Archivi del mese: aprile 2017

Serve un nuovo equilibrio tra nord e sud europa

La lunga crisi economico-finanziaria ha creato forti contrapposizioni fra gli stati europei. Quel poco di identità comune costruita nel corso dei decenni si è significativamente erosa e, con essa, la legittimità della UE come istituzione dotata di competenze e poteri sovranazionali. In un simile contesto, bene hanno fatto Esposito e Galli della Loggia (Corriere di lunedì) a richiamare l’attenzione sul tema dell’identità europea. Senza un senso di comune appartenenza, nessuna  istituzione di “governo” può funzionare e persino sopravvivere.

L’identità  è un contenitore di specifiche credenze (memorie storiche, valori, conoscenze e interpretazioni condivise). Ma le sue origini e il suo radicamento nelle coscienze individuali è una questione di processi: di interazioni, confronti, esperienze collettive. Come notano Esposito e Galli della Loggia, per forgiare identità stabili, fondare e consolidare nuove comunità territoriali le interazioni debbono anche riguardare questioni squisitamente politiche: chi decide cosa?  E, prima ancora, perché dobbiamo stare insieme e sottorporci ad un’autorità comune? Negli anni Cinquanta l’Europa nacque sulla scia di domande simili e, seppur fragile, il contenitore identitario si è formato. Ma oggi rischia di rompersi.

La proposta che Esposito e Galli formulano per affrontare la sfida è molto ambiziosa: l’elezione diretta, da parte dell’intero corpo elettorale europeo, di un Presidente UE e di due Vice-presidenti, uno per gli esteri e l’altro per la difesa. Un simile passo richiede naturalmente  una incisiva revisione dei Trattati, processo lungo e faticoso. Nell’attesa, conviene forse immaginare qualcosa di meno impegnativo ma pur sempre utile sul piano identitario.

I due fronti su cui lavorare sono essenzialmente due: rilanciare il principio dell’eguaglianza politica fra paesi membri; promuovere un nuovo equilibrio fra la cultura (germanica) della stabilità e la cultura (greco-latina) della solidarietà.

In base ai Trattati, i paesi membri sono tutti uguali. Progressivamente il loro peso decisionale è stato calibrato in base alla popolazione. Sulla scia delle riforme introdotte durante la crisi, gli attuali sistemi di voto tendono però oggettivamente a favorire le coalizioni fra paesi del Nord, imperniate sulla Germania. Inoltre, le pratiche informali del Consiglio sono, spesso, spudoratamente asimmetriche. Nei  negoziati sul bail out della Grecia, i rappresentanti eletti del popolo ellenico sono stati spesso trattati come zombie (l’espressione è di Habermas), alla mercé di improvvisati direttôri fra potenti, sempre presieduti da Merkel e/o Schäuble. Come stupirsi se poi gli elettori votano sulla base di interessi e identità esclusivamente nazionali?

Il secondo nodo riguarda il nesso fra responsabilità nazionali e solidarietà paneuropea. Durante la crisi, l’Europa si è trasformata in una Unione di “aggiustamenti fiscali” su base nazionale (i famosi compiti a casa), all’interno di un rigido quadro di regole e sanzioni disciplinari. Lo spirito della coesione sociale e territoriale, nato nei lontani anni Settanta, è andato quasi completamente smarrito. Un paradosso, visto che nel frattempo l’Unione economica e monetaria ha moltiplicato le interdipendenze fra paesi.

Il compito di affrontare le sfide dell’eguaglianza e della solidarietà spetta alle élite. Ciò che serve è un chiarimento politico-culturale serio, anche duro, fra i leader europei, soprattutto all’interno dell’eurozona. A metà degli anni Ottanta, al fine di lanciare il cosiddetto dialogo sociale europeo, Jacque Delors rinchiuse imprenditori e sindacati –che non facevano che litigare- nel castello di Val Duchesse in Belgio fino a quando non si accordarono. Oggi abbiamo bisogno di una nuova e ambiziosa Val Duchesse. Questa volta per lanciare un dialogo europeo su “responsabilità e solidarietà fra eguali”.

Naturalmente una simile iniziativa sarebbe inizialmente divisiva: il suo scopo dovrebbe proprio essere quello di alzare la polvere sotto i tappeti. Ma il percorso di formazione degli stati nazionali (soprattutto quelli multi-religiosi e/o multi-nazionali) è stato punteggiato di momenti di contrasto fra elite, seguiti da qualche accordo ‘consociativo’ volto proprio a  tenere assieme comunità territoriali fragili ed eterogenee e accompagnarle verso la piena democratizzazione. Certo, i Trattati andranno prima o poi cambiati. Senza un nuovo  patto politico-culturale fra chi oggi rappresenta e guida i popoli europei, nessun progresso istituzionale sarà tuttavia possibile. E il declino della Ue diventerà a questo punto irreversibile.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 12 aprile 2017

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Zero fedeltà, ecco la politica volatile

Sin dai suoi albori, la cultura giudaico-cristiana ha sempre attribuito grande valore alla fedeltà. Nell’Antico Testamento essa stava alla base dell’alleanza fra Dio e il suo popolo. Nel Vangelo, Gesù ammonisce chi si pone al servizio di due padroni. Dall’età classica in poi, i legami di fedeltà hanno fondato molte e rilevanti pratiche politiche: la clientela in epoca romana, il vassallaggio feudale, le relazioni fra nobili e sovrani assoluti, il notabilato ottocentesco. E, naturalmente, tutte le forme di nazionalismo.

L’avvento della democrazia di massa ha posto una prima sfida al primato della fedeltà. Votare significa scegliere, anche a costo di rompere i tradizionali legami di appartenenza. Il mandato rappresentativo ha a sua volta trasformato i membri del Parlamento da portavoce di interessi particolari a interpreti di istanze generali. Nel corso del Novecento, il mandato imperativo è rimasto in vigore solo nei paesi comunisti, spesso usato come strumento di ricatto.

La democrazia ha promosso nuovi equilibri fra fedeltà e autonomia di scelta. Ma per gran parte del secolo scorso i comportamenti politici sono stati pur sempre modellati dalle grandi organizzazioni di massa: partiti, sindacati, chiese. Gli elettori erano prevalentemente “affiliati”, decidevano in base ad identità ideologiche forgiate dalla vita associativa. I loro rappresentanti erano perlopiù vincolati alla disciplina di partito, guai a cambiare casacca in Parlamento.

Negli ultimi decenni tutto questo è velocemente cambiato. Dagli anni Sessanta ad oggi gli iscritti ai partiti sono calati dal 20% al 5% degli elettori. I tassi di sindacalizzazione sono scesi di una quindicina di punti, così come la quota di votanti che dichiarano un’appartenenza religiosa.

Le basi organizzative della politica si sono sfaldate, forse in modo irreversibile, a seguito di profonde trasformazioni sociali e culturali. Nella misura in cui ancora esiste, la grande fabbrica ha smesso di essere il luogo primario di socializzazione politica, le ideologie del Novecento hanno perduto la loro forza di attrazione e mobilitazione. Nel tempo libero, le persone fanno cose diverse, perseguono una pluralità di interessi. Come ha scritto il politologo americano Robert Putnam, spesso “giocano a bowling da sole” (in America, almeno): un processo di individualizzazione alimentato dai media, soprattutto da internet.

All’ascesa dell’elettore “volatile” ha fatto da contraltare quella del parlamentare “mobile”. La flessibilità del mandato rappresentativo ha consentito e incoraggiato il passaggio da una squadra a un’altra, da un campo a un altro. In molti parlamenti sono nate le coalizioni arcobaleno: multicolori, cangianti, sfuggenti. Come la società, anche la politica è diventata liquida e infedele.

Dobbiamo preoccuparci? In parte sì. Nessuna comunità politica può prosperare o persino sopravvivere senza una soglia accettabile di lealtà: orizzontale, nei rapporti fra cittadini, e verticale, nei rapporti fra governanti e governati. Sbaglia però chi erige la fedeltà a valore assoluto. L’avevano già messo in luce la tragedia (Eschilo) e la filosofia (Platone) greche: in morale come in politica ciò che conta è scegliere con giudizio. Mai con superficialità, sempre secondo ragione, in certi casi si può e si deve essere infedeli. Sennò la storia non sarebbe che una grigia e ripetitiva linea retta, che avanza solo perché passa il tempo.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 10 aprile 2017.

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’assedio ai valori condivisi

Alla fine della prima guerra mondiale, il poeta irlandese Yeats riassunse la catastrofe politica europea in questi celebri versi: “le cose crollano, il centro non può reggere; sul mondo si è scatenata pura anarchia”. E’ passato un secolo, oggi nessuno teme nuove guerre fra i popoli d’Europa. Ma il rischio che “il centro non regga” è di nuovo fra noi.

Negli USA è già successo. In campagna elettorale, Trump ha ripetuto spesso che il sistema politico americano era “rotto”, che occorreva rivoltarlo dalle fondamenta. Dalla Casa Bianca, questa operazione si sta rivelando più difficile del previsto: giudici e  Congresso oppongono resistenza alle picconate del nuovo Presidente. Ma per quanto resisteranno le forze moderate?

Anche in molti paesi UE il centro è sotto attacco. A destra la sfida viene dai populismi di marca “sovranista” (pensiamo a Marianne Le Pen), che a volte sfumano verso posizioni neo-fasciste o neo-naziste (il gruppo Pegida, in Germania e Olanda). A sinistra sta crescendo un populismo radicale, anticapitalista e antimondialista (le frange estreme di Podemos in Spagna, di Syriza in Grecia). In Italia la morsa è doppia. Da un lato,  la destra di Salvini e di Meloni. Dall’altro i Cinque Stelle: un movimento protestatario dal profilo sfuggente. Bersani l’ha recentemente definito un “centro arrabbiato”. Ma Grillo e Di Battista rifiutano qualsiasi collocazione sulla dimensione destra-sinistra, considerata un retaggio del passato. Comunque li si guardi, i nuovi populismi si propongono, proprio come Trump, di far crollare le cose in nome di alternative palingenetiche, inafferrabili nei loro specifici contenuti.

Per reagire a questa sfida, occorre riabilitare il centro. Non in senso partitico, ma politico-culturale. Il centro è molto di più che una posizione a metà strada fra destra e sinistra, una miscela annacquata e eterogenea di obiettivi presi un po’ di qua e un po’ di la.  E’ il punto di equilibrio dell’intero sistema, quello che tiene insieme la comunità politica in quanto tale, la difende dalle spinte centrifughe e disgregative. E’ il contenitore dei valori che fondano la convivenza civile: lo stato di diritto, la democrazia rappresentativa, i diritti di cittadinanza; la tutela di una sfera pubblica in cui possano dialogare visioni del mondo diverse senza scontri distruttivi. Salvaguardare questi valori è anche una questione di stile: ci vogliono pragmatismo, disponibilità alla conciliazione e qualche volta ai compromessi.

E’ su tali valori che l’Europa ha potuto riprendersi dopo le tragedie delle guerre mondiali, sconfiggendo anarchia, opposti estremismi, guerre fredde, terrorismi rossi e neri (baschi, irlandesi e così via). Tranne qualche isolato episodio, l’ondata populista non ha oltrepassato il confine della protesta violenta. Ma è una deriva che non si può escludere.

Per riabilitare i valori “centrali” della politica liberal-democratica, negli USA si è formato un movimento significativamente denominato No Label (nessuna etichetta). Un insieme di persone (fra cui molti rappresentanti eletti) con diversi orientamenti partitici, che hanno scelto di far leva su valori comuni per affrontare quattro emergenze nazionali: il lavoro, il welfare, l’energia, il risanamento di bilancio. Anche i No Label vogliono oltrepassare le tradizionali contrapposizioni fra progressisti e conservatori. Il loro scopo però è costruire, non distruggere.

Riflettendo sul disastro degli anni Venti, Yeats osservava: “ai migliori manca ogni principio, mentre i peggiori sono pieni di furiosa intensità”. In politica, ciascuna formazione ha i suoi migliori e i suoi peggiori. L’importante è non smarrire l’ancora dei principi condivisi. Che non sono di destra né di sinistra, non appartengono né al popolo né alle élite, ma sono il fondamento di una politica inclusiva e responsabile.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 4 aprile 2017

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Il linguaggio obsoleto di regole fuori dal tempo

Le donne imprenditrici sono più di un milione e mezzo, il 16% della forza lavoro. Il dato è superiore alla media UE (10%), ma i confronti internazionali indicano che il sostegno pubblico italiano alle imprese femminili è poco efficace. Ciò che è accaduto all’ing. Marrone – dieci anni per vedersi riconoscere un’agevolazione dalla Regione Campania- sarà stata un’eccezione, o almeno così speriamo. Basta però leggere il testo della Legge regionale 24/2005 per capire che le probabilità di vicende come questa erano sin dall’inizio molto alte. Le procedure prevedevano decine di documenti, certificazioni, autorizzazioni, perizie giurate. Dal decreto che, nel marzo 2017 (!),  ha finalmente concesso l’agevolazione all’impresa emerge una storia davvero kafkiana, peraltro riassunta in perfetto burocratese (“premesso che, considerato, verificato, ritenuto, dato atto, visto, visto altresì”, con tanto di sotto commi numerati con l’alfabeto greco).

Nessuno mette in dubbio la legittimità del procedimento.  E sappiano che in certe aree il tessuto imprenditoriale italiano lascia piuttosto a desiderare quanto a standard di legalità. Ma invece di arginare il malcostume, l’adozione di procedure arzigogolate finisce per creare opportunità di manipolazione. Senza contare la dilatazione dei tempi: che nesso può mai esserci fra un finanziamento erogato dieci anni dopo e gli obiettivi della  richiesta originaria?

La nostra burocrazia è ancora imbevuta di formalismo. La realizzazione degli obiettivi di policy si esaurisce quasi sempre nella definizione di regolamenti e procedure. Poi succeda quel che succeda, l’amministrazione ha fatto il suo dovere. Di fronte a un problema, i funzionari pubblici non si interrogano sulle soluzioni pratiche, in base a criteri di efficienza ed efficacia, ma si affannano a cercare lo strumento amministrativo entro il quale far rientrare quel problema, a costo di distorcerne la natura.

Non sappiamo se la Regione Campania abbia già svolto una qualche valutazione della legge 24/2005. Solo guardando ai risultati si potrà sapere che cosa ha funzionato e cosa no. Stando alla vicenda dell’ing. Marrone, una prima conclusione possiamo già azzardarla (beninteso, dopo la debita sequenza di “premesso, considerato, ritenuto e visto altresì”…): le procedure messe a punto nel 2006 per accedere alle agevolazioni non sono state il punto di forza di quel provvedimento.

 

Questo articolo è comparso anche su L’Economia de Il Corriere della Sera del 3 aprile 2017

 

 

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