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Gli effetti (veri) del jobs act

Sul Jobs Act è in atto un vero e proprio tiro al piccione.  Eccettuati (alcuni) esperti, gli unici a parlarne bene sono ormai i commentatori stranieri. Dal dibattito politico nazionale solo critiche. In parte si tratta di mosse tattiche in vista delle scadenze elettorali. Ma questa spirale di rimproveri riflette anche un tratto profondo della cultura politica nazionale: l’eccesso di aspettative nei confronti delle norme di legge, l’intolleranza dei limiti che la realtà inevitabilmente impone, il conseguenze disfattismo, secondo cui ci sarebbe voluto “ben altro” per risolvere i problemi. Una sindrome auto-lesionista, che non ci consente di cogliere i progressi lenti e graduali, svaluta il pragmatismo e alimenta la sfiducia dei cittadini.

Il Jobs Act merita invece una discussione seria. Valutarlo non è facile: i suoi effetti si dispiegano lentamente nel tempo. Per catturarli bisogna avere dati precisi e utilizzare metodi controfattuali: che cosa sarebbe successo se non fossero cambiate le regole? Prima ancora di procedere su questa strada, è bene però  riflettere sul provvedimento in sé: i suoi obiettivi generali erano in linea con le sfide sul tappeto?

Negli ultimi due decenni, la maggior parte dei paesi europei ha riorientato le politiche del lavoro verso la cosiddetta flexicurity, un modello sviluppato dai paesi nordici e basato su regole flessibili per assunzioni e licenziamenti e tutele robuste (compresi i servizi) in caso di disoccupazione.

Il Jobs Act può essere considerato la “via italiana“ verso quel modello. Un percorso di cui si iniziò a parlare già negli anni Novanta, ma mai seriamente imboccato. Con il risultato che il mercato occupazionale italiano è diventato uno fra più segmentati della UE: posti di lavoro permanenti con ammortizzatori molto generosi, da un lato, e contratti a termine o “atipici” (come i co.co.co.) praticamente privi di protezioni, dall’altro. A seguito di un’enorme espansione dei secondi, soprattutto per i giovani, il nostro paese aveva inaugurato un modello perverso che Stefano Sacchi e Fabio Berton hanno definito flex-insecurity:  precarietà senza tutele.

Su questo sfondo, il Jobs Act si è posto due obiettivi:  ridurre rigidità e dualismi, offrendo più opportunità di occupazione stabile e al tempo stesso maggiore flessibilità alle imprese;  superare la polarizzazione fra garantiti e non garantiti in termini di protezione sociale. I vari strumenti della riforma potevano essere disegnati meglio? Certamente, soprattutto col senno di poi.  Lo stile comunicativo di Renzi ha alimentato l’eccesso di aspettative?  D’accordo, nessuno è senza colpe. Ma il Jobs Act va contato fra le non molte riforme strutturali che il nostro paese è riuscito a produrre nell’ultimo venticinquennio, nel tentativo di avvicinarsi agli standard europei sul piano dell’efficienza e dell’equità.

Cosa si può dire degli effetti concreti? Le valutazioni più affidabili segnalano che il Jobs Act ha inciso positivamente sull’occupazione stabile: dopo la sua introduzione vi è stato un significativo aumento dei contratti a tempo indeterminato, sia rispetto al passato (tab. 3) sia rispetto ad altri paesi, come Spagna o Francia (tab. x). In base a dati provvisori, sembra che la tendenza sia continuata anche nel 2016. I critici sostengono che si sia trattato di un incremento “drogato” dalla decontribuzione, ma trascurano due aspetti. Tutti i paesi UE hanno investito grosse somme in sussidi alle nuove assunzioni nell’ultimo triennio. Inoltre, all’estero gli oneri sociali sono strutturalmente più bassi. L’esperimento della decontribuzione conferma che il nostro costo del lavoro è troppo alto e disincentiva le assunzioni. Occorre riflettere su come redistribuire il finanziamento del welfare fra i vari tipi di reddito.

Il Jobs Act ha avuto effetti positivi anche sulla sicurezza economica di chi perde il lavoro. Alla NASPI possono oggi accedere praticamente tutti i lavoratori dipendenti, compresi gli “atipici” (tab. 1 e 2), con importi e durate fra le più alte in Europa. Rispetto agli altri paesi, il welfare italiano ha sempre avuto buchi enormi in questo settore. Nessuno lo sottolinea, mai il Jobs Act ci ha fatto fare un salto di qualità in termini di cittadinanza sociale: le nuove prestazioni sono infatti diritti soggettivi, che non dipendono più da mediazioni politico-sindacali. La Cassa integrazione è stata finalmente ricondotta alla sua funzione fisiologica di risposta alle crisi temporanee.

L’aspetto più problematico del Jobs Act riguarda le politiche attive. L’attuazione di questa parte della riforma è in grave ritardo. Qui scontiamo debolezze davvero storiche, che riguardano in generale l’efficienza e la mentalità della nostra pubblica amministrazione, nonché la frammentazione regionale. Ma il governo avrebbe potuto fare di più. I servizi per l’impiego sono l’architrave della flexicurity. Su questo aspetto, le critiche colgono nel segno. Il Jobs Act non è riuscito a dispiegare il suo potenziale per incidere non solo sulle forme, ma anche sui livelli e la qualità dell’occupazione, soprattutto giovanile. Il lavoro dei giovani resta purtroppo un’emergenza nazionale. Ricordiamo però due cose. L’Italia ha un’incapacità strutturale di creare posti di lavoro che si porta dietro dagli anni Cinquanta e che è stata esacerbata dalla grande recessione. Inoltre, i livelli occupazionali dipendono da moltissimi fattori (autonome decisioni delle imprese, congiuntura, investimenti, capitale umano e così via), solo in parte controllabili per via legislativa. Dall’estate 2014 alla fine del 2016 gli occupati sono comunque aumentati di circa 700 mila unità (Istat).

Con le luci e le ombre che sempre accompagnano ogni riforma, il Jobs Act ha segnato una svolta positiva. Fermiamo il tiro al piccione e avviamo una pacata discussione su come colmarne le lacune e potenziarne gli effetti positivi.  Elaborando nuove proposte per le tante sfide che esulano dal perimetro di attenzione e di azione del Jobs Act e che richiedono ulteriori e incisivi provvedimenti.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 13 febbraio 2017

 

 

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Statali, il merito negato

I dipendenti pubblici sono tre milioni e trecentomila e i loro stipendi costano più di 10 punti di PIL. A prima vista, sembrano cifre enormi, ma tutto è relativo. In  confronto ad altri grandi paesi europei, siamo sotto le medie. Se però usiamo indicatori di rendimento, l’Italia scende verso il fondo delle graduatorie UE.

Pochi giorni fa, nella sua Relazione annuale, la Corte dei Conti ha puntato il dito contro le “perduranti criticità” del pubblico impiego, riassumibili in due parole: bassa efficienza e scarsa produttività. Le cause sono quelle note da decenni. Si va dall’assenza di controlli e incentivi alla “prevalenza di una cultura giuridica, a scapito di professionalità specifiche” (un giudizio importante, visto che è dato da una “Corte”); dai condizionamenti politici sull’attività gestionale alla diffusa corruzione; dall’eccessiva anzianità del personale ai suoi bassi livelli d’istruzione. E’ sempre sbagliato fare di ogni erba un fascio. Ma non si può neppure fare finta di niente.

Rispetto ai privati, i dipendenti pubblici sono in una botte di ferro per quanto riguarda il posto di lavoro. E’ di ieri una sentenza della Cassazione che conferma la non applicabilità della riforma Fornero e del Jobs act al settore statale. Una interpretazione forse non obbligata, ma oggettivamente in linea con il frastagliato quadro normativo vigente. La Corte sostiene che per estendere le nuove regole sul licenziamento ai dipendenti pubblici occorre un intervento di “armonizzazione normativa”. In altre parole: è il governo che deve muoversi. Nel settore statale i sindacati sono molto radicati e altrettanto agguerriti. E poi di mezzo ci sono milioni di voti. Questi due elementi spiegano perché nessuna delle tantissime “riforme” sia riuscita rendere la macchina pubblica più efficiente e produttiva. Il posto a vita è sempre stato un tabù che non si poteva neppure menzionare. Gli ostacoli al cambiamento sono ancora tutti lì. Ma è un segnale positivo che almeno oggi se ne discuta apertamente.

Ci sono almeno due fronti su cui è urgente passare subito dalle parole ai fatti. Il primo riguarda frodi e assenteismo. La sentenza della Cassazione riguardava il caso di un dipendente licenziato perché faceva il doppio lavoro. Il malcostume più diffuso è quello delle assenze abusive e delle vere e proprie frodi in materia di “cartellini”. Il governo si appresta a varare un decreto legislativo che dovrebbe accrescere l’effettività delle sanzioni e contrastare il diffuso lassismo di molti giudici del lavoro. Il vero test sarà il comportamento dei dirigenti, ai quali competono sia i controlli sia l’attivazione dei provvedimenti disciplinari.

Il secondo fronte riguarda gli incentivi alla produttività. Si tratta di una questione persino più importante della prima. Non solo per le sue ricadute sul piano del rendimento, ma anche perché una corretta valorizzazione del merito contrasterebbe l’omertà diffusa e attiverebbe un interesse “dal basso” a differenziare tra chi s’impegna e chi no. La prassi dei premi a pioggia deve finire, anzi essere espressamente sanzionata. Marianna Madia ha annunciato un intervento del governo per riordinare la questione del “salario accessorio”, legandolo a misurazioni puntuali dei risultati. Era ora. Nel solo comune di Roma sono stati accertai 350 milioni di premi a pioggia indebitamente erogati.

E’ vero che costa poco agli standard europei. Ma la nostra amministrazione pubblica non vale le risorse che assorbe e ha più che mai bisogno di una scossa. Per diventare più efficiente, facilitare la crescita e, non da ultimo, per recuperare la dignità perduta agli occhi dei cittadini.

 Questo editoriale è apparso anche su Il Corriere della Sera del 10 giugno 2016

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Il rischio di non avere un’agenda

Non passa giorno senza che qualche statistica internazionale metta in luce il ritardo italiano in settori cruciali per il nostro futuro. In una società ferma sul piano demografico e sociale, con un’economia poco competitiva e un settore pubblico che per decenni ha trasferito risorse “al contrario” (dal futuro al presente, tramite deficit e debito), l’unica chance di arrestare il declino è investire per il lungo periodo. Ricerca, innovazione, infrastrutture, tecnologia. E soprattutto capitale umano: asili, scuole, università, formazione, servizi sociali per l’inclusione, la conciliazione, il sostegno all’occupabilità.

Governare per il futuro non è certo un’impresa facile. La discrepanza temporale tra gli investimenti necessari (che impongono costi nel presente) e i loro effettivi benefici (che si dispiegano in modo lento e graduale, senza garanzie certe) richiede un grado di pazienza politica da parte degli elettori che non è facilmente disponibile nelle democrazie contemporanee. I ritardi italiani segnalano però un tasso di “corto-termismo” davvero patologico, esito di gravi carenze nella nostra cultura politica, nella competizione fra partiti, nelle prassi di governo. Carenze amplificate dalla quasi totale assenza, rispetto ad altri paesi, di strutture pubbliche e private capaci di parlare, per così dire, a nome del futuro (delle nuove generazioni) e dei suoi “imperativi” per chi oggi governa.

Sul piano comunicativo, Matteo Renzi ha adottato sin dall’inizio un discorso imperniato sui temi del cambiamento e della rottura con il passato. Ma nell’azione di governo la consapevolezza degli “imperativi” è rimasta sinora piuttosto superficiale, non si è tradotta in un’agenda precisa e coerente. L’infrastruttura tecnica a supporto di politiche pubbliche con un orizzonte lungo è ancora debole, neppure minimamente paragonabile alla force de frappe di cui dispongono altri governi europei.

Nel sociale, le due riforme più significative sono state sinora il Jobs Act e la Buona Scuola. Provvedimenti importanti (soprattutto il primo), ma con un respiro temporale limitato. Nel Jobs Act il piatto forte è stato uno scambio fra riduzione delle tutele contrattuali per i neo-assunti e incremento delle prestazioni di disoccupazione. Poca l’attenzione e scarsissime le risorse per i servizi per l’impiego, l’occupabilità, la formazione permanente.

A sua volta la Buona Scuola ha inciso poco sui curricula, sulle competenze (degli insegnanti e deli allievi) e non ha previsto adeguate risorse per rafforzare i legami con il mondo del lavoro. Il perno della riforma è stata una misura essenzialmente distributiva: la stabilizzazione dei precari.

Nell’ultima Legge di Stabilità vi è stato il benemerito tentativo di affrontare il dramma della povertà educativa fra i minori. Vista l’incidenza spaventosa di tale fenomeno, l’investimento in questo settore dovrebbe essere da tempo una priorità nazionale. Ma alla fine si è deciso di mettere sul piatto solo centocinquanta milioni, con l’aiuto delle Fondazioni bancarie. Come non rimarcare poi, da ultimo, la quasi totale sparizione della cosiddetta “agenda donne” per accendere il motore dell’occupazione femminile?

Di qui al 2018, il clima politico si farà sempre meno propizio a decisioni orientate al lungo periodo. Per salvaguardare un po’ di spazio di manovra –almeno in qualche settore- il governo dovrebbe  mettere a punto rapidamente un’agenda di misure concrete, corredata di dati e argomenti sui benefici attesi in termini di crescita, occupazione, competitività, eguaglianza di opportunità, mobilità sociale. E capace di illustrare con altrettanta chiarezza le implicazioni negative dei mancati investimenti.

Si tratterebbe di una scommessa politica coraggiosa e rischiosa per il Presidente del Consiglio. Ma sarebbe anche l’unica che gli italiani a cui sta a cuore il futuro (proprio e dei loro figli) farebbero bene a prendere sul serio.

Questo articolo è comparso anche su “Il Corriere della Sera” del 13 marzo 2016

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Un welfare così è ancora welfare?

il 18 giugno alle 17.30 Ferrera parla all’evento organizzato dall’Università LUISS del ciclo: Capire la crisi: le conseguenze.

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Due buone notizie e un’ombra

Dall’Istat arriva finalmente una buona notizia sul fronte che più preoccupa gli italiani: il lavoro. In aprile c’è stato un incremento di quasi centosessantamila occupati, principalmente nei servizi.

Dall’analisi dei dati emergono alcune tendenze interessanti, che sembrano smentire previsioni e credenze diffuse fra esperti e opinione pubblica.

Quando arriverà la ripresa – abbiamo spesso sentito dire- i suoi frutti in termini di occupazione si vedranno solo molti mesi dopo. Sembra che stia avvenendo il contrario: il PIL sta crescendo (+0,3% nel primo trimestre di quest’anno) e aumentano anche i posti di lavoro. E’ presto per cantar vittoria, ma se continuasse così eviteremmo l’incubo della jobless growth, ossia quella crescita senza occupazione che è stata la malattia europea (e italiana in particolare) negli anni Novanta.

Un fenomeno simile si sta verificando nel rapporto fra occupazione giovanile e regole sul pensionamento. Tanti italiani pensano che, se gli anziani sono costretti ad andare in pensione più tardi, i giovani avranno meno opportunità di trovare lavoro. L’Istat segnala che non è necessariamente così. Ciò che si registra è una diminuzione della disoccupazione fra chi ha meno di 25 anni (-1,3% in aprile, -1,6% su base annua) e al tempo stesso un maggior numero di ultracinquantacinquenni che continuano a lavorare (+ 0,4% nell’ultimo trimestre). Si tratta di  una dinamica virtuosa, che va approfondita bene prima di introdurre eventuali modifiche dell’età pensionabile.

La terza smentita ha a che fare con gli effetti delle politiche introdotte nell’ultimo anno. Qui l’aspettativa era che i loro effetti avrebbero riguardato i tipi di contratto (più stabili) ma non la quantità di posti di lavoro. L’Istat conferma invece un impatto positivo su entrambi i fronti. Da gennaio in poi, e soprattutto nel mese di aprile, abbiamo avuto più occupati in assoluto e, fra questi, più contratti a tempo indeterminato (incentivati dall’abbattimento dei contributi) oppure a termine (a seguito della maggiore flessibilità introdotta un anno fa).

Tutto rose e fiori, dunque? L’Istat tratteggia l’immagine di un mercato del lavoro più dinamico di quanto percepiamo. La spiegazione forse si nasconde in una estesa e persistente zona d’ombra: l’industria. Qui i dati sono piuttosto negativi: – 0,9% occupati rispetto a un anno fa. All’interno del settore sono inoltre molto numerosi i contratti a termine e il part time involontario. Insomma, le aziende non sono ancora tornate ad assumere seriamente, come facevano prima della crisi. Può darsi che ciò sia dovuto al riassorbimento dei cassintegrati, oppure alle persistenti fragilità dell’economia internazionale.

Il dato Istat può essere anche il sintomo di una sofferenza reale delle imprese o di strategie di disimpegno verso le proprie risorse umane (flessibilità numerica senza investimenti in di lungo periodo, a cominciare dalla formazione). Oppure ancora di comportamenti “mordi e fuggi” da parte di investitori stranieri (il caso Whirlpool insegna).

I sindacati chiedono politiche industriali, gli imprenditori meno tasse e contributi. Forse ciò che serve è innanzitutto una riflessione seria sul lavoro nell’industria e il suo futuro. In un paese con la nostra tradizione manifatturiera, sarebbe un delitto non investire collettivamente nell’occupazione “blu”. Non quella degli operai in tuta alla catena di montaggio, ovviamente, ma quella a media e alta specializzazione, all’interno di tecno-fabbriche capaci di muoversi con successo nell’economia globale.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 4 giugno 2015

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Pensioni, la difficile tutela dei giovani

I sistemi pensionistici pubblici funzionano in modo diverso dalle assicurazioni private. Non si limitano a restituire i contributi versati, in base a calcoli attuariali, ma svolgono importanti funzioni di solidarietà fra gruppi sociali, fasce di reddito, generazioni. E si sforzano di tutelare l’adeguatezza delle prestazioni rispetto alle esigenze di vita del pensionato, come recita anche l’art. 38 della Costituzione.
C’è però solidarietà e solidarietà. In una sentenza del 1995 che ha fatto scuola, la Corte di giustizia europea ha chiarito che si può correttamente parlare di solidarietà quando la redistribuzione si dirige dalle categorie più abbienti a quelle meno abbienti, dai gruppi sociali più forti a quelli più deboli. Sia la Corte, sia le istituzioni Ue hanno poi sempre insistito sull’equità intergenerazionale.

Nel sistema pensionistico italiano la solidarietà ha a lungo funzionato alla rovescia. La vecchia formula retributiva avvantaggiava di fatto alcune categorie «forti»: i dipendenti pubblici (pensiamo alle pensioni baby), molti dipendenti privati che si ritiravano dal lavoro in anticipo (pensioni d’anzianità), in generale le fasce di lavoratori con redditi più elevati. D’altro canto, l’importo delle pensioni più basse è a lungo rimasto inadeguato – almeno rispetto agli importi minimi previsti negli altri Paesi Ue. Bisogna resistere alla tentazione di «colpevolizzare» chi è andato in pensione con le norme vigenti nel passato, pensate in un contesto economico e demografico completamente diverso da quello di oggi e in parte connesse ad alcune patologie storiche del nostro sistema politico-partitico. È inutile piangere sul latte versato, adesso è urgente riflettere sul presente e sul futuro. Le riforme degli ultimi vent’anni (compresa quella di Elsa Fornero) hanno cercato di sanare le vecchie distorsioni, nel rispetto dei vincoli di bilancio. Quando la formula contributiva entrerà a regime, il sistema italiano sarà stato quasi interamente bonificato dalla sindrome della solidarietà alla rovescia. Restano però alcuni problemi. Innanzitutto le vecchie norme si rifletteranno ancora a lungo sui trattamenti in pagamento e sulla loro distribuzione fra fasce di reddito. Per fare solo un esempio, l’Italia è il Paese Ue che ha il più alto numero di pensioni superiori a 3.000 euro netti al mese, non interamente sorrette da contribuzione individuale.

E poi c’è il problema dei giovani. In teoria la formula contributiva garantirà trattamenti adeguati in base agli standard europei (circa il 70% della retribuzione). Ma tutto dipenderà dalla capacità di versare i contributi. In un mercato del lavoro flessibile, ciò non sarà facile, a meno che non si introducano regole volte ad attenuare il rischio di discontinuità.

Il principio di solidarietà vorrebbe che tale rischio fosse condiviso da una platea molto ampia. Il saldo della gestione separata Inps (quella dove fino ad oggi sono confluiti i contributi relativi ai vari contratti «precari» dei nostri giovani) è da anni in forte attivo e potrebbe costituire una preziosa riserva per aiutare chi accumula buchi contributivi. Ma il surplus viene utilizzato per compensare il deficit delle gestioni in passivo, quelle che erogano il grosso delle prestazioni retributive a chi è già in pensione. Dai deboli ai forti, di nuovo.

La sentenza della Consulta ha aperto una controversia spinosa e delicata. A differenza di precedenti sentenze, questa volta i giudici hanno scelto (perché di una scelta si tratta) di non considerare il quadro generale del nostro sistema previdenziale e del nostro bilancio pubblico. A stupire, in particolare, è una delle motivazioni della sentenza: il blocco dell’indicizzazione sarebbe illegittimo non perché i diritti quesiti sono incomprimibili anche in presenza di una emergenza finanziaria, bensì perché il provvedimento incriminato non avrebbe fornito documentazione sufficiente a comprovare tale emergenza (sic).

Il governo si trova ora costretto a un difficile atto di equilibrismo. Occorre bilanciare fra loro principi e vincoli trascurati dalla Corte e al tempo stesso evitare contrapposizioni fra gruppi sociali, fra «ragioni» e «torti» che non sono assoluti, ma relativi e che discendono dal percorso di sviluppo tortuoso e squilibrato del nostro welfare. Il governo prenda tempo, eviti strategie «giustiziere» e il linguaggio delle colpe e dei privilegi. Ma difenda le prospettive dei giovani e chiarisca che, d’ora in poi, le politiche di solidarietà dovranno funzionare nella direzione corretta. Dall’alto verso il basso, dai forti ai deboli, e non viceversa.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 14 maggio 2015

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Il Jobs Act e la strada verso una ripresa dell’occupazione, conversazione con Marco Leonardi e Maurizio Ferrera

Due tra i maggiori esperti italiani di mercato del lavoro discutono il probabile impatto del Jobs Act sulla ripresa economica. Aspenia online intervista Marco Leonardi e Maurizio Ferrera.

Dalla disoccupazione record tra i giovani alla tanto auspicata ripresa dell’occupazione: quale sarà la leva positiva del Jobs Act? E quali i tempi prevedibili per vederne gli effetti concreti su larga scala?

Leonardi. La leva positiva sarà che le nuove regole sul licenziamento senza Articolo 18 e gli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato renderanno la risposta dell’occupazione alla ripresa economica molto più rapida. E i giovani godranno di un vantaggio comparato: dato che le nuove regole e gli incentivi valgono solo per i nuovi assunti, è plausibile che gli imprenditori vorranno assumere più giovani. Il diritto alla decontribuzione fino a 8.060 euro annui per tre anni si ha solo per i contratti firmati nel 2015 con lavoratori che non siano stati occupati a tempo indeterminato nei precedenti sei mesi. Questa regola favorisce indubbiamente i giovani che sono in cerca di un primo lavoro oppure hanno forme di contratto a termine di vario tipo che possono oggi essere convertite in contratti a tempo indeterminato.

Si dice sempre che le regole non creano occupazione. È vero, ma per come sono stati strutturati gli incentivi credo che vedremo presto l’effetto sull’occupazione a tempo indeterminato, già nel corso del 2015. Piuttosto sarà da capire quanto questo effetto sarà permanente. Probabilmente sarà necessario in qualche modo prorogare gli incentivi (in misura molto minore) nei prossimi anni per non avere effetti concentrati in un solo anno. Come per gli 80 euro ai lavoratori dipendenti a basso reddito, così per la fiscalizzazione degli oneri contributivi per le imprese che assumono, è plausibile attendersi una “stabilizzazione” dell’intervento negli anni a venire. Cosa che significherebbe nei fatti una riduzione del carico fiscale sul lavoro.

Ferrera. Non esistono stime ufficiali circa gli effetti occupazionali del Jobs Act, ma in alcune interviste il Ministro Padoan ha azzardato una stima: 800.000 posti di lavoro in tre anni fra nuovi contratti e conversioni. Se così accadesse, sarebbe un bel successo. Tutto dipenderà però dal comportamento delle imprese e, più in generale, dall’andamento dell’economia: non eccederei quindi con l’ottimismo.

Superato l’Articolo 18, le piccole aziende salteranno il fatidico “fossato” dei 15 dipendenti e ne assumeranno altri utilizzando il contratto a tutele crescenti? Con maggiore flessibilità e i forti incentivi fiscali menzionati da Leonardi, le imprese medie e grandi smetteranno di delocalizzare e torneranno a creare posti di lavoro stabili in Italia? Arriveranno gli investitori stranieri? E, soprattutto, ripartiranno gli ordini e i consumi? Le risposte a queste cruciali domande non dipendono solo dall’azione di governo: si tratta in ultima analisi di scelte e comportamenti dei vari soggetti economici. Il Jobs Act va perciò visto come una condizione necessaria, ma non sufficiente per superare la crisi e far crescere il lavoro.

C’è una vasta area di cosiddetti “NEET” (i giovani che non studiano e non lavorano), giovani sfiduciati, apparentemente rassegnati alla marginalità. Come rimettere in moto un clima di fiducia, di impegno, di accettazione delle sfide del lavoro? E cosa si può fare in tempi rapidi, soprattutto nel Mezzogiorno, dove il fenomeno è di particolare gravità?

Leonardi. Il contratto a tutele crescenti può aiutare solo in modo marginale i NEET. Potranno beneficiarne i NEET che hanno un’istruzione (ce ne sono molti) e il cui problema sono le regole rigide del mercato del lavoro che li porta frequentemente al lavoro nero. Ma le nuove regole non potranno aiutare la maggioranza di NEET per cui il principale problema non è un contratto tempo indeterminato ma è il passaggio dalla scuola (che spesso hanno abbandonato troppo in fretta) al lavoro. Per loro c’è il programma Garanzia Giovani: un programma di politiche attive che ha il compito di avvicinali al lavoro. Purtroppo il programma è un fallimento su gran parte del territorio nazionale e ha messo in luce le difficoltà a gestire programmi di carattere nazionale (come Garanzia Giovani) in presenza di competenze sulla formazione e le politiche attive affidate alle regioni. Regioni che hanno servizi di qualità assai differente. A questo problema bisognerà mettere mano nell’ultimo decreto del Jobs Act dedicato all’Agenzia Unica del lavoro.

Per quanto riguarda gli incentivi all’assunzione a tempo indeterminato non c’è una politica di favore nei confronti del Sud; una possibilità sarebbe quella di prorogarli nei prossimi anni (in misura minore che nel 2015) solo per il Sud.

Ferrera. Dal maggio 2014, circa 400.000 NEET si sono iscritti ai portali della Garanzia Giovani. Significa che almeno un quarto della popolazione NEET ha una qualche motivazione a mettersi in gioco, ad “attivarsi”. Non è un segnale irrilevante. Il rischio è tuttavia che lo Stato non sia capace di rispondere. Solo il 40% degli iscritti è stato ufficialmente “preso in carico” tramite un primo colloquio e solo il 9% ha iniziato un percorso di orientamento e attivazione. Dato ancora più deludente: solo 10.000 su 400.000 hanno ricevuto un’offerta concreta di lavoro. Se andiamo avanti così, quel minimo di motivazione e intraprendenza mostrata da chi si è iscritto ai portali rischia di tramutarsi in ulteriore frustrazione personale e sfiducia politica.

Il grande buco nero è sempre il Sud. Quest’area ha una popolazione ben superiore a quella della Grecia, la grande malata d’Europa. Ma le nostre regioni meridionali hanno una disoccupazione (soprattutto giovanile) molto più elevata: il record europeo in negativo.

Purtroppo il tessuto produttivo del Mezzogiorno resta debole, la domanda di lavoro è bassa. I giovani preparati emigrano, più del 20% dei ragazzi e delle ragazze abbandonano la scuola dopo la terza media, alcuni anche prima. Il capitale umano si deteriora e così si perpetua il circolo vizioso del sottosviluppo. In tanta desolazione, c’è da segnalare, per fortuna, un dato positivo: stanno aumentando le start-up innovative. Si tratta di società di capitale nate per sviluppare, produrre e commercializzare beni o servizi ad alto contenuto tecnologico. Nel secondo semestre 2014 questo tipo di imprese è cresciuto del 45% al Sud rispetto al 32% del Centro-Nord. Il numero assoluto è ancora basso (poco più di 600 società) e il contributo occupazionale è, corrispettivamente, modesto. Ma è un primo, piccolo segnale di vitalità, che va apprezzato e coltivato.

L’Italia è un grande Paese industriale, la seconda potenza manifatturiera europea dopo la Germania. Eppure, tra le nuove generazioni, parole come industria, manifattura, fabbrica, non sembrano avere grande appeal? Come fare crescere la sensibilità dei giovani nei confronti del lavoro industriale?

Come realizzare una seria riforma della formazione, per ovviare al deficit di laureati e soprattutto di laureati interessanti per il mondo dell’impresa e di professionalità tecniche? E come rompere il circuito tra formazione professionale affidata alle Regioni e carente utilizzo delle risorse?

Leonardi. Purtroppo finora tutte le riforme del mercato del lavoro si sono concentrate solo sulle forme contrattuali, sulle regole di licenziamento e sugli incentivi all’assunzione. Nessuna riforma ha affrontato adeguatamente il problema della transizione dalla scuola e dall’università al lavoro. Fino agli anni Novanta l’Italia aveva ancora un sistema di istituti tecnici e professionali che potevano formare i nuovi lavoratori. Nel necessario passaggio ad un’istruzione universitaria di massa si è persa questa tradizione di qualità. Oggi le università laureano il doppio degli studenti dei primi anni Duemila, ma la riforma del “3+2” (le cosiddette “lauree brevi”) ha prodotto corsi di laurea generalisti poco legati al mondo del lavoro. Il risultato è che l’Italia è l’unico Paese d’Europa dove chi ha una laurea ha un premio salariale molto basso e una probabilità di trovare lavoro di poco superiore ad un diplomato. La prossima riforma dovrà essere nel segno di avvicinare i giovani al mondo del lavoro in primis dividendo le università in università di ricerca e università di insegnamento professionalizzante. È l’unico modo per far crescere la sensibilità dei giovani verso il lavoro manifatturiero (e non solo).

Oggi la maggior parte della formazione professionale avviene a livello regionale. Le Regioni ne hanno la competenza esclusiva secondo il Titolo V della Costituzione e traggono i finanziamenti dai fondi europei. Il difetto più grande di questa governance è l’assoluta mancanza di un sistema di valutazione della formazione professionale. Nel prossimo decreto del Jobs Act dedicato alle politiche attive bisogna intervenire almeno su alcuni aspetti. L’accreditamento degli enti di formazione, gli standard minimi e la valutazione devono avere criteri nazionali. In tutti i Paesi i corsi di formazione hanno risultati molto variabili sull’occupazione e i salari dei “formati” rispetto al gruppo di controllo. In Italia però, a differenza che negli altri Paesi, non si può sapere neanche il risultato perché l’informazione non è proprio disponibile o è comunque dispersa tra le Regioni. Il decreto sulle politiche attive dovrebbe avere come obiettivo la fine di questo paradosso.

Ferrera. Sono d’accordo con Leonardi, ma vorrei allargare il quadro dall’industria all’intero ventaglio di settori occupazionali, sollevando la domanda: dov’è che mancano da noi i posti di lavoro, soprattutto per i giovani? Confrontiamoci con la Germania. Fatte le debite proporzioni, il settore industriale è “sotto” di circa 155.000 posti. Se le nostre imprese avessero la stessa intensità di occupazione giovanile di quelle tedesche, 155.000 giovani (in più) al di sotto dei 25 anni avrebbero un posto di lavoro che ora non hanno. Ma i deficit maggiori riguardano altri settori: i servizi professionali e il commercio (meno 175.000 posti di lavoro “giovanili”), la pubblica amministrazione (meno 63.000), l’istruzione (meno 65.000), sanità e servizi sociali (meno 150.000). Se consideriamo questi dati, puntare tutto sull’industria per la ripresa occupazionale dei giovani è limitato. Bisogna puntare anche sui servizi, in particolare alle famiglie e alle persone (le filiere occupazionali “bianche”: quelle che usano il camice e che si occupano molto di anziani).

I percorsi di transizione scuola-lavoro sono rilevanti per tutti i settori, ma lo sono in particolare per l’industria. Leonardi sottolinea il ritardo della scuola italiana, ma anche le nostre imprese devono recuperare la cultura del lavoro (quello dei propri dipendenti) come investimento, come un fattore produttivo che va coltivato dall’interno. Le statistiche segnalano che negli ultimi vent’anni in Italia non si sono registrati molti progressi, ad esempio, in termini di addestramento on the job o di formazione permanente. I dipendenti precari sono stati poi relegati in molte imprese su binari secondari, spesso utilizzati come risorsa “usa e getta”. Non è un caso che i lavoratori italiani si sentano molto meno impegnati e coinvolti  nell’organizzazione aziendale rispetto ai loro colleghi UE. E lo scarso successo (sinora) dell’apprendistato e di tutte le forme di raccordo fra scuola e imprese è, almeno in parte, un segnale di poca attenzione per l’insostituibile ruolo che i datori di lavoro devono giocare nel contesto educativo e culturale dal quale reclutano il proprio capitale umano.

L’Italia è un Paese con una straordinaria diffusione della piccola imprenditorialità: un Paese di piccole imprese, di botteghe artigiane. L’intraprendenza è una cultura, un valore con forti radici territoriali. Come fare crescere questa tendenza e come valorizzarla soprattutto verso l’innovazione (sia hi-tech sia più ampiamente di processo e di ideazione)? Possiamo davvero coniugare il tessuto locale e la tradizione con l’apertura alle novità e agli scambi globali?

Nel libro “La nuova geografia del lavoro”, Enrico Moretti, un economista di Berkeley molto apprezzato e consultato dal Presidente Barack Obama, sostiene che per un nuovo posto di lavoro a sofisticato contenuto tecnologico (un ingegnere o un informatico ad alta specializzazione, un software designer di Google o un fisico esperto in nanotecnologie) se ne creano altri cinque sia in settori qualificati (avvocati, insegnanti, medici, infermieri) sia in settori meno qualificati legati ai servizi alle imprese e alle persone. E insiste sulla necessità di investimenti pubblici e privati in ricerca, innovazione, diffusione tecnologica, formazione, valorizzazione del capitale umano. Qual è in questo contesto la strategia del governo italiano di medio termine, ovviamente tenendo conto dei vincoli di bilancio?

Leonardi. Per la piccola impresa di artigiani e commercianti e professionisti è necessario un sistema fiscale agevolato almeno nei primi anni di attività. Nella delega fiscale c’è la necessità di rivedere il regime dei minimi per le partite IVA di artigiani commercianti e professionisti. È un’occasione importante per affermare il principio che il fisco deve essere semplice e poco oneroso per le attività imprenditoriali. Allo stesso tempo sarà necessaria una riflessione sulla loro contribuzione pensionistica per evitare che una bassa contribuzione oggi porti a pensioni povere domani. Il nuovo sistema prevede una netta separazione fra reddito d’impresa e reddito personale, introducendo quindi una sorta di neutralità fiscale su tutti i redditi d’impresa non distribuiti.

Per l’innovazione tecnologica e le imprese più grandi, per ora è stato varato un credito d’imposta stabile su spese di Ricerca & Sviluppo incrementali per cinque anni. C’è inoltre un forte favore fiscale nei confronti dei redditi da brevetti e marchi, un provvedimento a mio parere molto giusto e che può aiutare ad evitare la fuga all’estero di molte imprese italiane con brand importanti. L’ostacolo maggiore per una politica industriale in Italia rimane il fatto che le risorse per l’incentivazione della ricerca arrivano attraverso i fondi strutturali europei gestiti dalle Regioni (per i quali del resto esiste un vincolo europeo). Del resto lo stesso Enrico Moretti afferma nel suo libro che la politica industriale più utile sta nello sviluppo di università prestigiose che si impegnino in progetti di collaborazione con le imprese locali.

Ferrera. A dispetto della crisi, molte piccole e medie imprese italiane hanno saputo rafforzarsi e internazionalizzarsi grazie a investimenti in ricerca e sviluppo e innovazioni di prodotto e di processo. Secondo recenti stime del centro ricerche MET, la percentuale di imprese che svolge ricerca, nonostante la crisi, è significativamente aumentata proprio nelle aziende con 10-49 addetti. L’ostacolo maggiore per i progressi in questa direzione è stato l’accesso al credito: è su questo fronte che bisogna impegnarsi. Una strategia più ambiziosa potrebbe essere quella di emulare il modello tedesco e in particolare l’esempio della Fraunhofer Gesellschaft (FG). Si tratta di una rete di più di 60 centri di ricerca e sviluppo a cui possono rivolgersi le piccole e medie imprese per rispondere alle esigenze non finanziabili autonomamente. La FG occupa 24.000 ricercatori e ha un bilancio di quasi due milardi di euro all’anno: due terzi provenienti da contratti di ricerca e brevetti, il resto dal governo federale. Queste cifre fanno della FG la più grande organizzazione per la ricerca applicata in Europa.

Come far crescere il livello di partecipazione delle donne al mercato del lavoro e come valorizzarne competenze, culture, attitudini? 

Leonardi. Credo che lo strumento principale di incentivazione del lavoro femminile debba essere di natura fiscale. Condizionatamente ad un minimo di ore di lavoro, una donna con figli deve avere un credito d’imposta o un assegno di conciliazione famiglia-lavoro. Da questo punto di vista il “bonus bebè” è uno strumento di aiuto ma non di incentivo: è per tutte le donne e non solo quelle impegnate nel mondo del lavoro ed è troppo ristretto temporalmente perché è solo per i primi tre anni di vita del figlio. Le politiche di affirmative action sembrano funzionare in Italia, forse perché partiamo da una situazione molto svantaggiata per le donne. Ad esempio la legge sulle “quote rosa” nelle società quotate sta dando buoni frutti. Anche la disoccupazione femminile assume un carattere particolarmente grave al Sud. Se si volesse rilanciare una nuova politica per il Mezzogiorno con carattere assai diverso dai precedenti interventi di Cassa del Mezzogiorno e di Programmazione, si potrebbe pensare a massicci incentivi per l’occupazione finalizzati in particolare al lavoro femminile. Del resto il piccolo incentivo all’occupazione femminile del Sud in vigore alla fine degli anni 2000 è una delle poche politiche pubbliche, valutate da uno studio di Banca d’Italia, che ha dato risultati positivi al Sud.

Ferrera. In varie occasioni mi è già capitato di riassumere le mie proposte sul tema in un decalogo, molto apprezzato ma poco o nulla realizzato. Mi permetto di riproporre questo decalogo in forma sintetica.

1) Retribuzioni più alte per le donne e in particolare le madri; si possono ridurre le aliquote dell’IRPEF oppure si possono aumentare i crediti di imposta.

2) Meno oneri sociali per le imprese che assumono donne.

3) Crediti agevolati e più sostegni alle donne che vogliono creare nuove imprese (anche piccole).

4) Orari e organizzazione del lavoro più flessibili, soprattutto per madri e padri; diritto a passare al lavoro part-time per dodici mesi dopo la nascita di un figlio, come in Olanda e nei Paesi nordici; reazione di “banche del tempo” in cui si possono depositare ore di lavoro extra nei momenti “buoni”, prelevandole sotto forma di permessi nei momenti critici.

5) Allungamento del congedo obbligatorio di paternità; con mille difficoltà il Ministro Fornero (governo Monti) ha concesso un giorno, ma – non basta, né dal punto di vista simbolico né da quello pratico – bisogna arrivare almeno a tre, e introdurre incentivi per quelle imprese che spontaneamente arrivano a cinque.

6) Aumento degli importi dei congedi parentali; se si sta a casa per accudire i figli, oggi si perde il 70% dello stipendio – troppo, soprattutto per i padri, che in genere guadagnano di più.

7) Più asili nido, almeno 100.000 posti in più in cinque anni; l’aveva promesso l’ultimo governo Prodi, ma è successo ben poco; bisogna rilanciare, anche con l’aiuto dei privati e del terzo settore.

8) Varo di una “Legge sull’eguaglianza di genere” che renda più stringenti i divieti di discriminazione contro le donne nel mondo del lavoro.

9) Creazione di una Accademia Nazionale per i Talenti Femminili; premi, borse di studio, corsi di formazione per le studentesse più brave delle scuole secondarie e delle università.

10) Parità di genere nelle liste elettorali; anche il pensiero liberale riconosce che i trattamenti preferenziali (per periodi limitati) possono fungere da leva d’Archimede per scardinare evidenti situazioni di vantaggio – in questo caso a favore degli uomini – persistenti e sistematiche; la nuova legge elettorale non è stata ancora approvata in via definitiva, forse c’è ancora margine per intervenire sul punto.

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Partecipazione al Festival dell’Economia di Trento

Ferrera parteciperà alla  la decima edizione del Festival dell’Economia di Trento, in programma dal 29 maggio al 2 giugno e dedicata al tema della “Mobilità sociale”.

Ferrera parlerà il 30 maggio alle 15.30 con Paola Pica, de il Corriere della Sera sul tema Cercasi welfare. Tra vecchi e nuovi diritti.

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Intervista a radio popolare sul jobs act

Ascolta l’intervista a Radio Popolare del 21 aprile 2015

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Come diventare un Paese dove conviene davvero investire

Fca propone una politica salariale che collega la realizzazione del suo piano alle retribuzioni. È una scommessa sulla capacità di diventare un luogo sul quale ha ancora senso puntare: e a farla dobbiamo essere tutti

L’ad di Fca Sergio Marchionne in visita allo stabilimento di Termoli (Ansa)
L’ad di Fca Sergio Marchionne in visita allo stabilimento di Termoli (Ansa)
La nuova politica retributiva che Sergio Marchionne ha proposto ai sindacati segna un punto di svolta importante per le nostre relazioni industriali, e non solo per queste. Si va infatti molto al di là dei tradizionali premi di produzione contrattati a livello aziendale, già in uso d a tempo. L’obiettivo è più ambizioso: collegare in modo strategico la realizzazione del piano industriale di Fiat Chrys ler automobiles (Fca) alle retribuzioni dei suoi dipendenti. In base a criteri trasparenti: efficacia produttiva e risultati economici. Coinvolgendo tutti gli stabilimenti italiani del gruppo (quasi cinquantamila dipendenti). Per un periodo di quattro anni: 2015-2018. Non più un semplice esperimento locale o settoriale, insomma, ma l’adozione di un vero e proprio «sistema», per il quale Fca mette a disposizione risorse fino a 600 milioni.

La fusione tra Fiat e Chrysler, perfezionata nel gennaio dello scorso anno, ha suscitato comprensibili timori: molti l’hanno vista come un disimpegno nei confronti dell’Italia da parte del suo più grande «campione» industriale. Valutandola senza pregiudizi, la proposta Marchionne smentisce però almeno in parte questi timori e può essere letta, invece, come una triplice scommessa.
Una scommessa, innanzitutto, sulla capacità del lavoro italiano di restare competitivo nel mondo, applicando gli standard del cosiddetto World class manufacturing, il modo più avanzato oggi per organizzare la produzione di auto. E condividendo gli obiettivi economici del gruppo, ai quali è legata una quota significativa di retribuzione.

Una scommessa, poi, sulla possibilità di instaurare relazioni industriali collaborative, più in linea con quelle dei Paesi con cui competiamo, a cominciare dalla Germania. Fra azienda e sindacato la divergenza d’interessi è naturale e fisiologica. È però la cornice all’interno della quale si negozia che fa la differenza. Deve esserci una consapevolezza dei vincoli e delle opportunità di mercato, il desiderio condiviso di rispettare i primi e di sfruttare al massimo le seconde. La cornice non può più essere quella novecentesca dello scontro di classe.
La terza scommessa è la più importante e riguarda l’Italia, il suo futuro come Paese industriale, campione nella manifattura. Un luogo in cui conviene ancora produrre per la qualità del suo capitale umano e sociale, per la vitalità dei suoi territori. E dove si possono ancora fabbricare auto, comprese quelle di alta gamma, le più avanzate sul piano tecnologico .

Una decina di anni fa Forbes magazine coniò uno slogan di successo: Standort Deutschland , la Germania come luogo in cui conviene localizzare la produzione. Dietro vi era la previsione che solo la Germania, appunto, sarebbe rimasta competitiva in Europa come potenza industriale. Fra le due immagini non c’è probabilmente nessun collegamento: ma quando l’anno scorso Fca presentò il proprio piano strategico davanti a una folla di investitori, c’era una slide molto evocativa: un primo piano dell’Italia come «luogo di produzione», da cui si dipartono due grosse frecce verso il mondo. Auto prodotte in questo Paese, dove conviene ancora investire.
È questa la lettura corretta della proposta Marchionne? Ci auguriamo di sì. In questo caso, però, a scommettere dobbiamo essere tutti, non solo Fca.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 18 aprile 2015

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