Archivi del mese: aprile 2019

Gli spazi da coprire in Europa

Maurizio Ferrera

Da quando Salvini e Di Maio sono arrivati al governo, la Francia è diventata un bersaglio polemico: se ne parla solo per criticare. È un grosso errore. Nel Paese transalpino sono infatti in corso dinamiche sociali e politiche che hanno rilevanza per tutta l’Europa e per l’Italia in particolare. La società francese è oggi un grande palcoscenico che ogni giorno dà spazio alla rappresentazione del disagio e malcontento dei cittadini. Alla radice stanno i rivolgimenti legati all’apertura economica, all’immigrazione, alla recessione, all’austerità. Protestano i sovranisti, i «declassati» (chi si ritrova con lavori peggiori di un tempo), i militanti della sinistra e soprattutto i gilets jaunes, comprese le loro frange violente, i casseurs. Al palcoscenico sociale fa da contraltare un inedito cantiere politico. Lo scorso gennaio Macron ha avviato un grand debat nazionale sui temi più scottanti: giustizia sociale, lavoro, amministrazione e servizi pubblici, ambiente. Fra incontri, assemblee, consultazioni online la discussione ha coinvolto quasi due milioni di persone. Giovedì scorso, Macron ha tirato le fila in un discorso televisivo, formulando varie proposte (illustrate da Stefano Montefiori sul Corriere di venerdì). Nei sondaggi, la maggioranza dei francesi si è detta «non convinta». Ma sulle proposte specifiche, prese una per una, l’apprezzamento è stato sorprendentemente elevato. I giochi per le elezioni europee per ora restano aperti, En Marche potrebbe ancora vincere il testa a testa con il Fronte Nazionale. Naturalmente è troppo presto per parlare di «successo». Molto dipenderà dai tempi e dai dettagli dei vari provvedimenti, nonché dalla congiuntura economica. La protesta dei gilets jaunes non si fermerà subito. L’opinione pubblica sembra però ormai stufa di disordini e violenze, è probabile che il movimento si affievolisca gradualmente.

 

La ri-stabilizzazione della società francese, il rafforzamento di Macron e, soprattutto, l’avvio di una «fase due» di efficaci riforme sociali ed economiche sarebbe una buona notizia per tutta l’Europa, per almeno due motivi. Innanzitutto, si dimostrerebbe che è possibile rispondere alla crisi sociale e alla mobilitazione dei suoi tanti «perdenti» senza ribellarsi alla Ue e rincorrere il populismo. La strategia di Macron è stata un misto di rassicurazioni protettive ed esortazioni al cambiamento, coinvolgimento dei cittadini e contributo degli esperti. Una strategia basata sul binomio «ragione e sentimento» (siamo gli eredi dell’Illuminismo, ha ricordato il Presidente). Comunque lo si voglia valutare, si tratta di un percorso inedito, non solo per la Francia.

Anche sul piano dei contenuti la strategia ha delle caratteristiche distintive, che possono fornire spunti. Alle tradizionali riforme strutturali raccomandate dalla Ue, il piano di Macron prevede non solo alcune esplicite «linee rosse» (come «niente più tagli ai servizi pubblici»), ma anche una lotta alla madre di tutte le diseguaglianze: l’origine sociale. Il destino di ogni francese, ha detto il presidente, dipende dai primi mille giorni della loro vita. Chi nasce in una famiglia svantaggiata ha il diritto di disporre di reddito e di servizi della migliore qualità per non restare indietro. Fra i tratti distintivi della strategia presidenziale c’è però anche il realismo. La solidarietà costa, e dunque bisogna lavorare di più: più ore, per più anni. Non tutti sono convinti che questa sia la ragione della performance piuttosto deludente dell’economia transalpina. Ma la sfida dei costi è seria. Per garantire protezione ai più deboli si deve chiedere qualche sacrificio a chi ha di più (come i funzionari pubblici).

 

Il secondo motivo d’interesse delle vicende francesi riguarda la Ue. Macron ha confermato l’importanza del motore franco-tedesco, ma ha anche lanciato alcune pesanti accuse alla Germania: risponde sempre di no, eppure è il paese che ha tratto maggiori vantaggi dall’euro. E, soprattutto, persegue un modello di crescita che è ormai chiaramente contrario all’interesse europeo. Si tratta di critiche condivise da molti, è un bene che Macron abbia avuto il coraggio di esplicitarle. Il suo rafforzamento politico, dopo le elezioni europee, sarebbe una risorsa preziosa per smuovere le acque di Bruxelles.

 

Per l’Italia questo scenario aprirebbe spazi enormi. Un anno fa, la nostra diplomazia era impegnata nella preparazione del Trattato del Quirinale fra Roma e Parigi: un’occasione unica non solo per noi, ma per tutta la Ue. Il nuovo governo ha bloccato tutto: non ama né l’Europa né Macron e flirta con i sovranisti. Scelte non solo irragionevoli, ma anche autolesioniste. Un ripensamento sembra tuttavia assai poco probabile. Comunque evolva, l’esperienza francese dovrebbe essere studiata a fondo anche dall’opposizione italiana. Nella «fase uno» della presidenza, Macron ha spesso peccato di arroganza, adottando uno stile da monarca repubblicano. Ma negli ultimi mesi ha cambiato atteggiamento, mostrato responsabilità, capacità di leadership e visione. Su questi due versanti, in Italia, il Pd non ha certo brillato in passato. E ancora oggi soffre di troppi conflitti interni e debolezza progettuale. Il paese sta affondando nella palude del populismo, senza prospettive di uscita dalla crisi sociale e dal declino economico. La mancanza, per ora, di alternative (ossia di un’opposizione con buone idee e capace di leadership) aggrava il problema e getta ombre sempre più preoccupanti sul nostro futuro.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 28 Aprile 2019

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Quei nipotini di Adenauer poco solidali

Maurizio Ferrera

In un recente sondaggio condotto da Euvisions (www.euvisions.eu) in sei Paesi Uè, l’idea di un qualche schema paneuropeo di protezione della disoccupazione per i Paesi in difficoltà riceve in aggregato un sostegno maggioritario, sia a livello di massa sia di élite. La disaggregazione fra Paesi mette tuttavia il luce la frattura fra Nord e Sud che si è creata durante l’ultimo decennio. Mentre fra gli elettori e i parlamentari italiani e spagnoli il sostegno appare quasi plebiscitario, nei Paesi nordici (Svezia, Germania, Polonia) gli elettori diventano più tiepidi e l’elite in maggioranza contraria. La Francia è a metà strada: meno entusiasta del Sud, non così fredda come il Nord. Se disaggreghiamo i dati élite per famiglia politica, otteniamo una indicazione sorprendente. Ad essere più contrari alla solidarietà paneuropea non sono tanto i sovranisti (del Nord o del Sud), quanto piuttosto i liberali e i popolari. Questi ultimi anzi sono i più ostili. Nei Paesi inclusi nel sondaggio, il gruppo più consistente di parlamentari intervistati collegati al gruppo popolare del Parlamenti Uè sono quelli tedeschi — ancora guidati, nel momento del sondaggio —, da Wolfgang Schauble e Angela Merkel. Lì sta il blocco. Gli eredi di Adenauer e di Kohl hanno perso l’anima solidale che aveva sempre ispirato i loro Padri Nobili. Invece di raddoppiare la potenza del motore europeo della Germania, l’unificazione e poi la crisi sembrano averlo inceppato. Un grande peccato. E un grande rischio per il futuro dell’integrazione.

(Questo articolo è il sesto di una serie a puntate sull’Unione Sociale europea iniziata su queste colonne Vii febbraio. Per approfondimenti su questi temi, si veda http://www.euvisions.eu)

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 23 Aprile 2019

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Seguendo la scia digitale Il populismo nei Big Data

Conversazione di MAURIZIO FERRERA con ANDREAS FLACHE, MATTHEW SALGANIK e FLAMINIO SQUAZZONI

Che relazione può esserci fra le chiamate telefoniche e i messaggini che la gente si scambia sui cellulari da una parte, la diffusione della povertà dall’altra? n ricercatore americano Joshua Evan Blumenstock ha mostrato che la relazione esiste. In un articolo su «Science» è riuscito a stimare i tassi di povertà del Ruanda senza svolgere alcuna ricerca sul campo. Ha usato i registri digitali dell’operatore telefonico, ha fatto alcune ipotesi sul nesso fra abitudini telefoniche, contenuti e linguaggio degli Sms, da un lato, e livelli di reddito degli utenti, dall’altro lato. Poi ha elaborato degli algoritmi e addestrato un computer ad analizzare milioni di dati. Alla fine ha prodotto delle stime che si sono rivelate molto accurate.

È solo un esempio delle opportunità che i cosiddetti Big Data offrono per studiare i fenomeni economici e sociali, quasi in tempo reale. La «scia digitale» che ognuno di noi lascia quotidianamente rischia di minacciare la privacy, di renderci tutti «sorvegliati speciali». Ma apre anche straordinarie possibilità di conoscerci meglio, di capire le nostre dinamiche interattive, di predirne gli effetti e dunque di impostare politiche pubbliche più efficaci. Di questi temi si è recentemente discusso alla Statale di Milano, in occasione del lancio del nuovo laboratorio di sociologia sperimentale Behave. Il dibattito che segue offre un giro d’orizzonte con studiosi qualificati sulle prospettive della ricerca sociale nella nuova era digitale. Il sociologo americano Matthew Salganik, professore alla Princeton University, è nel comitato di direzione di Mathematica Policy Research, una società specializzata nella valutazione delle politiche pubbliche. Andreas Flache, nato in Germania, insegna attualmente Sociologia all’Università di Groninga, in Olanda, ed è tra i pionieri dell’applicazione di modelli di simulazione al computer alle scienze sociali. E un esperto in quel campo anche Flaminio Squazzoni, ordinario di Sociologia all’Università degli Studi di Milano, che dirige il laboratorio Behave.

MAURIZIO FERRERA — La democrazia è oggi sottoposta a forti pressioni. Le piattaforme digitali e la comunicazione sui social media stanno creando «società orizzontaU», sempre meno tolleranti rispetto ai principi gerarchici (in particolare la distinzione tra governati e governanti) su cui si basa la rappresentanza. È una fase di rapidi cambiamenti, affascinante per la ricerca sociale. Ma gli scienziati sociali sono pronti ad affrontarla?

MATTHEW SALGANIK — Credo di sì. Con l’analisi dei Big Data le scienze sociali passeranno dalla fotografia alla cinematografia, dalla statica alla dinamica. Per ora il principale ostacolo è che i Big Data non sono posseduti da università e centri di ricerca, ma da imprese e istituzioni pubbliche. Bisogna allargare e garantire l’accesso diretto e su vasta scala a questi dati.

FLAMINIO SQUAZZONI — Per comprendere come funzionala nuova «società orizzontale» — anche nei suoi rapporti con la politica — abbiamo bisogno di lavorare con dati particolareggiati a grana fine e di elaborare nuove teorie e ipotesi. Sono d’accordo con Salganik: per vedere progressi significativi, l’accesso e la condivisione di dati sono cruciali.

ANDREAS FLACHE—La sfida richiede prospettive interdisciplinari e nuove metodologie di ricerca. Nel nostro gruppo di ricerca, abbiamo usato i Big Data per analizzare, ad esempio, l’emergere della polarizzazione dell’opinione pubblica su tematiche divisive, come l’immigrazione. La disponibilità di dati dalle piattaforme digitali rivoluziona anche il modo in cui calibriamo e verifichiamo i nostri modelli teorici.

MAURIZIO FERRERA — Quando la massa di dati disponibili è così ampia, viene la tentazione di «far parlare» i dati da soli, estraendo regolarità e associazioni per via induttiva, tramite formule e algoritmi. Non si corre però il rischio di arrivare a conclusioni superficiali, non suffragate da ipotesi causali?

MATTHEW SALGANIK—n rischio c’è. Supponiamo di osservare che il canto di un gallo al mattino predice sempre il sorgere del sole e così pei vari giorni. Datale osservazione potremmo sviluppare un modello predittivo: questa è, semplificando, la logica delle regolarità basate su correlazione. In questo modo però non riusciamo affatto a capire perché sorge il sole. Le (buone) decisioni della politica presuppongono la comprensione dei meccanismi di fondo dei fenomeni su cui si deve decidere. Se trovassimo un modo per evitare che il nostro gallo cantasse al mattino, il sole continuerebbe a sorgere comunque. Detto questo, è però vero che la ricerca sistematica di correlazioni su grandi insiemi di dati è spesso un utile punto di partenza: può generare associazioni interessanti tra fenomeni, che possono rivelarsi preziose per identificare nuovi meccanismi causali.

ANDREAS FLACHE — Ecco un altro l esempio significativo. In parecchie città americane si notano fenomeni di segregazione razziale fra diversi quartieri. Eppure le ricerche segnalano che molti cittadini non sono ostili a vivere in quartieri multietnici. Se anche continuassimo a raccogliere dati sulle preferenze per anni, non riusciremmo a ricostruire i meccanismi che determinano la distribuzione nello spazio urbano delle famiglie appartenenti a varie etnie. Di conseguenza è fondamentale sviluppare modelli che riproducano l’interdipendenza delle scelte individuali.

FLAMINIO SQUAZZONI — La disponibilità di grandi masse di dati è una grande opportunità per capire l’aggregazione delle scelte individuali. Ma abbiamo ancora bisogno di modelli, ipotesi e test. Non possiamo lasciare nelle mani di informatici e fisici, più in generale degli esperti della cosiddetta data science, la ricerca sociale del futuro.

MAURIZIO FERRERA — Torniamo al tema deU’immigrazione, alla rapida diffusione di credenze che oppongono in maniera frontale «noi» e gli «altri». In che modo le «scie digitali» oggi disponibili consentono di comprendere in modo più preciso le dinamiche di polarizzazione in questo campo?

ANDREAS FLACHE — Sappiamo che c’è una relazione fra i sentimenti anti immigrazione e le condizioni di insicurezza e di bassa istruzione. Ma non conosciamo bene le condizioni che idealmente trasformano tali fattori in un movimento collettivo anti immigrati. Anche qui, tracciare la formazione di tali gruppi su Twitter, ad esempio, potrebbe essere utile a confermare l’importanza dei fattori contestuali, considerando anche la suscettibilità che ognuno di noi ha rispetto alle opinioni degli altri soggetti con cui interagiamo.

FLAMINIO SQUAZZONI — Come hanno ben mostrato Robert Sapolski nel saggio Behave («Comportarsi», Penguin Books, 2017) e Joshua Greene nel suo Moral Tribes («Tribù morali», Penguin Books, 2014), nel corso dell’evoluzione sociale siamo stati in grado di regolare le nostre interazioni in gruppi sociali di scala relativamente elevata (il famoso numero di Dunbar, circa 150 soggetti). Tuttavia, abbiamo difficoltà a regolare la relazione tra «noi» e «loro», la relazione tra gruppi. A volte sviluppiamo istituzioni che ci aiutano a ridurre la probabilità di conflitti inter-gruppo, altre volte non ci riusciamo. Sostituiamo la parola «gruppo» con la parola «nazione» e l’equazione assomiglia molto a quello che accade oggi. In sostanza, in quella «lunga durata» su cui insisteva il grande storico francese Fernand Braudel, la relazione tra «io» e «nob> è più radicata nella nostra storia evolutiva. Creare relazioni pacifiche tra «nob> e «loro» risulta più difficile e gli equilibri che costruiamo sono più fragili.

MAURIZIO FERRERA — In alcune sue ricerche, Flache ha mostrato che la polarizzazione di opinioni (prò/ contro gli immigrati, prò/contro i diritti delle minoranze) è più probabile quando gli individui sono segregati in reti sociali dove i segnali di «orgoglio» e «stigma» hanno connotazioni etniche o religiose. È un destino inevitabile?

ANDREAS FLACHE — No, ma Squazzoni ha ragione, la preferenza che abbiamo a cooperare con i membri del nostro gruppo identitario ci espone a tale rischio. Le nostre ricerche mostrano che se le persone interagiscono preferibilmente con membri del loro stesso gruppo (etnico o religioso), è probabile che emergano opinioni negative circa l’altro, con effetti di rinforzo causati dal conformismo sociale e dall’omofilia (tendenza ad interagire preferibilmente con persone simili e a divenire più simili nel corso del tempo).

MATTHEW SALGANK — Non penso che ci sia un destino ineluttabile di polarizzazione. Ci sono stati momenti nella storia in cui la polarizzazione ha causato danni, ma abbiamo anche sviluppato degli anticorpi.

FLAMINIO SQUAZZONI — Certo, ma nell’attivare questi anticorpi è fondamentale il ruolo delle élite politiche. Molti leader oggi alimentano la polarizzazione. Noi scienziati sociali abbiamo qui un compito importante. L’analisi dei Big Data fornisce un’occasione straordinaria sia per comprendere le dinamiche della «società orizzontale», per identificare le responsabilità dei leader e al tempo stesso i loro margini di manovra per trovare equilibri virtuosi.

MAURIZIO FERRERA — Molte nostre scelte lasciano tracce digitali, ma anche le non-scelte sono importanti. Come ha osservato Jon Elster in La spiegazione del comportamento sociale (il Mulino, 2011), il nostro comportamento (i nostri desideri, le nostre credenze, i nostri scopi) non si esaurisce nelle scelte esplicite.

ANDREAS FLACHE — Sono d’accordo. I tweet o qualsiasi altra traccia digitale non dicono molto circa i processi cognitivi ed emotivi alla base delle nostre decisioni. Bisogna identificare tali processi e i loro legami causali con le tracce che le persone lasciano.

MATTHEW SALGANIK — Concordo. Fortunatamente, la scienza sociale ha sviluppato da tempo strumenti per identificare questi processi. La mappatura delle tracce e l’analisi basata su meccanismi sono complementari, non alternativi, come ho mostrato nel mio libro Bit by Bit (di prossima uscita dal Mulino).

FLAMINIO SQUAZZONI — Aggiungo una sola osservazione: per spiegare il comportamento sociale abbiamo bisogno di strumenti avanzati di osservazione sperimentale.

MAURIZIO FERRERA — Su quali fattori bisognerebbe puntare per migliorare la qualità della ricerca sociale del futuro?

ANDREAS FLACHE — Formazione di qualità e addestramento all’uso dei modelli computazionali e degli esperimenti in un’ottica interdisciplinare.

MATTHEW SALGANIK — Una formazione che integri i vari campi che abbiamo toccato qui. Capace di fornire strumenti di comprensione in qualsiasi attività o settore professionale.

FLAMINIO SQUAZZONI — Aggiungerei un pizzico di interdisciplinarità: credo nella «sociologica comportamentale» come un terreno di coltura per studiosi del comportamento individuale ed esperti di evoluzione antropologica e socio-biologica. Di nuovo, l’attenzione al lungo periodo è fondamentale. Dopotutto, la società esisteva anche prima di Twitter.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del 21 Aprile 2019

 

 

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La parola – INSIEME

Maurizio Ferrera

Ci sono molti modi per stare insieme, non solo per le persone ma anche per popoli e nazioni. Sulla moneta da un quarto di dollaro campeggia il motto degli Stati Uniti: e pluribus unum. Fu scelto dai rappresentanti delle tredici colonie all’avvio della guerra d’indipendenza, nel 1776. Indicava un percorso di progressiva fusione federale. Ci sono voluti quasi cent”anni e una guerra civile. Ma dal 1865 gli Stati Uniti sono diventati una parola singolare: un unum, appunto—anche dal punto di vista grammaticale. I cantoni svizzeri hanno scelto un altro modello. Sulla facciata del Palazzo federale di Berna sta scritto: uno per tutti, tutti per uno. È ciò che si promisero il primo agosto 1291 i cantoni di Uri, Svitto e Untervaldo. Un patto «eterno», ma di natura orizzontale: niente fusione, ma fratellanza e reciproco aiuto tra comunità gelose della propria autonomia, ma troppo piccole per stare da sole. L’Unione europea ha un proprio motto dal 2000.

Fu scelto tramite un concorso aperto a tutti gli studenti delle scuole secondarie. Vinse l’espressione «unita nella diversità». Nelle lingue neolatine l’aggettivo si riferisce chiaramente all’Europa; in quelle germaniche l’aggettivo (united, geeint) può invece riferirsi sia all’Europa, sia ai suoi popoli. In altre parole: la diversità è addirittura insita nel significato del nostro motto. Se prendiamo per buona l’interpretazione neolatina, l’Europa ha inaugurato un modo inedito di stare insieme: l’unità come contenitore, la diversità come contenuto. Un contenuto che pone dei limiti, ma che è un valore e opera anche come motore per il viaggio verso una «unione sempre più stretta». Quanto stretta, è cosa che si scopre strada facendo. Con la scelta del Regno Unito di dis-unirsi dagli altri Paesi, perla Uè sarà forse più facile riaffermarsi come unità, come insieme non solo economico, ma anche politico e sociale. Sempreché la sfida sovranista non riesca a trasformare di nuovo le diversità nazionali in motivo di conflitto, resuscitando i fantasmi del passato.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 12 Aprile 2019

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Quel «nein» che aiuta i sovranisti

Maurizio Ferrera

Difficile, ma non irragionevole. Se ben disegnato, un provvedimento UE sul salario minimo avrebbe probabilmente più pregi che difetti. Del resto, il Pilastro europeo dei diritti sociali già lo prevede (art.6): «Sono garantite retribuzioni minime adeguate, che soddisfino i bisogni del lavoratore e della sua famiglia in funzione delle condizioni economiche e sociali nazionali, salvaguardando nel contempo l’accesso al lavoro e gli incentivi alla ricerca di lavoro». Si tratta di passare da questo principio generale a qualcosa di più concreto: come primo passo, potrebbe bastare anche un processo di coordinamento delle politiche nazionali, inserito in modo chiaro e regolato dentro il Semestre europeo.

La Germania si è subito detta contraria alla proposta di Macron, nonostante essa stessa abbia introdotto nel 2015 un salario minimo di 9 euro all’ora. «Il centralismo europeo, lo statalismo, la mutualizzazione del debito, il portare la sicurezza sociale e il salario minimo a livello UE sono il modo sbagliato» di affrontare la questione sociale: serve invece «una responsabilità individuale e sussidiaria». Così ha detto in una recente intervista Annegret Kamp-Karrenbauer, che ha sostituito Merkel alla guida dei cristianodemocratici.

Il concetto di «responsabilità individuale e sussidiaria» domina da più di un decennio la visione europea del governo tedesco. Essa riflette un punto di vista più generale: l’Unione economica e monetaria deve creare e salvaguardare uno spazio di competizione istituzionale fra paesi, tutto il resto è «rendita», «azzardo morale», «opportunismo». C’è però un problema con tale approccio: esso è inadatto alla costruzione di quella Unione politica – basata sull’economia sociale di mercato – che pure la Germania dice di volere. Se a ogni proposta in direzione «costruttiva» (compreso il salario minimo UE) si risponde ribadendo il principio di responsabilità individuale dei paesi, alla fine si incoraggia e si legittima il sovranismo. Sta succedendo proprio questo. Ma a Berlino non se ne accorgono neppure i socialdemocratici.

Questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 8 aprile 2019

 

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