Archivi del mese: marzo 2015

Gli errori sul lavoro dei giovani

Parlando a un gruppo di studenti universitari, il presidente del Consiglio ha riconosciuto che la Garanzia Giovani non è «quella botta di vita che alcuni si aspettavano». Il programma di inserimento lavorativo cofinanziato dall’Unione Europea ha preso avvio quasi un anno fa. A nutrire aspettative erano soprattutto i due milioni e più di ragazze e ragazzi sotto i 29 anni che hanno smesso di studiare e non hanno (né cercano) occupazione. Circa 450 mila hanno seguito scrupolosamente le istruzioni e si sono iscritti sui portali Internet. Dovevano essere intervistati e «presi in carico» dai servizi per l’impiego entro quattro mesi e, soprattutto, ricevere un’offerta di lavoro, di stage, di formazione. Tutto il processo è invece in grave ritardo: sinora la presa in carico ha riguardato meno della metà dei registrati. Le ultime rilevazioni segnalano qualche progresso nei tempi e nei metodi: forse non tutto è perduto. Resta il fatto che solo 10 mila giovani hanno trovato effettivamente un posto di lavoro, di cui appena 1.500 nel Sud.
Questi problemi non sorprendono. Se un anno fa Matteo Renzi avesse consultato gli addetti ai lavori, ben pochi avrebbero mostrato ottimismo. Le difficoltà oggettive in cui versano molte aree e settori del nostro mercato del lavoro e la storica inefficienza dei servizi pubblici per l’impiego erano note a tutti. Soprattutto, era facile prevedere che le Regioni sarebbero andate ciascuna
per conto proprio, nel bene (poche) e nel male (molte). Secondo la vigente Costituzione, le politiche attive del lavoro sono di competenza regionale. U na soluzione non infondata sulla carta ma che, col senno di poi, ha dato prova di non funzionare.

I posti di lavoro si creano nei «territori», è vero. Ma in mercati sempre più integrati, a livello europeo o addirittura globale, le politiche pubbliche non possono essere troppo frammentate né servire interessi localistici, quando non addirittura clientelari. Garanzia Giovani è caduta rapidamente in questa trappola. Soprattutto al Sud, una fetta importante ed eccessiva delle risorse disponibili è stata utilizzata per rafforzare le strutture regionali. Invece di preoccuparsi dei giovani in attesa, politici e sindacalisti hanno fatto a gara per assumere o stabilizzare piccoli eserciti di «formatori» locali: tutti preparati? Tutti necessari? È lecito dubitarne.
C’è poi un altro problema. Nel modello della flexicurity , l’accesso a indennità e sussidi è subordinato alla partecipazione lavorativa o formativa, altrimenti si disincentiva la disponibilità dei beneficiari (e s’incoraggia il lavoro nero). La Francia e la Germania hanno fatto riforme molto incisive su questo fronte. Noi abbiamo le Regioni, da un lato, e l’Inps, dall’altro, che si parlano poco e male. Il risultato è che non si riesce ad attuare nessuna politica di «condizionalità» tra ricerca di lavoro e prestazioni in denaro.

Che fare? Bisogna cambiare la divisione dei compiti fra Stato e Regioni e istituire un raccordo diretto fra Inps e servizi per l’impiego. Uno dei prossimi decreti delegati del Jobs act sarà proprio su questi temi. L’idea è quella di costituire un’Agenzia nazionale per l’Occupazione a cui attribuire le competenze gestionali ora disperse fra Regioni e Inps, secondo i modelli francese e tedesco. La riforma non potrà essere completa, tuttavia, senza riscrivere il Titolo V della Costituzione e riportare nelle mani dello Stato alcune prerogative decisionali. Matteo Renzi l’ha detto chiaramente: Garanzia Giovani e Titolo V sono fra loro collegati. L’affermazione risponde non solo a chi si lamenta delle lacune delle politiche del lavoro, ma anche a chi si stupisce dell’energia e del tempo che questo governo sta investendo nelle riforme istituzionali.

Il nesso fra regole decisionali ed esiti delle politiche è molto stretto. Se c’interessano i posti di lavoro e la crescita, dobbiamo rassegnarci a «perder tempo» con la Costituzione, le procedure decisionali, gli assetti amministrativi. Anche sotto questo profilo (e in parte proprio a causa di questo) siamo ben lontani dagli standard europei e dobbiamo recuperare terreno. Perdendo tempo oggi, sì, ma riguadagnandolo domani, insieme a una maggiore effettività del governo.
Come ha ricordato ieri il Financial Times, in Europa la disoccupazione resterà a due cifre nei prossimi anni, a dispetto del Quantitative easing. Più che una «botta di vita», alle nostre politiche del lavoro serve una scossa organizzativa che imprima un minimo di vitalità. Al servizio dei troppi giovani senza prospettive di inserimento, senza reddito autonomo, senza speranze.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 25 marzo 2015

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Partecipazione a “Biennale Democrazia”

Il 27 Marzo alle ore 18:30, nell’ambito della manifestazione torinese, Maurizio Ferrera ha coordinato il dibattito: L’ANIMA DELL’EUROPA, relatori Edgar Grande, Antonio Padoa-Schioppa, Mario Telò.

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I Sindacati e i pericoli (non visti)

Tempi difficili per il sindacalismo europeo. Gli iscritti calano, soprattutto fra i giovani. La capacità di incidere sulle decisioni dei governi è diminuita: la concertazione sopravvive (in forma indebolita) solo nei Paesi nordici. Il raggio della contrattazione collettiva si è ristretto, sia in termini di contenuti che di imprese coinvolte. I sondaggi ci dicono che buona parte dei lavoratori europei pensano che i sindacati siano utili in linea di principio, ma non hanno fiducia nelle organizzazioni esistenti.

Molti fattori spiegano la crisi: nuovi modi di produrre, il minor peso del lavoro industriale, la flessibilità contrattuale, la possibilità per le imprese di delocalizzare all’estero. Vi sono tuttavia anche precise responsabilità politico-culturali. Di fronte al mutamento, i sindacati hanno adottato strategie difensive, volte soprattutto a tutelare i loro iscritti, perdendo così capacità di rappresentanza.

Tutto vero. Il colpo di grazia è però arrivato dal processo di integrazione europea. L’Unione economica e monetaria ha centralizzato le principali decisioni di politica fiscale, assoggettandole a regole semiautomatiche. Per chi rappresenta i lavoratori, esercitare influenza a Bruxelles è più difficile che farlo nelle capitali nazionali. Ma almeno bisogna provarci. I sindacati si sono ripiegati su se stessi, invece di coordinarsi hanno scelto la via del «corporativismo competitivo» fra Paesi: mors tua, vita mea . L’ esempio più emblematico è venuto dalla Germania. Dopo l’uscita di scena del ministro «euro-keynesiano» Lafontaine nel 1999, i sindacati tedeschi si sono preoccupati solo di difendere coi denti i posti di lavoro nazionali. Hanno scelto di chiudersi a riccio nei confronti di qualsiasi progetto transnazionale mirante a «ribilanciare» le ragioni dell’austerità con quelle della crescita a livello Ue. Nel 2012 il segretario della IG-Metall accusò i sindacati spagnoli di fare richieste irragionevoli al loro governo, e si oppose a qualsiasi (concreto) coordinamento delle politiche salariali fra Paesi e all’elaborazione di una piattaforma comune «anti troika». Sarebbe troppo facile accusare la IG-Metall di aver tradito la propria vocazione internazionalistica: quando i tempi si fanno duri, è naturale che ciascuno giochi per sé. Ed è anche vero che, in alcuni casi e momenti, i sindacati sudeuropei hanno effettivamente adottato strategie irragionevoli, boicottando riforme eque e intelligenti. Il gioco tedesco è tuttavia diventato oggi incompatibile con la ripresa delle economie periferiche. Il «corporativismo competitivo» va superato e perché questo avvenga occorre una approfondita riflessione fra i sindacati del Nord e quelli del Sud. Ciò che serve è una efficace (e «ragionevole») piattaforma comune per promuovere la crescita economica e l’inclusione sociale.

Purtroppo nei Paesi periferici non pare questa l’agenda, i principali sindacati sembrano orientati verso altre strategie. Da un lato, l’arroccamento a difesa dello status quo nazionale. Dall’altro lato, la radicalizzazione, l’inseguimento dei movimenti sociali, nel tentativo di recuperare visibilità e vigore tramite le piazze anziché tramite un paziente (e più difficile) lavoro di progettazione istituzionale e una politica di alleanze transnazionali. Maurizio Landini ha ragione quando parla di una platea sociale sulla quale si sono scaricati i costi della crisi. Ma una strategia basata sulla protesta e sull’attacco alle riforme non risolverà il problema. La risposta efficace deve essere cercata in Europa, il disagio va fatto valere laddove si decidono le priorità Ue: in questa fase, ad esempio, il processo di revisione di «Europa 2020», soprattutto negli obiettivi che riguardano la lotta alla povertà, il rafforzamento della scuola, la creazione di posti di lavoro. I margini per incidere ci sono, purché non ci si illuda sulle forme di mobilitazione collettiva. Soprattutto se accompagnate solo da proclami, e non da (ragionevoli) argomenti.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 17 marzo 2015

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Intervista a Radio Anch’io

Ascolta l’intervista a Radio Anch’io sul reddito minimo

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