citato sopra, Real Freedom for All,  ho sostenuto che il punto di vista “liberale” adottato da Rawls  consente di giustificare il reddito incondizionato. Per capirlo, bisogna passare attraverso la seguente considerazione. Gran parte del reddito di cui ciascuno di noi dispone non è in realtà il frutto del nostro sforzo, ma dal capitale e dalle conoscenze complessive “incorporate”, per così dire, nella società, quelle che rendono possibile il suo funzionamento efficiente. Il reddito di base non estorce risorse da chi lavora duramente per darle a chi è pigro. Si limita a redistribuire in maniera più equa una colossale “rendita” che la società ci mette a disposizione  e che nessuno di noi, individualmente. ha contribuito nel passato ad accumulare.

MF: Nella tua teoria, il reddito di base andrebbe a tutti, anche ai ricchi. Eppure tu sostieni che ad esserne avvantaggiati sarebbero soprattutto i poveri. Potresti chiarire meglio il punto?

PVP: A meno che non siano disponibili trasferimenti esogeni (per esempio aiuti internazionali)  oppure risorse naturali abbondanti e pregiate ,  il reddito di  base deve essere finanziato da una qualche forma di tassazione. Di norma, le imposte sono progressive, dunque i ricchi contribuiranno al finanziamento più dei poveri. Praticamente, chi ha di più pagherà per il proprio reddito di base e per almeno una parte dei redditi di base che vanno ai poveri. Il reddito di base quindi non renderà i ricchi ancora più ricchi. Al contrario, porterà i poveri più vicino alla soglia di povertà o al di sopra di essa, a seconda del tipo e dell’importo delle prestazioni assistenziali pre-esistenti.  Ancora più importante: esso aumenterà la sicurezza dei poveri. Un reddito che si riceve senza nulla in cambio è meglio di una rete di sussidi con dei  buchi attraverso i quali si può cadere. Oppure che genera delle trappole.

MF: Vediamole meglio queste trappole.  Qui il tuo argomento è che i trasferimenti condizionati alla verifica della situazione economica e alla disponibilità al lavoro sono molto spesso intrusivi e repressivi. La ricerca empirica ha effettivamente documentato questi effetti. Mi viene in mente il titolo un bel libro a cura di Ivar Lodemel e Heather Trickey: An Offer you Can’t Refuse: Workfare in International Perspective. In molti paesi, sostengono gli autori, i disoccupati devono accettare lavori lavoro che vengono loro offerti con una  specie di pistola alla tempia (come faceva Il Padrino): se non accetti, ti tolgo il sussidio.  E’ anche la storia raccontata da Ken Loach nel  bel film Daniel Blake.  Ma il reddito di base è davvero l’unica soluzione?  Dopo tutto, i paesi scandinavi sono riusciti a costruire un welfare “attivo”, insieme equo ed efficace: ai giovani e ai disoccupati non si offre un lavoro qualsiasi, prima li si aiuta a migliorare il proprio capitale umano.  Il principio non è work first, ma piuttosto learn first. Rimane un po’ di paternalismo, è vero, ma attento alla dignità e ai bisogni delle persone. …

PVP: Io credo che i soggetti più adatti a  giudicare quanto un lavoro sia buono o cattivo – e per molti questo include quanto sia utile o dannoso per gli altri – siano i lavoratori stessi. Essendo senza condizioni,  il reddito di base rende più facile  abbandonare o non accettare posti di lavoro poco promettenti,  a cominciare da quelli che non prevedono una formazione utile. Poiché può essere combinato con guadagni bassi o irregolari, il reddito di base rende più facile accettare stage, o posti di lavoro che si pensa possano migliorare il proprio capitale umano o anche, e più semplicemente, posti di lavoro corrispondenti a ciò che le persone realmente desiderano  e pensano di poter fare bene. Si amplia così la gamma di attività accessibili, retribuite e non. Si dà alle persone più potere di scegliere. Il reddito di base attrae chi si fida delle persone più che dello stato come  migliori giudici dei loro  interessi.

MF: Restiamo sul tema del lavoro. Nell’apertura del tuo nuovo libro, tu sei molto pessimista circa gli effetti delle nuove tecnologie e della globalizzazione sui posti di lavoro, sembri rassegnato alla prospettiva della cosiddetta “stagnazione secolare”. E giustifichi la proposta del redito di base anche come risposta nei confronti di questo scenario. Ci sono però studiosi che la pensano diversamente. Il lavoro non scomparirà. L’invecchiamento della popolazione e l’espansione di famiglie in cui entrambi i partner lavorano  amplierà notevolmente la richiesta di servizi sociali “di prossimità” (assistenza personale, cura dei bambini, e in generale servizi di “facilitazione della vita quotidiana”) i quali non potranno essere svolti dalle macchine né delocalizzati. Sanità, istruzione, ricerca, formazione, intrattenimento, turismo: anche in questi settori l’occupazione potrà crescere.  E la cosiddetta “internet delle cose” sposterà in avanti la frontiera dei rapporti fra umani e macchine o robot, senza però annullare (e forse nemmeno comprimere in modo drastico)  il ruolo, e dunque l’impiego attivo degli umani, appunto. Citando una profezia di Keynes, tu dici che l’innovazione tecnologica consente oggi di risparmiare forza lavoro ad un ritmo tale che diventa impossibile ricollocare i disoccupati altrove.  Siamo sicuri che le cose stiano davvero così? Ci sono paesi in Europa che si situano alla frontiera dello sviluppo tecnologico e pure mantengono altissimi livelli di occupazione, anche giovanile e femminile. Si tratta, di nuovo, dei paesi Nordici, che hanno riorientato il proprio welfare nella direzione dell’investimento sociale, senza aver (ancora?) introdotto il reddito di base…

PVP: In realtà non credo in una rarefazione irreversibile di posti di lavoro. Ma ritengo che il cambiamento tecnologico labour saving, in congiunzione con la mobilità globale del capitale, delle merci, dei servizi e delle persone, generi una polarizzazione del potere di guadagno. I proprietari di capitali, dei diritti di proprietà intellettuale, coloro che hanno competenze altamente richieste dal mercato saranno in grado di appropriarsi di una quota crescente di valore aggiunto. Allo stesso tempo, per molti lavoratori il potere di guadagno si riduce (o rischia di ridursi) al di sotto di quello ritenuto necessario per una vita dignitosa. Se si vuole impedire che un numero sempre maggiore di persone restino bloccate all’interno delle tradizionali reti di assistenza sociale, si possono immaginare due strategie, due versioni della stessa nozione di welfare attivo. La strategia “lavorista” consiste nel sovvenzionare i posti di lavoro, esplicitamente o implicitamente; la strategia “emancipatrice” consiste nel capacitare le persone. Chi crede che il ruolo centrale del sistema economico non sia quello di creare occupazione, ma di liberare le persone, si orienterà, – come faccio io – verso la seconda strategia, che ha come nucleo centrale il reddito di base.  Ma la prima strategia ha a sua volta molte varianti, non tutte ugualmente repressive o ossessionate dal lavoro, né quindi ugualmente lontane dalla seconda.

MF: Veniamo alla vexata quaestio dei costi.  Innanzitutto, nella tua concezione, quale dovrebbe essere l’importo del reddito di base?  Nella ambigua proposta del Movimento Cinque Stelle per un reddito di cittadinanza si parlava di 700 euro al mese.  All’inizio si pensava che si trattasse di un reddito universale,  molti italiani ancora  credono che sia così. In realtà i Cinque Stelle propongono un reddito minimo garantito, anche se molto generoso e costoso (più di venti miliardi di euro l’anno).  In base a quali criteri dovrebbe essere definito l’importo del reddito di base?

PVP: I promotori del referendum svizzero del giugno 2016 sul reddito di base hanno proposto un importo mensile di CHF 2300, pari al 39% del PIL pro capite della Confederazione.  Il loro argomento era che tale livello fosse necessario per portare  ogni famiglia al di sopra della linea di povertà, compresi i single residenti in aree urbane. Nel prossimo futuro, ogni proposta ragionevole per un reddito di base incondizionato, e quindi strettamente individuale, dovrà rimanere molto più modesta, ad esempio tra il 12% e il 25% del PIL pro capite (mf: per l’Italia, la forbice si situerebbe fra 270 e 560 euro al mese). Dovranno essere quindi mantenuti alcuni sussidi aggiuntivi di tipo condizionato per far sì che nessuna famiglia povera ci perda.

MF: Tu stesso ammetti come auto-evidente il fatto che l’universalità comporta un alto livello di spesa pubblica. Come si finanzierebbe il reddito di base?

PVP: Partire dal costo lordo – reddito di base moltiplicato per i  beneficiari – è fuorviante. Se gli importi sono modesti, la maggior parte dei costi si “autofinanziano” da due fonti. In primo luogo, tutte le prestazioni monetarie inferiori all’importo del reddito di base vengono eliminate e tutte le prestazioni più elevate verrebbero ridotte dello stesso importo.

MF: Fammi capire bene. Poniamo che il reddito di base sia fissato a 400 euro mensili. Per qualcuno che avesse un sussidio permanente pari a questo importo cambierebbe solo il nome. Per chi ce lo avesse più basso, il sussidio verrebbe sostituito dal reddito di base: dunque un guadagno netto. Per chi gode invece di una prestazione più alta (poniamo una pensione  minima di 800 euro), il trasferimento scenderebbe a 400, si aggiungerebbe però il reddito di base e il reddito totale non cambierebbe (800 euro in totale).

PVP: Esattamente. La seconda fonte sarebbe questa:  tutti i redditi sono tassati dal primo euro all’aliquota  attualmente applicabile ai redditi marginali di un lavoratore dipendente a tempo pieno con bassa retribuzione.

MF: Tutti i redditi, dunque anche quelli su patrimonio e investimenti finanziari, senza distinzioni o franchigie?  E questo basterebbe per auto-finanziare il reddito di base?

PVP: Le due fonti congiunte assicurerebbero l’auto-finanziamento di gran parte del costo lordo. Naturalmente, ogni paese ha il suo mix  regolativo di imposte e trasferimenti, e da questo dipenderebbe l’ammontare complessivo del gettito che si renderebbe disponibile.

MF: Nel tuo libro sottolinei l’importanza di concepire il reddito di base come trasferimento monetario, ma chiarisci che esso non sostituirebbe tutti i servizi erogati o finanziati dallo stato.  Supponiamo che un immaginario stato dei nostri tempi, privo di qualsiasi politica di protezione sociale, ti desse carta bianca per progettargli un sistema pubblico di welfare. Oltre al reddito di base, che cosa ci metteresti?

PVP: Dovrebbero esserci prestazioni per i figli, esse stesse congegnate come reddito di base pagato ai genitori, ad un livello che può variare con l’età ma non con il numero di figli. Dovrebbero restare sistemi pubblici educativi e sanitari efficienti, obbligatori e poco costosi e dovrebbero esserci schemi di assicurazione integrativa di tipo contributivo per malattia, disoccupazione e vecchiaia.  Va da sé che lo stato continuerebbe a fornire beni pubblici come la sicurezza fisica, la mobilità sostenibile e, mettiamola così, una “piacevole immobilità”  negli spazi pubblici.

MF: I paesi europei hanno oggi estesi welfare state, che assorbono fra il 25 e il 30% del PIL.  Come vedresti la transizione verso il reddito di base?  Immagino che si dovrebbero prevedere dei tagli alle prestazioni esistenti.  Come affrontare il problema di “diritti acquisiti”, che in molti paesi (primo fra tutti l’Italia) vengono considerati inviolabili anche dalle Corti Costituzionali?

PVP: La proposta di un reddito di base non presuppone che si parta da zero, da una   tabula rasa.  Al di sopra di importi estremamente modesti,  è chiaro che vi dovrà essere una  ridistribuzione a spese dei redditi più elevati, forse anche a spese delle pensioni più generose. Senza dubbio, alcune categorie si sentiranno minacciate, chiederanno forme di compensazione implicita o esplicita. Quanto ai diritti acquisiti: se la transizione avviene facendo leva sul sistema fiscale,  non vedo perché essa debba incontrare ostacoli costituzionali insormontabili.

MF: Non oso pensare alle difficoltà politiche che si incontrerebbero per attuare riforme così ambiziose dal punto di vista istituzionale e redistributivo….

PVP: Si, ma fortunatamente il calcolo fra vantaggi e perdite finanziari immediati non è l’unico fattore da prendere in considerazione per valutare la fattibilità di riforme. Se fosse così, dubito che avrei passato gran parte della mia vita ad occuparmi di filosofia politica.

MF: In effetti, noi scienziati politici siamo a volte troppo realisti. Ma siamo anche  convinti che le idee e i valori contino nel plasmare il cambiamento. E che la politica non sia solo gestione dell’esistente, ma anche “visione”, elaborazione di utopie realizzabili (anche se suona come un ossimoro)

PVP: Il reddito di base incondizionato è in qualche modo un’utopia. Ma lo erano,  fino a non moltissimo tempo fa, anche l’abolizione della schiavitù o il suffragio universale. “Il possibile non verrebbe mai raggiunto nel mondo se non si ritentasse, ancora e poi ancora, l’impossibile” Così scrisse Max Weber nel suo famoso testo La politica come professione. Un’esortazione da condividere in pieno. Avanti!

 

Questo articolo è uscito su La Lettura, supplemento del Corriere della Sera, il 22 Ottobre 2017

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Il senso della scuola-lavoro

Gli studenti sono scesi in piazza in molte città italiane per protestare contro l’alternanza scuola-lavoro. Un’innovazione (giusta) contenuta nella «Buona scuola». Dietro la legge, tuttavia, non c’era alcun piano di attuazione concreta per renderla davvero efficace, come i giovani meritano nel passaggio dallo studio alla vita professionale.

Nel 2015 la “Buona Scuola” ha reso la alternanza scuola lavoro obbligatoria per tutti.  Ma dietro alla legge  non c’era nessun piano di attuazione. Evidentemente il governo di allora  pensava che presidi e insegnanti  avrebbero saltato  gli ostacoli tirandosi su per i capelli, come il barone Muenchausen.

Alcuni volenterosi ci sono riusciti,  è vero. E quasi miracolosamente diverse promettenti iniziative sono state avviate. Ma sono isole in un mare nel quale la maggioranza delle scuole rischia oggi di affondare. Eppure non ci voleva molto a capire che senza risorse,  preparazione e organizzone l’alternanza non poteva decollare.

Bastava guardare agli  altri paesi europei. I quali per realizzare l’alternanza hanno investito denaro pubblico, formato i docenti per svolgere compiti nuovi, creato nuove figure di “insegnanti-in- impresa” specializzati nella didattica work-based.  Nessuno studente è pagato, ma tutti imparano realmente. Le parti sociali,  gli enti locali,  le associazioni intermedie sono state sensibilizzate e incentivate. Senza provvedimenti del tipo “fiat lux”,  ma con un paziente lavoro politico  (nel senso nobile del termine: l’impegno a risolvere i problemi collettivi).

A chi vuole farsi un’idea della superficialità con cui questa delicatissima riforma è stata gestita consiglio di visitare il sito del Miur alla voce alternanza. Un misto di roboanti paroloni e stucchevole burocratese. Le sezioni più interessanti del sito sono “coming soon”:  aspetta e spera.

La conseguenza più grave (anch’essa facilmente prevedibile) di questo colossale fallimento è l’esasperazione degli studenti e la loro tentazione a considerare l’insuccesso di una politica governativa come la prova che mercato,  imprese, globalizzazione hanno come vero e principale obiettivo lo sfruttamento selvaggio dei più deboli.

Una piccola riforma utile ma  responsabilmente gestita rischia così di causare una spirale non solo di  protesta, ma anche di delegittimazione dell’intero processo di
riforma del sistema educativo. Le sirene massimaliste (quelle che “tanto peggio, tanto meglio”) sono già all’opera.  I  nostri giovani saranno così ulteriormente incoraggiati a rimpiangere il mondo di ieri invece di impegnarsi per costruire quello di domani.

 

Questo editoriale è uscito nel Corriere della Sera del 14 ottobre 2017

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I nostri giovani che sono in trappola

Sul disagio dei giovani e sull’urgente necessità di allargare le loro opportunità si è finalmente creato un largo consenso. Comprensibilmente, la priorità del governo è il lavoro. Nella fascia 25-29 anni in Italia la quota di occupati è  il 53,7%, in Francia il 74,1%, in Germania il 78,3% (dati 2016). Persino la Grecia (56,1%) riesce a fare meglio di noi.  La crisi economica dell’ultimo decennio è solo in parte responsabile di questa situazione. L’enorme divario che ci separa dal resto d’Europa affonda le sue radici nel “modello di gioventù” che caratterizza l’Italia.

Nei paesi nord-europei, la transizione alla vita adulta è rapida. Metà dei ragazzi e delle ragazze escono di casa fra i 18 e i 25 anni. I sostegni alle famiglie con figli sono generosi. Ma si esauriscono al compimento dei vent’anni. In compenso lo stato aiuta direttamente i giovani.  Chi studia ha una borsa di studio.  Tutti possono accedere a sussidi abitativi. Quando escono di casa i ventenni o poco più hanno la possibilità di mantenersi, formare presto nuove unioni e di fare figli (in media entro i trent’anni).  Anche l’inserimento lavorativo è rapido e organizzato dai servizi pubblici. Gli studenti combinano precocemente studio e lavoro, seguono programmi di formazione e orientamento.  E’ stata la Scandinavia ad inventare, già vent’ani fa, quella “garanzia giovani” poi sperimentata, con un limitato successo, anche in Italia, grazie al co-finanziamento europeo. Nel Regno Unito, l’85% degli studenti ha un contratto permanente entro un anno dalla laurea, in Danimarca l’80%.

I paesi continentali come Germania e Francia hanno un modello più imperniato sulla famiglia. I sostegni per i figli a carico possono estendersi fino ai venticinque anni; la vita con i genitori dura un po’ più a lungo, anche se quasi mai oltre i trent’anni.  Il familismo non impedisce però l’inserimento lavorativo. La scuola è congegnata in modo da accompagnare i giovani verso quelle professioni di cui le imprese hanno maggior bisogno. Nei paesi germanici più della metà dei ragazzi segue percorsi di istruzione con una forte componente professionale già nella scuola secondaria, poi entrano nelle imprese come apprendisti. La transizione scuola lavoro è “governata” in modo efficiente ed efficace.

Rispetto a quelli stranieri, il modello di gioventù italiano ha due spiccate anomalie: l’iperfamilismo e l’assenza di percorsi ordinati di inserimento lavorativo. L’ uscita dalla famiglia è  molto tardiva: fra i 25 e i 38 anni metà dei giovani italiani vive ancora in casa, record assoluto in Europa. Il primo figlio arriva in media fra i 34 e i 36 anni.  Per lo stato, i ragazzi che continuano a studiare dopo i 18 anni sono trattati come figli: i genitori mantengono il diritto alle prestazioni e agevolazioni fino a 26 anni. Una volta c’era il famoso “pre-salario” pagato dallo stato agli studenti privi di risorse. Ora sono rimasti solo i prestiti d’onore.  Le famiglie preferiscono tuttavia stringere la cinghia piuttosto che vedere i propri figli indebitati. Le borse di studio pubbliche sono scarse.  Le agevolazioni per gli affitti di chi studia fuori sede (nel complesso alcune decine di milioni l’anno in termini di meno imposte) vanno, di nuovo, ai genitori.

Sul fronte dell’inserimento lavorativo la distanza rispetto agli altri paesi è colossale. Nelle nostre scuole si fa pochissimo orientamento, soprattutto nello snodo cruciale fra medie inferiori e superiori. L’alternanza obbligatoria fra scuola lavoro è stata introdotta nel 2015.  Con una legge, ma senza risorse, senza organizzazione, sperando nell’iniziativa spontanea e volontaria di insegnanti e imprese. I corsi di prima formazione sono pochi e mal gestiti, questa funzione è praticamente delegata alle aziende. Il costo del lavoro per i contratti stabili resta fra i più alti del mondo. E’ anche per questo che la quota di studenti che riescono a trovare un impiego dopo la maturità o la laurea è inferiore al 50%.  E solo a un terzo di questi viene offerto un contrato stabile.

Si è così instaurato un circolo vizioso. I figli non trovano lavoro, la famiglia ammortizza, i giovani-figli si scoraggiano, le famiglie chiedono più ammortizzatori. Invece di adottare un coerente modello di gioventù, l’Italia ha messo la propria gioventù in trappola. Il governo si appresta a ridurre i contributi sociali per le aziende che assumeranno giovani. Una misura utile, per carità, ma del tutto insufficiente. Diventeremo il primo paese al mondo senza vita adulta autonoma: figli sussidiati dai genitori, con poco lavoro, fino alla pensione “di garanzia”, oggi chiesta a gran voce dai sindacati. Una battuta? Si, ma non troppo.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 10 ottobre 2017

 

 

 

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Più donne al lavoro, i limiti di un dato positivo

Durante la crisi, l’occupazione femminile è diminuita un po’ meno di quella maschile. L’ultima rilevazione Istat segnala ora che i 23 mila nuovi posti di lavoro creati in giugno sono andati quasi tutti alle donne. Un fenomeno già registrato qualche mese in passato, ma oggi particolarmente significativo perché batte un record. Dal 1977 non era mai successo che l’occupazione femminile si attestasse al 48,8%.
Nell’Unione Europea restiamo ancora il fanalino di coda: la strada da percorrere è ancora lunga. Quando c’è un divario, tuttavia, le tendenze sono più importanti dei valori assoluti. Ciò che conta è procedere, accorciare le distanze. Speriamo dunque che la ripresa economica si consolidi e che il mercato del lavoro resti aperto ed «amichevole» verso le donne.

In Italia esiste un bacino enorme di persone inattive che vorrebbero lavorare: sedici su cento, quasi il triplo della media Ue. La stragrande maggioranza sono donne, le quali non cercano attivamente occupazione perché scoraggiate e/o sovraccariche di oneri familiari. Molte di queste donne non sono mai riuscite ad entrare nel mercato occupazionale. Altre sono uscite con l’arrivo dei figli e, in assenza di sostegni alla conciliazione, sono rimaste in casa. In larga parte, si tratta di donne istruite, che hanno investito a lungo nello studio (anche se non sempre nei settori educativi più richiesti dal mercato). Le statistiche segnalano peraltro che il nostro Paese è caratterizzato da un’elevatissima percentuale di donne «sovra-qualificate» rispetto alle mansioni svolte.
Il problema è particolarmente grave nel Sud. Qui lavorano solo 33 donne su cento, rispetto alle 58 del Nord e alle 55 del Centro. Quando trovano un posto, le donne delle regioni meridionali hanno maggiori probabilità di ottenere contratti irregolari, con basse retribuzioni, non adeguati rispetto alle competenze. Per non parlare della forte inadeguatezza dei servizi sociali e dei nidi.
Seppure confortante, l’aumento dell’occupazione femminile reso noto dall’Istat è solo di natura congiunturale. Che fare per renderlo strutturale, o quanto meno stabile nel tempo? Sulla cosiddetta agenda donne si sono già formulate, anche sul Corriere, moltissime proposte: servizi, orari, congedi, coinvolgimento dei padri, incentivi contributivi e fiscali e così via. Il vero problema sono le mancate realizzazioni. Negli anni fortunati, l’agenda donne viene discussa dai politici, per poi restare appunto una semplice agenda (un insieme di cose ancora tutte da fare). Negli anni sfortunati, di donne non si parla proprio: il tema resta fuori dalla discussione, dai progetti, dalle priorità di governo. Dai dibattiti in corso, il 2017 rischia di ingrossare le fila degli anni sfortunati. Il lavoro femminile — quello che c’è, ma soprattutto quello che manca — rischia così di restare la grande risorsa sprecata del nostro paese. Un’opportunità mancata per renderlo più ricco, equo, inclusivo.

 

Questo editoriale è comparaso anche sul Corriere della Sera del 31 luglio 2017

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Un cinque per mille a favore del lavoro ai giovani

Nuovi interventi a favore di pensionati e cassintegrati. Misure per l’occupazione, più risorse per la lotta alla povertà. L’elenco delle richieste che implicano maggior spesa pubblica si sta allungando rapidamente in vista della prossima Legge di Stabilità.

L’economia cresce poco, gli effetti sociali della crisi si fanno ancora sentire, le aspettative di protezione pubblica sono comprensibili e legittime. Poiché non viviamo nel mondo dei sogni, occorre tuttavia darsi delle priorità. Fermo restando l’impegno a sostenere i più bisognosi, l’obiettivo da privilegiare è il rilancio dell’occupazione giovanile. Senza lavoro e senza reddito, i giovani non possono diventare autonomi e la società italiana perde dinamismo e vitalità, anche sul piano demografico. Inoltre – e questo è il fattore decisivo- se non aumentano gli occupati avremo difficoltà crescenti a finanziare il welfare. Fare in modo che le imprese private tornino ad assumere è dunque l’ urgenza numero uno.

Il Jobs Act ha dimostrato che lo strumento più efficace per avere risultati positivi e immediati è la decontribuzione. Nei paesi che l’hanno sperimentata, la riduzione degli oneri sociali ha sempre condotto alla creazione di nuovi posti di lavoro. C’è però un problema: tagliare i contributi crea un buco di bilancio, soprattutto se (come è giusto che sia) il taglio è strutturale, ossia permanente. L’unica soluzione è quella di trasferire gli oneri dalle retribuzioni ad altre basi imponibili, anche a parità di gettito.

L’esempio più riuscito di questa strategia è quello francese. Nei primi anni Novanta (più o meno in corrispondenza con l’adozione del reddito minimo garantito), questo paese introdusse un “contributo sociale generalizzato” su ogni tipo di reddito, dalle pensioni agli interessi sul capitale. Inizialmente pari all’1,5%, l’aliquota è stata via via innalzata e oggi è al 7,5% (quasi 100 miliardi l’anno). Nel programma di Macron è previsto un ulteriore aumento di 1,5 punti, che consentirebbe di abbassare gli attuali  contributi sulle retribuzioni di 3 punti e più. E’ quasi superfluo precisare che la misura è volta alla creazione di nuovi posti di lavoro. Anche il Belgio ha recentemente avviato una ambiziosa strategia di riduzione degli oneri sociali. In questo paese i buchi di bilancio saranno colmati da un mix di misure che va dall’aumento dell’IVA su alcuni prodotti a una nuova “tassa sulle speculazioni finanziarie”.

Il governo Gentiloni sta seriamente riflettendo su quale potrebbe essere la via italiana, partendo da sgravi riservati ai giovani neo-assunti. Non è ancora chiaro come sarà coperto il buco finanziario. Il rischio è che si ricorra a misure disparate all’interno del calderone fiscale, di incerta affidabilità nel medio-lungo periodo.

Perché non adottare la soluzione francese, con la stessa gradualità temporale? Il finanziamento del nostro welfare necessita da tempo di una incisiva razionalizzazione. Nella sua ultima Relazione Annuale, il Presidente dell’INPS, Tito Boeri, ha ben spiegato che la cosiddetta separazione fra previdenza e assistenza perseguita negli ultimi anni è solo una finzione contabile. In realtà quasi tutte le pensioni previdenziali sono in parte alimentate da sussidi impliciti. L’introduzione di un contributo sociale generalizzato si giustificherebbe anche in termini di equità, oltre che di incentivazione occupazionale.

Purtroppo il nesso fra oneri sociali e lavoro dei giovani non è oggi adeguatamente percepito e compreso dall’opinione pubblica. Eppure si tratta del principale nodo da sciogliere per spezzare il circolo vizioso “alti contributi-bassa occupazione-“ che mina nel profondo la sostenibilità del nostro modello sociale. C’è un modo per sollecitare la consapevolezza di questa sfida e il sostegno a misure che spalmino il finanziamento del welfare su tutti i tipi di reddito?

Provo a formulare una proposta: un cinque per mille (o anche due, per cominciare) a favore del lavoro dei giovani, da usare per la decontribuzione. Gli italiani hanno preso dimestichezza con questo strumento, hanno imparato a usarlo nelle dichiarazioni dei redditi e sanno a cosa serve. Naturalmente, nella mia proposta, il “cinquexmille giovani” dovrebbe essere oneroso, ossia a carico effettivo del contribuente. Se spiegata e comunicata in modo efficace, una simile operazione potrebbe comunque avere un qualche successo. Come minimo, aiuterebbe a far passare l’idea che senza uno sforzo collettivo di solidarietà fra generazioni e fasce di reddito, finalizzato a creare più posti di lavoro, il nostro benessere ha davvero gli anni contati.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 8 luglio 2017

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Quando si smette di essere giovani?

Più di quindici, meno di trenta. Questa è la fascia d’età in cui si è “giovani” secondo Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea. Prima si è bambini e ragazzi. Dopo si viene classificati come adulti. Non tutti sono d’accordo con queste soglie. Alla domanda “quando finisce secondo lei la giovinezza?”, la risposta più frequente è trentacinque anni. Si tratta di una media fornita dai sondaggi UE, che nasconde però grandi differenze fra Paesi. Gli scandinavi allungano la soglia Eurostat di soli tre anni. Per i greci invece la giovinezza dura fino ai cinquantadue. Poi si diventa adulti per un breve periodo e a sessantacinque arriva la pensione. Sarà anche per questo che il sistema previdenziale ellenico ha accumulato nel tempo un deficit enorme.

 

La bellezza, diceva Shakespeare, dipende dagli occhi di chi guarda. Oggi è così anche per l’età: una questione di percezioni e sensazioni. Abiti e cosmetici possono rendere il nostro aspetto indecifrabile dal punto di vista anagrafico. Il progresso medico ha rallentato l’invecchiamento biologico. Così tendiamo a dilatare la fase di vita associata al dinamismo, alla libertà, al gusto di cambiare. Per la grande massa della popolazione, in realtà, questa fase esiste solo da mezzo secolo o poco più. Prima i bambini passavano direttamente dall’infanzia alla vita adulta, che voleva dire lavoro, duro lavoro. Così succede ancora oggi nei Paesi in via di sviluppo. Secondo i sociologi, la giovinezza ha due tratti distintivi. Primo, il desiderio di sperimentare, di mettersi in gioco sul piano pratico e soprattutto su quello “esistenziale”. Aprendosi a quel turbinio di esperienze tramite cui si forma l’identità, si definisce un progetto di vita. In parallelo, vi è un secondo tratto: la graduale assunzione di responsabilità. Si inizia a lavorare e a guadagnare, ad avere relazioni stabili di coppia, per alcuni (sempre meno) arrivano anche i figli.

 

Questi due processi sono per loro natura fluidi e spesso conflittuali. Affermare se stessi significa opporsi a genitori, amici, insegnanti, fidanzati, non aver paura di rompere consuetudini e aspettative. La generazione del baby boom, nata tra la fine della guerra e gli anni Sessanta, è stata la prima gioventù “di massa” della storia, con luoghi, simboli, miti comuni e con tanta voglia di opposizione. Pensiamo al Sessantotto, ai movimenti hippy, alla rivoluzione sessuale e alla musica rock. Ricordando la sua girovagante giovinezza, il regista Wim Wenders (classe 1945, pioniere del boom) ha confessato in una intervista: «Senza rock, niente sogni. Senza sogni, niente coraggio. Senza coraggio, niente azioni». Una sequenza condivisa, credo, da tutta la mia generazione (classe 1955). Dopo l’era delle grandi rotture è arrivato il “reflusso”. I baby boomers hanno trovato il posto fisso, hanno messo su famiglia, si sono rassegnati ad accettare le responsabilità. Le generazioni successive sono diventate più tranquille, rompono meno. Dagli anni Novanta in poi, la giovinezza ha iniziato una metamorfosi che la rende più sfumata nei suoi confini temporali e più eterogenea nei suoi valori e comportamenti. I social media hanno moltiplicato i contatti in modo esponenziale. Ma le comunità virtuali non fanno massa, sono prive di compattezza e di calore intersoggettivo. Come la società nel suo complesso, anche la gioventù è diventata “liquida”, sfuggente e ondivaga. Meno dogmatica rispetto al passato, certo, ma anche meno impegnata.

 

I giovani continuano a sperimentare, però lo fanno sfruttando gli spazi di libertà aperti dalle loro madri e dai loro padri. Il ventenne di oggi non deve lottare per affermare nuovi valori e cercare la propria identità. Afferma e cerca sotto gli occhi benevoli dei genitori. Le “diversità” non sono più un tabù. Le mura di scuola e quelle di casa sono diventate di gomma. A volte così confortevoli che, come nel film Tanguy, i trentenni finiscono per restare incollati alle loro camerette di adolescenti. Il fenomeno è quasi patologico in Italia. Riguarda ormai persino gli Stati Uniti, dove molti ragazzi tornano da mamma e papà quando finiscono il college. Il ritardo con cui i giovani approdano alle responsabilità della vita adulta è anche la conseguenza delle trasformazioni economiche. I boomers sono entrati nella cittadella del lavoro garantito e si sono chiusi dentro. I millennials invece sono destinati a ricevere l’Oscar della precarietà. Rischiano anche un poco invidiabile primato: quello di essere più poveri dei loro nonni e genitori (almeno fino all’eredità). È obiettivamente difficile pagare un affitto, sposarsi e fare figli in simili condizioni.

 

La sfida economica è seria, ma non va esagerata. I dati segnalano infatti che non sono solo i precari da mille euro al mese a differire il matrimonio e l’arrivo dei figli. Lo fa anche chi non ha problemi di reddito e lavoro. In parte si tratta quindi di una scelta. La riluttanza ad assumere impegni di coppia e responsabilità genitoriali riguarda oggi anche (e in certi contesti soprattutto) le giovani donne. Di nuovo, è un fatto storicamente inedito. Una conquista in termini di libertà e pari opportunità per un genere (quello femminile) da sempre eterodiretto. Ma al tempo stesso un fattore aggiuntivo di “liquidità”. Come evitare che l’inseguimento dell’auto-affermazione non degeneri in una sequenza di scelte fini a se stesse? Con effetti perversi sul piano collettivo in termini di calo demografico e sostenibilità del welfare? Ci vogliono innanzitutto incisive riforme sociali per allargare le porte del mercato occupazionale, restituire un minimo di stabilità ai percorsi lavorativi, offrire robusti sostegni alle coppie con figli e alle madri che lavorano. Ma la sfida è anche culturale. E qui la risposta è più difficile. Secondo alcuni filosofi francesi, è ora di smetterla con la retorica giovanilistica, dobbiamo spostare l’attenzione sull’età adulta e le sue qualità: esperienza, responsabilità, autonomia. I romani parlavano di gravitas, in Francia si è coniato il neologismo adultie. Un approdo esistenziale da raggiungere possibilmente entro i trent’anni, proprio come dice Eurostat.

Ai molti tardo-ventenni del nostro Paese che indulgono nella liquidità vanno senz’altro fornite più risorse e più opportunità. Ma è giusto chieder loro di rimboccarsi le maniche, di diventare “capitani coraggiosi”. Non è solo il verso di una canzone di Battiato (quella sul centro di gravità permanente), ma è soprattutto il titolo di uno straordinario romanzo di Kipling. In cui un ragazzo un po’ viziato riesce a conquistarsi con le unghie e con i denti la maturità e l’equilibrio di uomo adulto.

 

Questo articolo è comparso anche su Sette del Corriere della Sera del 6 luglio 2017.

 

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Consigli ai giovani. E non solo

Se la disoccupazione giovanile è così alta in Italia non dobbiamo prendercela solo con la crisi. Parte di questo drammatico problema risiede nel divario fra le competenze maturate a scuola e quelle richieste dal sistema produttivo. Secondo alcune stime, se non ci fosse questo divario la disoccupazione fra i 15 e i 29 anni potrebbe ridursi dal 28% al 16%. Una cifra impressionante.

 

Al Nord, non si trovano laureati in ingegneria e altre discipline scientifiche. Al Sud, mancano diplomati con buona formazione da inserire nel turismo, nei servizi culturali, sanitari e sociali. Titolo di studio a parte, quali sono le maggiori carenze lamentate dalle imprese? Una recente ricerca della Confindustria di Bergamo (la seconda provincia industriale d’Europa, dopo Brescia) fornisce interessanti indicazioni. I neo-assunti sono scarsi in matematica di base, non parlano bene l’inglese né altre lingue straniere. Anche l’informatica e l’italiano scritto lasciano a desiderare. Le carenze più gravi riguardano però la capacità logica, l’attitudine alla leadership, la creatività. Sono quelle “meta-competenze” che rendono capaci di attivare conoscenze e abilità più specifiche per affrontare problemi complessi. E che incentivano a mantenere flessibilità di pensiero e curiosità ad ampio spettro.

 

Come si formano tali meta-competenze? Non c’è una ricetta prestabilita. Molti giovani le maturano spontaneamente; alcuni insegnanti sono capaci di stimolarle. I nostri istituti secondari producono talenti apprezzati in tutto il mondo. Ce ne saranno sicuramente molti anche fra i quattrocentocinquantamila maturandi che in questi giorni stanno sostenendo gli esami di stato. Non si può tuttavia contare solo sulla spontaneità. Le meta-competenze possono e devono essere deliberatamente coltivate, tramite approcci e pratiche educative già ben sperimentate in altri paesi. Secondo le ricerche della Fondazione Agnelli, nelle scuole italiane prevale ancora la didattica ex cathedra incentrata sul programma ministeriale, c’è poca apertura verso i metodi che gli esperti chiamano “euristici” perché volti a consolidare abilità trasversali e, appunto, meta-competenze.

 

L’anello più debole è la scuola media. La divisione fra licei, istituti tecnici e professionali incentiva poi una differenziazione per materie, una concentrazione eccessiva sui contenuti a scapito delle abilità. L’inarrestabile attrazione degli studenti verso i percorsi liceali sta poi svalutando, anche simbolicamente, i saperi tecnici. Perché non istituire un liceo “tecnologico”? Oggi esiste, all’interno del liceo scientifico, un indirizzo di scienze applicate, scelto da circa il 7% degli studenti: una percentuale simile a quella di chi opta per i licei artistici, sportivi e musicali. Un’altra buona idea sarebbe il potenziamento dei cosiddetti cicli brevi (due anni) dell’istruzione terziaria. In molti paesi, fra cui gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Austria, la Spagna, la Danimarca, questi percorsi attraggono fra il 10 e il 20% dei diplomati. Da noi sono stati creati gli Istituti Tecnici Superiori, intesi come “scuole ad alta specializzazione tecnologica”. Intento buono, realizzazione molto deludente: solo 93 istituti, con meno di ottomila frequentanti (in Sicilia 360, in Campania 180).

 

Ai nostri studenti manca infine il sostegno di adeguati servizi di orientamento. Dopo la maturità, il percorso universitario è scelto in base ad interessi personali, prevalentemente vicino a casa e famiglia. Le prospettive occupazionali e di carriera si situano agli ultimi posti fra i criteri di selezione. Se un giovane prova una profonda vocazione intellettuale per una dato campo del sapere, è senz’altro giusto che l’assecondi. Ma tutte le scelte hanno implicazioni pratiche, di cui bisogna essere ben consapevoli. Come ammonisce Seneca nel brano proposto ieri per la seconda prova del liceo classico, persino la filosofia “non risiede nelle parole, ma nei fatti”.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 23 giugno 2017

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