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L’equità cheMerkel chiede vale anche per la Germania

Nella sua recente visita a Roma Angela Merkel ha parlato di immigrazione, governo dell’eurozona e politica estera. Sui contenuti è rimasta sulle generali, ma ha toccato alcune questioni di metodo fondamentali per il futuro dell’Unione.

Innanzitutto ha proposto di collegare i tre temi e di cercare un “grande compromesso” basato sul mutuo vantaggio. Nella sua ormai lunga storia, l’Europa è riuscita a superare molte crisi tramite ciò che gli esperti chiamano package deals, ossia accordi basati su ampi “pacchetti” di misure, in modo che ciascun paese membro possa guadagnare qualcosa. L’idea della Cancelliera non è quindi originale. Anzi,il Presidente della Commissione Juncker aveva già proposto qualcosa di simile nel Consiglio europeo dello scorso febbraio. Il suo piano era però clamorosamente fallito per la strenua opposizione dei paesi centro-orientali sul fronte dell’immigrazione. L’importante novità emersa dall’incontro romano è la disponibilità della Cancelliera ad esporsi in prima persona per definire il “pacchetto”.

La seconda questione di metodo riguarda il processo di integrazione in generale. Angela Merkel ha rilanciato l’ipotesi di creare un nucleo centrale di paesi (Italia inclusa) interessati a condividere la sovranità in aree cruciali come sicurezza e  controllo delle frontiere, fisco, politica estera. La cosiddetta integrazione differenziata è già un fatto in molti ambiti: dall’Unione monetaria a Schengen, dal controllo del crimine al diritto di famiglia. Ma con la Brexit rischia di trasformarsi in una gara al ribasso. Anche se prevalesse –come ci auguriamo- l’opzione remain (restare nell’Unione), il referendum inglese aprirà un lungo negoziato su deroghe e uscite selettive dalle regole vigenti e molti altri paesi si accoderanno. Il progetto di una Unione politica ristretta darebbe un segnale importante in direzione opposta: differenziazione al rialzo.

Sempre sul metodo, Merkel ha detto poi una terza cosa, passata un po’ inosservata. Per far avanzare l’Europa, “abbiamo bisogno di equità” nelle relazioni fra paesi. La Cancelliera ha fatto l’esempio dell’immigrazione: i paesi del Nord (a cominciare dall’Austria) non possono scaricare su quelli del Sud responsabilità e costi per controllare i flussi dal Nord Africa.  Si tratta infatti di un problema comune, che richiede criteri distributivi condivisi. Ben detto: ma l’equità deve valere anche per la gestione dell’Unione economica e monetaria. La recente offensiva della Bundesbank contro il debito italiano, la rigidità di Schäuble sul risanamento greco non vanno in questa direzione: attribuiscono meriti e colpe in base a parametri che privilegiano platealmente l’interesso tedesco. A Roma Merkel ha riconosciuto che anche la Germania ha il suo carico di “compiti a casa” da fare. Dovrebbe ripeterlo a Francoforte e Berlino. Mettendo in cima alle priorità la riduzione del surplus commerciale tedesco, che tarpa le ali all’intera economia dell’Eurozona.

Certo, una conferenza stampa a Roma può lasciare il tempo che trova. La Cancelliera è nota per una tattica politica che gli esperti chiamano “de-mobilitazione selettiva”: fingere di essere d’accordo con gli interlocutori per dar loro un contentino, senza però entrare nel merito dei temi controversi, in modo da tenersi le mani libere. In un articolo apparso qualche giorno fa sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, il politologo Wolfgang Streeck ha attaccato senza mezzi termini il “sistema Merkel”, basato su machiavellici opportunismi e sul disegno di imporre una stretta egemonia tedesca sulla UE e i suoi destini. Streeck spesso esagera, ma non è una voce isolata ed è ben possibile che nella sua diagnosi ci sia un grano di verità.

Le tre questioni di metodo sollevate a Roma dalla Cancelliera sono condivisibili, promettenti e in linea con gli interessi italiani. Il nostro governo farà bene però a non abbassare la guardia e a prepararsi in modo accurato sui contenuti, continuando a fare proposte. Il richiamo all’equità non va lasciato cadere. Purché si tratti di autentica “equità europea”, che vincoli la Germania a comportamenti responsabili verso tutta la UE e a condividere i rischi a fronte di tutte le sfide comuni.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 9 maggio 2016.

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Il rischio di non avere un’agenda

Non passa giorno senza che qualche statistica internazionale metta in luce il ritardo italiano in settori cruciali per il nostro futuro. In una società ferma sul piano demografico e sociale, con un’economia poco competitiva e un settore pubblico che per decenni ha trasferito risorse “al contrario” (dal futuro al presente, tramite deficit e debito), l’unica chance di arrestare il declino è investire per il lungo periodo. Ricerca, innovazione, infrastrutture, tecnologia. E soprattutto capitale umano: asili, scuole, università, formazione, servizi sociali per l’inclusione, la conciliazione, il sostegno all’occupabilità.

Governare per il futuro non è certo un’impresa facile. La discrepanza temporale tra gli investimenti necessari (che impongono costi nel presente) e i loro effettivi benefici (che si dispiegano in modo lento e graduale, senza garanzie certe) richiede un grado di pazienza politica da parte degli elettori che non è facilmente disponibile nelle democrazie contemporanee. I ritardi italiani segnalano però un tasso di “corto-termismo” davvero patologico, esito di gravi carenze nella nostra cultura politica, nella competizione fra partiti, nelle prassi di governo. Carenze amplificate dalla quasi totale assenza, rispetto ad altri paesi, di strutture pubbliche e private capaci di parlare, per così dire, a nome del futuro (delle nuove generazioni) e dei suoi “imperativi” per chi oggi governa.

Sul piano comunicativo, Matteo Renzi ha adottato sin dall’inizio un discorso imperniato sui temi del cambiamento e della rottura con il passato. Ma nell’azione di governo la consapevolezza degli “imperativi” è rimasta sinora piuttosto superficiale, non si è tradotta in un’agenda precisa e coerente. L’infrastruttura tecnica a supporto di politiche pubbliche con un orizzonte lungo è ancora debole, neppure minimamente paragonabile alla force de frappe di cui dispongono altri governi europei.

Nel sociale, le due riforme più significative sono state sinora il Jobs Act e la Buona Scuola. Provvedimenti importanti (soprattutto il primo), ma con un respiro temporale limitato. Nel Jobs Act il piatto forte è stato uno scambio fra riduzione delle tutele contrattuali per i neo-assunti e incremento delle prestazioni di disoccupazione. Poca l’attenzione e scarsissime le risorse per i servizi per l’impiego, l’occupabilità, la formazione permanente.

A sua volta la Buona Scuola ha inciso poco sui curricula, sulle competenze (degli insegnanti e deli allievi) e non ha previsto adeguate risorse per rafforzare i legami con il mondo del lavoro. Il perno della riforma è stata una misura essenzialmente distributiva: la stabilizzazione dei precari.

Nell’ultima Legge di Stabilità vi è stato il benemerito tentativo di affrontare il dramma della povertà educativa fra i minori. Vista l’incidenza spaventosa di tale fenomeno, l’investimento in questo settore dovrebbe essere da tempo una priorità nazionale. Ma alla fine si è deciso di mettere sul piatto solo centocinquanta milioni, con l’aiuto delle Fondazioni bancarie. Come non rimarcare poi, da ultimo, la quasi totale sparizione della cosiddetta “agenda donne” per accendere il motore dell’occupazione femminile?

Di qui al 2018, il clima politico si farà sempre meno propizio a decisioni orientate al lungo periodo. Per salvaguardare un po’ di spazio di manovra –almeno in qualche settore- il governo dovrebbe  mettere a punto rapidamente un’agenda di misure concrete, corredata di dati e argomenti sui benefici attesi in termini di crescita, occupazione, competitività, eguaglianza di opportunità, mobilità sociale. E capace di illustrare con altrettanta chiarezza le implicazioni negative dei mancati investimenti.

Si tratterebbe di una scommessa politica coraggiosa e rischiosa per il Presidente del Consiglio. Ma sarebbe anche l’unica che gli italiani a cui sta a cuore il futuro (proprio e dei loro figli) farebbero bene a prendere sul serio.

Questo articolo è comparso anche su “Il Corriere della Sera” del 13 marzo 2016

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Bonus di 500 euro per la cultura (ma serve davvero ai diciottenni?)

Un miliardo alla sicurezza ed uno alla cultura. Questo l’impegno finanziario annunciato da Renzi per “rispondere al terrore”. Che ci sia un nesso fra orgoglio nazionale e fermezza contro le minacce esterne, fra maturità civile e contrasto alla violenza è innegabile. Perché questo nesso produca risultati concreti occorre però scegliere gli strumenti giusti. Il Presidente del Consiglio ha parlato di riqualificazione delle periferie, di borse di studio per giovani meritevoli, di contributi alle associazioni culturali: e fin qui ci siamo. La quarta misura lascia invece perplessi.

Trecento milioni verranno destinati a un bonus di 500 euro per tutti i diciottenni, da spendere in attività culturali. Uno strumento sensato? Perché no, si potrebbe rispondere. L’interesse dei giovani italiani per musei, teatro, iniziative artistiche e sportive è in linea con gli standard europei. Ma un incentivo a migliorare è sempre utile, soprattutto se esiste davvero un legame fra cultura e sicurezza.

Il problema però che in Italia i dati medi nascondono sempre enormi disparità territoriali e sociali e ciò vale anche per le attività culturali. Dare 500 euro a tutti significa trattare in modo uguale giovani che si trovano in condizioni di partenza molto diseguali, violando il principio dell’eguaglianza di opportunità.

Nel Sud quasi un quarto dei minori non possono permettersi attività ricreative di tipo intellettuale o sportivo, di contro al 13% del Nord e al 9% del Centro. Le scuole non aiutano: nel nostro paese solo il 30% dei quindicenni frequenta istituti con programmi extra-curriculari. Sempre nel Mezzogiorno, il 16% dei minori vive in famiglie che hanno da zero a dieci libri: la metà di questi ragazzi ha scarsissime probabilità di raggiungere livelli minimi di competenze in matematica e in lettura, percentuale quasi doppia rispetto a chi vive in case con più di 25 libri (dati tratti da Save the Children). In Campania e Calabria un quindicenne su due fa regolarmente giochi d’azzardo, più del triplo rispetto al Veneto o al Trentino. Che dire poi dei 50 mila minori arrivati con i barconi negli ultimi quattro anni, più della metà non accompagnati? Se non investiamo su di loro, non solo sperperiamo i loro talenti, ma rischiamo di gettarli nelle braccia del fondamentalismo.

Il nostro Presidente del Consiglio sembra avere una predilezione per le misure “universali”: 80 euro a tutti, niente IMU per tutti, ora il bonus cultura a tutti i diciottenni. Sarà un approccio facile ed elettoralmente premiante, ma non è quello corretto rispetto agli scopi che si vogliono raggiungere. La consapevolezza della identità e del patrimonio italiano così come la maturità civile vanno infatti promosse innanzitutto fra coloro che hanno meno opportunità oggettive di formazione. La Legge di Stabilità prevede uno stanziamento di 130 milioni per il contrasto alla povertà educativa, con il contributo delle Fondazioni. Non sarebbe meglio incrementare queste risorse invece di disperderle a pioggia?

Se poi il governo vuole dare una risposta concreta, sul piano educativo, alle minacce terroristiche, esistono strategie più mirate, peraltro discusse pochi giorni a Bruxelles fa dai Ministri della pubblica istruzione. Si tratta di misure volte a rafforzare la capacità delle scuole, degli insegnanti, delle associazioni e degli operatori culturali in genere al fine di prevenire la radicalizzazione dei giovani, la diffusione di comportamenti e mentalità troppo indulgenti nei confronti della violenza. L’Unione europea ha istituito una rete per la “sensibilizzazione contro l’estremismo” (RAN), che illustra le moltissime iniziative già in corso nei vari paesi per promuovere i valori della tolleranza. I dati del RAN segnalano che il nostro paese sta facendo ben poco in questa direzione. Eppure anche questa è politica culturale contro “il terrore”. Forse, anzi, è quella da cui converrebbe partire, con un po’ di inventiva e molta lungimiranza.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 26 novembre 2015

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Dubbi amletici sul mito dei danesi solidali

Come può un Paese ricco chiudersi a riccio di fronte al dramma dei profughi? C’è qualcosa di marcio nello Stato di Danimarca, diceva Marcello nell’Amleto di Shakespeare. Ma c’è una spiegazione più prosaica: la presenza di un agguerrito partito xenofobo in parlamento.

L’attuale premier conservatore Rasmussen guida un monocolore di minoranza e non può ignorare il peso di questa formazione (più del 20%), di marca neo-populista. I leader politici di qualità sanno naturalmente rimodellare gli orientamenti delle loro opinioni pubbliche. Evidentemente questo non è il caso delle élites danesi. La Danimarca ha uno dei sistemi di welfare più generosi del mondo, emblema di solidarietà universalistica e pari opportunità.

Ma ha anche qualche scheletro nell’armadio. Nel boom del dopoguerra, questo Paese aveva bisogno di manodopera, ma si guardò bene di aprire le porte agli immigrati (la via tedesca). Il problema fu risolto spingendo le donne nel mercato del lavoro e sviluppando un welfare basato sui servizi alle famiglie che fosse funzionale a questa soluzione. L’altra faccia del solidarismo interno è stata insomma la chiusura verso l’esterno.

L’economia danese è piccola e competitiva, ha bisogno di libertà di commercio. Il problema è che non si può avere insieme questo mondo (l’apertura economica che porta vantaggi) e quell’altro (la chiusura delle frontiere per non avere fastidi). I Paesi scandinavi sono diventati membri di un più ampio spazio europeo che consente la libera circolazione in entrambi i sensi: uscite ed entrate. Nell’impero romano i rapporti fra le province erano disciplinati dallo ius hospitii , il diritto di ospitalità reciproca. Alla fine della tragedia shakespeariana, Amleto confessa: preferirei essere romano piuttosto che danese. Ci riflettano oggi i suoi conterranei.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 11 settembre 2015

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Misurare la ricchezza, con l’ISEE

Negli anni Settanta l’economista americano Arthur Okin coniò la metafora del «secchio bucato». Il reddito prelevato dai più ricchi non riesce a raggiungere i più poveri: molte risorse si perdono per strada, filtrando attraverso le crepe del calderone fiscale. Okin pensava soprattutto ai costi amministrativi del welfare e alle detrazioni d’imposta.

Ma aveva anche in mente le enormi partite di giro che tolgono risorse ai più abbienti e poi gliele restituiscono sotto forma di prestazioni universali: quelle a cui accedono tutte le fasce di reddito.

All’immagine del secchio bucato gli ideologi dell’universalismo (soprattutto in Scandinavia) hanno contrapposto quella dell’«innaffiatoio». Le risorse che si perdono per strada servono per coltivare e rafforzare la cultura della solidarietà. Se il ceto medio resta escluso dal welfare pubblico, si crea una contrapposizione fra «noi» (i contribuenti) e «loro» (i beneficiari), che finisce per minare il sostegno nei confronti della protezione sociale.

Nessuna di queste due metafore si attaglia al caso italiano. Certo, anche da noi il secchio è pieno di buchi (centosessanta miliardi di euro all’anno solo di detrazioni fiscali, spesso senza logica né giustificazione). E anche il nostro welfare ha adottato spesso la logica solidaristica dell’innaffiatoio: pensiamo ai ricoveri ospedalieri o all’assegno di accompagnamento, di cui possono fruire anche i più ricchi.

La grande anomalia dell’Italia è però che l’«acqua» della redistribuzione non arriva fino in fondo. Nel complesso della spesa pubblica, solo poche gocce raggiungono i più poveri. E il paradosso nel paradosso è che, anche quando una data prestazione è pensata per chi ha veramente bisogno, il grosso finisce nelle mani di chi bisogno non ha.

È la sindrome di Robin Hood alla rovescia, resa possibile da regole strampalate che hanno consentito nel tempo (e ancora consentono) ai redditi più alti di accedere a benefici che sono teoricamente riservati ai redditi più bassi.

I dati illustrati da Enrico Marro danno un’idea del fenomeno. Prendiamo la pensione sociale (introdotta nel lontano 1969) che dovrebbe andare agli ultrasessantacinquenni «sprovvisti di reddito». Ebbene, il 22% della spesa finisce nelle tasche di anziani che hanno redditi (lordi equivalenti) intorno ai cinquantacinquemila euro l’anno. Solo il 2% arriva a chi è realmente «sprovvisto», ossia ha meno di cinquemila euro l’anno.

È chiaro che serve una imponente razionalizzazione distributiva di tutta la spesa assistenziale. Bisogna definire una soglia comune oltre la quale si perde diritto alle prestazioni. In molti paesi Ue il riferimento è il sesto decile: per l’ Italia circa ventimila euro l’anno. Lo strumento più adatto per selezionare i beneficiari è l’Isee, l’indicatore della situazione economica equivalente, che tiene conto di molti fattori a cominciare dalla composizione del nucleo familiare.

L’adozione generalizzata dell’Isee (oggi gestito dall’Inps, che ha nel cassetto interessanti proposte in questa direzione) avrebbe due vantaggi aggiuntivi.Innanzitutto consentirebbe di liberare risorse per il reddito di inclusione sociale: quella rete di sicurezza minima che nella Ue manca solo in Italia e in Grecia. In secondo luogo, impedirebbe ai politici di ritagliare determinate prestazioni su specifiche platee di beneficiari: una brutta abitudine del welfare all’italiana e delle sue pratiche di attrazione particolaristica del consenso.

Conosciamo già le obiezioni a una riforma di questo genere. Primo: è un attacco all’universalismo, alla logica dell’innaffiatoio. Un’obiezione insensata, visto che si tratterebbe di modifiche interne al settore assistenziale, per definizione «selettivo». Secondo: si tratta di una violazione di quei diritti acquisiti così tenacemente (e spesso irragionevolmente) difesi dalla Corte costituzionale.

Ci sono vari modi per aggirare questo secondo ostacolo, ad esempio riducendo gli importi solo dal secondo decile in su. L’importante è tuttavia stabilire una data oltre la quale varrà soltanto l’Isee. Nessun diritto violato. E da quel giorno anche nel welfare italiano la solidarietà funzionerebbe per il verso giusto. Dall’alto verso il basso, tappando i buchi più iniqui e vistosi.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 7 Agosto 2015

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Pensioni, il cantiere infinito

Il cantiere della legge di Stabilità sta per aprirsi ed ecco arrivare, puntali come orologi, nuove proposte in materia di pensioni. Quest’anno non si tratta solo di salvaguardie per gli esodati o deroghe per questa o quella categoria. Si vorrebbe ripristinare la pensione di anzianità generalizzata a partire da 62 anni, non appena il totale fra età e durata della contribuzione raggiunge «quota 100». La cosiddetta flessibilità in uscita è un’idea su cui è opportuno riflettere. A certe condizioni, può aiutare le imprese che hanno bisogno di alleggerire il personale e amplierebbe le opzioni di ritiro dal lavoro, sulla base di esigenze o preferenze personali. In un mercato occupazionale come quello italiano può anche crearsi qualche spazio (anche se meno di quanto si pensi) per l’assunzione di giovani. Ma chi paga?

Anticipare l’età della pensione vuol dire allungarne la durata e dunque il costo. I contributi versati non bastano oggi a coprire i trattamenti individuali, neppure a partire dai 65 anni con contribuzione piena. Molti non ci credono, ma è così. Nei decenni passati si è prestata poca attenzione alla congruità fra ammontare dei contributi di legge e la formula di calcolo delle pensioni. Il principale responsabile dello «sbilancio» è però l’invecchiamento demografico. A 65 anni gli uomini hanno una aspettativa media di vita residua pari a 18,3 anni, le donne a 21,9 (stime Istat): cinque o sei anni in più rispetto al 1970. Per almeno la metà di questo periodo si continua anche a godere di buona salute. Più si allunga la vita (una conquista
enorme), più dobbiamo preoccuparci di come finanziare le pensioni. Chi propone la flessibilità in uscita deve spiegare bene come intende coprirne i costi. Le soluzioni sono due. La prima è che paghi lo Stato. Le stime indicano una cifra pari ad almeno 5 miliardi di euro l’anno da qui al 2025. Nuove tasse? Tagli di spesa? In entrambi i casi, sacrifici per chi lavora, con conseguenze tutte da valutare. La seconda strada è quella delle riduzioni d’importo (non chiamiamole «penalizzazioni»). Poiché la sua pensione durerebbe più a lungo, a chi esce prima si dovrebbe chiedere di accettare prestazioni leggermente inferiori. Di quanto? In Germania si opera una riduzione dello 0,3 per cento per ogni mese di anticipo (purché ci siano 45 anni di contributi e 65 anni). Più o meno è la stessa cifra indicata dall’Inps per chi si ritirasse a 62 anni: 3,5 per cento l’anno. Nella misura in cui ne traggono vantaggio, anche le imprese dovrebbero partecipare ai costi.

Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha fatto a questo proposito una proposta interessante. Se vogliono spingere un dipendente all’uscita anticipata, i datori di lavoro potrebbero prolungare la contribuzione anche dopo la risoluzione del contratto, in modo che a 67 anni scatti un aumento della pensione. Questa opzione potrebbe essere allargata agli eventuali contributi che un pensionato d’anzianità versasse per nuovi lavori o lavoretti. Va benissimo discutere di flessibilità in uscita in vista della prossima legge finanziaria. Ma deve essere chiaro che i costi non vanno scaricati sul bilancio pubblico. In tema di welfare, le priorità devono semmai essere gli ammortizzatori sociali, le politiche attive e di conciliazione, il reddito minimo.
Poiché ha raccomandato alcune di queste misure, Tito Boeri è stato definito dai sindacati come «ministro della Povertà». Speriamo l’abbiano inteso in senso elogiativo.

La povertà in Italia è ancora molto elevata, come ha confermato ieri l’Istat. Il governo ha per ora promesso un investimento di un miliardo e mezzo in tre anni: una cifra decisamente troppo bassa. Il sostegno dei più deboli, e non certo il ripristino delle pensioni di anzianità, è la vera emergenza per il welfare italiano. Ed è su questo fronte che andranno misurate la qualità e l’efficacia sociale delle prossime scelte di bilancio.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 17 luglio 2015

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Intervista a radio popolare sul jobs act

Ascolta l’intervista a Radio Popolare del 21 aprile 2015

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Intervista a Radio Anch’io

Ascolta l’intervista a Radio Anch’io sul reddito minimo

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Se l’1 per cento è più ricco del resto del mondo. I leader di Davos accorcino il grande divario

disuguaglianze

Negli anni Settanta, la «linea della diseguaglianza» si situava intorno al 60%. I due quinti più ricchi detenevano una quota di ricchezze superiore, appunto, al 40%. Ai restanti tre quinti andava invece proporzionalmente di meno. Si trattava, come si diceva allora, dei «meno favoriti».
Nei decenni successivi il divario fra ricchi e poveri è costantemente cresciuto. Nel 2009, il movimento Occupy Wall Street coniò un nuovo slogan: «noi siamo il 99%», ossia la stragrande maggioranza di cittadini americani costretti a pagare i costi della crisi finanziaria, distanti anni luce dall’1% di super ricchi.
Il recente rapporto di Oxfam allarga il quadro a livello globale e formula una stima ancora più fosca. Nel 2016, l’1% più abbiente della popolazione controllerà più del 50% delle ricchezze planetarie.
La diseguaglianza non è un male in sé, ma quando raggiunge le attuali vette stratosferiche diventa un problema. Come correttamente osserva Oxfam, il sistema economico non può funzionare in modo efficiente in condizioni di così marcata disparità fra individui e fra Paesi. Le società si disgregano, la politica prima o poi si infiamma.
La ragione di base per cui non possiamo accettare simili livelli di diseguaglianza è però di natura etica. Di fronte alla strage quotidiana di bambini che muoiono di fame solo perché sono nati nella parte sbagliata del mondo non possono esserci né giustificazioni né alibi. Siamo tutti responsabili.
E poi: chi ci assicura che l’enorme quantità di ricchezze possedute da quell’1% siano tutte «meritate»? In molti Paesi in via di sviluppo la politica è una macchina al servizio dei potenti e continua ad alimentare ristrette élite plutocratiche.
Spesso anche nei regimi democratici la distribuzione di redditi e ricchezze rispecchia privilegi di casta, regole non meritocratiche, manipolazioni partigiane. Viola cioè i principi basilari di qualsiasi teoria della giustizia, anche la più libertaria.
Che cosa si può fare? In teoria molto, in pratica poco. Le istituzioni globali, le uniche che avrebbero la capacità di intervenire sul campo, restano deboli e frammentate. Vi sono tuttavia margini di manovra non sufficientemente sfruttati. Oxfam propone ad esempio di affrontare nel 2015 il tema dell’armonizzazione fiscale a livello internazionale, in modo da contrastare quelle pratiche semi legali che consentono ai super ricchi di «non fare la propria parte» e addirittura di evadere le imposte dovute. Ma forse si può essere più ambiziosi e prendere impegni concreti per sostenere la campagna «fame zero» delle Nazioni Unite, volta ad eliminare la piaga della denutrizione dei bambini e di moltissime madri, soprattutto nei tanti focolai dell’Africa sub-sahariana.
Commentando le proteste di Occupy Wall Street, l’economista Joseph Stiglitz disse nel 2009 che la democrazia non può rassegnarsi ad essere «il governo dell’1%, da parte dell’1%, a favore dell’1%». L’affermazione era forse un po’ esagerata, ma il rischio è oggi reale.
Le diseguaglianze e la povertà estreme dipendono anche dal fatto che non esiste un governo mondiale e dunque è difficilissimo adottare misure minime di redistribuzione delle risorse. Laddove i governi democratici esistono, dobbiamo però contrastare in ogni modo lo spettro di una «politica dell’1%».
Dovrebbero ricordarsene i leader mondiali riuniti sotto i cieli di Davos, località di villeggiatura situata in uno dei forzieri del mondo, la Svizzera. Pare che dal Summit possano emergere impegni innovativi e ambiziosi proprio in tema di povertà e diseguaglianza.
Speriamo che siano seri, concreti e verificabili, anno dopo anno.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 20 gennaio

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L’Europa deve andare oltre la “politica dell’ansia”

Tra un anno metà del continente rischia di sprofondare nella povertà. Le istituzione UE devono adoperarsi per un cambio di passo
23 maggio 2014

La crisi che non passa pare aver imprigionato l’Europa in una condizione di ansia perenne che coinvolge tutte le componenti dell’Unione: dai cittadini ai governi nazionali, fino ad arrivare alle più alte istituzioni comunitarie.

Secondo i sondaggi di Eurobarometro, più della metà delle famiglie europee (Scandinavia e Germania escluse) dichiara che non ce la farebbe a sostenere una spesa inaspettata di mille euro nei prossimi dodici mesi, mentre più di un terzo si definisce “povero”. Non c’è quindi da stupirsi se elettori sempre più insicuri vorranno punire i leader in carica, rifugiandosi nell’astensionismo o lasciandosi sedurre dalle sirene populiste. Quest’ansia colpisce anche i governi nazionali, che si stanno scoprendo sempre più incapaci di rispondere alle richieste di aiuto provenienti dai propri cittadini. Per fronteggiare adeguatamente il disagio sociale ci vorrebbe la crescita, ma le leve per riaccendere i motori sono quasi tutte bloccate dalla gabbia dell’austerità.

Occorre quindi cambiare passo. La soluzione più naturale? Rilanciare e rifinanziare con convinzione la strategia Europa 2020,l’ambiziosa agenda di riforme strutturali che da due anni impegna, o dovrebbe impegnare, tutti i paesi membri. Dopo le elezioni sarà assolutamente necessario dare un segno tangibile di cambiamento, che sia immediatamente visibile e comprensibile a tutti. Bisognerà in particolare convincere i settori più sfiduciati dell’opinione pubblica che il modello di sviluppo perseguito dall’Unione Europea (euro compreso) è davvero quello “giusto” per garantire un futuro di prosperità diffusa, al riparo dalle minacce della cattiva finanza e dalle dinamiche più aggressive e sleali della globalizzazione.

All’ansia delle famiglie europee occorre rispondere non solo dicendo genericamente che la crescita e l’occupazione ripartiranno, ma garantendo che sarà fatto ogni sforzo possibile affinché in Europa ci sia posto per tutti, ed in particolare per i giovani. Tali rassicurazioni possono essere credibili solo dando più spazio agli obiettivi di inclusione e di investimento sociale: non solo PIL, ma anche buona occupazione; non solo grandi opere, ma anche asili, scuole, ospedali. Non solo competitività e mercati efficienti, ma anche solidarietà verso i più deboli, strutturando un welfare efficace e capace di rispondere a bisogni sia vecchi che nuovi.

Nel dibattito fra esperti vi sono proposte concrete su come individuare le voci dei bilanci nazionali che potrebbero legittimamente entrare in un paniere di investimenti per le grandi infrastrutture economiche e sociali dell’Europa. Da anni le istituzioni UE organizzano convegni e lanciano iniziative legate a questo tema: ora è giunta l’ora di andare oltre le chiacchiere. La tanto citata Europa sociale ha senso solo se questa si dimostra in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini europei quando questi hanno bisogno. Altrimenti, è inutile anche solo parlarne. Questo tema è cruciale: se la crescita inclusiva non decolla, l’anno prossimo quei mille euro di spese impreviste spingeranno verso la povertà metà del Continente. Dall’ansia passeremo al panico, e quel punto che ne sarà dell’Unione? E come difenderemo la democrazia dalla deriva populista, dall’assalto dell’”antipolitica”? Interrogativi inquietanti, che i leader europei, ed in particolare il nuovo Parlamento e la nuova Commissione che si insedieranno dopo le elezioni, non possono più permettersi di ignorare.

Questo articolo è apparso su www.secondowelfare.it il 23 Maggio 2014

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