Archivi del mese: agosto 2015

Grexit o Gexit: i fantasmi europei

Conversazione di Maurizio Ferrera con Jens Alber

MF. La crisi del debito sta mettendo a dura prova i rapporti fra i paesi UE. Senza entrare nel merito della vicenda greca, il problema centrale mi sembra quello delle regole di governo dell’economia e della loro rigida applicazione. Perché questa insistenza continua da parte della Germania nei confronti delle regole, questa specie di culto dei “conti in ordine”, quasi fine a se stesso?

JA. Le regole sono fondamentali non solo per la stabilità economica, ma anche per la legittimità democratica. Se in un una comunità politica le regole “costituzionali” vengono costantemente violate, i cittadini perdono fiducia, si erode il consenso, cresce il disorientamento. Come sociologo d’ispirazione durkheimiana, per me non c’è niente di peggio dell’anomia, della situazione in cui le norme non hanno più valore e ciascuno fa quello che vuole. Rimango francamente allibito quando la stampa internazionale (compreso l’Economist) considera il rispetto delle regole come una mania tedesca intrisa di moralismo.

MF. Ma non si può negare che alcuni leader tedeschi trattino le regole fiscali come se fossero precetti religiosi, non lesinando prediche a volte persino stucchevoli. In una recente intervista allo Spiegel, il Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble (citando una massima di sua nonna) ha detto che la Germania non deve essere comprensiva con i debitori perché “la benevolenza incoraggia la dissolutezza”. Inoltre le regole UE sono a volte eccessivamente minuziose e intrusive. E anche quando prevedono deroghe, queste non vengono applicate. Clamoroso il caso della “flessibilità” del Patto di Stabilità e Crescita: le clausole esistevano dal 1997, ma mancavano le istruzioni su come applicarle. La Commissione lo ha finalmente chiarito solo nel gennaio scorso, su insistenza italiana.

JA. Al di là degli esempi specifici, devi capire che una delle lezioni forse più importanti della nostra storia novecentesca ha a che fare proprio con l’osservanza delle regole. Ciò che spianò la strada al Nazismo furono le continue deroghe ai principi costituzionali della Repubblica di Weimar, le violazioni dello stato di diritto, il ricorso continuo a decreti d’emergenza. E’ in base a questa esperienza, che ebbe conseguenze tragiche per tutta l’Europa, che noi tedeschi attribuiamo oggi così tanta importanza al rispetto del patto costituzionale, che nella UE è rappresentato dai Trattati. Persino la Banca centrale europea sta camminando sul filo del rasoio per quanto riguarda il rispetto dei Trattati…

MF. Se non ci fosse stato il famoso “farò tutto ciò che è necessario” di Mario Draghi, l’euro forse non ci sarebbe più. E poi una cosa sono le regole che riguardano i diritti fondamentali e le procedure democratiche, un’altra cosa sono le politiche di bilancio: il loro contenuto deve essere calibrato in base alla congiuntura economica, non può esserci nulla di “assoluto”. L’Eurozona è diventata un sistema complesso, ciò che accade in un paese è inestricabilmente connesso a ciò che accade negli altri paesi. La bolla immobiliare della Spagna è stata finanziata (per libera scelta) da banche nord-europee, il disavanzo commerciale di molti paesi è in buona misura la contropartita del surplus tedesco. In un certo senso, siamo tutti nella stessa barca, non c’è nessuno senza peccato. In base alle regole vigenti la Germania dovrebbe oggi diminuire il proprio avanzo commerciale e se lo facesse darebbe un bel contributo alla ripresa economica di tutti.

JA. La “barca dell’euro” fu introdotta in tempi prematuri e costruita male, come denunciarono da subito da molti economisti tedeschi. Anche un grande pensatore che entrambi stimiamo, Ralf Dahrendorf, espresse all’epoca molte perplessità. L’euro fu imposto a Helmut Kohl da Mitterrand come contropartita per l’unificazione tedesca, senza che ci fossero le pre-condizioni perché un’unione monetaria potesse funzionare. Forse invece che di una Grexit oggi si dovrebbe pensare ad una Gexit, ad un’uscita dall’euro della Germania. Il ritorno ad un marco rivalutato ridurrebbe rapidamente quel surplus commerciale tedesco che tutti lamentano. I paesi del Sud in difficoltà non dovrebbero più chiedere aiuti ai paesi del Nord e sarebbero nuovamente liberi di indebitarsi sui mercati finanziari internazionali, ai tassi d’interesse che questi richiedono. E’ una provocazione, lo so, ma molti in Germania la pensano oggi così. Tieni presente anche un altro fatto. La Germania si trova oggi in condizioni migliori di altri soprattutto perché ha fatto riforme strutturali molto incisive, come ha ben mostrato l’economista Hans Werner Sinn. I governi greci non riescono a farle, il sistema politico di questo paese e soprattutto il suo stato sociale sono fortemente “disfunzionali”, come del resto hai mostrato tu stesso con le tue ricerche sul modello di welfare sud-europeo. Quando entrò nell’euro, la Grecia pagava il 25% d’interesse sul proprio debito. Nel 2008, solo il 5%. Le risorse risparmiate sono però state usate per incrementare consumi e trasferimenti pubblici. Le retribuzioni e le pensioni minime dei greci sono a tutt’oggi più elevate di quelle vigenti in alcuni paesi dell’Est che partecipano al programma di aiuti. Ciò solleva enormi problemi di equità.

MF. Non difendo i governi greci e diffido di tutti i populisti. E sono d’accordo sulla disfunzionalità, sulle distorsioni e inefficienze dell’intervento pubblico in Grecia. Ma il Sud Europa ha oggi disperatamente bisogno di crescita e le politiche dell’Eurozona sono manifestamente inadeguate rispetto a questo obiettivo. C’è poi da dire che forse Sinn sopravvaluta il ruolo dei “compiti a casa” fatti dalla Germania. Altri economisti tedeschi (come Marcel Fratzscher) formulano una diagnosi più sfumata e riconoscono che la Germania ha tratto enormi vantaggi dall’euro. Personalmente credo che sia impossibile stabilire con precisione la matrice dei guadagni e delle perdite nette che l’unificazione monetaria ha generato per i vari paesi membri. Perciò ritengo sia auspicabile e necessario introdurre più flessibilità e qualche meccanismo di solidarietà transnazionale. Hai, giustamente, parlato di “equità”. L’Unione europea non è certo uno stato: fra i paesi membri vi sono legami molto più deboli di quelli fra regioni e territori interni ad uno stato. Ma possiamo dire che, come minimo, l’Unione dovrebbe essere una comunità di “vicinato”? Fra buoni vicini “non si tira sul prezzo”, raccomandava Max Weber: nelle comunità di vicinato dovrebbero esserci relazioni di “sobria fratellanza”.

JA. Ma Weber riconosceva anche che il contrasto fra creditori e debitori rischia sempre di generare aspri conflitti. In Germania facciamo fatica a comprendere perché la Grecia e altri paesi del Sud ritengono di avere una specie di “spettanza” all’aiuto tedesco. Forse è ancora una questione di riparazioni per i danni subiti dal Nazismo?
MF. In Grecia è sicuramente così, la memoria storica anti-tedesca è stata cavalcata oltre misura da Syriza negli ultimi mesi. In Italia l’idea che la Germania debba ancora pagare i suoi conti storici non è altrettanto diffusa. Ci sono, questo si, profonde differenze culturali. Il termine austerità viene dal greco austeròs, che vuol dire severo, duro, potenzialmente distruttivo come gli effetti di una tempesta. Debito deriva invece dal latino de-habere, essere privo di qualcosa: dunque bisognoso di chiederla a prestito, impegnandosi a restituirla. Il primo termine –austerità- ha ancora oggi nelle culture neolatine una connotazione fortemente negativa, il secondo –debito- molto meno. Anzi, nel caso in cui la deprivazione sia immeritata, la richiesta di prestito invita comprensione o addirittura compassione per il debitore. Un’amica glottologa mi ha spiegato che dalla radice indoeuropea di habere (⃰ghabh-) deriva l’inglese forgive, che vuol dire “perdonare”. In tedesco e nelle altre lingue germaniche il concetto di austerità è reso dall’espressione Sparpolitik, ossia politica di risparmio. Dato il forte retaggio protestante, il risparmio ha in Germania una connotazione fortemente positiva, mentre debito e colpa sono resi dalla stessa parola: Schuld.

JA. E’ vero. Ma il contrasto non è solo fra Nord e Sud e non è solo di natura culturale. Nell’Unione europea ora c’è anche l’Est. I paesi che sono entrati nell’Unione a partire dal 2004 sono e si sentono deboli e insicuri, ritengono che la solidarietà europea dovrebbe essere diretta prioritariamente verso di loro. Polacchi, baltici, cechi, ungheresi, slovacchi e sloveni non simpatizzano con le rivendicazioni di un paese come la Grecia, che a dispetto della crisi ha un PIL pro capite, pensioni e salari più alti dei loro. Questi paesi si chiedono perché la UE corra dietro ai politici di Atene, che da mesi impongono all’Europa la propria agenda e ingannano i propri partner con vaghe promesse. Il Presidente lituano Grybauskaite, in una recente intervista, ha giustamente sostenuto che Tsipras non fa che ripetere “domani, domani”. Atene ha bisogno di nuovi prestiti, eppure definisce i programmi di aiuti come “atti di terrorismo”. C‘è un limite anche per le parole. Quando negozia con il Sud, la Germania deve tener presente gli interessi di tutti, comprese le richieste dei paesi centro-orientali.

MF. Su questo hai ragione. Ma oggi la sfida sul tappeto trascende le questioni di interesse economico nazionale, per quanto importanti. E’ in gioco la tenuta di un progetto d’integrazione sul quale hanno scommesso almeno due generazioni di europei e da cui dipende, ne sono convinto, il destino dei nostri figli (penso anche alle nuove minacce geopolitiche che insidiano l’Europa: Isis, Libia, una Russia sempre più aggressiva). Le regole sul governo dell’economia si possono cambiare, non solo per promuovere più crescita, ma anche per evitare nuove spirali di radicalismo. Gli ideologi di Syriza e Podemos hanno in mente formule politiche estranee alla tradizione europea(come la “democrazia radicale” elaborata dal teorico argentino Ernesto Laclau, a cui si sono ispirati leader come Chavez e Morales in America Latina). Non è forse importante considerare il rischio che un nuovo populismo di sinistra si radichi in paesi come la Grecia o la Spagna per effetto delle politiche di austerità? Mi considero un realista, ma credo che la politica “responsabile” non stia oggi sfruttando tutti i margini a sua disposizione per ricomporre i conflitti e creare un equilibrio più avanzato, almeno fra i paesi che lo desiderano.

JA. Condivido la tua frustrazione. I fatti empirici non ci consentono di stabilire con precisione chi è nel giusto. Il progetto europeo sta evaporando sotto una micidiale tenaglia: l’aumento di eterogeneità sulla scia degli ultimi allargamenti a Est e la vera e propria marea di rigurgiti nazionalistici in vari paesi, dal Regno Unito ai paesi scandinavi, in Ungheria e persino in Germania (con Alternative fuer Deutschland e Pegida). Lo stile e le rivendicazioni del governo Tsipras stanno non solo nuocendo al popolo Greco, ma rischiano di far esplodere un’Unione in cui il sostegno al progetto d’integrazione si assottiglia ogni giorno di più sotto i colpi del populismo di destra. Per questo molti intellettuali tedeschi pro-europei stanno diventando pessimisti e più inclini a rivalutare il tradizionale approccio degli inglesi. Forse una Unione più solidale sarebbe stata possibile fra i paesi fondatori, ma non lo è più oggi in un’Europa a 28 o anche più. L’idea britannica di una comunità meno ambiziosa, incentrata sul mercato comune, mi sembra più in linea con i vincoli di oggi. Mi auguro che questa divergenza di vedute non ci allontani troppo, né come amici né come europei.

Questo dialogo è comparso anche su “La Lettura” de Il Corriere della Sera del 15 agosto 2015

Jens Alber è Professore Emerito del Wissenschaftszentrum di Berlino. Ha insegnato in diverse università tedesche e all’Istituto universitario europeo di Firenze. E’ uno dei principali studiosi del welfare e del mutamento sociale in Europa. Fra i suoi libri più recenti United in Diversity. Comparing Social Models in Europe and America, Oxford University Press, 2010 (curato insieme a Niels Gilbert). In Italiano è stato tradotto uno dei suoi primi lavori, Dalla Carità allo Stato Sociale, Il Mulino, 1983.

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Misurare la ricchezza, con l’ISEE

Negli anni Settanta l’economista americano Arthur Okin coniò la metafora del «secchio bucato». Il reddito prelevato dai più ricchi non riesce a raggiungere i più poveri: molte risorse si perdono per strada, filtrando attraverso le crepe del calderone fiscale. Okin pensava soprattutto ai costi amministrativi del welfare e alle detrazioni d’imposta.

Ma aveva anche in mente le enormi partite di giro che tolgono risorse ai più abbienti e poi gliele restituiscono sotto forma di prestazioni universali: quelle a cui accedono tutte le fasce di reddito.

All’immagine del secchio bucato gli ideologi dell’universalismo (soprattutto in Scandinavia) hanno contrapposto quella dell’«innaffiatoio». Le risorse che si perdono per strada servono per coltivare e rafforzare la cultura della solidarietà. Se il ceto medio resta escluso dal welfare pubblico, si crea una contrapposizione fra «noi» (i contribuenti) e «loro» (i beneficiari), che finisce per minare il sostegno nei confronti della protezione sociale.

Nessuna di queste due metafore si attaglia al caso italiano. Certo, anche da noi il secchio è pieno di buchi (centosessanta miliardi di euro all’anno solo di detrazioni fiscali, spesso senza logica né giustificazione). E anche il nostro welfare ha adottato spesso la logica solidaristica dell’innaffiatoio: pensiamo ai ricoveri ospedalieri o all’assegno di accompagnamento, di cui possono fruire anche i più ricchi.

La grande anomalia dell’Italia è però che l’«acqua» della redistribuzione non arriva fino in fondo. Nel complesso della spesa pubblica, solo poche gocce raggiungono i più poveri. E il paradosso nel paradosso è che, anche quando una data prestazione è pensata per chi ha veramente bisogno, il grosso finisce nelle mani di chi bisogno non ha.

È la sindrome di Robin Hood alla rovescia, resa possibile da regole strampalate che hanno consentito nel tempo (e ancora consentono) ai redditi più alti di accedere a benefici che sono teoricamente riservati ai redditi più bassi.

I dati illustrati da Enrico Marro danno un’idea del fenomeno. Prendiamo la pensione sociale (introdotta nel lontano 1969) che dovrebbe andare agli ultrasessantacinquenni «sprovvisti di reddito». Ebbene, il 22% della spesa finisce nelle tasche di anziani che hanno redditi (lordi equivalenti) intorno ai cinquantacinquemila euro l’anno. Solo il 2% arriva a chi è realmente «sprovvisto», ossia ha meno di cinquemila euro l’anno.

È chiaro che serve una imponente razionalizzazione distributiva di tutta la spesa assistenziale. Bisogna definire una soglia comune oltre la quale si perde diritto alle prestazioni. In molti paesi Ue il riferimento è il sesto decile: per l’ Italia circa ventimila euro l’anno. Lo strumento più adatto per selezionare i beneficiari è l’Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente, che tiene conto di molti fattori a cominciare dalla composizione del nucleo familiare.

L’adozione generalizzata dell’Isee (oggi gestito dall’Inps, che ha nel cassetto interessanti proposte in questa direzione) avrebbe due vantaggi aggiuntivi.Innanzitutto consentirebbe di liberare risorse per il reddito di inclusione sociale: quella rete di sicurezza minima che nella Ue manca solo in Italia e in Grecia. In secondo luogo, impedirebbe ai politici di ritagliare determinate prestazioni su specifiche platee di beneficiari: una brutta abitudine del welfare all’italiana e delle sue pratiche di attrazione particolaristica del consenso.

Conosciamo già le obiezioni a una riforma di questo genere. Primo: è un attacco all’universalismo, alla logica dell’innaffiatoio. Un’obiezione insensata, visto che si tratterebbe di modifiche interne al settore assistenziale, per definizione «selettivo». Secondo: si tratta di una violazione di quei diritti acquisiti così tenacemente (e spesso irragionevolmente) difesi dalla Corte costituzionale.

Ci sono vari modi per aggirare questo secondo ostacolo, ad esempio riducendo gli importi solo dal secondo decile in su. L’importante è tuttavia stabilire una data oltre la quale varrà soltanto l’Isee. Nessun diritto violato. E da quel giorno anche nel welfare italiano la solidarietà funzionerebbe per il verso giusto. Dall’alto verso il basso, tappando i buchi più iniqui e vistosi.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 7 Agosto 2015

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