Archivi del mese: giugno 2017

Consigli ai giovani. E non solo

Se la disoccupazione giovanile è così alta in Italia non dobbiamo prendercela solo con la crisi. Parte di questo drammatico problema risiede nel divario fra le competenze maturate a scuola e quelle richieste dal sistema produttivo. Secondo alcune stime, se non ci fosse questo divario la disoccupazione fra i 15 e i 29 anni potrebbe ridursi dal 28% al 16%. Una cifra impressionante.

 

Al Nord, non si trovano laureati in ingegneria e altre discipline scientifiche. Al Sud, mancano diplomati con buona formazione da inserire nel turismo, nei servizi culturali, sanitari e sociali. Titolo di studio a parte, quali sono le maggiori carenze lamentate dalle imprese? Una recente ricerca della Confindustria di Bergamo (la seconda provincia industriale d’Europa, dopo Brescia) fornisce interessanti indicazioni. I neo-assunti sono scarsi in matematica di base, non parlano bene l’inglese né altre lingue straniere. Anche l’informatica e l’italiano scritto lasciano a desiderare. Le carenze più gravi riguardano però la capacità logica, l’attitudine alla leadership, la creatività. Sono quelle “meta-competenze” che rendono capaci di attivare conoscenze e abilità più specifiche per affrontare problemi complessi. E che incentivano a mantenere flessibilità di pensiero e curiosità ad ampio spettro.

 

Come si formano tali meta-competenze? Non c’è una ricetta prestabilita. Molti giovani le maturano spontaneamente; alcuni insegnanti sono capaci di stimolarle. I nostri istituti secondari producono talenti apprezzati in tutto il mondo. Ce ne saranno sicuramente molti anche fra i quattrocentocinquantamila maturandi che in questi giorni stanno sostenendo gli esami di stato. Non si può tuttavia contare solo sulla spontaneità. Le meta-competenze possono e devono essere deliberatamente coltivate, tramite approcci e pratiche educative già ben sperimentate in altri paesi. Secondo le ricerche della Fondazione Agnelli, nelle scuole italiane prevale ancora la didattica ex cathedra incentrata sul programma ministeriale, c’è poca apertura verso i metodi che gli esperti chiamano “euristici” perché volti a consolidare abilità trasversali e, appunto, meta-competenze.

 

L’anello più debole è la scuola media. La divisione fra licei, istituti tecnici e professionali incentiva poi una differenziazione per materie, una concentrazione eccessiva sui contenuti a scapito delle abilità. L’inarrestabile attrazione degli studenti verso i percorsi liceali sta poi svalutando, anche simbolicamente, i saperi tecnici. Perché non istituire un liceo “tecnologico”? Oggi esiste, all’interno del liceo scientifico, un indirizzo di scienze applicate, scelto da circa il 7% degli studenti: una percentuale simile a quella di chi opta per i licei artistici, sportivi e musicali. Un’altra buona idea sarebbe il potenziamento dei cosiddetti cicli brevi (due anni) dell’istruzione terziaria. In molti paesi, fra cui gli Stati Uniti, il Regno Unito, l’Austria, la Spagna, la Danimarca, questi percorsi attraggono fra il 10 e il 20% dei diplomati. Da noi sono stati creati gli Istituti Tecnici Superiori, intesi come “scuole ad alta specializzazione tecnologica”. Intento buono, realizzazione molto deludente: solo 93 istituti, con meno di ottomila frequentanti (in Sicilia 360, in Campania 180).

 

Ai nostri studenti manca infine il sostegno di adeguati servizi di orientamento. Dopo la maturità, il percorso universitario è scelto in base ad interessi personali, prevalentemente vicino a casa e famiglia. Le prospettive occupazionali e di carriera si situano agli ultimi posti fra i criteri di selezione. Se un giovane prova una profonda vocazione intellettuale per una dato campo del sapere, è senz’altro giusto che l’assecondi. Ma tutte le scelte hanno implicazioni pratiche, di cui bisogna essere ben consapevoli. Come ammonisce Seneca nel brano proposto ieri per la seconda prova del liceo classico, persino la filosofia “non risiede nelle parole, ma nei fatti”.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 23 giugno 2017

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Cercando la faccia buona dell’Unione

Maurizio Ferrera

Il «Pilastro dei Diritti Sociali Europei» è l’iniziativa più importante ed ambiziosa della Commissione Juncker in tema di welfare. Non si tratta di creare un super Stato di tipo federale, quanto piuttosto di mettere in piedi una cornice che identifichi quel nucleo condiviso di principi, norme e regole che caratterizzano il cosiddetto modello sociale europeo e che riguardano i rischi e bisogni dei cittadini «dalla culla alla tomba». Il Pilastro deve servire quattro obiettivi. Il primo riguarda i sistemi di protezione nazionali. In che misura questi includono le tutele, i servizi e gli inventivi previsti per ciascun ambito? Come si possono colmare eventuali lacune, anche in termini di efficienza ed efficacia? Il secondo obiettivo riguarda la Uè. Che cosa può e deve fare l’Europa per sostenere e guidare i sistemi nazionali? La filosofia del Pilastro è molto diversa da quella della «competizione fra sistemi» sostenuta dagli economisti di orientamento ordoliberale. La Commissione è convinta che la strada giusta sia quella della convergenza e della condivisione di alcuni rischi. La Commissaria Thyssen è piuttosto tiepida sull’assicurazione Uè contro la disoccupazione, probabilmente per ragioni di tattica politica. Tuttavia la discussione è già molto avanzata, la proposta è appoggiata da Italia, Spagna e Francia ed entrerà senz’altro nei negoziati sulla riforma dell’eurozona. Il terzo obiettivo è adottare nuove misure regolative sovranazionali, volte ad elevare gli standard di protezione in alcuni settori, come quello della conciliazione vita-lavoro. Si tratta di una questione dalla quale dipendono sia la crescita dell’occupazione femminile sia gli equilibri demografici. Come è noto, il nostro Paese si trova in situazione drammatica su entrambi i fronti. Il quarto obiettivo è infine di natura simbolica e comunicativa. Il Pilastro deve diventare un punto di riferimento per i cittadini, la garanzia che la Uè ha una faccia «amica» e non è solo fatta di sacrifici e austerità. Un messaggio cruciale anche per salvare il progetto europeo da una pericolosa spirale di delegittimazione.

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 19 Giugno 2017

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Il nuovo welfare nell’era del lavoro fluido

Alcuni Paesi hanno già avviato riflessioni strategiche su come riorganizzare il mercato per innestare una nuova fase di crescita sostenibile, capace di contrastare la precarietà e l’esclusione

 

La ripresa economica sta finalmente attenuando il dramma della disoccupazione. Alcuni Paesi hanno già avviato riflessioni strategiche su come riorganizzare il mercato del lavoro per innestare una nuova fase di crescita sostenibile, capace di contrastare la precarietà e l’esclusione. L’obiettivo non è facile da raggiungere. Lo sviluppo dipende in modo sempre più stretto dalle innovazioni tecnologiche, dal commercio internazionale, dalla conquista o addirittura creazione di nuovi mercati, dalla digitalizzazione. Il lavoro certo non sparirà, ma diventerà sempre più fluido, le mansioni di routine si contrarranno rapidamente e i vari settori produttivi saranno esposti a veri e propri effetti «marea»: espansioni repentine seguite da contrazioni, non interamente prevedibili.

Per gestire queste dinamiche in modo inclusivo occorre riorganizzare la solidarietà sociale. Alcuni parlano di «fluidarietà». Il termine è un po’ ambiguo ed è un misto tra solidarietà e fluidità dell’occupazione. Ma può avere connotazioni positive se pensato come un complemento e non a sostituzione del welfare esistente.

Oggi i sistemi di tutela sono incentrati su sussidi accompagnati da politiche attive per riportare le persone al lavoro aiutandole nel frattempo. La rapidità dei mutamenti in atto richiede però di introdurre altri strumenti, di natura preventiva e che sostengano, proteggano e aumentino la capacità dei lavoratori di reinserirsi in un contesto strutturalmente mutevole.

E’ la cosiddetta “occupabilità” di cui si parla da circa un ventennio, e a molti addetti ai lavori può sembrare una nozione ormai trita. La novità è però che in vari Paesi questa nozione si è finalmente tradotta in schemi concreti. I Paesi scandinavi stanno sperimentando sistemi di smistamento intersettoriale e interprofessionale dei lavoratori per far fronte agli effetti marea di cui parlavamo. In Olanda e Germania (ma anche in Canada e Australia) i lavoratori effettuano test periodici di “occupabilità”, che consentono loro di accertare lo stato delle proprie competenze. Alcuni propongono che queste forme di accertamento periodico e gli eventuali aggiornamenti diventino una nuova forma di assicurazione sociale. In Francia esiste da qualche anno un programma che si chiama «conto personale di attività», sul quale lo Stato, i datori di lavoro e gli stessi cittadini (volontariamente) depositano risorse finanziarie da prelevare per esigenze di formazione. In alcuni casi, lo Stato accredita contributi sul conto per attività svolte in campo sociale. Naturalmente l’investimento in «occupabilità» deve iniziare ben prima dell’ingresso nel mercato del lavoro. La scuola svolge un ruolo cruciale, purché venga riorientata verso la trasmissione di conoscenze trasversali e la promozione di meta-competenze (come le capacità logiche), quelle che non diventano mai obsolete anche in contesti lavorativi fluidi.

Come finanziare le nuove forme di «fluidarietà»? In parte si tratta di schemi e programmi che possono essere gestiti anche sotto il profilo delle risorse dalle parti sociali nell’ambito della contrattazione decentrata, in altra parte devono attivarsi i territori; la digitalizzazione e la virtualizzazione di molte filiere non spezzerà il legame fra lavoro e spazio geografico. «Occupabilità» fa rima con mobilità e i giovani dovranno essere pronti a muoversi più di quanto non facciano oggi, soprattutto nel nostro Paese. Ma non sarà né possibile né desiderabile sganciare il lavoro dal territorio. Teniamo anche conto che tutta la cosiddetta economia bianca, connessa all’invecchiamento demografico e alla crescente domanda di servizi legati al benessere della persona e all’intrattenimento (turismo compreso), manterrà un forte ancoramento territoriale e registrerà una massiccia espansione nei prossimi decenni.

Non sarà possibile far gravare i costi di questa riorganizzazione solo sulle imprese e i singoli territori. Tutti dovranno contribuire. Cambiare le modalità di finanziamento del welfare è l’altra grande sfida che dobbiamo affrontare per sostenere la crescita inclusiva in un mercato del lavoro sempre più fluido.

 

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 16 giugno 2017

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EUROBOND- Aiutare gli altri (italiani e greci) ma davvero i tedeschi dicono no?

Maurizio Ferrera

– L’Europa non ce l’ha un T-Bond, un benchmark per i mercati mondiali, eppure ne avrebbe la forza economica Il piano di Moscoviti e Dombrovskis per mio strumento a due stadi. Ce la può fare? Un sondaggio spiega come –

L’Eurozona «si compone di un’economia e un mercato finanziario comparabili a quelli degli i Stati Uniti, ma non è dotata di uno strumento finanziario, un asset, simile a quello emesso dal Tesoro Usa», scrive la Commissione europea nel documento di riflessione «Approfondire l’Unione Economica e Monetaria», presentato due settimane fa a Bruxelles dai Commissari Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis.

Nel quadro dell’obiettivo dichiarato di procedere verso una «genuina Unione fiscale», la Commissione scrive che è necessario andare oltre la logica della riduzione del rischio finanziario all’interno dell’Unione economica e monetaria. Cosa vuol dire concretamente? Che, a fronte di alcune importanti misure precauzionali volte a gestire il problema dell’instabilità finanziaria — completamento dell’Unione bancaria e rafforzamento del mercato unico di capitali—si deve procedere in parallelo anche verso la «condivisione del rischio».

Il primo passo: Sbbs come i Bund

Nello specifico, la Commissione europea propone di introdurre un nuovo strumento finanziario da qui al 2019, come passaggio intermedio verso la creazione di un vero e proprio European safe asset (leggi Eurobond) da realizzare entro il 2025. L’acronimo di turno è Sbbs, Sovereign Bond Backed Securities. In buona sostanza, si tratterebbe di tìtoli emessi da enti privati o pubblici il cui valore sarebbe garantito da un portafoglio di titoli sovrani sottostanti.

Nella logica alla base degli Sbbs, il profilo di rischio dei titoli sovrani di alcuni Paesi compenserebbe quello di altri, garantendo quindi la stabilità del derivato. Gli Sbbs non implicano ancora una vera e propria mutualizzazione dei debiti nazionali. In altri termini, ciascun Paese rimarrebbe responsabile di fronte ai propri creditori.

A cosa servirebbero gli Sbbs? In primo luogo, a diversificare il portafoglio delle banche, ancora troppo esposte verso gli stati sovrani di riferimento. Secondo uno studio dello scorso settembre, condotto da alcuni membri dello European Systemic Risk Board (Esrb), gli Sbbs dovrebbero godere di un profilo di rischio pari a quelli dei titoli sovrani tedeschi. Se così fosse, le banche sarebbero appunto incentivate a preferire gli Sbbs ai titoli del Tesoro nazionali. In secondo luogo, gli Sbbs contribuirebbero ad aumentare il circolante considerato «sicuro» sul mercato finanziario europeo, con conseguenti effetti positivi sull’attività economica.

Giudizi ed elezioni

Le proposte della Commissione non hanno suscitato l’attenzione che meriterebbero. Al di là delle speculazioni dei media sull’opposizione «di principio» da parte di Berlino, non c’è stato un vero e proprio dibattito, né nazionale né internazionale, sulla questione. D’altronde il tema è sicuramente delicato e potenzialmente controverso in vista delle elezioni federali tedesche di settembre.

Dal punto di vista dei contenuti, il rapporto della Commissione sembra tirare la volata al piano di riforme europee del presidente francese, Emmanuel Macron. Va però sottolineato il tono cauto e moderato, pieno di condizionali, del testo. La stessa Commissione ha precisato che la riflessione vuole mettere a disposizione ima gamma di strumenti. Gli occhi ora sono puntati su Berlino e Parigi. A luglio è previsto un incontro di lavoro sull’Europa tra i gabinetti dei due governi. A quel punto, le proposte di Palais Berlaymont potrebbero tornare più attuali che mai.

Quanto favore incontrerebbe l’introduzione di Eurobond fra gli elettori? Come mostra il primo grafico della pagina accanto, i paesi del Sud sarebbero entusiasti, i paesi del Nord invece molto tiepidi.

Le chance di Macron

In Germania sono contrari a larga maggioranza gli elettori di Angela Merkel. Più aperti coloro che votano Spd, Die Linke e Verdi. I sondaggi danno i Cristiano democratici in vantaggio. Ma alle elezioni di settembre mancano ancora quasi quattro mesi. Se vincesse Schultz (e magari si alleasse con Die Linke e Verdi) il nuovo Cancelliere potrebbe forzare la mano al proprio elettorato e spostare la bilancia a favore degli Eurobond. E la Francia? Anche in questo paese la maggioranza sembra essere contraria. Se scomponessimo il dato aggregato in base alla collocazione politica degli intervistati, scopriremmo però che l’opposizione agli Eurobond si concentra ai due estremi dello spettro politico, fra gli elettori di Marine Le Pen e di Malenchon. Gli elettori di centro e centro sinistra sono in maggioranza favorevoli. Macron potrebbe appoggiare la proposta della Commissione senza scontentare il proprio elettorato.

Avanti sul piano Juncker

Dal secondo grafico emerge un’altra indicazione interessante. La maggioranza degli elettori dei paesi considerati appoggerebbe un aumento del bilancio Uè per finanziare investimenti in campo economico e sociale. Anche in Germania il consenso appare largo e trasversale rispetto ai vari partiti. L’opinione pubblica europea sembra essere molto più keynesiana dei politici che la rappresentano e delle autorità di Bruxelles. In attesa degli Eurobond, si potrebbe cominciare di qui. Potenziando il piano Juncker con un’agenda ambiziosa di investimenti a favore della crescita, dell’occupazione e del capitale umano.

Questo articolo è comparso anche su Corriere Economia del 12 Giugno 2017

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