Archivi del mese: febbraio 2018

è possibile proporre un’agenda Italia

Nei sistemi politici europei la maggioranza degli elettori si colloca al “centro”. Per vincere le elezioni i partiti non possono ignorare, anzi dovrebbero attrarre una quota consistente di quest’area. Lo si può fare “da destra” oppure “da sinistra”, facendo leva su alcuni valori ed obiettivi  specifici dell’una o dell’altra parte, purché in modo misurato e responsabile.

Che cosa vuol dire essere di centro? Tradizionalmente, questa posizione si  misurava sull’asse destra sinistra (più mercato, meno tasse, più spazio  all’iniziativa privata  verso il polo di destra;  più intervento pubblico, più welfare, più eguaglianza verso il  polo di sinistra).  Sulla scia della globalizzazione, dell’interdipendenza economica e dei flussi migratori, nell’ultimo ventennio è però emerso un secondo asse, che gli esperti chiamano “chiusura contro apertura”.  Verso il polo della chiusura  si colloca chi vuole tornare all’autonomia nazionale, al controllo dei confini, alla restrizione della libertà di movimento (i cosiddetti “sovranisti”). Verso il polo della apertura si posiziona invece chi è a favore a più integrazione, sia economica sia politica, in particolare per quanto riguarda la UE.

Gli elettori di centro rifiutano gli estremi su entrambe le dimensioni.  Tengono alle libertà economiche, ma credono anche alla solidarietà.  Apprezzano l’Europa, ma pensano che l’integrazione possa anche avere conseguenze negative.  Non si tratta di persone senza tempra o carattere. E neppure, necessariamente, di moderati, ostili al cambiamento.  Sono, piuttosto, elettori realisti:  attenti ai valori e agli interessi, ma anche ai contesti che ne condizionano  la realizzazione.  Gli elettori di centro (centro-sinistra o centro-destra)  sono la spina dorsale della democrazia liberale. E’ il loro sostegno che ha consentito di costruire quella “economia sociale di mercato” che tutto il mondo invidia all’Europa.  In Italia l’elettorato di centro ha appoggiato con tenacia il cammino verso la modernità, confidando nella possibilità di trasformare la penisola in un paese “normale”.

Quanti sono oggi in Italia questi  elettori ?  La larga maggioranza. Ragionando sui dati a disposizione, la mia stima è fra il 55% e il 65% sul totale della popolazione adulta.  La percentuale resta sopra la soglia, con qualche variazione, per tutte le fasce di età e le categorie occupazionali, inclusi i lavoratori manuali, i pensionati, i disoccupati. Non è difficile immaginare il disorientamento che questa imponente massa di elettori sta provando in questa campagna elettorale.  In aggiunta alle tante e persistenti anormalità italiane,  il Parlamento che sta per chiudere ne ha aggiunta una particolarmente scellerata: il Rosatellum. Una legge elettorale che incentiva leader e candidati  (salvo rarissime eccezioni) ad essere il più reticenti possibile sulle future scelte di coalizione, a differenziarsi dagli altri in base categorie pre-politiche come serietà, onestà, mitezza, arroganza piuttosto che in base a idee e valori, a promettere la luna senza precisarne i costi. E’ chiaro che anche dopo il 4 marzo l’Italia continuerà ad avere un qualche governo operativo, con buona pace del Signor Juncker. Ma i giochi sul “chi” e sul “cosa” si faranno solo dopo il voto.

I programmi elettorali per la verità sono disponibili e  Il Corriere sta cercando di riassumerli in schede tematiche. L’operazione è difficile e, come hanno già scritto Enrico Marro e Federico Fubini, molte  proposte sono generiche, non si capisce come verranno finanziate.  Eppure non tutto è “fuffa”. Anzi, spulciando fra i testi, si trovano diverse idee originali su problemi che interessano da vicino gli italiani: scuola, sostegni alle famiglie, sanità, non autosufficienza. Oppure su temi cruciali per il nostro futuro: formazione,  ricerca, sviluppo industriale, le politiche UE.  Con criteri da professore (originalità, lingua e presentazione) il testo migliore a me sembra quello del PD. Ma si trovano spunti interessanti anche altrove.  Tagliando e cucendo, si riuscirebbe persino a mettere insieme una lista di priorità sensate, sostenibili e  incisive. Una “agenda Italia”, insomma, condivisibile da molti partiti che si collocano a cavallo del centro (nelle sue due dimensioni) e  in linea con le attese di quella maggioranza silenziosa alla quale nessuno ora sta parlando con serietà e franchezza.

E’ assai improbabile che i leader muovano in questa direzione  nell’ultima settimana di campagna. Potrebbe però farlo chi li interroga quotidianamente sui media, soprattutto in televisione. Anche nelle campagne elettorali, la qualità del dibattito non dipende solo dalle risposte, ma anche dalle domande. Screditare le “sparate” irresponsabili e far emergere le buone idee, magari raccordandole fra loro, farebbe accendere alcune lampadine prima che i leder politici entrino nel buio del dopo voto.  E servirebbe anche a orientare il gruppo centrale di  elettori che vorrebbero votare con la testa, ma che adesso non sanno da che parte voltarla.

Questo editporiale è comparso anche sul Corriere della Sera del 24 febbraio 2018

 

 

 

 

 

 

 

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La domanda più difficile per chi governa

Identificare il posizionamento partitico del popolo dei social non è facile. Euvisions ha tuttavia stimato i simpatizzanti del centro destra e dei cinque stelle, catturando il loro orientamento nei confronti dell’immigrazione dopo i fatti di Macerata. Come si può vedere dal grafico, Fratelli d’Italia attrae il maggior numero di utenti anti-immigrazione, quando non esplicitamente xenofobi. La Lega di Salvini viene seconda, seguita a una certa distanza dai sostenitori di Berlusconi.

Sorprendente è la percentuale di simpatizzanti Cinque Stelle schierati con il fronte anti-immigrazione. Ricordiamo che questa era la posizione di Beppe Grillo durante la prima fase del movimento. L’attuale leadership ha cercato di ricollocarsi “a sinistra”, o quanto meno di sfruttare il tema immigrazione per criticare l’operato “inconcludente” del governo. La pancia del movimento non sembra però aver seguito i propri leader. Il campione di tweet non consente di separare le parole usate nei messaggi attribuibili all’elettorato dei Cinque Stelle da quelle degli altri elettori di centro destra. E’ però difficile negare che in seno alla base pentastellata  alberghi una buona dose di xenofobia, come del resto accade in molti dei nuovi “partiti-movimento” nati in Europa nell’ultimo decennio.

Le politiche di immigrazione e integrazione saranno uno dei fronti caldi sui quali dovrà misurarsi il nuovo Parlamento, soprattutto quando si tratterà di formare un governo.  Gli elettori Cinque Stelle sono più vicini a Meloni, Salvini e Berlusconi che a Minniti o Boldrini. Come si comporterà Di Maio? Un interessante quesito per gli analisiti, una preoccupante incognita per gli italiani.

 

http://www.euvisions.eu

Questo articolo è comparso sul Corriere Economia del 19 febbraio 2018

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I conti e il segreto di Angela (per non spaventare il partito)

di Maurizio Ferrera e Alexander Ricci

Il 26 gennaio scorso, annunciando l’inizio ufficiale dei negoziati per la nascita di una nuova Grosse Koalition, Martin Schulz (SPD) ha affermato che l’Ue ha bisogno di una Germania “pro-Europa”. Il ministro degli esteri Sigmar Gabriel (SPD) ha a sua volta ribadito il collegamento fra i progetti “Europa” e “GroKo”. Nei fatti, tuttavia, la trattativa in corso con la CDU-CSU si è incentrata soprattutto su temi nazionali, tanto che alcuni si chiedono se Schulz non agiti la bandiera blu con le stelle gialle soltanto per motivi tattici. Come se il rilancio del processo di integrazione (“Neuer Aufbruch”) sia  (stato) usato dal  Segretario della SPD – in caduta libera negli indici di gradimento – come “carota” per far digerire al partito una scelta controversa: quella di allearsi nuovamente con Merkel.

 

La bozza di accordo programmatico siglata dai due partiti non si dilunga molto sui dettagli Spesso però in politica il non detto conta più delle parole. La vaghezza degli impegni può celare un disegno condiviso fra i due leader:  tenersi le mani libere per promuovere, a governo formato, una agenda ambiziosa di riforme “europeiste”. Questo è ciò che pensa, ad esempio, una grande esperta di politica europea, Jana Puglierin (capo degli studi UE presso la prestigiosa DGAP, Deutsche Gesellschaft fur Auswärtige Politik). Leggendo fra le righe dell’accordo programmatico GroKo, la studiosa intravede i margini per una vera e propria svolta nella linea tedesca. I segnali sarebbero contenuti nella parte conclusiva del testo, ove si dice che “attraverso un bilancio per gli investimenti dell’Eurozona […] si potrebbero mettere a disposizione risorse per la stabilizzazione macroeconomica e la convergenza sociale , nonché per sostenere le riforme strutturali”. Secondo Puglierin, se Berlino davvero muovesse in questa direzione il processo di integrazione potrebbe fare un salto di qualità.

 

Sinora il principale ostacolo è sempre stato proprio il governo tedesco. Anticipandone le tradizionali resistenze, anche i tecnici più qualificati hanno smesso di fare proposte ambiziose. Un documento messo a punto da un gruppo internazionale di economisti – molti tedeschi- presso il Center for Economic Policy Research ( Policy Insight 91) ha recentemente affrontato la questione di un possibile budget dell’ Eurozona – opzione cara al governo francese. Il documento riconosce la desiderabilità di questa innovazione. Ma aggiunge subito che , se fosse introdotto, un simile strumento dovrebbe rispondere ad un parlamento adeguatamente rafforzato. Questo passo potrebbe però essere effettuato solo tramite una scelta “politica”, con profonde implicazioni.  Come dire: noi tecnici non ci prendiamo responsabilità che non ci competono e che sono più grandi di  noi. Sono i politici a dover dare luce verde e creare le condizione per l’Unione politica.

 

E’ possibile, come pensano gli studiosi della DGAP, che il riferimento esplicito ad un fondo di stabilizzazione da parte di Schulz e Merkel  voglia aprire un varco per questo scenario?  E che i silenzi successivi siano giustificati dal desiderio di non provocare la reazione degli alleati più conservatori e non complicare la nascita del governo? E’ possibile. La CDU è inquieta. La settimana scorsa (PER CHI LEGGERA’ LUNEDI) il Consiglio economico interno al partito della Cancelliera ha inviato una lettera dai toni accessi ai propri membri che si occupano di UE al tavolo dei negoziati. Il Consiglio si è detto preoccupato della virata: “La [CDU] non può continuare a seguire la SPD nella definizione della politica europea, visto che, sotto al termine ‘pro-Europa’, si nasconde soltanto una maggiore redistribuzione a favore dei Paesi in crisi […] Da chi, se non dalla CDU-CSU, dovrebbe arrivare una urgente e necessaria contro-proposta al piano di riforma suggerito da Macron e Juncker?”.

 

I giochi tedeschi sull’Europa sono dunque in pieno svolgimento. Il dialogo fra Parigi e Berlino certamente continuerà e resterà cruciale. Ma i destini della UE sembrano oggi appesi alle dinamiche negoziali e agli equilibri interni che si creeranno una volta instaurata la grande coalizione rosso-nera. E’ poco probabile che il programma in via di definizione entri nei dettagli. Sappiamo che Merkel ha interesse a liberarsi dal condizionamento ingombrante di Schäuble e Weidman e che Schulz ha dal canto suo interesse a tener fermo il Neuer Aufbruch non solo per il suo pedegree filo-europeista ma anche per controllare il suo partito e lanciare un segnale “progressista” al proprio elettorato. Seppure indebolito, il fronte conservatore che fa capo a Schauble è ancora vivo e vegeto.

 

A parte la Francia, nei prossimi mesi gli altri governi UE e i loro elettorati avranno pochi margini di manovra per incidere sull’agenda UE. Possono naturalmente peggiorare la propria posizione decidendo di non usarli, danneggiandosi da soli. Il rischio è  alto soprattutto per l’Italia, che andrà a votare fra un mese e si ritrova con alcuni leader e programmi a dire poco ambigui sui temi europei, quando non apertamente euroscettici.

 

http://www.euvisions.eu

Questo articolo è comparso anche sul Corriere della Sera del 5 febbraio 2018

 

 

 

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L’Italia che non riesce a mantenere le promesse

Finito il tormentone delle liste, il dibattito elettorale si sposterà  ora verso i programmi. Dovrebbe essere la parte più interessante e rilevante della campagna, quella in cui si affrontano temi che toccano nel vivo i nostri interessi e valori.  E in queste elezioni la posta in gioco è particolarmente elevata.

Nell’ultimo mese i vari leader hanno promesso mari e monti. E’ comprensibile che molti cittadini nutrano adesso seri dubbi sulla loro credibilità programmatica.  Non vale la pena approfondire più di tanto, si pensa:  quelle dei partiti sono solo promesse da marinaio. Dobbiamo però resistere alla rassegnazione.  La democrazia serve a selezionare non solo i nostri rappresentanti, ma anche le loro idee.

Nella maggior parte dei paesi gli impegni presi con gli elettori non sono  parole inconcludenti, ma contano davvero. Uno studio recente, condotto da un’equipe internazionale,  ha raccolto l’insieme delle promesse concrete fatte dai partiti di 12 paesi negli ultimi 20 anni e le ha confrontate con le misure adottate dai governi dopo le elezioni. Il risultato  è che più del  60% degli impegni sono stati effettivamente mantenuti. Il paese con il tasso più alto di attuazione è il Regno Unito (il 90%), seguito dalla Svezia (80%).  Ma anche Portogallo (78%) e Spagna (72%) se la cavano molto bene.  La serietà dei partiti non dipende dalla latitudine.

I casi più virtuosi sono quelli in cui c’è un partito che conquista la maggioranza assoluta e governa da solo. Come sappiamo, non accade più molto spesso  di questi tempi, neppure in Gran Bretagna.  I governi di coalizione hanno tassi di attuazione più bassi.  Ad esempio la Germania si attesta al 62%.  E contano anche  la durata in carica e il tipo di coalizione.  L’instabilità e la presenza al governo di partiti “populisti” di centro-destra si associano a tassi di attuazione inferiori alla media: è il caso dell’ Olanda (57%) o dell’ Austria (50%).

Nei governi sostenuti da più partiti conta molto la Presidenza del Consiglio.  Chi la controlla riesce  a mantenere una quota più alta dei propri impegni. Infine è importante  la presenza di  procedure e meccanismi decisionali che limitino i poteri di veto, ad esempio quelli delle regioni.

Come da copione, l’ Italia ha il tasso di attuazione più basso di tutto il campione: 45%. Solo il governo Prodi (1996-98) e quello Berlusconi II  (2001-2006) hanno fatto meglio, superando il 50%.  Sempre fascia bassa  ma  almeno decente, fra l’Irlanda e l’ Olanda.

Se il quadro è questo, dopo  il voto del quattro marzo  si profilano  purtroppo  tutte le condizioni per una tempesta perfetta. Sarà difficile formare un governo (quasi sicuramente di coalizione), definire una linea programmatica condivisa e coerente e, soprattutto, tradurla in pratica.  Oltre ad una lunga tradizione di instabilità, frammentazione e  a un assetto istituzionale pieno di punti di veto, sconteremo gli effetti di una legge elettorale disastrosa.

Allora ha ragione chi pensa che sia inutile dibattere sui programmi?  Assolutamente no. Proprio perché rischiamo la tempesta perfetta, dobbiamo considerare con molta attenzione le proposte dei partiti, valutandole sotto due prospettive.  Chiamerei la prima “innovatività sostenibile”:  impegni al cambiamento, anche incisivo, purché precisi nell’imputazione dei costi. La seconda è invece la “responsabilità di sistema”: parole chiare sui temi del debito pubblico, dell’euro, della politica estera e di sicurezza.  E anche dell’immigrazione, dell’ ordine pubblico  e dello stato di diritto.  Come dimostrano i  fatti di Macerata,  c’è il rischio di orribili rigurgiti xenofobi e illiberali, persino di esplosioni di violenza. Occorre fare ogni sforzo per stanare i partiti su questi due fronti, costringendoli in particolare a  fornire garanzie su quello della responsabilità.

Negli ultimi anni alcuni paesi hanno attraversato acque tempestose,  addirittura senza governi legittimati dal Parlamento:  pensiamo al  Belgio, alla Spagna o all’ Olanda. La stessa Germania non è ancora uscita dal caos post-elettorale.  Sbaglieremmo tuttavia a pensare che, in fondo, l’instabilità non conti così tanto, che  economia e società possano funzionare anche senza “la politica”.  In quei paesi, la difficoltà a formare un governo non hanno provocato danni perché i partiti maggiori sono riusciti a tenersi lontano dall’avventurismo. E, soprattutto, a mantenere ben salda le ancore dell’Europa e della democrazia liberale.

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 5 febbraio 2018

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Impoveriti e snobbati dalle élite. La rivalsa degli elettori populisti

conversazione tra MAURIZIO FERRERA e MARC LAZAR a cura di DARIO DI VICO

Che relazione c’è tra la diffusa percezione di crescita delle disuguaglianze e l’avanzata dei movimenti populisti? Quali sono le differenze rispetto al secolo scorso, quando la sinistra sapeva occupare con grande abilità il campo dei disuguali e legare il riscatto sociale al cielo della politica? Quali differenze ci sono tra i movimenti populisti francesi e italiani? Abbiamo sufficienti elementi per tracciare una sociologia del populismo? A queste e altre domande centrate sul nesso tra disuguaglianza e populismo hanno cercato di rispondere a Milano, su invito della Fondazione Corriere della Sera, Maurizio Ferrera, firma del quotidiano di via Solferino e politologo dell’Università statale di Milano, e il collega francese Marc Lazar, docente a Parigi Sciences Po e all’università Luiss di Roma.

MAURIZIO FERRERA (MF) –  Penso che occorra partire dalle caratteristiche differenti della disuguaglianza nel periodo attuale. La novità è che non si sono allargate solo le distanze tra le fasce di reddito, quelle che vengono misurate con l’indice di Gini, ma si è verificato questa volta anche un arretramento individuale. Un peggioramento della condizione di milioni di persone che ha dato origine a un sentimento profondo di deprivazione relativa, che a sua volta si è tradotto in aggressività sociale e politica. L’arretramento è stato trasversale rispetto alle classi tradizionali, non hanno perso tutti gli operai, ma le tute blu dei settori più esposti alla concorrenza internazionale. Non hanno perso i dipendenti statali e i pensionati sono arretrati molto meno degli occupati e dei giovani in cerca di lavoro. Questo caleidoscopio di effetti non ha permesso che lo scontento si aggregasse come nel Novecento e utilizzasse i corpi intermedi: questa volta ha prevalso la ricerca dei colpevoli, del capro espiatorio. E il populismo ha saputo indicare obiettivi facili: le élite e gli «altri», ovvero gli immigrati. In definitiva penso che il successo del populismo si debba innanzitutto alla crescita del sentimento di deprivazione relativa e all’esaurimento delle narrazioni novecentesche.

MARC LAZAR (ML) –  Alexis de Tocqueville ci ha raccontato come in Francia esistesse una particolare passione verso l’uguaglianza, ma oggi questa passione si è diffusa in tutta Europa, persino in Germania o nella Repubblica Ceca, dove i dati economici sono buoni. Tra i tedeschi l’87 per cento degli intervistati di un’ottima ricerca, Dove va la democrazia? , si dichiara molto preoccupato per la disuguaglianza, a Praga il 75. Storicamente i populisti si professavano liberisti, oggi si presentano come difensori di chi soffre e propongono la tutela dello Stato sociale, anche se in una formula esclusiva, ovvero riservata ai connazionali. E così il Front national ha potuto recuperare progressivamente il voto della sinistra che veniva dalle zone industriali, ma non c’è una spiegazione unica della forza dei populisti: ci sono molti fattori politici, culturali e religiosi. Dopo la vittoria di Emmanuel Macron in Francia si è detto che Marine Le Pen era finita, io non credo. Tutti gli ingredienti del populismo sono ancora lì e possono essere tuttora utilizzati anche in Francia.
Semplificando si può dire che nel populismo francese prevale l’elemento di protezione sociale, mentre in quello italiano l’agenda si apre con la critica della politica?

MF – Prima di Beppe Grillo il populismo italiano è stato a lungo rappresentato dalla Lega e in misura minore da Silvio Berlusconi. I 5 Stelle però sono emblematici come formazione politica, perché hanno saputo cavalcare l’aggressività generata dalla disuguaglianza, indirizzandola verso un aspro conflitto con le élite. La contrapposizione tra «noi e loro» ha dato vita a un’idea tutta orizzontale della democrazia, come se non ci fosse bisogno di un’organizzazione verticale capace di prendere decisioni. Si tratta di un enorme equivoco sul funzionamento delle democrazie, un magma fatto di anti-elitismo verticale e di confusione orizzontale al massimo grado: infatti sul sito del Movimento 5 Stelle si può trovare tutto e il suo contrario. Se Podemos e Syriza sono di sinistra, mentre Le Pen e l’olandese Geert Wilders sono sicuramente di destra, i grillini sono una cosa amorfa dal punto di vista della distinzione destra-sinistra.

ML –  Le Pen padre era liberista, Marine è per la protezione e per la spesa pubblica, ma non spiega come tenere in equilibrio i conti pubblici. C’è però un’altra dimensione: lei si presenta come una donna moderna, divorziata, ha due figli, fa l’avvocato e anche in questo caso assistiamo a un rovesciamento dell’identità della destra tradizionale. Un piccolo gruppo di tradizionalisti ha organizzato una manifestazione contro quello che chiamano il matrimonio per tutti (le nozze gay, ndr ) e Le Pen non ci è andata perché ha capito che chi vota per lei se infischia di queste cose. Dal canto suo Jean-Luc Mélenchon, di formazione trotskista e poi socialista, nell’ultima campagna elettorale ha cambiato totalmente posizione, si è ispirato ai modelli populisti dell’America Latina. Il popolo contro la Casta, non più destra contro sinistra. Mélenchon è più simile ai 5 Stelle e infatti è orientato a ristrutturare la sua organizzazione. Al ballottaggio non ha dato consegne di voto perché sapeva che il suo elettorato si sarebbe diviso, tra chi sceglieva Macron per un vecchio riflesso antifascista e chi considera invece il liberismo peggio del fascismo. È interessante anche la sociologia del voto. Per Le Pen hanno votato molti operai, per Mélenchon c’è il voto degli strati bassi della funzione pubblica, molto importante in Francia. Entrambi i partiti hanno avuto successo tra i giovani della fascia 18-24 anni, ma il Fn soprattutto tra i giovani con basso livello di istruzione, mentre con Melenchon troviamo i giovani laureati nelle università di massa, senza numero chiuso. I giovani pro-Macron vengono invece dalle Grandes Écoles e dalle business school . Il livello di istruzione si presenta quindi come una variabile esplicativa del voto.

MF – Il legame tra fattori di contesto, atteggiamento di chiusura e voto populista non va esaminato schematicamente, esistono anche una serie di filtri che differenziano le reazioni. Se sei un lavoratore a bassa qualifica che vive in un settore non esposto alla concorrenza internazionale, può darsi che tu non abbia perso il lavoro e nessuno della tua famiglia l’abbia perso: questa situazione ti vede meno propenso a votare populista rispetto ad altre famiglie che hanno affrontato la disoccupazione senza godere di sussidi. In Italia siamo particolarmente vulnerabili, perché il nostro welfare è spostato sulle pensioni e prevede pochi sussidi per i giovani, per chi perde il lavoro e chi ha tanti figli. Un secondo filtro riguarda la vita associata. Se partecipi all’attività delle organizzazioni e fai attività regolare, sei iscritto al sindacato, anche semplicemente leggi i giornali e parli di Europa o ancora hai fatto un viaggio all’estero, tutto ciò abbatte la propensione allo sciovinismo e alla chiusura, anche a parità di basso livello di istruzione. Questo ci dà un barlume di speranza, perché ci fa intravedere come ci siano azioni mirate da mettere in campo.

Abbiamo esaminato le questioni di ordine socio-economico e la relazione con la politica, parliamo ora dei valori. Di fronte all’offensiva del populismo si diffonde la sensazione di essere a una sorta di Anno Zero. Non ci sono narrazioni politiche competitive e la stessa adesione al principio di democrazia sembra messa in discussione.

MF – L’individualizzazione dei bisogni e delle aspirazioni, descritta in letteratura da Norbert Elias e più recentemente da Zygmunt Bauman, amplificata dai social network, rende più difficile far appello a valori di condivisione per giovani che hanno questo tipo di vita, frammentata e spacchettata. L’ultimo tentativo di immettere nel mercato delle idee una cornice valoriale diversa da quelle classiche del Novecento è stato la Terza via di Tony Blair. Quella visione piaceva perché metteva assieme l’idea dell’importanza di scegliere con le necessarie legature sociali e le rivisitava in una chiave di uguaglianza. Il progetto di Blair per essere credibile e incisivo aveva bisogno di una condizione: che ripartisse l’ascensore sociale. Di qui l’enfasi dei laburisti britannici sull’istruzione e la formazione professionale, ispirata all’ultimo periodo della storia del Novecento, gli anni Sessanta-Settanta, nel quale c’è stata mobilità sociale grazie all’istruzione di massa che ha consentito un salto mai fatto nei vent’anni precedenti e mai ripetuto dopo. La chiave è ancora lì.


ML – I populisti ora si presentano come democratici, in passato, nell’intervallo tra le due guerre, erano ostili alla democrazia. Oggi si dichiarano difensori della democrazia diretta e credono nei referendum. Propongono una democrazia immediata realizzata grazie alla tecnologia e il Movimento 5 Stelle è, nell’ambito dei partiti populisti, quello che ha sviluppato con maggiore originalità questa tendenza, infatti ha ispirato lo stesso Mélenchon. Nell’indagine di cui ho parlato, il 33 per cento dice che forse esiste un altro sistema equivalente alla democrazia, una risposta ambigua. Nelle altre risposte, specie tra i giovani, emerge che un regime più autoritario potrebbe essere anche accettato. Di fronte a questi riscontri dobbiamo ammettere che esiste un’interrogazione sul valore della democrazia e di conseguenza bisogna riprendere una narrazione che ne affronti i problemi di trasparenza e di organizzazione dei sistemi democratici. Ad esempio Macron sbaglia, secondo me, se abbandona la parola d’ordine della democrazia partecipativa e si presenta come un monarca repubblicano. Il politologo Pierre Rosanvallon sostiene che la gente non può aspettare 4-5 anni per votare e dire la sua, che bisogna trovare forme attraverso le quali il cittadino possa essere coinvolto tra un’elezione e l’altra. Non dimentichiamo che la democrazia si è affermata tra gli europei solo quando si è accoppiata a pace, prosperità e giustizia sociale. La situazione attuale riapre il dibattito: siamo a favore della democrazia perché ci sentiamo garantiti dal welfare sul nostro livello di vita o perché ci crediamo come valore assoluto? Credo che una parte del successo del populismo risieda in questa operazione: interroga gli europei sul nostro sistema di valori e questa domanda finisce oggettivamente per intercettare le sfide rappresentate dall’immigrazione, dalla presenza dell’Islam e dagli attentati.


Ci interroga e non ci trova adeguatamente preparati. Si sente la mancanza di un’elaborazione convincente su queste materie.

ML – Noi europei siamo molto aperti, accettiamo la diversità e le altre religioni, ma i due modelli con i quali l’accoglienza si è dispiegata, ovvero il multiculturalismo del Nord Europa e il modello repubblicano francese, sono entrambi in crisi e la sfida per noi diventa reinventare modelli di integrazione in un contesto molto più difficile dal punto di vista demografico. Il populismo gioca anche sulla paura dell’Islam e del resto ci sono avuti in 15 mesi la metà delle vittime causate dal terrorismo rosso e nero in 15 anni. Un trauma molto forte. Tanto che avevo paura di rappresaglie in Francia contro le comunità musulmane, e sono contento di essermi sbagliato perché tutto sommato non è accaduto. Vuol dire che i francesi sono riusciti a distinguere tra quelli che mettono le bombe e la maggioranza dei musulmani, ma la grande scommessa per le nostre società diventa «i musulmani sono disposti a denunciare quelli che sono pronti ad abbracciare il terrorismo?». Dobbiamo accettare l’idea che ormai abbiamo una pluralità di religioni, però non possiamo accettare che si rimettano in discussione delle nostre regole. Se i musulmani moderati non rispondono su questo punto, si crea terreno facile per la propaganda del populismo.
Forse anche perché siamo diventati occidentali riluttanti. Sembra che la democrazia occidentale la debba difendere solo l’intelligence.


MF – Direi democrazia liberale, espressione che contiene in sé sia il costituzionalismo sia il suffragio universale. In Ungheria e Polonia le destre oggi discutono proprio questo. Tornando all’islam, l’intellighenzia musulmana non ha mai operato un’operazione di esegesi critica dei testi sacri. Nessuno nelle facoltà cattoliche di Teologia pensa che la Bibbia vada interpretata alla lettera, mentre i dotti islamici a proposito del Corano pensano di sì. Non accettano l’idea che le regole letterali dei testi sacri erano appropriate per quel tempo e non per oggi. Quelli che hanno avuto il coraggio di affermarlo sono stati imprigionati. Purtroppo non possiamo aspettarci che le élite intellettuali teocratiche ci possano aiutare in un lasso di tempo utile. E allora possiamo contare solo su un processo di secolarizzazione delle giovani generazioni musulmane.

 

Questo articolo è comparso anche su La Lettura del Corriere della Sera del 4 febbraio 2018

 

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Il discutibile «divieto» ai corsi in inglese nelle nostre università

Niente inglese, siamo italiani. Il Politecnico di Milano e altre università dovranno chiudere i percorsi di laurea nella lingua di Shakespeare. Lo hanno deciso i giudici. Ma il senso dei corsi in inglese non era un’offesa a Dante, ma quello di ampliare l’offerta formativa.

 

Il Politecnico di Milano e forse molti altri Atenei dovranno chiudere i  percorsi di laurea in inglese. E’ quanto ha disposto il Consiglio di Stato, applicando una precedente sentenza della Corte Costituzionale. Tenere ‘intieri corsi di studio” in una lingua diversa dall’italiano viola almeno tre principi della nostra Carta: il primato dell’italiano, la parità di accesso all’istruzione universitaria e la libertà di insegnamento.

La Corte fa il suo mestiere. Ma cercano di farlo anche le Università. Rettori e professori (anche se non tutti) sono partiti da una banale constatazione: l’inglese è oggi diventato la prima lingua franca di massa della storia, un fatto praticamente irreversibile. E’ curioso che la Corte non nomini mai esplicitamente l’inglese e insista nel parlare di “lingue diverse dall’italiano”. Così essa rifiuta infatti la premessa empirica che ha mosso le scelte degli Atenei. I quali non hanno voluto offendere l’onore della lingua di Dante, ma solo integrare e ampliare l’offerta formativa.

I giovani che non sanno l’ inglese restano esclusi dai circuiti più dinamici dell’economia, della cultura, della ricerca. E’ a questa parità di accesso che oggi bisogna guardare. I giudici hanno ragione a dire che oggi mancano “adeguati supporti formativi”. Ma traggono la conclusione sbagliata nel sostenere che i corsi di studio in inglese discriminano gli studenti che “non lo conoscono affatto”.  Sarebbe stato più logico suggerire agli Atenei di rimediare a questa lamentevole lacuna.

La supposta violazione della libertà d’insegnamento è  poi la motivazione meno condividibile. In molti ambiti  (non in tutti, certo) l’inglese è indispensabile per accedere a quel “sapere scientifico che deve essere trasmesso ai discenti”. Nelle discipline scientifiche e sociali la conoscenza dell’inglese è oggi una precondizione per fare ricerca e pubblicare. E ormai in tutti i concorsi per professori è previsto l’accertamento delle competenze linguistiche. Di quale libertà parliamo? Il diritto da tutelare è un altro: agli studenti vanno garantite opportunità, livelli e modalità formative (inglese incluso)  in linea con i migliori standard UE. Nel proprio paese, a costi abbordabili.

Questo editoriale è comparso anche sul Corriere della Sera del 3 febbraio 2018.

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