Archivi del mese: settembre 2016

Le misure sulle pensioni e l’equità che manca

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Le misure costeranno 6 miliardi nei prossimi tre anni. Ma in un Paese che non riesce a riprendersi dalla crisi è una priorità aumentare (in deficit) la spesa pensionistica?

Le misure sulle pensioni saranno il piatto forte della prossima legge di stabilità. Equità sociale e flessibilità figurano tra le prime motivazioni dell’accordo fra governo e sindacati.  Il “pacchetto” costerà circa sei miliardi di euro nel corso dei prossimi tre anni. Con i tempi che corrono, non è certo una cifra da poco.

La maggiore libertà di scelta riguardo all’età di pensionamento verrà realizzata tramite un sistema di prestiti. Anche se  avrà una componente “sociale” onerosa per lo stato, l’ “anticipo pensionistico” (APE) dovrebbe avere costi relativamente contenuti. L’APE faciliterà la soluzione di alcuni problemi generati dalla riforma Fornero per lavoratori e imprese. Non illudiamoci però che possano esserci significative  ricadute sull’occupazione giovanile. Come ha dimostrato l’Istat nel suo ultimo Rapporto Annuale, il pensionamento degli anziani non si traduce automaticamente in nuove assunzioni di giovani. I settori che creano nuovi posti di lavoro sono infatti diversi da quelli che espellono occupati anziani.

Sul fronte dell’equità, nel loro insieme i contenuti dell’accordo lasciano alquanto a desiderare. Sono da valutare positivamente le facilitazioni per i ricongiungimenti contributivi e i lavori  usuranti, ma il grosso delle risorse verrà speso per aumentare gli importi delle pensioni più basse. La platea dei potenziali beneficiari includerà tutti i percettori della cosiddetta 14ª mensilità. Secondo stime dell’Inps, meno della metà di questi pensionati si trova in condizioni di bisogno economico. Gli altri vivono in unità familiari con reddito complessivo ben al di sopra della soglia di povertà. Se si fosse veramente perseguita l’equità,  gli aumenti avrebbero dovuto essere filtrati tramite l’Isee, che misura per l’appunto la situazione economica della famiglia.  Va poi considerato che nel nostro paese la povertà è oggi più diffusa fra i minori che non fra gli anziani. Invece di un intervento a pioggia che rischia di beneficiare anche chi non ha bisogno, sarebbe stato meglio stanziare più soldi per le famiglie con minori in condizioni di indigenza.

Più in generale, sembra opportuno chiedersi: in un paese che non riesce a riprendersi dalla crisi è davvero una priorità aumentare (in deficit) la spesa pensionistica, che peraltro è già fra le più alte d’Europa? Non sarebbe più opportuno investire nel welfare “per la crescita”?

La primavera scorsa il governo sembrava orientato, ad esempio, a introdurre incentivi e sostegni all’occupazione delle donne: sgravi contributivi, detrazioni, servizi. L’Italia non cresce anche perché non riesce ad attivare il “motore” del lavoro femminile. Dal canto suo, il nostro sistema educativo è molto lontano dagli standard UE ed è fortemente sotto-finanziato. Non formiamo il capitale umano necessario per imboccare la “via alta” alla globalizzazione, quella imperniata su innovazione, tecnologia, servizi avanzati.

C’è poi un ostacolo grande come una casa che ostacola crescita e occupazione: il cosiddetto cuneo  fiscale. Le aziende italiane pagano troppi contributi: il 33% solo per le pensioni,  una delle percentuali più elevate al mondo. Il successo del Jobs Act (più assunzioni a seguito della riduzione del costo del lavoro) sono la prova “a contrario” del legame perverso fra le modalità di finanziamento del nostro welfare e il mercato occupazionale. Lungi dall’essere una droga, gli sgravi contributivi sono uno strumento per mettere le nostre imprese alla pari con i loro concorrenti stranieri.

Molti hanno salutato il confronto governo-sindacati come un salutare ritorno alla concertazione. Ma quest’ultima è utile solo se persegue un qualche interesse generale, come nella tradizione nord-europea. In tutta sincerità, l’accordo del 28 settembre non sembra un passo in questa direzione.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 30 settembre 2016

 

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Creiamo la cittadinanza europea nell’epoca della Brexit

Una scelta di questo genere consentirebbe di offrire ai britannici l’opzione di mantenere il passaporto Ue e dunque i diritti di movimento ad esso collegati.

Quando si parla di Brexit, è opportuno ricordare che solo il 37% circa degli aventi diritto al voto si è espresso per il Leave. Su più di 44 milioni di elettori, 12 non sono andati alle urne e altri 15 circa hanno votato per il Remain. Con l’uscita dalla UE, questi 27 milioni di elettori saranno privati della cittadinanza europea. Corrispettivamente, più di tre milioni di cittadini UE che risiedono nel Regno Unito rischiano di perdere i diritti connessi al loro passaporto color porpora: accesso al mercato del lavoro, al welfare, all’esercizio di commercio e professioni e così via.

Si tratta di una “sottrazione di diritti” di proporzioni storicamente inedite. A livello nazionale, nessun regime democratico consente a una minoranza di revocare la nazionalità alla maggioranza. L’Unione Europea non è una nazione né uno stato federale. Ma ha pur sempre istituzioni sovranazionali che possono produrre leggi vincolanti e le sentenze della sua Corte di Giustizia prevalgono sugli ordinamenti nazionali. Annullare il pacchetto di diritti incorporati nel passaporto UE non è cosa da poco.

Dal punto di vista strettamente legale, il “vulnus” che la Brexit rischia di provocare è connesso al fatto che la cittadinanza europea è, come si dice, di secondo ordine: si aggiunge alle cittadinanze nazionali. Ai tempi del Trattato di Maastricht (che introdusse queste regole, nel 1992), nessuno avrebbe mai immaginato che uno dei paesi firmatari, il Regno Unito appunto, decidesse di uscire: questa opzione non era neppure contemplata. L’ha introdotta il Trattato di Lisbona, senza però occuparsi delle implicazioni sul piano della cittadinanza. Un errore che ora rischiamo di pagare caro, anche in termini di standard liberaldemocratici.

C’è modo di rimediare? A trattati vigenti no, purtroppo. Ma vale almeno la pena di riflettere. Nelle Unioni federali, come Svizzera o Stati Uniti, il fondamento della cittadinanza è stato molto dibattuto: stati/cantoni o la federazione in quanto tale? Per lungo tempo, la cittadinanza federale è stata mediata da quella delle “parti costituenti”, come nella UE. In Svizzera ancora oggi si appartiene innanzitutto a un cantone e solo in secondo ordine alla confederazione. Negli Stati Uniti, invece, la cittadinanza federale è stata gradualmente scorporata da quella degli stati e ora la sequenza è capovolta. In quanto US citizens si è automaticamente cittadini anche dello stato in cui si risiede. Non si potrebbe seguire la traiettoria americana anche in Europa?

Una originale proposta in tal senso è stata formulata da un acuto studioso dell’integrazione europea, il politologo Glyn Morgan. In un saggio appena pubblicato sulla rivista Biblioteca della Libertà (www.centroeinaudi.it), Morgan suggerisce di svincolare la cittadinanza UE dalle cittadinanze nazionali. Ciò consentirebbe di offrire ai cittadini britannici l’opzione di mantenere il passaporto europeo e dunque i diritti di movimento e non discriminazione ad esso collegati. Si neutralizzerebbe in questo modo il vulnus di una illiberale sottrazione di diritti a chi non ha votato per la Brexit. Il governo di Londra dovrebbe però offrire immediata naturalizzazione a quei residenti UE che vogliono conservare i propri diritti sul suolo britannico.

Una possibile obiezione è che altri Paesi Membri, tiepidi verso la UE, chiedano di ricevere lo stesso trattamento. Per neutralizzare questo scenario (di fatto una secessione morbida), si potrebbe far pagare un contributo (Morgan propone 10 mila euro) ai britannici che vogliono mantenere il passaporto UE. A chi non può permetterselo si dovrebbe chiedere un po’ di lavoro volontario.

Si tratta naturalmente di un ballon d’essai. Ma intorno alla Brexit oggi ne circolano davvero tanti. Uno dei più fantasiosi è quello di creare un nuovo stato, chiamato INIS, dalle iniziali di Ireland, Northern Ireland e Scotland. Siccome questi territori fanno già parte della UE, per costituire l’INIS si potrebbe seguire una variante della procedura a suo tempo seguita per incorporare i territori della Germania Est.

Per uscire dal vicolo cieco, l’Unione ha bisogno di liberarsi dagli schemi tradizionali e dall’eccesso di regole che la imbrigliano. E soprattutto ha bisogno di leader che sappiano esercitare un po’ di creatività. Non si esce dall’impasse stando fermi o facendo un po’ di merkeln (neologismo tedesco che significa tentennare). E’ tempo di nuovi orizzonti e anche un po’ di fantasia. Per dirla con Sheldon Wolin, un grande filosofo politico americano, politics is vision. Ed è precisamente di questa politica che abbiamo bisogno oggi in Europa.

 

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 23 settembre 2016.

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Nuovo terrorismo, democrazia liberale, Unione Europea. Le sfide da affrontare

Nella tradizione di pensiero liberaldemocratico, lo stato dovrebbe essere una “casa di vetro”, priva di dinamiche politiche occulte: il regno del potere visibile, come diceva Bobbio. Gli atti dei governanti dovrebbero essere conformi alla legge e perfettamente trasparenti. I disaccordi fra cittadini andrebbero risolti tramite un confronto pacifico e aperto, imperniato – per dirla con Kant – sulla “più inoffensiva di tutte le libertà, quella di fare un uso pubblico della ragione in tutti i campi”. Lo spazio pubblico dovrebbe essere caratterizzato da “pluralismo ragionevole”, secondo la nota espressione di Rawls. Un confronto continuo fra punti di vista diversi, sul piano dei giudizi di fatto e soprattutto di valore; ma un confronto basato su ragioni, capace di mettere fra parentesi convinzioni personali non negoziabili, non presentabili tramite argomenti comprensibili e “ricevibili” da tutti.

Nel mondo reale le cose non stanno proprio così. Accanto al potere visibile operano ancora molti poteri nascosti (organizzazioni criminali, mafie, società segrete di varia natura). La democrazia continua ad essere minacciata da posizioni e attori “irragionevoli”, da nemici interni ed esterni che spesso attentano alla sua sicurezza. Pensiamo al recente colpo di stato in Turchia o ai feroci attacchi terroristici di matrice islamica che stanno insanguinando molte città europee.

Il fatto è che la pubblicità del potere, la trasparenza del governo, il rispetto della privacy e delle libertà individuali, il confronto pacato fra punti di vista sono ideali molto esigenti: presuppongono una comunità politica composta da persone civili e “ragionevoli”, nel senso kantiano e rawlsiano. Negli ultimi due secoli, lo sviluppo delle istituzioni liberaldemocratiche ha consentito all’ Europa, al Nord America e a poche altre regioni di fare molti passi sulla strada della ragionevolezza. Ma i nemici della democrazia non sono stati sconfitti. E oggi il fanatismo islamico ha lanciato alle nostre case di vetro sfide di una intensità e qualità storicamente inedite. Dobbiamo fronteggiare un insieme di arcana seditionis che intrecciano il versante interno con quello esterno e ci espongono a una vera e propria spirale di minacce invisibili, con effetti incalcolabili.

Il terrorismo è uno dei poteri occulti più temibili e ricorrenti nella storia. Come sosteneva Bakunin, il terrorismo è una strategia di rovesciamento dell’ordine politico, tramite atti capaci di attivare “una dittatura anonima e collettiva di amici della liberazione, uniti in una società segreta e agenti per un fine comune”.

Come il terrorismo tradizionale, il fanatismo islamico colpisce con attentati “esemplari”, per generare paura e al tempo stesso reclutare nuovi adepti. Sfrutta a proprio vantaggio l’apertura delle nostre società, i limiti procedurali che imbrigliano i poteri pubblici visibili, compresi quelli preposti alla sicurezza. A differenza degli estremismi rivoluzionari o nazionalisti (pensiamo a quello basco o irlandese), il terrore islamico non persegue riconoscibili obiettivi politici o territoriali, ma punta allo scontro di civiltà. Il Jihad ha un fine “assoluto” (il trionfo della religione di Allah), tutti i mezzi sono leciti, indipendentemente dalle loro conseguenze, non c’è freno morale che tenga. Ogni aspetto, ogni occupante delle case di vetro in cui abitiamo può diventare un bersaglio esemplare: la redazione di un giornale, un sacerdote che celebra messa, un centro commerciale, i giovani che ballano in discoteca. Come difenderci? Nel breve periodo, l’unica arma è l’intelligence, il ricorso a un contro-potere nascosto. Riuscire a prevenire gli attacchi tramite i servizi segreti e le infiltrazioni è un risultato importantissimo. Ma non è molto rassicurante. Spesso l’opinione pubblica non se ne accorge, e non può esserne neppure informata per non compromettere la segretezza delle operazioni.

Nell’era della rete, è emersa poi la minaccia di un potere “onniveggente”, basato sull’uso dei computer. Quell’incubo è diventato realtà in molti contesti. Pensiamo, di nuovo, all’ondata di epurazioni in Turchia dopo il fallito golpe. Un leader che credevamo al di sopra di soglie di decenza democratica –Erdogan-  in realtà già disponeva di archivi informatizzati pronti ad essere usati a fini repressivi. Internet è diventata uno strumento che ha accresciuto l’efficienza e la trasparenza di governo e amministrazione, ma che ha anche moltiplicato i margini d’azione di tutte le “dittature invisibili” e oggi, ahimè, del fanatismo jihadista.

Scomparsi dai trattati di scienza politica, gli arcana seditionis stanno tornando ad essere un pericolo più dirompente della stessa guerra “guerreggiata”. Le nostre democrazie non sono adeguatamente preparate. Per garantire la sicurezza, è probabile che dovremo rinunciare a un po’ di trasparenza e forse persino a qualche garanzia costituzionale. Ciò è già una realtà in Francia. Sulla scia degli attentati del Bataclan, il governo di Parigi ha infatti proclamato lo stato di emergenza, tuttora in vigore. Come previsto dalla legge istitutiva del 1955, esso ““conferisce alle autorità del territorio … dei poteri di polizia eccezionali che riguardano la regolamentazione della libertà di movimento e di soggiorno delle persone, la possibile chiusura dei luoghi pubblici e il sequestro delle armi”. L’attuale stato di emergenza (che durerà fino al 2017) prevede inoltre la possibilità di perquisizioni e arresti senza l’autorizzazione preventiva e ispezioni di computer e cellulari. Sono in molti ad aver già parlato, per il caso francese, dell’instaurazione del “modello Israele”.

Dovremo imparare inoltre a condannare e isolare i fanatici e i violenti, senza se e senza ma. Rawls era ben consapevole che le democrazie del mondo reale avrebbero continuato a registrare la presenza di cittadini “irragionevoli”. Ma non ha affrontato la questione dal punto di vista morale, si è limitato a dire che gli irragionevoli vanno “contenuti”. Si, ma come, quanto, con che mezzi? Anche con la forza? E’ lecito, da un punto di vista liberale, entrare nelle moschee situate in Europa e bandire chi predica violenza? E’ lecito vietare comportamenti e pratiche che, seppure non esplicitamente collegate alla violenza, costituiscono l’humus in cui la cultura della violenza attecchisce? Sono domande delicate, che riguardano il cuore del principio liberale di tolleranza. Qui occorre ricordare che il liberalismo non è solo un insieme di principi, ma è anche un metodo per gestire i conflitti fra principi. Sempre Rawls ha chiamato questo metodo “equilibrio riflessivo”: si parte da un principio che sembra “assoluto” (la tolleranza, ad esempio), lo si contestualizza, si osservano esi dibattono pubblicamente le implicazioni della sua attuazione, soprattutto le eventuali contraddizioni che l’attuazione fa emergere rispetto ad altri principi (la sicurezza personale, la stabilità dell’ordine politico liberal-democratco) e si pondera  il principio di partenza in modo da renderlo compatibile con altri principi considerati rilevanti. Non siamo più abituati a seguire questo metodo in relazione ai valori cardine della democrazia liberale (libertà, tolleranza, stato di diritto), così come non siamo abituati ad avere a che fare con minacce diretta alla nostra vita, alla nostra civiltà. Dobbiamo abituarci alla dura realtà del nuovo contesto e imparare ad usare meglio il metodo dell’equilibrio riflessivo.

E’ molto probabile che la dura realtà richieda la disponibilità ad un maggior uso delle risorse coercitive:  bisognerà in altre parole accettare un maggior ricorso alla forza. Come ha detto Michael Walzer in una recente intervista al Corriere, si tratta di sfide delicate per la cultura occidentale, soprattutto a sinistra. Ma non possiamo stare fermi di fronte a poteri omicidi che si nascondono fra di noi. Se ci stanno a cuore gli ideali democratici, dobbiamo difenderli prendendo atto della realtà che ci circonda. Con la sua spiacevole e persistente dose di “irragionevolezza” e fanatismo, pronto all’uso sfrenato della violenza.

L’Unione Europea può e deve essere in prima linea per affrontare la sfida del nuovo terrorismo e dei suoi minacciosi poteri invisibili. Dal 2014 ad aggi i Paesi Membri hanno registrato già 30 attacchi, di cui 14 nell’ultimo anno. Più di seicento civili hanno perduto la vita. Come ha osservato recentemente Juncker, ad essere in gioco è lo European way of life nel suo complesso. Concretamente, cosa può fare la UE? Innanzitutto, controllare meglio i confini, tenendo buona traccia di chiunque entri ed esca dal territorio UE. Sono in discussione due utili misure: l’istituzione di una European Border and Coast Guard a fianco di Frontex e di un European Travel Information System, che consenta di identificare chi viaggia verso la UE prima ancora che parta. Ma occorre fare di più. Innanzitutto rafforzando Europol, dotandola di maggiori risorse, un più ampio accessi ai dati e una forte unità di contro-terrorismo (quella che c’è ha meno di 60 agenti). E poi costruendo una credibile difesa integrata UE, complementare rispetto alla NATO. Negli ultimi due decenni, l’Europa si è cullata nell’illusione del soft power. Non è che la moral suasion, la mediazione, la diplomazia culturale non servano (se ben impostate). Il fatto è che non bastano più. Così’ come non basta più l’azione autonoma di questo o quel paese. Coi loro arcana seditionis, i nuovi poteri invisibili vogliono dividerci, combatterci anche attraverso la frammentazione della nostra Unione. E questa è la trappola più insidiosa, nella quale non possiamo permetterci di cadere.

Questo articolo è stato scritto per Agenda Liberale (www.centroeinaudi.it)

 

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Ordine e disordine, guerra e pace, la politica nella nuova Europa

Si apre oggi presso l’Università Statale di Milano il XXX Convegno annuale della Società Italiana di Scienza Politica. Costituita nel 1973, la SISP raggruppa 350 politologi che lavorano nell’accademia, non solo nel nostro Paese. Le associazioni scientifiche continuano a svolgere un importante ruolo culturale e sociale, come luoghi privilegiati di dialogo e di confronto di esperienze di ricerca e didattiche, verifica di conoscenze e sviluppo di collaborazioni. Un ruolo che appare ancor più rilevante nella crisi che vive oggi l’autorevolezza scientifica nella indistinta confusione della rete. Su internet, infatti, pregiudizi, stereotipi, ricerca di capri espiatori sono posti sullo stesso piano delle analisi scientificamente fondata della realtà politica.

Il programma del Convegno (che durerà fino a sabato) è molto ricco e offre un emblematico “spaccato” dei temi e dei metodi di ricerca di una disciplina ormai entrata anche in Italia nella fase di piena maturità. Scorrendo la lista delle tre sessioni plenarie e degli ottantasei panel colpisce, in questa edizione,  la prevalenza di titoli che evocano instabilità, conflitti, crisi e guerre. Si parlerà, naturalmente, anche di recessione economica, di riforme, di assetti istituzionali. Ma emerge in modo evidente anche una rinnovata attenzione verso i temi della sicurezza, dei flussi di rifugiati, delle grandi migrazioni e soprattutto del terrorismo (tre panel saranno dedicati a Giulio Regeni e Valeria Solesin).

Al centro dell’interesse ritornano dunque i temi classici della scienza politica: ordine/disordine, cooperazione/conflitto, pace/guerra. Con una duplice sfida conoscitiva: delineare i tratti specifici che tali “polarità” assumono nell’attuale fase storica e nei vari contesti regionali e identificare le dinamiche geo-economiche e geo-politiche che generano spinte centrifughe e antagonismi. L’instabilità è ormai endemica non solo in un sistema internazionale a egemonia debole (sulla scia del “declino americano”) e caratterizzato dal cosiddetto scontro di civiltà fra Occidente e Islam. Ma affligge in misura crescente anche gli stati nazionali, indebolendo le loro capacità di integrazione politica e sociale.

Il convegno dedicherà varie sessioni alla crisi della democrazia rappresentativa e della sua istituzione chiave, il partito politico, pur senza trascurare alcuni segnali di innovazione (mobilitazioni “movimentiste”, risveglio della società civile e delle sue associazioni, esperimenti di democrazia diretta e deliberativa). Le democrazie consolidate dell’Europa e del Nord-America mostrano crescenti difficoltà nell’organizzare il consenso e nel promuovere politiche efficaci. L’Unione Europea, fino a pochi anni fa additata come esempio di democrazia post-nazionale, deve oggi fronteggiare la sfida del nazional-populismo e persino della secessione (Brexit). A loro volta, i processi di democratizzazione dei paesi post-coloniali e in via di sviluppo registrano preoccupanti segnali di involuzione.

E il nostro Paese?  In un evento SISP non possono certo mancare analisi, riflessioni e confronti sul sistema politico italiano. Ed infatti il convegno della Statale affronta molti dei nodi problematici della politica italiana, dalla transizione istituzionale (a cominciare dalla riforma costituzionale) alle riforme economiche e sociali, alla politica estera.

L’incontro di Milano offre non solo l’occasione per approfondire le tendenze della politica, ma anche per capire come la si studia in modo rigoroso e sistematico. Per questo nel convegno SISP si parlerà molto anche di concetti, teorie e metodi su cui fondare il consenso degli studiosi. Un consenso tanto più necessario in una scienza con un’identità disciplinare meno accentuata rispetto ad altre, più pluralista al suo interno e più aperta al dialogo con altre scienze sociali, in particolare la sociologia, la storia, l’economia, il diritto e la filosofia politica. Queste caratteristiche non sono una debolezza, ma al contrario un valore, una risorsa: purché si accompagnino a un consenso di fondo circa le regole da seguire per condurre ricerche metodologicamente rigorose e teoricamente fondate. Nel contesto italiano, si tratta di seguire la lezione di “chiarezza” di grandi maestri come Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, i cui nomi verranno spesso ricordati, c’è da scommetterlo, nel corso del convegno milanese.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 15 settembre 2016

 

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L’Italia e i sospetti europei

Sulla scia del drammatico terremoto in Italia centrale, Matteo Renzi ha riaperto la questione della cosiddetta flessibilità, chiedendo a Bruxelles un consistente sconto sul deficit pubblico del 2017. Sarebbe la terza volta dal 2015. A questo punto è chiaro che non si tratta solo di iniziative giustificate da eventi imprevisti, quanto piuttosto del tentativo di rinegoziare quel “vincolo esterno” sul bilancio pubblico che negli anni è diventato sempre più stretto. E che compromette i margini di manovra considerati essenziali per il governo dell’economia.

Dal punto di vista interno, l’obiettivo appare comprensibile e legittimo. Lo stesso si può dire, però, dei dubbi e delle resistenze dei nostri partner, a cominciare dalla Germania. Osservato dall’esterno, il sistema-Italia continua infatti a produrre segnali contrastanti. Al dinamismo di alcuni settori produttivi si contrappone un preoccupante ristagno dell’economia nel suo complesso, recentemente confermato dall’Istat. I turisti che viaggiano per il nostro paese colgono gli indizi di una società prospera. E le statistiche confermano che la ricchezza privata degli italiani è fra le più elevate d’Europa. Eppure abbiamo un debito pubblico enorme e tuttora in crescita, livelli di povertà (soprattutto minorile) da Terzo Mondo, servizi pubblici scadenti. Persino dal terremoto, con il suo terribile fardello di vittime e distruzione, sono emersi messaggi ambigui. Da un lato, una grande mobilitazione di solidarietà spontanea, testimonianza di un robusto e diffuso capitale sociale. Dall’altro, la persistente diffusione di indegni fenomeni di inefficienza, corruzione e frodi nell’uso delle risorse pubbliche, in occasione del precedente terremoto.

Verso l’Europa Matteo Renzi ha adottato un discorso nuovo, tutto incentrato sulla rottura con il passato e sulle riforme. Il 31 agosto il Presidente del Consiglio ha riassunto in trenta slides altrettanti successi del proprio governo: dall’occupazione alle tasse, dagli interessi sul debito alla giustizia. Un esercizio utile, per carità. Ma chi ci osserva dall’esterno, per quanta simpatia possa avere per il nostro premier, sa bene che si potrebbero compilare altrettante slides sui vizi persistenti del sistema-Italia, nonché sulle questioni che sono rimaste ai margini dell’agenda governativa: lavoro femminile (siamo ancora il fanalino UE), ricerca e sviluppo, economia sommersa e illegale e soprattutto il drammatico e crescente divario del Mezzogiorno dal resto del paese.

E’ in questa cornice che vanno inquadrate le perplessità europee a concedere quel credito (anche finanziario) che il governo rivendica. Il paradigma dell’austerità, caro a molti commissari UE e ministri dell’Eurogruppo, spiega una parte non secondaria di queste perplessità. Ma il resto è colpa nostra. Della “politica”, in primo luogo. In buona parte, però, anche di quei corpi intermedi (sindacati, associazioni imprenditoriali, corporazioni varie) che oggi chiedono a gran voce più coinvolgimento nei processi decisionali.

Non possiamo stupirci se a Bruxelles il tentativo di rinegoziare il vincolo esterno possa sembrare una tattica opportunista, volta a comprare tempo e risorse che poi verranno utilizzate in modi non virtuosi. La credibilità internazionale è un bene difficile da conquistare. Renzi non ha torto quando dice che le riforme richiedono tempi lunghi per dispiegare i propri effetti. Siamo tuttavia sicuri che l’agenda del governo sia sufficientemente ambiziosa, basata su una diagnosi articolata e coerente di tutte le ombre? Ammesso (ma, francamente, non concesso) che lo sia, quali sono esattamente gli strumenti con cui realizzarla con tempi non biblici? Dov’è quella “squadra” di esperti, da tempo promessa, che dovrebbe progettare, monitorare, valutare le politiche pubbliche? E infine: in che misura i famosi corpi intermedi concordano sulla diagnosi di base e sulle linee strategiche per il cambiamento?

Senza risposte chiare a questi interrogativi, è difficile dissipare i sospetti. E invece di essere (se usata bene) una soluzione per far ripartire la crescita, la riduzione del vincolo esterno rischia di alimentare molti dei vecchi vizi, relegandoci in una lunga eclisse di ristagno economico e sociale.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 8 settembre 2016.

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