Archivi del mese: ottobre 2018

L’europeismo si tinge di verde. Il Gel contro i sovranisti

Maurizio Ferrera

Le elezioni bavaresi dello scorso 19 ottobre hanno provocato un terremoto politico. La Csu (Unione cristiano-sociale), sorella e alleata della Cdu (Unione cristiano-democratica), ha perso la sua storica egemonia sul più vasto Land tedesco. I voti persi non sono andati alla Spd, ma alla nuova formazione AfD (Alternativa per la Germania), di stampo sovranista, e ai Verdi. A Monaco sono in corso difficili negoziati. Ma anche Berlino è preoccupata. Se i risultati bavaresi segnano l’inizio di una tendenza, le scosse possono propagarsi in altri Länder (oggi, domenica 28, si vota in Assia) e poi colpire il governo federale e persino oltrepassare i confini tedeschi.

I partiti tradizionali di centrosinistra e di centrodestra stanno perdendo colpi pressoché ovunque, sotto l’attacco di destre neonazionaliste e xenofobe simili alla AfD. In qualche Paese hanno fatto la loro comparsa formazioni di «nuova sinistra» più o meno radicale, come Podemos in Spagna e Syriza in Grecia o forze ibride, come i Cinque Stelle in Italia. Con l’exploit dei Grünen (Verdi) in Baviera è accaduto però qualcosa di nuovo. Il partito ha una lunga storia, iniziata negli anni Settanta del secolo scorso. Dopo l’ascesa al governo con i socialdemocratici di Gerhard Schröder (i Grünen erano guidati dal carismatico Joschka Fischer), i Verdi sembravano destinati a una presenza quasi di nicchia. Ora sono il secondo partito della Baviera e si candidano a giocare un ruolo di primo piano sulla scena nazionale. Nell’Europa di oggi i cambiamenti locali hanno forti probabilità di generare effetti domino: di provocare o ispirare emulazioni in altri contesti. È possibile che l’Unione venga investita (in parte già dalle prossime elezioni europee) da una nuova onda verde?

Sappiamo che i mercati tendono a produrre equilibrio fra domanda e offerta e questo vale in genere anche per i mercati elettorali. L’emergenza del populismo euroscettico sta alterando in maniera sempre più significativa la bilancia delle forze che competono per il voto dei cittadini. I populisti non hanno un dirimpettaio diretto: il loro avversario è l’«establishment», identificato con i partiti di governo tradizionali. Anche quando governano in grande coalizione, questi ultimi si presentano divisi al momento del voto. Si originano perciò dinamiche di competizione multipolari, che provocano frammentazione e ingovernabilità. Il caso bavarese è il primo esempio europeo di riequilibrio: AfD si è trovata di fronte a un agguerrito dirimpettaio, che ha saputo attrarre il voto europeista e contrario alle politiche di chiusura. L’ascesa dei Verdi in Belgio e Lussemburgo segnala che il controbilanciamento alla bavarese può effettivamente preludere a una svolta di livello europeo.

Il disequilibrio «meccanico» (il termine che avrebbe usato in questo caso Giovanni Sartori) del mercato elettorale non spiega ovviamente da solo il successo dei Grünen. Questo partito ha saputo cogliere un «potenziale», proponendo agli elettori un programma molto diverso da quella matrice di ecologismo radicale che aveva ispirato i movimenti verdi degli anni Settanta in giro per l’Europa. Annalena Baerbock e Robert Habeck, i due leader nazionali, e Katharina Schulze, la giovane e intraprendente segretaria bavarese, hanno infatti impresso al partito un profilo nuovo, basato su un mix di impegno etico e pragmatismo riformista.

La tutela e la sostenibilità ambientale sono ancora la priorità numero uno, ma senza nessuna indulgenza verso ideologismi no-global, pacifismo senza se e senza ma, scenari di decrescita felice. La sostenibilità è vista come una componente di un nuovo modello di sviluppo inclusivo. Schulze ha puntato il dito contro i neo-nazisti e la xenofobia che alligna all’interno di AfD. Ma ha anche proposto maggiori spese per la sicurezza e citato moltissime volte la parola Heimat, patria (riferita alla Baviera). Ha insomma lanciato un messaggio a tutti gli elettori impauriti, che chiedono ordine e stabilità. Alcuni candidati verdi hanno dichiarato che sono credenti e impegnati nel volontariato: assomigliano perciò a molti elettori che tradizionalmente votavano Csu, ma che non condividono la svolta anti-immigrazione e un po’ euroscettica del leader di quel partito, l’attuale ministro degli Interni Horst Seehofer. Sul terreno del welfare, il programma dei Verdi è «progressista», ma in senso diverso dalla Spd: più orientato a favore di donne e giovani e verso gli investimenti sociali. Contrariamente a tutti gli altri partiti, i Grünen si sono schierati con decisione a favore della Ue, della società aperta. Oltre allo zoccolo duro tradizionale (l’elettorato sensibile ai temi ambientali) il partito è insomma riuscito a catturare una larga parte di quella maggioranza silenziosa che non condivide il radicalismo populista, è delusa e stanca dei partiti tradizionali e desiderosa di un cambiamento senza avventure, ispirato da idee e valori innovativi.

Agli inizi degli anni Duemila, molti scienziati politici avevano previsto che la vecchia dimensione destra-sinistra non sarebbe stata più in grado d’assorbire le nuove tensioni connesse all’integrazione europea e alla globalizzazione. L’aspettativa — suffragata dai primi segnali di turbolenza elettorale — era che sarebbe comparsa una nuova dimensione di competizione basata sulla coppia chiusura-apertura. Alcuni avevano suggerito un suggestivo acronimo: Gal-Tan. Da una parte il polo ecologista (Green), alternativo (Alternative), libertario/cosmopolita (Libertarian); dall’altra, il polo tradizionalista (Traditionalist), autoritario (Authoritarian), nazionalista (Nationalist).

Questa seconda dimensione di conflitto è ormai ben visibile nell’Europa di oggi per quanto riguarda il polo Tan, il populismo sovranista. L’elezione bavarese è però la prima in cui è comparso chiaro e forte anche il polo Gal. Se osserviamo bene il profilo ideologico-programmatico e la base sociale dei Grünen, l’acronimo non pare più così appropriato. C’è ormai poco di «alternativo» e «libertario» nel programma dei Verdi. Si dovrebbe usare piuttosto Gel: Green (ecologismo), Europeanism (europeismo), Liberal cosmopolitanism (cosmopolitismo liberale). L’arrivo di un’onda verde trasnazionale con questi ingredienti sarebbe un’ottmia notizia per l’Unione Europea e per il futuro del progetto di integrazione.

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del 28 Ottobre 2018

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Se i poveri sono i grandi assenti

Maurizio Ferrera

La qualità di una democrazia si mi­sura innanzitutto dal legame che connette società e politica. Per quanto importantissime, le libere elezioni so­no solo un filo di questo legame. Gli al­tri fili coinvolgono i gruppi sociali or­ganizzati da un lato (sindacati, asso­ciazioni di rappresentanza degli inte­ressi, organizzazioni di varia natura espresse dalla società civile e così via), e i vari segmenti delle istituzioni di go­verno (parlamento e governo). Secon­do la nota formula di Abraham Lin­coln, la democrazia è il governo del po­polo (il sovrano), da parte del popolo (tramite i suoi rappresentanti), per il popolo (in vista degli interessi collettivi). Nelle democrazie odierne si è ag­giunta un’altra proposizione: governo con il popolo, ossia tramite istituzioni decisionali che consultano la società sulle questioni più importanti del­l’agenda, anche dopo le elezioni.

Chi sta predisponendo il progetto del reddito di cittadinanza? Di Maio è troppo indaffarato. Lo staranno facen­do i funzionari dei suoi due ministeri? I suoi consulenti politici? Esperti esterni? Di Battista in America centra­le? Non si sa. Ciò che più sorprende è però la mancanza d’interlocuzione con la società civile e in particolare con l’unica associazione che ha titolo a parlare in nome degli italiani poveri, visto che ha promosso la prima misura veramente universale, il Rei: l’Alleanza contro la Povertà. Com’è possibile che il governo non abbia ancora sentito il bisogno di consultarla ufficialmente, di coinvolgerla in una riforma che si propone di stravolgere l’esistente con un nuovo e ancora ineffabile strumen­to? La manovra del popolo sta allonta­nandosi da tutti gli standard che in de­mocrazia connettono popolo e leader. I famosi 11 milioni di voti di cui si van­tano i 5 Stelle sono tanti, ma rappre­sentano una minoranza sul totale de­gli italiani. I quali sono certo interessa­ti a capire di più. Perche sanno che la povertà è una sfida seria e che i proget­ti raffazzonati di solito falliscono.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 22 Ottobre 2018

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Lotta alla povertà: l’inefficace salto della rana

Maurizio Ferrera

L’idea che i poveri vadano aiutati in quanto privi di reddito ha sempre incontrato forti resistenze culturali nel nostro Paese. Eppure la mancanza di risorse economiche non è volontaria, dipende da dinamiche più grandi di individui e singole famiglie, proprio come nel caso della disoccupazione. Risente inoltre di pesanti condizionamenti sociali. Nell’Italia di oggi vivono in povertà assoluta più di dieci minori ogni cento. Come si potrebbe anche solo lontanamente pensare che sia «colpa loro», che non siano anche «fatti nostri»? Del resto il contrasto agli svantaggi sociali arreca benefici, non solo ai singoli individui ma a tutta la società, sotto forma di maggiore coesione, a sua volta fattore di sviluppo.

Letto su questo sfondo, il reddito di cittadinanza non suscita perplessità. Del resto, misure simili esistono in tutti i Paesi Ue. Ma la riforma non convince. Per chi conosce il dibattito internazionale e abbia familiarità con le esperienze straniere e italiane su questo terreno, l’impostazione di base non è condivisibile. Così come attualmente progettato (per quanto si riesce a capire) il reddito di cittadinanza aggira infatti tutti i problemi da cui dipende il fenomeno povertà nel nostro Paese e punta solo sull’ultimo passo: il sussidio. Un azzardato «salto della rana», che rischia di condurre a un serio fallimento. Per combattere la povertà occorre un ventaglio di politiche preventive, riparative e compensative.

I Paesi con minor tasso di povertà hanno buoni sistemi educativi (preparazione), robuste politiche attive per il lavoro, la formazione e l’inclusione (riparazione) e una vasta gamma di prestazioni monetarie (compensazione): per i figli, la disoccupazione, il sostegno agli affitti e così via. Sono sempre più diffusi anche i sussidi alle basse retribuzioni, responsabili della forte crescita dei cosiddetti working poor, lavoratori che, pur occupati, restano sotto la soglia di povertà. Solo al fondo di questo articolato sistema, per chi non ha trovato appoggi di altra natura, è disponibile un’estrema rete di sicurezza: la garanzia di un reddito minimo, appunto. Tipicamente accompagnato da misure di assistenza sociale mirata.

A causa di molteplici distorsioni evolutive, nel nostro sistema di welfare questi tasselli sono a tutt’oggi inadeguati o addirittura mancanti. Per esempio, esistono iniziative solo sporadiche contro la povertà educativa dei minori (deficit di prevenzione) o per la formazione, non solo dei giovani, ma anche di chi ha perso il lavoro (deficit di «riparazione»). In Francia o Germania una famiglia senza reddito con due figli riceve fra i 400 e i 500 euro al mese, in Italia non ha invece diritto ad alcun assegno (deficit di compensazione per carichi di famiglia). Non abbiamo un sistema di sussidi alle basse retribuzioni, le detrazioni fiscali non vengono neppure riconosciute agli incapienti. Pochissime le borse di studio: in Italia le ricevono meno dell’8% degli studenti, contro il 35% della Francia e il 65% della Svezia. Si dirà: che c’entra tutto questo con il reddito di cittadinanza? C’entra. È proprio grazie a questi punti d’appoggio che la quota di poveri è molto più bassa negli altri Paesi. La mancanza di reddito è combattuta a monte, prima che si verifichi: un vantaggio per tutti. Il progetto governativo scarica invece tutte le tensioni su un’unica prestazione, il reddito di cittadinanza. In molti contesti del Sud questa prestazione diventerà non l’ultima, ma l’unica spiaggia su cui approdare. E poi?

E qui arriviamo al secondo grave sbaglio di impostazione. Il reddito di cittadinanza viene essenzialmente presentato come strumento di inserimento lavorativo. Ciò presuppone che esista una domanda di occupazione inevasa nei contesti dove vivono i richiedenti. In qualche area territoriale può essere almeno parzialmente così. Ma, soprattutto al Sud, ciò è tutt’altro che scontato. Il mercato occupazionale italiano sconta un cronico e massiccio deficit di posti di lavoro, che ci portiamo dietro da decenni. Un deficit che non riguarda l’industria ma i servizi, in particolare il cosiddetto terziario sociale (sanità, assistenza, servizi di prossimità) a cui si aggiungono turismo, ricreazione, cultura. E quasi superfluo sottolineare che per stimolare la domanda di lavoro in questi settori occorrono misure e incentivi mirati. Che costano, certo. Ma che potrebbero generare volani occupazionali tali da rendere moltissimi poveri, in moltissime aree, economicamente autosufficienti. Senza questi volani, i beneficiari del reddito di cittadinanza avranno invece un’altissima probabilità di restare confinati nell’unica spiaggia disponibile, peraltro sottoposti a un regime di disciplina su scelte di vita e consumi.

Perché il governo insiste su questa strada, buttando all’aria l’esperienza maturata con il reddito d’inclusione (Rei) e con le tante altre misure sperimentate a livello locale? Perché si avventura su un piano inclinato da cui non sarà facile tornare indietro? La risposta è: l’abbiamo promesso agli elettori. Non è così. Non hanno promesso affatto questa specifica impostazione e queste specifiche modalità di attuazione. Dicendo «faremo il reddito di cittadinanza» i Cinque Stelle hanno preso l’impegno a contrastare seriamente la povertà, non a improvvisare una riforma senza capo né coda. Peraltro ora Di Maio è il vicepresidente di un esecutivo che rappresenta la nazione e che deve rispondere a tutti gli elettori. La democrazia funziona così. Chi governa deve dar conto anche ai tanti cittadini, commentatori ed esperti che sul reddito di cittadinanza chiedono una pausa di riflessione, uno sforzo progettuale più serio e approfondito. Nel frattempo si può rafforzare il Rei. La posta in gioco è troppo importante per ridurla a una questione di consenso in vista delle elezioni europee del prossimo maggio.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 18 Ottobre 2018

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Perché (forse) Bruxelles vale una messa

Maurizio Ferrera

La questione più spinosa della riforma dell’eurozona è la condivisione dei rischi. E’ opportuno e desiderabile procedere verso forme di «mutualizzazione» fra Paesi? In base a quali criteri va cercata la risposta?

La discussione è interamente dominata da economisti inseriti nei gangli decisionali della Unione europea e dei governi nazionali. Fra questi ultimi, prevalgono l’approccio e il peso degli esperti tedeschi. Non sorprende dunque che la cornice del dibattito sia esclusivamente permeata dai principi dell’efficienza e in particolare dall’ossessione tedesca per due obiettivi: la stabilità e la responsabilità nazionale. Siccome i governi (in particolare quelli del Sud) sono spesso proni alla irresponsabilità, meglio evitare — si sostiene — condivisioni dei rischi e imporre invece regole rigide e automatiche.

Il grafico pubblicato qui sotto è per i tecnici di Berlino la prova dello scandalo. Dal 2012 sono costantemente aumentate le violazioni del Patto, sulla scia della maggiore flessibilità della Commissione nel computare o meno certi tipi di spesa. Per Berlino, la discrezionalità è un peccato mortale.

Senza ovviamente sottovalutare le considerazioni di natura economica, c’è da chiedersi se questa sia l’unica cornice rilevante per il dibattito sull’euro e dunque sul futuro dell’Unione. La condivisione del rischio ha rilevanti implicazioni etiche e politiche. Le prime — che cosa è «giusto» fare in una Unione tra Paesi che hanno scelto di avere la stessa moneta—sono oggi totalmente ignorate. Le seconde sono considerate una specie di tabù. Se i governi eletti sono attori irresponsabili, le loro ragioni sono per definizione inaccettabili in quanto riflesso di tattiche opportunistiche. Poco importa se, come sta clamorosamente accadendo, l’Unione europea rischia oggi di crollare sotto i colpi di partiti euroscettici, votati da elettori sempre più irascibili e arrabbiati con i «tecnocrati non eletti».

L’Unione europea non può sopravvivere come sistema politico senza la colla della solidarietà. Solo la politica è in grado di produrla. E’ possibile che ciò richieda proprio quella flessibilità invisa al gotha economico di Berlino.

Però forse, per parafrasare un noto detto, oggi Bruxelles (ovvero la difesa del progetto europeo) val bene una messa.

pezzo MF

Questo articolo è comparso anche su il Corriere della Sera Economia del 15 Ottobre 2018

 

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Europa e debito: l’azzardo che temono i moderati

Maurizio Ferrera

L’aumento dello spread sui titoli italiani non dipende da un complotto, ma da legittime e comprensibili preoccupazioni nei confronti di ciò che sta accadendo in Italia. Per convincersene basta dare un’occhiata ai mezzi d’informazione internazionali. Le misure, i progetti, le dichiarazioni del nuovo governo giallo-verde sono considerate come primo «assaggio» di una trasformazione politica — il sovranismo al governo — che potrebbe in futuro interessare altri Paesi europei e forse la stessa Unione. Dopo la Germania e la Francia, siamo il terzo Paese per peso politico, abbiamo la seconda manifattura d’Europa, condividiamo moneta e mercato con altri 19 Paesi membri. E ci stupiamo se gli altri ci osservano e ci giudicano?

I timori non provengono solo dal cosiddetto establishment, i «poteri forti». Ad essere perplessi e inquieti sono anche gli elettori moderati, quelli che si collocano fra il centrodestra e il centrosinistra e che desiderano il cambiamento ma in forme ordinate e prevedibili. E che ancora credono nel progetto europeo, anche se magari non condividono tutte le politiche Ue. Un recente rapporto del Pew Research Center segnala che questi elettori costituiscono ancora la maggioranza nei principali Paesi: Germania (68%), Francia (53%), Spagna (51%), Olanda (72%), Svezia (8O%). In Italia la percentuale è al 47% e può darsi che sia recentemente diminuita.

Ma stiamo in ogni modo parlando di una quota consistente di elettori, che molto probabilmente condividono i dubbi e i timori di tutti i moderati europei in merito allo scenario che si è aperto con la formazione del governo Di Maio-Salvini.

La situazione italiana preoccupa per due motivi. Innanzitutto per gli sviluppi economici interni: debito, deficit e soprattutto i contenuti della manovra. L’obiettivo del governo è «risarcire» una lunga serie di categorie dai costi della crisi e, al tempo stesso, dare impulso al Pil. È vero che a certe condizioni non è impossibile conciliare la redistribuzione con la crescita. Ma è un’operazione che richiede strategie molto articolate e mirate, da realizzare tramite strumenti di alta precisione. Al di là dei numerini, ciò che sconcerta gli investitori internazionali e le istituzioni Ue è l’improvvisazione con cui il governo sta procedendo, i suoi continui ondeggiamenti, la mancanza di informazioni. I Cinque Stelle hanno presentato un primo disegno di legge sul reddito di cittadinanza nel 2013, ma sono arrivati al Ministero del Lavoro senza dati, stime, idee concrete. Di Maio ha scaricato sul ministro Tria il compito di «trovare i soldi». La stessa cosa si può dire per la flat tax voluta dalla Lega. Aspettiamo di esaminare la proposta di Legge di Bilancio. Intanto per chi ci guarda dall’esterno la strategia di spesa del governo appare come un vero e proprio azzardo. Come dargli torto?

La seconda preoccupazione riguarda l’Europa. Che cosa si propone esattamente il primo governo sovranista Ue su questo fronte? Sinora gli unici segnali sono stati di tipo esclusivamente negativo. Si è iniziato con il famigerato Piano B sull’uscita dell’Italia dall’euro (che ogni tanto riemerge in qualche dichiarazione). Si è continuato con i pugni sul tavolo sugli sbarchi e gli ammiccamenti a Orbàn (e Putin). Ora è iniziata una prova di forza con la Commissione sui famosi numerini, senza capire che il vero problema sono i contenuti. Il tutto condito da un linguaggio aggressivo e persino minaccioso. Giustamente mercati e partner si chiedono: Roma vuole distruggere la Ue? Si sta candidando ad essere l’epicentro di un terremoto che sconquasserà quell’edificio che l’Italia contribuì a fondare sessanta anni fa? Se non è questa l’idea, come si vuole cambiare l’Unione, esattamente?

Il ministro Savona ha preparato un documento per una nuova «Politeia» europea, che ha un approccio critico sull’austerità, ma è costruttivo per il futuro. Si tratta di una proposta condivisa e ufficiale? Sono queste le domande che si pone chi deve decidere se comprare i nostri titoli di stato. E sicuramente anche i leader di molti altri Paesi, con i loro elettori. L’impressione è peraltro che se lo stia chiedendo anche un numero crescente di italiani.

Vista dall’esterno, l’Italia rischia di diventare un focolaio di instabilità economica e politica da cui dipende in larga parte il destino di tutto il continente. La lunga crisi ha avuto da noi dei costi sociali particolarmente elevati, il desiderio di cambiare è comprensibile. I salti nel buio sono però molto rischiosi. L’unica inquietante certezza è che non si sa dove finiremo.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 9 Ottobre 2018

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Ecco il Filo Rosso che Lega Felicità e Fiducia alla Prosperità

Maurizio Ferrera

Un filo rosso collega le parole che hanno ispirato due recenti iniziative del Corriere: felicità e fiducia. La prima (Felicità: adesso) è stata al centro del «Tempo delle Donne 2018», ai primi di settembre. La seconda (Economie della Fiducia) ha dato il titolo alla prima festa di compleanno di questo supplemento. Il filo rosso passa per una terza parola: prosperità. Oggi essa richiama soprattutto l’abbondanza materiale e dunque la crescita economica. Ma in realtà porta con sé una gamma più ampia di significati, tutti da recuperare. Il termine viene dal latino prò spe, che letteralmente vuol dire «secondo le aspettative, le speranze». Una società, una famiglia, una persona è prospera se le condizioni in cui si ritrova rispecchiano le sue esigenze e ambizioni. Non solo rispetto ai beni materiali («avere»), ma anche all’identità («essere») e alle relazioni con gli altri («amare»). Da quali fattori dipende la prosperità, in questo senso ampio? Principalmente, dalla fiducia. In un suo noto libro (Trust), Francis Fukuyama ha illustrato come le «virtù sociali» abbiamo contribuito al progresso più delle istituzioni o delle invenzioni scientifiche. Senza fiducia non può aver luogo alcuno scambio. La «sociabilità spontanea» è precondizione per sviluppare relazioni fruttuose tra persone e gruppi, anche nel mercato. Se venditori e compratori non si fidano l’uno dell’altro, lo scambio deve essere protetto da un surplus di norme e convenzioni che aumentano i costi di transazione e dunque le inefficienze. L’avvento di internet e dei social media ha enormemente accresciuto oggi le nostre capacità e opportunità di contatto e comunicazione. Ma si tratta di mezzi «freddi», che non creano né alimentano fiducia. Una delle ragioni per cui tutte le forme ed esperienze di economia sociale che raccontiamo ogni settimana su Buone Notizie sono così importanti è proprio la loro capacità di generare e sostenere nel tempo il capitale sociale. La fiducia genera prosperità, ma ovviamente non la esaurisce. Sarebbe riduttivo considerarla solo un mezzo: poter contare sugli altri è esso stesso un valore, qualcosa che rassicura e gratifica. La fiducia è, piuttosto, un valore «intermedio», nel senso che ci consente di realizzarne altri. Ispirandosi alla filosofia classica, il premio Nobel Amartya Sen ha rilanciato nel dibattito la nozione di «fioritura» (flourishing) come il valore sociale finale forse più comprensivo. Per una persona, una coppia, una comunità «fiorire» significa potenziare e poi realizzare il proprio potenziale di sviluppo sulle tre dimensioni dell’«avere», dell’«essere» e dell’«amare». In altre parole, il proprio potenziale di felicità. Del resto il latino felix deriva dalla radice indoeuropea «fé», che significa, appunto, prosperità. Il cerchio così si chiude. Durante la festa di compleanno di BINI, si è detto che le «buone notizie» alimentano la fiducia. Nel loro piccolo, le nostre pagine danno così un piccolo contributo a quel circolo virtuoso che ci rende prosperi e felici.

Questo articolo è comparso anche su BuoneNotizie del 02 Ottobre 2018

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Così il silenzio delle élite fa crescere timori e paure

Maurizio Ferrera

Disorientamento e molta con­fusione. Questo è il segnale che emerge quando si chiede agli italiani cosa pensano dell’immi­grazione. Non è un fenomeno «strano».

Le scienze cognitive confermano che nella mente delle persone convivono spesso idee e valuta­zioni contraddittorie. Certi feno­meni, come l’immigrazione, sono come dei crocevia in cui si interse­cano percezioni e valori in contra­sto fra loro.

Se pensiamo ai luoghi da cui arri­vano, alle sofferenze patite, gli im­migrati ci fanno pena, proviamo compassione. Se invece pensia­mo alle loro «pretese» di lavoro e welfare «qui da noi», allora ci danno fastidio. È possibile che questa doppiezza duri anche a lungo.

Ci sono però delle situazioni o eventi che possono far pendere definitivamente la bilancia verso l’uno o l’altro lato. In primo luogo, le esperienze in prima persona, gli incontri diretti con il fenome­no immigrazione. In secondo luo­go, l’esposizione ripetuta a infor­mazioni, opinioni, discorsi unila­terali. Nel nostro caso, soprattutto discorsi xenofobi, che aizzano la paura: il nostro cervello è evoluti­vamente programmato per dare priorità alla chiusura difensiva piuttosto che all’apertura collabo­rativa. È quasi superfluo sottoline­are come nell’attuale contesto ita­liano la circolazione di questo tipo di discorsi sia sempre più pervasiva, soprattutto sui social media.

Non sorprenderebbe, dunque, che l’incertezza valutativa di molti italiani finisse per collassare verso orientamenti negativi, tenden­zialmente allineati a quelli del go­verno e del ministro dell’Intemo Matteo Salvini in particolare. Il ri­schio è forte e solo una rapida mo­bilitazione comunicativa delle éli­te pro-Europa potrebbe controbi­lanciarlo.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 1 Ottobre 2018

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Migranti, poche idee e confuse. Il paradosso economico.

La metà degli italiani è favorevole a chiudere i confini, ma tre su quattro vogliono accogliere chi scappa dalla guerra. Vince l’incertezza del futuro e il senso di abbandono da parte dell’Ue. Anche nei cittadini che la difendono.

Alessandro Pellegata

Il fenomeno dell’immigrazione sta diventando sempre più divisivo nelle società del mondo occidenta­le. Un recente rapporto pubblicato dal­l’organizzazione non-profit More in Common mostra come sul tema dell’immigrazione l’opinione pubblica italiana risulti più frammentata sia di quanto viene solitamente dipinto da una parte dei media e dei partiti politi­ci sia rispetto a quanto emerge in altri paesi Ue (Francia, Germania e Olan­da). Lo studio mostra come circa metà degli intervistati non abbia posizioni chiare e coerenti sulle diverse implica­zioni di questo complesso fenomeno. Infatti mentre l’opinione pubblica ap­pare spaccata a metà sull’opportunità di chiudere i confini nazionali, quasi tre intervistati su quattro sono favore­voli al diritto d’asilo per coloro che scappano da guerre e persecuzioni. Inoltre il 6o% guarda con preoccupa­zione al crescente razzismo e alle pro­fonde divisioni in seno alla società ita­liana.

La spiegazione
Come si può spiegare questo appa­rente paradosso tra il giudizio com­plessivamente negativo degli italiani sull’impatto dell’immigrazione e al contempo la loro apertura a politiche di solidarietà? I dati contenuti nel rap­porto di More in Common forniscono alcuni spunti di riflessione. Innanzi­tutto nell’esprimersi sull’immigrazione gli italiani tendono a non distin­guere tra migranti economici e richie­denti asilo ma accomunano queste due categorie sotto l’unica etichetta di stranieri. Inoltre una vasta maggioran­za di intervistati, anche tra coloro che si dichiarano più accoglienti, esprime preoccupazione per l’impatto negati­vo dell’immigrazione sull’economia italiana. Questo dato si inserisce in un clima generale di scoraggiamento per la situazione economica. In tutti i seg­menti di popolazione identificati dal­lo studio la disoccupazione emerge come il problema più pressante e solo il 16% del campione ritiene che l’Italia abbia giovato del processo di globaliz­zazione; dato questo che distingue nettamente l’opinione pubblica italia­na da quella francese, tedesca e olan­dese.

Le paure degli italiani si manifestano anche in tema di sicurezza e di minac­cia alla cultura nazionale. Solo il 29% degli intervistati crede infatti che i mi­granti facciano sforzi concreti per in­tegrarsi. Infine, il rapporto mostra co­me il problema dell’immigrazione debba essere letto in un quadro più ampio di insoddisfazione verso lo sta­tus quo, sfiducia nei confronti delle istituzioni e incertezza per il futuro del nostro paese. Emerge una profonda convinzione che le autorità italiane non sappiano fronteggiare il proble­ma dell’immigrazione e che al con­tempo queste vengano abbandonate dalle istituzioni europee e dagli altri stati a gestire da sole tale fenomeno. Quest’idea è radicata nella maggioran­za anche di coloro che supportano l’Ue.

I partiti anti-establishment soffiano sul fuoco fomentando le paure di chi si sta sempre più spostando su posizioni autoritarie (più del 70% dei risponden­ti pensa che ci voglia un leader forte per risolvere i problemi). Tuttavia, questo tipo di sentimenti sembra derivare da una miscela di austerità econo­mica, senso di declino culturale, cor­ruzione e sfiducia verso le istituzioni. Per fronteggiare questo scenario la po­litica dovrebbe cercare di capire le fru­strazioni degli italiani e produrre sfor­zi concreti per migliorare le condizioni economiche e sociali di quei cittadi­ni che si sentono schiacciati tra un futuro incerto e istituzioni inefficienti. Più solidarietà tra stati europei e un maggior coordinamento Ue nella ge­stione dell’immigrazione contribui­rebbero inoltre ad alleviare il senso di abbandono espresso da molti italiani.

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Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera Economia del 1 Ottobre 2018

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