Archivi del mese: febbraio 2015

La deriva di Atene (e quella tedesca) che ci minacciano

I l negoziato fra Atene e Bruxelles non è solo una questione di prestiti e scadenze. È un vero e proprio nodo gordiano che rischia di strangolare la politica europea nei mesi a venire. I Paesi del Nord, Germania in testa, sono contrari a modificare gli accordi vigenti: pacta sunt servanda. Il governo Tsipras ribatte che nessun patto può ridurre alla fame milioni di persone. Intanto la fiducia fra i popoli europei cola a picco . continua a pagina 25SEGUE DALLA PRIMAL e vignette sui media resuscitano orribili spettri del passato (come le insegne naziste) che speravamo sepolti per sempre. È vero: la Grecia ha truccato i conti, ha chiesto e ricevuto aiuti finanziari in cambio di precisi impegni, mantenuti solo in parte (ad esempio sui fronti della corruzione e della evasione). È giusto rimproverare la classe politica ellenica, anche per rispetto verso i leader e i cittadini di altri Paesi che non si sono sottratti ai sacrifici. Ma nel nostro mondo imperfetto le colpe non stanno mai da una parte sola. Molti soggetti privati (ad esempio le banche) e alcuni governi hanno tratto massicci vantaggi, non sempre immacolati, dalla crisi greca e oggi fanno a gara per scagliare le prime pietre.Il vero problema è questo: non è possibile ricostruire con precisione chi ha vinto e chi ha perso dalla creazione dell?euro in avanti e soprattutto durante la crisi. Il saldo varia a seconda del punto di riferimento: il cambio irrevocabile, l?inflazione, i tassi d?interesse, i trasferimenti finanziari e così via. La «verità» si nasconde dietro un groviglio quasi indecifrabile di flussi. Solo la politica può tagliare il nodo, tramite un accordo complessivo che possa essere considerato equo da tutti.Del resto non fu proprio così che ebbe origine il progetto europeo? La logica ispiratrice fu quella della riconciliazione fra nemici desiderosi di prendersi per mano e lasciarsi alle spalle i risentimenti del passato. La filosofa Hanna Arendt parlò in quegli anni di «perdono e promesse»: é cio che fecero uomini come De Gasperi, Adenauer, Schumann.I venti di guerra si stanno purtroppo risollevando ai confini della Ue. Non ha senso cavalcare i nazionalismi, mettere di nuovo i popoli europei l?uno contro l?altro. L?irresponsabile cicala greca chiede sei mesi di tempo e un prestito ponte. La formica tedesca è tentata di rispondere come gendarme delle regole e dell?austerità. Speriamo che alla fine decida invece come Paese leader, motore e custode di un?autentica «ragion d?Europa», di cui abbiamo ora più bisogno che mai.

Questo articolo è comparso anche su Il Corriere della Sera del 20 febbraio 2015

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Riscoprire la cultura del lavoro

Per il mercato del lavoro italiano il 2015 potrebbe davvero essere l’anno di svolta. Grazie alla ripresa dell’economia, le imprese dovrebbero tornare ad assumere. E il Jobs act le incentiverà a offrire occupazione stabile, disciplinata dal nuovo contratto a tutele crescenti. Secondo gli esperti, entro la fine dell’anno questo tipo di contratto sarà adottato per circa la metà delle nuove assunzioni.

Non si tratterà solo di un cambiamento di regole. Gradualmente si affermerà una nuova logica di rapporti fra imprese, lavoratori e Stato: più simile a quella degli altri Paesi europei, più efficace e inclusiva. È una grande scommessa, che sarà vinta solo nella misura in cui ciascuno capirà qual è la posta in gioco e come interpretare bene la propria parte.

 Per le imprese, tornare ad assumere in forma stabile significa recuperare la cultura del lavoro (quello dei propri dipendenti) come investimento, come un fattore produttivo che va coltivato dall’interno.

Le statistiche segnalano che negli ultimi vent’anni in Italia non si sono
registrati molti progressi, ad esempio, in termini di addestramento on the job o di formazione permanente. I dipendenti precari sono stati poi relegati su binari secondari, spesso utilizzati come risorsa «usa e getta». Non è un caso che i lavoratori
italiani si sentano molto meno impegnati e coinvolti nell’organizzazione aziendale rispetto ai loro colleghi Ue. Lo scarso successo (sinora) dell’apprendistato e di tutte le forme di raccordo fra scuola e imprese è, almeno in parte, un segnale di poca attenzione per l’insostituibile ruolo che i datori di lavoro devono giocare nel contesto educativo e culturale dal quale reclutano il proprio capitale umano.

Anche per i lavoratori è necessario un cambiamento di mentalità. Veniamo da una tradizione in cui il posto fisso a vita è stato per generazioni l’obiettivo più ambito. Ancora oggi, a dispetto del precariato, l’Italia è il Paese Ue in cui la durata media del rapporto di lavoro è più lunga (15 anni) e in cui il numero di impieghi nel corso della vita è il più basso: due, rispetto ai quattro della Francia e ai cinque della Danimarca. Si tratta di una media che sconta l’inamovibilità del nostro pubblico impiego e l’onda lunga dell’articolo 18. Ma l’aspettativa del tempo indeterminato a vita è ancora molto radicata, anche fra i giovani. Contrariamente a quanto è successo nei Paesi nord europei, l’avvento della flessibilità in Italia ha coinciso con la precarizzazione, ossia uno stato di perenne insicurezza, frequenti interruzioni di reddito, «intrappolamento» nei settori meno qualificati del mercato del lavoro. Non sarà facile recuperare il significato positivo della parola flessibilità e convincere i giovani che – se si svolgono in contesti adeguati – la mobilità territoriale, il cambiamento del posto di lavoro o delle mansioni non sono un dramma e anzi possono diventare un’occasione di crescita. Senza questo salto culturale, le nuove logiche occupazionali sottese al Jobs act non potranno dare i frutti sperati.
Per ottenere effetti virtuosi dalla riforma deve cambiare soprattutto lo Stato. Non so se il governo Renzi ne sia pienamente consapevole, ma la sfida è enorme.

La flessibilità non degenera in precarietà solo se l’amministrazione pubblica è in grado di fornire efficienti servizi di ricollocazione e formazione. Il nostro deficit inizia dalle scuole: la metà degli studenti italiani dichiara di non aver ricevuto alcun consiglio e consulenza mirata sui percorsi lavorativi post licenza e sulle proprie potenzialità. Negli altri Paesi questa è la norma per la quasi totalità degli allievi. La metà, di nuovo, dei lavoratori italiani dichiara che, in caso di perdita del posto di lavoro, la probabilità di trovarne un altro è molto bassa. Il dato medio Ue è inferiore di venti punti. Il segnale è chiaro: i servizi per l’impiego sono totalmente inadeguati rispetto alle esigenze di un mercato del lavoro flessibile. Difficile pensare di poterci allineare in tempi rapidi ai modelli nordici. Ma è urgente avviare un processo di riforma almeno simile a quello seguito da Francia e (soprattutto) Germania.

Qualche settimana fa l’ Economist ha aperto una discussione sulla crescente diffusione del «lavoro a rubinetto»: la produzione di servizi in forma completamente decentrata da parte di mini-imprese capaci di sfruttare app , cellulari e tecnologia. Sarebbe la fine del lavoro dipendente come l’abbiamo conosciuto finora. È uno scenario futuribile da rivista settimanale, ma anche un segnale di quanto rapidamente l’economia stia cambiando grazie al progresso delle conoscenze. Vista dall’Italia, l’epoca del lavoro a rubinetto sembra un film di fantascienza. Ma non possiamo tirarci indietro rispetto alle concrete sfide di adattamento che oggi ci si pongono davanti. Rimbocchiamoci le maniche e facciamo uno sforzo collettivo per oltrepassare la soglia della flexicurity . Sarebbe un grande successo, e basterebbe per almeno una generazione.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 9 Febbraio 2015

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I buoni (e timidi) segnali sulla disoccupazione e i compiti del governo

LA RILEVAZIONE DELL’ISTAT
I dati Il mercato del lavoro non è ripartito, specie per i giovani. Ma ci sono indicatori positivi. Che non vanno dispersi
 A dicembre 2014 l’occupazione è cresciuta di 93 mila unità: così apprendiamo dal comunicato dell’Istat reso noto ieri. Buona notizia? Certamente sì, ma non esageriamo. Tutto dipende dai termini di confronto. Il segnale è positivo rispetto a novembre e ottobre, in cui si era registrato un calo più o meno pari all’aumento di dicembre. Se poi guardiamo agli ultimi dodici mesi, oggi il totale degli occupati è di poco superiore al dato di un anno fa. Niente euforia dunque: il nostro mercato del lavoro non è ancora ripartito. E questo vale soprattutto per i giovani. È vero che diminuiscono un po’ i disoccupati. Ma solo perché aumentano gli inattivi, ossia i giovani che il lavoro non lo cercano neppure.Se il raffronto viene fatto con il resto d’Europa, il panorama peggiora ulteriormente. Oltre a quello dell’Istat, ieri è uscito anche un comunicato di Eurostat. Nella seconda riga, in grassetto, si legge che a dicembre 2014 il tasso di disoccupazione dell’eurozona si è attestato intorno all’ 11,4%, il più basso dall’agosto 2012. Come europei possiamo tirare un respiro di sollievo: la ripresa sta arrivando, anche in termini di posti di lavoro. Ma come italiani ci tocca rimanere ancora col fiato sospeso. Siamo al 12,9% di senza lavoro e dunque fra i Paesi messi peggio, superati solo da Ungheria, Cipro, Spagna e Grecia. Non proprio una compagnia di avanguardisti sul piano dell’efficienza, della competitività, delle riforme strutturali. La Germania ha una disoccupazione del 4,8%, l’Olanda del 6,7%, la Finlandia dell’8,9%: quando i governi di questi Paesi ci dicono che loro sono virtuosi, non è solo una questione di supponenza. Per attenuare lo sconforto dobbiamo guardare ad altri indicatori. Innanzitutto i dati sulla Cassa integrazione: le ore non lavorate stanno diminuendo. Le grandi imprese che assumono sono pochissime, ma la maggioranza ha riacceso i motori dopo la lunga recessione e comincia a riassorbire i lavoratori sospesi. Succede soprattutto nell’edilizia e nelle attività finanziarie e assicurative. Per quanto riguarda i giovani, il (piccolo) segnale positivo riguarda i cosiddetti Neet, gli inattivi fra 15 e 29 anni che non studiano e non cercano lavoro (ce ne sono più di due milioni). Più di 300 mila si sono fatti avanti negli ultimi mesi iscrivendosi al programma Garanzia giovani, co-finanziato dall’Unione Europea. Vuol dire che un po’ di Neet sono motivati e in qualche modo si fidano dei servizi per l’impiego. Speriamo di non deluderli. Il grande buco nero è sempre il Sud. Quest’area ha una popolazione ben superiore a quella della Grecia, la grande malata d’Europa. Ma le nostre regioni meridionali hanno una disoccupazione (soprattutto giovanile) molto più elevata: il record europeo in negativo.Purtroppo il tessuto produttivo del Mezzogiorno resta debole, la domanda di lavoro è bassa. I giovani preparati emigrano, più del 20% dei ragazzi e delle ragazze abbandonano la scuola dopo la terza media, alcuni anche prima. Il capitale umano si deteriora e così si perpetua il circolo vizioso del sottosviluppo. In tanta desolazione, c’è da segnalare, per fortuna, un dato positivo: stanno aumentando le start-up innovative. Si tratta di società di capitale nate per sviluppare, produrre e commercializzare beni o servizi ad alto contenuto tecnologico. Fra giugno e novembre 2014 questo tipo di imprese è cresciuto del 45% al Sud rispetto al 32% del Centro-Nord. Il numero assoluto è ancora basso (poco più di 600 società) e il contributo occupazionale è, corrispettivamente, modesto. Ma è un primo, piccolo segnale di vitalità, che va apprezzato e coltivato.Per il rilancio dell’occupazione nello scorso dicembre il governo ha varato, come sappiamo, il Jobs act. I primi decreti delegati sono all’esame del Parlamento e speriamo che diventino presto operativi. Non aspettiamoci miracoli, ma per le imprese diventerà più facile assumere. Con il cosiddetto Investment compact sono state poi introdotte alcune promettenti misure di politica industriale. L’ottimismo della volontà che caratterizza il nostro presidente del Consiglio e il susseguirsi di idee, annunci e proposte sono sicuramente apprezzabili: a volte le profezie si autoavverano. La ragione raccomanda tuttavia prudenza nelle aspettative e nei commenti. E soprattutto una maggiore capacità nell’azione concreta di governo: progetti più meditati e articolati, più efficienza ed efficacia nell’attuazione.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul Corriere della Sera del 31 Gennaio 2015

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