Archivi del mese: luglio 2019

Una diversa uguaglianza

Maurizio Ferrera

Nel 2000 uscì in Francia un volumetto dal titolo Etica economica e sociale, scritto da Philippe Van Parijs, uno dei più noti filosofi europei. Due anni dopo un editore mi chiese di scrivere un’introduzione per la traduzione italiana. Disse anche che voleva dare al libro un titolo provocatorio: Quanta ingiustizia possiamo accettare? Saltai sulla sedia: la frase non stava in piedi. Almeno in filosofia, l’ingiustizia per definizione non può essere accettabile, n termine da usare era piuttosto disuguaglianza. Sono Le differenze di trattamento fra le persone a sollevare problemi di accettabilità morale e politica. Le teorie della giustizia forniscono le risposte. Ossia ci dicono come distribuire fra gli individui parti uguali in base a quelle caratteristiche che sono, appunto, uguali (ad esempio stessa paga a chi svolge bene lo stesso lavoro, che sia uomo o donna) e in parti diseguali in caso contrario, n discorso su uguaglianza e disuguaglianza verte sui criteri di distribuzione, diceva Aristotele. Mira a individuare to dikaion: come trattare in modo giusto le differenze fra polités, fra cittadini.

Le dirompenti trasformazioni socio-economiche degli ultimi due decenni ripropongono oggi con forza questi problemi antichi. La globalizzazione, la rivoluzione tecnologica, la transizione verso la cosiddetta «economia dei servizi e della conoscenza» hanno reso la distribuzione del reddito molto più squilibrata di un tempo. Dall’inizio degli anni Duemila a oggi la disuguaglianza è aumentata in tutti gli stati delTUe. Come negli Stati Uniti, è cresciuta la quota di reddito percepita dall’» più ricco. L’aumento è stato particolarmente marcato nel Regno Unito, in Irlanda e in Portogallo, ma ha interessato praticamente tutti i Paesi, compresi quelli nordici. Corrispettivamente, è aumentato il rischio di povertà ed esclusione sociale, che ormai lambisce visibilmente anche la vecchia classe media.

La struttura di classe si è così ri-articolata in cinque segmenti. In cima si situa una piccola élite di veri plutocrati, gli iper-ricchi con patrimoni globalizzati. A seguire, troviamo il ceto alto-borghese, benestante ma ancorato a ricchezza e attività prevalentemente nazionali. Al centro della distribuzione vi è la «massa media», a sua volta sempre più differenziata fra nuovi e vecchi ceti. I primi stanno dalla parte giusta della globalizzazione, in termini di competenze e occupazione. I secondi stanno dalla parte sbagliata: gli impiegati, operai, piccoli lavoratori autonomi che operano nei settori più tradizionali dell’economia o in quelli più esposti alle dinamiche di digitalizzazione (pensiamo agli effetti di Amazon sui piccoli negozianti). Al fondo troviamo gli «esclusi» e soprattutto la maggior parte dei precari. In questo gruppo si sono creati molti «perdenti», che vivono in condizioni di costanze insicurezza.

Le disuguaglianze di reddito sono tradizionalmente giustificate, nelle economie di mercato, come un mezzo per salvaguardare gli incentivi al lavoro, garantire efficienza economica, allocare i talenti, premiare i meriti. Oltre che dalle politiche di welfare, le disuguaglianze ingiuste (in particolare quelle dovute alla sorte) possono essere compensate da elevate chance di mobilità sociale. Su quest’ultimo punto, tuttavia, i dati segnalano che oggi i livelli di disuguaglianza sono accompagnati da una contrazione e non da un aumento della mobilità. Ad esempio, la probabilità che un bambino nato da genitori nel quinto inferiore della distribuzione del reddito raggiunga il quinto superiore è molto più bassa in Gran Bretagna (g%) e Stari Uniti (7,5*) — due Paesi che sono diventati sempre più diseguali—piuttosto che in Canada (13,5*) e Danimarca (11,7%), due Paesi con una distribuzione del reddito fra le più egalitarie.

Le visioni e i progetti che mirano a contrastare questa indesiderabile e perversa evoluzione sono oggi essenzialmente di quattro tipi. Il primo—quello più visibile e rumoroso — è «retrotopico», rivolto al passato: fermiamo il cambiamento e ricostruiamo la tribù (chiusura nazionale). EL secondo progetto è quello neoliberista. La sua ricetta è così riassumibile: le posizioni sociali devono essere accessibili a tutti, ma, al di sopra di una rete di sicurezza contro il bisogno estremo, le ricompense devono essere collegate ai meriti individuali. La visione neoliberista è quella di una meritocrazia «performativa». C’è poi la sinistra radicale — antiglobalista e un po’ euroscettica — che vuole conservare il più possibile e guarda con nostalgia al sistema di protezione fordista, che però è irreversibilmente tramontato. Nel centrosinistra invece troviamo idee «neo-welfariste», nate sul tronco della cosiddetta Terza Via blairiana. Qui il concetto di giustizia è inteso in senso sostanziale: non solo «libertà da» e «campo da gioco livellato», ma anche «libertà di», sorretta da politiche pubbliche calibrate in base ai bisogni, lungo l’arco della vita. In modo da riconciliare sicurezze e flessibilità nel nome dell’equità. H difetto di queste cornici è una visione generica e statica delle opportunità. I retrotopisti hanno in mente le opportunità tradizionali (lavoro, famiglia, comunità, welfare), la proposta forte è di riservarle a «noi». H progetto neoliberista trascura il legame fra chance di vita e struttura sociale e sopravvaluta le capacità del mercato. Seppure molto aperta sul piano dei diritti individuali, la sinistra radicale è ancorata all’idea di una contrapposizione binaria fra classi. Le idee neo-welfariste sono infine ben consapevoli dell’importanza dei vincoli sociali e sono molto più ambiziose sulla parificazione e sulla redistribuzione delle chance. Ma anch’esse tendono a focalizzarsi troppo sulla mitigazione dei rischi e sulla «capacitazione» — avere le risorse per affrontare i rischi— mentre non problematizzano in maniera adeguata le opportunità: come trasformare il cambiamento in atto da fonte di rischio a moltiplicatore di opportunità? E come ampliarne l’accesso da parte di tutti, in modo equo?

Le risposte a questi interrogativi devono partire da una incisiva ridefinizione dei diritti sociali: non solo la loro gamma, ma anche la loro stessa natura. Nel Novecento dire welfare coincideva con il dire spettanze soggettive di protezione, nomiate dalla legge. Obblighi formalizzati e «automatici» per lo Stato e legittime pretese da parte dei cittadini (pensioni, indennità di disoccupazione e malattia ecc.). L’enfasi sulla dimensione formale della spettanza, sulla «giustiziabilità» della sua eventuale mancata soddisfazione sta diventando sempre più limitativa. Essa protegge dai rischi, ma non assicura le opportunità. Ad esempio, stabilisce il diritto all’istruzione obbligatoria oppure a politiche attive del lavoro. Ma non ci garantisce scuole o servizi di qualità, né l’accesso equo alle opportunità formative e di impiego. Occorre inserire l’elemento «cogente» dei diritti all’interno di una cornice — e insieme uno strumento — più ampio, articolato ed efficace. Una promettente etichetta per il nuovo strumento è «garanzia sociale», nata dalla confluenza di due tradizioni: quella nordica legata alle «garanzie giovani» introdotte a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso; la tradizione di alcuni Paesi sudamericani, legata all’introduzione di guarantias sociales a partire dai primi anni Duemila. La nozione di «garanzia sociale» definisce non solo la titolarità di una spettanza in astratto, ma precisa le condizioni e i livelli di qualità della sua fruizione e vincola l’attore pubblico ad assicurare sia le prime sia le seconde. Inoltre, la garanzia prevede meccanismi codificati di monitoraggio e valutazione, dei canali (anche extra-giudiziali) per esprimere le esigenze e le lamentele degli utenti, ed eventualmente per sanzionare il mancato adempimento degli obblighi da parte delle varie amministrazioni pubbliche. Rispetto ai diritti sociali novecenteschi, la garanzia è però più flessibile, n suo contenuto non è fisso, immutabile e inviolabile, ma rivedibile sulla base del monitoraggio e della valutazione. Il dibattito e le sperimentazioni in questa direzione sono aperti e la strada è promettente.

La ricerca del «giusto» pone alla politica sempre nuove sfide. Dal punto di vista logico, dobbiamo evitare le due trappole di Aristotele: «Pensare che se le persone sono eguali in qualcosa, allora devono esserlo in tutto; oppure pensare che se sono diseguali in qualcosa, allora meritano parti diseguali di ogni cosa». Le risposte devono situarsi fra i due estremi. Non c’è tuttavia una soluzione stabile, valida per ogni contesto. Quando cambiano il tipo e l’intensità delle differenze rilevanti, devono cambiare anche i criteri di distribuzione. Per ora sappiamo con certezza che il cambiamento c’è, ma non sappiamo come affrontarlo. Le vecchie e soprattutto le nuove disuguaglianze diventano però sempre più inaccettabili, in quanto ingiuste, n tempo stringe e dobbiamo perciò metterci a correre, nella teoria come nella pratica.

 

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del 28 Luglio 2019

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera

Un Modelo da Rivedere – Le Fondamenta Scosse del Modello Europeo

Maurizio Ferrera

L a scelta di chi andrà ad occupare le più alte cariche Uè è uno dei momenti più delicati del processo politico europeo. L’esito dipende dai rapporti di forza fra governi e fra i gruppi partitici nel nuovo Parlamento, il quale dovrà approvare le proposte del Consiglio. Il toto-nomi quotidiano distoglie però l’attenzione dalle domande davvero rilevanti per i cittadini: che cosa cambierà per la strategia dell’Unione europea nel suo complesso? Le figure prescelte (le loro idee, la loro esperienza e competenza) saranno all’altezza delle sfide? L’ultimo decennio ha sottoposto la Ue ad una sequenza davvero inedita di choc finanziari, economici e sociali. Il cosiddetto «modello europeo» è stato scosso nelle sue fondamenta. A testimoniarlo sono due profonde fratture che oggi lo attraversano. La prima passa all’interno dei vari Paesi e riguarda le diseguaglianze. Quelle fra i ceti più abbienti e i ceti più vulnerabili, innanzitutto. Ma anche quelle fra giovani e anziani: i primi (compresi i bambini) sono oggi il gruppo più a rischio di povertà.

La seconda frattura corre lungo i confini territoriali e contrappone gli Stati membri economicamente più forti a quelli più deboli. La divergenza si è ampliata nel tempo ed è particolarmente marcata fra Nord e Sud. Anche i Paesi dell’Est iniziano a risentire le conseguenze del depauperamento di capitale umano dovuto alla «fuga» dei propri lavoratori verso la vecchia Europa.

La Ue ha retto i colpi dello choc finanziario: un esito che non appariva scontato nei momenti più drammatici della crisi del debito, a cavallo fra il 2011 e il 2012. Il rischio di naufragio ha tuttavia suscitato risentimento e sfiducia reciproca fra i vari governi. La logica degli interessi nazionali ha così indebolito gli sforzi per riparare e irrobustire la casa comune, correggendo i suoi difetti di costruzione. La doppia frattura (soprattutto quella fra Paesi) è anche il frutto di serie lacune nei meccanismi di governance macroeconomica e sociale dell’Unione, in particolare dell’eurozona.

Lo scorso 20 giugno, i capi di Stato e di governo hanno definito un’agenda di priorità e orientamenti per il prossimo quinquennio. Il rilancio del modello europeo figura come obiettivo centrale. Si parla di crescita e occupazione, di sicurezza e protezione dei cittadini, di sostenibilità ambientale (una saggia aggiunta, considerando le sfide del cambiamento climatico). Sui temi sociali, l’agenda si sofferma essenzialmente sulla prima frattura. È importante che diseguaglianze e povertà vengano considerate dal Consiglio una patologia, un rischio non solo economico e sociale ma anche politico. Preoccupa però la reticenza in merito alle divergenze fra Paesi. Se non si ricuce anche questa seconda frattura, l’Unione (e con essa il modello europeo) non potranno sopravvivere a lungo.

L’economia sociale di mercato — ossia il connubio fra libera concorrenza e welfare, nel quadro dello stato di diritto e della democrazia — è un sistema che non può essere «spacchettato» a piacimento. L’eurozona ha unificato mercati e monete, ma ha lasciato il welfare sotto la responsabilità dei singoli Paesi. La protezione sociale rischia di trasformarsi in una semplice ancella degli imperativi fiscali e di competitività. Verso la fine del XIX secolo, l’Europa inventò un principio rivoluzionario: la condivisione di alcuni rischi (vecchiaia, invalidità, disoccupazione, disabilità, malattia) fra gruppi occupazionali e aree territoriali, in modo da garantire protezione e coesione senza compromettere la logica di mercato. Le assicurazioni sociali furono una risposta geniale alle sfide della rivoluzione industriale e della democrazia di massa. La Uè deve oggi applicare a se stessa il medesimo principio, inaugurando forme di condivisione collettiva di quei rischi che sono strettamente legati alla partecipazione all’euro o alla Uè in generale: ad esempio l’occorrenza di improvvisi choc occupazionali o migratori che colpiscano uno o più Paesi in modo asimmetrico.

Negli anni passati, i progressi in questa direzione sono stati bloccati da resistenze e incomprensioni tra governi. Si è spesso sentito dire che i cittadini (gli elettori, i contribuenti) dei vari Paesi non sarebbero pronti a «condividere». Non è così. A segnalarlo non sono solo i sondaggi di opinione, ma anche i programmi elettorali di quei partiti che oggi si apprestano a formare la nuova maggioranza del Parlamento europeo: socialisti e democratici, verdi e, seppur più timidamente, popolari e liberali. L’enfasi sulle questioni sociali e sulla necessità di solidarietà paneuropea è stata la più alta di sempre. Persino i sovranisti parlano di condivisione, anche se la vogliono in sfere diverse (Salvini per l’immigrazione, Orbán per le politiche di coesione).

Il banco di prova delle figure che presiederanno le istituzioni sovranazionali nei prossimi cinque anni sarà proprio il contrasto delle divergenze fra Paesi. La condivisione dei rischi comuni è stata uno dei pilastri portanti del modello europeo novecentesco, nelle sue declinazioni nazionali. È giunto il momento di usare questo pilastro a sostegno del processo d’integrazione in quanto tale. Il «modello Ue» non può più farne a meno.

 

Questo articolo è comparso anche su Corriere della Sera del 01 Luglio 2019

Lascia un commento

Archiviato in Articoli, Corriere della Sera