Archivi del mese: Mag 2019

Per scaldare gli euroscettici ci vuole la carta sociale

Maurizio Ferrera

A partire dallo scorso febbraio, Euvisions ha presentato e discusso su queste colonne le politiche sociali che già esistono a livello europeo. Si è visto come la Ue disponga già di un “acquis sociale” piuttosto articolato, basato su direttive che riguardano l’occupazione,  i rapporti collettivi di lavoro e la protezione sociale.  L’Unione facilita poi l’attuazione dei diritti sociali a livello nazionale e locale, attraverso i vari fondi strutturali. Queste misure sono state adottate nel quadro di ambiziosi obiettivi generali (alcuni fissati dai Trattati). L’iniziativa più recente su questo versante è stata l’adozione del Pilastro europeo dei diritti sociali (EPSR), che ha  fissato venti principi in materia di pari opportunità e accesso al mercato del lavoro, condizioni di lavoro eque, protezione sociale e inclusione.

Seppure tutt’altro che trascurabili, le politiche sociali europee sono poco visibili e non “fanno sistema”. Di qui la proposta, già illustrata il 25 febbraio scorso, di istituire una vera e propria Unione sociale europea (USE). Non uno stato sociale federale, si badi bene, volto a centralizzare le funzioni di protezione sociale a Bruxelles. Piuttosto un ampio contenitore istituzionale per ordinare e creare sinergie e massa critica fra i vari strumenti già esistenti – inclusi quelli nazionali e sub-nazionali.

Gli stati sociali nazionali rimarrebbero le componenti chiave dell’ESU. Manterrebbero le loro legittime diversità e resteranno liberi di decidere i modi e i mezzi per attuare le disposizioni sociali. Allo stesso tempo si impegnerebbero a rimanere “aperti” a tutti i cittadini dell’UE, ad attuare i principi del Pilastro, a perseguire gli obiettivi comuni e a impegnarsi in un coordinamento reciproco e un minimo di armonizzazione al fine di promuovere la convergenza verso l’alto.

L’istituzione di una Unione Sociale Europea renderebbe più visibile il volto “protettivo” dell’Europa. Oggi i cittadini diventano consapevoli della dimensione sociale UE soprattutto quando attraversano le frontiere come studenti, pazienti, pensionati, persone in cerca di lavoro e così via. Esistono già numerose “carte” dedicate per facilitare l’accesso a prestazioni e servizi in caso di movimenti transfrontalieri (ad esempio tessera sanitaria, tessera di invalidità, tessera studentesca e così via). In linea di principio tutti i cittadini dell’UE sono potenziali “circolatori” (cittadini che si avvalgono della libertà di movimento), ma chi circola e si trasferisce in un altro paese UE è una minoranza. La maggioranza  è invece composta da “stanziali”: cittadini che viaggiano poco o niente, che non si accorgono dei diritti sociali transfrontalieri che la UE garantisce.

Come si è detto, la UE è attiva nel cofinanziamento di una varietà di programmi e iniziative che raggiungono anche i cittadini stanziali, in particolare attraverso il Fondo sociale. Pensiamo al programma di garanzia per i giovani, che potrebbe essere integrato in futuro con altre garanzie per l’infanzia, la formazione, la conciliazione famiglia-lavoro. Oppure pensiamo al programma Dote Lavoro della Regione Lombardia, per metà co-finanziato da Bruxelles. Gli stanziali ricevono risorse e opportunità dall’UE. Ma in genere non ne sono consapevoli.

Ecco dunque la proposta concreta con cui Euvisions conclude il suo viaggio all’interno di quella Europa sociale che c’è, ma non si vede: dotare ogni cittadino UE di una “carta sociale” con i colori e i simboli europei. Capace di farci vedere, concretamente, il volto “buono” dell’integrazione.  La Carta avrebbe un codice  e i nostri dati identificativi. Consentirebbe alle amministrazioni di ciascun paese di stabilire a quali prestazioni abbiamo diritto.  Dovrebbe essere esibita quando si accede a un servizio co-finanziato dalla UE.  Sarebbe corredata da un elenco di tutte le opportunità  che l’Europa offre sia a chi si muove sia a chi sta fermo.  Le nuove tecnologie rendono oggi possibili nuove forme di tele-welfare, soprattutto nel campo della  formazione e dell’assistenza a  distanza.   La Ue potrebbe potenziare le piattaforme di servizi che già offre (ad esempio per la ricerca di impieghi e stage) e svilupparne di nuove, ai quali si accederebbe attraverso il proprio  codice sociale UE.  In un domani,  la social card potrebbe anche ottenere “ricariche” monetarie  direttamente da fondi UE.

I sondaggi di opinione rivelano che molti elettori sosterrebbero il rafforzamento delle politiche sociali europee. Gli euroscettici sono oggi i  protagonisti dell’attuale scena politica, ma rimangono una minoranza. Esiste una “maggioranza silenziosa” di elettori pro-europei che continuano a sostenere l’integrazione.  In questa campagna elettorale, a tale maggioranza silenziosa non sono state fatte proposte capaci di  “riscaldare”. C’è solo da sperare che nel prossimo Parlamento ci siano i numeri per parlare a questi elettori e rispondere alla loro richiesta di un’Unione più calda e protettiva.

Le precedenti puntate della serie sono uscite il 25 febbraio, l’11 e il 25 marzo, il 4 e il 23 aprile, il 6 e il 13 maggio. Per approfondimenti rimandiamo al sito www.euvisions.eu.

 

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 20 Maggio 2019.

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Dobbiamo inventare l’Illuminismo del 2019

Dialogo sulle sfide del futuro

Maurizio Ferrera, Roberto Mordacci, Francesco Guala, Francesca  Pasquali

La scienza moderna ha scoperto che la natura è governata da leggi che la rendono in larga misura  controllabile e prevedibile. Le scienze sociali novecentesche hanno a loro volta messo in luce le molte regolarità che caratterizzano la sfera politica, economica e sociale,  nonché i meccanismi che generano tali regolarità. Lo Stato di diritto – diventato poi liberale e democratico – ha stabilizzato i processi di interazione e di decisione collettiva. In questo contesto, l’immagine del tempo è radicalmente cambiata. In particolare, il  futuro non appare più dominato dal caso, dal destino o dalla provvidenza.  E’ diventato piuttosto la dimensione del possibile: una fase temporale vincolata, certo,  dal passato, ma più o meno liberamente plasmata nel presente, in base ai nostri scopi e valori.

Insegnare ai giovani come “governare il futuro” è uno dei principali obiettivi di una nuova laurea magistrale promossa da due atenei milanesi: la Statale e l’Università Vita e Salute del San Raffaele. Questo dialogo affronta alcune delle tematiche che saranno al centro della nuova iniziativa.

Maurizio Ferrera

In un recente discorso, Emmanuel Macron ha lanciato un ambizioso percorso di riforme, nato da un “gran dibattito nazionale” che ha coinvolto più di due milione di cittadini. Dibattito democratico e progetto di cambiamento: siamo gli eredi dell’Illuminismo, ha ricordato il Presidente. Un richiamo che ben si presta a riflettere su come governare il futuro…

Roberto Mordacci

Certamente. Fu l’illuminismo a elaborare l’idea moderna di storia come orientata verso uno scopo. È l’idea di progresso scientifico ma anche morale e politico: vite meno infelici, istituzioni più giuste. La grande crisi attuale è la sfiducia in questa possibilità, favorita dalla moda postmodernista della “fine” del sapere, della morale e dunque della storia. Ma il progresso è una responsabilità, non una necessità: esiste se lo facciamo accadere.

Francesco Guala

Un’impresa doverosa, ma non facile. Grazie alle scienze cognitive e sociali oggi siamo più consapevoli delle difficoltà che tutti noi, cittadini ed esperti, incontriamo quando cerchiamo di rappresentare e di controllare i processi di cambiamento. La percezione esagerata del rischio, l’incapacità di pensare scenari alternativi a quelli dominanti sono ostacoli enormi che possono impedirci di trovare soluzioni razionali e condivise. Ma illuminismo vuol dire anche ottimismo: la riflessione filosofica e scientifica ci fornisce strumenti formidabili che non esistevano solamente qualche decennio or sono: proprio perché sappiamo quali sono i nostri limiti, abbiamo più chances di superarli.

Francesca Pasquali

Come eredi dell’illuminismo, riconosciamo che, non essendoci fini stabiliti da autorità esterne, il futuro è aperto e ognuno ha il diritto di contribuire a definirne la direzione. Per evitare fraintendimenti piuttosto diffusi, si deve chiarire tuttavia che questo non implica attribuire a tutte le opinioni la stessa validità. Al contrario, proprio perché non ci sono autorità esterne cui affidarci, per orientare il futuro verso il meglio dobbiamo sottomettere al vaglio critico della ragione le nostre opinioni, scartando quelle non fondate su solide argomentazioni o su evidenze empiriche affidabili.

 

Maurizio Ferrera

Le nuove tecnologie, e più in generale quella che il filosofo Luciano Floridi chiama l’Infosfera,  stanno rapidamente cambiando i modi di produrre, lavorare, comunicare, organizzare la vita associata, persino incrementare le nostre abilità naturali. Può davvero aprirsi la possibilità di un grande balzo in avanti dello sviluppo umano.  L’infosfera (e in particolare il progresso dell’intelligenza artificiale) solleva però anche enormi problemi di natura etica e sociale. Quali sono secondo voi le principali sfide e le strategie per affrontarle?

Francesco Guala

Sulle sfide c’è l’imbarazzo della scelta. Ne scelgo una che mina al cuore i fondamenti della democrazia: la necessità e insieme la difficoltà di vivere insieme nella diversità di pensiero. Si tratta di una sfida perenne, ovviamente, ma la tecnologia negli ultimi dieci anni ha enormemente facilitato la creazione di comunità alternative e ‘chiuse’ – dai terrapiattisti agli antivax – restringendo a sua volta lo spazio intermedio dove si stipulano i compromessi essenziali per il vivere comune. I gruppi che contrasteranno questo processo di isolamento e frammentazione d’altra parte potranno formare le coalizioni vincenti della politica del futuro.

Francesca Pasquali

Se gli scenari prevedibili in base agli sviluppi dell’intelligenza artificiale e del potenziamento biologico – macchine intelligenti, individui sempre più resistenti alle malattie– sono per lo meno possibili, si tratta di capire se e come aggiornare il nostro resoconto circa le caratteristiche distintive degli esseri umani, che fa da sfondo alla riflessione morale. È sensato individuare la nostra specificità in certe facoltà cognitive, che forse condivideremo con le macchine, o in certe caratteristiche biologiche, che forse potremo modificare? Si tratta anche di valutare se simili scenari siano desiderabili e se vi siano soluzioni, magari distanti dalle nostre pratiche attuali, per bilanciarne al meglio vantaggi e svantaggi.

Roberto Mordacci

In passato, le tecnologie generavano paure per la loro potenza distruttiva. Per questo Hans Jonas invocava responsabilità. Quelle attuali vivono di controllo e velocità. Chi ha accesso ai big data e quale potere acquisisce controllandoli? Quanta rapidità siamo in grado di gestire negli scambi di informazione? Abbiamo bisogno di un’etica per l’età digitale, che ne sappia affrontare la legge fondamentale, ovvero l’accelerazione costante e inarrestabile.

 

Maurizio Ferrera

Al di là delle oscillazioni e delle crisi cicliche dell’economia capitalistica, le società avanzate hanno oggi il potenziale di raggiungere sempre più alti livelli di ‘prosperità’: una nozione che evoca benessere quantitativo e qualitativo, pluralità e disponibilità (sperabilmente “equa”)  di  chance di vita sempre più ampie e articolate.  Il percorso verso questa metà è tuttavia irto di ostacoli: pensiamo alla sostenibilità ambientale e demografica, alla pressione migratoria, al logoramento dei legami di solidarietà, al rischio di ripiegamenti nazionalistici e di rigetto dei progetti di integrazione, in particolare in Europa. Quali sono le condizioni più propizie affinché il potenziale oggi esistente si possa realizzare in forme e modi ‘aperti, inclusivi, sostenibili’?

Roberto Mordacci

Le condizioni essenziali dello sviluppo sono chiare: i Sustainable Development Goals mostrano che è il coordinamento la chiave di una crescita equilibrata. La minaccia alla vita viene dall’iniquità, dal conflitto sociale e dall’isolamento, che generano inquinamento, distruzione delle risorse, squilibri, discriminazioni e guerre. Nel mondo globalizzato o si cresce insieme o si muore isolati.

Francesco Guala

L’etica economica si fonda su sue principi universali: il principio secondo il quale chi produce un bene o un servizio ha diritto di goderne i principali benefici; e quello dell’uguaglianza, che si applica ogni qual volta non è possibile identificare chiaramente chi  ha prodotto il bene in questione. Questi due principi funzionano bene in comunità relativamente piccole e coese, nelle quali i rapporti di forza sono relativamente equilibrati. Quando si creano enormi disuguaglianze invece essi entrano in crisi. Credo che la redistribuzione oggi vada pensata in un’ottica nuova – un’ottica politica invece che etica – proprio perché ci troviamo in una situazione di questo genere. In pratica, significa che i ‘vincitori’ di oggi devono smettere di porsi la domanda ‘è giusto redistribuire?’ e chiedersi invece quale sistema di redistribuzione sarà in grado di salvare il nostro patto sociale.

 

Maurizio Ferrera

Su scala globale che il mondo resta attraversato da aspri conflitti e guerre locali, che minacciano pace e sicurezza, anche attraverso il terrorismo. Le radici di questi conflitti sono di natura sia ‘materiale’ (diseguaglianze, accesso alle risorse e così via)  sia ‘ideale’ (cultura e religione). L’Europa è oggi l’area più pacificata, civilizzata e sviluppata del pianeta, ma questo esito è il risultato di secoli di guerre e scontri fra popoli. Non è detto che la via europea sia praticabile e replicabile a livello globale. E non è neppure detto che le dinamiche conflittuali che caratterizzano oggi il mondo possano gradualmente comporsi: potrebbero invece deflagrare nel famoso scontro fra civiltà preconizzato da Samuel Huntington. L’ideale Kantiano di una pace perpetua, sorretta da un ethos universale di civismo e assetti federali sul piano planetario vi sembra oggi più vicino o più lontano?

Francesca Pasquali

Kant è chiaro: una pace perpetua è possibile solo tra repubbliche, in cui le decisioni si fondano sul consenso dei cittadini che, consapevoli dei costi, rifiutano la guerra. Se è così, la tendenza attuale non è incoraggiante: i regimi autoritari non sono in diminuzione e, anzi, alcuni sono attori chiave a livello internazionale. Questo è un motivo in più per capire perché regimi autoritari mantengano una notevole centralità e domandarsi come, senza contraddire principi democratici, fare i conti con tali regimi.

Roberto Mordacci

La tendenza odierna verso la barbarie è fortissima. Lo spettro dell’autoritarismo, dell’odio etnico e della regressione si aggira minaccioso per l’Europa e non solo. La pace perpetua va ripensata da capo, come fece lo stesso Kant nel proprio tempo. Ogni epoca deve vivere il proprio illuminismo, non ripetere quello passato. È ora che lo facciamo anche noi, prima che sia troppo tardi.

Francesco Guala

L’ideale Kantiano della pace perpetua è un modello che deve guidare sempre il nostro agire politico. Ma non sono particolarmente ottimista riguardo alla progressiva integrazione degli stati nazionali in entità federali planetarie. La difficoltà che sta incontrando il progetto europeo sono significative a questo proposito: dei popoli già profondamente integrati culturalmente ed economicamente non riescono a compiere il salto decisivo verso un assetto federale. D’altronde credo che lo ‘scontro di civiltà’ sia uno spauracchio politico semplicistico utile a spaventare le persone, molto meno ad analizzare la realtà. E’ più probabile che la violenza si sviluppi in focolai relativamente marginali, dove le grandi nazioni non hanno l’interesse o la forza di intervenire.

 

Maurizio Ferrera

Torniamo ai giovani, che almeno dal punto di vista socio-demografico costituiscono il 100% del nostro futuro. Quali sono le competenze che essi dovrebbero padroneggiare  grazie agli studi universitari per apprendere dal passato, interpretare il presente e dare il proprio contributo, anche in ambito lavorativo, per costruite e governare il mondo di domani?

Francesco Guala

Sicuramente la capacità di integrare gli strumenti e le conoscenze provenienti da diverse discipline – economia, politica, filosofia. Ma anche la capacità di esprimere una sintesi in modo chiaro, comprensibile, e non conflittuale. Vorrei sottolineare quest’ultimo punto – non conflittuale – perché è forse il più difficile: andare controcorrente non è difficile: basta dire il contrario di quello che dicono gli altri! Quello che è davvero difficile è trovare nuove soluzioni e convincere chi non la pensa come noi, spesso con ottime ragioni. Tornando a quanto detto prima, le nuove tecnologie non ci aiutano da questo punto di vista. Ma proprio per questo è essenziale provarci, formando una generazione di giovani che siano in grado di farlo meglio di noi.

Francesca Pasquali

Serve una preparazione multidisciplinare che, producendo anticorpi contro specialismi fini a se stessi, consenta di acquisire una prospettiva di ampio respiro e strumenti analitici, descrittivi e filosofici, per capire e valutare i rapidi cambiamenti politici e sociali e immaginare modalità di intervento efficaci e appropriate in termini valoriali.

Roberto Mordacci

Sono d’accordo: preparazione multidisciplinare e capacità di “visione”. Solo il futuro dà senso al passato e alla frammentazione presente. L’avvenire non è degli specialisti: i problemi sono sempre dell’intero. Per questo la filosofia ha un ruolo decisivo, purché si mescoli alle scienze sociali, alla ricerca e all’evoluzione delle imprese. Queste ultime stanno cambiando il capitalismo, sono più attente ai valori, ma hanno bisogno di giovani capaci di strategie vincenti sul piano sociale e politico e non solo economico.

Politics, Philosophy and Public Affairs è un nuovo corso di laurea magistrale in inglese offerto dall’Università degli Studi di Milano e l’Università Vita-Salute San Raffaele a partire dal 2019. Propone un percorso interdisciplinare innovativo che, coniugando competenze politologiche e filosofiche avanzate, fornisce strumenti per comprendere e valutare i fenomeni politici e socio-economici contemporanei e le loro implicazioni di lungo periodo (www.unimi.ppa). Sempre dal prossimo anno accademico la Statale offrirà anche una nuova laurea triennale in inglese intitolata International Politics, Law and Economics (www.unimi.it).

Questo dialogo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 19 maggio 2019

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È il primo caso di Unione sociale Ora va difeso

Maurizio Ferrera

Gli osservatori più impazienti lo hanno denominato il «fondo della miseria»: miserabile per la pochezza delle sue ambizioni e risorse finanziarie. Il Fead è invece un’innovazione significativa, per almeno due motivi. La sua partecipazione è stata resa obbligatoria, tutti gli Stati membri pagano una quota; le sue erogazioni seguono il criterio del E il primo caso di Unione sociale Ora va difeso «bisogno» e non del «giusto ritorno» (ho pagato, spetta qualcosa anche a me comunque). Si tratta in altee parole del primo esempio di solidarietà paneuropea quasi «pura», di trasferimenti fra Stati più ricchi e Stati più poveri, al fine di aiutare i cittadini Uè più vulnerabili. È un seme promettente, che può trasformarsi in un tassello importante dell’Unione sociale europea. Dal punto di vista della sua genesi, ciò che spicca è il ruolo giocato dalle organizzazioni filantropiche nazionali e transnazionali: il settore della società civile che ha mostrato di essere più attivo nel promuovere passi concreti lungo la dimensione sociale della integrazione. Per crescere, il Fondo ha però ora bisogno di sostenitori di maggior peso politico e istituzionali. Se nella campagna elettorale che si sta svolgendo qualche partito candidato volesse dire qualcosa di sinistra sul futuro della Uè, ecco un tema importante e concreto di cui parlare.

Questo articolo è l’ottavo di una serie a puntate sulla Unione sociale europea, iniziata su queste colonne l’11 febbraio. Per ulteriori approfondimenti su questi temi, si veda il sito web http://www.euvisions.eu

 

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 13 Maggio 2019

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Rimediare ai disagi, prima che sia tardi

Maurizio Ferrera

Perché Bruxelles dovrebbe occuparsi di «squilibri sociali»? Muovere in questa direzione non violerebbe il principio di sussidiarietà? Non incentiverebbe comportamenti di azzardo morale? Non trasformerebbe l’Ue in quella famigerata Transfer Union, che alcuni vedono come una sorta di mostro istituzionale? Domande legittime, certo. Ma anche miopi. Si preoccupano della pagliuzza e non vedono la trave che rischia di disintegrare l’Europa. Con l’unificazione economica e monetaria, l’Ue ha enormemente accresciuto l’interdipendenza e dunque le esternalità fra Paesi. Ciò vale per la sfera economica, ma sempre di più anche per quella sociale. Quando diventa empiricamente difficile determinare il livello più adatto per gestire un dato problema, il principio di sussidiarietà (peraltro contestabile, come tutte le scelte di valore) cessa di essere applicabile. Gli squilibri sociali sono poi un fatto di cui non si può non tener conto. Povertà, disoccupazione giovanile, erosione del capitale umano, disagio abitativo sono fenomeni che minano la coesione all’interno e fra regioni e Paesi. La loro diffusione è in contrasto con i valori fondativi dell’Ue e ha dato origine a preoccupanti minacce politiche per l’Europa: euroscetticismo, sovranismo, xenofobia. Queste sono le travi da affrontare. Prestando attenzione a risorse e incentivi, certo. Ma non usando le pagliuzze come alibi per l’inazione. Come gli squilibri economici, anche quelli sociali minacciano la tenuta della Ue. E la situazione politica li rende oggi particolarmente infiammabili.

Questo articolo è il settimo di una serie a puntate sulla Unione sociale europea. Per ulteriori approfondimenti su questi temi, si veda http://www.euvisions.eu 

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 06 Maggio 2019

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CONVERSIONI SOVRANISTE – Se i sovranisti non vogliono più uscire dall’Europa

Maurizio Ferrera

Gli europei non si amano più l’un l’altro: «hanno perso la libido». Così ha detto JeanClaude Juncker in una recente intervista al quotidiano Handelsblatt. Ma quando è iniziato questo calo, ha chiesto l’intervistatore? Più o meno dieci anni dopo la fine della guerra, ha risposto il Presidente uscente della Commissione. Un’esagerazione, visto che il Trattato di Roma (il «matrimonio») entrò in vigore nel 1958. Magari posticipando un po’ il raffreddamento dei sensi, la diagnosi di Juncker è però corretta, l’Europa non scuote più i cuori.

Dobbiamo stupirci? Non più di tanto. In quale unione la passione resiste più di mezzo secolo? Teniamo presente che i primi «innamorati» erano sei Paesi soltanto, oggi siamo in 28 (contando ancora il Regno Unito), e piuttosto diversi l’uno dall’altro. In aggiunta, nell’ultimo decennio abbiamo attraversato una crisi economica spaventosa, che avrebbe messo a dura prova anche le unioni più affiatate. In realtà la vera sorpresa è che gli europei stiano ancora insieme, a dispetto degli allargamenti e nonostante la recessione. Più litigi e divisioni, questo sì. Ma per ora nessun divorzio. Tutti si aspettavano che il referendum del 2016 avrebbe rapidamente condotto alla Brexit.

E molti temevano l’effetto contagio: altri Paesi se ne andranno. Previsione sbagliata. A tre anni di distanza, il Regno Unito è ancora dentro, probabilmente voterà per mandare i suoi rappresentanti a Strasburgo. E il paventato domino non si è verificato. Nessuna Grexit, Frexit o Italexit.

Certo, sono aumentati i voti per i partiti euroscettici, alcuni sono andati al governo, come la Lega. Ed è praticamente certo che i cosiddetti sovranisti guadagneranno molti consensi il 26 maggio. Tuttavia nessuno di loro vuole più uscire. Il piano ora è quello di cambiare la Uè dall’interno. Anche a costo di allearsi con quelle forze (i popolari) che l’Europa l’hanno costruita, grazie a leader del calibro di De Gasperi, Adenauer e Schuman.

Insomma, la Uè tiene, o meglio «rimbalza». Come si spiega? Diciamo subito che non si tratta di una rivincita dell’europeismo delle origini, passionale e federalista. Le ragioni sono più banali. Innanzitutto, la maggioranza degli euroscettici — compresi quelli nostrani— ha capito che uscire dall’euro o dalla Uè equivarrebbe a un salto nel buio. Un conto è pronunciare sentenze nelle piazze o nei talk show, un altro è fare un piano concreto e avviare un percorso istituzionale ad altissimo rischio.

Se l’exit è sconsigliabile, l’alternativa è mobilitarsi per cambiare le cose. In questo caso, tuttavia, bisogna fare i conti con i numeri. Per quanto in crescita, è impensabile che gli euroscettici conquistino la maggioranza necessaria per controllare il Parlamento. L’esigenza di stringere eventuali alleanze imporrà un’altra doccia fredda ai bollori sovranisti, moderando ambizioni e pretese. Se non travalica il perimetro della democrazia, il conflitto ha una sorprendente capacità di creare legami, di «fare sistema». La politica democratica è un pendolo che oscilla fra ideali e compromessi, tende all’impossibile ma realizza solo ciò che è di volta in volta fattibile. Stante la diversità di culture, tradizioni, interessi fra i Paesi membri e i loro leader, la Uè si muove lentamente, senza virate improvvise, come una grande corazzata.

Il rimbalzo dell’Europa non è però soltanto una questione di capacità di resistenza, di effetto elastico. È probabile che ci sia qualcosa di più. Il mondo intorno a noi è drasticamente cambiato. Vi è una crescente e sempre più preoccupante instabilità economica e politica. La Russia e la Cina sono sempre più agitate, il Medio Oriente continua ad essere una polveriera, Trump minaccia di non difenderci più dal punto di vista militare e di danneggiarci da quello commerciale. La Uè ci appare spesso troppo austera, intrusiva, puntigliosa. Troppo economica e poco sociale. Ma resta una corazzata, mentre da solo ciascun Paese membro — persino la potente Germania — non sarebbe che una imbelle fregata, in balia delle onde.

Insomma, più che arrendersi al fatto che «lasciarsi non è possibile», molti europei e soprattutto i loro leader si sono convinti che, tutto sommato, restare insieme è anche desiderabile. Sarebbe bello se qualche leader fosse in grado di infondere un po’ di valore a questo desiderio, ora un po’ troppo utilitarista. Macron ci sta provando, ma ha problemi in casa propria e non può fare tutto da solo. A giudicare dalle prime uscite, i famosi Spitzenkandidaten (candidati di punta di ciascun gruppo politico, e anche aspiranti al ruolo di presidente della Commissione) non sembrano capaci di trasmettere visioni, di scaldare i cuori. A meno di qualche improbabile colpo di reni, la maggioranza degli elettori voterà senza entusiasmo.

Quello che conta è che si confermi la volontà di restare uniti. Magari in modo un po’ meschino e sicuramente senza «amore». Ma con la consapevolezza che la Uè è diventata nei fatti la «comunità di destino» di tutti gli europei. Lo è diventata in senso prosaico e realista, non patriottico. Ma per ora va bene così. A ravvivare la passione ci penseranno i nostri figli e, se non loro, i nostri nipoti.

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 05 Maggio 2019

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Impariamo da Hegel – Serve un New Deal

Conversazione di MAURIZIO FERRERA con AXEL HONNETH

Riconoscimento è un termine alla moda del lessico politico di oggi. Ma che cosa significa ? Paul Ricoeur identificava 23 diverse accezioni, a loro volta raggruppabili in tre categorie: riconoscimento come identificazione, come auto-riconoscimento e come mutuo riconoscimento. La terza categoria è quella su cui oggi più si concentra l’attenzione di filosofi e scienziati sociali: riconoscere una persona vuol dire rispettarla come tale, specie nella sfera pubblica. Axel Honneth è uno dei principali protagonisti di questo dibattito. Allievo di Jiirgen Habermas, docente a Francoforte, viene spesso in Italia, ospite del Centro internazionale di ricerca per la cultura e la politica europea del San Raffaele di Milano. Nel dialogo che segue, Honneth chiarisce la sua posizione «neo-hegeliana», partendo dal suo libro Riconoscimento, appena uscito in italiano da Feltrinelli.

MAURIZIO FERRERA — La cultura europea moderna ha inventato il concetto di «riconoscimento» ma si è anche divisa sui suoi significati. Nel libro lei richiama tre distinte tradizioni: francese, britannica e tedesca. Esaminiamole brevemente, iniziando da quella francese.

AXEL HONNETH — Dalla prima modernità una corrente del mondo intellettuale francese concepisce la nostra dipendenza dal riconoscimento che proviene dagli altri come qualcosa di pericoloso, perché ci induce a fingere di possedere proprietà individuali che in realtà non abbiamo. Questa visione negativa inizia con i moralisti francesi, in particolare La Rochefoucauld, ed è ripresa in modo più sfumato da Rousseau, secondo cui la dipendenza, la nostra spinta verso l’amour propre, ci induce a dimenticare chi siamo davvero. Tale visione culmina con Essere e nulla di Jean-Paul Sartre. Le caratteristiche che ci riconoscono coloro dai quali dipendiamo ci «reificano», espropriandoci della nostra libertà originaria. È stato sorprendente per me scoprire questa continuità nella concezione francese di riconoscimento.

MAURIZIO FERRERA — Molto diversa dalla concezione britannica, che invece considera il riconoscimento come un incentivo, un’occasione per l’autocontrollo morale individuale.

AXEL HONNETH — Esatto. A partire dall’Illuminismo scozzese, la ricerca individuale di rispetto e onore è stata vista come qualcosa che aiuta a sviluppare autocontrollo morale ed epistemico. L’idea di Hume e di Smith è che la nostra brama di rispetto agli occhi degli altri operi come costante ammonimento a rendere le nostre credenze morali e teoriche coerenti e credibili. Cosicché alla fine queste credenze diventano ragionevoli e congruenti con ciò che si ritiene essere vero e giusto. In poche parole, nella tradizione britannica il riconoscimento stimola l’autocontrollo, la capacità di pensare e agire in modo corretto.

MAURIZIO FERRERA—Nella sua ricostruzione, con Kant, Fichte e soprattutto Hegel la tradizione tedesca ha elaborato una concezione molto più profonda. Il riconoscimento viene visto come una modalità di interazione attraverso la quale gli individui sono autorizzati a esercitare la loro autonomia senza indulgere in alcuna forma di amor proprio. Lei sostiene anche che la concezione dell’idealismo tedesco è superiore alle altre in quanto fornisce una piattaforma di base su cui le altre due tradizioni possono in qualche modo essere innestate.

AXEL HONNETH—Non difendo certo la tradizione dell’idealismo tedesco per sentimenti nazionalistici e nel libro mi sforzo di argomentare la mia posizione. L’enorme vantaggio della tradizione tedesca è di considerare la dipendenza dal rispetto degli altri come qualcosa di costitutivo della nostra capacità di autodeterminazione: senza rispetto non vi sarebbe autorizzazione pubblica a fare uso sociale della nostra libertà individuale e quindi verrebbe a mancare la possibilità di essere considerati esseri razionali. Kant, Fichte ed Hegel propongono versioni diverse di questa concezione ma tutti condividono l’idea che si diventi parte della comunità morale solo nella misura in cui si è riconosciuti dagli altri come agenti autonomi. È la funzione «costitutiva» del riconoscimento a fornire la piattaforma teorica su cui le intuizioni delle altre tradizioni possono essere innestate. Nel libro formulo alcune proposte su come reinterpretare e valorizzare in questo quadro sia la visione negativa della tradizione francese sia la visione positiva britannica.

MAURIZIO FERRERA — Nel libro lei menziona Baruch Spinoza e Francisco Suàrez, ma nessun filosofo italiano. Tuttavia si potrebbe sostenere che l’umanesimo italiano fu il primo ad affrontare la questione della diversità, della discordia e delle inevitabili lotte all’interno della società e della politica. Nel suo recente La mente inquieta Massimo Cacciari evidenzia la novità del principio umanista dell’amicitia, la scoperta di affinità al di là e al di sopra delle opposizioni.

AXEL HONNETH — Questo è un punto delicato. Ho deciso di concentrarmi sulle tre tradizioni francese, britannica e tedesca in parte per la mia conoscenza limitata deUe altre culture europee e delle loro lingue; non avrei potuto studiare l’Italia o la Spagna con la stessa attenzione e profondità. Ma ci sono altre due ragioni. Ho voluto partire dal momento in cui inizia la dissoluzione del mondo feudale, e spero di non sbagliare dicendo che questa prese avvio in Francia quando la nobiltà fu attaccata dalla borghesia e iniziò un conflitto sui temi del rango e della stima sociali. Inoltre, sono partito dall’intuizione che fossero proprio le culture francese, britannica e tedesca ad avere elaborato le paradigmatiche concezioni su che cosa significhi e implichi trovarsi in una situazione di dipendenza. Tre concezioni che ancora oggi influenzano la nostra auto-comprensione politica e sociale.

MAURIZIO FERRERA—Veniamo a oggi. Il riconoscimento è principalmente riferito alle persone ma può essere utilizzato anche per i popoli. Nella seconda metà del XX secolo, la cultura europea ha fatto da pioniere anche su questo. L’integrazione comunitaria prese avvio come ambizioso progetto di riconciliazione dopo le carneficine di due guerre, basato sul principio dell’eguaglianza politica fra popoli e Stati. Tramite la «cittadinanza europea», il trattato di Maastricht ha poi creato un’area di uguaglianza fra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro nazionalità. Durante l’ultimo decennio, tuttavia, la crisi ha interrotto questo percorso. Come ha notato Habermas, le relazioni fra popoli e cittadini hanno palesemente violato il principio di pari dignità. I Paesi debitori (in particolare la Grecia) sono diventati il bersaglio di valutazioni moralizzanti e di castigo paternalistico da parte dei Paesi creditori. I lavoratori provenienti dagli Stati membri dell’Europa centrale e orientale sono stari accusati di turismo sociale, persino di rubare lavoro. Non stiamo assistendo a una svolta politica pericolosa e regressiva, che tradisce quei principi normativi di riconoscimento fra popoli e fra cittadini che pensavamo irreversibilmente radicati nella cultura europea, almeno a livello di élite?

AXEL HONNETH — Sarebbe uno strano segno di cecità politica negare quegli sviluppi. Il progetto europeo è in profonda crisi. L’unificazione monetaria ha generato crescenti divari economici. Quella che viene falsamente chiamata crisi dei rifugiati ha rispecchiato la diversità di culture e approcci su come trattare i richiedenti asilo che fuggivano da condizioni devastanti nei loro Paesi d’origine. Per superare la crisi occorre una nuova visione sulla solidarietà europea e allo stesso tempo un programma convincente su come superare i divari nelle condizioni di vita tra i diversi Stati membri. Nella conferenza «Marc Bloch» che terrò a giugno su invito dell’École des hautes études en sciences sociales cercherò di delineare alcune idee su questo. La solidarietà europea deve poggiare sulla comune volontà di superare i crimini e i misfatti del passato: solo così sarà possibile mobilitare gli europei verso l’obiettivo di superare divisioni e divari.

MAURIZIO FERRERA—La Germania è il più grande potere economico e politico della Uè: lei non pensa che abbia una particolare responsabilità in questo processo di erosione del riconoscimento fra popoli? Sembra che le élite tedesche abbiano perso la capacità di empatia e reciprocità con partner spesso dati per irrimediabilmente indisciplinati.

AXEL HONNETH — Certo, i divari socioeconomici fra Paesi sono in parte causati dall’insistenza del governo tedesco sulle politiche di austerità, da cui l’economia tedesca trae maggior profitto. Ma questa è solo una faccia della medaglia; l’altra è, come ho detto, la moneta comune e le conseguenze non previste della sua adozione. Dal mio punto di vista c’è bisogno di qualcosa di più grande che un semplice aumento dell’empatia da parte tedesca — un’empatia che tra l’altro si è mostrata più elevata rispetto alla maggioranza degli altri Paesi quando si è trattato di accogliere le masse di rifugiati e di integrarli nella società. Ciò che serve è una sorta di New Deal. Un nuovo contratto sociale per equiparare le condizioni di vita dei popoli europei. Ciò implica l’abbandono dell’austerità e l’adozione di ambiziose misure di investimento economico e sociale. Ispirate dalla volontà di realizzare il bene comune europeo.

Questo articolo è comparso anche su laLettura del 05 Maggio 2019

 

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