Archivi del mese: ottobre 2016

Demoicrazia. Prove di terza via per sconfiggere l’incubo eurocratico

Fra i tanti neologismi del contemporaneo lessico politico, sta diventando sempre più in voga il termine Eurocrazia. Il suo significato è triplice. Si tratta, innanzitutto, di un sistema di governo imperniato sulle istituzioni UE, che indirizzano “a distanza” e in molti casi vincolano pesantemente le scelte politiche nazionali. Obiettivo cardine di questo sistema (secondo significato) è assicurare il funzionamento dell’euro e del mercato interno. Non è che Bruxelles trascuri le altre  politiche  pubbliche, incluse quelle sociali. Ma le subordina al primo obiettivo. A differenza della democrazia senza prefissi, l’Eurocrazia poggia su una precisa gerarchia di priorità. Pensiamo al Fiscal Compact, un Trattato che prevede l’obbligo del pareggio di bilancio e la riduzione del debito pubblico al 60% del PIL entro vent’anni: senza se e senza ma. Il terzo significato è di natura culturale. Le élite eurocratiche (a cominciare da Angela Merkel e Wolfgang Schäuble, per scendere poi nei ranghi delle varie tecnostrutture della UE) ritengono che ci sia un solo modo “giusto” di governare l’economia, quello basato su inviolabili criteri di stabilità monetaria e fiscale. Chi li segue è bravo, chi non li segue è cattivo. Per garantire la stabilità si devono fissare regole uguali per tutti, molte di natura quantitativa, sanzionando chi non le rispetta. Questo approccio (che affonda le proprie radici nelle dottrine Ordoliberali, elaborate nel tempo all’interno del contesto culturale tedesco) poggia su una forte diffidenza nei confronti della politica democratica, considerata come sfera ove prevalgono interessi di parte e comportamenti opportunistici che danneggiano l’economia.

Il dibattito intellettuale è sempre più critico nei confronti del sistema eurocratico, particolarmente nella versione che esso ha assunto durante la crisi finanziaria. Un libro recentemente uscito da Cambridge University Press fornisce un’articolata panoramica dei capi d’accusa. Il titolo (The End of the Eurocrats’ Dream) ne riassume il principale messaggio. Quello degli Eurocrati è un sogno distopico, che pretende di decidere sulla base di certezze inconfutabili prodotte dalla dottrina economica (in particolare da quella ordoliberale), costi quello che costi. Una convinzione da cui peraltro sono sempre rifuggiti i migliori economisti, indipendentemente dai loro orientamenti ideologici. Nel suo discorso di accettazione del premio Nobel, nel 1974, Friedrich Hayeck (al quale pure dicono di ispirarsi alcuni Eurocrati) mise in guardia contro la tentazione della scienza economica di considerarsi “onni-competente” rispetto ai problemi della società.

Forse con troppo ottimismo, il titolo del libro suggerisce che il sogno è già finito. In realtà sappiamo che sul piano delle regole e della “narrazione” l’eurocrazia è ancora viva e vegeta. Ma il sistema è ormai apertamente sfidato non solo all’interno dell’accademia ma anche nell’arena politica, ormai affollata di movimenti anti-euro e di voci sempre più aggressive contro i “burocrati di Bruxelles”.

Gli autori del libro mettono bene in luce i fallimenti del sogno. Invece di promuovere un circolo virtuoso di crescita e convergenza verso l’altro tra paesi membri, in un quadro di stabilità monetaria e fiscale, le regole eurocratiche e la filosofia ad esse sottostante hanno amplificato le divergenze, non hanno saputo rilanciare la crescita e hanno imposto elevati costi sociali, in particolare nei paesi sotto assistenza finanziaria (pensiamo alla Grecia). Il sistema è riuscito a tenere insieme l’euro, ma non a porre le condizioni perché l’unione monetaria possa funzionare a vantaggio di tutti, alimentando la prosperità dell’Eurozona. Per giunta, al deficit di prosperità si sono aggiunti un deficit di legittimità, democrazia e giustizia (o equità).

Secondo un numero crescente di commentatori, l’euro è stato così fallimentare che bisognerebbe “romperlo”, tornando ad un sistema di cambi semi-rigidi come nel vecchio SME. Nel libro la proposta è accennata (ma solo come ipotesi su cui ragionare) da uno dei più lucidi scienziati sociali tedeschi, Fritz Scharpf. Gli altri autori sono più cauti. Meglio puntare su una riforma della governance della moneta unica che allenti un po’ la morsa sui bilanci pubblici, induca la Germania a investire il proprio surplus e istituisca meccanismi comuni di mutalizzazione dei rischi.

Le parti più interessanti del volume riguardano il deficit di democrazia e di giustizia. Gli autori non sposano la critica ingenua di molti euro-scettici: la UE ha tolto sovranità ai popoli, bisogna tornare alla democrazia nazionale. Essi mantengono  anche le distanze dal massimalismo federalista, che vorrebbe trasformare l’Unione in una vera e propria democrazia parlamentare su scala continentale. Ciò che propongono è piuttosto una terza via. Nel loro contributo, Nicolaidis e Watson la chiamano “demoicrazia”, ossia un sistema di governo basato sulla collaborazione tra popoli (i loro rappresentanti eletti), che “decidono insieme, ma non come un solo corpo politico”.

Il ragionamento demoicratico è sottile. I popoli europei hanno culture, tradizioni, istituzioni diverse. Cambiarle è legittimo  purché chi governa tenga in conto le preferenze dei cittadini e dia loro conto (giustificandole) delle proprie decisioni. Nel contesto attuale, nessun popolo vive però isolato dagli altri. Siamo diventati sempre più indipendenti: e ciò resterebbe vero anche se smantellassimo l’euro, per via della globalizzazione. Ciò che decide un singolo demos ha delle ripercussioni importanti sugli altri demoi. Il regime eurocratico ha provato a risolvere il problema in modo unilaterale. Non solo “a distanza”, ma soprattutto “dall’alto”, imponendo la sua particolare diagnosi delle interdipendenze e un modo di governo gerarchico, basato su parametri numerici (pensiamo al feticcio del deficit, che secondo la Germania deve ridursi fino allo Schwartze Null, zero assoluto). Gli eurocrati decidono come se ci fosse una sola e omogenea comunità politico-economica. Che però nei fatti non c’è. L’economia di ciascun paese si porta dietro le sue debolezze e i suoi punti di forza. Le soluzioni a taglia unica non vanno bene, occorre flessibilità. Al tempo stesso, ciascun popolo deve prendere consapevolezza dei costi anche involontariamente scaricati sui cittadini degli altri paesi. I governi devono insomma assumersi le responsabilità per le esternalità negative che le proprie pur legittime decisioni possono causare agli altri. La crisi greca è stata il brutto risultato di molti fattori legati alla finanza internazionale. Ma la cattiva gestione del bilancio pubblico da parte di Atene ha costretto gli altri paesi (fra cui il nostro) a sborsare somme ingenti per scongiurare il default e la Grexit.

Passare dal sistema eurocratico a quello demoicratico richiede innanzitutto una svolta culturale: un approccio più flessibile nel governo dell’Eurozona e nel contempo incentivi affinché i governi nazionali internalizzino il criterio della riduzione del danno verso gli altri paesi. Condizione necessaria è la disponibilità di analisi e dati che consentano di isolare e quantificare le esternalità cross-nazionali: ad esempio, qual è il danno prodotto dal surplus commerciale tedesco (ben più elevato del tetto massimo previsto dalle regole vigenti) sulla crescita e l’occupazione degli altri paesi?

La costruzione di una demoicrazia europea deve partire da una ricognizione dei saldi costi-benefici e da considerazioni di efficienza allocativa. Bisogna poi elaborare dei criteri etici che ci aiutino a definire che cosa è “equo” nei rapporti sempre più intensi fra i demoi europei. Gli autori di The Eurocrat’s Dream dicono chiaramente che la UE ha un deficit di giustizia, oltre che di democrazia. Finora le teorie sulla giustizia distributiva si sono prevalentemente concentrate su due fronti. Quello nazionale: i principi di solidarietà all’interno di un singolo demos. E quello internazionale: quali sono (se ci sono) i doveri di solidarietà fra stati sovrani, in particolare fra quelli più sviluppati e quelli meno. Questi due gruppi di teorie non si prestano ad essere applicate al contesto UE. Le prime sono troppo esigenti e presuppongono una condivisione identitaria e culturale fra i cittadini e fra i territori che compongono la “nazione”. Le seconde sono troppo soft: in genere si limitano a prescrivere l’obbligo (morale) di aiuto umanitario. Per la UE va identificata una “terza via”, che tenga conto del progetto d’integrazione, della struttura istituzionale già esistente, delle interdipendenze fra popoli; ma anche delle loro legittime diversità e preferenze.

Il punto di partenza deve essere un ragionamento sui diritti e doveri di reciprocità fra demoi a fronte dei rischi da affrontare. Quali dipendono dalla comune appartenenza alla UE? L’invecchiamento demografico riguarda tutti i paesi membri: ma non dipende dalla UE. Le conseguenze avverse di uno shock asimmetrico (recessione, disoccupazione, deficit e così via) sono invece in buona parte connesse alle politiche UE (troppi vincoli; mancanza di sostegni mirati). E lo stesso vale per i costi sociali dei flussi migratori intra-UE, fortemente asimmetrici. Per questi rischi è “giusto” e doveroso promuovere forme di solidarietà demoicratica. Ad esempio creando schemi di assicurazione sociale a cui tutti i paesi contribuiscano obbligatoriamente, per compensare chi è colpito da uno dei rischi comuni. L’Italia ha recentemente proposto, ad esempio, di creare un’assicurazione UE contro la disoccupazione ciclica.

La sfida più impellente per il modello sociale europeo è oggi quella di conciliare la solidarietà democratica interna, fra cittadini, e la solidarietà demoicratica esterna, fra paesi membri. Un compito difficile, ma non impossibile. A patto che il sogno eurocratico finisca davvero.

Bibliografia

Michael Best e Maurizio Ferrera, The EU: Family of nations, Neighbourhood Community or Partnership among strangers? A dialogue

Euvisions, Focus of 15/07/2016

http://www.euvisions.eu/family-neighbourhood-community-or-a-partnership-among-strangers-a-conversation-on-the-eu/

Salvati, Capitalismo, Mercato, Democrazia, Il Mulino, 2009

J.Habermas, Nella spirale tecnocratica. Un’arringa per la solidarietà europea, Laterza 2014

A.Sangiovanni, Solidarity in the European Union, http://andrea-sangiovanni.org.uk/Main/publications_files/Sangiovanni-Prospects%20FINAL_1.pdf

Von Hayek, F. The Pretense of Knowledge, Nobel Prize Lecture, 1974,

http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/economic-sciences/laureates/1974/hayek-lecture.html

Questo articolo è comparso anche su La Lettura de Il Corriere della Sera del 23 ottobre 2016.

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Welfare, le famiglie (e i giovani) invisibili

Sulle questioni di principio (come il matrimonio o le scelte riproduttive) il tema della famiglia suscita scontri ideologici da cappa e spada. Sul piano pratico è invece un non-tema, l’invisibile Cenerentola del welfare. L’Unione Europea colloca il modello d’intervento dell’Italia nel cosiddetto Gruppo 4 (su quattro: il più arretrato), insieme a Bulgaria, Estonia, Croazia, Grecia e Spagna. Nel Gruppo 1 sta la Scandinavia, con il Belgio e il Regno Unito. Questi paesi sono caratterizzati da una politica familiare “capacitante”, che aiuta i giovani a formare unioni autonome e stabili, a fare figli, a partecipare al mercato del lavoro e ad avere un reddito adeguato. Nel Gruppo 4 tutte queste cose sono difficili, per molte fasce sociali enormemente difficili. La UE definisce la politica familiare di questo insieme di paesi “limitata”. Sarebbe più appropriato chiamarla limitante. Le sue debolezze pesano infatti come un macigno sulle opportunità dei giovani, dei genitori e in particolare delle madri italiane.

Sul ritardo anagrafico con cui si comincia un’autonoma vita di coppia e sul tasso di fertilità stendiamo un velo pietoso. Una anomalia meno dibattuta riguarda il lavoro. Il 42% delle famiglie con figli è monoreddito: ad essere occupato è solo il padre. Nel Gruppo 1 la percentuale è sotto il 30%, la norma è il doppio reddito, con o senza part-time. Siccome anche in Italia sta crescendo il numero di working poor (occupati che pur lavorando restano in condizioni di indigenza) non possiamo certo stupirci se abbiamo il tasso di povertà minorile più alto della UE.

Nel modello “capacitante” lo stato assicura che la presenza dei figli non generi impoverimento. Gli assegni familiari sono universali e il fisco agevola, soprattutto se la madre lavora (in Italia il 25% delle madri lascia o perde il lavoro dopo la gravidanza). Per i redditi più bassi sono previsti crediti d’imposta: denaro che si aggiunge alla retribuzione. Le capacità non dipendono però solo dai soldi, ma anche dalla disponibilità di servizi, a cominciare dai nidi. Su questo fronte l’Italia ha fatto recentemente qualche progresso, ma unicamente al Centro-Nord. Nel Mezzogiorno siamo addirittura fuori dal perimetro del Gruppo 4.

La conciliazione resta un dramma: lo confermano le lettere e i dibattiti pubblicati sul sito La 27ma ora. L’organizzazione del lavoro è troppo rigida, mancano i servizi (o costano troppo), i carichi domestici gravano ancora principalmente sulle donne: il 63% delle occupate dichiara di non ricevere nessun aiuto dal partner.

Per uscire dal modello limitante dobbiamo metterci a correre. Dopo un inizio promettente, il governo Renzi è tornato alla cattiva abitudine dei provvedimenti frammentati e temporanei: bonus, sconti, micro-agevolazioni, detrazioni. Senza una logica riconoscibile che non sia quella del consenso (con benefici, peraltro, tutti da verificare). Alle politiche capacitanti non si arriva improvvisando, mettendo e togliendo. Servono interventi coordinati sul fronte dei trasferimenti, del fisco, dei servizi, dei congedi parentali, dell’abitazione, dell’accesso al credito. E naturalmente occorrono risorse. Per la famiglia il nostro paese spende meno di 310 euro pro capite all’anno, la metà della media UE, un terzo rispetto a Francia e Germania (dati 2012). Per le pensioni di vecchiaia spendiamo invece più di 3700 euro, il valore più alto di tutta la UE, paesi scandinavi inclusi.

Il governo si è impegnato (anche con Bruxelles) a redigere un Piano nazionale contro la povertà. Il piatto forte dovrebbe essere l’introduzione di una misura nazionale di garanzia del reddito, pilastro fondamentale del modello capacitante. Sarebbe stato auspicabile concentrare su questo fronte le risorse “sociali” della Legge di Stabilità. Invece si è scelto di dare la priorità alle pensioni. Di nuovo un’occasione sprecata, l’ultima di una interminabile serie.

Questo editoriale è comparso anche su Il Corriere della Sera del 15 ottobre 2016.

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