Archivi del mese: febbraio 2017

L’azzardo di rimuovere le barriere

Negli anni Sessanta, Albert Hirschman si occupava di economia dello sviluppo. Riflettendo sulle vicende della Nigeria, lo studioso della Columbia University s’imbatté in uno strano fenomeno. Nonostante una serrata competizione con l’auto-trasporto privato, le ferrovie nigeriane  funzionavano sempre peggio. I treni erano di proprietà pubblica, ma Hirschman notò che l’insuccesso della concorrenza era dovuto a una sindrome più generale. La clientela sensibile alla qualità poteva “defezionare” e servirsi degli autobus. Gli utenti dei treni restavano molto numerosi, ma erano poco esigenti. Senza defezioni di massa né proteste organizzate, il management delle ferrovie non si curava perciò di qualità o efficienza.

Qualche anno dopo l’esperienza africana, Hirschman scrisse un breve libro che lo rese famoso non solo agli scienziati sociali ma anche al grande pubblico: Exit, Voice and Loyalty, ora apparso in italiano con il titolo Lealtà, Defezione e Protesta. Di fronte al deterioramento di un servizio, un’associazione privata, un’organizzazione politica e così via, il consumatore/cittadino ha davanti a sé due opzioni: uscita (la defezione) o voce (la protesta). La scelta dipende essenzialmente da un terzo fattore: il grado di attaccamento, anche emotivo, verso l’entità di riferimento. Se c’è “lealtà”, il costo della defezione è più elevato: invece di abbandonare il campo, il consumatore/cittadino preferisce protestare, sperando che le cose migliorino.

Nella sua ossatura, il modellino di Hirschman è estremamente semplice. Rispetto ad altre opposizioni binarie (pensiamo a “dentro-fuori” oppure alle espressioni inglesi “walk-talk” –andarsene o discutere- o “flight-fight”, fuggire o combattere), la triade di Hirschman ha almeno due pregi. Innanzitutto, distingue chiaramente fra una dimensione orizzontale (l’uscita come movimento spaziale fra un dentro e un fuori) e una dimensione verticale (la voce come manifestazione di scontento verso chi “sta in alto”). In secondo luogo, la triade suggerisce che la scelta fra defezione e protesta non è arbitraria, ma legata al filtro della lealtà. Insomma: il modello è semplice, ma la sua articolazione interna lo rende “magico”, come ebbe a dire il grande politologo norvegese Stein Rokkan.

Il modello è stato nel tempo variamente arricchito: a defezione e protesta si sono aggiunte altre opzioni. La prima è il “silenzio”, come quello degli utenti che continuavano ad usare gli scalcagnati treni nigeriani. A ben guardare, il silenzio è la vera alternativa sia all’ uscita che alla voce. Di fronte al deterioramento qualitativo, non si sceglie immediatamente fra defezione e protesta, ma fra entrambe e il silenzio, il non far nulla. Hirschman potrebbe rispondere che il silenzio è la massima espressione di lealtà: right or wrong, my country, dicevano gli ufficiali di marina ai tempi della Rivoluzione americana. Ma possono esserci ragioni diverse. Spesso non si reagisce perché il deterioramento qualitativo non è percepito, oppure non c’interessa. E possono darsi anche forme di silenzio “frustrato”. A metterle in luce è stato un politologo canadese, Anthony Birch, sulla base di un esperienza personale. Quando ero in ospedale, raccontò Birch, spesso mi veniva voglia di alzare la voce per i molti disservizi subiti. Ma non osavo farlo, per paura che medici e infermiere poi mi trattassero ancora peggio. Il silenzio, in altre parole, può essere motivato dalla paura di ripicche. La lealtà in questo caso non c’entra, si tratta piuttosto di un calcolo interessato.

Un’altra possibile opzione è l’entrata, come corrispettivo dell’uscita. Hirschman la cita nel libro ma non ne intuisce in pieno la rilevanza, anche come possibile reazione a situazioni di (presunto) declino qualitativo. In politica internazionale, le invasioni territoriali da parte di eserciti stranieri sono state spesso esplicitamente  giustificate in termini di slealtà o di incapacità dello stato aggredito nello svolgere le proprie funzioni (failing states). Oppure pensiamo ai flussi migratori. In questo caso vi sono sia “uscite” dai paesi d’origine, sia “entrate” nei paesi riceventi, le quali a loro volta possono provocare la protesta dei nativi. I fenomeni migratori presentano poi varie opzioni miste: si può protestare per uscire, oppure per restare. Tornando sul suo modello dopo la caduta del Muro di Berlino, Hirschman stesso mise in evidenza una interessante sequenza. Dapprima vi furono le proteste di molti cittadini tedeschi che volevano emigrare all’Ovest, dopo l’aperura delle frontiere ungheresi: wir wollen raus, volgiamo uscire. Poi vennero le manifestazioni a Berlino contro il regime socialista da parte di quanti volevano restare: wir wollen bleiben. A patto che venisse instaurata la democrazia.

Una terza opzione (oltre a silenzio e entrata) aggiunta dal dibattito è infine l’“occultamento” (hiding). L’esempio emblematico è l’evasione fiscale, che è cosa diversa sia dalla fuga di capitali (uscita), sia dalle proteste o scioperi fiscali. Chi evade nascondere ciò che possiede, nel modo più “silenzioso” possibile. L’occultamento può essere scelto per molti motivi e da vari attori: gli oppositori di un regime autoritario, o gli immigrati clandestini.

Il modello di Hirschman non fornisce solo un lessico descrittivo, ma anche una base per elaborare teorie. In scienza politica, lo ha mostrato soprattutto Stein Rokkan, con i suoi importanti lavori sulla formazione degli stati nazionali in Europa. Questo processo è stato imperniato sulla “costruzione di confini” da parte di élite in cerca di potere. Impossibilitati ad uscire, i vari gruppi subalterni iniziarono ad alzare la voce, al fine di migliorare le proprie condizioni. Le élite reagirono concedendo diritti e promuovendo l’omogeneità linguistica e culturale dei cittadini, in modo da renderli più leali verso la nazione. Ricordiamo la famosa frase di Massimo D’Azeglio: “Fatta l’Italia, facciamo gli Italiani”.

L’integrazione europea funziona oggi in modo diametralmente opposto: rimuove le barriere e incoraggia la libertà di movimento, ossia le uscite e le entrate. Con ciò essa disturba però quelle istituzioni nazionali (come il welfare state) frutto di lunghe lotte sociali e proteste politiche. L’ondata euroscettica può essere vista come una reazione all’eccesso di apertura. Il Front National ha alzato la voce quando si è accorto che in Francia poteva entrare liberamente il famoso idraulico polacco: una minaccia al lavoro dei nativi. Dal canto suo la Brexit riflette la paura di molti inglesi nei confronti degli immigrati.

Lealtà, defezione e protesta è uno di quei rari “piccoli grandi libri” che influenzano il modo di pensare e di fare ricerca per lunghissimo tempo. Come ben dice Angelo Panebianco nella sua Introduzione, il modello di Hirschman è molto duttile, ci aiuta a decifrare una vasta gamma di situazioni sociali. Per questo è riuscito a conservare, a distanza di cinquant’anni, tutta la sua originaria freschezza.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 26 febbraio 2017

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Intervista sul Jobs Act con Radio Radicale

Maurizio Ferrera è stato intervistato su Radio Radicale il 14 febbraio 2017 a proposito del suo articolo sugli effetti del jobs act del 13 febbraio. Puoi ascoltare qui l’intervista.

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Gli effetti (veri) del jobs act

Sul Jobs Act è in atto un vero e proprio tiro al piccione.  Eccettuati (alcuni) esperti, gli unici a parlarne bene sono ormai i commentatori stranieri. Dal dibattito politico nazionale solo critiche. In parte si tratta di mosse tattiche in vista delle scadenze elettorali. Ma questa spirale di rimproveri riflette anche un tratto profondo della cultura politica nazionale: l’eccesso di aspettative nei confronti delle norme di legge, l’intolleranza dei limiti che la realtà inevitabilmente impone, il conseguenze disfattismo, secondo cui ci sarebbe voluto “ben altro” per risolvere i problemi. Una sindrome auto-lesionista, che non ci consente di cogliere i progressi lenti e graduali, svaluta il pragmatismo e alimenta la sfiducia dei cittadini.

Il Jobs Act merita invece una discussione seria. Valutarlo non è facile: i suoi effetti si dispiegano lentamente nel tempo. Per catturarli bisogna avere dati precisi e utilizzare metodi controfattuali: che cosa sarebbe successo se non fossero cambiate le regole? Prima ancora di procedere su questa strada, è bene però  riflettere sul provvedimento in sé: i suoi obiettivi generali erano in linea con le sfide sul tappeto?

Negli ultimi due decenni, la maggior parte dei paesi europei ha riorientato le politiche del lavoro verso la cosiddetta flexicurity, un modello sviluppato dai paesi nordici e basato su regole flessibili per assunzioni e licenziamenti e tutele robuste (compresi i servizi) in caso di disoccupazione.

Il Jobs Act può essere considerato la “via italiana“ verso quel modello. Un percorso di cui si iniziò a parlare già negli anni Novanta, ma mai seriamente imboccato. Con il risultato che il mercato occupazionale italiano è diventato uno fra più segmentati della UE: posti di lavoro permanenti con ammortizzatori molto generosi, da un lato, e contratti a termine o “atipici” (come i co.co.co.) praticamente privi di protezioni, dall’altro. A seguito di un’enorme espansione dei secondi, soprattutto per i giovani, il nostro paese aveva inaugurato un modello perverso che Stefano Sacchi e Fabio Berton hanno definito flex-insecurity:  precarietà senza tutele.

Su questo sfondo, il Jobs Act si è posto due obiettivi:  ridurre rigidità e dualismi, offrendo più opportunità di occupazione stabile e al tempo stesso maggiore flessibilità alle imprese;  superare la polarizzazione fra garantiti e non garantiti in termini di protezione sociale. I vari strumenti della riforma potevano essere disegnati meglio? Certamente, soprattutto col senno di poi.  Lo stile comunicativo di Renzi ha alimentato l’eccesso di aspettative?  D’accordo, nessuno è senza colpe. Ma il Jobs Act va contato fra le non molte riforme strutturali che il nostro paese è riuscito a produrre nell’ultimo venticinquennio, nel tentativo di avvicinarsi agli standard europei sul piano dell’efficienza e dell’equità.

Cosa si può dire degli effetti concreti? Le valutazioni più affidabili segnalano che il Jobs Act ha inciso positivamente sull’occupazione stabile: dopo la sua introduzione vi è stato un significativo aumento dei contratti a tempo indeterminato, sia rispetto al passato (tab. 3) sia rispetto ad altri paesi, come Spagna o Francia (tab. x). In base a dati provvisori, sembra che la tendenza sia continuata anche nel 2016. I critici sostengono che si sia trattato di un incremento “drogato” dalla decontribuzione, ma trascurano due aspetti. Tutti i paesi UE hanno investito grosse somme in sussidi alle nuove assunzioni nell’ultimo triennio. Inoltre, all’estero gli oneri sociali sono strutturalmente più bassi. L’esperimento della decontribuzione conferma che il nostro costo del lavoro è troppo alto e disincentiva le assunzioni. Occorre riflettere su come redistribuire il finanziamento del welfare fra i vari tipi di reddito.

Il Jobs Act ha avuto effetti positivi anche sulla sicurezza economica di chi perde il lavoro. Alla NASPI possono oggi accedere praticamente tutti i lavoratori dipendenti, compresi gli “atipici” (tab. 1 e 2), con importi e durate fra le più alte in Europa. Rispetto agli altri paesi, il welfare italiano ha sempre avuto buchi enormi in questo settore. Nessuno lo sottolinea, mai il Jobs Act ci ha fatto fare un salto di qualità in termini di cittadinanza sociale: le nuove prestazioni sono infatti diritti soggettivi, che non dipendono più da mediazioni politico-sindacali. La Cassa integrazione è stata finalmente ricondotta alla sua funzione fisiologica di risposta alle crisi temporanee.

L’aspetto più problematico del Jobs Act riguarda le politiche attive. L’attuazione di questa parte della riforma è in grave ritardo. Qui scontiamo debolezze davvero storiche, che riguardano in generale l’efficienza e la mentalità della nostra pubblica amministrazione, nonché la frammentazione regionale. Ma il governo avrebbe potuto fare di più. I servizi per l’impiego sono l’architrave della flexicurity. Su questo aspetto, le critiche colgono nel segno. Il Jobs Act non è riuscito a dispiegare il suo potenziale per incidere non solo sulle forme, ma anche sui livelli e la qualità dell’occupazione, soprattutto giovanile. Il lavoro dei giovani resta purtroppo un’emergenza nazionale. Ricordiamo però due cose. L’Italia ha un’incapacità strutturale di creare posti di lavoro che si porta dietro dagli anni Cinquanta e che è stata esacerbata dalla grande recessione. Inoltre, i livelli occupazionali dipendono da moltissimi fattori (autonome decisioni delle imprese, congiuntura, investimenti, capitale umano e così via), solo in parte controllabili per via legislativa. Dall’estate 2014 alla fine del 2016 gli occupati sono comunque aumentati di circa 700 mila unità (Istat).

Con le luci e le ombre che sempre accompagnano ogni riforma, il Jobs Act ha segnato una svolta positiva. Fermiamo il tiro al piccione e avviamo una pacata discussione su come colmarne le lacune e potenziarne gli effetti positivi.  Elaborando nuove proposte per le tante sfide che esulano dal perimetro di attenzione e di azione del Jobs Act e che richiedono ulteriori e incisivi provvedimenti.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 13 febbraio 2017

 

 

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C’è ancora voglia d’Europa ma non va tradita

Sono in molti oggi a pensare che la UE sia spacciata. Sotto i colpi della crisi e dell’austerità, l’opinione pubblica –si dice- ha ritirato quella la delega in bianco che nel corso del tempo ha consentito ai governi di integrare i mercati, unificare la moneta, conferire a Bruxelles una gamma sempre più ampia di poteri. L’ondata “sovranista” sarebbe solo – secondo questa interpretazione- la punta visibile di un grande iceberg euro-scettico, contrario ad ogni ipotesi di ulteriore integrazione. La UE va ridimensionata, l’euro smantellato. E andrà bene se riusciremo a farlo in modo ordinato e consensuale.

Questa diagnosi appare troppo sbrigativa. Siamo davvero sicuri che la disaffezione nei confronti dell’Europa sia così estesa, profonda, irreversibile? Non è possibile che sotto il fragore euroscettico si nasconda, in realtà, una maggioranza silenziosa ancora filo-europea?

I risultati di un recente sondaggio d’opinione condotto in sette paesi membri(Italia, Spagna, Francia, Germania, Regno Unito, Polonia e Svezia) puntano proprio in questa direzione (www.resceu.eu). L’iceberg sommerso non c’è. La UE può ancora contare su un largo sostegno diffuso. Gli euro-scettici fanno sentire la propria voce, naturalmente. Il 20% del campione crede che la UE sia ormai “una nave che affonda” (con punte superiori al 30% nel Regno Unito e, attenzione, in Francia). Una quota più ampia di elettori (23,8% in media; Italia 38%) si colloca però all’estremo opposto: considera la UE come “casa comune” di tutti gli europei. E un altro 30% la vede, quanto meno, come “un condominio”. Ogni popolo ha il suo appartamento, ma su molte cose si decide insieme, esiste un fondo per le spese comuni e le emergenze. Su alcuni temi specifici emerge una inaspettata disponibilità all’aiuto reciproco. Ad esempio, una schiacciante maggioranza (77%) si dichiara a favore di un fondo europeo che aiuti i paesi in difficoltà a combattere la disoccupazione. E il 90% ritiene che sia compito della UE fare in modo che nessun cittadino rimanga senza mezzi di sussistenza. Un’Europa meno ossessionata dai decimali di deficit e più attenta alla dimensione sociale potrebbe riguadagnare consensi persino fra i sovranisti.

La maggioranza filo-europea ha idee chiare anche sulla controversa questione della immigrazione e dell’accesso al welfare. Il 43% si dichiara contro ogni discriminazione nei confronti dei residenti stranieri, anche extra-comunitari. Un altro 38 % darebbe priorità ai cittadini UE. Meno del 20% è “nativista”, ossia a favore della chiusura dei confini (“prima noi” o “solo noi”). Infine, la domanda cruciale: che succederebbe in caso di un referendum sull’uscita dalla UE? Con buona pace degli euro-pessimisti, nei sei paesi coperti dal sondaggio (Regno Unito escluso, ovviamente) nette maggioranze voterebbero per rimanere: in Germania il 75%, in Spagna il 74%, in Polonia il 72%,in Italia il 63%, in Svezia e in Francia il 57%.

I dati d’opinione non sono oro colato e vanno interpretati con prudenza. Ma il segnale è chiaro. Nei paesi membri più grandi sembra esserci una consistenze maggioranza che ancora crede nell’Europa. Perché nel dibattito pubblico prevalgono invece le minoranze euro-scettiche? Come mai gli orientamenti solidaristici di moltissimi elettori sono stati ignorati durante la crisi? Si badi che una maggioranza filo-UE, persino euro-solidale, esiste anche in Germania: fra gli elettori tedeschi c’è una sorprendente disponibilità ad appoggiare iniziative di aiuto ai paesi in difficoltà senza sottoporli a umilianti controlli.

I leader europei dovrebbero riflettere bene su questi segnali. La base sociale ed elettorale per un rilancio dell’Europa ci sarebbe. Quello che manca clamorosamente è un’offerta politica capace di rappresentarla, di darle voce. Se così è, ci troviamo di fronte a un fallimento di portata storica di quelle famiglie politiche (liberali, popolari, socialdemocratici) che hanno finora guidato il processo di integrazione. La UE rischia oggi di affondare perché le sue élite non riescono a elaborare una proposta alternativa al sovranismo, da un lato, e all’austerità fiscale, dall’altro lato. Si tratta di un pauroso deficit di idee, di iniziativa, di responsabilità, che pagheremo tutti molto caro. Condannando i nostri figli a vivere in una piccola Europa divisa, irrilevante sulla scena globale e impoverita sul piano economico e sociale.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 3 febbraio 2017. I dettagli del sondaggio sono disponibili su http://www.resceu.eu

 

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